11
La registrazione giunse al termine e Pete accese la lampada. Devlin aveva ragione: mentire sul cibo era stata una mossa sciocca.
E, da quello che aveva visto e sentito, Ruth Malone era tutto tranne che sciocca.
Sentiva quasi la voce di Friedmann nelle orecchie, che lo guidava. E allora? Questo cosa significa? Non è una donna sciocca. Non racconterebbe mai una bugia così assurda.
Di tutte le menzogne che Ruth poteva dire, perché proprio quella? Il verbale dell’autopsia indicava che Cindy aveva ingerito della pasta durante il suo ultimo pasto. Devlin aveva scoperto una scatola di maccheroni nella spazzatura e un piatto di pasta in frigo. Messa di fronte a quelle prove, perché Ruth aveva ribadito di aver fatto mangiare ai bambini qualcos’altro?
Sommata al viso truccato e alla sua insensibilità al dolore, quella menzogna dava a Pete la sensazione che sotto la superficie ci fosse qualcosa che non aveva ancora colto. Qualcosa che era sfuggito anche a Devlin.
Poco prima dell’alba Pete piombò in un sonno agitato e si risvegliò alle otto. Si vestì in tutta fretta e, in punta di piedi, andò nel bagno nel corridoio che condivideva con il tipo dell’appartamento 5A. Quentin – Pete non aveva ancora capito se era il nome o il cognome – era un professore inglese di teologia in pensione. Parlava come James Mason e ascoltava le registrazioni crepitanti dei discorsi di Churchill durante la guerra con un grammofono dal suono metallico, e a volte di notte si metteva a urlare. La mattina Pete doveva scavalcare le bottiglie vuote di gin che l’uomo lasciava nel corridoio.
Si lavò e si fece la barba, poi raccolse gli appunti e le fotografie, salì in macchina e fece un giretto per schiarirsi le idee. Ma nella sua mente continuavano a frullare le stesse domande: E se Ruth avesse detto la verità? E poi: E se Devlin si fosse sbagliato sul suo conto?
Si diresse verso l’appartamento di Ruth, si fermò in 72th Drive e parcheggiò dietro una volante della polizia. Anche se la folla dei primi giorni non c’era più, un paio di giornalisti erano ancora lì a ficcanasare. Erano passati più di due mesi dal duplice omicidio, ma il caso continuava a fare notizia. Ruth continuava a fare notizia. Si rilassò e fumò due sigarette mentre decideva sul da farsi.
E poi, senza preavviso, successe quello che aspettava da tempo.
Un taxi accostò e scese Gina Eissen. Indossava un abito grinzoso più piccolo di almeno una taglia e aveva dei cerchi scuri sotto gli occhi. Mentre si frugava nel soprabito e nella borsetta per pagare la corsa, Pete scese dall’auto. Gina trasalì al rumore dello sportello che si chiudeva, ma non alzò lo sguardo. Pete si protese verso il tassista e gli porse una banconota da cinque dollari.
«Bastano?»
Il tassista annuì, si portò una mano alla fronte e se ne andò.
Quando Pete si voltò verso Gina, la donna stava ancora frugando nella borsetta. Pescò una sigaretta e un accendino che fece scattare senza successo. Pete le offrì da accendere e finalmente lei lo guardò in faccia. La donna aveva la pelle secca e le labbra screpolate.
«Cosa vuole?»
«Devo parlare con lei.»
Gina scosse la testa, indietreggiò. «Ah-ah. Ho visto le cose che ha scritto. Il modo in cui parla di lei. Non ho niente da dirle.»
«Aspetti. Mi stia a sentire.»
La donna continuò a camminare.
«La prego. Mi dispiace.»
A quel punto si fermò.
«Mi dispiace.»
Gina si voltò e lo fissò intensamente. «Per cosa?»
Pete fece un passo verso di lei. Poi un altro. La donna non si mosse.
«Ci ho riflettuto a lungo e...» Non sapeva dove andare a parare.
Gina rimase impalata, il peso su un fianco, e gli soffiò il fumo in faccia.
