VII.
Resistere

Un mondo nuovo

Il paesaggio cambia all’improvviso. È come se gli spettatori ai lati della strada si fossero allontanati di qualche metro; come se i colori del paesaggio fossero più sbiaditi, quasi sbiancati dalla luce nuova penetrata nel nostro orizzonte in movimento. Anche i rumori cambiano: le voci si fanno confuse, ovattate, mentre i passi sull’asfalto diventano più netti, il loro ritmo ossessivo sembra riecheggiare ovunque. Fuori e dentro di noi. Nel petto e nella testa.

Basta distrazioni. Non c’è nemmeno il tempo di formulare questo pensiero che già lo abbiamo capito: siamo entrati in una fase diversa della gara, in una dimensione diversa della nostra avventura. È uno dei momenti più difficili di una maratona. Non dobbiamo aumentare l’andatura, non ancora: in realtà non dobbiamo fare quasi nulla, tranne mantenere il controllo e sostenere con la volontà e la concentrazione uno sforzo che si è fatto più duro. La corsa improvvisamente chiede di più al nostro corpo e alla nostra mente. È un cambiamento che è impossibile non percepire, e non può fare a meno di creare qualche incertezza, di addensare qualche ombra anche nel cuore del corridore più esperto.

Prendiamo in considerazione la migliore delle situazioni possibili: metà gara, il tempo di passaggio è quello previsto, la respirazione è regolare e i muscoli rispondono a dovere. Non ci sono ancora veri segnali di allarme, dunque; ma nell’arco di pochi minuti si inizia ad avvertire l’impegno necessario a mantenere l’andatura costante. Nei primi chilometri bisognava stare attenti a non lasciar andare le gambe, rischiando di bruciare energie insostituibili; poi, trovato l’equilibrio – prima possibile – ci si è concentrati sulla fluidità e sulla regolarità della corsa, senza che ogni singola falcata desse l’impressione di costare fatica. Non è più così. Ora i muscoli iniziano a far sentire la tensione che si accumula ad ogni impatto sul terreno, e la forza che si libera quando le fibre si distendono per iniziare la fase di volo. Ora ogni passo acquista un peso, che deve essere sostenuto e controllato. Ogni passo, all’improvviso, non accade più da solo, in una dimensione che potevamo quasi osservare dall’esterno, ma soltanto grazie alla nostra volontà.

È appena un’ombra, ma cala nell’anima di tutti i maratoneti e incupisce il loro sguardo. D’un colpo svanisce la felice illusione di poter correre senza soffrire. I più esperti sono preparati ad affrontare questo passaggio decisivo, senza confonderlo con una vera crisi; i meno esperti possono provare qualcosa di simile allo smarrimento, che minaccia di trasformarsi in demoralizzazione. Nella loro mente si intrecciano voci diverse e contrastanti: a quella positiva e amica che ripete «hai lavorato bene: sarà dura ma ce la farai», se ne aggiunge un’altra che obbedisce all’istinto di conservazione, e che rifiuta la sofferenza fisica interpretandola come segnale di pericolo.

È un’esperienza simile a quella che proviamo tutti passando dalla fanciullezza all’età adulta. Alla fine dell’adolescenza si acquista consapevolezza del fatto che vivere richiede impegno e fatica, e nonostante tutto le cose potrebbero non andare come avevamo sperato; ci si accorge, con una sensazione a metà tra paura e orgoglio, che non esistono più spazi completamente sicuri e ore tranquille, al riparo nell’abbraccio di un padre e di una madre, capaci per noi di caricarsi sulle spalle il peso del mondo: dobbiamo percorrere la strada che abbiamo scelto contando sulle nostre capacità, il nostro entusiasmo, la nostra forza fisica e morale. Il corridore che sente arrivare la sofferenza deve maturare e affrontare nuove responsabilità; deve sentirsi come il ragazzo che va via da casa, un po’ spaventato ma pieno di aspettative, pronto a usare tutte le sue qualità migliori. È inevitabile abbandonare le illusioni dei primi chilometri, che pure hanno avuto una funzione importante: se i sogni dell’infanzia possono tenerci compagnia e ispirarci anche più avanti negli anni, la sensazione di leggerezza e facilità dei chilometri iniziali invece deve sopravvivere nel gesto atletico, deve restare presente nella percezione che abbiamo della nostra azione di corsa, a cui tentiamo di restare fedeli nonostante le difficoltà della seconda parte della gara.

In questo mondo nuovo ci si ritrova da soli. Non è più il momento di scambiare qualche parola con i compagni di gara, o cercare tra la gente un volto amico, o rispondere al saluto di uno spettatore. La maratona inizia a esigere tutta la nostra attenzione e dobbiamo dare retta solo a lei. La prima cosa che ci chiede di fare, se fin qui non abbiamo commesso errori, è mantenere inalterata la spinta. Con tutti i mezzi a nostra disposizione: cuore, testa, gambe, ovviamente. E piedi.

