12
Gina rabboccò i bicchieri, si accese una sigaretta e cominciò a raccontare. E mentre parlava, gradualmente si lasciò andare, la voce dolce e rallentata. Sembrava quasi che parlasse tra sé.
La festa dei lavoratori era passata più o meno da una settimana. Io ero in casa, seduta sul davanzale a fumare e guardare in strada. Ad ammazzare il tempo prima di entrare al lavoro.
Era tutto tranquillo, me lo ricordo bene. Faceva caldo. E ho visto la macchina svoltare nella strada. Aveva un rimorchio per traslochi.
Si è fermata, e sono scesi tutti. Frank e un altro uomo – credo si chiamasse Ed, o forse Eddie –, Ruth e i bambini.
Sono scesi e gli uomini sono andati sul retro per iniziare a scaricare. Ruth è rimasta lì un minuto. Ricordo che i bambini le tiravano la gonna, la chiamavano, e lei li ignorava. Era... a volte Ruth va dove nessuno può seguirla. È come se non potesse né sentire né vedere. È completamente isolata.
A ogni modo, Frank e il suo amico hanno cominciato a portare dentro la roba: scatoloni, un paio di tavolini. Il piccolo Frankie era la fotocopia di suo padre: capelli scuri, gambe lunghe, il broncio. Sarebbe diventato un ragazzone. Forse un giocatore di football.
Oddio.
Cindy lo seguiva dappertutto, come al solito. Aveva imparato a camminare da poco. Saliva i gradini reggendosi alla ringhiera. Ricordo che Frankie le ha gridato qualcosa – «Lumacona!», o qualcosa del genere – e lei l’ha guardato tutta imbronciata. Ricordo di aver pensato “Oh-oh, bizza in arrivo”, ma Frankie non ha permesso che succedesse, non lo faceva mai. È corso giù, l’ha presa per mano e l’ha aiutata a salire, e cinque secondi dopo lei rideva.
Erano diversi dagli altri bambini che conoscevo. La maggior parte dei maschietti di quell’età non si confondono con le femmine, specialmente se piccole. Ma Frankie era davvero buono con lei.
Poi li ho sentiti scorrazzare nell’atrio e nell’appartamento. Li ho sentiti esultare quando il padre li ha portati nella loro cameretta. Frankie gridava che voleva dormire accanto alla finestra.
Erano bravi bambini, ma quel primo giorno erano sovreccitati. Il chiasso iniziava a darmi sui nervi perciò ho deciso di fare una passeggiata. Ricordo che non riuscivo a trovare le chiavi e che sono tornata in salotto a cercarle... ed è stato allora che ho sentito delle voci.
Mi sono affacciata e ho visto Ruth – a quel tempo naturalmente non sapevo chi fosse – seduta sui gradini del palazzo accanto. Aveva una sigaretta in mano, era rilassata, si schermava gli occhi e davanti a lei c’erano Maria Burke e Carla. Carla Bonelli.
Carla sorrideva e indicava la finestra di casa sua, e a quel punto Ruth ha parlato. Aveva una voce rauca, quasi graffiante. All’inizio ho pensato che fingesse, ma mi sbagliavo. Era il suo modo di parlare. Gli uomini ne vanno pazzi.
Ha detto: «Ruth Malone. Siamo al primo piano. Mio marito e i bambini sono in casa».
Maria Burke è la pettegola più maligna di tutto il Queens. Si è voltata per guardare la loro auto, poi si è spostata di lato per vedere Frank. Ho osservato Ruth e ho notato che stava guardando Maria – aveva un mezzo sorriso in faccia, come se avesse intuito il suo gioco – e ricordo di aver pensato: “Ah, quella le renderà la vita difficile”. E ho sorriso anch’io.
Poi Maria si è accorta dell’impressione che avrebbe fatto, si è fatta avanti e le ha offerto la mano come Jackie Kennedy a un ricevimento alla Casa Bianca.
Ha detto: «Io sono Maria Burke. Abito al trentotto con mio marito e mia figlia».
Non so come faccia, ma Maria riesce sempre a farti capire un sacco di cose con il suo modo di parlare. Può parlarti delle previsioni del tempo, ma quello che senti è: Io sono Maria Burke e mio marito guadagna più del tuo. Oppure: La nostra macchina è più costosa della vostra, o ancora: Mia figlia frequenta una scuola più prestigiosa della tua. Povera bambina. Sally Burke è un amore... non merita una madre come Maria. Le grida sempre di finire i compiti, si vanta dei suoi voti a scuola e delle sue maledette lezioni di piano.
Comunque Ruth l’ha guardata e ha continuato a fumare la sigaretta. Maria non sapeva che pesci pigliare. Ha guardato Carla, Carla ha guardato lei, e sembravano confuse tutt’e due.