«Forse mi sono sbagliato.»
«Su cosa?»
«Sulla signora Malone. Su tutto.»
La donna ribatté con livore. «Ha detto bene. Si è sbagliato. Si sbaglia. Su tutto.»
«Ho bisogno del suo aiuto per sistemare le cose.»
Lei si accigliò. «Perché dovrei aiutarla?»
«Perché... sono la vostra unica possibilità. L’unica possibilità per la signora Malone.»
Lei lo guardò con perplessità. «Ah, sì?»
Pete fece un cenno verso il palazzo, le chiese: «Possiamo sederci un momento?».
Lei fece spallucce e si incamminarono verso i gradini all’ingresso, dove si sedettero. I deboli raggi del sole erano piacevoli sulla pelle. Era bello prendersi una pausa. Uno dei giornalisti si avvicinò alla volante e si mise a chiacchierare con gli agenti. Pete suppose che stesse cercando una nuova prospettiva, qualcosa per riempire una colonna a pagina cinque. Due donne passarono, rallentando davanti al palazzo della signora Malone. Si fecero strette, come se d’un tratto fosse disceso il gelo, e poi uscirono dall’ombra dell’edificio e tutto tornò a posto.
Apparve una donna dall’andatura stentata, come se avesse dolore alle articolazioni. Era in carne, con i capelli tinti di rosso e un rossetto che non si addiceva alla forma della sua bocca. Indossava un vestito informe a fiorellini e scarpe basse, i piedi che straripavano dai bordi. Aveva un’aria familiare.
Pete la indicò con un cenno e chiese a Gina: «Chi è?».
«Eh? Oh, è la signora Gobek. Quella è strana forte.»
«Strana? In che senso?»
«Oh, be’, è una donna vecchia e sola. E le piace inventare storie. Essere al centro dell’attenzione, credo.»
Poi apparve un uomo che camminava a testa bassa, gli occhi sfuggenti. Aveva qualcosa di bizzarro: era alto e aveva un’andatura dinoccolata, come se non si fosse mai abituato alla lunghezza spropositata delle sue gambe.
«Quello è un altro fenomeno da baraccone?»
«Quello è Gus Frederickson. Abita laggiù.» Indicò il palazzo accanto.
Pete lo seguì con lo sguardo e Gina sospirò. «Oddio. Lei è proprio come gli sbirri. Lo hanno tenuto al fresco per due giorni prima di trovare Frankie. Lo hanno interrogato fin quasi a farlo crollare. È un tipo strano, questo è certo, ma non è un assassino.»
«Come fa a saperlo?»
«Gus... non ha tutte le rotelle a posto. Ha avuto un incidente da piccolo. Qualcosa si è rotto nella sua testa. Ha vissuto con la madre finché lei non è morta. È buono come il pane. E ama i bambini... no, non in quel senso... gli piace giocare con loro, con i bambini, perché in fondo è un bambino anche lui. Lo conosco da anni e non... non farebbe del male a una mosca.»
Frederickson scomparve alla vista e Gina dette l’ultimo tiro alla sigaretta, la gettò sul marciapiede poi si strinse nel soprabito affondando le mani in tasca.
Pete si accorse che stava fissando i poliziotti, i giornalisti, e le disse con gentilezza: «Sono convinti che sia stata lei».
«Pensa che io non lo sappia? Pensa che lei non lo sappia?»
Pete annuì guardandola in faccia. «Non so cos’è successo quella notte. Ma se non è stata lei...»
«Non è stata lei.»
«Be’, allora deve iniziare a difendersi. La polizia ha bisogno di un altro indiziato. Dovrebbe indagare altrove invece di concentrarsi su di lei.»
Capì che quelle parole erano andate a segno, e insisté.
«Deve contrattaccare.»
Gina abbassò lo sguardo, si stropicciò il viso come per lavarlo. Quando alzò la testa, aveva la pelle e gli occhi arrossati. Sospirò. Poi sollevò il mento con aria di sfida.