Pensare ai piedi

Sembra strano, ma pochi podisti si rendono conto di essere davvero tali, ovvero «gente che usa i piedi». Pochi, per la verità, si accorgono di avere dei piedi, oltre che delle gambe, e di poterli sfruttare non solo come indispensabile base di sostegno, ma come strumento essenziale per la corsa. E quasi nessuno sa ascoltarli: cosa invece molto utile, perché i piedi trasmettono informazioni essenziali, permettono al corridore di sentire il modo in cui il corpo si appoggia e poi si stacca dal terreno, che è poi il modo più semplice e immediato di cui dispone per valutare il proprio stato di affaticamento e l’efficienza del gesto atletico, ovvero la sua condizione generale e le speranze rimaste di non cedere alla fatica prima del traguardo.

Mauro, uno dei miei più cari amici – e l’atleta più forte che io abbia mai allenato – mi fa arrabbiare e sorridere, quando corriamo insieme. Al ritmo della mia corsa lenta – oggi tra i 4’45” e i 4’30” al chilometro – lui ancora passeggia, o quasi; e quindi si chiacchiera amabilmente, come è giusto fare nei giorni di recupero. Ma c’è un rumore che ci disturba: quello dei suoi piedi. Io ho un appoggio appena percettibile, se non sono troppo affaticato; lui, pur essendo un ottimo maratoneta, si fa sentire da lontano. Inutile dirgli «se impari a correre in silenzio puoi migliorare di cinque secondi a chilometro»: niente. Esercizi tecnici: niente. Nel senso che, come succede purtroppo alla maggior parte dei corridori non professionisti, anche di alto livello, non ne fa e non ne ha mai fatti. Sensibilità del piede: non sa cosa sia. Ci vuole un po’ di fortuna, e predisposizione: per me è abbastanza naturale percepire la pianta che assorbe l’urto, si carica e si inarca per aiutare l’avampiede a spingere via il terreno. Per Mauro no. È leggero, elastico e fluido nell’azione di corsa; possiede per tutti gli altri aspetti una tecnica invidiabile, ma l’impatto è troppo secco, rigido, con una perdita potenziale di efficienza non trascurabile.

Va bene: non si può essere perfetti. A 40 anni compiuti, con un lavoro impegnativo e una splendida famiglia, Mauro è ancora capace di chiudere una mezza maratona in 1h12’, e quindi può anche accontentarsi. Certamente. Ma io non smetterò, quando capita, di ricordargli che dovrebbe pensare anche un po’ ai suoi piedi. Prima di tutto perché è bello fare le cose per bene; in secondo luogo perché compenserebbe, in qualche misura, il peggioramento delle prestazioni dovuto al trascorrere del tempo; e poi perché si potrebbe parlare senza avere nelle orecchie il metronomo delle sue scarpe che battono l’asfalto.

Non mi ha mai preso troppo sul serio, devo ammettere. Ma la bellezza della corsa, a prescindere dai risultati, sta nel fatto che ci permette – anzi ci dovrebbe costringere – di acquisire una maggiore consapevolezza del nostro corpo, che è il modo migliore per superare le difficoltà e resistere alla fatica. Conoscersi dalla testa ai piedi, letteralmente: conoscere le proprie debolezze caratteriali, per spegnere sul nascere le voci scoraggianti che ci porterebbero ad abbandonare l’impegno fisico quando sconfina nella sofferenza; conoscere il cuore, per sottoporlo a uno sforzo molto intenso ma non eccessivo, mantenendo il controllo; conoscere gambe e piedi, la forza e l’elasticità dei muscoli, la loro capacità di sopportare e reagire. Anche i piedi: che sono strumenti sofisticati, e se utilizzati a dovere sono capaci ad ogni passo di accumulare e liberare energia, di assorbire l’urto del terreno (diminuendo i danni subiti dalla muscolatura degli arti inferiori) e restituire una spinta utile a mantenere la velocità della corsa.

Per i più fortunati è un fatto istintivo. Gli allenatori esperti sanno giudicare a colpo d’occhio quella che chiamano la «reat­tività» dei piedi di un atleta; ed è una delle qualità più difficili da acquisire, se non la si possiede per natura. Una delle tante piccole cose che, sommate insieme, fanno un campione. Sentire l’appoggio, assorbire l’impatto con il terreno e poi riuscire a spingerlo via articolando il piede è importante in qualsiasi tipo di corsa, e in tutte le fasi di una maratona; ma diventa fondamentale quando si inizia a percepire la fatica, o meglio la necessità di fare fatica per mantenere l’andatura costante: lavorare bene coi piedi può aiutare a correre in modo efficace senza sovraccaricare i muscoli delle gambe, in particolare i quadricipiti femorali, che col passare dei chilometri sono comunque destinati a sostenere il peso maggiore dello sforzo.

È un aiuto marginale; ma dopo metà gara ci troviamo d’improvviso nella condizione in cui ogni aiuto, anche il più piccolo, può diventare decisivo per alterare a nostro favore l’equilibrio tra fatica e resistenza. Per i meno esperti, perdere nel giro di pochi minuti la facilità di corsa dei primi chilometri può essere particolarmente scoraggiante; per tutti è un ostacolo da superare facendo ricorso non soltanto alla forza di carattere – ce ne sarà bisogno più avanti: meglio conservarla, perché nemmeno lei è una sorgente perenne – ma a mezzi più facili da reperire e utilizzare. Tecnica di corsa, analisi delle difficoltà, concentrazione.

