IV.
Raggiungere
Riti di passaggio
Si può faticosamente raggiungere un eccellente stato di forma, come abbiamo visto; si può orgogliosamente raggiungere l’obiettivo prefissato, o andarci molto vicino, e vedremo cosa significhi. Ma tra una cosa e l’altra bisogna anche – molto banalmente – raggiungere il luogo della gara. Nel modo giusto e al momento giusto.
Non è un aspetto secondario, in realtà. In trentacinque anni di maratone credo di aver provato tutte le varianti possibili: arrivare in macchina all’ultimo momento, in autobus, in treno, a piedi da una distanza assurda consumando energie preziose o di corsetta, comodo comodo, da casa o da un albergo scelto con grande anticipo a mille metri dalla partenza. Arrivare troppo presto, come a New York, o al momento perfetto, quindici minuti prima del via; ho vissuto anche la bruttissima esperienza di sentire lo sparo da lontano, vedere un fiume di teste che si mette in moto e iniziare rabbiosamente a inseguire il gruppo, per poi lasciar perdere dopo qualche chilometro.
L’ultima fase dell’avvicinamento alla gara è una sorta di grande rito di passaggio. Comincia quando si esce di casa con la borsa sulla spalla e finisce quando si entra nella «gabbia» di partenza insieme a centinaia o a migliaia di altri atleti: nel caso migliore può durare meno di un’ora, altrimenti può occupare giorni interi, con un volo intercontinentale, i problemi del fuso orario, le scoperte non sempre piacevoli delle prelibatezze gastronomiche straniere, la ricerca spesso frustrante di qualche ora di riposo in mezzo al moltiplicarsi di stimoli, occasioni, persone, oggetti e luoghi sconosciuti.
Molti podisti sostengono di amare queste distrazioni, e preferiscono gareggiare all’estero, cambiando ogni anno paese e città per esplorare nuovi orizzonti. Non sono d’accordo: trovo le grandi «expo-maratona» noiose perché sempre simili a se stesse, troppo affollate di oggetti tutti belli, tutti utili, tutti in offerta ma tutti lo stesso costosi; soprattutto credo che trascorrere la mattina o il pomeriggio prima della gara in una di queste fiere sia stancante e pericolosamente capace di indebolire l’equilibrio psicologico degli atleti a poche ore dalla maratona. Il motivo è semplice, anche se pochi se ne rendono conto: passeggiando tra gli stand si viene bombardati senza sosta da immagini di corridori giovani e forti, che fanno sentire vagamente a disagio – sono così belli e sembrano così felici, mentre noi soffriremo e finiremo per essere rigidi, lenti e sgraziati – e soprattutto da un messaggio promozionale molto pericoloso: guardate quante splendide occasioni di correre un’altra maratona ci saranno nei prossimi mesi, quanti percorsi scorrevoli e pieni di attrattive, quante altre giornate col clima perfetto per portare a termine la gara che avete sempre sognato...
Gli organizzatori di mezzo mondo devono vendere un prodotto e hanno tutto il diritto di farsi pubblicità. Avete capito dove voglio arrivare. Non sono uno psicologo, ma sono certo che un professionista me lo confermerebbe: il giorno prima di affrontare una gara inevitabilmente molto dura riempirsi gli occhi di altre possibilità non è una buona idea; è uno stimolo negativo, perché nei momenti difficili il nostro cervello si ricorderà che nella prossima stagione c’è proprio quella maratona che sognavamo da tanto, con un percorso di sicuro più veloce, nella città che ci è sempre piaciuta, dove sì che riusciremo a dare il meglio di noi stessi, mentre oggi proprio non va, fa caldo o fa freddo, le scarpe non sono quelle giuste, la colazione è stata troppo pesante, il vento di traverso, la gente antipatica, l’asfalto appiccicoso, un gatto nero, le formiche rosse... Mi viene in mente John Belushi nei Blues Brothers, quando deve giustificare la propria fuga il giorno del matrimonio con Carrie Fisher: in certi momenti, sotto stress, il nostro cervello è capace di trovare le scuse più strane per uscire da una situazione di disagio che minaccia di diventare intollerabile.
E tra il trentesimo e il quarantesimo chilometro il corpo ci chiederà di rallentare, o di fermarci, su questo non c’è dubbio. Se nella nostra mente abbiamo lasciato sedimentare le immagini da cartolina della prossima maratona, queste si trasformeranno subito nella speranza di poterci rifare, di essere più fortunati, e sarà quindi molto più difficile tenere duro. Bisogna sapere invece che il solo modo per correre al meglio è pensare che non ci verrà data un’altra occasione. No hay mañana, come dicono gli spagnoli per le partite di calcio a eliminazione diretta: «non c’è domani», non si può pensare di perdere con un solo gol di scarto per vincere con due al ritorno. Per la maratona è la stessa cosa: non c’è mai un domani, in realtà, perché ognuna ha la sua storia, ed è una storia a sé. La prossima volta – se il fisico ci permetterà di preparare un’altra 42 chilometri – bisognerà comunque rifare quasi tutto da capo. Non solo dopo un fallimento, ma anche dopo una gara portata a termine come speravamo saremo uomini diversi in un’avventura diversa.
