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Pete chiamò Devlin e chiese di potergli offrire il pranzo. Si incontrarono al Tony’s, come l’altra volta. Niente era cambiato: Devlin non gli chiese scusa per il ritardo e, quando iniziarono a parlare, lo fece con una sicurezza e una determinazione inaudite. Pete gli riferì di aver parlato con Frank: l’ispettore reagì con un borbottio incomprensibile mentre addentava una costoletta di maiale.

«Mi sembra un brav’uomo. È sconvolto per quello che è capitato alla sua famiglia. Abbiamo parlato dei suoi spostamenti nei giorni prima che i bambini...»

Devlin ruggì una risata. «I suoi spostamenti? Mio caro, per caso ha guardato le repliche di Dragnet

Mandò giù un sorso della sua bibita. «Crede che non l’abbiamo già interrogato? Sta perdendo tempo, Wonicke. Lasci gli alibi e gli spostamenti,» disegnò un paio di virgolette con le dita «a noi e si rimetta a fare il suo lavoro.»

Poi l’ispettore scrutò Pete attentamente e parve giudicarlo un po’ lento di comprendonio.

Proseguì: «Frank Malone è un uomo che ha perso la moglie e i figli. Era un padre. E glielo dico da padre... non avrebbe mai fatto del male a quei bambini. Non è il tipo».

Spinse via il piatto, si pulì la bocca. «E comunque aveva fatto richiesta di custodia. Voleva che i bambini andassero a vivere con lui. E probabilmente l’avrebbe ottenuta: ha un lavoro fisso, una vita tranquilla. A differenza della madre. Perché li avrebbe uccisi se voleva che andassero a stare con lui? No, è stata lei. Lo so.»

Pete cambiò argomento. «La volta scorsa lei ha detto di avere un testimone che sostiene di aver telefonato alla signora Malone alle due, la notte in cui i bambini sono scomparsi, e che nessuno ha risposto.»

Devlin si rilassò, prese uno stuzzicadenti.

«Esatto.»

«Le dispiacerebbe darmi il suo nome?»

«Sì, mi dispiacerebbe molto. Questo non deve finire sui giornali. Lo teniamo in serbo per il processo.»

«Non scriverò niente. È solo curiosità.»

Devlin lo fissò a lungo. «Si chiama Salcito. Ma non parlerà mai con lei.» Prima che Pete potesse replicare, l’ispettore incalzò: «Ho un’altra informazione da darle».

Pete stappò la penna. Aspettò.

«La signora Malone sta cercando lavoro.»

Devlin scartò lo stuzzicadenti e lo spinse verso i molari, la voce distorta dalle labbra aperte.

«Che ne pensa? Non sono passate nemmeno sei settimane da quando i bambini sono stati uccisi.»

Gettò lo stuzzicadenti sul tavolo. Pete si sforzò di non guardarlo.

«E non cerca lavoro come cameriera. Vuole fare la segretaria. La receptionist. Un lavoro elegante. Sogna di fare carriera, ora che non ha più i bambini tra i piedi.»

Sorrise. «Avrà una brutta sorpresa.»

Pete lo scrutò, lesse la sua soddisfazione, la sua convinzione di essere nel giusto.

«Cosa vuol dire?»

Devlin sorrise ancora di più. «Ogni volta che le faranno un’offerta... per un colloquio, per un lavoro... il nuovo datore riceverà una chiamata, o magari una visita. Faremo in modo che sappia la verità sulla feccia che intende assumere.»

Alla fine di agosto Ruth si candidò per un lavoro come segretaria di direzione presso un’agenzia pubblicitaria di Long Island City. Pete la seguì una mattina, notando il modo in cui teneva la testa bassa mentre si allontanava dalla macchina. Rimase seduto nel parcheggio e la vide entrare. Uscì poco dopo, si accese una sigaretta e se ne andò.

A quel punto Pete entrò nell’edificio. Per dare un’occhiata in giro.

Era un bel posto luminoso e c’erano fiori all’ingresso. Si fece avanti per chiedere indicazioni, fingendo di essersi perso. Si guardò intorno, recitando la parte del turista frastornato, domandò di cosa si occupassero. Apparve un uomo, che consegnò dei documenti da battere a macchina alla ragazza alla reception: «Ecco il signor Beckman, perché non lo chiede a lui?», e i due si scambiarono un sorriso. Amichevole. L’uomo strinse la mano di Pete e si presentò come Paul Beckman. Illustrò a Pete alcuni dei prodotti di cui si occupavano, scherzò su uno slogan che stava sviluppando per un dentifricio, poi gli dette indicazioni per la superstrada. Sembrava un tipo simpatico.

Mentre tornava verso la sua auto, Pete vide arrivare i poliziotti. Quinn era alla guida, Devlin sul sedile del passeggero, il gomito sul finestrino aperto, la mascella serrata.

