XI.
I montanari patteggiano
con il gelo
Il peso dell’inverno alpino è pari all’intensità dei riti che dovrebbero celebrarne la sconfitta. Tra neve e freddo le celebrazioni del carnevale hanno più a che fare con la cattiva che con la bella stagione, ma sono simbolicamente proiettate verso l’orizzonte della rinascita. Campane e fisarmoniche, suoni, urla, sberleffi, uomini camuffati da diavoli e lupi, giovani vestiti di lustrini e scarponi, voglia di trasgressione, nostalgia di sole e calore: sono gli ingredienti delle feste d’inverno che dalla fantastica Baìo di Sampeyre ai piedi del Monviso e dagli sgargianti giochi della Coumba Frèide nella valle del Gran San Bernardo, attraversano i grandi laghi nascondendosi dietro le maschere di Schignano e danzando sulle musiche di Bagolino, scavalcano le Dolomiti di Fiemme e Fassa, si camuffano con colori accesi e infine raggiungono all’altro capo delle Alpi le foreste e i calcari della Carnia, dove appare l’uomo selvatico con il suo corredo di frasche e doni primaverili.
I carnevali parlano di primavera quando fa ancora freddo sulle montagne; ma essendo passato almeno gennaio, che ci s’illude sia il mese più duro, si canta e si danza pensando alla fioritura. Le mascherate della tradizione alpina sono dei riti di passaggio dal gelo alla speranza, dalla morte alla vita, dall’età giovane all’età adulta. Riti d’iniziazione. Sembrano giochi da ragazzi ma incarnano invece dei rituali complessi; invocano la maturità del tempo, della natura e del raccolto. Si fa carnevale sognando la primavera e si guarda al futuro attraverso lo scherzo e l’allusione sessuale, segni di fecondità e rinascita.
Sarebbe più giusto parlare di feste di fine inverno, perché sono accomunate dal rito propiziatorio per la bella stagione. Esistono su tutto l’arco alpino e in molti altri paesi europei, con personaggi, maschere e liturgie che si assomigliano a migliaia di chilometri di distanza e sembrano legati a un comune, antichissimo immaginario popolare. Gli antropologi non si spiegano come sia possibile che, senza incontrarsi, i contadini e i montanari di mezza Europa abbiano concepito riti e invenzioni quasi identici. Secondo Giovanni Kezich, direttore del Museo etnografico di San Michele all’Adige, «dall’Iberia ai Balcani, dai Pirenei alle Alpi, dal Meridione italiano alla Mitteleuropa le tre fasi della festa sono riconoscibili dagli stessi segnali e dagli stessi simboli, che sono tracce indelebili dell’antica liturgia all’origine dei rituali».
La prima fase della festa è generalmente segnata dalla paura, con maschere negative di orsi, lupi, diavoli e altri esseri terrificanti, e poi personaggi ricoperti di pelli animali che agitano rumorosi e spaventosi campanacci. La seconda fase corrisponde alla cerimonia matrimoniale in cui il corteo radunato intorno agli sposi – di solito belli e buoni – gioca sul travestimento degli uomini che mimano l’atto sessuale e il parto, in un rovesciamento grottesco delle parti. Il terzo atto è definito del «riso e della morte», in cui le maschere di diavoli e spiriti malevoli girano tra la gente alla ricerca di anime da catturare.
Generale inverno
Il motivo scatenante della festa resta comunque l’inverno d’alta quota, quella stagione poco misericordiosa – «Tre mesi di freddo e nove di gelo» diceva senza troppa ironia l’abbé valdostano Pierre Chanoux – che la civiltà alpina tradizionale ha combattuto e subito per secoli senza trovare una via d’uscita. L’antropologo Francesco Fedele osserva che
in montagna l’inverno è la stagione cruciale, la stagione severa con cui fare i conti, la stagione tutto-o-nulla. L’inverno ha con la montagna un rapporto speciale e ineludibile. Nei termini dei biologi e degli ecologi, l’inverno è in montagna il «fattore limitante» per eccellenza, ossia il nemico contro il quale resistere, pena la permanenza e la sopravvivenza stessa. Per infinite generazioni, la dimensione dei gruppi umani è stata limitata dalla quantità di alimento ottenibile durante i mesi d’inverno, o di cibo comunque a disposizione, conservato, accumulato: foglie secche o fieno per gli animali, nutrimento umano per gli uomini.