«Voglio mostrarle una cosa. Mi segua.»
Gli agenti e i giornalisti ammutolirono quando li videro dirigersi verso il palazzo e quattro paia di occhi li seguirono mentre salivano i gradini. Osservarono Gina armeggiare con la chiave, Pete sfilargliela di mano, spingere la donna con delicatezza nell’atrio e nascondersi ai loro sguardi ostili.
Gina si passò una mano tra i capelli.
«Mamma mia, quanto li odio. Li odio. Sono mesi. Finirà mai?»
«Hanno ancora fame. Avrebbero bisogno di un po’ di riposo.»
La donna lo guardò quasi terrorizzata e per un istante Pete temette che ci avesse ripensato. Invece indicò una porta bianca al capo opposto del corridoio. Pete osservò il numero di ottone lucido, i segni sulla vernice lasciati da piccoli piedi.
«Quella è...?»
«Sì. Deve vederla.»
Gina bussò, la porta si aprì e apparve l’anziana del funerale. Guardò Pete con smaccata indifferenza quindi diresse lo sguardo su Gina. Solo per un attimo, poi sulle sue labbra si delineò un ghigno disgustato: gridò il nome della figlia senza voltarsi. Un istante dopo apparve Ruth Malone.
Era minuscola. Sembrava essersi rimpicciolita dall’ultima volta in cui l’aveva vista. Nonostante il trucco, Pete si accorse di quanto fosse pallida, fragile e impaurita. Quella non era la donna radiosa e scintillante che aveva visto nei locali. Quella donna era consumata da qualcosa più grande di lei. I suoi occhi erano enormi, scuri e persi, e dovette battere le palpebre e deglutire più volte prima di riuscire a parlare.
«Gina» fu tutto ciò che disse, poi tese una mano e l’altra donna si fece avanti per stringerla tra le braccia. Per un istante Pete pensò che sarebbe andato tutto per il meglio. Che Gina l’avrebbe abbracciata e consolata fino a placare il suo dolore e persuaderla a rialzare la testa. Come se bastasse un piccolo gesto di tenerezza per ritrasformarla nella ragazza dai capelli fiammeggianti, le labbra e gli occhi luminosi.
Invece Ruth si ritrasse e deglutì di nuovo, e Pete vide la durezza discendere sui suoi occhi. E poi lei lo guardò: un barlume di riconoscimento, poi la rabbia. Le sue guance si tinsero di rosso.
Ma prima che potesse parlare, Gina disse: «Ruth, tesoro, questo è il signor Wonicke. È un giornalista. Lui... be’, lui è a posto. Ho pensato che, visto che non la smettono di importunarti, tanto vale che tu dia loro qualcosa».
Ruth la fissò a lungo, poi guardò di nuovo Pete. Alla fine si rivolse a Gina e, con voce insolitamente stridula, disse: «Perché non entrate? C’è mia madre in visita. Andate in cucina. Non ci metterò molto».
Pete rimase ad ascoltare lo scalpitio dei suoi tacchi lungo il corridoio finché la donna non scomparve dietro l’angolo. Udì il chiudersi di una porta e seguì Gina in cucina.
Le due donne sedevano al tavolo, un bricco di caffè al centro. Qualcuno aveva pulito il tavolo – un piano di formica sbiadita che portava ancora i segni di scarabocchi a matita e graffi di forchetta – e disposto un sottopentola per il bricco e una tovaglietta per due tazze identiche. Il pavimento scintillava e la stanza sapeva di varichina e detersivo al limone. Le piastrelle sul piano cottura, gialle con un motivo scolorito a ciliegie, erano state appena pulite, i segni ben visibili alla luce abbagliante del sole. C’erano piatti lasciati ad asciugare sullo sgocciolatoio in attesa di essere messi a posto.