La miglior difesa

Siamo costretti sulla difensiva, inutile negarlo. Non è una regola: ma parlando con tanti corridori ho raccolto numerose testimonianze simili, tanto da convincermi che esista una fase della gara in cui è necessario arroccarsi, per usare un termine scacchistico; ovvero, bisogna rendere più solida la propria posizione, perché stiamo per affrontare momenti davvero difficili. Ogni maratona è una storia piena di sorprese, diversa da ogni altra; ma fa parte di una grande narrazione che ha dei capitoli comuni, dei passaggi quasi obbligati. Il campione da due ore e l’amatore da quattro non vivono certo la stessa esperienza, ma entrambi, inevitabilmente, attraversano una soglia in cui la velocità «giusta» comincia a causare sofferenza. Il corpo avverte il corridore; ovvero pone un problema, e chiede delle risposte.

Gli atleti di alto livello lo ascoltano e lo rassicurano a modo loro, concentrandosi sulla fluidità e l’economicità della corsa; proiettano d’istinto le sensazioni negative al di fuori della propria mente, rendendole quasi inoffensive. Anche i meno esperti dovrebbero imparare a fare la stessa cosa. La concentrazione è, in questa fase, la migliore difesa di cui dispongono i maratoneti, quale che sia il loro livello: una sorta di autoipnosi che può essere basata sul ritmo del respiro, o delle falcate, o su un qualsiasi altro elemento adatto allo scopo – conoscevo un top runner che per isolarsi dal mondo sfruttava elementi del paesaggio, alberi, macchine parcheggiate, cartelli stradali: qualsiasi cosa, insomma, che allineata con ordine nella sua mente, enumerata, catalogata, gli consentisse di estraniarsi dalla percezione della fatica crescente, concentrandosi invece nella ripetizione del gesto atletico.

Ognuno si arrangia come può. La musica può aiutare: non quella reale diffusa da telefonini e cuffiette, che sarebbe anzi da eliminare non soltanto in gara – dove è proibita comunque – ma anche in allenamento, proprio perché distrae, perché impedisce di focalizzare l’attenzione su quello che conta davvero. La musica che aiuta è una musica interiore; un ritmo e una melodia che la memoria ci offre recuperandoli in maniera sorprendente da fonti anche lontane nel tempo. Tutti i corridori lo hanno sperimentato: una canzone che pare rimanere impigliata nel respiro e nelle falcate, che si ripete e si ripete per chilometri interi, finché qualcosa di più forte riesce a soffocarla. Play it again, Sam... «Suonala ancora», mi viene voglia di suggerire a quella parte di me che lotta per mantenere il controllo delle operazioni, ripetendo la celebre battuta attribuita da Woody Allen a Bogart in Casablanca. Suonala ancora: perché nel frattempo l’andatura resta regolare, passano i minuti, la strada diventa un po’ più breve.

Musica in solitudine, dunque. O immagini esterne, ­ritmo del respiro o delle falcate, ma sempre in funzione del con­centrarsi sull’azione di corsa per renderla più fluida possibile. Age quod agis è un bellissimo motto, apprezzato e citato da molti intellettuali dei secoli passati: significa «dedicati a ciò che stai facendo», con tutta la tua attenzione. Un motto perfetto per la fase centrale e decisiva della maratona: la mente aiuta il movimento, evita dispersione di energia, mantiene sotto controllo i «sistemi di allarme» che il fisico sta cominciando inevitabilmente ad attivare, e che di fatto ostacolano la corsa.

È bellissimo correre in compagnia, con gli amici, ma di quando in quando bisognerebbe allenarsi da soli. È senza dubbio piacevole cercare compagnia in una bella playlist, ma non è consigliabile se si vuole migliorare davvero. Perché ogni passo conta. Ognuno dei diecimila passi di un allenamento normale, o dei trenta o quarantamila di una maratona: se fossimo capaci di controllarli uno per uno, senza distrazioni – l’appoggio, la postura del corpo al momento del contatto col suolo, l’assorbimento dell’impatto, la spinta, la coordinazione gambe braccia respiro – saremmo in grado di correre meglio, più velocemente e con meno fatica. Una concentrazione assoluta, o quasi, è una qualità dei campioni; ma tutti dovrebbero cercare di dedicare la propria attenzione al modo in cui stanno eseguendo un gesto che è solo apparentemente facile. Invece è sempre più frequente vedere podisti che corrono malissimo con la testa altrove: è uno dei mali della nostra epoca, del resto, che non può non riflettersi anche nell’attività fisica.

Invece: age quod agis. Lo farai subito meglio, ed è il solo modo per scoprirne tutta la bellezza. Non è facile e non capita sempre: ci sono giorni in cui sono felice di poter scambiare quattro chiacchiere coi miei compagni, dimenticando i chilometri e la fatica; altri giorni in cui, da solo, vorrei una distrazione qualsiasi, perché le gambe non girano e la testa è appesantita da troppi pensieri che non mi riesce di cancellare. Ma per fortuna, quando ci si concentra nella corsa, capita più spesso che la corsa pulisca la mente: e allora accade un piccolo miracolo, perché il respiro si accorda al passo e all’intensità dello sforzo, e un tratto di strada diventa una dimostrazione cartesiana dell’armonia di un corpo in movimento.

