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Gli uomini
che vissero nel ghiaccio

Due anni dopo la tragedia del Titanic l’ombra della Grande Guerra si allarga su mezzo mondo. Serve solo un pretesto per accendere la miccia.

È piena estate a Sarajevo, il 28 luglio 1914, quando un militante della Giovane Bosnia uccide con due colpi di pistola la duchessa di Hohenberg, Sofia, e il marito arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, erede al trono di Austria e Ungheria. Pare che l’arciduca avesse sparato a un camoscio albino compiendo un atto malaccorto, quasi un sacrilegio, perché secondo la superstizione locale l’uccisione di un albino condanna a morte il cacciatore entro l’anno. Infatti Francesco Ferdinando muore a Sarajevo pochi mesi dopo quella caccia e poche ore dopo l’attentato l’Impero austro-ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia, aprendo il conflitto che causerà almeno sedici milioni di morti militari e civili e ridefinirà le ambizioni territoriali degli stati europei, espandendosi su dimensioni planetarie. Karl Kraus osserva che «la messa in scena di questo dramma, la cui mole occuperebbe, secondo misure terrestri, circa dieci serate, è concepita per un teatro di Marte. I frequentatori dei teatri di questo mondo non saprebbero reggervi. Perché è sangue del loro sangue e sostanza della sostanza di quegli anni irreali, inconcepibili, irraggiungibili da qualsiasi vigile intelletto, inaccessibili a qualsiasi ricordo e conservati soltanto in un sogno cruento...».

L’Italia imbraccia le armi nella primavera del 1915, dopo un lungo dibattito tra neutralisti e interventisti. Vince chi crede nella ragione della guerra e il 24 maggio quasi mezzo milione di soldati comincia a marciare verso il confine austriaco, mentre re Vittorio Emanuele III incita retoricamente i suoi uomini: «Il nemico che Vi accingete a combattere è agguerrito e degno di Voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli Vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomabile slancio saprà di certo superarla. Soldati! A Voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra». La parola «nemico» è in minuscolo per sminuire la consistenza dell’avversario, mentre il Vi e il Voi edulcorati dalla maiuscola esaltano il valore dei combattenti provenienti da ogni regione d’Italia. Ma i ragazzi in arme vestono abiti di campagna, non sono preparati al combattimento e parlano dialetti improbabili, come lingue straniere. Molti non sanno nemmeno l’italiano. I ragazzi non si capiscono e soprattutto non comprendono le ragioni della guerra e il campo di battaglia arrampicato sul fronte alpino, quel crinale assurdo e terribile – forse anche bello agli occhi dei viaggiatori romantici, non dei soldati-contadini delle pianure e del Meridione d’Italia – che è andato rapidamente chiudendosi dal Passo dello Stelvio ai calcari del Carso triestino, obbligando i soldati a diventare alpinisti.

La frontiera tra l’Italia e l’Austria si snoda senza alcuna pietà dai ghiacciai del Cevedale e dell’Adamello allo specchio del Lago di Garda, per attraversare la Vallagarina e risalire a est sugli altipiani del Pasubio e di Asiago, scalando le Dolomiti di Fassa, Ampezzo e Sesto, arrampicandosi sulle Alpi Carniche e Giulie e precipitando sul Carso verso l’Adriatico. Il fronte di guerra è un severo bastione alpino corrispondente all’interminabile ‘S’ coricata che scende, sale e ridiscende le latitudini geografiche e le quote altimetriche, cavalcando creste e dirupi senza particolare riguardo per l’uomo, e nemmeno per la natura, assecondando invece le fantasie degli strateghi che individuarono la linea dello spartiacque e la scambiarono per i «termini sacri che la natura pose ai confini della Patria».

Annerite la pelle dell’occhio

Nel maggio del 1915 i ragazzi soldati non sanno ancora di andare a combattere e morire per dei pezzi di roccia e ghiaccio senza vita, anche se molti di loro hanno ricevuto le Istruzioni per combattere i pericoli del freddo: «Indispensabili sono la camicia di flanella di lana, la maglia di lana da mettere sotto la camicia, il berretto di lana detto passamontagna... e se dovete rimanere a lungo sulla neve al freddo è assolutamente necessario lottare contro il sonno e il gelo... e se non avete occhiali affumicati, annerite, prima di partire, con un turacciolo bruciato, la pelle dell’occhio». I soldati pensano ancora a una guerra di pianura, alla lotta per i fiumi e le città, mentre sono destinati a difendere montagne di oltre tremila metri e a conquistare cime che in tempo di pace avrebbero potuto interessare al massimo qualche escursionista sfaccendato, o un cacciatore distratto dalla preda.