Ruth se ne stava lì a fumare come se fosse seduta su quel gradino da quando era nata. Portava dei pantaloni alla Capri e una camicia, se non ricordo male. Tacchi alti. Aveva i capelli sistemati e dalla finestra vedevo chiaramente che era truccata. Maria e Carla indossavano vecchie vestaglie da casa. Ha conosciuto Maria? Di notte porta i bigodini, appunta i capelli sempre allo stesso modo, probabilmente dai tempi del liceo. Una volta mi ha detto che secondo lei le donne che si truccano troppo sono donne facili. Io mi sono messa a ridere. Da ragazza è stata eletta la reginetta del liceo – e non fa che ripetercelo – e per questo si crede un’esperta in materia di consigli di bellezza. Quanto mi piacerebbe dirle «Maria, cara, è stato quindici anni fa!» ma non ne ho mai avuto il coraggio.
Carla faceva quello che fa sempre: pendeva dalle labbra di Maria. Stesso vestito, stesso grembiule a fantasia, stesso rossetto. Non somiglia affatto a Maria: è bassa, probabilmente in sovrappeso, e ha dei bei capelli scuri che non si arricciano manco a morire, sopracciglia folte e un neo che lei odia... ma non si cura troppo del suo aspetto. Lei vuole solo piacere alla gente. Quando Ruth ha gettato la sigaretta, Carla era già pronta con il pacchetto per offrirgliene un’altra.
E quando l’ha fatto, Maria ha estratto un fazzoletto dalla tasca e l’ha usato per raccogliere il mozzicone da terra. Se me l’avessero raccontato, non ci avrei creduto. Ha guardato Ruth dall’alto in basso come se lei fosse stata la regina d’Inghilterra e Ruth una servetta analfabeta, e ha detto: «Ci piace tenere il quartiere pulito. È una cosa di cui andiamo fieri».
Ruth è arrossita, ma non ha detto niente. L’ho vista lisciarsi i pantaloni, ma poi si è fermata e mi è venuta voglia di incoraggiarla. Non ha detto una parola, ha continuato a fumare la sigaretta offertale da Carla e ha guardato entrambe. Maria Burke probabilmente ha pensato che fosse maleducata o ignorante e, conoscendo Ruth come la conosco ora, la cosa l’avrebbe ferita. Ma lei se ne stava lì come se non gliene importasse niente.
Alla fine Carla ha detto: «Be’, ci tenevamo a presentarci. Conosce questa zona del Queens?». E siccome Ruth ha scosso la testa, Carla ha continuato a cianciare dell’alimentari e della biblioteca ambulante per bambini. Ha indicato la chiesa ed è ammutolita perché non sapeva fino a che punto spingersi. Ruth ha abbassato lo sguardo e l’ho vista sorridere di nuovo, come per chiedersi se venirle in aiuto o meno.
Poi si è addolcita e le ha detto «Siamo cattolici», e non le dico il sollievo sulla faccia di Carla.
Ha aggiunto: «Oh, la chiesa è a cinque isolati da qui. Saint Theresa è molto...».
Forse Ruth ha pensato di aver parlato troppo. L’ha interrotta e ha precisato: «Ma non andiamo spesso in chiesa».
A quel punto non sapevano proprio che fare. Si sono guardate di nuovo, e allora Maria le ha rivolto il suo sorriso finto e ha detto: «Be’, comunque benvenuti! Questo è un bel quartiere. Molto tranquillo. E sicuro. Sono certa che lei e la sua famiglia vi troverete bene».
Ruth le ha sorriso e le ha detto: «Ne sono sicura anch’io. Ora è meglio che vada dentro a controllare che Frank non abbia fatto confusione». E a Carla: «Grazie della sigaretta».
Quando si è alzata, io sono uscita e ci siamo incontrate davanti alla porta d’ingresso. L’ho salutata e lei ha fatto lo stesso. Mi è passata accanto ed è entrata.
Quella è stata la mia prima impressione su di lei. Ruth era una donna che sapeva il fatto suo e a cui non importava cosa pensava la gente. Avevo preso due belle cantonate.
Alcuni giorni dopo, quando sono tornata a casa, l’ho trovata seduta sul gradino, fuori dal palazzo. Quella sera Frank aveva il turno di notte perciò avevano cenato presto. Lui era in casa a leggere la storia della buonanotte ai bambini.