Quando Pete andò al McGuire’s, quella sera, l’incontro di Devlin con Beckman era già sulla bocca di tutti. Quinn teneva banco e raccontava l’aneddoto a un agente magrolino dai capelli rossi di nome Henriksen e a un altro con i capelli biondi e l’acne di cui Pete non conosceva il nome. Salutarono Pete con un cenno della testa.

«E così siamo entrati, come facciamo sempre. Quel tipo è stato davvero gentile, ci ha pure offerto un caffè. E il sergente gli ha fatto il solito discorsetto: oggi è venuta da lei una giovane donna per un colloquio, giusto?

«Il tipo risponde di sì. E sembra confuso. Devlin gli chiede: “Intendeva offrirle il lavoro?”. E il tipo si acciglia. Si versa una tazza di caffè. Prende tempo. Poi domanda: “Posso sapere perché vi interessa tanto?”. Roba da matti. E non stava mica scherzando!»

Henriksen scoppiò in una risata, stridula come quella di una ragazza. «E il capo che ha detto?»

«Cos’ha detto? Be’, lì per lì non sapeva che dire. Scommetto che nessuno gli parlava in quel modo da parecchio tempo.

«Ha aspettato un po’, per dare a quel tipo il tempo di rispondere. Niente. Allora fa: “Probabilmente le ha detto di chiamarsi Ruth Kelly. Quello è il suo nome da nubile. Il suo nome da sposata, quello vero, è Ruth Malone”.»

«E quel tipo resta muto. Allora aspettiamo un altro minuto e io gli faccio: “Questo nome le suona familiare? Magari l’ha sentito da qualche parte”. Vuoto totale. Il tipo se ne sta lì tranquillo a bere il suo caffè. In attesa di una spiegazione.

«Perciò il capo sospira e si sporge verso di lui, sapete, come a dire “E va bene, ora userò parole semplici”, lo guarda dritto negli occhi e dice: “Signore, la donna che ha incontrato stamattina è sospettata dell’omicidio dei suoi figli”. E quello non fa una piega! Come se gli avessimo detto che fuori pioveva.

«Finalmente – apriti cielo! – ha parlato. E sapete che ha detto? Ha detto: “Perché siete venuti a dirmelo?”.»

Henriksen si guardò intorno, gli occhi fuori dalle orbite. «Non ci credo!»

Il poliziotto biondo scosse la testa. «La gente è strana forte... non si comporta mai come pensi.»

Si rivolse a Henriksen. «Come la pazza furiosa del mese scorso a Forest Hills, ricordi?»

Henriksen annuì, sorridendo. «Ah, quella sarà difficile da dimenticare.»

Poi guardò Quinn. «Abbiamo ricevuto una chiamata per violenza domestica. I vicini sentivano una donna che strillava, piatti lanciati contro il muro, e chi più ne ha più ne metta. Perciò siamo andati là, abbiamo bussato alla porta... nessuno ci apriva e così l’abbiamo sfondata. Dentro regnava il caos: sangue dappertutto, vetri rotti, sedie spaccate. A quanto pare il marito era tornato dal Vietnam e aveva saputo che mentre era via la moglie l’aveva data anche al cane, perciò aveva deciso di darle una lezione. Le ha rotto due denti, e anche un braccio, credo... Gliel’abbiamo dovuta strappare dalle mani, e quel bastardo mi ha pure mollato un destro.»

Il biondino prese la parola: «Lo ammanettiamo e la moglie strilla: “Cosa fate, cosa fate, no, non portatelo via!”. Le spiego che non lo portiamo dentro per quello che ha fatto a lei... si tratta di un incidente domestico senza testimoni... ma per quello che ha fatto a Henriksen. Quella maledetta squilibrata mi salta addosso e, quando cerco di respingerla, mi azzanna!»

Uno scroscio di risate. Il biondino arricciò la manica, Pete sbirciò e vide un livido circolare sull’avambraccio.

«Mi hanno fatto l’antirabbica... il dottore ha detto che il morso di un essere umano è più pericoloso di quello di un animale. Così, alla fine, il marito se l’è cavata con una multa, mentre la moglie si è beccata sei mesi. E spero che quell’uomo si trovi un altro pezzo di figa prima che lei esca. Che le dia davvero una lezione per quello che ha fatto a me... e a lui!»

Altre risate. Poi, man mano che tutti si zittivano, Quinn riprese il suo racconto.

«Insomma, il tipo di stamani ci fa: “Perché siete venuti a dirmelo?”. Ho capito che il capo non sapeva che dire. E neanch’io. Al che il tipo ci chiede se c’è dell’altro. Come se sapere che un’assassina è appena entrata nel suo ufficio non fosse già abbastanza!»

«Cristo santo... E il capo che ha detto?»

«Ha detto: “Pensavamo che lo volesse sapere, signore”.»