Agli albori del 1915 – osserva lo storico inglese Mark Thompson – l’Italia è una nazione ancora da forgiare. Il popolo è diviso da irriducibili differenze: non c’è una lingua, non c’è un sentimento comune. Gli italiani devono temprarsi in una solida unità nazionale. La soluzione è la guerra, la fucina il campo di battaglia. Più alto sarà il sacrificio, più nobili saranno i risultati. A pagarne il prezzo saranno i giovani costretti in un fronte che corre per seicento chilometri dalle Dolomiti all’Adriatico. Combatteranno in un biancore di pietre e di neve che dura tutto l’anno, saranno uniti nella paura e nell’angoscia, uccideranno. Intorno a loro l’assordante fuoco di sbarramento, l’insostenibile tensione prima dell’«ora zero», l’inferno della terra di nessuno.

Gli italiani vanno alla guerra convinti di cogliere lo straniero di sorpresa e scacciarlo rapidamente oltre il confine, ma presto scoprono l’amara verità: hanno perso tempo e hanno sottovalutato le truppe imperiali. Non ci si aspettava un nemico così ben equipaggiato e raffinato conoscitore delle Alpi, pronto a rispondere all’offensiva degli alpini dall’alto delle sue postazioni. I più sconcertati sono gli austriaci, come confermerà più tardi il comandante dei Deutsches Alpenkorps: «Al momento stesso della dichiarazione di guerra gli italiani sarebbero potuti penetrare da ogni parte con grandissima superiorità e impadronirsi praticamente di ciò che volevano. Noi ci aspettavamo solo questo, ed eravamo sempre più stupiti nel veder passare due e più settimane senza che si muovessero».

Non è solo tempo perso da una parte, è anche tempo tesorizzato dall’altra. Infatti il ritardo degli italiani dà modo al comando austro-ungarico di ben interpretare la regola fondamentale della guerra di montagna: chi arriva in cresta per primo di solito ci rimane, perché anche le pallottole rispondono alla forza di gravità. Dall’alto si colpisce meglio e si è meno vulnerabili. Con mentalità rigidamente teutonica, le truppe del Salisburghese, del Tirolo e del Vorarlberg sono state minuziosamente addestrate ai combattimenti in quota, e anche i tedeschi si sono affrettati a creare un corpo alpino speciale, il Deutsches Alpenkorps, con reparti bavaresi, prussiani e badensi. Dal giogo dello Stelvio al Passo di Monte Croce Carnico, quattrocento chilometri di creste sono stati presidiati dagli schützen (i tiratori) e dagli jäger (i cacciatori), che si sono tempestivamente annidati sopra i duemila metri anche per risparmiare ai villaggi e alle città del Tirolo le conseguenze dei combattimenti.

Ma c’è un rovescio della medaglia, ed è la seconda regola della guerra di montagna. Chi conquista una cresta, un torrione di granito o un castello di calcare è costretto a reggere la posizione, che significa vivere estate e inverno sulla cima, o su una cengia, o in un crepaccio, sopportare i rigori del gelo e del maltempo, sopravvivere alla solitudine, alla sete e alla fame. Per mantenere in vita un uomo a tremila metri servono da otto a dieci uomini che lo riforniscano con estenuanti e pericolose corvée, con qualsiasi tempo e qualunque condizione del terreno, anche dopo una nevicata eccezionale, quando le norme dell’alpinismo e del buon senso imporrebbero di non muoversi e aspettare che il manto nevoso si consolidi. Ma in guerra non ci si può fermare perché la guerra non aspetta.

L’inverno 1916-17 è straordinariamente nevoso e freddo. Il febbraio del 1917 è tra i mesi più gelidi del secolo: la stazione meteorologica di Sils Maria in Engadina registra una temperatura media di -9,6 gradi centigradi; al Passo Gavia il termometro scende a 32 gradi sotto lo zero. Ma sono soprattutto le precipitazioni nevose a minare la vita dei combattenti. Nell’inverno cadono decine di metri di neve e le valanghe provocano migliaia di vittime, in particolare il 12 e 13 dicembre 1916, la Santa Lucia Nera, quando sul fronte alpino muoiono circa diecimila soldati. Solo sul fronte tra lo Stelvio e il Gavia le valanghe ne travolgono centoventisette. Sulla Marmolada una slavina seppellisce cinquecento uomini e trecento soffocano sotto la neve. La Strada delle Dolomiti è interrotta da un’enorme quantità di neve e per riaprirla gli alpini devono scavare una trincea alta più di quindici metri.