Alcuni popoli montanari hanno combattuto il gelo e la lontananza avvicinando le case e costruendo i villaggi; altri, con tecniche architettonicamente raffinate e concettualmente estreme, si sono attrezzati per sopravvivere dodici mesi all’anno nelle cellule indivisibili del maso, la proprietà abitativa unifamiliare che si trasmette di padre in figlio (maschio) affiancando la casa degli uomini a quella degli animali, spesso in luoghi isolati, aspri, lontani da tutto. Il giornalista trentino Aldo Gorfer descrive così la vita arcaica dei masi nelle alte valli sudtirolesi:
Dicono che da San Nicolò ai masi ci s’impieghi mezz’ora. Con la neve alta credo che ci voglia molto di più. Senza contare l’insidia delle valanghe... Il sentiero affronta l’erta senza mezzi termini, di petto. Nei giorni di gelo ci vogliono i ramponi. Per gli inesperti come noi, sicuramente la corda. Dinanzi alla stalla incontrammo Josef, il nonno. Tutta la famiglia era radunata nell’angusto spiazzo tra la facciata del maso e lo strapiombo. Non è più largo del corridoio di un appartamento di periferia... C’è dunque una piccola comunità sulla montagna. Basta alle volte un fischio per richiamarsi da maso a maso. L’ombra della solitudine è però smisurata.
L’inverno non si combatte, con l’inverno si patteggia. I popoli montanari del mondo, dalle Alpi all’Himalaya, hanno sempre patteggiato con l’inverno. La prima tecnica era il fatalismo: non si poteva fare diversamente. L’attività produttiva era concentrata tra maggio e ottobre in un surplus di fatica che trovava il contraltare nei mesi freddi e nelle giornate brevi, ma con notti lunghissime, quando i lavori della campagna sono sospesi, gli attrezzi riposano e si vive sotto zero scaldandosi con gli animali, il fuoco e le leggende.
La stagione fredda era temuta e attesa allo stesso tempo, perché portava disagio ma anche tregua e riposo, il gelo della tormenta e l’intimità del focolare. D’inverno c’era fin troppo tempo per dedicarsi a se stessi, lasciando che i muscoli stanchi si rilassassero e il pensiero corresse.
A saperla affrontare – continua Fedele – questa stagione era anche un tempo amico... L’inverno era il tempo del silenzio, dell’attesa, della pazienza. Era la paziente lavorazione e confezione degli oggetti, fino alla rifinitura amorevole, al virtuosismo: l’artigianato individuale. Era la paziente trasmissione dei ricordi e delle credenze, nonché dei pettegolezzi e dei giochi, nelle infinite elaborazioni orali al calore della stalla. L’inverno era il tempo della più stretta convivenza con gli animali, nella dipendenza reciproca, fondamentale e assolutamente vitale.
D’inverno si dormiva con le bestie, si vegliava con le bestie, si giocava con le bestie, si partoriva con le bestie, si moriva con le bestie. La stalla era il luogo più tiepido della casa: calore animale. Era il rifugio contro il gelo e la solitudine, l’unico posto in cui il lavoro andava avanti nonostante la neve e la tormenta, il posto in cui le sere si allungavano al lume di candela e l’acqua non gelava quasi mai. La resistenza al generale inverno cominciava dalla stalla e da una scorta di fieno e foglie secche e finiva sotto una montagna di coperte di lana. Piedi caldi se si poteva, un po’ di fiamma ad annerire l’angolo del focolare e affumicare i polmoni, un bicchiere di vino a ogni ora del giorno e pane di segale ammorbidito nel latte insieme alla toma di vacca e al formaggio di capra, sempre le bestie della stalla, che davano anche da bere e da mangiare. Latte e ancora latte, era l’unica certezza. Fuori il bianco gelido della neve, dentro il candore tiepido del latte.
Quando i valichi si chiudevano per il ghiaccio, la neve e le valanghe, le borgate e i masi erano isolati dal resto del mondo. Il mito della montagna autarchica è falso perché i montanari hanno sempre viaggiato e commerciato con l’esterno, ma d’inverno si diventava autarchici per forza e bisognava tirare avanti con le scorte. E le bestie, naturalmente. Era meglio non ammalarsi perché il medico non veniva, era meglio non partorire perché si rischiava di farlo sul sentiero ed era preferibile non morire perché d’inverno la terra è troppo dura per seppellire un corpo. Se succedeva si diceva l’ultima preghiera, poi si vestiva il morto e lo si congelava in un luogo appartato aspettando la primavera.