So che molti non saranno d’accordo, perché si sentono più energici e motivati dopo aver trascorso qualche ora tra la folla dei podisti che invadono le expo delle grandi manifestazioni internazionali. O così dicono. Io resto della mia idea e preferisco entrare, ritirare il pettorale e tornare il prima possibile all’aria aperta. Posso sbagliare, ma ripeto il mio consiglio: non lasciatevi distrarre e pensate solo alla gara che state per correre, è l’unica che avete. È sempre e comunque l’unica maratona che conta. No hay mañana.
Torniamo alla fase finale della lunga marcia di avvicinamento. Dopo qualche minuto o qualche ora, più o meno stanchi e con il portafoglio più o meno alleggerito dal passaggio tra gli stand dell’expo, bisogna davvero cominciare a pensare all’ultima cena, all’ultima notte e alla colazione prima della gara. Partiamo dal caso più semplice: una maratona nella propria città. Cosa potrebbe esserci di meglio? In effetti i vantaggi sono molti: ci si nutre col cibo cui si è più abituati, poi si dorme nel proprio letto, si fa colazione con il miele biologico della cugina di campagna; se piove si può stare all’asciutto, se è inverno si possono tenere i muscoli al caldo e le gambe distese, mentre migliaia di altri corridori sono già in piedi, in cammino, in fila per un caffè o di fronte a un bagno o al deposito delle borse.
Sono privilegi da non sottovalutare. Per questo è sempre meglio – sempre, anche a costo di qualche sacrificio economico – passare l’ultima notte se non a casa propria, o di amici, in un albergo non troppo lontano dalla partenza, da lasciare il più tardi possibile con il numero sul petto. Una delle più belle gare della mia vita è stata la maratona di Valencia del 2010: dormii a sette minuti di corsa dal via, uscii in canottiera e pantaloncini, e tenendo le dita incrociate assicurai alla ragazza della reception che sarei tornato prima di mezzogiorno. Mi rivolse un gran sorriso appena appena dubbioso e un incoraggiante muchísima suerte, señor!, che fu davvero di buon augurio. Ma non è solo suerte, fortuna: bisogna evitare di complicarsi la vita, se possibile, con metropolitane, autobus, minuti di attesa, passeggiate dentro e fuori porta. Non c’è mai una controprova, purtroppo, ma sono convinto che aver concluso quella maratona in 2h38’, sedicesimo assoluto e primo della mia categoria, dipese anche dal fatto che non avevo sprecato nemmeno un grammo di glicogeno tra il risveglio e la partenza. Passai alla mezza in poco meno di un’ora e venti e non andai a sbattere contro nessun «muro» dopo il trentesimo chilometro.
Agli antipodi, adesso. Una maratona a migliaia di chilometri di distanza, una mezza dozzina di fusi orari, un numero variabile di giorni di viaggio. Difficile arrivare alla linea di partenza con il serbatoio pieno, sia dal punto di vista fisico che mentale; quasi impossibile, anzi, se non si è dei professionisti decisi a non pensare ad altro che alla gara. Tutti gli altri viaggiano con mogli e mariti, a volte figli, amici e compagni; hanno speso giorni di ferie e soldi anche per vedere un po’ di mondo e divertirsi, non solo per correre. È inevitabile. È successo anche a me a New York e Rotterdam, a Barcellona e Palermo: una collezione d’arte moderna, una chiesa gotica, un palazzo normanno, una passeggiatina a vedere un po’ di negozi, a cercare un ristorante, a raggiungere gli altri che sono alloggiati di regola dall’altra parte della città. Ogni singolo spostamento sembra costare poco, in termini di fatica; siamo atleti ben allenati, in fondo. E invece si arriva alla sera del venerdì, quando non del sabato, con i muscoli doloranti e il fiato corto. Poche cose riescono a imballare le gambe come un pomeriggio al museo, costretti a stare in piedi per ore bilanciando il peso del corpo da un piede all’altro. Correre in una città straniera può essere bellissimo, anzi è quasi sempre bellissimo, e vale la pena di farlo; è un modo unico per vedere e conoscere il mondo, non c’è alcun dubbio. Ma suggerisco di non programmare un tentativo di primato personale troppo lontano da casa; anche all’interno dello stesso fuso orario, meglio arrivare sul luogo il sabato e imporsi di non fare i turisti fino alla domenica pomeriggio, a gara finita.
Se si corre una maratona all’estero, o all’altro capo d’Italia, è inevitabile organizzare un viaggio e prepararsi ad affrontare alcune difficoltà legate alla stanchezza, al cibo e all’alloggio (Mauro, il più forte atleta del piccolo gruppo di amici cremonesi che si allenano con me, viaggia sempre con il suo cuscino: quando dividemmo la stanza d’albergo prima di una maratona a staffetta, a Perugia, lo presi un po’ in giro, ma in realtà ha ragione lui, il diavolo si nasconde nei particolari, e perdere qualche ora di sonno per un cuscino troppo alto la notte prima di una gara importante sarebbe certamente una sciocchezza). Con attenzione si possono comunque limitare i danni da trasferta e correre una gara di alto livello anche lontano da casa.
