PARAGRAFO 10
Sulla strada per Bisotun incontrai montagne alte, irraggiungibili. Anche uno spazio vuoto, dove prima c’era una montagna.
Che fine ha fatto quella montagna?
L’ha tolta di mezzo Farhad, dicevano.
Farhad era un principe che si era innamorato della bella principessa Shirin. Ma per poterla raggiungere doveva prima togliere di mezzo la montagna sul cammino che portava al suo palazzo.
Così fece. Il problema era che non aveva mai visto Shirin e si era innamorato di lei solo attraverso i racconti di altre persone.
“Si può perdere così il proprio cuore?” si domandavano alcuni.
“Si, basta guardare Farhad”, rispondevano altri.
1
La notte dopo la notte in cui Davud ci ha parlato del suo incontro con il ragazzo ugandese, è successa una cosa strana.
“Dov’è Soraya?” abbiamo chiesto tutti insieme.
Soraya non c’era.
Abbiamo aspettato ancora un po’, ma lei non arrivava.
Abbiamo cominciato a preoccuparci.
“Ti ha detto qualcosa, Forugh?” le chiesi.
“A essere sincera no. Sapevo che sarebbe arrivata un po’ più tardi, ma non così tardi!”
Ieri notte, quando Davud ci ha parlato di Desmond e ha descritto i suoi denti simili a perle, non ho potuto fare a meno di pensare al sogno di Soraya, in cui aveva visto due mani nerissime e una fila di denti bianchi. Anche lei era rimasta colpita dal racconto di Davud. Non riusciva a dormire.
“A cosa pensi?” le avevo chiesto.
“Alla vita”, aveva risposto. “Non voglio più tornare indietro. Devo trovare qualcosa che mi faccia rimanere qui.”
Poi al mattino presto si era vestita, aveva preso la sua borsa ed era uscita.
“Dove vai?” le avevo chiesto.
“In spiaggia.”
Nessuno di noi diceva niente, pensavamo in silenzio alle sue parole. L’abbiamo aspettata fino a notte fonda.
Verso mattina abbiamo sentito i suoi passi.
“Scusatemi!” ha detto.
Ci aspettavamo che aggiungesse qualcosa. Ma non ha detto più niente.
Quando dal buio è passata alla luce, i suoi occhi brillavano di felicità. Ci accorgemmo che era cambiata. Aveva un’espressione più saggia e il suo sorriso si era fatto più profondo.
Non sapevamo cosa fosse accaduto. Non sapevamo come reagire. Che cosa dire?
Siamo rimasti in silenzio.
Forugh l’ha abbracciata e baciata sulla fronte. Sono entrate in casa. Noi siamo andati a fare una passeggiata.
Al ritorno abbiamo visto che Soraya era seduta su una sedia e, alla luce, cercava di imparare a memoria una poesia in afrikaans. La conoscevamo. Era una poesia di Sophia:
ti scrivo
di come si perde il sole alla fine
sulle barche sottili
degli addii
dell’antico ondeggiare
di un fazzoletto bianco
e di lacrime forzate
perché le lacrime del cuore
tu le conosci bene
sono cosa che non si scrive (...)
2
Il giorno dopo Davud dovette andare all’università con i suoi colleghi. Lì incontrò una persona grazie alla quale finimmo per scoprire cosa aveva in mente Soraya.
Era prevista una conferenza, ci ha raccontato Davud, un incontro con gli studenti, ma non è venuto nessuno, nemmeno uno studente. Le poetesse hanno aperto le loro borse e hanno tirato fuori le nove poesie che leggevano ovunque. Il pubblico era formato dal direttore del dipartimento di afrikaans, da due docenti di lingua e da una segretaria, che non capiva una parola di olandese ma ci ascoltava educatamente. C’era anche Chris. Non provava alcun interesse, glielo si leggeva in faccia. Sedeva in silenzio vicino a sua moglie. Il cameraman riprendeva tutto.
Anch’io dovevo fare un intervento: parlavo dell’afrikaans, che mi aveva dato il coraggio di non avere più paura degli errori che facevo in olandese. Dicevo anche che trovavo estremamente interessante l’evoluzione dell’antica lingua olandese nel moderno afrikaans.
Stavo ancora parlando quando si aprì la porta. Entrò una studentessa, una ragazza sui vent’anni. Era bello che ci fosse almeno uno studente disposto ad assistere alla conferenza. Ma la ragazza non si sedette, rimase davanti alla porta finché non finii la frase. Poi disse, in inglese: “Scusate il disturbo. Non sono qui per la conferenza, ma ho sentito dire che tra voi c’è un mio connazionale e desidererei parlargli.”
