Premessa.
Il perfetto corridore

Non riesco a dormire. Volo Seul-Amsterdam, 15 giugno 2017, le quattro del mattino di non so più quale fuso orario. Daniela riposa tranquilla; la cabina è silenziosa, soltanto qualche passeggero inganna il tempo guardando un film sul piccolo schermo di cui sono dotati i sedili dell’aereo. Provo a cercare qualcosa, ma non c’è niente che mi interessi davvero.

Non è un momento facile. Se ci penso, sento il dolore all’interno della coscia sinistra: se ne sta lì tranquillo e aspetta; non parla ma dice chiaro che sono finito. Trentacinque anni di maratone, tante soddisfazioni, tanti amici, tanta fatica – ora basta. Prima o poi qualcosa doveva succedere: ha ceduto l’articolazione dell’anca, ispessita e incapace di muoversi come dovrebbe, e si è tirata dietro l’adduttore e il tendine inguinale. Rigidi, infiammati, doloranti. Un anno fa vincevo la mezza maratona Rieti-Terminillo in fuga solitaria, adesso mi sento un ex atleta. Sono un ex atleta. Con tutto quello che ne consegue. Ho già nostalgia della fatica, delle emozioni, del piacere di correre. Mi chiedo come farò a ripensare la mia vita senza l’allenamento quotidiano, che dava equilibrio, armonia e respiro a tutto il resto.

Non ho voglia di pensarci adesso. Niente film; apro il menu dei programmi televisivi. Sezione sport, terzo titolo: The Perfect Runner, «il perfetto corridore». Mai sentito. Sarà il solito documentario su qualche moderno eroe dell’atletica leggera, Usain Bolt, tanto per cambiare, o Mo Farah, o magari Haile Gebrselassie. Esito qualche istante, non troppo convinto. Quasi rassegnato a rivedere cose già viste. Invece è una sorpresa.

Il perfetto corridore sono io. O meglio: siamo noi, tutti noi, costruiti dall’evoluzione per essere i più straordinari persistence runners – «corridori di resistenza» – della terra. Dalla testa ai piedi: dalla muscolatura del collo all’arco plantare, dalla pelle nuda coperta di pori per la sudorazione all’eccezionale robustezza del tendine d’Achille. Siamo la migliore soluzione escogitata dalla natura, in centinaia di migliaia di anni, al problema di correre a lungo. Non velocemente – in questo non siamo un granché –, ma per ore e ore, un giorno dopo l’altro, con poco riposo e una costanza eccezionale: è la sola cosa in cui non ci batte nessuno, perché il nostro corpo è stato modificato gradualmente allo scopo di superare nella corsa di resistenza qualsiasi avversario potessimo incontrare nelle savane e nelle steppe del nostro pianeta. Fino a raggiungere la perfezione, o qualcosa che le assomiglia molto, utilizzando la materia di cui la natura poteva disporre – carbonio ossigeno e derivati – e superando le forze contro cui doveva e deve ancora lottare, dalla gravità all’entropia, dall’equilibrio termico alla trasformazione dell’energia in forza propulsiva.

L’aereo fugge il sorgere del sole volando verso occidente. Io dimentico i miei guai mentre seguo il ragionamento del professor Daniel Lieberman, paleoantropologo e studioso dell’evoluzione di Harvard, affascinato e poi commosso. Non riesco a dirlo in altro modo: è come se qualcosa si smuovesse dentro di me; qualcosa che mi fa finalmente capire, mi fa conoscere una qualità nascosta nel più profondo della mia natura, mai percepita dalla ragione ma adesso tanto chiara ed evidente da apparirmi subito vera con un’immediatezza che non lascia spazio a dubbi. Per trentacinque anni sono stato un maratoneta. Discreto, niente di speciale, ma molto felice. Oggi so che per trentacinque anni, ovvero per la maggior parte della mia vita, mi sono dedicato a ciò che so fare meglio, non in quanto individuo ma in quanto specie, ed è probabile che buona parte della felicità che ho conosciuto dipendesse da questo.