Il biondino scoppiò a ridere. «Questa è buona. Signore

«Già, niente male. Il tipo ci fa: “E cosa vi aspettate che faccia?”. Come se avesse saputo di avere un topo nella spazzatura. La cosa non lo toccava minimamente.

«Il capo gli è andato sul muso. E gli ha detto: “Forse lei non capisce che razza di donna sia quella. O forse non siamo stati abbastanza chiari”.»

«Il tipo ha finito il suo caffè, si è alzato e ha detto: “Siete stati chiarissimi. Grazie per essere venuti. Ora, signori, se non vi dispiace avrei un altro appuntamento”.»

«Porca puttana.»

Henriksen annuì. «Da non crederci.»

«E questo è tutto. Prima che potessimo dire un’altra parola ci siamo ritrovati sul marciapiede come due poveri pagliacci. Sapete cos’ha detto il capo a quel punto? Ha detto: “Quello stronzo pensa di aver fatto la buona azione dell’anno. Pensa di aver dato prova della sua statura morale. Ma ogni uomo ha dei limiti, e io scoprirò quali sono i suoi. E quando lo farò, Quinn, se ne pentiranno amaramente, lui e quella puttana”.»

Pete contemplò le loro facce arcigne, gli occhi stretti. Li vide gonfiare il petto all’idea di una resa dei conti.

L’indomani, Pete chiese a Janine di telefonare all’agenzia di Beckman per informarlo che il quotidiano aveva intenzione di pubblicare una serie di ritratti dei dirigenti di aziende situate in quartieri in espansione. Lei fece una smorfia, ma Pete le sorrise promettendole di offrirle il pranzo.

Quando riagganciò, Janine gli lesse gli appunti stenografati. Beckman aveva appena passato i quarant’anni, da nove lavorava nell’agenzia. Aveva lasciato la moglie e i figli in Delaware quando, sei mesi prima, si era trasferito a New York.

Nel corso delle settimane successive, Pete tornò a Long Island City parecchie volte. Beckman portava Ruth fuori a pranzo un paio di volte alla settimana, sembrava sinceramente interessato a lei. Andavano sempre nello stesso ristorante, sempre a mezzogiorno e un quarto. Un pomeriggio Pete entrò poco dopo i due e chiese il tavolo alle loro spalle. Ruth non poteva vederlo da dove era seduta, ma Pete era abbastanza vicino da udire com’era in compagnia di Beckman. Parlarono esclusivamente di lavoro, tranne quando accennarono a un film che avevano visto entrambi. A quanto pareva, Beckman contava su di lei. Si fidava.

Pete li osservò uscire insieme, guardò i fianchi di Ruth che ondeggiavano sotto la gonna. Il sole che illuminava i suoi capelli e li tingeva d’oro quando si voltava. La metamorfosi del suo viso quando alzava lo sguardo verso Beckman. Sembrava più leggera, le rughe e le ombre attenuate, gli occhi brillanti.

Pete aveva altri incarichi, ma faceva in modo di trovarsi al ristorante a mezzogiorno, sempre a portata d’orecchio ma invisibile ai loro occhi. Si diceva che stava solo seguendo gli sviluppi del caso, ma dopo qualche settimana comprese che c’era dell’altro. Nei giorni in cui non poteva andare, Ruth gli mancava.

A metà settembre, Beckman annunciò a Ruth che il suo contratto era stato rinnovato per altri due anni e che si sarebbe trasferito dall’appartamento che la compagnia gli aveva fornito inizialmente. Aggiunse che aveva bisogno di più spazio.

Alcuni giorni dopo Ruth gli disse che aveva qualcosa per lui. Pete la sentì frugare nella borsa e, incuriosito, si arrischiò a passare accanto al loro tavolo per andare in bagno. Gli stava dando un catalogo di arredamento. Quando tornò al suo posto, Beckman lo stava sfogliando.

Disse: «Non so nemmeno da dove cominciare. Di solito si occupa Helen di queste faccende. Qualsiasi cosa io scelga sarà sbagliata e dovrò fissare tutti i giorni tende e divani che odio».

Seguì una parentesi di silenzio, e Pete ripensò agli occhi stanchi di Beckman, al modo in cui aggrottava la fronte quando parlava. Non seppe mai cosa vide Ruth né cosa successe tra di loro durante quella parentesi, ma quando lei riprese a parlare c’era un certo calore nella sua voce.

«Potrei aiutarti io. Se vuoi.»

Pete pensò che fosse solo un modo per passare il tempo. Ma la faccenda si fece seria. La settimana dopo andarono a fare shopping insieme. Poi Paul Beckman la portò fuori a cena per ringraziarla, dopo di che la invitò a salire da lui. Pete parcheggiò dietro la volante della polizia e rimase a guardare l’appartamento di Beckman per un’ora, cercando di non immaginare cosa stesse succedendo lassù. Incapace di andarsene finché le luci non si spensero e fu chiaro che quella notte Ruth non sarebbe tornata a casa.