L’ho guardata. Risplendeva di gioia. “Posso disturbarla?” disse.
Conclusi il mio discorso e, tra lo stupore di tutti, uscii con lei. A quel punto lei mi ha sorpreso di nuovo, mettendosi a parlare in persiano.
“Ma come parli bene”, dissi. “Con un leggero accento straniero, che però rende il tuo persiano ancora più commovente. Che ci fai qui?”
“È una lunga storia”, rispose lei, “andiamo a sederci su quella panchina.”
Ci siamo seduti sotto un vecchio albero e lei ha cominciato a raccontare: “È perché mia madre me l’avrà raccontata almeno un milione di volte che so la storia. Avevo quattro o cinque anni quando siamo fuggiti in Pakistan. Prima abbiamo preso un autobus, me lo ricordo bene, era una strada lunga e polverosa. La notte dormimmo in un villaggio, ospitati da una famiglia che non conoscevamo. Poi abbiamo attraversato il deserto con i cammelli, anche quello me lo ricordo bene. Eravamo in Pakistan!
C’era un contrabbandiere disposto a portarci in Australia. Una sera comparve un vecchio furgoncino. Arrivammo al mare. Quel tizio ci disse che potevamo andare in Australia con una nave. Ci accompagnò di nascosto giù nella stiva. Ci fece vedere dove potevamo trovare dell’acqua potabile e del pane. Non parlate e muovetevi il meno possibile, disse e sparì.
La nave partì. Non so da quanto tempo eravamo in viaggio. Era completamente buio là sotto. Secondo quel tizio non avremmo dovuto muoverci da lì, ma non respiravamo più.
Quando la nave attraccò c’era silenzio, era notte e si vedevano delle luci. Mia madre mi strinse al petto.
‘Siamo arrivati, siamo in Australia!’ esclamò mio padre.
Poi il capitano della nave gli disse: ‘State attenti! Ci sono molti doganieri qui. Non prendete autobus o taxi per il momento. Seguite questa strada buia, andate sempre diritto e in due ore arriverete a una città di nome Durban.’
‘Durban?!’ fece mio padre. ‘Che razza di città è Durban? È vicina a Sidney?’
‘Come, vicina a Sidney, quale Sidney?’ disse il capitano.
‘Sidney, Australia’, rispose mio padre.
‘Australia? Ma allora siete nel posto sbagliato!’
‘Perché, qui dove siamo?’ chiese mio padre.
‘In Sudafrica!’
‘E che cosa diavolo ci facciamo in Sudafrica?!’
‘Ascolta, fratello’, disse il capitano, ‘non so che accordi avessi preso. Non arrabbiarti con me. Io ti ho portato sano e salvo con la tua famiglia fino a qui. Non posso cambiare le cose. Pensa a tua moglie e a tua figlia. E non alzare la voce, altrimenti la polizia ti arresterà subito. Segui questa strada e vedi che cosa ti porterà il nuovo giorno. Chi lo sa, magari questa strada è la migliore per te e tua figlia.’
Mia madre mi mise sulle spalle di mio padre e lo tirò per la manica.
Così ci dirigemmo al buio verso delle luci che brillavano in lontananza. Salimmo su una collina dove c’era un palazzo. L’università di Durban.
‘Chi lo sa’, disse mia madre, ‘magari un giorno nostra figlia andrà a questa università.’
Sono passati quindici anni da quella notte. E adesso io studio qui.”
Risi forte.
“Meraviglioso”, dissi.
Il capitano di quella nave doveva essere un uomo d’esperienza. Segui il tuo destino! Prendi questa strada buia e vedi che cosa ti porterà il nuovo giorno. Sono parole che si addicono a un capitano. “Che cosa fanno tua madre e tuo padre?”
“I primi anni sono stati molto duri per noi. Il Sudafrica era alle prese con la rivoluzione, con l’abolizione dell’apartheid. Era impossibile vivere qui legalmente. Poi mio padre è entrato in contatto con l’anc, loro l’hanno aiutato e ci siamo costruiti una nuova vita.
Nel frattempo i miei genitori hanno fatto molta strada. Mio padre è finalmente riuscito ad aprire il suo negozio di computer. Si è fatto un buon nome tra gli indiani.”
“E tua madre?”
“Ha cominciato con un pettine e un paio di forbici e fa belle le spose indiane. Adesso ha talmente tante clienti e tante forbici che a volte non ha nemmeno tempo di pettinarsi lei!”