Pete ci mise poco a rendersi conto che nella stanza c’era qualcosa di strano. Le fotografie dell’appartamento che gli aveva dato Devlin raffiguravano una cucina disordinata e ingombra: i giocattoli sul pavimento, il bucato ammucchiato sulle sedie, le scodelle dei cereali nel lavello, disegni e scarabocchi attaccati alle pareti. Ora tutto ciò che la rendeva vissuta era scomparso. Qualsiasi traccia dei bambini, qualsiasi indicazione che quella era stata la casa di una famiglia, anziché di una donna sola: scomparsa.
La madre di Ruth sedeva al tavolo dritta come un fuso. Non disse una parola, non li invitò ad accomodarsi, ma Gina prese posto lo stesso e fece cenno a Pete di imitarla.
Quando alzò lo sguardo, Pete si accorse che la vecchia lo stava fissando: gli occhi gelidi, le labbra tese. Sostenne il suo sguardo e si schiarì la voce.
«Signora? Sono...»
Udì dei passi alle sue spalle e la vecchia lanciò un’occhiata dietro di lui: «Prendi altre due tazze, Ruth. Non vedi che abbiamo compagnia?».
La sua voce era fredda come tutto il resto. A un tratto Pete pensò a sua madre, al modo in cui i suoi occhi apprensivi cercavano i suoi per sentirsi rassicurata, al suo sorriso timido e dolce, e una nostalgia egoistica gli serrò la gola.
Ruth entrò in cucina e servì altre due tazze. Pete vide che si era incipriata il viso, pettinata i capelli, applicata nuovamente il rossetto.
La madre versò il caffè e i quattro lo sorseggiarono in silenzio finché poi Gina non si schiarì la voce. Tutti la guardarono e lei posò la mano su quella di Ruth.
«Ho pensato che... forse sarebbe bene che tu parlassi. Forse, se tu concedessi un’intervista, ti lascerebbero in pace.»
Non l’avrebbero mai lasciata in pace, almeno finché non ci fosse stato un processo e una condanna, o una notizia peggiore non avesse fatto passare quella dei due bambini uccisi in secondo piano, ma Pete si guardò bene dal dirlo. Posò invece la tazza e iniziò con le domande che sapeva di dover fare.
«Mi racconti dei bambini, signora Malone. Mi racconti dell’ultimo giorno che avete passato insieme.»
«Siamo andati a fare un picnic al Kissena Park.»
Aveva la voce rauca.
«Siamo tornati alle quattro. Dopo dovevo parlare con il mio avvocato. Per via della custodia.»
Mentre Ruth raccontava la storia che aveva già raccontato decine di volte, mentre mandava giù sorsi di caffè bollente per attenuare il groppo in gola, Pete cercò di apparire il più professionale possibile. Comprensivo.
«Ho preparato la cena. Fettine di vitello e fagiolini.»
Ma i pensieri di Pete erano focalizzati su di lei, non sulla storia. Continuamente distolti dalla sua presenza. Dai suoi movimenti. Dalla forma della sua bocca.
Le chiese «Lei cosa crede che sia successo, signora Malone?» e a quel punto la vide ricacciare le lacrime. Ruth si accese un’altra sigaretta e si sforzò di controllare la voce.
«Credo che sia stato uno psicopatico. Qualcuno che ci gode a fare del male ai bambini. Una specie di... bestia.»
«E la polizia cosa pensa? Gliel’hanno detto?»
«Loro... loro non lo sanno. Non credo abbiano una pista concreta da seguire.»
Pete osservò le occhiaie scure, non del tutto nascoste dal trucco. Le guance incavate, le unghie mangiucchiate, il modo in cui Ruth distoglieva lo sguardo quando parlava dei bambini.
Ebbe la sensazione di vederla sotto una luce diversa. In qualsiasi modo si fosse conclusa quella vicenda – anche se Devlin avesse arrestato qualcuno e quel qualcuno fosse finito in prigione – per lei non sarebbe mai terminata. Non sarebbe più tornata la donna di prima. Non sarebbe più stata in grado di sedersi sotto il sole per il puro piacere di farlo, o di entrare in un negozio e comprarsi un vestito solo perché le piaceva. Nessuno l’avrebbe più guardata senza ricordare.