Conosceva bene tutti i pettegolezzi che giravano alla centrale di polizia, tutte le battute – e aveva il ricordo delle sue labbra dischiuse, dei suoi occhi spalancati quando lo aveva guardato il giorno del funerale di suo figlio – ma stavolta era diverso. Si trattava di una madre che aveva appena perso entrambi i figli e di un uomo sposato. Devlin non si sbagliava sul suo conto. C’era del marcio sotto la dolcezza.

Non sapeva cosa avevano fatto i poliziotti; quanto a lui, tornò a casa e stappò una birra dietro l’altra, e scrisse fino a farsi venire il mal di testa.

CASO MALONE:

LA MADRE SI CHIUDE NEL MASSIMO RISERBO

di Peter Wonicke

Queens, 20 settembre. La provocante rossa al centro del duplice omicidio avvenuto nel Queens oggi si è rifiutata di commentare le voci che la vedrebbero intrattenere una relazione clandestina con un uomo sposato.

La signora Malone, che è separata dal marito, ha denunciato la scomparsa dei figli il 14 luglio scorso. Alcune ore dopo il corpo della piccola Cindy, di quattro anni, è stato rinvenuto in un lotto invaso dalla vegetazione non lontano dall’appartamento dove la signora Malone abita tuttora.

Due settimane dopo, tra gli alberi di un terrapieno che sovrasta la Van Wyck Expressway, non lontano dall’Esposizione Universale, è stato ritrovato il corpo del fratello di Cindy, Frankie Junior, di cinque anni.

La signora Malone, con indosso una giacca bianca e un abitino tricot chiaro, lo chignon cotonato sulla testa per apparire più alta del suo misero metro e sessantadue, è stata vista entrare nell’appartamento di Paul Beckman, direttore dell’agenzia pubblicitaria Schiller & Klein, poco prima di mezzanotte.

Una fonte ha dichiarato che la signora Malone ha moltissimi amici uomini. E la polizia ha scoperto che la «festaiola» frequenta quasi tutti i locali notturni di Flushing e Corona.

I bambini sono stati portati via da una stanza che è stata poi trovata chiusa a chiave mentre la madre si trovava nella sua camera da letto. Non sono stati avvistati estranei nei pressi del palazzo e i vicini della signora Malone non hanno segnalato eventi insoliti durante quella notte.

Per il momento non sono state avanzate accuse formali.

L’indomani mattina consegnò l’articolo e si diresse a Long Island City. La cameriera fece per accompagnarlo al solito tavolo, ma Pete la fermò e scelse un tavolo diverso. Voleva vederli in faccia. Fu solo quando arrivarono che a Pete venne in mente che avrebbero potuto notarlo, riconoscerlo persino.

Ma di fatto non avevano occhi che l’uno per l’altra. Beckman sembrava più rilassato. Un po’ in imbarazzo. Vide Ruth crogiolarsi nella gratitudine dell’uomo come un gatto sotto un raggio di sole. Aveva la pelle e i capelli lisci come seta.

«Sei uno splendore. Bellissima. Potresti scegliere qualsiasi uomo. Solo un pazzo non ti desidererebbe.»

Quando furono tornati in ufficio, Pete rimase un po’ in auto a guardare l’East River, la danza della luce sull’acqua. Immaginò Beckman che posava la testa sui seni di Ruth, lei che lo teneva stretto finché non si addormentava. Pete la vide lì distesa ad ascoltare il dolce russare dell’uomo, a sentire il peso della sua testa su di lei, la solidità del suo corpo tra le braccia, il bisogno che aveva di lei, come di un balsamo.

Scrivere l’articolo aveva scatenato qualcosa in Pete. La rabbia era svanita e per la prima volta non vedeva Ruth come una sospettata, come l’ex moglie di Frank o come la madre di Frankie e Cindy, ma come l’amante di qualcuno.

Pete l’aveva vista frustrata, furibonda, annoiata, sensuale: quella era una Ruth soddisfatta. Quella era una Ruth che desiderava ed era desiderata.

Appoggiò la testa al sedile, chiuse gli occhi e pensò a lei. A ciò che la rendeva diversa. Aveva incontrato altre ragazze a New York: le sorelle e le cugine dei ragazzi che conosceva, le loro amiche o le loro compagne di stanza. In confronto a dov’era nato, lì le ragazze carine spuntavano come funghi: in tutti i negozi e su ogni marciapiede, in qualsiasi ristorante o cinema.

Le ragazze, nella cittadina da cui veniva, erano quasi tutte già sposate, sciupate e consumate dalla maternità. Alcune erano scivolate con disperata rassegnazione nelle abitudini delle vecchie zitelle. Le ragazze di città erano diverse. Erano venute a New York per sfuggire alla ristrettezza di quelle prospettive. Avevano scelto di essere differenti. Di scommettere su una vita diversa.