Mi sono seduta accanto a lei e ho tirato fuori le sigarette. Lei mi ha prestato l’accendino e io l’ho ringraziata, ma siamo rimaste un po’ senza parlare. Ad ascoltare le loro voci: quella di Frank che saliva e scendeva mentre raccontava la storia, quella dei bambini che ridevano delle parti buffe. Sentivo il profumo di qualcosa che cuoceva sui fornelli – aglio, spezie –, una radio accesa. Sentivo la voce di Nina Lombardo al telefono. Faceva ancora caldo, anche se la luce iniziava a calare.
È strano, a ripensarci adesso, ma quel giorno mi è tornato in mente mio padre. Non pensavo a lui da anni. Mi è tornata in mente quella volta in cui papà mi aveva detto che sarebbe arrivata l’estate di San Martino, e io gli avevo chiesto come mai San Martino aveva due estati anziché una sola.
Dopo un po’ le ho domandato: «Appena arrivati?». Tanto per rompere il ghiaccio, insomma. E lei mi ha risposto: «Sì. Primo piano».
Le ho chiesto se si fossero trasferiti lì perché il marito lavorava nelle vicinanze, e lei ha risposto di no, che lavorava all’aeroporto, ma lei faceva la cameriera al Callaghan’s, tra Union e la 164th. Credo mi abbia detto che il vecchio padrone di casa voleva vendere perciò avevano dovuto levare le tende. Era tanto per fare due chiacchiere. Per conoscerla meglio.
Le ho detto come mi chiamavo e lei ha fatto lo stesso, poi mi ha chiesto se vivevo da sola, se avevo dei figli. Normalmente divento ansiosa quando mi fanno troppe domande personali, ma con lei... non so perché, ma non mi dette fastidio. Era il tipo di persona che faceva domande perché era davvero interessata alle risposte, non perché volesse ficcanasare o fare conversazione.
Poi mi ha chiesto se abitavo lì da tanto, e io le ho risposto che stavo lì da quasi cinque anni. L’ho messa in guardia contro certe vicine... credo di averle detto che erano delle pettegole. Lei ha annuito... ha capito che mi riferivo a Maria e Carla. Quando ho iniziato a conoscerla meglio, ho capito che anche lei odiava che la gente ficcasse il naso nella sua vita. Detestava quelle domande “disinteressate” sul modo in cui tirava su i figli, sullo stipendio del marito.
Non era... non è una donna come tutte le altre. Si prendeva gioco delle altre. Non le interessavano le cose che le rendevano diverse: chi se la faceva con chi, quali bambini erano nei guai a scuola. Parlava delle cose che le rendevano identiche. Il fatto che portassero le stesse identiche acconciature, gli stessi identici vestiti, come fossero uniformi. Le chiamava «le Barbie». Si burlava dei grandi eventi della loro vita... tipo gli appuntamenti dalla parrucchiera tutti i venerdì pomeriggio, il sabato sera nello stesso ristorante, settimana dopo settimana, con i mariti e il parentado. Non capiva come quella vita potesse... soddisfarle. Lei detesta la routine. La mediocrità, la grettezza.
Una volta mi ha raccontato che Carla aveva ristrutturato casa e che aveva dovuto scegliere tra comprare delle nuove tende e ritappezzare il divano. Rammento la faccia di Ruth quando mi ha detto: «Poteva fare tutte e due le cose, se avesse saputo come». Ed è scoppiata a ridere. Credo si riferisse agli uomini. Gli uomini le davano soldi – dieci dollari per due bicchieri e un taxi fino a casa, cinque per il bagno – e lei teneva il resto.
Una volta mi ha detto: «La maggior parte della gente ha paura di rischiare». Riesco ancora a vederla, distesa sul divano, le braccia allungate sopra la testa, che rideva mentre mi diceva: «Ha paura di dare un morso alla vita e scoprire che sapore ha».
Ruth faceva due vite: quella alla luce del sole – i bambini, il bucato, i panini al tonno, i fumetti, e tutto il resto – e quella al buio della notte. I locali. I drink. Gli uomini che pagavano.
Di uomini ce n’erano sempre tanti. Ma da quando si è separata da Frank, c’era soprattutto Lou... Lou Gallagher. E Johnny Salcito.
Johnny lo conosco solo di vista. Frequentava il Callaghan’s. Fa il poliziotto. Strano, eh? Basso, volgare. Credo che, quando si sono messi insieme, circa un anno fa, lei ne fosse impressionata. Si era separata da Frank qualche mese prima e Johnny a quei tempi guadagnava bene, perciò poteva permettersi di portarla fuori e trattarla come una principessa. Ma era tutta scena. Le cose per lui hanno iniziato a mettersi male sei o sette mesi fa. Si è indebitato, doveva un mucchio di soldi a certa gente. Gente con cui è meglio non avere a che fare. E ha anche cominciato a bere. Era un uomo piacente, ma ultimamente non ha una bella cera. Si trascura. È ingrassato. Ha messo su un bel pancione. Ed è geloso. Degli altri uomini, gli amici di Ruth. Di Frank, anche se sono separati.