Le insidie maggiori si nascondono nella vasta fascia intermedia tra la propria città, o una città in cui ci si è sistemati come a casa propria, e un altro continente o un altro paese; ovvero, quando si deve raggiungere la sede di una maratona non abbastanza lontana da dover organizzare un vero viaggio, ma in realtà non abbastanza vicina da permettere un risveglio tranquillo. Mi è capitato di veder rovinare una buona preparazione per risparmiare una cinquantina di euro di albergo: in fondo, cosa saranno mai 200 chilometri in macchina, la mattina presto subito prima della gara? Risposta: sono un modo per indurire le gambe se siete al volante, o per bruciare comunque energie preziose anche se ve ne state seduti comodamente al posto del passeggero, con lo sguardo che si fissa sull’orologio del cruscotto e la mente che rifà da capo i conti – ci vorranno dieci minuti per trovare parcheggio, poi la seconda colazione, poi bisogna andare in bagno, raggiungere la partenza, decidere dove lasciare la borsa, spogliarsi al momento giusto, bere ancora qualcosa, tornare in bagno. Totale dei minuti necessari a fare tutto con calma: quelli che mancano allo sparo dello starter più x, cifra indefinita che comincia a lampeggiare minacciosamente da qualche parte nella vostra testa. Allora non si farà più niente con calma, com’era nelle previsioni, ma tutto di fretta; così si riuscirà ad arrivare in tempo per partire, espressione che già suggerisce una certa inquietante iperattività: «arrivare per partire»...
Infatti significa iniziare a correre – a trottare storti con la borsa sulla spalla, a fare una specie di allungo per attraversare un viale perché altrimenti scatta il semaforo – molto prima di dover cominciare a correre davvero la maratona. E indovinate un po’ quando scoprirete che quelle energie non potevate sprecarle? Almeno non quella mattina, che è la mattina per cui avete lavorato dodici settimane, e in cui state per chiedere al vostro corpo qualcosa che non ha mai fatto, o ha fatto solo una manciata di volte nella vita? Facile: quando andrete a sbattere contro il famigerato «muro». Tra i maratoneti che si piantano dopo il trentaduesimo chilometro, o ancora più avanti, non pochi hanno dilapidato una percentuale delle proprie preziosissime energie nell’ora che precede la gara. Poi magari non se ne ricordano nemmeno, pronti a ripetere l’errore alla prima occasione.
Giro d’orizzonte
Se non si vuole gareggiare dalle parti di casa, la maratona è ormai un’occasione, o un pretesto, per girare il mondo. Si può correrla ovunque: al circolo polare artico e all’equatore, nel calore opprimente dei tropici e al sole di mezzanotte, di fronte alle cascate del Niagara e nel deserto del Negev, a 3.500 metri di quota in Tibet e lungo la riva giordana del mar Morto, nella più profonda depressione del pianeta; tra due continenti – è la peculiarità della Eurasia Marathon di Istanbul, che attraversa il Bosforo – e su un fazzoletto di terra desolata all’Isola di Pasqua. Non manca nemmeno l’Antartide, dove si gareggia a 80° di latitudine sud: la 14ª Ice Marathon è in calendario il 13 dicembre 2018, sempre che il clima da quelle parti non diventi troppo afoso. Ma a quel punto qualcuno inventerà la prima Global Warming Marathon. I ghiacci si staranno anche sciogliendo, ma correre è bello comunque.
Il fenomeno delle 42 chilometri è diventato davvero «globale» negli ultimi vent’anni. I numeri sono impressionanti: si corrono più di mille maratone soltanto negli Stati Uniti, e oltre quattromila in tutto il mondo. L’Aims – ovvero la Association of International Marathons and Distance Races, che garantisce la regolarità per quanto riguarda la misurazione del percorso, i rifornimenti e la sicurezza – ne riconosce 4.298 in 140 paesi diversi; in Europa è in testa la Germania, con 455 gare ufficiali, mentre in Italia le maratone certificate sono 75. Esiste una top ten di prestigio, votata dai giornalisti di «Runner’s World», che include oltre a Berlino, Boston, Chicago, Londra, New York e Tokyo – le cosiddette majors, con un premio annuale di 500.000 dollari per il migliore uomo e la migliore donna della serie – anche Amsterdam, Honolulu, Parigi e Rotterdam. La maratona annuale più antica è quella di Boston, organizzata per la prima volta nel 1897 in occasione del Patriots’ Day il terzo lunedì di aprile21. La «decana» europea è invece la Peace Marathon di Košice, in Slovacchia, che si corre dal 1924; in Italia l’onore spetta alla gara del Mugello, avventurosamente corsa per la prima volta in notturna il 21 settembre 1974.
