15

Ruth si svegliò sulla sedia accanto alla finestra. Da fuori non si sentiva il rumore del traffico, ma la debole luce del giorno già filtrava dalle stecche della persiana. Si alzò e si stiracchiò per sciogliere il collo e le spalle doloranti, si massaggiò la mascella indolenzita, e decise di fare un bagno caldo. Attraversò il corridoio, superò le porte chiuse, Minnie che uggiolava nel sonno. Si preparò un caffè e vi aggiunse due dita di vodka.

Il rumore svegliò Minnie che entrò in cucina zampettando, girò intorno alla ciotola vuota mugolando appena. Ruth la ignorò, si portò la tazza in bagno e chiuse la porta a chiave. Posò il caffè sul pavimento e si sedette sul water. Soffiò fuori tutta l’aria dai polmoni.

Frank se n’era andato di nuovo. La distanza e il silenzio tra di loro si erano fatti più profondi e lei non aveva avuto la forza di provare ad abbatterli.

Frank tornava a casa e la trovava seduta al buio, la sigaretta bruciata fino al filtro, lo sguardo perso nel vuoto. Le sussurrava qualcosa che lei puntualmente ignorava, e poi la lasciava sola, e di questo Ruth gli era grata.

Finché una sera Frank aveva acceso la luce e le aveva chiesto se stava bene, e lei non aveva risposto, come al solito. Aveva provato ad abbracciarla e lei si era lasciata stringere, completamente molle. A quel punto lui si era arrabbiato e l’aveva scossa. Niente.

Era scoppiato a piangere; e allora lei lo aveva guardato perché non l’aveva mai visto piangere. Aveva fissato la sua faccia arrossata e rigata dalle lacrime, e lui era andato verso di lei, rapidamente, e le aveva mollato uno schiaffo, e Ruth aveva notato la bava agli angoli della sua bocca mentre urlava.

«Non esisti solo tu!»

Ruth non sapeva cosa dire perciò non aveva detto niente e aveva continuato a fissarlo, e lui le aveva chiesto perché cazzo lo guardava in quel modo, e l’aveva colpita più volte finché lei non aveva sentito in bocca il sapore del sangue. Dopo un po’ Frank aveva smesso di colpirla e di piangere ed era andato in camera. Ruth aveva sentito i cassetti che si aprivano e si chiudevano, imprecazioni sottovoce, una serie di tonfi. Poi Frank era riapparso sulla soglia con una valigia in mano e lei lo aveva fissato in fronte mentre il suo viso si muoveva e le diceva qualcosa, e Ruth lo voleva fuori di casa più di qualsiasi altra cosa. Aveva chiuso gli occhi e alla fine la sua voce era svanita e tutto era silenzio. Aveva trattenuto il fiato mentre la porta si chiudeva, poi era scesa dal divano ed era andata in cucina, aveva aperto la dispensa e preso la tazza sbeccata sul bordo che Frank aveva dimenticato di portare via. L’aveva scagliata contro il muro e l’aveva vista andare in mille pezzi.

E così Frank se n’era andato per la seconda volta, ma sua madre era tornata. Sua madre, che non capiva come mai Ruth stesse gettando via il suo matrimonio. Che non aveva mai capito cosa potesse volere di più oltre a un bel marito e due figli. E Frank che continuava a chiamare tutti i giorni perché erano in ansia per lei e perché non doveva stare da sola. E ora era dietro una porta chiusa a chiave con le mani tra i capelli, le lacrime silenziose che le solcavano le guance e il sollievo della solitudine così grande che quasi la nauseava. Pisciò e pianse, e si sentì svuotata finché il groppo in gola non se ne fu andato. Si alzò, aprì il rubinetto al massimo, si soffiò il naso e tirò lo sciacquone liberandosi una volta per tutte dell’urina, della carta igienica e del dolore. Mentre aspettava che la vasca si riempisse, fu di nuovo colta dall’ansia per la possibilità che il cane ricominciasse a guaire, perché aveva fame, perché aveva bisogno di uscire, perché aveva bisogni su bisogni su bisogni. Per la possibilità che lo scroscio d’acqua svegliasse sua madre, per la possibilità che bussasse alla porta e la sua voce petulante le chiedesse cosa le veniva in mente, di farsi un bagno a quell’ora, con tutte le cose che c’erano da fare, con quello che avrebbe pensato la gente. Allora curvò la schiena ed espirò.

«Vaffanculo» mormorò alla porta, serrando i denti per la rabbia. Articolando ciascuna sillaba. «Vaffanculo. Lasciami in pace. Voglio superarla a modo mio

Chiuse gli occhi, serrò i pugni e affondò le unghie nella carne finché non si accorse del dolore e l’ondata di rabbia non fu passata. Prese il flacone di bagnoschiuma Avon che le aveva regalato Gina per il suo compleanno, e ne versò metà nell’acqua che scorreva. Inspirò profumo di rosa e geranio, e immaginò sua madre che fiutava l’aria e, scandalizzata, blaterava contro gli sprechi.