Perché quando corriamo, non facciamo una cosa qualsia­si: non è una scelta di salute, non è soltanto un lavoro per i professionisti o una passione per gli amateurs, niente di paragonabile a chi si dedica al ciclismo o allo sci di fondo, al nuoto o all’arrampicata sportiva, al basket o al tennis. Tutte attività bellissime, ma per le quali non siamo stati progettati: se la natura ci avesse fatto «perfetti ciclisti», oggi la forma della nostra schiena sarebbe molto diversa; se avesse tentato di renderci perfetti nuotatori non ne parliamo nemmeno, è fin troppo ovvio. Michael Phelps è stato un campione strepitoso, ma come nuotatore valeva meno di un vecchio squalo con l’artrosi. Invece per la corsa di resistenza non potremmo essere costruiti in modo migliore, nelle linee generali: dita dei piedi lunghe esattamente quanto serve, ossa plantari capaci di assorbire l’impatto col terreno e restituire forza elastica, muscolatura delle gambe e dei glutei adatta a produrre una spinta regolare e costante in posizione eretta, un sistema di dispersione del calore di eccezionale efficacia. Siamo delle splendide macchine da corsa sulle lunghe distanze perché per centinaia di migliaia di anni è stata questione di vita o di morte sfiancare le nostre prede. Non avremmo potuto essere più veloci delle antilopi o delle zebre: abbiamo imparato ad essere più tenaci e resistenti. Per questo, quando un essere umano corre per chilometri e chilometri fa la cosa che risponde meglio alla sua forma, e realizza – ognuno nell’ambito delle sue possibilità, è ovvio – il fine per cui la natura lo ha progettato. Correre non è semplicemente «bello», o «sano»: in realtà è insostituibile, perché corrisponde alla nostra natura profonda, e per qualche ora ci rende simili ai nostri più lontani progenitori. Non ce ne rendiamo conto in modo razionale, ma per il tempo della corsa, durante quel susseguirsi di gesti identici, torniamo a vivere in sintonia con il nostro essere perché usiamo il corpo nel modo più adatto alle sue caratteristiche. E questo ci fa sentire meglio. Ci rende felici, senza che riusciamo a spiegarcene davvero il motivo.

The Perfect Runner... Sorrido mentre scorrono i titoli di coda. L’ho sempre saputo, in fondo. Mi basta ricordare una mattina d’estate, sulle colline pisane. Poteva essere il 1989 o il 1990, un’epoca in cui correvo la maratona attorno alle 2h27’. Allenamento lungo, ovvero una trentina di chilometri in un paio d’ore. Escono con me degli amici a cavallo: senza riflettere gli dico «statemi un po’ accanto, così mi fate compagnia, poi andate, ci vediamo a pranzo». Non succede. O meglio: succede l’opposto. Io sono in buona forma e viaggio a un’andatura costante vicina ai 15 chilometri l’ora, senza badare troppo a salite e discese. I cavalli devono galoppare per superarmi, ma appena si mettono al passo li riprendo e li lascio indietro. Molto presto non li vedo più, se non a pranzo, come d’accordo, nell’ordine inverso a quello che avevo immaginato: perché quando loro arrivano alla fine del lungo giro io sto già sorseggiando un aperitivo all’ombra in compagnia di un bel libro.

Uomo contro cavallo non è una sfida impossibile, né nuova. Nel novembre del 1895 il podista lombardo Carlo Airoldi, allora ventiseienne, recente vincitore di un’epica gara a tappe da Milano a Barcellona, decise di misurarsi in una prova di resistenza di 500 chilometri con il celebre Willam Cody, allora di passaggio in Italia con il suo Buffalo Bill’s Wild West Show, lui a piedi e Cody a cavallo, ovviamente. Ma Buffalo Bill, che non era uno sprovveduto, dopo aver raccolto informazioni sulle capacità di quel bizzarro ragazzo italiano decise di accettare soltanto a condizione che gli fosse consentito di utilizzare due cavalli, perché sapeva bene che con un solo animale a disposizione avrebbe perso. Non se ne fece nulla, a quel punto; la carovana del Wild West Show proseguì la tournée europea e Carlo Airoldi si incamminò verso i giochi olimpici di Atene, i primi dell’era moderna, dove sperava di vincere la gara più lunga in programma. Si incamminò letteralmente, attraversando i Balcani con le sue gambe, dopo aver sfidato «qualunque corridore e qualunque cavallo, sicuro di batterli di almeno ventiquattr’ore» su quel percorso di 2.000 chilometri, che intendeva percorrere in un mese. Airoldi non trovò avversari, ma rimediò invece uno sponsor per coprire le spese di viaggio – il settimanale «La bicicletta» –, e partì da Milano, sotto la neve, nel pomeriggio del 28 febbraio 1896; come promesso arrivò ad Atene il 31 marzo, «in buone condizioni di salute e pieno d’entusiasmo», in tempo per iscriversi regolarmente «alla corsa a piedi, detta di Maratona», la cui partenza era prevista per le ore 14 di venerdì 10 aprile 1896.