Eppure, per quanto Pete andasse in estasi per il fascino smaliziato delle segretarie di Manhattan o la nonchalance studiata delle beatnik vestite di nero dell’East Village, aveva sempre avuto il presentimento che si sarebbe sposato con una ragazza delle sue parti. Una ragazza nata in una piccola città, con il lustro degli studi universitari, con valori e ambizioni che poteva comprendere. Una ragazza acqua e sapone che magari portava la gonna un po’ più corta delle altre in paese, ma che poteva aver frequentato le superiori insieme a lui. Conosceva quel tipo di ragazza: lo capiva.

E poi c’era Ruth Malone, che era esattamente l’opposto. Che era diversa da qualsiasi altra donna che avesse conosciuto.

Non riusciva a smettere di pensare a lei. Non soltanto per il caso: gli si conficcava nel cervello come il mal di denti, e questo lo spaventava e lo eccitava allo stesso tempo.

La sua mente si focalizzò sul lento sbocciare del suo sorriso, sul suono della sua risata.

Pronunciò il suo nome ad alta voce e fu come cioccolata sulla lingua. Cioccolata con un tocco aspro e bollente, come un pasticcino inzuppato nel brandy.

Immaginò il proprio nome sulle sue labbra. Vide i suoi bei denti bianchi balenare sul suono lungo della «ii», poi lo schiocco della lingua contro il palato. Come il più piccolo e dolce dei baci.

Friedmann convocò Pete nel suo ufficio. Il pezzo su Ruth e Paul Beckman era sulla scrivania. Friedmann lo infilzò con un dito tozzo.

«E questo che cazzo sarebbe?»

«Ehm. È...»

«So cos’è, questa è roba da romanzetti rosa. Da quando siamo diventati una rivista scandalistica, Wonicke?»

«Io non...»

«E vorrei anche vedere! Che cazzo hai in testa?»

«Signor Friedmann, continua a fare notizia. La signora Malone. È...»

«Certo che lo è. E se la polizia avesse arrestato lei o questo... Paul Beckman per omicidio, o se avessi registrato una confessione, sarei il primo a complimentarmi con te. Ma questo... non è un articolo di cronaca. Questo è un incrocio tra “Vogue” e il “National Enquirer”!»

Sembrava disgustato.

«Almeno hai la prova che si sta scopando questo tizio?»

«Li ho visti insieme.»

«E cosa facevano?»

«Li ho visti uscire a cena, e poi andare a casa di lui.»

«Ed è per questo che ti pago, per guardare la signora Malone che va a cena fuori?»

«L’ho seguita nel mio tempo libero.»

«Sei rimasto seduto in macchina davanti a casa di Beckman mentre scopavano, nel tuo tempo libero? Pensi che detta così faccia un’impressione migliore?»

«Io non...»

Friedmann alzò una mano. «Ora basta, Wonicke.»

Si tolse gli occhiali e si massaggiò la radice del naso. Poi li inforcò di nuovo e fissò Pete intensamente.

«Questo caso è diventato un’ossessione per te. Be’, a questo punto ti ordino di lasciar perdere fino a nuovo ordine. Ci siamo intesi?»

«Io...»

«Ci siamo intesi?»

«Sissignore.»

«Ragazzo, stai camminando sul filo del rasoio. Bada a dove metti i piedi. Arrivi, fai come ti dico io ed eviti di fare cazzate. E basta. E smettila di ficcare il naso nella vita sessuale della signora Malone. Di giocare a fare il detective. Non ne voglio più di queste puttanate.»

Appallottolò l’articolo e lo gettò nel cestino.

«Ora fuori dal mio ufficio.»

Ma Pete non riusciva a starle lontano. Cercò di concentrarsi su altre vicende, altri articoli, altre scadenze, ma tutti i pomeriggi si ritrovava sulla superstrada in direzione di Long Island City per essere certo di trovarsi davanti all’ufficio di Beckman per le cinque. Li vedeva uscire insieme e li seguiva in qualsiasi ristorante avessero deciso di cenare. Sedeva al buio di un parcheggio a fissare le loro sagome nelle vetrine illuminate e si abbandonava alla sensazione della sua presenza, a come lo faceva sentire. Era entrata nella sua vita e l’aveva messa a soqquadro, lo aveva spinto a mettere in discussione tutto ciò che fino a quel momento aveva dato per scontato.

Una settimana dopo Ruth trasferì alcune delle sue cose nell’appartamento di Beckman. Pete lo vide portare dentro la valigia mentre i poliziotti del turno di pomeriggio prendevano appunti e quella sera al McGuire’s assisté alla reazione di Devlin.

«Se fosse mia moglie, la ucciderei. La ucciderei con le mie stesse mani.»