Fidarsi è bene, in questo caso. La corsa è sempre fatica, inutile illudersi; ma è anche scoperta ripetuta di una piccola meraviglia, che tutti possono raggiungere. È anche, o forse soprattutto, educazione al vivere, perché il principio del dedicare tutta la propria attenzione a ciò che si sta facendo, se applicato in altri campi, finisce per dare risultati molto simili: migliore efficienza, stupore per i tesori nascosti di un’attività di cui, fino a quel momento, avevamo sfiorato solo la superficie. La concentrazione consente di andare a fondo nelle cose; ed è il solo luogo dove si incontra la bellezza.

Concentrarsi, quindi. Correre con la testa, ogni volta che si riesce, anche in allenamento; in gara, nel cuore della maratona, cercare di difendersi con la massima attenzione dall’inizio della sofferenza, che fa spavento. Poi le cose cambieranno ancora: ma per un buon tratto, se non abbiamo sbagliato qualcosa, la concentrazione può farci guadagnare minuti e chilometri preziosi. Se invece abbiamo commesso degli errori a questo punto non soltanto siamo soli, ma siamo soli nel buio.

Combattere un altro giorno

Il momento giusto per abbandonare è prima che sia troppo tardi. Sembra una battuta o un gioco di parole; è invece uno dei migliori consigli che si possano dare a chiunque affronti una maratona. Il momento giusto è tra il ventesimo e il ventottesimo chilometro: ovvero, prima di costringere i muscoli a sopportare uno sforzo tale da danneggiare i tessuti in profondità, e costringere poi l’atleta a un lungo recupero.

Non bisogna dimostrare niente. Nemmeno chi è alla sua prima esperienza: trascinarsi per tutta l’ultima parte della gara serve solo a farsi del male, a volte a perdere il senso stesso della corsa, e sempre a smarrire la bellezza del gesto atletico, che esiste anche alle andature più tranquille, purché si mantenga un certo equilibrio tra affaticamento ed efficienza. C’è una sola eccezione alla regola che ho appena enunciato, quella di Emil Zátopek: ma siete in testa a una maratona olimpica, è comprensibile che non vogliate mollare a nessun costo, l’oro e la vittoria contano più di qualsiasi altra considerazione.

Anche se siete in testa alla gara podistica di paese, per la verità, può valer la pena soffrire per godersi poi un arrivo a braccia alzate. Ma non capita spesso, anzi a moltissimi runners non capita mai. Allora datemi retta: non dovete far vedere a nessuno quanto siete «tenaci», quanto siete in grado di sopportare la sofferenza. Se quello è il vostro scopo, ci sono altri modi. Tenete in mano un cerino acceso come fa Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia, camminate di qui al Polo Nord trainando una slitta con un cane sopra, mangiate cinquecento uova sode. Divertitevi altrimenti, se vi diverte davvero: il Guinness Book of Records è pieno di esempi più o meno eccentrici di forza, resistenza, caparbietà. Una maratona è un’altra cosa: è atletica, è un gesto naturale portato al suo limite, o meglio al limite a cui ciascun corridore può arrivare sfruttando all’estremo le proprie qualità psicofisiche; è ricerca del bello e del vero, perché questo è il risultato di un allenamento ben concepito e ben eseguito, un corpo che si muove nello spazio in maniera armonica, e che raggiunge dei risultati esclusivamente sulla base delle forze che è in grado di sviluppare con i muscoli e dominare con la mente.

Sbagliare è umano. Capita anche ai più esperti, e in molti modi. Ci si può illudere sulle proprie capacità, impostando la gara su un ritmo troppo rapido; si può sottovalutare l’importanza dell’alimentazione nell’ultima settimana; sbagliare orario di viaggio; bere un caffè di troppo il sabato sera e passare la notte in bianco; mettere scarpe nuove, e soffrire per le vesciche. Il campionario tra cui scegliere è ampio, e non è detto che ci si accontenti di un solo prodotto: una volta sono partito troppo veloce e con scarpe nuove, un’altra ho mangiato troppo poco – a Rotterdam, non proprio la patria della gastronomia mondiale – e ho dormito malissimo. In ogni caso, i nodi vengono al pettine, senza scampo, dopo il ventesimo chilometro.

Esistono e si incontrano, durante una maratona, quelle che si possono definire una sofferenza giusta e una sofferenza sbagliata, eccessiva. Tutto sta a saperle distinguere in tempo. È normale, dopo un’ora e mezzo di corsa, iniziare a sentire le gambe pesanti e il cuore più vicino alla sua frequenza massima; è il cambiamento di cui ho parlato, che cancella l’illusione di poter concludere la gara senza dolore, ma può essere affrontato facendo ricorso alle proprie qualità di resistenza generale e specifica, fisica e mentale. Non è normale, invece, sentire i muscoli doloranti e legnosi, o il fiato troppo corto, o le gambe improvvisamente deboli e vuote. In questo caso è impossibile concludere la gara in maniera soddisfacente, anche facendo appello a tutta la forza di volontà di questo mondo: al massimo, con grande fatica e soffrendo più del necessario, si potrà tagliare il traguardo a un’andatura decisamente inferiore, arrivando a perdere anche un minuto al chilometro.