Airoldi sembrava quasi certamente destinato alla vittoria, e l’Italia avrebbe avuto così il primo campione olimpico della specialità regina dell’atletica leggera moderna. Ma non gli fu nemmeno consentito di prendere il via insieme agli altri diciassette atleti: ricevuto a palazzo reale dal principe Costantino, presidente del Comitato Olimpico, venne interrogato «sulle corse già fatte, e se avesse mai ricevuto premi in denaro». Airoldi, fiero della vittoria di Barcellona, raccontò ingenuamente al principe dei 1.050 chilometri coperti in dodici tappe e 397 ore (soste comprese, ovviamente), e della ricompensa ricevuta all’arrivo: senza rendersi conto che aver accettato la somma offerta dal municipio di Barcellona lo rendeva a norma di regolamento indegno di partecipare a quella celebrazione dello sport «amatoriale», e dunque «disinteressato», organizzata dai francesi e dai greci ad Atene.

Il principe Costantino, che desiderava veder consegnare la coppa messa in palio per la maratona a un proprio connazionale, fu ben felice di comunicare ad Airoldi che «non avrebbe potuto prendere parte alla corsa, perché considerato un professionista e non un dilettante»; si offrì di rimborsargli le spese sostenute per il viaggio, cosa che il giovane podista italiano rifiutò senza pensarci un istante, visto che «non correva per denaro». Una volta confermata la decisione di escluderlo dalla gara, Airoldi, sconsolato, propose al futuro vincitore – chiunque fosse stato – di correre da Atene a Patrasso: gli avrebbe dato un vantaggio di due ore e l’avrebbe battuto comunque. Niente da fare. I giornali greci non diedero pubblicità alla sua sfida, che quindi non venne raccolta. Danneggiato, ignorato, Airoldi venne «persino deriso da qualche bifolco», al quale «avrebbe voluto far vedere che se la cavava bene anche coi pugni, oltre che con le gambe». Ma si trattenne, sperando in un ripensamento dell’ultima ora, che non ci fu. Sabato 11 aprile il corrispondente da Atene de «La Bicicletta» riferiva che «chiarissima è l’ingiustizia del Comitato dei giochi olimpici verso il corridore italiano sig. Carlo Airoldi, escluso dalla corsa di maratona colla scusa che egli fosse corridore di mestiere». Il giorno precedente il podista lombardo aveva fatto recapitare al giornale che lo aveva sostenuto una lettera piena di amarezza, che merita di essere ricordata tra le testimonianze rimaste sulle origini della maratona moderna. «Fino a questa mattina», scriveva infatti Airoldi poche ore dopo l’arrivo di Spiridon Louis tra la folla esultante che gremiva lo stadio Panathinaikos,

ebbi sempre speranza di correre, ma purtroppo non mi venne nessun avviso e dovetti assistere alla gara di Maratona, per la quale è un mese che mi affaticavo nella certezza di prendervi parte. Fino all’arrivo mi mantenni tranquillo e calmo, ma quando arrivò il primo e si sentì il colpo di cannone, allorché la bandiera greca s’innalzò, non mi sentii più padrone di me. Bisogna essere stati qui per vedere la festa: mai a Milano ci fu tanto interesse per una corsa simile. Tutta la Grecia era in Atene, tutta la nobiltà nell’anfiteatro. Il re e i principi, tutti insomma, giacché la gara di Maratona era lo spettacolo più interessante dei giuochi.