Ed è sempre arrabbiato. Le ultime volte che l’ho visto, aveva un diavolo per capello. Farneticava... su certa gente che lo spiava, che lo pedinava. Delirava. Sembrava impazzito. Forse aveva solo bevuto.
Lou è l’opposto di Johnny. È sempre sulla cresta dell’onda. I suoi affari vanno a gonfie vele e migliorano di giorno in giorno. Sembrava facesse soldi a palate, visto i posti di lusso dove portava Ruth. Quando le cose per Johnny si sono messe male, Ruth ha cominciato a evitarlo, e ha iniziato a fare sul serio con Lou. Aveva una barca e un paio di volte l’ha portata fuori per il fine settimana. Lei andava solo se riusciva a trovare una babysitter. Le ho suggerito di lasciare i bambini a Frank, costringerlo a prendersi cura di loro, ma lei ha risposto che lui le avrebbe reso la vita un inferno se avesse saputo che frequentava un altro.
Ha visto Lou? Non è un Adone, ma ha il suo fascino. È sicuro di sé. È un seduttore nato. E i soldi gli escono pure dalle orecchie. Sa come vestirsi: bei vestiti, belle scarpe.
Ma ha qualcosa di strano. Quando lo conosci meglio, hai la sensazione che sotto quelle belle camicie e i tagli di capelli da venti dollari ci sia qualcosa che non quadra. E te ne rendi conto... è come quando trovi un verme in una bella mela rossa.
Una volta ero in un locale a Williamsburgh in compagnia di Ruth, Lou e un sacco di altra gente. La scorsa primavera. Era il compleanno di Lou e Ruth si era data da fare. Aveva messo da parte dei soldi per regalargli qualcosa di carino. Forse dei gemelli, non ricordo. E si era comprata un vestito nuovo, si era fatta fare i capelli e le unghie. Aveva pensato a tutto.
L’abito era un po’ più corto di quelli che portava di solito. Continuava a chiedermi se era a posto, se il vestito le stava bene, se non era troppo stretto. Non faceva che tirarlo, sa? Le ho detto che era uno splendore. Una gran sventola. Gli uomini l’hanno fissata per tutta la sera. Ma nessuno l’ha toccata, nessuno le ha nemmeno chiesto di ballare, perché lei è la donna di Lou. Appartiene a lui.
E poi è successo. Stavo parlando con una delle ragazze, Lou non c’era. Forse era in bagno. Perciò Ruth è rimasta da sola per un minuto. Poi ho sentito qualcosa e, quando mi sono voltata, Lou era tornato. Se ne stava da una parte con un altro tipo. Uno magrolino, ubriaco perso. Rosso come un pomodoro, agitava le mani. Un cretino. E diceva: «Non lo sapevo, amico. Non sapevo che fosse la tua ragazza». E poi Lou gli ha sussurrato qualcosa, a voce così bassa che non ho sentito. L’uomo ha cercato di andarsene e, mentre si voltava, Lou gli ha mollato un pugno nello stomaco. Ho sentito la botta e ho visto quel cretino piegarsi in due. Ho pensato: “Porco Giuda, che esagerazione”. Quel poveretto aveva chiesto scusa... cos’altro voleva da lui? Lou continuava a fissarlo. Lo fissava... quasi non ricordasse la nostra presenza. Due dei suoi uomini hanno sollevato quel tipo dal pavimento – gemeva, non riusciva a stare in piedi – e uno gli ha alzato la testa tirandolo per i capelli. E a quel punto Lou si è fatto avanti e lo ha massacrato di botte.
Io sono cresciuta in un quartiere difficile, ho assistito a qualche rissa, ma niente del genere. Quell’uomo non riusciva a muoversi, figuriamoci a difendersi. Continuo a pensare ai rumori dei colpi di Lou. Delle ossa contro le ossa. Gli ha rotto la mascella. E lo zigomo. Dev’essere durato pochi minuti, ma è sembrato molto di più. Quel poveretto sputava sangue e denti, e aveva un occhio tumefatto. A un certo punto Lou si è fermato, lo hanno lasciato cadere e l’uomo ha vomitato, poi lo hanno lasciato lì, immobile. Lou si è voltato e ha infilato la mano nel secchiello del ghiaccio, ha detto qualcosa e i suoi amici sono scoppiati a ridere. Come scimmie ammaestrate. Quel poveretto è rimasto lì per terra. Alla fine i camerieri hanno dovuto trascinarlo via. Lou ha lasciato cinquanta dollari sul tavolo.
«Per l’inconveniente» ha detto.