Non è solo una questione di cronometro. Continuare a correre quando la scorta di glicogeno disponibile nei muscoli e nel fegato è prossima all’esaurimento, consumata troppo presto per gli errori cui ho fatto cenno, significa sottoporre il fisico a uno stress eccessivo. I muscoli sono costretti ad «autodistruggersi» per produrre energia – è il processo noto come catabolismo muscolare39 – innescando un circolo vizioso che non lascia possibilità di recupero, perché le fibre danneggiate ne riducono l’elasticità, facendo ulteriormente peggiorare la già compromessa azione di corsa. Questo senza contare ciò che accade ad altri organi, che devono lavorare in condizioni di estrema difficoltà. Quando diminuisce in maniera critica il glicogeno disponibile per l’attività cerebrale, il sistema nervoso invia ordini tassativi, ormai quasi disperati, per interrompere lo sforzo e preservare quel minimo di lucidità necessaria a sopravvivere: qualcuno ce la fa anche in quel caso a insistere, a non smettere di correre, dando prova di una determinazione quasi sovrumana, ma con una efficienza a quel punto ridotta davvero al minimo.

O anche meno. Capisco il desiderio di mostrare a se stessi e al mondo la propria forza di volontà: ma è un errore, non soltanto perché mette il fisico del maratoneta a rischio senza alcun vero scopo, ma perché significa snaturare il senso della corsa. Che non è semplicemente arrivare dal punto a al punto b comunque sia, ma di arrivarci il più velocemente possibile in relazione alle proprie capacità. Anche l’amatore più tranquillo, che si è allenato per concludere una maratona in poco più di quattro ore (al ritmo di 6’ al chilometro, quindi), può sbagliare qualcosa, o semplicemente non trovarsi nelle condizioni ottimali per affrontare quella gara in quel giorno, e purtroppo può rendersene conto non prima della partenza, ma verso metà percorso: a quel punto, piuttosto che trascinarsi fino al traguardo a un ritmo più lento, costosissimo in termini sia fisici che mentali, farebbe meglio a fermarsi, analizzare i motivi che gli hanno impedito di rispettare le proprie aspettative, e ritentare qualche settimana o qualche mese dopo.

Ma come si fa ad essere sicuri di non arrendersi troppo presto a una crisi passeggera? Ovvero, in altre parole, di non cedere senza combattere di fronte a quella che ho definito la sofferenza giusta, la dose normale di fatica che comincia a ispessirsi e a pesare sulle gambe e sulla mente attorno al ventesimo chilometro, o poco oltre? Non è questione da poco. Soprattutto i meno esperti possono essere indotti a insistere, contro ogni ragionevolezza, perché non si sentono sicuri del proprio giudizio: ripetono a se stessi di non essere deboli, si convincono che dev’essere normale provare sensazioni tanto spiacevoli in una gara tanto lunga – di sicuro hanno sentito molte volte descrivere la durezza della gara, anche da persone che considerano molto più forti di loro –, e quindi bisogna essere forti e non mollare. Al contrario, i maratoneti non proprio alle prime armi sanno quasi sempre valutare quello che sta accadendo alle loro gambe e al loro cuore: sanno riconoscere e distinguere un normale segnale d’allarme, che possono gestire concentrandosi sull’azione di corsa, dall’inizio di una crisi che, se si manifesta troppo lontano dal traguardo, non può essere superata senza danno.

Ogni atleta ha la propria storia di vittorie e fallimenti. È inevitabile: si impara da entrambe le esperienze, nonostante sia spesso difficile individuare le ragioni precise. I giorni belli mantengono per sempre la loro magia (almeno a me accade così): ancora mi pare di sentire nelle gambe e nel respiro la leggerezza degli ultimi 10 chilometri della maratona di Milano del 2004, o la strana facilità della corsa solitaria a Russi nel 2015. Rimane ben viva, è naturale, anche la memoria dei momenti in cui ho dovuto cedere: tutti amari, innegabilmente amari, e tutti diversi. A Rotterdam nel 2000 passai con buone sensazioni al chilometro 28, due terzi di gara; pochi minuti dopo mi ritrovai con le gambe completamente vuote, smarrito, confuso, e un paio di chilometri più avanti ero seduto per terra. A Palermo, campionati italiani master del 2008, stessa cosa: con la sola differenza che la crisi arrivò troppo tardi per fermarmi senza combinare guai, e mi trascinai per gli ultimi 5 chilometri perdendo quasi altrettanti minuti e il podio della mia categoria. In tutti e due i casi avevo fatto il turista e mangiato troppo poco nelle ventiquattr’ore precedenti la gara: ma non avrò mai la certezza che le cause della crisi siano state davvero un museo in più o un piatto di riso in meno, perché in altre occasioni ho corso buone gare comportandomi in maniera altrettanto imprudente.