Vedere arrivare il primo in mezzo a tanta festa ed io non poter correre per delle ragioni assurde fu il più grande dolore della mia vita. L’unica ragione, a quanto parve a molti, è che era desiderio di tutti che il primo fosse un greco e per questo basandosi sul regolamento venni escluso, perché io presi del denaro a Barcellona.

Per un giovane che nulla possiede come me all’infuori del coraggio e che ha quasi la certezza di arrivare primo è un bel dispiacere.

Un eroe mancato, con una dignità d’altri tempi, capace di definire «un bel dispiacere» la consapevolezza di aver mancato l’occasione della vita, la vittoria che lo avrebbe reso immortale... Oggi quasi tutti gli sportivi, anche quelli che si interessano solo occasionalmente di atletica leggera, sanno chi è Spiridon Louis, vincitore della prima maratona olimpica, mentre quasi nessuno conosce il nome del corridore che avrebbe potuto batterlo lungo i 40 chilometri del percorso da Maratona allo stadio di Atene. Airoldi era piccolo e robusto: non aveva un fisico da fondista, ma correva con una determinazione e una naturalezza impressionanti: per qualche motivo aveva mantenuto miracolosamente intatto, o quasi, lo straordinario dono che l’evoluzione della specie ha trasmesso a tutti noi. Gli piaceva correre, e correre, e sfidare uomini a piedi e in bicicletta e a cavallo. Non ci deve stupire: un essere umano ben allenato – non un campione, ma un qualsiasi podista, uomo o donna – può correre una trentina di chilometri prima di colazione, farsi una doccia e iniziare la giornata con le gambe appena doloranti e molto appetito, senza altre conseguenze spiacevoli. Carlo Airoldi, in giovinezza, aveva scoperto di essere quello che in potenza siamo tutti: un perfect runner, un corpo costruito per la corsa di resistenza e guidato, nel suo caso, da una mente eccezionalmente tenace. A Barcellona aveva preso un premio, certo: ma Airoldi non mentiva quando affermava di non fare il podista per denaro. Ubbidiva soltanto alla sua natura, e l’istinto gli diceva che era nato per correre.

Questa è la prima cosa di cui è necessario essere consapevoli quando oggi, nel terzo millennio, nel pieno delle nostre vite sedentarie e lontane dalla natura e dall’istinto, decidiamo di avvicinarci alla corsa di resistenza e alla gara che ne è il simbolo: siamo noi, noi uomini e donne normali, i corridori perfetti. Anche chi non è particolarmente dotato, né giovane, né in forma fisica ottimale, con qualche mese di allenamento può arrivare a portare a termine i 42.195 metri della maratona in meno di qualche ora. Meno di quattro, per avere un’idea. Che è un risultato lontanissimo dalle due ore e pochi minuti di un professionista – ne riparleremo – o dalle due ore e mezzo di un amatore di alto livello, ma è comunque meglio di quel che possa fare qualsiasi altro essere vivente su questo pianeta.

Correre la maratona è un’avventura dello spirito, prima ancora che del corpo. Si incontrano persone nuove, si attraversano luoghi fisici e mentali sconosciuti, si affrontano difficoltà impreviste. Può essere un’avventura splendida o fallimentare; può lasciare stanchi e felici, o frastornati, svuotati e delusi. Non tutto dipende dal risultato. Come insegnano i filosofi orientali, la strada è più importante del traguardo, ed è il cammino a dare un senso alla meta.

Ci sono molti modi diversi per preparare e correre al meglio la «distanza regina» dell’atletica, quei lunghissimi 42.195 metri sospesi tra storia e leggenda. Nelle pagine che seguono troverete idee che mi sembrano buone e utili per vivere con gioia e consapevolezza la meravigliosa fatica della corsa di resistenza; idee maturate durante trentacinque anni di allenamenti e gare, esposte senza pretesa di sistematicità, ma con la speranza di poter aiutare tutti – runners di esperienza e podisti che si accostano per la prima volta alla maratona –, sia a evitare i pochi, gravi errori che impediscono di portarla a termine con piena soddisfazione, sia a trasformare la pratica sportiva in una componente positiva della propria vita quotidiana.