Riempita la vasca, si mise davanti allo specchio e fissò il suo viso pallido. Strizzò le palpebre finché il riflesso non divenne una macchia confusa. Rimise a fuoco. Sotto l’aspra luce del bagno non aveva modo di nascondersi. Aveva la pelle unta e arrossata dal sonno, i pori dilatati. Macchie, gonfiori, cicatrici: erano tutti là.

Una volta aveva conosciuto un uomo, uno che dalla birra era passato al bourbon e a qualcosa di peggio ancora, uno che aveva il bisogno, la necessità impellente, di grattarsi e strizzarsi la pelle per ore. Sedeva al tavolo, ignaro delle voci intorno a sé, e si pizzicava la cute, le braccia, il collo, le labbra, fino a sanguinare. Anche lei provava lo stesso bisogno.

Sotto il labbro inferiore aveva un punto nero. Quasi invisibile. Lo strizzò e per un momento non successe niente. Premette più forte e l’unghia incise la pelle. Una bolla di sangue, seguita da una goccia di liquido trasparente. Inspirò, la pelle che bruciava. Espirò, lentamente.

Voltò la testa per studiare un lato del viso, tese la pelle verso l’orecchio. Osservò le vecchie cicatrici dell’acne sullo zigomo. A volte trovava la bruttezza stranamente confortante.

Mezz’ora dopo, immersa nell’acqua tiepida, mentre sorseggiava il caffè corretto con la vodka, sentì la porta della camera aprirsi, i passi felpati di sua madre nel corridoio. Mandò giù un altro sorso, si preparò al peggio.

Poi sentì bussare alla porta d’ingresso: Minnie che abbaiava, i passi di sua madre che cambiavano direzione, la porta che si apriva e il brontolio greve della voce di Devlin. Sentì sua madre, probabilmente in camicia da notte, sussurrare «Credo sia in bagno. Vado a chiamarla. Accomodatevi», come se fossero ospiti graditi, Dio santo, la voce che saliva di volume man mano che si avvicinava al bagno, infine il colpo alla porta tanto paventato e un sibilo: «Ruthie, è la polizia».

Ruth rimase in silenzio, aggrappandosi alla propria posizione di potere. Che aspettasse pure. Che si sentisse inerme e insicura. Che capisse di non avere alcun controllo sulla situazione.

Ma i colpi alla porta si fecero più insistenti, il sibilo più forte.

«Ruth! C’è la polizia. Vogliono parlare con te.»

Ruth sprofondò nella schiuma e chiuse gli occhi.

«Sto facendo il bagno.»

Ben sapendo quale sarebbe stata la reazione. Aggrappandosi al potere di quella porta chiusa.

«Be’, allora esci! Subito! Cosa ci fai là dentro quando i tuoi bambini... dopo tutto quello che è capitato?»

Ruth rovesciò la testa e sollevò la tazza.

«E quando ci sono dei signori in casa che aspettano di parlare con te!»

Ah, ecco qual era il problema.

Ruth mandò giù un altro sorso, sentì il calore avvilupparla.

«Di’ loro che dovranno aspettare. Oppure di tornare più tardi. Ho da fare.»

Un istante di incredulità, poi: «Non dirò mai una cosa del genere! Esci da quel bagno, e subito! Non puoi farli aspettare, sono...».

«Posso farlo e lo farò. Questa è casa mia. Non li ho invitati a entrare. Sono sempre qui a fare domande, le stesse maledette domande a non finire, e io non posso... voglio essere lasciata in pace.»

Allungò la mano verso la mensola sopra la vasca e accese la radio; la voce calda e sciropposa di Elvis soverchiò quella stridula e nauseata di sua madre.

Ruth si sentì pervadere da una strana sensazione. Era forza.

Non sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare. Che quello era il giorno in cui tutto sarebbe cambiato, ancora una volta.

Ruth era in camera a sistemarsi i capelli quando tornarono. Chiese a sua madre di farli entrare. Si accese una sigaretta e attraversò il corridoio a passo lento, cercando di tenere viva la sensazione di poco prima.

Entrò in salotto e la paura le fece scaturire un pizzicore sotto le ascelle e all’attaccatura dei capelli. Devlin era alla finestra e guardava fuori, le mani intrecciate dietro la schiena. Ruth poteva anche essere a casa sua, ma era lui a condurre l’interrogatorio.