“Che bella vita!”
“Quanto si ferma ancora qui?” mi chiese la studentessa.
“Non molto, partiamo domani.”
“Ho letto di lei sul giornalino dell’università. Ha lasciato il paese più o meno nel nostro stesso periodo. Forse conosce mio padre, era membro di uno di quei movimenti di sinistra che combattevano lo scià. Adesso lo chiamo! Sarà felicissimo di saperlo! La prego, venga a casa nostra.”
“Mi piacerebbe, ma...”
“Aspetti”, disse lei e chiamò sua madre.
In quel momento sono comparse le poetesse.
“Ma dov’eri finito? Dobbiamo andare. Tra poco abbiamo un incontro.”
“Un incontro? Di che genere?”
“Con docenti della facoltà. E poi andiamo tutti insieme al ristorante.”
“Vedi?” ho detto alla studentessa. “Mi piacerebbe venirvi a trovare, ma devo andare con loro. Forse un’altra volta.”
“Che peccato!” ha risposto lei. “Tenga, questo è l’indirizzo del negozio di computer di mio padre. Magari riesce a fare un salto da lui.”
3
Per Davud era impossibile passare a trovare il padre di quella ragazza persiana, così andammo noi al suo posto. In realtà fu Soraya a suggerirci l’idea. Prendemmo la strada parallela al viale. Superammo il parco con i pericolosi serpenti africani, che ora si stavano infilando nelle loro tane per andare a dormire. Attraversammo una piazzetta e ci dirigemmo verso il centro di Durban.
I commercianti stavano chiudendo i loro negozi e notavamo che tutti assicuravano la porta con un grosso lucchetto. Pochi erano ancora aperti, un centro di fotocopie e un piccolo gioielliere, dove una giovane coppia stava provando degli anelli.
Le strade si erano improvvisamente svuotate. Si vedevano in giro solo vagabondi.
Soraya aveva preso l’indirizzo ed entrò in un bar a chiedere la strada. Se proseguivamo per un paio di vie, dopo un po’, sulla destra, avremmo visto le luci azzurre del negozio di computer.
Dalla vetrina gettammo un’occhiata all’interno. Il nostro connazionale stava avvitando un computer. Era un negozio abbastanza grande. A sinistra, su un lungo tavolo, aveva sistemato i computer nuovi, a destra quelli usati.
“We repair your computer”, c’era scritto sulla vetrina.
“We have new as well as used computers for you.”
“You can always trust us.23”
Mandammo dentro per primo Rumi. È sempre stato bravo in questo genere di cose e ha un’aria affidabile.
“Buona sera”, disse in persiano, “siamo passati a salutarla.”
Il nostro connazionale rimase sorpreso, ci guardò sorridendo e disse: “Che piacere! È incredibile, da dove venite? E che cosa ci fate qui in capo al mondo?”
“Siamo amici di Davud, il giornalista che tua figlia ha incontrato ieri all’università”, rispose Rumi. “Lui, purtroppo, non è potuto venire, così siamo passati noi.”
“Che onore avere un gruppo di miei connazionali nel mio negozio! È sempre stato il mio sogno veder entrare qui qualcuno dei miei vecchi amici. Questa sera ero così stanco che non avevo quasi la forza di tornare a casa, ma adesso mi sento di nuovo bene.”
“Per noi è stata una vera sorpresa sentire che qui viveva una famiglia persiana”, osservò Rumi.
“È una storia lunga”, replicò l’uomo. “Ma lasciate che mi presenti. Mi chiamo Siyamak.”
Ci siamo presentati tutti.
“Quanto vi fermate ancora?”
“In realtà stiamo facendo un giro del Sudafrica”, rispose Rumi. “Partiamo domani.”
“È grande il suo negozio”, notò Soraya, “e secondo me gli affari vanno bene.”
“Non posso lamentarmi, ma questa è un’altra storia ancora.”
“Ho sentito che sua moglie ha molto lavoro nel suo salone di bellezza.”
“Ma sapete tutto di noi!” rise Siyamak. “Dite un po’, che cosa fate stasera?”
“Per ora non abbiamo programmi”, rispose Rumi, guardandoci. “Forse faremo ancora un giro in centro.”
Siyamak prese il telefono: “Sono io. Ci sono qui dei nostri connazionali. Gli amici di quel giornalista dell’università. Sì, anche due signore. Sei a casa? Hai clienti? Okay, ti richiamo.”