Alvaro Tacchini ha raccolto la testimonianza di un sepolto da valanga: il soldato Giuseppe Ranieri, proveniente dall’alta valle del Tevere. Il povero Ranieri è sopravvissuto alla valanga giusto il tempo di raccontarla. Morirà nel novembre del 1917 sul fiume Piave.

Nei primi momenti che passai dentro la mia tomba la speranza non era ancora perduta e provai a raspare la neve già dura in cerca d’un po’ d’aria. Ma era un inutile lavoro, che mi rendeva il respiro più pesante e forse la morte più vicina. Perduta è ormai ogni speranza, inutile ogni sforzo, bisogna rassegnarsi al destino fatale. Abbandonato ogni altro pensiero rivolgo il mio cuore alle persone tanto care quanto lontane, mando l’addio a quanto vi ha di bello e amabile quaggiù e in ultimo, dopo aver invocato più volte la Misericordia di Dio invoco anche la morte...

Tutto questo è passato dentro un’ora o mezz’ora forse. Poi non ricordo più nulla. Verso le ore otto di sera mi ritrovo dentro un sacco a pelo con un cumulo di coperte sopra e i piedi e le mani ancor quasi gelati. Mi risveglio come dopo un lungo e pauroso sogno e meravigliandomi del luogo dove mi trovo vado pensando come e chi mi avesse portato in quel paradiso. Ma non mi torna alla mente che la valanga, la sepoltura, la disperazione della vita...

I miei bravi amici dopo aver conosciuto il mio miglioramento cominciarono a farmi la storia di quello che era accaduto dopo il nostro seppellimento. Mi dissero come io stesso me lo immaginavo, che di più di sessanta che eravamo nessuno rimase fuori della valanga, nessuno che avesse potuto dar avviso del nostro seppellimento. Quando si immaginarono del nostro miserabile stato eran già passate quattr’ore dalla terribile catastrofe. Mi hanno detto che io fui dissepolto verso le sei di sera. Dieci ore di sepoltura e poi son risuscitato.

Dopo tre giorni il maltempo concede una tregua, poi ricomincia a soffiare la tormenta. La neve va avanti per altre due settimane, cinque o sei metri, una delle nevicate più straordinarie del Novecento. I soldati dei due fronti rimangono inchiodati nelle baracche, cercando di resistere rinforzando le assi dei tetti e delle pareti. Per giorni e notti, bloccati sulla montagna, temporeggiano nelle rispettive tane, dormendo a turni come in battaglia e sussultando al fruscio delle slavine con l’incubo di soffocare nel sonno. Non possono muoversi né lavarsi; dopo due settimane di resistenza i soldati sopravvissuti sembrano maschere africane dagli occhi itterici.

La città di ghiaccio

C’è solo una soluzione, idea folle e geniale: scomparire sotto il ghiaccio dove la temperatura è costante e fa più caldo che all’esterno per buona parte dell’anno. Lo stratagemma consente anche di nascondersi al fuoco nemico, spostarsi come le talpe, aprire dei varchi a monte e contrattaccare al momento opportuno. Prima che arrivi il terribile inverno del 1916 il tenente Leo Handl, ingegnere e alpinista, progetta una vera e propria città dentro il ghiacciaio settentrionale della Marmolada, perforandolo da parte a parte. Non esistono precedenti storici documentati di vita glaciale ipogea, nessuno sa che strumenti e tecniche utilizzare, ma non ci sono neanche esperienze o memorie che dimostrino l’impossibilità di abitare nella pancia di un ghiacciaio. Si tratta di tentare. In circa dieci mesi di scavi il tunnel originale del tenente Handl si dirama in dodici chilometri di gallerie che uniscono le postazioni austriache della zona. Alla fine dei lavori duecento soldati possono trovare posto nella città di ghiaccio, un labirinto di tunnel intervallati da caverne con dormitori, cucine, mense, infermerie, sale radio e una cappella per la preghiera. Scrive Gunther Langes:

Spesso la vita che conducevamo lassù ci ricordava le esperienze degli esploratori artici e l’esistenza degli eschimesi. Diventammo conoscitori perfetti dei segreti del ghiacciaio, dei suoi crepacci, dei suoi movimenti invernali, quando il ghiaccio è compatto, ed estivi quando è plastico...