L’ispettore si voltò non appena lei varcò la soglia, le rivolse un cenno – «Signora Malone» – poi indicò l’altro uomo sul divano. Grasso. Sorridente. Tutto sudato sotto la giacca e la cravatta. «Questo è il sergente Mackay.»

«Signori.»

Si mise a sedere con grazia, si sporse in avanti per scuotere la sigaretta nel posacenere. Quando alzò la testa si accorse che i due la stavano guardando. Si concentrò su Devlin.

«Ci dispiace averla disturbata poco fa, signora Malone. Di aver interrotto la sua toeletta mattutina. A quanto pare adesso ha un sacco di tempo per prepararsi.» I suoi occhi la scandagliavano.

Ruth dovette costringersi a non farsi schermo con le braccia, a non nascondere il viso dietro le mani.

Invece inspirò e soffiò un lungo pennacchio di fumo verso di lui. Un piccolissimo quanto disperato gesto di sfida.

«Come posso aiutarvi?»

Altre domande, era ovvio. Andarono avanti per ore, girando intorno ai dettagli di quella notte come segugi intorno alla preda. Forse non aveva messo il chiavistello alla porta. Forse aveva confuso gli orari. La stuzzicarono e la punzecchiarono, cercando di trarla in inganno, di fomentare la sua rabbia. La paura imperversava in lei come una fame insaziabile. Poi cambiarono tattica.

«Ruth... posso chiamarla Ruth?» Mackay non aspettò una risposta. «C’è qualcosa che vuole dirci? Qualsiasi cosa le passi per la testa?»

Lei lo fissò. Scosse il capo.

«È sicura? Perché abbiamo delle nuove prove. Che mettono in discussione... la sua versione dei fatti. È certa che non ci sia proprio niente che voglia dirci?»

Lei scosse di nuovo la testa. Si costrinse a sostenere lo sguardo dell’uomo.

La voce di Mackay era suadente, persuasiva. Devlin indietreggiò per guardare dalla finestra, estrasse le sigarette e lasciò parlare il collega.

«Sappiamo che a volte capitano degli incidenti. I bambini non obbediscono, non ascoltano. Uno vuole solo sculacciarli. E poi le cose gli sfuggono di mano. Ed è un incidente. Può succedere a chiunque.»

Una nuova ondata di paura, come acqua gelida sulla nuca. Ma con essa, un po’ di sollievo.

Finalmente. Eccola. L’accusa che temeva tanto, e ora che era stata formulata trovò in sé la forza di lottare.

«Credete che abbia fatto del male ai miei figli? Che li abbia uccisi io?»

Piombò il silenzio, e Ruth li vide scambiarsi un’occhiata. Poi di nuovo quella voce suadente.

«Ruth, quello che... qualsiasi cosa sia successa, può dircelo. Noi ne vediamo di tutte, sa. Sappiamo che queste cose possono succedere.»

Lei non disse niente.

«Se ce lo dice subito, ne trarrà vantaggio. Che gliene pare? Ruth?»

Erano passati quattro giorni dal suo incontro con Devlin al McGuire’s, e Pete doveva assolutamente parlare con Ruth. Non poteva pensare a Salcito, a Gallagher, a Devlin senza ritrovarsi di fronte i suoi occhi magnetici, le sue soffici labbra. Doveva parlare con lei perché non sopportava l’idea di non rivederla più.

Ormai conosceva le sue abitudini. Sarebbe andata al Gloria’s perché era giovedì. Sola, in compagnia del solito bicchiere di Jim Bean; sullo sfondo ci sarebbero state un paio di ombre che la sorvegliavano, perciò avrebbe dovuto agire prima di loro.

Pete immaginò la scena: lui che scivolava lungo il bancone, Ruth che obbediva al segnale di quella figura informe, indistinguibile da tutte le altre, ed estraeva le sigarette per farsi offrire da accendere.

Forse non l’avrebbe riconosciuto. Forse all’inizio avrebbero chiacchierato del più e del meno. Del locale. Del tempo. Dei Giants.

La massima naturalezza, come se niente fosse stato pianificato, e forse Pete avrebbe smesso di sentirsi come un cane che tiene un occhio puntato sulla macelleria al di là di una strada trafficata e si chiede se la fame e la bieca fortuna basterebbero a portarlo sano e salvo dall’altra parte. Ma a quel punto lei l’avrebbe guardato con sospetto e avrebbe spento la Lucky Strike fumata solo a metà.

«Mi ricordo di te.» Malcerta sullo sgabello, il ghiaccio nella sua voce. «Cosa vuoi?»

Pete non avrebbe saputo cosa risponderle. Aveva paura di lei, e Ruth lo avrebbe capito, proprio come lui avrebbe percepito l’istante in cui si sarebbe approfittata di quel potere, avrebbe alzato il mento e l’avrebbe fissato. E lui si sarebbe sforzato di mantenere la calma pensando a suo marito, a Devlin.