Per le pulizie. Per non aver chiamato gli sbirri.
Non appena sono rimasta sola con Ruth, le ho chiesto: «Che cazzo gli è preso?». Lì per lì non voleva parlarne, ma io ho insistito e alla fine ha ammesso che, sì, forse aveva esagerato, ma era geloso. Tutto qua. Le ho detto che non era normale. Che non era un tipo a posto. Lei non ha voluto ascoltarmi.
E sa perché? Credo che le piacesse. Una volta mi ha detto che Lou era il suo «per sempre felici e contenti», e penso le facesse piacere che fosse geloso. Diceva che era l’unico che la faceva sentire davvero desiderata. L’unico che si prendeva davvero cura di lei.
Era passata più di un’ora e Pete non aveva detto quasi una parola. Gina ammutolì e lo guardò.
«Non so perché parlo tanto, signor Wonicke.»
Pete cercò di confortarla.
«Chiamami Pete, e dammi del tu. La cosa mi interessa. Raccontami ancora di lei.»
Gina lanciò una risata nervosa e afferrò il pacchetto di sigarette sul tavolo.
«Credo che... nessuno mi ha chiesto niente. Intendo sul serio. Su di lei. Ho sentito niente quella notte? Chi potrebbe essere stato? Nessuno voleva conoscerla, sapere com’era. Com’è.»
Si chinò per accendere una sigaretta. Rovesciò la testa all’indietro. Soffiò.
«Userai quello che ti ho detto? Lo scriverai?»
«Non lo so. Non so se servirà a qualcosa.»
Pete sospirò, fissò la tazza vuota.
«Non so nemmeno cosa chiederti. Vorrei che continuassi a parlare perché spero solo che tu dica qualcosa e che quel qualcosa sia l’indizio che sto cercando.»
Alzò lo sguardo.
«Solo che non è così che va, o sbaglio? Succede solo nei film. Perciò... per rispondere alla tua domanda, no. Non userò quello che mi dici a meno che tu non mi autorizzi a farlo.»
Lei annuì e gli dette una pacca gentile sulla mano. Poi si alzò, preparò altro caffè e servì una scatola di biscotti.
Disse «Probabilmente sono stantii», e lui ne prese uno per dimostrarle che non le importava.
Il nome Johnny Salcito continuava a turbare Pete, che non riusciva a ricordare come mai gli suonasse familiare.
Poi ebbe un lampo. Estrasse il mazzo di fotografie, le sfogliò fino a trovare quella che aveva scattato il primo giorno, quella di Ruth che camminava verso l’auto di Devlin, la testa rivolta verso i poliziotti in fila.
Pete mostrò la foto a Gina e le chiese: «Riconosci qualcuno?».
Lei la esaminò per un momento poi indicò un uomo in mezzo alla fila, quello che Ruth sembrava fissare.
«Sì, è lui. È Johnny. L’hai scattata il primo giorno, vero? Povera Ruth. Quel figlio di puttana di Devlin la sta portando a vedere la sua bambina morta e all’improvviso lei vede un uomo che conosce, un uomo che dice di amarla. Solo che invece di consolarla, salta fuori che lavora proprio per quel bastardo.»
Gina scosse la testa e gettò via la fotografia come fosse sporca.
Pete la raccolse e la ripose in mezzo alle altre, pensieroso. C’era qualcos’altro, riguardo a Johnny Salcito, qualcosa di importante. Poi gli tornò in mente quello che gli aveva detto Devlin: era stato Salcito a telefonare a Ruth alle due di notte, il giorno in cui i bambini erano scomparsi.
Dall’esterno si udì un’improvvisa esplosione di musica. Gina si alzò e chiuse le tende per tenere fuori il baccano. E accese la radio.
Senza guardare Pete, disse: «È l’Expo. Il carosello. È dall’inizio dell’estate che si sente tutti i giorni. Ero qui seduta, quel giorno, il giorno in cui i bambini... e continuava a suonare. Senza smettere mai. Ora non riesco più ad ascoltarlo».
Prese un’altra sigaretta con le dita tremanti e Pete le offrì da accendere.
«I bambini non facevano che parlare dell’Expo, sai. Volevano andarci, e Ruth aveva detto che ce li avrebbe portati in autunno. Quando sarebbe stato più fresco per stare all’aperto tutto il giorno, a camminare, e sarebbe stato... i loro compleanni sono... erano nati in ottobre tutti e due. Sarebbe stato il loro regalo di compleanno. Ma non ci andranno mai. Non ci andranno...»
I suoi occhi si riempirono di lacrime. Gina lasciò che si raccogliessero e fissò nel vuoto attraverso di esse, persa nel ricordo.