E sorridendo riattaccò.
“Mi farebbe piacere se veniste da noi stasera. Potremmo mangiare un boccone insieme, bere qualcosa e parlare un po’. Non avete impegni, no? Anche mia moglie e mia figlia sarebbero molto contente.”
“Volentieri”, rispose subito Soraya. “Mi piacerebbe vedere il negozio di sua moglie.”
Noi abbiamo riso!
“E lei sarà felice di mostrarglielo!” disse Siyamak, spegnendo le luci.
Siamo saliti sul suo furgoncino.
Passammo davanti ad alberghi illuminati. All’interno si vedeva la gente al ristorante. Le venditrici di souvenir se n’erano andate e l’oceano era calmo. Siyamak doveva ancora consegnare un computer a un cliente. Parcheggiò vicino a una casa sotto un lampione, così potevamo vedere dentro.
All’inizio non volevo guardare, ma la tentazione era troppa. Nell’appartamento viveva una giovane famiglia indiana con tre bambini. Il marito stava aggiustando un attaccapanni storto. I bambini erano seduti sul divano a guardare la tv. La moglie, che indossava il tradizionale vestito indiano, era alla macchina da cucire. C’era una pentola sul fuoco.
La donna ci vide. Pensavamo che avrebbe tirato la tenda, ma non lo fece. Si alzò e riordinò un po’ la stanza, sollevò il coperchio della pentola, ci guardò e sorrise.
Siyamak tornò e ripartimmo. Ci fermammo davanti a una casa isolata, con grandi alberi davanti.
Una donna dall’aria allegra aprì la porta accogliendoci cordialmente.
“Benvenuti!” disse. “Che cosa vi porta qui?”
“Il vento”, rispose Soraya. “Ma naturalmente lei sa cosa intendo.”
“Puoi ben dirlo! Accomodatevi! Da questa parte!”
La casa era arredata in stile persiano. Il pavimento era coperto di tappeti pregiati e ai muri erano appesi souvenir di Esfahan. Sulla mensola del camino c’erano foto di genitori e famigliari. E, come in tutte le famiglie persiane tradizionali, c’era del tè appena fatto sul tavolo e un vassoio di frutta, biscotti, dolci, una ciotola d’acqua, candele e fiori profumati.
Siyamak mise subito su la classica, malinconica musica persiana.
“Per me è come una visita di famiglia”, disse Soraya, felice, “è come se fossi venuta a trovare mia sorella maggiore. Avevo quasi dimenticato come si ricevono gli ospiti.”
Aveva ragione, anche noi avevamo la stessa sensazione. Bevemmo il tè e parlammo di tutto, soprattutto del periodo della rivoluzione e della nascita del regime degli ayatollah. Degli arresti, delle esecuzioni e della fuga.
In quel momento entrò la figlia. Ci baciò tutti allegramente e ci diede il benvenuto.
“Parli bene il persiano”, osservò Forugh.
“È colpa di mio padre”, rispose lei. “Tutti i giovedì mi imponeva un’ora di lezione.”
“È vero”, disse Siyamak, “adesso però sei contenta.”
“Certo!” rise lei.
“Ho sentito che ha un negozio di parrucchiera e molti clienti”, disse Soraya rivolta alla padrona di casa. “È una celebrità a Durban.”
“Ma no, ma quale celebrità!” esclamò la moglie di Siyamak. “Chi te l’ha detto? Vieni, che te lo faccio vedere.” E portò le donne nel suo negozio.
Noi rimanemmo con Siyamak.
“Accomodatevi, ragazzi!”
Rumi si sedette. Malek e io ci avvicinammo a un tavolo su cui c’erano dei computer. Eravamo curiosi. Quando eravamo ancora vivi non c’erano computer nei negozi o all’università dove studiavamo. In realtà era la prima volta che li vedevamo.
Non sapevamo come funzionassero e ci sarebbe piaciuto vederne uno all’interno. Io ho studiato matematica, anche se amavo la letteratura. Malek ha studiato fisica. Facevo il quarto anno quando mi arrestarono, Malek il terzo. Mi rendevo conto che la scienza doveva aver fatto enormi progressi negli ultimi vent’anni.
“Mi sembra di capire che aggiusti computer anche a casa”, dissi.
“Non ho molta scelta. Come immigrato non puoi fermarti mai. In realtà non facciamo altro che lavorare. Il mio negozio di computer e quello di parrucchiera di mia moglie sono diventati la nostra vita.”
“Siete mai tornati?”