Ma era completamente perso nel suo fulgore fumoso, e lei lo avrebbe capito.

Perciò avrebbe trangugiato il suo drink, avrebbe sbattuto il bicchiere sul bancone e si sarebbe spinta in piedi come una pattinatrice che danza sul ghiaccio sottile.

«Seguimi, signor Uomo-del-mistero.»

«Cosa?»

«Vieni. Il liquore costa meno a casa mia,» un’occhiata maliziosa a Hud, che si sarebbe grattato la guancia e avrebbe sorriso continuando a lucidare i bicchieri con la solita tranquillità «così mi racconti tutto.»

Avrebbe riso. Non l’aveva mai vista ridere. «Se ricordi dove hai lasciato la lingua.»

Ma a casa sua, avviluppata dalla voce rauca e aspra di una cantante jazz, la musica lenta e struggente, e inebriante nel vortice variopinto di cinque Scotch, Ruth avrebbe messo fine alle sue provocazioni giocose. Si sarebbe versata da bere in silenzio e avrebbe trangugiato il liquore in un unico sorso sfrontato. E poi avrebbe smesso del tutto di parlare e lui si sarebbe scoperto disarmato mentre lei gli si faceva vicino, e avrebbe dovuto chiudere gli occhi per impedirsi di vedere il proprio riflesso nelle sue pupille, nere e bramose.

Immaginò il suo calore, il profumo della cipria, dei suoi capelli, il contatto delle sue labbra.

L’avrebbe baciata con tenerezza, come aveva sempre baciato le ragazze, ma la bocca di lei avrebbe premuto contro la sua, con forza, con ardore e con desiderio, e lui non avrebbe saputo come reagire. Sarebbe arrossito e le avrebbe dato dei bacetti delicati sul collo.

Ma lei gli avrebbe preso il viso tra le mani, avrebbe reclamato la sua bocca e avrebbe parlato con le labbra premute contro le sue.

«Non pensare.»

«Eh? Io...» Sorpreso, avrebbe potuto allontanarsi, ma lei l’avrebbe inseguito, la voce stavolta più aspra.

«Smetti di pensare. Abbandonati alle sensazioni.»

Prima che Pete potesse chiederle cosa intendeva, prima di poter ammettere che non sapeva come fare, lei l’avrebbe baciato, la lingua sulla sua, e lui avrebbe sentito il suo alito caldo e i suoi denti appuntiti sulle labbra, poi la paura e un desiderio crescente. Che venissero pure, che crescessero in lui come un soffio potente, se questo voleva dire abbandonarsi alle sensazioni.

E a quel punto la sua immaginazione superava il pensiero cosciente verso una serie di immagini e pure sensazioni. Il dolce risucchio delle sue labbra. Il fruscio serico della sua voce, dei suoi capelli. La distesa bianca del suo collo. La lunga curva delle palpebre chiuse. Il suo calore. Il dolore frastagliato quando lo stringeva con le unghie laccate. I suoi gemiti. Il suo sapore salato. E infine il frangersi di una grande onda e la sensazione che non c’era più modo di tornare indietro.

E dopo? Come sarebbe stato, dopo?

Si sarebbe svegliato accanto a lei in un groviglio di lenzuola, bagnato del sudore di entrambi, il profumo di lei nella testa e i suoi occhi addosso? O si sarebbe svegliato da solo, i muscoli indolenziti, lo scroscio dell’acqua in sottofondo e poi Ruth sulla soglia, in controluce, e la sua ombra vestita di tutto punto, completamente fuori luogo.

«I tuoi vestiti sono là. Puoi prendere un taxi in Main Street.»

La sua mente avrebbe annaspato per rievocare il ricordo del suo calore, dell’odore della sua pelle sotto la cipria e la crema. Ma la cipria e la crema sarebbero tornate al loro posto e la donna che aveva toccato sarebbe tornata a nascondersi dietro una fronte aggrottata e il fumo di una sigaretta. E quando avrebbe provato a baciarla le sue labbra avrebbero incontrato una guancia fredda.

Come sarebbe andata?

L’aria della sera era pungente, la strada invasa dalla quiete che precede il sorgere del sole. Camminò per oltre un’ora pensando a lei. Cacciando dalla mente l’immagine di suo marito, di sua madre, le facce dei suoi figli. Respingendo la vergogna, il senso di colpa.

Cercò di concentrarsi solo su di lei. Sul suo viso stanco e bellissimo. Sul sapore che avrebbe avuto. Sui suoni che avrebbe emesso. Sulla sofficità del suo corpo sotto le dita. E scoprì che era facile pensare solo a lei.