A tutto questo Ruth non poteva più sfuggire.
Mezz’ora dopo tornarono nell’atrio, la porta chiusa alle loro spalle.
Pete fece un respiro profondo, alzò la testa e vide che Gina lo stava fissando, le braccia conserte.
«È stata dura, vero? Vederla in quello stato. Vedere come l’ha ridotta il dolore. È quello che ignorate lei e quelli come lei, che non la conoscete. Volevo che lei vedesse. Che lo capisse da solo.»
Pete sospirò di nuovo. «Mi dispiace.»
Lei annuì, impassibile. «Lo so. Se non le avessi creduto, non l’avrei portata da lei. Ma dispiacersi non bastava. Doveva vederlo. E ora lo sa.»
Indicò le scale. E disse: «Venga». Iniziò a salire.
Quando Gina aprì la porta di casa sua, lo stupì di nuovo. Pete non sapeva cosa aspettarsi. Colori sgargianti? Confusione? Bottiglie dappertutto? Ma si sbagliava. L’appartamento era un po’ spoglio e il divano sformato, ma accogliente. Le superfici brillavano e c’erano piante sulle mensole, qualche ritratto. Due statuette di porcellana.
Si voltò e di nuovo lei lo stava fissando a braccia conserte.
«Si aspettava qualcos’altro?»
«No, solo che... mi scusi. Non la conosco e probabilmente pensavo che...»
Gina inclinò la testa da una parte e aspettò che lui finisse. Pete si sentì ancor più idiota.
«Non avevo diritto di pensare niente. Mi scusi.»
In quell’istante in lei cambiò qualcosa: distese la fronte e abbozzò un sorriso. Poi annuì ed entrò in cucina.
Preparò il caffè e portò una bottiglia di Scotch e due bicchieri accanto al divano. Pete aveva un bisogno disperato di bere, ma quando Gina gli offrì un bicchiere scosse la testa, poi si strinse nelle spalle quando lei gli versò un goccio di liquore nel caffè. Aveva il presentimento che la caffeina non sarebbe bastata per ascoltare quello che la donna aveva da dirgli.
Dopo aver corretto il caffè di Pete, la donna si versò un bicchiere di Scotch e si lasciò cadere sul divano.
«Cazzo. Che casino.»
Lui abbassò lo sguardo verso la tazza che aveva in mano e desiderò avere qualcosa da dire.
«Lei e Ruth eravate amiche da tanto?»
«Lo siamo ancora.»
Pete la guardò.
«Siamo ancora amiche.»
Annuì. «Be’, da quant’è che vi conoscete?»
Lei guardò nel bicchiere.
«Ho conosciuto Ruth – lei e il resto della famiglia – quando si sono trasferiti qui. Due anni fa.»
Tutt’a un tratto era curioso, come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Voleva sapere che tipo era, a che genere di donna poteva succedere una disgrazia come quella. Sapeva che, a livello logico, Ruth Malone era la stessa persona di tre mesi prima, solo travolta dal dolore e dalla tragedia; ma quando la tragedia si abbatte su qualcuno c’è la tendenza a credere che quel qualcuno sia diverso. Speciale. Che sia il genere di persona a cui capitano cose brutte. Perché l’alternativa – ossia che le cose brutte possono capitare a tutti in qualsiasi momento – è inaccettabile.
Voleva sapere cosa rendeva Ruth Malone il tipo di madre a cui potevano uccidere i figli.
Perciò chiese a Gina: «Com’era... la signora Malone... prima che succedesse? Che tipo di persona era?».
Lei sospirò. «Perché? Finalmente vuole scrivere qualcosa di sincero riguardo a lei? Stavolta scriverà la verità?»
E a quel punto Pete vide chiaramente attraverso i suoi occhi, e si vergognò per come si era lasciato manipolare da Friedmann e da Devlin, per essersi lasciato convincere a scrivere la storia che volevano.
Sollevò il mento e la guardò dritto negli occhi. «È per questo che sono qui. Per scrivere la verità.»