Racconti da brivido
D’inverno ci s’incontrava e ci si parlava di più. Forse il gelo attenuava i conflitti, sicuramente favoriva la convivialità. Le famiglie vivevano insieme giorno e notte per una lunghissima stagione che andava da novembre a maggio, quando le giornate più luminose e lunghe, portatrici del primo caldo, annunciavano il ritorno della primavera. Nonni, genitori e figli erano obbligati alla vita promiscua. Secondo Mario Rigoni Stern l’inverno dei montanari era «una tavola grande e un fuoco che bruciava per scaldare». E poi «le capriole dei bambini, le corse nella neve, il freddo, il gelo, non importava nulla e si viveva, mentre la fantasia navigava in modo leggero e si caricava di mistero».
L’inverno era la stagione delle riflessioni e il tempo dei racconti, quando gli adulti si raccontavano storie. Prima della televisione c’erano le leggende e le veglie della stalla. Secondo i ricercatori Vico e Ugo Avalle
la vera veglia era quella multifamiliare dove ogni capo famiglia a turno portava l’olio per la lanterna; dove si pregava, si giocava a tresette, si facevano i compiti, si faceva la corte, si intagliava il legno, si intrecciavano i vimini, si filava, si tesseva, si faceva la calza, sovente si beveva, si pettinava la canapa e si mangiavano castagne bianche, ma soprattutto si ascoltavano terrificanti racconti di morti... quello che per noi sono i libri gialli e i film del terrore.
Gli ingredienti di quei racconti erano sempre gli stessi: i revenans, i fuochi dei morti che inseguivano i vivi, sortilegi e malefici di streghe, convegni notturni in cimitero, preti sciagurati, animali posseduti dal maligno, atroci punizioni di peccatori, messaggi spaventosi di anime dannate... Le varianti dovute alla fantasia del narratore di turno dovevano essere introdotte con molta abilità, altrimenti suscitavano un coro di proteste...
Un racconto diffuso nelle Alpi di lingua e cultura tedesca narra di una ragazza maledetta dal padre per la sua condotta dissoluta, gli amori illeciti, le cattive compagnie e ogni altra nefandezza. La leggenda non si dilunga sul perché. Quando il genitore muore e viene seppellito la ragazza si fa beffe della maledizione e una sera di veglia allegra, davanti agli amici increduli, si vanta di essere pronta ad affrontare l’esecrazione del padre e la superstizione della gente.
La sciagurata, spinta da giovinastri avvinazzati, uscì nella notte per attuare l’orrendo atto di cui si era dichiarata capace, ma inutilmente i partecipanti alla veglia attesero il suo ritorno. All’alba il sacrista trovò il cadavere della giovane sul tumulo del padre, con la gonna inchiodata alla terra gelata dal fuso. Inginocchiatasi per piantare il fuso, non s’era accorta d’aver trapassato anche un lembo della gonna. Quando fece per alzarsi si sentì trattenere e il terrore l’uccise.
Dall’altra parte delle Alpi, nelle Valli di Lanzo, la gente racconta di un passaggio maledetto: il Ponte del Diavolo. I valligiani tentano infinite volte di costruire l’arco di pietra a scavalco del fiume Stura, ma sono sempre fermati da un maleficio. Una volta si stacca un masso dalla montagna e spezza il ponte in due tronconi, un’altra volta il temporale picchia sulla valle con vampe di fuoco e gli operai devono fuggire per salvarsi. Alla fine i valligiani concludono che il diavolo non voglia il ponte e dunque mandi giù le disgrazie.
Comunque il ponte è necessario, quindi il narratore ricorre al mediatore delle favole. In una grotta vicina al torrente abita un eremita che passa gli ultimi anni della vita in meditazione e in preghiera. I montanari lo pregano di parlare con il diavolo, di convincerlo se gli riesce, il vecchio gli parla e quello promette di alzare il ponte dalla sera alla mattina: ma in cambio vuole un’anima. Così il diavolo costruisce il ponte in una notte d’inferno, tra lampi, fulmini e tuoni, e all’alba l’eremita posa in terra un sacco con il corpo di un cane perché non ha avuto cuore di uccidere un cristiano. Allora il diavolo diventa un demonio, trasforma il cane in pietra e fugge sulle rocce con urla disumane, lasciando impronte mastodontiche che prendono il nome di «marmitte del gigante».
I montanari s’intrattengono con trame di fiction come questa durante le veglie d’inverno. Ogni sera si alterna la voce narrante e ogni voce cerca di aggiungere un particolare più terrificante al racconto; il narratore di turno reinventa la storia fino a tradire l’originale. Tra gli ascoltatori qualcuno rabbrividisce e qualcun altro se la ride, tanto è impossibile andare a controllare di persona se le impronte del diavolo esistano davvero, almeno fin che le marmitte sono sepolte dalla neve.