Sentì il battito del proprio cuore e immaginò che si accordasse a quello di lei. Pensò al legame che si estendeva attraverso la città: elastico, carico di possibilità. Di promesse.

Pensò alla sua voce. Al suo aspetto, alla diversa consistenza dei suoi capelli, della sua pelle e della sua bocca. Pensò alle cose che avrebbe voluto dirle, alle lettere che avrebbe voluto scriverle e che non le avrebbe mai spedito.

Avvertì l’agonia del desiderio alla bocca dello stomaco, in fondo alla gola. E avvertì lo spazio vuoto che Ruth avrebbe dovuto occupare.

Frank passò da lei dicendo che doveva parlarle.

La madre di Ruth gli sorrise, gli porse la guancia per ricevere un bacio, annunciò che li avrebbe lasciati da soli, che quel mattino aveva già deciso di andare in chiesa.

Andarono in salotto e Ruth si sedette davanti alla finestra a fumare. Osservò sua madre percorrere il vialetto, le gambe rigide, la schiena curva. Si lasciò scivolare addosso le parole di Frank, il sole invernale dal vetro che la rilassava.

Poi lui disse qualcosa che la svegliò dal suo torpore. Ruth si voltò verso di lui.

«Cos’ha detto Devlin?»

«Ha detto che se ti sottoponessi alla macchina della verità smetterebbe di farti domande. Che se ci sottoponiamo entrambi, ci lascerebbe in pace.»

Ruth si accese un’altra sigaretta, soffiò il fumo, lo scrutò socchiudendo le palpebre.

«E tu gli hai creduto?»

Frank allargò le braccia in un gesto che lei conosceva bene. Era il gesto che significava Ho perso la nozione del tempo. Il suo modo per dire Non sapevo che avevi chiamato, oppure Oggi non mi hanno pagato.

«Ruth, è uno sbirro. Vuole solo scoprire chi è stato. È il suo lavoro.»

Lei tirò dalla sigaretta, fissò il pavimento. Ripensò a Devlin e all’altro ispettore: Mackay. Quello che aveva detto di capirla. Di sapere che a volte le cose possono sfuggire di mano. Quella voce suadente che l’accusava velatamente di aver ucciso i suoi figli. La torchiavano da mesi. Doveva trovare un modo per fermarli.

Due giorni dopo Ruth sedeva nella stanza buia.

Aveva detto a Devlin che si sarebbe sottoposta al test a condizione che lo facesse anche Frank. E voleva la garanzia che sarebbe rimasta sola con i tecnici nella stanza, che nessuno l’avrebbe osservata. Non ne poteva più di essere spiata.

«Bene. Va bene, signora Malone. Certo. Se è quello che vuole.»

«E Frank lo farà nello stesso momento?»

«Esatto. Lo farete tutti e due. Ma lui sarà nella stanza accanto.»

Mentre il tecnico controllava i cavi e il corretto funzionamento della macchina, lei fumava una sigaretta dietro l’altra.

«Non è legale, lo sapete. Ho letto da qualche parte che il test non è accettato in tribunale.»

L’uomo tenne la testa bassa, girò qualche manopola, schiacciò alcuni interruttori.

«Dev’esserci qualcosa che non va, altrimenti lo riconoscerebbero.»

L’uomo rimase in silenzio, ma lanciò un’occhiata verso la porta.

Poi cominciarono.

«Lei si chiama Ruth Marie Malone?»

«Sì.»

«Quanti anni ha?»

«Ventisei.»

«È sposata?»

«Non più.»

«La notte del tredici luglio 1965 era sola in casa con i suoi figli?»

«Sì.»

«Ha mai fatto del male ai suoi figli?»

«No.»

«Quand’è stata l’ultima volta che li ha visti in vita?»

«Me l’avete già chiesto. Un milione di volte.»

«Quand’è stata l’ultima volta che li ha visti in vita?»

«State facendo le stesse domande anche a Frank?»

Il tecnico guardò lo specchio alla parete.

«Le state facendo anche a lui?»

«Scusi, signora, ma...»

«Frank Malone. Il mio ex marito. Sta facendo il test nella stanza accanto?»

«C’è... abbiamo solo una macchina.»

Ruth si strappò i cavi dal braccio e, come fossero radioattivi, li scaraventò addosso al tecnico sconcertato. Poi andò verso lo specchio alla parete e parlò verso di esso.

«Bastardi che non siete altro. Mi avete mentito!»

E poi: «Vi sento ridere di me, pezzi di merda! Non è giusto. Non è giusto!».

Sibilò quelle parole agli uomini dietro lo specchio. «A voi non interessa scoprire cos’è successo ai miei figli... vi accanite solo su di me!»