In tre punti del ghiacciaio costruimmo ricoveri in crepacci semicoperti, cominciando a spingere le nostre gallerie verso l’alto e verso il basso. Dopo ogni esplosione il ghiaccio frantumato veniva allontanato con badili e picconi, e portato fino al crepaccio successivo per mezzo di piccole slitte che scivolavano su lamiere curvate a guisa di grondaia...

La corrente elettrica ci veniva fornita dalla centrale a vapore di Roa presso Canazei. Per breve tempo le nostre gallerie furono illuminate da lampadine elettriche, distanti cinquanta metri l’una dall’altra... I sentieri nel ghiaccio e le piste venivano segnati con lunghi pali, ai quali erano infisse frecce indicatrici di legno giallo fosforescente.

La città di ghiaccio è resa abitabile per quanto si può, anche se l’umidità e la solitudine affliggono i soldati. Non è facile stare rintanati dentro, ma è meglio che essere fuori. Almeno gli uomini nascosti nelle viscere del ghiacciaio sono al sicuro dalle valanghe e dalle mitragliatrici italiane, non devono combattere contro le bufere e possono spostarsi da un varco all’altro senza essere visti, seguendo semplicemente i cartelli dai nomi umoristici che contrassegnano le gallerie.

Fuori la tragedia continua e ogni tanto bisogna uscire a raccogliere i cadaveri. Annota ancora Langes sul suo diario:

17 dicembre 1916. Lavoro con tutti i miei uomini al recupero dei morti sepolti dalla valanga. Nel pomeriggio ecco che improvvisamente sbuca dalla neve un uomo quasi nudo. È un giovane kaiserschütze. Con le unghie è riuscito ad aprirsi un varco nella neve che lo seppelliva; ha lavorato scavando per sei metri, senza cibo, coperto solo dalla camicia e dalle calze. La valanga si è staccata alle sei del mattino quando nella baracca tutti dormivano. Egli stesso giaceva sul tavolato più alto. Il ricovero fu schiacciato come un castello di carta, e solo intorno a lui si formò una specie di cavità. È convinto che alcuni dei suoi camerati siano ancora in vita. Dopo 105 ore. Effettivamente, prima di sera, salviamo otto uomini, alcuni con gravi lesioni e congelamenti. I miracoli accadono ancora!

Si possono immaginare i soccorritori che escono dal ghiaccio in un turbine di neve e orientandosi a fatica nella tormenta vanno a cercare i propri simili che vivono e muoiono alla luce del sole. Come se due nature, due adattamenti, due abbozzi di civiltà, facciano i conti con una situazione terribilmente imprevista, verificando le strategie sulla pelle di chi si salva e di chi è perduto. Senza saperlo stanno scrivendo un capitolo nuovo della storia dell’uomo, lasciando tracce di sopravvivenza sotto la superficie della neve.

Ancora oggi il ghiacciaio della Marmolada, quasi irriconoscibile in seguito alle estati calde, continua a vomitare i resti della città di ghiaccio: baraccamenti, pezzi di legno, pezzi di vita, latte piene di ruggine, armi, elmi e altre vestigia di guerra. Perfino strumenti musicali. Sono decenni che il ghiacciaio di Punta Rocca e Punta Penia sputa ricordi. Mentre sulla parete sud della montagna si scrivevano le pagine più luminose dell’alpinismo dolomitico, a nord il ghiaccio smaltiva la memoria gelida della Guerra Bianca.