Quella sera a Borgo San Lorenzo si schierarono alla partenza quarantotto podisti. L’anno successivo duecentocinque; nel 1976, alla terza edizione, più di cinquecento. Erano gli anni del boom della maratona, che ebbe origine negli Stati Uniti – come tante altre cose, in Occidente – sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla vittoria di Frank Shorter alle Olimpiadi di Monaco del 1972. In soli otto anni, gli americani capaci di portare a termine una 42 chilometri passarono da poche centinaia a poco meno di centocinquantamila; oggi sono oltre mezzo milione. Nel 2016 più di 50.000 podisti provenienti da ogni parte del mondo hanno concluso la maratona di New York; in Italia il numero dei maratoneti si è stabilizzato negli ultimi anni attorno ai 40.000, di cui oltre 6.000 donne; alla maratona di Roma del 2 aprile 2017, hanno tagliato il traguardo in 13.318.
Anch’io sono figlio del boom: non una, ma due volte, perché sono nato nel 1962 e perché ho iniziato la mia carriera di long distance runner correndo la prima Romaratona del 14 marzo 1982. Due errori, in realtà: mio padre e mia madre si distrassero un po’ e combinarono un guaio – avevano vent’anni, l’età giusta per farlo – mentre io, vent’anni dopo, iniziai testardamente ad allenarmi per una distanza a cui ci si dovrebbe avvicinare soltanto più tardi nella vita. Avrei dovuto chiedere consiglio a qualcuno più esperto; l’errore mi è costato caro in termini di efficienza, perché senza curare la velocità di base in gioventù sono arrivato ad essere al massimo un «tapascione» di alto livello22, non un atleta costruito per correre forte. Pazienza, è andata bene così, anche se gli avversari mi battono sempre in volata. Guardando indietro posso dire di essere parte della storia della maratona in Italia praticamente dai suoi albori: una soddisfazione non da poco.
Le maratone contemporanee devono la loro fortuna soprattutto a due caratteristiche fondamentali: sono di gran lunga l’evento sportivo in grado di coinvolgere come protagonisti, non come spettatori, il maggior numero di uomini e donne in un solo luogo e in un solo giorno, e sono molto facili da organizzare. Di fatto non serve quasi nulla: le strade esistono già; uno spazio abbastanza ampio per la partenza e un landmark – un monumento o un qualsiasi altro luogo suggestivo – dove porre il traguardo non si negano a nessuno (nel senso che nessuna amministrazione locale, nemmeno la più malmessa, ha interesse a negare questa minima disponibilità); basta quindi mettere insieme bagni chimici, rifornimenti d’acqua e di cibo e un certo numero di volontari per controllare il percorso e il più è fatto. Non che sia semplicissimo, non voglio sminuire il lavoro e l’impegno di chi rende possibile lo svolgimento di una maratona: ma pensate a quanto può essere più complicato organizzare una corsa ciclistica, che pure non richiede strutture fisse; per non parlare degli sport che hanno bisogno di campi da gioco, attrezzature, illuminazione, strutture residenziali per i partecipanti, e i cui «grandi eventi» si prolungano per giorni o settimane.
Il primo aspetto rimane comunque quello decisivo: in una grande maratona fanno sport insieme decine di migliaia di persone, riunite per mezza giornata in un solo luogo, ciascuna testimonial di uno sponsor (ce l’ha scritto sul numero attaccato alla maglietta), di un’idea (la «maratona per l’UNICEF», la «maratona per la pace», e così via), o semplicemente di uno state of mind, come dicono gli americani. Si corre per far vedere che si è in gamba e si vive con gioia: è un’immagine del proprio io che diventa, moltiplicata migliaia di volte, immagine di una civiltà e di un modo di vivere. E questa immagine viene venduta: non soltanto lo stesso giorno, e non solo dai main sponsors della singola manifestazione, ma da una lunga serie di produttori interessati a diffonderla nel mondo. Mostrare al mercato un fiume di gente fit and smilin’, ovvero «in forma e sorridente» (alla partenza, almeno), è di per sé un messaggio commerciale efficace: senza nemmeno bisogno di uno slogan il consumatore capisce che se vuole diventare come loro (e sarebbe stupido a non volerlo: basta guardare come sono sani e felici i runners) dovrà allenarsi, questo è ovvio, ma anche vestire quelle maglie, calzare quelle scarpe, bere quegli integratori, mangiare quelle barrette energetiche.
C’è poi una strategia di maggior respiro, un messaggio più indiretto ma ancora più importante. Quelle decine di migliaia di persone che corrono insieme, infatti, sono evidentemente il prodotto di un modo di vivere positivo, di una società che funziona, tanto benevola da lasciare ai propri figli fortunati il tempo per mantenersi sani ed efficienti, giovanili anche se non più giovani. Competitivi, con tutto quello che implica la parola. Una società vincente perché fatta da una massa di partecipanti, ai quali è stato insegnato che partecipare significa vincere. Quindi vale la pena di imitare quella società e il suo modo di vivere; quindi comprate il necessario e passate alla cassa, grazie per la vostra visita.