CASO MALONE: LA MADRE SI RIFIUTA

DI SOTTOPORSI AL TEST DELLA VERITÀ

di Tom O’Connor

Queens, 9 novembre. Abbiamo appreso ieri che la madre dei due bambini uccisi si è rifiutata di sottoporsi al test della verità per rispondere alle domande sul mistero che avvolge il loro decesso.

Frank Malone Junior, di cinque anni, e sua sorella Cindy, di quattro, sono scomparsi la notte del 13 luglio 1965 dal loro appartamento al primo piano in Kew Gardens Hills, e i loro corpi sono stati rinvenuti poco dopo nelle vicinanze. Abitavano con la madre, la ventiseienne Ruth Malone, che si era separata dal marito, Frank Malone Senior. La coppia si è ricongiunta brevemente dopo la tragedia.

Nonostante le indagini a tappeto, la polizia non ha ancora raccolto informazioni sufficienti per effettuare un arresto.

La signora Malone aveva affermato di essere disposta a collaborare sottoponendosi a un test poligrafico. Abbiamo appreso tuttavia che la donna si è rifiutata giacché i risultati non sono ammessi come prove valide in un’aula di tribunale.

Un portavoce della polizia ha detto al nostro giornale: «La signora Malone ha accettato di sottoporsi al test per dimostrare la propria innocenza, ma in realtà non ha mai avuto intenzione di farlo sul serio. Ha sempre saputo che il poligrafo non può essere usato in tribunale.»

La macchina della verità misura le reazioni fisiologiche, come i livelli di pressione sanguigna, il battito cardiaco e l’attività delle ghiandole sudoripare durante l’interrogatorio. Qualsiasi variazione significativa di questi valori indica che il soggetto sta mentendo.

La signora Malone è uscita di casa questa mattina e si è rifiutata di commentare il fatto di essersi sottratta al test o le voci riguardo a un imminente arresto.

Un’altra convocazione. Stavolta volevano che Ruth andasse in centrale.

«Solo qualche domanda.»

Entrò a testa alta, chiese la presenza di un avvocato. Devlin le disse che non ce n’era bisogno. Ruth insisté e lui la accusò di avere qualcosa da nascondere. Lei tenne duro e l’accompagnarono a un telefono per chiamare Arnold Green.

Quando l’avvocato rispose, sembrava distratto. Ma non appena capì chi lo stava chiamando, il suo tono di voce si fece guardingo.

«Signora Malone, come posso aiutarla?»

«Sono alla centrale di polizia. Credo... di aver bisogno di un avvocato.»

Seguì qualche secondo di silenzio, poi: «Io sono un avvocato divorzista, signora Malone. Sono specializzato in diritto di famiglia. Diritto civile».

«Non... non so cosa fare.»

«Mi dispiace. Non posso aiutarla nella sua attuale situazione.»

Ruth aprì la bocca per replicare, ma Green aveva già riagganciato.

Si volse verso Devlin, in piedi alle sue spalle e, senza guardarlo, gli disse che voleva un avvocato.

«Vuole che gliene troviamo uno d’ufficio?»

Lei fissò un segno sul muro a sinistra della testa dell’ispettore. «Sì. È questo che voglio.»

«Vedrò cosa posso fare. Ma tenga presente,» e lei avvertì il tono sardonico «che potrebbe volerci un po’. Non sarà facile trovare un avvocato che accetti di difenderla.»

La chiusero in una stanza senza finestre e con il riscaldamento al massimo, la porta che si apriva solo dall’esterno. Quinn si affacciò per informarla che stavano cercando di mettersi in contatto con il dipartimento dei difensori d’ufficio. Lei non si guardò intorno, aspettò solo che la porta si richiudesse.

Ore dopo, la porta si riaprì e Ruth sentì Quinn dire: «È qui».

Lei alzò lo sguardo e vide uno sconosciuto. Un uomo sui cinquant’anni con i capelli brizzolati e un paio di vivaci occhi azzurri. Indossava un abito di alta sartoria, il fermacravatta e una camicia immacolata. A un tratto Ruth si rese conto del caldo infernale nella stanza, dell’aspetto che doveva avere. Si riavviò i capelli e fece per alzarsi, ma lui le indicò di restare seduta e tese la mano.

«Sono Henry Scott. Il suo avvocato.»

Aveva la pelle asciutta. Ruth sentiva profumo di acqua di colonia: un aroma dalle note legnose. Fresche.

Ruth sbottò: «Lei non è un difensore d’ufficio».

L’uomo le sorrise, e le ricordò qualcuno.

«No.»

Poi l’avvocato si rivolse a Quinn con tono tagliente.

«Qui si soffoca. Regolate il riscaldamento o trovateci un’altra stanza. E portateci dell’acqua. Caffè e dei panini... e faccia in modo che il mio studio riceva le registrazioni e i verbali degli interrogatori alla mia cliente entro domani mattina.»