Quello che so, perché l’ho imparato a mie spese – come capita a tutti i maratoneti – è che ci sono giorni in cui è meglio ritirarsi in buon ordine, piuttosto che insistere a tutti i costi. Mi sento di consigliare una regola di facile applicazione: se vi capita di andare in crisi prima del trentesimo chilometro – ovvero: se non riuscite in alcun modo a mantenere l’andatura, e siete costretti a rallentare sensibilmente e bruscamente – allora lasciate perdere. Non continuate a correre male; non è per questo che vi siete allenati. Avete sbagliato qualcosa, non è raro nella vita: cercate di capire l’errore per non ripeterlo, ma non insistete. Never reinforce failure è una delle regole d’oro della strategia, un principio che è saggio applicare in ogni campo. A nessuno fa piacere una sconfitta, è ovvio ed è giusto: ma non dovete farne un dramma, non dovete accusare voi stessi di essere stati poco coraggiosi o poco determinati. Avete soltanto preso atto del fallimento di un giorno. Tornerete ben presto a correre con più entusiasmo e più consapevolezza dei vostri limiti.

La sconfitta fa parte del gioco: quello che importa è non perdere di vista il senso della corsa, che, ripeto, è un corpo umano spinto a muoversi alla massima velocità di cui è capace in relazione alla distanza che deve percorrere. Non lasciatevi catturare dalla retorica del «farcela a tutti i costi»: non appartiene alla disciplina della corsa di resistenza, che è durissima di per sé, e può insegnare molto solo se la si comprende e la si vive nel modo giusto. C’è un equilibrio possibile tra velocità e distanza, diverso per ciascun corridore ma non meno vero per l’amatore che per il campione: non importa se correte a 20, a 15 o a 10 chilometri l’ora, l’importante è che siate in grado di mantenere la vostra andatura, che avete costruito con mesi di allenamento e di cui potete andare comunque fieri. Quando la perdita di efficienza la compromette in maniera irreparabile è meglio fermarsi. Perché in realtà avete già smesso di correre.

Diecimila ore e due birre

«C’è una cosa che ancora non mi so spiegare, dopo tanto tempo...»

«Una sola?»

Sembriamo i due vecchi amici sconfitti sulla riva del­l’Atlantico, nell’ultima scena de Il vento e il leone. Abbiamo perduto tutto, ma ci abbiamo provato. O qualcosa del genere.

«Sono più di trent’anni che corro. Molto più di metà della mia vita. E ancora non ho capito chi me lo fa fare.»

Non è una bella serata. Dopo un fallimento, con poche prospettive di riscatto, si sente il peso delle ore trascorse a cercare una condizione ottimale che non è mai arrivata, oppure è svanita qualche settimana prima della gara. I sacrifici fatti e imposti: quante domeniche io e Daniela avremmo potuto restare al caldo sotto le coperte, o portare nostro figlio a visitare una bella città, o a camminare su un sentiero di montagna. E invece: sveglia alle sei e mezzo, colazione solitaria, allenamento lunghissimo. E poi pranzo, sonnellino, pomeriggio in pantofole con un libro in mano.

Angelo non mi risponde nemmeno. Non è che parli molto, ma spesso basta il suo silenzio a farmi ritrovare equilibrio. Ora mi sta guardando con l’aria di chi esercita la virtù della pazienza: sa che non penso davvero quello che ho appena detto. Che ho capito benissimo «chi ce lo fa fare», a me a lui e a tutti gli altri, ma di quando in quando ho bisogno di riscoprirlo. Dimenticare per un momento il senso di un’attività così costosa, in termini di tempo e fatica, per osservarlo con distacco, riconsiderarlo, e poi farlo di nuovo mio. Stasera riesce più difficile, nonostante tutto.

Un’altra birra. Cosa prepareremo il prossimo anno? Ci sarà un prossimo anno di allenamenti e di gare? Ne ho ancora voglia?

«Ti ricordi la legge delle diecimila ore?». Angelo scuote la testa. Ha ragione, non ne abbiamo parlato di recente. Forse non ne abbiamo parlato affatto. Colpa della seconda birra.

«Qualcuno – ma non ricordo chi – ha detto che per fare davvero bene una cosa bisogna esercitarsi per diecimila ore. Soltanto a quel punto si può essere in grado di praticare un’attività nel modo giusto, e di capirne il senso.»

Facciamo due conti? Un’ora al giorno di media significa trecentosessantacinque ore in un anno. Quindi in trent’anni devo essere arrivato al traguardo delle diecimila ore. Gli anni sono quasi trentacinque, ormai, eppure non mi sento molto più vicino al senso della vita.

«Della vita?», Angelo mi guarda inarcando le sopracciglia.

«Della corsa.»

Ho detto della vita e intendevo della corsa? O le due cose si confondono? Si possono davvero confondere, dopo diecimila ore di vita passate a correre?

«Sei diventato una persona migliore. In tutto quello che fai. Per me è così, almeno. Anche se non me ne rendo conto subito.»

Ha ragione. Non si corre per diventare uomini o donne migliori, ma certamente si diventa migliori grazie alla corsa. Angelo che sorseggia la sua birra qui di fronte a me ne è una prova. È una delle persone che ho incontrato grazie alla corsa; uno dei compagni di allenamento che sono diventati per me un sostegno e una forza. Amici come pochi. Quando cerco di spiegarlo ad altri – a mia madre, ad esempio, che si stupiva del mio attaccamento a persone conosciute a quarant’anni – dico soltanto che, se dovessi partire per un viaggio lungo e difficile, affiderei a loro le persone che ho più care. In uno dei momenti più strani e complicati della mia vita li ho avuti accanto, Angelo Fabiano Marco e Mauro, in una sera d’inverno a correre sul fiume, scherzando come sempre, e ho sentito che non poteva succedermi nulla di male. O meglio: tutto poteva succedere, giusto o sbagliato, ma loro sarebbero rimasti con me senza far domande, forse disapprovando le mie scelte ma pronti a dividere come ogni altro giorno la fatica. Pronti a rinnovare insieme l’impegno per qualcosa che manteneva un senso e uno scopo, anche con il cuore spezzato.