«Porco Giuda. Ruth dovrà ascoltarla ogni giorno. E a Natale. Continuo a preoccuparmi per il Natale. I negozi, le decorazioni, le luci. I bambini in strada e nei negozi che parlano di Babbo Natale e dei regali. Mamma mia. Te lo immagini? Continuo a pensarci... l’atmosfera a festa e loro... loro non avranno più un Natale.»
Gina singhiozzò e scosse la testa, poi lo guardò e Pete si fece sfuggire la prima domanda che gli venne in mente.
«Come siete diventate amiche, tu e Ruth?»
Gina si alzò per andare a prendere un fazzoletto, si soffiò il naso con vigore. «Credo sia successo quella prima sera. La prima sera che abbiamo parlato. Mi ha invitato a entrare a bere qualcosa. Credo che quell’invito abbia sorpreso entrambe, perché sembrava una persona molto riservata. Ma ho pensato, be’, se mi ha invitato, forse dovrei accettare.
«A quel punto i bambini erano a letto... quella sera non ho avuto modo di conoscerli. Ma Frank era ancora in casa. Non gli piacevo.»
«Da cosa lo hai capito?»
«È rimasto in cucina ad ascoltare la partita finché non è andato al lavoro e quando abbiamo riso ha alzato il volume della radio. Ho chiesto a Ruth se fosse meglio che me ne andassi, se gli davamo fastidio. Lei ha detto di non fare caso a lui, che era un cafone di merda. Ha detto che a lui piacevano solo donne uguali a sua madre.»
«Sua madre?»
«Già. Ha detto: “La donna ideale di Frank è quella stronza di sua madre. Tailleur color pastello, sempre attenta alla linea. Passa tutti i pomeriggi alla chiesa di Saint Joseph a lucidare i candelabri e a riverire padre Michael”. Ruth la odiava. La odiava quando trascorreva del tempo con i bambini, quando Frank andava a trovarla.»
«Perché?»
«Competizione. Competizione per Frank, per i bambini. Sapeva che per lui sua madre sarebbe sempre venuta per prima. E questo la faceva diventare matta.»
«Lei si fidava di te, vero? Ti raccontava tutto?»
Gina fece spallucce, ma dal suo sorriso Pete capì che la cosa la faceva sentire importante. E capì anche che poteva porle domande che prima non si sarebbe mai azzardato neanche ad accennare.
«Era una donna gelosa?»
«No. Non proprio. Aveva solo un problema con la madre di Frank. Insomma, Johnny è sposato. E anche Lou. Ma a lei non importa, purché la facciano stare bene. E non aveva molte amiche. Nessuno a cui si sentisse davvero vicina. Credo preferisse la schiettezza maschile.»
«Ma tu le piacevi?»
«Sì. Sì, le piacevo. Stavamo bene insieme. Diceva che, quando stava con me, si sentiva bene come non le succedeva da anni. Da prima dei figli. Da prima di Frank.»
Tacque e Pete sorseggiò il caffè ormai freddo. Immaginò Ruth da adolescente: che tornava a casa all’alba arrampicandosi dalla finestra di camera. La vide affacciarsi nell’aria blu della notte, il cuore che batteva ancora al ritmo di una musica in lontananza. In attesa di iniziare a vivere davvero.
E poi pensò a se stesso a quindici, sedici anni, seduto alla scrivania sotto la finestra. Quando, finiti i compiti, contemplava le infinite sere d’estate e i prati sbiancati dal sole, e fantasticava su altri paesi, città, posti dove non sarebbe mai andato, persone che non avrebbe mai incontrato. Ricordava l’impellente desiderio di fuggire. E la paura di non farcela, di svegliarsi a quarant’anni e ritrovarsi con un lavoro in fabbrica e una moglie con cui non poteva neanche parlare.
Aveva alimentato quella paura finché non si era trasformata in una fiamma che lo aveva spinto verso corsi extracurricolari, decine di lettere di rifiuto, le piazzate dei suoi genitori: le lacrime di sua madre, la delusione di suo padre, la rabbia che celava il suo dolore. E che finalmente lo aveva fatto salire su un pullman Greyhound che l’aveva portato lontano dall’Iowa.
Forse lui e Ruth non erano poi così diversi.
Una voce alla radio annunciò il notiziario dell’una. Gina si alzò, la spense e mise un disco. Una dolce melodia suonata alla chitarra. Abbassò il volume. Tornò a sedersi e si accese una sigaretta. Si versò da bere. Mosse la testa al ritmo della musica.
Poi disse: «Un giorno, quando ormai ci conoscevamo da un po’, Ruth mi ha chiesto: “Cosa volevi fare da grande, quando eri bambina?”».
Sorrise.