Quinn avvampò, assentì con un cenno della testa. Una volta che se ne fu andato, Scott si rivolse a Ruth.

«Sono stato incaricato dal signor Gallagher. Immagino siate amici.»

Ruth capì chi le ricordava quell’uomo: Lou. Le davano la stessa impressione: quell’uomo sapeva il fatto suo. Si sarebbe preso cura di lei.

Scott posò la ventiquattrore, scosse la testa.

«Patetici.»

Ruth lo guardò. Lui sorrise di nuovo, fece un cenno verso la porta.

«È chiaro che non hanno niente in mano contro di lei. La stanno sottoponendo a tutto questo per farla crollare. Se avessero prove consistenti, le avrebbero già tirate fuori. Tutto questo,» si indicò intorno «mi dice che non hanno niente e che la stanno torchiando per indurla a confessare.»

Ruth provò la subitanea sensazione di poter cedere le redini a qualcuno il cui mestiere era proteggerla. Assaporò quella sensazione con prudenza. Raddrizzò la schiena, lo guardò dritto negli occhi e aspettò che iniziasse.

Scott sedeva al suo fianco. Ruth riusciva a sentire l’aroma dei suoi sigari costosi sotto il fumo delle sigarette che tutti gli altri fumavano senza posa. Davanti a lei c’era Devlin e, accanto a lui, un agente dal viso lungo che non aveva mai visto prima. Carey, Caruso, qualcosa del genere. Aveva lo sguardo furtivo di un ratto.

C’erano quattro persone nella stanza, ma per Ruth erano solo in due: lei e Devlin.

L’ispettore si sporse in avanti, gli occhi conficcati nei suoi, così in profondità che Ruth li sentiva incunearsi nella sua testa. Si sforzò di respingerli. Di tenerlo fuori. Di escluderlo dai suoi pensieri.

Senza staccarle gli occhi di dosso l’ispettore allungò una mano affinché l’uomo dalla faccia da roditore gli consegnasse un fascicolo. Lo posò sul tavolo e lo aprì. Sparse le fotografie come fossero carte sul tavolo da gioco. Il tutto senza mai distogliere lo sguardo.

«Le guardi, signora Malone.»

Lei non riusciva ad abbassare gli occhi. Se lo avesse fatto, Devlin l’avrebbe interpretato come un segno di debolezza.

«Le guardi, per favore.»

Ruth sentì la voce di Scott, come da lontano. «Devo oppormi. La mia cliente...»

Lei finse di non sentire, tenendo gli occhi puntati su Devlin.

«LE GUARDI!»

La sua voce e il pugno sul tavolo la fecero sobbalzare: lo spavento la costrinse a indietreggiare, ad abbassare lo sguardo.

Dapprima la sua mente non riuscì a dare un senso a quello che vedevano i suoi occhi. C’erano foglie, ombre, ramoscelli. Poi distinse una scarpa. E, dentro, un piede. Quello che aveva scambiato per un ramoscello era in realtà una gamba. Quello che pensava fosse un nodo del legno, un livido.

Allungò una mano e accarezzò la fotografia. Aveva visto quel livido quando era ancora una ferita sanguinante. L’aveva lavato con acqua e sale, l’aveva medicato con la tintura di iodio. L’aveva tenuto fermo quando si divincolava per sfuggire al bruciore. L’aveva baciato per farlo guarire prima.

Si baciò la punta delle dita, schiacciò le labbra sui polpastrelli caldi e rosei, sentì il proprio calore e il sangue che pulsava sotto la pelle, e poi schiacciò quel bacio sulla gamba fredda e distesa.

Chiuse gli occhi per un istante prima di guardare la fotografia successiva. Un braccio annerito da qualcosa che non era solo ombra. Una cascata di capelli, bianchi sul letto grigio dell’erba. La stoffa strappata di una maglietta grigio chiaro che non doveva essere né chiara né grigia, ma celeste come il cielo d’estate.

Gli occhi di Ruth saettavano rapidi sulle immagini al ritmo della voce di Devlin in sottofondo, il suono che saliva man mano che il suo sguardo fluttuava di fotografia in fotografia, e scendeva quando i suoi occhi incontravano un’altra scarpa. Su una coltre di foglie. Sull’ingrandimento di qualcosa di bianco e soffice. Sull’immagine sfocata di dita ricurve.

Raggiunse la fine, tenne la testa bassa, sentì la mano di Scott sul braccio, la sua voce gentile che interrompeva quella aspra di Devlin. Non distingueva le loro parole. Non riusciva a parlare.