«Ne hai passate di peggio.»

Angelo sembra avermi letto nel pensiero. Ha perfettamente ragione. Ne ho passate di peggio e lui era qui, seduto in questo stesso pub, un’ora dopo aver finito l’allenamento. Non è il solo modo per diventare veramente amici, ma condividere la fatica più dura, inseguire per mesi un risultato difficile, gareggiare spalla a spalla ti insegna molto su te stesso e su chi ti sta vicino. Su quello che sei disposto a fare, giorno dopo giorno, per conquistare qualcosa. Da soli – perché alla fine siamo sempre soli, di fronte ai nostri limiti – eppure insieme ad altri, ai quali dobbiamo saper chiedere e offrire aiuto.

«È un momento difficile, ma non tanto da costringerti a mollare. Come a metà gara. Sei un po’ spaventato perché fino a ieri ti sembrava che tutto andasse per il verso giusto senza fare troppa fatica, e invece ora sei un po’ in crisi. Ma in fondo sapevi che non poteva durare. E sai che questa crisi te la puoi lasciare alle spalle.»

La conoscenza, ecco uno dei motivi più veri per diecimila ore di fatica. Conoscenza di se stessi: forse la più difficile e la più utile, come sapevano già i Greci antichi che ne avevano fatto il motto dell’oracolo di Delfi. Acquisire consapevolezza dei propri limiti e dello sforzo necessario per spostarli appena un palmo più avanti. La fiducia nella possibilità di potercela fare, senza certezze e senza paure: perché l’allenamento non garantisce il successo, ma è comunque il solo modo per raggiungerlo.

La birra è finita. Siamo troppo abituati a rispettare il nostro corpo per chiederne una terza. Ci guardiamo: è ora di andare a dormire, anche perché ci aspetta un giorno di lavoro, ognuno il suo, prima dell’appuntamento serale per le ripetute in pista. Angelo mi accompagna a casa. Prima di salutarmi mi chiede se va tutto bene. «Nei limiti», gli rispondo sorridendo. I problemi restano, ma parlare con lui mi ha aiutato a recuperare il senso dei miei giorni. La vita non è mai semplice e non ci sono scorciatoie: è un insegnamento che la corsa fa assimilare in fretta. E la maratona, in poche decine di minuti, ti mette alla prova in molti modi differenti: senso di responsabilità all’inizio, poi disillusione, resistenza, spirito di sacrificio, distacco dal dolore fisico, concentrazione. C’è davvero molto, anzi tutto da imparare.

Un fragile equilibrio

La conoscenza ha dei limiti, ma è tutto quello che abbiamo per andare avanti nel mondo, e dobbiamo continuamente ampliarla. Anche in gara: dobbiamo sempre essere consapevoli della fase che stiamo attraversando. La parte centrale di una maratona assomiglia davvero alla prima età adulta: tutto può ancora accadere, o così ci piace pensare, ma ci accorgiamo con un po’ di sgomento che dovremo presto rendere conto di ogni errore, anche piccolo, commesso nei primi chilometri; e che stiamo comunque per avvicinarci a una terra sconosciuta, a sensazioni che non abbiamo mai sperimentato in allenamento, nel bene e nel male. Solo pochi atleti affrontano gare di 30 chilometri o poco più durante la lunga preparazione per la «distanza regina»: oggi ne vengono organizzate parecchie, e può essere senza dubbio una buona idea correrne una circa un mese prima della maratona, ma bisogna sapere che le sensazioni saranno comunque diverse. In una prova di resistenza la testa ha quasi la stessa importanza delle gambe: di fronte a una crisi non è certo la stessa cosa sapere che dopo una manciata di minuti si taglierà il traguardo, o che si dovrà soffrire per un’altra ora intera.

Affrontare l’ignoto può essere un’esperienza durissima. Quando il corpo in difficoltà ci chiederà di sospendere lo sforzo, non troveremo nella mente la rassicurante risposta «sai che ce la puoi fare». Ma può anche rivelarsi entusiasmante, per una ragione collegata a una delle qualità più preziose della natura umana: una terra sconosciuta non solo ci spaventa, ma ci attira. Il desiderio di esplorare fa parte del nostro patrimonio atavico di istinti e comportamenti finalizzati a garantire la sopravvivenza individuale e collettiva; il nostro sguardo è come un raggio di luce nel buio, e le regioni dove riusciamo a spingerlo si aprono alla nostra conoscenza e al nostro dominio. In una maratona accade esattamente questo: arriva un momento in cui siamo costretti a lasciare uno spazio sicuro per avventurarci in una condizione nuova e differente. In cui perdiamo la sicurezza di un ritmo che non costava troppa fatica, e dobbiamo affrontare lo sforzo – ogni chilometro più intenso – necessario a mantenerlo fino al traguardo.