Per giorni interi Devlin non fece che dire di aver trovato il punto di rottura di Beckman. Il modo per metterlo in ginocchio e costringerlo a cancellarla dalla sua vita. Stava diventando un’ossessione.

Poi una sera entrò nel locale con un sorriso da orecchio a orecchio. Aveva trovato il punto debole di Beckman.

«Quel tipo l’ha assunta, ci va a letto, ma scommetto che non le permetterà di mandare a monte il suo matrimonio, di rovinare la sua famiglia. Perciò ho fatto qualche telefonata, ho scoperto l’indirizzo di casa sua in Delaware. E ho mandato una lettera alla moglie. Consegna per espresso. Scommetto la testa che la signora Beckman arriverà a New York questa sera stessa. Vediamo come se la cavano quei due, ora.»

Aveva voglia di festeggiare. Alzò la bibita gassata verso Pete. «Ho anche qualcosa per lei» e fece cenno a Quinn, che gli porse una busta spessa.

Pete infilò le dita sotto l’aletta e sbirciò all’interno. Un fascio di fogli, una busta più piccola, e un nastro registrato.

Devlin si protese in avanti. «Ci sono alcune foto dell’interno dell’appartamento. Il verbale dell’autopsia sul corpo della bambina. E un’altra cosa.» Gli fece l’occhiolino. «Una cosa che la aiuterà a capire il significato di quello che ha scoperto il medico legale.»

Il giorno dopo Pete spiò Beckman e Ruth al ristorante. Vide che l’uomo evitava di incrociare lo sguardo della sua amante.

Helen era arrivata la sera prima, le raccontò. Era andata su tutte le furie, aveva fatto a brandelli i vestiti di Ruth, aveva gettato i suoi trucchi nella spazzatura.

«Abbiamo litigato» le disse con aria frastornata. «Sembrava una pazza. Non l’ho mai vista in quello stato. Noi non litighiamo mai.»

Si massaggiò la faccia stanca e tirata, e informò Ruth che aveva chiesto un trasferimento. Che tornava in Delaware. Che gli dispiaceva.

«È la scelta migliore. Per i bambini. Lo sai.»

Se ne andò e la lasciò seduta al tavolo da sola, e Pete la vide metabolizzare la perdita del lavoro, del suo amante, di tutto il conforto che lui le aveva dato. La vide ordinare una birra, poi un’altra, la vide deglutire per tenere a freno il pianto.

E per la prima volta, di fronte a quel lato vulnerabile che Ruth non mostrava a nessuno, Pete provò il desiderio di prendersi cura di lei. La donna iniziò a grattarsi le pellicine intorno alle unghie, poi cominciò a morderle. Una goccia di sangue le finì sul labbro e Ruth si pulì con aria disgustata usando il dorso della mano, con durezza e impazienza, lo sguardo feroce e disperato.

Quella fu l’immagine di lei che Pete portò con sé per un certo tempo. Sangue. Repulsione verso se stessa. Una completa assenza di tenerezza.

Quella notte la osservò tornare al Callaghan’s in un abitino succinto e provocante, tacchi alti, tracannarsi Scotch Mist e flirtare con una dissolutezza febbrile che non aveva mai visto prima.

Ruth riconobbe i due agenti alla porta prima ancora di Pete. Andò dritto al loro tavolo e si piazzò davanti, le mani sui fianchi, le spalle dritte.

«Vi divertite, ragazzi? Vi piace quello che vedete?»

I loro occhi brulicavano su di lei come formiche.

«Che bel mestiere che fate. Eh, sì, state facendo proprio un bel lavoro, cazzo.»

I due risero.

«So che avete messo cimici nel mio appartamento. Vi eccitate a origliare me e i miei amici? Siete una manica di pervertiti. Tutti quanti.»

I due continuarono a ridere.

Due chiazze rosse le apparvero sulle guance quando sbottò: «Non scoprirete mai chi ha ucciso i miei figli. Non scoprirete mai la verità».

Poi girò sui tacchi voltando le spalle alle loro facce sbigottite e guadagnò la pista a passo malfermo, afferrando ben stretto il braccio di un uomo e tirandoselo dietro.

Pete era a casa, disteso sulla moquette, una birra accanto, la pioggia che batteva contro le finestre. Si alzò, si avvolse una coperta sulle spalle e iniziò a leggere il verbale che gli aveva consegnato Devlin.

Il corpo appartiene a una giovane femmina caucasica di quattro anni. Ben nutrita, del peso approssimativo di 16 chili e un metro di altezza. Capelli biondi, occhi azzurri.

Erano solo parole. Solo numeri.

Chiuse gli occhi. Deglutì con forza. Immaginò le piastrelle bianche alle pareti, una fila di lettighe di acciaio lucido. L’odore di sostanze chimiche che copriva quello più lieve della decomposizione.

Ipostasi.

Congestione.