Mi costa scrivere tutto questo, perché a me piace correre, e «quello che ami davvero rimane, il resto è scoria», come scrisse uno dei più grandi poeti del ’90023. Mi costa pensarlo: perché comunque continuo a credere che la corsa sia un meraviglioso modo per dare armonia alla propria vita, oltre che per migliorare il proprio benessere fisico e mentale, mentre il boom della maratona sembra legato a interessi che nulla o quasi hanno a che vedere con lo sport agonistico, e ben poco persino con i valori che dovrebbero essere alla base di una sana attività fisica «amatoriale». Ma è un mondo complicato: le sue ruote girano solo se messe in movimento da forze economiche possenti, e sta a noi trovare un equilibrio senza farci schiacciare dagli ingranaggi, tra expo affollate e marchi di fabbrica, messaggi ostentati e subliminali, consumismo e necessità, impegno e divertimento. Oltre che tra la saggezza nel curare il proprio corpo e l’illusione di fermare il tempo.
Ultima cena
Può essere la cena della beffa, dopo tanta fatica. A casa è difficile che capiti qualcosa di sbagliato; all’estero, dove si può essere costretti a scegliere un ristorante mai sperimentato prima, sono sempre possibili brutte sorprese.
In realtà le sorprese sono la sola cosa da evitare. Ho corso una gara perfetta, il 6 aprile del 2015, dopo aver mangiato prima una pizza leggera e poi del cioccolato fondente, preso a pezzi da un grosso uovo di Pasqua lasciato a disposizione dei clienti (era la sera della festa, perché la gara si correva il lunedì dell’Angelo). Ho corso una gara perfetta a Valencia, nel febbraio del 2010, dopo aver mangiato tortillas di patate, una porzione di jamón serrano e una fetta di crostata. Tutte cose che mi sono familiari (o lo erano, perché proprio in quella vigilia di maratona ho dato addio alla carne rossa e agli insaccati), e mi piacciono molto: il mio corpo è quindi capace di assimilarle, e tirarne fuori quello che servirà dodici ore dopo.
Per l’ultima cena non penso ci siano regole, tranne una: non fate tentativi, non cambiate abitudini, non ascoltate chi vi dice che «questo certamente fa bene», o fa male, o fa andare più forte o ti lascia a mezza strada. Mangiate rispettando i vostri gusti: mai come in questo caso conviene restare in territorio conosciuto. Anche per quello che riguarda le quantità: se il vostro solito piatto di pasta pesa 80 gr, non ha nessun senso imporsi di buttarne giù un etto e mezzo perché il giorno dopo c’è la gara. Non funziona così il famoso (o famigerato) «riempimento dei serbatoi di glicogeno muscolare ed epatico», sarebbe troppo facile24. Esagerare con le porzioni significa dormire sicuramente male – come se non bastasse già la tensione della gara – e affaticare l’organismo, che non ha bisogno di altri impegni.
Andare a cena fuori con amici e compagni fa bene al morale: è il modo migliore per divertirsi e rilassarsi, dimenticare la maratona senza dimenticarla davvero. Di nuovo a Valencia, nel 2016, abbiamo riempito la saletta di un ristorante italiano (l’ultima cena prima di una 42 chilometri, per i motivi appena citati, è il solo caso in cui vado in cerca di ristoranti italiani all’estero): pizze, pastasciutta, birra, allegria e determinazione. Li rivedo ancora tutti, anzi, vi rivedo ancora tutti, perché siete ancora qui con me, all’altro capo di un filo che non si è mai interrotto: quella sera felici e uniti, preoccupati ma non troppo, pronti ad accettare quello che sarebbe capitato il giorno dopo perché avevamo fatto il possibile, ma nessuno può mai garantire il risultato... Consapevoli di quanto sarebbe stata dura e curiosi, come sempre, di vedere come ce la saremmo cavata; pronti ad affrontare la sofferenza, cavarne fuori il meglio e finire insieme con un abbraccio, vincitori e sconfitti. Un’ora da ricordare. Un’ora che nel momento stesso in cui la vivevo mi ha fatto tornare alla mente una poesia di William Wordsworth: Il carattere del guerriero felice, «quello che tutti dovrebbero imitare, capace di adattare alle incombenze della vita i suoi progetti di fanciullo, con una luce interiore che gli illumina la strada»; fortunato perché possiede
...a natural instinct to discern
What knowledge can perform, [and] is diligent to learn;
Abides by this resolve, and stops not there,
But makes his moral being his prime care;
Who, doomed to go in company with Pain,
And Fear, and Bloodshed, miserable train!
Turns his necessity to glorious gain;
In face of these doth exercise a power
Which is our human nature’s highest dower;
Controls them and subdues, transmutes, bereaves
Of their bad influence, and their good receives...25
La maratona non è certo una guerra, anche se nasce da una guerra; e per fortuna non c’è spargimento di sangue, né timore per la vita. Ma si fa un bel po’ di violenza a se stessi, quando si corre per 42 chilometri; e il dolore bisogna affrontarlo. Quindi, con le ovvie differenze: eravamo davvero simili ai «guerrieri felici» di Wordsworth, destinati di lì a poche ore a uscire dalla nostra vita normale, disposti a farci prendere per mano dalla sofferenza di uno sforzo estremo, ma pronti a trasformarla in un «glorious gain», in un acquisto e non in una perdita, in un motivo di gioia e non di sconforto.