Paura e fiducia: in condizioni normali – ripeto: nelle migliori condizioni possibili, se non si sono commessi errori troppo gravi – nella seconda parte di una maratona è comune provare entrambi questi sentimenti. Paura di non farcela, che si accompagna all’impulso naturale di allentare la pressione crescente sui muscoli e sul cuore; poi, d’improvviso, la percezione di una ritrovata leggerezza, come se avessimo abbandonato una zavorra nascosta, e il sollievo che diventa entusiasmo. Arriveremo in fondo: non sappiamo bene se quella appena superata era una crisi, o solo un momento di difficoltà, ma siamo di nuovo capaci di controllare il corpo in corsa. Siamo di nuovo al comando della nostra gara. La resistenza non è una condizione immobile, una roccia opposta alle onde della fatica, ma è fatta essa stessa di questi cambiamenti di stato, a volte bruschi, a volte graduali, che possono alternarsi lungo il percorso con sfumature differenti, condizionate da fattori esterni – stiamo recuperando posizioni, o le stiamo perdendo; troviamo una leggera discesa, o un lungo rettilineo reso più duro dal vento contrario, che fino a quel momento non avevamo sofferto, e così via – costringendo la mente con continui aggiustamenti a restare concentrata e reattiva.

Come ogni vera avventura, anche la maratona è piena di sorprese. Stiamo attraversando una terra straniera, questo ormai ci è chiaro. Dobbiamo scoprire in noi stessi le qualità dell’esploratore, che non commette imprudenze ma affronta con curiosità e determinazione ogni nuovo tratto di strada. L’esperienza aiuta, è ovvio: soprattutto quando possiamo richiamare alla memoria uno stato di difficoltà paragonabile, che in precedenza siamo stati in grado di superare felicemente. Ma dobbiamo sapere che ogni maratona ha la sua storia, perché la somma di variabili che concorrono a determinare il risultato finale è talmente complessa – allenamenti, dieta, clima, asperità del percorso, condotta di gara, energie mentali accumulate o dissipate nelle settimane e nei giorni precedenti, e molto altro – da renderla senza eccezione un’esperienza unica, mai del tutto prevedibile.

La tensione tra paura e fiducia, tra fatica e capacità di resistenza deve comunque tendere a un equilibrio. O meglio: è auspicabile che il corridore raggiunga un equilibrio, una sorta di stato di autoipnosi al di sotto del quale si agitano le sue emozioni, attutite, se non del tutto soffocate. Concentrazione, come ho detto; una sorta di fuga dal mondo, cercando però di restare aggrappati a un solo aspetto essenziale della realtà, ovvero l’efficienza dell’azione di corsa. È probabilmente la più importante qualità psicologica del corridore di endurance: che la capacità di svuotare la mente da qualsiasi pensiero non sia in stretta relazione con l’andatura, il passo, il respiro. Una qualità che si acquisisce col tempo, anno dopo anno, negli allenamenti più lunghi, e che in questa fase della gara diventa essenziale, perché può far risparmiare energie indispensabili negli ultimi chilometri.

Non muovete la testa, non spostate lo sguardo, non vi distraete. Guardate la strada una decina di metri davanti a voi; ogni tanto controllate di non percepire alcuna tensione nei muscoli del viso, del collo e delle spalle. Ascoltate il rumore che fanno i vostri piedi. Immergetevi nella regolarità della corsa, e nell’equilibrio che avete raggiunto tra spinta e sforzo, tra frequenza cardiaca e impegno muscolare. Quando lo avete trovato, non spaventatevi se sentite che comincia a costare fatica: abbracciatelo, fatica compresa. È la vostra andatura ed è la vostra fatica, e vi siete allenati per affrontarla. Viaggiate con la mente libera il più a lungo possibile.

Perché anche questo equilibrio, che avete conquistato a prezzo di concentrazione e tenacia fuori dal comune, spesso non dura più di qualche chilometro. Non è necessario, ma è frequente: anche se avete fatto tutto nel modo giusto – l’andatura non troppo sostenuta, niente pericolosi e dispendiosi cambiamenti di ritmo, la giusta attenzione alla tecnica di corsa – può succedere che i vostri sforzi sembrino d’improvviso vani. Avete appena finito di costruire attorno a voi una specie di involucro protettivo, una penombra rassicurante fatta di resistenza alla fatica, quando in quella penombra cominciano ad apparire fessure minacciose, e attraverso quelle fessure lampi di luce che feriscono gli occhi.

Siete di nuovo sorpresi, avete di nuovo paura, dovete di nuovo reagire. È un altro colpo alle vostre illusioni e voi siete ancora più fragili e stanchi. Perché lo capite subito, e sapete che non vi state sbagliando, anche se siete alla prima esperienza: con questo nuovo cambiamento si entra nella dimensione della sofferenza. Quella vera.

39 Con questo termine si intende la perdita significativa, nonché oggettiva e misurabile, di fibrocellule contrattili (o della loro sezione). È causato, durante una prova di endurance, dalla carenza energetica generale dovuta a esaurimento del glicogeno, che obbliga l’organismo a demolire le proteine muscolari per produrre energia.