Piccozze e picconi

Il milanese Guido Bertarelli è un grande amante delle montagne e un raffinato conoscitore del massiccio glaciale Ortles-Cevedale, in testa alla Valtellina. Dopo la laurea alla Bocconi si arruola volontario negli alpini, diventa istruttore di sci e va a combattere sulle cime che ama. Percorre i ghiacciai e partecipa a epiche battaglie come la conquista della Cima di Trafoi. In guerra collabora allo scavo dei cunicoli di ghiaccio e dopo la guerra li censisce accuratamente esplorando i camminamenti e contando sedici gallerie per un totale di oltre undici chilometri di lunghezza, quasi tutte sopra i tremila metri, fino ai 3857 metri della Koenigspitze. Bertarelli racconta che lo scavo era affidato a picconieri armati di piccozze a manico corto, dopo avere sperimentato senza successo gli esplosivi e le fiamme ad acetilene; le squadre di sei-otto scavatori facevano turni di dieci ore e avanzavano di quattro-cinque metri al giorno, trascinando il ghiaccio di risulta su rudimentali slitte di legno. Gli uomini lavoravano in condizioni di estrema umidità. Ai soldati operai mancava l’aria, eppure c’era da imparare:

Uno specialista di glaciologia – osserva Bertarelli – avrebbe tratto utile insegnamento dalla somma di esperienza biennale di guerra che, sotto l’aspetto di alcune pratiche consuetudini, si era già imposta nella dura realtà all’osservazione profana dei forti soldati, intenti a così grandi altezze alla lotta contro il nemico agguerrito. L’osservatore avrebbe inoltre, dalla varietà delle circostanze di posizione, di altitudine, di direzione delle opere scavate nel ghiaccio, dedotte alcune considerazioni certo importanti per lo studio dei movimenti dei ghiacciai alpini.

In un recente studio pubblicato dal «Bollettino della Società Geografica Italiana», i glaciologi Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti, il nivologo Giovanni Peretti e lo storico militare Giuseppe «Bepi» Magrin confermano che

le osservazioni effettuate, seppur non sistematiche ed organiche ad eccezione di quelle di von Klebelsberg sul versante austriaco (il loro scopo non era ovviamente di tipo scientifico!), offrirono tuttavia una ricca messe di dati sperimentali utili alla nascente glaciologia. Fra le acquisizioni «pratiche» più importanti vanno ricordate quelle riguardanti il flusso glaciale e le sue caratteristiche viscoplastiche... ben osservate da Bertarelli nella galleria della Capanna Milano-Ghiacciaio dello Zebrù. In particolare egli descrive il rapido movimento e il rapido schiacciarsi della galleria con intense torsioni laterali e con un’evidente pressione dal basso verso l’alto. Inoltre riporta osservazioni sulla maggiore rigidità del ghiaccio superficiale e sulla sua maggiore velocità a confronto del ghiaccio a maggiore profondità, caratterizzato da più elevata plasticità, nonché sulle velocità ridotte del flusso nelle zone di calotta, come la cima dell’Ortles o le due sommità degli Eiskogele (Coni di ghiaccio).

Oggi le cime di guerra sono frequentate dagli alpinisti classici e dagli escursionisti d’alta quota, oppure dagli sciatori alpinisti a tarda primavera, quando i ghiacciai sono lenzuoli di neve trasformata dal sole. Nell’ultimo ventennio i campi innevati dal Passo dello Stelvio al San Matteo si sono ridotti in modo sconvolgente a causa del riscaldamento climatico, al punto che si fatica a riconoscere i vecchi paesaggi. Ormai i ghiacciai non coprono più nemmeno le creste più alte, dove una volta si snodavano nastri di neve immacolata e adesso il permafrost cede all’arrivo dell’estate, strana guerra anche quella, l’offensiva del caldo contro i paesaggi posati nella memoria. La roccia si sgretola e la Guerra Bianca di cent’anni fa sputa fuori ricordi amari, resti di corpi umani, armi, suppellettili, lettere d’amore, pezzi di motore, scarponi, ramponi, ferri, legni, strumenti sepolti nel ghiaccio. Nell’estate del Duemila la montagna ha restituito la scala di corda e pioli con cui i soldati alpinisti scalarono i precipizi gelati del Monte Cristallo. Nel 2004 e nel 2009 i ghiacciai del Piz Giumela e della Valpiana hanno riconsegnato cinque salme di ignoti che oggi riposano nel cimitero austro-ungarico di Pejo. Sotto gli ombrosi larici si affiancano le lapidi, e dicono tutte la stessa cosa:

«Non sa dire la tomba il nome mio, ma lo conosce e benedice Iddio».

Anche impegnandosi a rimuovere il lutto e facendo esercizio di amnesia, l’alpinista contemporaneo incappa inevitabilmente nella guerra perché cammina su un cimitero.