Penso che sia molto vero, e molto bello. Forse mi sono lasciato distrarre da quell’atmosfera felice, perché alla fine della cena ho commesso un errore da principiante: avrei voluto una tisana, non c’era, ma io volevo bere ancora qualcosa insieme ai miei amici e ho ordinato un caffè lungo anche se non sono abituato a prenderlo poco prima di dormire. Mai fare qualcosa di nuovo l’ultima sera, nemmeno una piccola cosa. Risultato: sono stato a rigirarmi nel letto fino alle tre del mattino. Con la sveglia alle cinque e mezzo. Sono sceso a far colazione arrabbiato con me stesso e ansioso; convinto di aver consumato energie preziose, ho mangiato più del solito, più miele, più crostata. Poi mi sono dimenticato tutto. Con Fabiano siamo partiti benissimo, senza fare fatica, anzi, a dire il vero, facendo fatica per rispettare il ritmo previsto di quattro minuti al chilometro, perché le gambe scappavano via da sole. Poi, quando poco dopo il passaggio alla mezza maratona mi sono sentito improvvisamente vuoto e con la pancia non proprio in ordine, la mia testa aveva la scusa pronta: «Visto, non hai dormito! E quella colazione strana. Non ce la farai mai ad arrivare fino in fondo. Meglio se salvi i muscoli e riprovi tra qualche settimana». Detto fatto: fermo al trentesimo, per un caso fortunato di fronte al nostro albergo. Con l’amaro in bocca della sconfitta: perché le giustificazioni, anche le migliori, svaniscono come nebbia al sole cinque minuti dopo che ci si è tolti le scarpe da gara.
Sembra strano, ma si fanno sciocchezze anche dopo tanti anni di seria e onesta carriera podistica. Caffè lungo la sera prima della gara: ancora mi chiedo come possa essermi saltato in mente. Pazienza. Non si finisce mai di imparare; e non bisogna sottovalutare niente, anche prima di mettersi il numero sul petto.
Vorrei il 19, ma non succede mai
Sono nato il 19 novembre e amo il numero 19, da sempre. Mi sono sposato il 19 febbraio. Mi piace proprio: anche scriverlo, o soltanto vederlo passare sulla maglia di un giocatore, sulla fiancata di un autobus, sulla pagina di un calendario. Lo considero di buon auspicio: quando partii per andare nel Kurdistan in guerra mi imbarcarono al Gate 19 di Fiumicino, e sorrisi tra me, sicuro che sarebbe andato tutto bene. Per molte civiltà, del resto, i numeri hanno significati nascosti, e guidano in modo misterioso le nostre vite. Anni fa ho notato che Dorando Pietri aveva il 19, alla maratona olimpica di Londra; di recente ho scoperto che Zátopek è nato il 19 settembre come sua moglie Dana, e che si sono sposati in quello stesso giorno: probabilmente anche Emil lo considerava il suo numero fortunato. Per la qabbaláh il 19 è il numero dell’atleta che trionfa quando meno se lo aspetta, dopo una vita di sacrifici.
Quest’ultima nota non è vera, ma tutto il resto sì. Non mi è mai capitato, finora, di correre con il 19 sul petto; nemmeno con il 1919, che in fondo andrebbe bene lo stesso. Non credo di essere l’unico ad avere aspettative o antipatie riguardo ai numeri di gara: un amico considerava insuperabile un palindromo, tipo 1441; un altro le scalette, meglio ancora se in discesa, e diceva che sarebbe stato perfetto l’otto-sette-sei-cinque perché sommando insieme le quattro cifre il totale era 26, ma non ricordo più perché il 26 avesse per lui un significato particolare. C’è da divertirsi con la scaramanzia, ed è comunque un modo per ingannare la tensione nelle ore che precedono la gara.
Ritirare il pettorale è sempre un’emozione: in mezzo alla folla dei maratoneti, insieme ai propri amici, scherzando fino al momento in cui una ragazza gentile ci sorride e ci porge la busta col nostro nome, augurandoci buona fortuna, e siamo in gioco. La verifica che tutto corrisponda, che ci siano le spille da balia e il chip d’ordinanza, e poi si inizia a pensare al domani, perché quel leggerissimo rettangolo di carta dà improvvisamente peso e consistenza a tutta l’avventura che stiamo vivendo. Siamo ancora noi e siamo quel numero, ovvero uno degli atleti che partiranno per un viaggio di 42 chilometri attraverso emozioni, gioia e sofferenza, con la speranza di arrivare al traguardo, guardare il tempo sul cronometro e pensare di avercela fatta.