La prima volta che ho corso una maratona ho raggiunto il traguardo quasi in lacrime in tre ore e diciassette minuti, che resta ancora oggi di gran lunga il mio tempo peggiore. Troppa sofferenza, e una seconda parte di gara più simile a un calvario che a una prova di atletica leggera. Era il 14 marzo del 1982 e avevo 19 anni e quattro mesi. Ho cominciato quindi l’attività atletica piuttosto tardi, e con un grave errore: a quell’età un ragazzo dovrebbe pensare a «costruire» la velocità di base e a perfezionare la tecnica, ma nessuno me lo aveva detto. Per mia fortuna ho insistito. Ho corso la maratona più veloce quattordici anni dopo, a Firenze (2h26’), e le gare migliori dal punto di vista tecnico nel 2004 a Milano (2h30’), nel 2010 a Valencia (2h38’) e nel 2013, 2014 e 2015 a Torino, Firenze e Russi, vicino Ferrara (2h47’ tutte e tre le volte).

Dopo essere stato costretto a una sosta di alcuni mesi per il problema fisico cui facevo cenno all’inizio di queste pagine, ho deciso di riprendere ad allenarmi: il dolore è progressivamente diminuito, invece di peggiorare come mi sarei aspettato.

Ho portato a termine quella che fino ad oggi è la mia ultima maratona a Verona il 19 novembre 2017, giorno del mio cinquantacinquesimo compleanno, chiudendo con un dignitoso 2h52’ nonostante una preparazione limitata da qualche problema fisico.

Spero di arrivare a cinquant’anni di maratone, ma non sarà facile. Ho calcolato di aver percorso circa 150.000 chilometri nella mia vita di runner: più di tre volte e mezzo la lunghezza del meridiano terrestre. Prima o poi qualcosa si rompe, è inevitabile. Ma la pratica quotidiana della corsa di resistenza mi ha dato molto più di quello che mi ha tolto. Gioia, salute, amicizia, amore. Comprensione dei miei limiti e del mio carattere. Sogni e delusioni; la capacità di non farmi dominare dai sogni e di superare le delusioni. Non rimpiangerò mai un solo chilometro di quei centocinquantamila.

Questo libro è una testimonianza, ma anche un augurio. È il mio augurio appassionato di scoprire quanto la vita possa essere resa migliore da una delle attività più semplici e naturali a cui dedicare tempo ed energia. Vale per tutti i corridori, da chi esce un paio di volte a settimana per pochi chilometri a chi si impegna nel preparare la maratona, la «distanza regina». La gara più bella, più ricca di fascino, più generosa di soddisfazioni dell’atletica leggera.

Questo libro è dedicato ai miei due allenatori e ai miei compagni, con gratitudine. Ma non sono le sole persone che devo ringraziare.

Mio figlio Angelo e mia moglie Daniela hanno avuto molta pazienza. Penso a quante domeniche avrebbero voluto fare qualcosa di diverso ma c’era una gara, o un allenamento lungo, e poi la stanchezza e il sonnellino pomeridiano. Daniela, in tanti anni, per restarmi accanto ha dimostrato davvero la resistenza di una forte maratoneta.

Dovrei anche ringraziare tutti quelli che mi hanno fatto sentire forte lungo 150.000 chilometri di strada. A volte basta un gesto, uno sguardo, una parola. Un cicloamatore che ti passa una borraccia, e poi ti dice che stai correndo a tredici chilometri l’ora in salita, e lui non ce la fa a starti dietro. Di tanti ne voglio ricordare almeno uno: Alberto, il figlio minore del mio amico Andrea, che scende dalla macchina e mi trova disteso al sole vicino al rifugio Sapienza, dopo una splendida corsa solitaria da Nicolosi, e mi guarda con tanto fanciullesco stupore da farmi pensare che non sia ancora arrivato il momento di smettere, nonostante il dolore all’anca e gli anni che pesano. Per la felicità mia e altrui.