«Era da tanto che nessuno me lo chiedeva. Dai tempi in cui ancora potevo scegliere. Le ho risposto: “Volevo solo sposarmi e avere dei figli. Come chiunque altro. Come te”. Lei mi ha guardato e ho capito a cosa stava pensando. Io, con i miei vestiti da stracciona e i miei capelli tinti, il mio culo grasso. È questo che vedono tutti.»
Pete aprì la bocca e lei agitò la mano per zittirlo.
«Non preoccuparti. Non devi essere gentile per forza, Pete. So chi sono. Fingo che non me ne importi, ed è quasi sempre così. Ma io desideravo quello che desiderava qualsiasi altra bambina. Il principe azzurro, un matrimonio da favola, il lieto fine.»
Svuotò il bicchiere, lo posò e se ne versò un altro.
«Ora ho smesso di illudermi. Gli uomini non vogliono sposarmi né avere figli con me. Sì, con me ci bevono. Si divertono. Ma io non sono il tipo di donna che vogliono sposare. Fanno i loro porci comodi, poi tornano dalla moglie. O mi lasciano per una più giovane e magra.
«Quando me lo chiedono, rispondo che l’amore è per gli sciocchi. Che non credo nei lieti fini. Ma sotto il letto ho una scatola piena di romanzi d’amore. Lo racconto a te perché sei qui e non sono così sbronza da anni. E perché non ho voglia di mentire, non oggi.
«Circa un mese fa sono andata a vedere un film al Dominion... una di quelle storie con Bette Davis in cui il brutto anatroccolo si trasforma in un cigno, incontra l’uomo della sua vita e vive per sempre felice e contenta. In fondo è sempre stato quello il mio desiderio più grande.»
Batté ripetutamente le palpebre. «Non è andata come speravo, non credi?»
La sua sincerità lo rese spavaldo. «E ti dispiace?»
Gina si strinse nelle spalle.
«A dire il vero... sì. A volte. A volte mi dispiace. Di notte, quando sono sola. Quando so che Mick è con sua moglie, quando Paulie non mi richiama.
«Ti dirò una cosa, una cosa che non ho mai detto a nessuno, neanche a Ruth. Un giorno la scorsa primavera sono passata sotto la sua finestra. Frank abitava ancora con loro. Erano le sei. Ruth stava servendo la cena e io stavo uscendo per vedermi con uno. Quella settimana ero al verde. Ricordo di aver sperato che quel tipo mi desse almeno i soldi per tornare a casa. Mi sono fermata per accendermi una sigaretta e l’ho sentita parlare del più e del meno – le scarpe nuove di Frankie o la biancheria in saldo da Gertz –, discorsi normali, sai? Frank la guardava... e c’era qualcosa nei suoi occhi. Sembrava non ne avesse mai abbastanza di lei.
«Poi Ruth ha servito i piatti ai bambini e ha baciato Cindy sulla testa, e l’ho vista affondare il naso tra i suoi capelli. Un solo istante. Per inspirare il suo profumo.»
Aveva gli occhi umidi, e stavolta non ricacciò le lacrime.
«Ruth non ha mai capito quanto fosse fortunata. Per lei quello era un martedì come un altro. Per me rappresentava tutto quello che lei aveva e io no: un uomo che l’adorava, due bambini meravigliosi. Una famiglia.»
Gina sospirò a lungo e afferrò di nuovo la bottiglia.
«Cribbio. Sicuro che non vuoi niente da bere?»
Stavolta Pete fece spallucce, prese l’altro bicchiere, aspettò che Gina vi avesse versato del liquore poi lo fece tintinnare contro il suo.
«Hai mai rivolto la stessa domanda a Ruth?»
«Eh?»
«Le hai mai chiesto cosa voleva fare da grande?»
Gina sorrise. «Ah, sì. E sai cos’ha risposto? Ha detto: “Io non ho mai voluto quello che volevi tu... il matrimonio, i figli e tutto il resto. Io volevo solo essere speciale”».
Tracannò il liquore tutto d’un fiato, sfiorò il bordo del bicchiere con la punta di un dito.
«Immagino che ora avrà quello che voleva, no? Nel Queens tutti sanno chi è.»
Passò altro tempo. Parlarono dei bambini, poi Pete chiese: «Perché Ruth e Frank si sono lasciati?».
Gina fece spallucce. Si accese un’altra sigaretta.
«Agli occhi di Ruth, Frank era una palla al piede. Era il miglior partito che ci fosse quando andavano a scuola. E suppongo l’avesse sposato giovanissima per andare a stare per conto suo. Lontana dalla madre. Suo padre è morto quando lei aveva sedici anni... lo sapevi? Lei lo adorava. Si capisce da come ne parla, che era la cocca di papà. Ma dopo... be’, lei e sua madre non sono mai andate d’accordo. Lei voleva andarsene e Frank era il suo biglietto per la libertà. Ma quando l’ho conosciuta era già pronta a voltare pagina.