Il numero che ci hanno dato è il nostro ticket to ride, il nostro passaporto per una terra sconosciuta. Ormai ci siamo. Raccogliamo il pacco-gara pieno di gadget, sali, barrette e pubblicità di altre maratone, ma non ce ne importa poi molto; passiamo tra gli stand della fiera pensando al ritorno a casa o in albergo. Il numero pesa. Si scherza ancora con gli amici, certo; magari si va a cena insieme, si scambiano le ultime raccomandazioni e le ultime promesse, ma poi ci si isola, ciascuno nella propria stanza. Un po’ d’ordine, un’occhiata alle istruzioni degli organizzatori, agli orari, alla posizione dei cancelli d’ingresso. Poi ci resta tra le mani la busta bianca col nostro nome.
Si mette la maglia da gara sul letto, ci si appoggia sopra il pettorale e lo si fissa con le spille al posto giusto, bello disteso. Si indossa la maglia per provare che non ci siano pieghe antiestetiche, o pericolose per la pelle nuda; poi la si appende sullo schienale di una sedia, in bella vista fino all’indomani.
E poi si cerca di dormire.
Alla partenza
Roma, 13 marzo 2016. I gesti di sempre, questa volta per andare incontro a un fallimento: non può esserci altro esito della mia gara di oggi. Nel nostro sport i miracoli non esistono. È la sua bellezza. Il margine di errore è minimo e quasi sempre a svantaggio dell’atleta. Si può sbagliare qualcosa e rovinare una possibilità; se invece si fa tutto nel modo giusto, se va tutto bene, si raccoglie quel che si è seminato nelle ultime settimane. Mi viene da pensare: più che omerico, quello di noialtri fondisti è un epos esiodeo. Siamo nella quinta età, la più dura; siamo come la sua stirpe di ferro, «che mai smetterà di aver tregua dal dolore e dal pianto, penando di giorno e di notte», finché il padre Zeus non la distruggerà per far spazio a qualcosa di nuovo, più terribile ancora26. Forse già noi siamo diversi, perché non combattiamo con armi di ferro e non ci spezziamo la schiena per costringere la terra a dare frutto, come facevano i contemporanei di Esiodo: siamo la stirpe di carne, ossa, sangue e sudore, che cerca altrove quello che non trova nelle sue opere e nei suoi giorni.
Riesco a sorridere di questi pensieri da professore di liceo classico con un forte mal di denti. Il mio umore deve essere condizionato dalla prospettiva di soffrire per mezza maratona senza nemmeno la speranza di vincere la mia categoria. So che non potrò fare un tempo decente, dopo quasi un mese di allenamenti saltati per colpa della mia vecchia contrattura al polpaccio destro. E allora? Preparare la borsa deve diventare un esercizio zen. Sento i ragazzi che escono dalla loro stanza e si affacciano in cucina, dove Daniela sta preparando la colazione. Ognuno ha un suo obiettivo, una sua paura. Tutti si sono sacrificati per arrivare a questa alba. Hanno corso sotto la pioggia, al freddo, al buio, alla fine di lunghe giornate di lavoro; hanno seguito i miei consigli con fiducia. Mauro può correre a 3’25” al chilometro. Marco a 4’10”. Tra Mauro e me dovevano passare circa cinque minuti, ora chissà. Daniela potrebbe scendere per la prima volta nella sua vita sotto l’ora e cinquanta.
Caffè lungo, pane e miele. Mauro tè e biscotti, sobrio. Marco su di giri come sempre. Daniela pallida. Alle 7.10 appuntamento con gli altri: a piedi fino alla metropolitana, poi il viaggio, poi la consegna delle borse prima delle 8.25. Non è certo l’ideale, ma siamo abituati. Ci saranno dodicimila persone alla partenza. Io e Mauro siamo tra i top runners, prima gabbia; Marco e gli altri subito dietro; Daniela partirà con la terza onda, alle 9.15. Ci muoviamo più in fretta del solito, parliamo a voce leggermente più alta, fuori casa l’aria è fresca, il vento sembra carico di piccole scariche elettriche. Ho corso la mia prima maratona trentaquattro anni fa, ma non ci si abitua mai del tutto.
Il vagone della metropolitana è pieno di atleti. Rimaniamo in piedi, disperdendoci appena. Incrocio lo sguardo di Marco: sembra faccia fatica a contenere una specie di gioia fanciullesca, un’energia irrequieta pericolosamente vicina al timor panico. Mi fa sorridere quando sembra leggermi nel pensiero e dice da lontano, staccando bene le sillabe: «Paura!».
È vero e non è vero. Come tutti noi, anche Marco sente la tensione, eppure ha voglia di affrontare la gara; sa che dovrà soffrire (e come si fa a non avere almeno un po’ paura della sofferenza?), ma dentro di sé è sicuro che ne verrà fuori bene. O magari male, dal punto di vista cronometrico, ma a testa alta, perché ha carattere e può sbagliare una gara, ma non tradire il suo personale patto con la corsa. Significa molto. Significa trovarsi da soli – quanto saremo soli, completamente soli in mezzo a migliaia di altri come noi, tra pochissimo! – alle prese con difficoltà estreme, eppure riuscire a dare il meglio. Può non bastare a rispettare le proprie aspettative, cosa che provoca sempre una certa delusione; ma poi, se ci si guarda dentro con sincerità e si scopre di aver fatto tutto il possibile, si accetta anche la sconfitta.