Serrò le labbra, scosse la testa per svuotarla da tutto quel frastuono. Le voci tacquero e poi, nel silenzio che seguì, udì Scott dire chiaramente: «La mia cliente ha bisogno di una pausa».

E lei scosse la testa di nuovo, perché una pausa significava alzarsi. Significava lasciare quella stanza per un’altra del tutto simile. Significava decidere se voleva un caffè o meno, o andare in un bagno dalle piastrelle fredde sotto lo sguardo arcigno di una poliziotta.

Mentre restare lì significava poter tenere le braccia strette intorno al corpo. Restare chiusa in se stessa. In silenzio. Al sicuro.

Ma poi Devlin si protese in avanti e sferrò un ultimo attacco per sfondare le sue difese; la sua voce premeva, premeva, e Ruth non aveva più un posto dove nascondersi.

«Quello che è successo ai suoi figli è stata una tragedia, signora Malone. Siamo vicini a un arresto. Vicinissimi.»

Il suo fiato sulla pelle, come quello di un amante.

«Sappiamo che ha avuto un complice. Nessuno ha sentito arrivare automobili quella notte perciò, chiunque fosse, sappiamo che ha parcheggiato a una certa distanza. Erano necessarie due persone, o un uomo molto forte, per far uscire i bambini di casa e portarli lontano. Vogliamo mettere le mani su quell’uomo, signora Malone. E lei deve aiutarci ad arrestarlo. Possiamo offrirle l’immunità se collabora.»

Silenzio.

«O preferisce finire in prigione per lui? Ci pensi, signora Malone. Restare chiusa in gattabuia anni e anni per un crimine commesso da qualcun altro.»

Lei ascoltò il ritmo dei respiri nella stanza, il ritmo del nastro che scricchiolava, e pensò all’eventualità di finire in prigione. All’eventualità di non essere più libera di fare una passeggiata. Di ballare. Bere. Ridere. Al non essere più libera di respirare.

«Non intende aiutarci, signora Malone? Se non risponde, saremo costretti a dedurre che non è interessata a ottenere giustizia per i suoi figli.»

Ruth assaporò quella parola e le risultò amara. La giustizia non le avrebbe restituito Cindy e Frankie. Un arresto per omicidio non poteva resuscitare i morti. Allora che senso aveva?

La voce di Devlin irruppe nei suoi pensieri mentre raccontava la storia del suo complice.

«Forse lei era in un’altra stanza mentre lui agiva. Mentre li riduceva al silenzio. Mentre li portava fuori. Forse la sua unica colpa è quella di aver bevuto un po’ troppo e aver alzato il volume della radio. È così che è andata, non è vero, signora Malone?»

Lei chinò la testa. Quell’uomo non aveva idea di cosa volesse dire sentirsi in colpa.

Non sapeva cosa voleva dire lasciare i bambini soli in casa o con una babysitter appena adolescente per andare a lavorare otto ore filate su un paio di tacchi alti che ti scorticavano i piedi, servire da bere a degli stronzi che pensavano di essersi comprati il diritto di palpeggiarti a ogni giro di bevute. Non sapeva cosa voleva dire lasciare i bambini addormentati mentre incontravi un uomo che avrebbe pagato per la tua compagnia perché tua figlia aveva bisogno di un paio di scarpe nuove. Non sapeva cosa voleva dire mandare i bambini a letto con la fame, cercando di saziarli con l’acqua e aggiungendo un goccio di whisky per farli dormire, perché se li avessi lasciati mangiare a volontà non ci sarebbe stato niente per la colazione, perché gli assegni di quel fannullone del padre erano sempre scoperti.

Non sapeva cosa voleva dire tornare a casa dopo dodici ore di lavoro, con le loro facce impresse nella mente dall’inizio alla fine, aggrapparsi al dolce profumo della loro pelle mentre pulivi il vomito dalle scarpe e raccoglievi mozziconi di sigaretta da un bicchiere ancora mezzo pieno. E poi varcare la soglia di casa e sentire il loro baccano: gli strilli, le grida e le continue richieste, di cibo e di attenzione, e sentire che la loro esistenza – tutto il loro versare, tirare, strappare, chiedere – ti metteva voglia di dare tutti i soldi che avevi in borsa alla babysitter e supplicarla di restare. O, in mancanza di soldi e di babysitter, di scappare perché eri così stanca, e avevi bisogno di un momento di solitudine. Di pace.

Quell’uomo non ne aveva la più pallida idea. Nessuno di quegli uomini ne aveva. Ricevevano un salario da uomini e avevano una moglie che teneva a bada il rumore e la confusione, i problemi di Jimmy a scuola, la tenera Susie che non voleva mangiare le verdure, il più piccolo che non la smetteva di piangere.

Non avevano idea di cosa significasse sentirsi in colpa. Di cosa significasse essere una madre.