Abrasioni.

Ecchimosi.

Petecchie.

Emorragie.

Erano solo parole. La realtà era una bambina immobile e bianca come le piastrelle che la circondavano; le mani e i piedi violacei, le guance graffiate e il collo coperto da un anello di lividi.

Edema a entrambi i polmoni, i tessuti si presentano screziati di rosso bruno. L’albero tracheobronchiale non contiene sostanze aspirate né sangue. Numerose sezioni polmonari rivelano la presenza di segni di congestione e di fluido edematoso lungo la superficie incisa. Nessuna suppurazione. La mucosa della laringe è grigio-bianca.

Le ultime fotografie di Cindy la immortalavano con il petto piatto, la pelle liscia, la canottiera rosa e le mutandine gialle, il pigiamino a fantasia. Pete cercò di non pensare al fatto che non avrebbe mai scelto l’abito per il ballo della scuola, che non si sarebbe mai tinta le unghie né sarebbe mai andata dalla parrucchiera.

L’esofago è vuoto, la mucosa grigio-bianca. Lo stomaco contiene frammenti di cibo non digerito (identificato come verdure a foglia e pasta). Il tratto prossimale dell’intestino tenue contiene una sostanza verde-gialla, probabilmente frutta o verdura. Nessuna emorragia. Niente di rilevante nel tratto distale dell’intestino tenue. L’intestino crasso contiene materia fecale molle. Presente l’appendice.

Nonostante le incisioni, le esplorazioni, i pesi e le misurazioni, l’autopsia non rivelava niente di che. Non c’erano tracce di violenza sessuale. Non c’erano frammenti di epidermide sotto le unghie, nessuna fibra sconosciuta, nessun livido tranne quelli sul collo che indicavano la morte per strangolamento. Cindy non aveva lottato; era morta senza difendersi.

Pete apprese dai verbali degli agenti che l’autopsia di Frankie conteneva ancor meno informazioni. Il suo cadavere era rimasto alle intemperie per oltre una settimana e gli animali ne avevano fatto scempio.

Non c’erano risposte, né vere prove. Cindy era deceduta da sei a diciotto ore prima del ritrovamento, avvenuto alle 13.30. Presumibilmente Frankie era stato ucciso con la stessa modalità e nello stesso momento.

Il verbale dell’autopsia non rivelava alcunché, tranne che non era possibile stabilire niente di certo. Nemmeno l’ora esatta del decesso. E Pete non vedeva alcun modo di dimostrare che Ruth Malone avesse mentito sull’orario in cui aveva dato la cena ai bambini, sull’orario in cui li aveva controllati, sull’ultima volta in cui li aveva visti.

Non vedeva indizi su chi li avesse uccisi, e perché.

Pete si rotolò sulla schiena, intrecciò le dita dietro la nuca. Cercò di mettere ordine fra i pensieri. Ma la sua mente era uno zibaldone di birra, stanchezza e gergo medico. Si appisolò e si svegliò dopo alcune ore, zuppo di sudore, un cattivo sapore in bocca.

Si alzò, bevve dell’acqua, fissò il suo riflesso sul vetro della finestra buia. Aveva il presentimento che non avrebbe ripreso sonno.

Si mise a sedere sul letto, ripose il verbale dell’autopsia nella busta, estrasse le fotografie della casa della signora Malone. Non c’era granché da vedere: era un normale appartamento dove abitavano una madre e due bambini. C’erano piatti sporchi nel lavello della cucina, giocattoli sparsi sul pavimento. Mucchi di biancheria piegata su un paio di sedie.

Poi trovò la foto della camera di Ruth, e si fermò. Era più ordinata delle altre stanze: le superfici erano sgombre, lucide. Il letto matrimoniale dominava la stanza. Cuscini a fantasia, un piumone di raso orlato con un nastro dello stesso colore e ripiegato ai piedi del materasso.

Perché Devlin gli aveva dato quelle fotografie? Dovevano racchiudere qualcosa di importante.

Le ripose nella busta e infilò il nastro nel registratore. Si distese e ascoltò il crepitio, poi la voce volutamente lenta di Devlin che riempiva l’aria. Sembrava diverso in quella registrazione. La voce graffiante, le vocali rotonde erano le stesse, ma dava l’impressione di aver fretta di raggiungere lo scopo.

«L’interrogatorio riprende... il diciassette settembre, millenovecentosessantacinque, alle ore undici e ventidue. Bene. Allora... signora Malone. Cos’ha dato da mangiare ai bambini la sera del tredici luglio?»

«Ve l’ho già detto. Due volte.»

«Ce lo dica di nuovo.»

«Ho fritto delle fettine di vitello e ho aperto un barattolo di fagiolini. Loro hanno bevuto del latte, io del tè freddo.»

«Ne è sicura?»