So che Marco farà tutto il possibile. So che anch’io farò il possibile. Pazienza per la categoria e la classifica: conta solo quello che ho dentro oggi, e devo tirarlo fuori con coraggio, passione, determinazione. Guardo Angelo, che mi fa un cenno d’intesa. Siamo di nuovo io e te, mi sa tanto. Come un anno e mezzo fa. E come allora, a costo di morderti un polpaccio, non ti lascio scappare.
Amici, fratelli, presto saremo soli ma comunque insieme.
21 Il «giorno dei patrioti» ricorda la battaglia di Lexington (19 aprile 1775), che segnò l’inizio della guerra d’indipendenza delle colonie britanniche della Nuova Inghilterra dalla madrepatria – o «rivoluzione americana», come preferisce qualcuno. Fin dall’inizio i dirigenti della Boston Athletic Association decisero di enfatizzare il legame tra la lotta per la libertà e la democrazia dei futuri Stati Uniti e gli stessi ideali ritenuti tipici della polis di Atene, che a Maratona aveva difeso la propria libertà e democrazia contro l’impero persiano.
22 Il termine è stato ormai accolto tra i neologismi del Vocabolario Treccani, che gli dedica il seguente lemma: «Tapascione, s.m. e f., e agg. (scherz.). Nel gergo dei maratoneti, chi partecipa alle gare senza intenti agonistici, per il puro piacere di portare a termine il percorso». Quindi io l’ho usato in maniera impropria, come sinonimo di «corridore non professionista».
23 E. Pound, Canti pisani, LXXXI: What thou lovest well remains, / the rest is dross / What thou lov’st well shall not be reft from thee / What thou lov’st well is thy true heritage («Quello che ami davvero rimane, / il resto è scoria / Quello che ami davvero non sarà strappato via da te / Quello che ami davvero è la tua vera eredità»).
24 Per alcuni anni, tra i ’70 e gli ’80 del secolo scorso, ha avuto molta fortuna (e una certa diffusione anche tra atleti non professionisti) la cosiddetta «dieta dissociata», proposta già nel 1967 dai fisiologi svedesi Bengt Saltin e Lars Hermansen: tre giorni di «svuotamento dei muscoli» dal glicogeno grazie a un apporto molto scarso di zuccheri mantenendo un discreto numero di chilometri di allenamento; quindi altri tre giorni di «riempimento dei serbatoi», rovesciando la dieta (da ipoglucidica a iperglucidica) nella speranza che i muscoli «affamati» riescano a caricarsi più del solito, raggiungendo quindi concentrazioni di glicogeno fino a 4 gr per ogni 100 gr di tessuto (contro i 2 gr scarsi di una persona normale, e i due grammi abbondanti di un maratoneta allenato). L’ho seguita un paio di volte, con fatica e senza un miglioramento evidente delle prestazioni, anche se è difficile dire «cosa sarebbe successo quella volta» se avessi mantenuto il regime alimentare consueto. Come scrive Enrico Arcelli, una più attenta valutazione dei problemi legati alla dieta dissociata «rigida», molto faticosa per l’organismo, e dei risultati conseguiti dagli atleti, ha portato a consigliare di seguire soltanto la fase di riempimento (gli ultimi tre giorni), in cui è giusto dare la precedenza a cibi ricchi di carboidrati, ma senza esagerare con le quantità e senza privilegiare gli zuccheri semplici (miele, marmellata e simili), il cui consumo può restare nella norma: E. Arcelli, La maratona. Allenamento e alimentazione, Milano, Edizioni Correre, 1989, pp. 133-134).
25 W. Wordsworth, Character of the Happy Warrior, 1806, vv. 8-18: il guerriero felice, «che ha un istinto naturale per distinguere / ciò che può ottenere la conoscenza, ed è pronto ad imparare; / che si mantiene fedele a questo impegno, ma non si ferma, / e si preoccupa soprattutto della sua coscienza morale; / lui che, destinato ad andare in compagnia di Dolore, / Paura e Violenza – miserabile compagnia! – / trasforma questa necessità in un glorioso vantaggio; / e di fronte a loro esercita un potere / che è la qualità migliore della nostra natura di uomini, / perché li controlla e li sottomette, li trasforma, li priva / del loro cattivo influsso e ne riceve tutto il bene». Wordsworth compose il suo poema pensando a Lord Nelson, mortalmente ferito da un tiratore scelto francese dopo aver condotto la sua flotta alla vittoria nella battaglia di Trafalgar il 21 ottobre 1805.
26 Cfr. Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 174-181. Il mito delle età si ferma alla quinta, abitata dalla «stirpe di ferro»: logica vuole, visto che Esiodo descrive una decadenza continua, che la sesta età sarà ancora peggiore. Ma non si può mai sapere cosa abbiano in serbo gli dèi immortali.