«Il punto, Pete, è che Ruth è diversa. È bella, certo, ma ha anche dell’altro. Gli uomini la desiderano. Alcuni farebbero di tutto per averla. Lei avrebbe potuto avere qualsiasi uomo e purtroppo se n’è accorta quando era ormai troppo tardi, quando ormai era sposata a un meccanico, con due figli e un lavoro merdoso in un locale altrettanto merdoso.»
Si stropicciò gli occhi. «Non sono sicura che Frank se ne rendesse conto. O forse sì. Era sempre geloso degli altri.»
Poi: «Una sera le ho chiesto: “Hai mai pensato di lasciargli i bambini? Di cedere a lui la custodia totale?”».
Pete posò il bicchiere con cautela. «E lei cos’ha risposto?»
«C’è mancato poco che non mi mangiasse viva. Come mi veniva in mente di farle una domanda simile. Era furibonda. Le ho detto: “Scusa, era solo una domanda. Non dico che dovresti farlo. Ti sto solo chiedendo se ci hai mai pensato”. Allora si è un po’ calmata e mi ha detto: “Sono i miei figli. Io sono la loro mamma”. Discorso chiuso.
«Credo non sopportasse l’idea di darla vinta a Frank. Avrebbe combattuto con le unghie e con i denti, era come se... non gli avrebbe mai permesso di vincere la guerra. E comunque diceva sempre che come padre era un fallimento. Non riusciva neanche a badare a se stesso. Mi ha raccontato diverse volte che, quando teneva i bambini per una settimana, dava loro la pizza per tre giorni di fila se lo avevano appena pagato, e crema di mais annacquata fino al salario successivo.
«E c’è dell’altro. Lei non lo ha mai detto, non direttamente, ma credo che fosse preoccupata da quello che avrebbe detto la gente se avesse lasciato i bambini a Frank. Se se ne fosse andata. Sapeva che tutte le donne del Queens l’avrebbero giudicata. L’avrebbero odiata per questo. In fondo quello che la gente dice di lei le importa eccome. Le dicevo sempre che se ne curava troppo.»
Peter rimase in silenzio. Pensava che Gina glielo avesse detto per una ragione ben precisa.
«Però lo sapevo che lei ci pensava. I bambini erano l’unico ostacolo tra lei e la vita che desiderava. Non avrebbe mai rinunciato ai figli, ma ci pensava, eccome se ci pensava. Al lavoro, quando si metteva a chiacchierare con un uomo, un cliente che pagava per le sue attenzioni... oppure quando tornava dai fine settimana con Lou e parlava di come sarebbe stato avere un marito ricco. Un marito con l’accendino d’oro e i gemelli al polso, una grossa macchina sportiva, qualcuno che poteva portarti in California quando ne aveva voglia. Una volta mi ha detto – Cindy aveva la gastroenterite, Frank quel mese non le aveva mandato un centesimo, e Ruth era proprio giù di morale – mi ha detto che il suo sogno era svegliarsi in un guardaroba pieno di abiti nuovi e sedersi tutte le sere al tavolo di un ristorante diverso. Non sarebbe mai tornata con Frank, non dopo aver assaggiato cosa c’era là fuori.
«Credo che desiderasse ardentemente quella vita. Spero che un giorno riesca a ottenerla. Lo spero per lei.»
Quanto era potente l’attrazione per quel genere di vita? si domandò Pete. Quanto forte la tentazione?
Ruth la intravedeva quando i bambini dormivano e Gina andava da lei con una bottiglia. O quando racimolava abbastanza mance da permettersi una babysitter e passare la serata al cinema, quando sedeva al buio e osservava donne come lei conquistare uomini da sogno.
Ma poi doveva tornare a casa, parcheggiare i bambini davanti alla tv, mettere insieme qualcosa per cena.
Ripensò alle fotografie dell’appartamento che gli aveva dato Devlin. I piatti sporchi in cucina, i segni di matita sulle pareti. I vestiti dei bambini sul divano, i giocattoli sul pavimento, il tentativo di tenere il salotto in ordine ammucchiando gli oggetti negli angoli: i disegni dei bambini, i libri, i calzini spaiati.
E poi ripensò alle fotografie della camera da letto. L’armadio aperto dove gli abiti inamidati formavano una scalatura di colori pastello. I cassetti con la biancheria e le camicie da notte piegate con cura. Le superfici lucide, la moquette aspirata. Ogni cosa meticolosamente al suo posto.