«Certo che sono sicura. Me lo avete chiesto per la prima volta il giorno dopo. È stata l’ultima volta che ho cucinato per...»

Una pausa di silenzio. Un colpo di tosse.

«Per caso ha dato loro della pasta? Maccheroni? O qualcosa del genere?»

«Ve l’ho già detto. Abbiamo mangiato carne. Fagiolini. Loro hanno bevuto il latte. Nient’altro.»

Ruth parlava in modo controllato, categorico.

«Quindi niente pasta.»

«Porca miseria. Quante volte devo ripetervelo? No, non abbiamo mangiato pasta!»

Altro silenzio.

«Allora chi ha messo la scatola di maccheroni nella sua spazzatura?»

«Cosa?»

«Abbiamo trovato una scatola di maccheroni nella sua spazzatura.»

La donna emise un’aspra risata. «E allora? Forse un vicino ha usato il nostro bidone perché il suo era pieno. Forse sono stata io, non lo so. Poteva essere lì da giorni! Non ricordo cosa ho dato loro da mangiare durante la settimana.»

«Ah, no?» Da come lo disse, sembrava un crimine. Un fruscio di fogli.

«No.» Al limite dell’insolenza.

Lo scatto di un accendino. Un tiro di fiato.

«E che mi dice del piatto di maccheroni avanzati nel frigorifero? Anche quello ce l’ha messo un vicino?»

«Cosa? Ma che razza di storia è questa? Ve l’ho detto, non ricordo cosa ho dato loro da mangiare durante la settimana. Forse la pasta era avanzata dal giorno prima, o dal fine settimana. Non. Me. Lo. Ricordo. Perché vi importa tanto? Perché non siete là fuori a cercare la persona che ha ucciso i miei figli? C’è un pazzo a piede libero che ammazza i bambini e voi mi subissate di domande su un dannato piatto di maccheroni!»

«Perché in questo momento, signora Malone, sto parlando con lei.» Silenzio. «Lei ha detto...» Ancora un fruscio: Devlin che sfogliava i suoi appunti, anche se Pete aveva l’impressione che ricordasse benissimo cosa aveva detto la donna.

«...ah, eccolo... nella sua prima deposizione lei ha detto che il tredici, tornando verso casa, si è fermata al Walsh’s Deli perché... e qui cito... “non avevamo niente in casa per cena”. Perché lo ha fatto, signora Malone, se c’era un piatto di maccheroni nel frigorifero?»

Ruth rimase in silenzio.

«Signora Malone, perché lo ha fatto?»

«Non lo so, okay? Non so cosa volete che vi dica. Forse non ricordavo che c’erano i maccheroni.»

Devlin sospirò, quasi impercettibilmente. Si udì un lieve schiocco, forse aveva messo giù la penna prima di parlare.

Pete riusciva quasi a vederlo, curvo sul tavolo, proteso verso di lei. Sempre più vicino. La accerchiava, attratto dall’odore della paura.

Quando l’ispettore parlò, lo fece a voce bassa e controllata.

«Il giorno in cui i bambini sono scomparsi ha comprato della carne di vitello, un barattolo di fagiolini e un cartone di latte. Al Walsh’s Deli in Main Street. E quella sera ai bambini ha servito quello che aveva comprato.»

«Ve l’ho detto, non...»

«E se, signora Malone, le dicessi che dall’autopsia del corpo di sua figlia abbiamo scoperto che aveva della pasta non digerita nello stomaco?»

Mentre Devlin sferrava l’attacco, Pete lo sentì pregustare il panico e la confusione che si erano dipinti sul volto della donna.

«Cosa? Non capisco. Io...»

«Non digerita, il che vuol dire che i bambini avevano mangiato della pasta la sera in cui sono stati uccisi. Poco prima di morire. L’autopsia indica che sua figlia è morta meno di due ore dopo l’ultimo pasto. La storia delle fettine di vitello è tutta falsa, non è vero, signora Malone? Proprio come il fatto che lei è andata a controllarli a mezzanotte.»

Pete percepì il compiacimento nel suo tono di voce.

«È stata una mossa sciocca da parte sua. Non sapeva che potevamo dimostrare cosa aveva mangiato, e quando lo aveva mangiato?»

Pete la vide come quella sera al Callaghan’s, quando aveva affrontato i due poliziotti al bancone del bar. Gli occhi sgranati e il viso sbiancato, solo due chiazze rosse di rabbia sulle guance.

Poi piombò il silenzio: immaginò i suoi occhi saettare sulla scrivania, indemoniati, in cerca di una via di fuga.

E poi all’improvviso Ruth parve riaversi. La sua voce era salda.

«Ho dato delle fettine di vitello ai bambini la sera del tredici luglio. Vitello, fagiolini e latte. E li ho controllati a mezzanotte e dormivano. È stata l’ultima volta che li ho visti ed erano vivi. Stavano bene. Proprio come ho già detto, ispettore