“No, per ora non possiamo. Ma probabilmente nostra figlia tornerà l’estate prossima. È adulta ormai e ha un passaporto sudafricano.”
Gli facemmo domande sulle diverse componenti dei computer e, quando lui capì che volevamo saperne di più, ne aprì uno e ci spiegò come funzionava.
È stata una scoperta meravigliosa. Dopo un po’ le donne tornarono e ci fecero una bella sorpresa. La moglie di Siyamak aveva tagliato i capelli corti a Soraya e le aveva truccato gli occhi con il muschio persiano. Era stupenda.
Anche Forugh aveva fatto qualcosa al viso e ai capelli, ma non si notava troppo. Lei non si fece avanti per farsi vedere, mentre Soraya voleva che la ammirassimo in tutta la sua bellezza. Guardandosi allo specchio ha detto: “Allora, uomini?! Che ne dite? Sto bene così?”
Ci mise in imbarazzo. Non eravamo abituati a rispondere a domande del genere.
Rumi diventò rosso, Malek mi guardò e sorrise. Toccava a me rispondere.
“Stupefacente!” dissi.
“Non è una risposta alla mia domanda, questa”, protestò lei.
Con l’occhio sinistro vedo le cose in modo confuso, così girai un po’ la testa e la guardai con quello destro, poi dissi: “Sei bella! Sei di una bellezza stupefacente! Soraya!”
Soraya era la nostra prediletta. È sempre stata una ragazza speciale. Non c’era nessuno che non provasse simpatia per lei. E quando l’hanno uccisa in quel modo atroce, abbiamo sofferto tutti.
Ero ancora in prigione quando morì. E quando lo seppi, decisi di non lasciare più spazio ai compromessi, mi ribellai al regime e usai parole dure contro la religione. Per questo non ho ottenuto una diminuzione di pena. Mi misero al muro e mi spararono.
Non caddi subito, inciampai, mi inginocchiai e poi caddi con la fronte per terra. Da allora ho spesso un leggero mal di testa e non vedo più tanto bene con l’occhio sinistro.
Soraya era chiaramente contenta della mia ammirazione. Ma io volli esagerare: “Già allora eri la ragazza più bella dell’università, e adesso sei ancora più bella e più piena di vita. Mi fa piacere vederti così allegra.”
Dovevo dirglielo, perché non aveva mai avuto la possibilità di essere ammirata da un uomo.
Rumi non la guardava, ma sorrideva scuotendo la testa con aria di approvazione. Frequentava la nostra stessa università. Sapeva di che cosa parlavo quando dicevo che Soraya era la ragazza più bella dell’ateneo.
Siyamak aprì una bottiglia di vino rosso. Bevemmo e parlammo della patria.
Fu una serata indimenticabile. Le donne salirono di sopra a vedere la camera della figlia di casa, Marjan. Noi brindammo. Rimanemmo quasi fino a mezzanotte ed era nostra intenzione fermarci ancora un po’, ma Soraya voleva andare via.
Siyamak ci accompagnò fino al viale. Lì gli stringemmo la mano e gli augurammo buona fortuna.
Quando se ne andò, seguimmo Soraya in spiaggia.
Vicino a riva c’era un giovane, accanto a una barca che dondolava. Soraya sapeva chi era, noi no. Ma lo capimmo presto. Capimmo anche che non era lì per caso. C’era un motivo se Soraya si era fatta tagliare i capelli corti. Ecco perché aveva voluto vedere il negozio di parrucchiera della moglie di Siyamak.
“Io vado”, disse.
Noi non dicemmo niente. Sapevamo che non poteva fare altrimenti.
“Forse tornerò, forse no”, la sentimmo dire nel buio della notte.
Soraya è partita.
Lui la stava aspettando.
Lei gli si è avvicinata in punta di piedi.
Abbiamo visto che lui la baciava.
Che le metteva un braccio attorno alle spalle.
Poi sono andati via.
Noi restammo a guardarli mentre se ne andavano.
Non sapevamo se l’avremmo più rivista.
Ci siamo rivolti a lei e all’oceano e abbiamo recitato la poesia di Ellen, che ieri sera avevamo cercato di imparare a memoria:
Come Inhaca guarda verso la costa, così mi sono voltata
Verso di te, con la mia bocca morbida, con i miei seni...
Quanto tempo ancora prima di ricongiungermi con i
tuoi ampi
boschi di anacardi, prima di poter collimare,
il tuo braccio coperto di giunchi attorno a me
il tuo corpo scuro il mio corpo?