15

REACHER non fu di buona compagnia durante il viaggio verso sud. Per la prima ora e mezzo non proferì parola. Il buio della sera era calato in fretta, e Jack teneva accesa la luce dell’abitacolo per studiare le mappe del vano portaoggetti. In particolare, si era concentrato sulla carta topografica realizzata in una scala di grandi dimensioni relativa alla regione meridionale della contea di Echo. Il suo confine era una linea dritta che correva da est a ovest. Nel punto più vicino distava un’ottantina di chilometri dal Rio Grande. Il che per lui non aveva senso.

«Non capisco perché abbia mentito sul diamante», mormorò.

Alice scrollò le spalle. Al momento sembrava concentrata soprattutto sulla velocità della guida. «Ha mentito su tutto.»

«L’anello è diverso», ribatté Jack.

«Diverso in che senso?»

«Un tipo diverso di bugia. Come le mele sono diverse dalle arance.»

«Non ti seguo.»

«L’anello è l’unica cosa che non mi spiego.»

«L’unica cosa?»

«Tutto il resto è coerente, ma l’anello è un problema.»

Alice continuò a guidare, in silenzio, per un paio di chilometri. I pali delle linee elettriche si susseguivano a breve distanza, illuminati per una frazione di secondo dai fasci di luce dei fari.

«Tu sai cosa sta accadendo, vero?» mormorò la ragazza.

«Conosci il Computer-Aided Design?» domandò lui.

«No.»

«Nemmeno io.»

«E allora?»

«Sai di che si tratta?»

Alice scrollò le spalle. «Più o meno.»

«Col CAD si possono disegnare intere case o automobili, o qualsiasi altra cosa, sullo schermo di un computer. Puoi dipingere, decorare, valutare. Se si tratta di una casa, è possibile entrarci, girarci intorno. Il disegno si può ruotare, lo si può guardare davanti e dietro. Se è una macchina, si può vedere come appaia alla luce del giorno e al buio. La si può inclinare su e giù, ruotare ed esaminare da ogni angolazione. È possibile farla schiantare e vedere come regge all’urto. Come se fosse una cosa reale, eccetto che non lo è. Realtà ’virtuale’, la chiamano.»

«E allora?» ripeté Alice.

«Io riesco a vedere l’intera situazione nella mia mente, come un disegno al computer. Dentro e fuori, sopra e sotto. Da ogni prospettiva. A eccezione dell’anello. L’anello rovina tutto.»

«Mi vuoi spiegare?»

«Non serve», rispose Jack. «Finché non ci arrivo da solo.»

«Ellie corre qualche pericolo?»

«Spero di no. Per questo siamo in viaggio.»

«Credi che la nonna possa aiutarci?»

Reacher alzò le spalle. «Ne dubito.»

«E allora perché questo viaggio aiuterebbe Ellie?»

Jack non rispose. Si limitò ad aprire il vano portaoggetti e a rimettere a posto le mappe. Poi prese la Heckler & Koch. Estrasse il caricatore e controllò i proiettili. Mai presumere nulla. Ma constatò che c’erano tutti e dieci. Lo reinserì e spinse in canna il primo colpo. Poi armò la pistola e mise la sicura. Si sollevò lievemente dal sedile e la mise in tasca.

«Credi ne avremo bisogno?» gli chiese la ragazza.

«Prima o poi», rispose. «Hai altre munizioni in borsa?»

Lei scosse il capo. «Pensavo che non l’avrei mai usata.»

Reacher non fece commenti.

«Stai bene?» gli chiese.

«Mi sento bene», rispose Jack. «Forse come ti sentivi tu durante quel grosso processo, prima che il tizio si rifiutasse di pagare.»

Lei annuì senza distogliere lo sguardo dalla strada. «Era una bella sensazione.»

«Quello era il tuo campo, giusto?»

«Immagino di sì.»

«Questo è il mio», affermò Reacher. «È quello per cui sono tagliato. L’eccitazione dell’inseguimento. Sono un investigatore, Alice, lo sono sempre stato, e sempre lo sarò. Sono un cacciatore. E, quando Walker mi ha dato questo distintivo, la mia testa ha cominciato a lavorare.»

«Tu hai un’idea abbastanza precisa di cosa sta accadendo, vero?» gli chiese nuovamente.

«A parte l’anello.»

«Spiegami.»

Reacher non rispose e invece le domandò: «Hai mai cavalcato?»

«No. Sono una ragazza di città. Lo spazio più aperto che avevo visto era la striscia centrale in mezzo a Park Avenue.»

«Io l’ho fatto poco tempo fa con Carmen. La prima volta nella vita.»

«E allora?»

«Sono molto alti. Sei lassù, nell’aria.»

«Allora?» ripeté.

«Sei mai andata in bicicletta?»

«A New York?»

«Sui pattini?»

«Qualche volta, quando andava di moda.»

«Sei mai caduta?»

«Una volta, malamente.»

Jack annuì. «Dimmi della cena che mi hai preparato.»

«Cosa devo dirti?»

«Era fatta in casa, giusto?»

«Certo.»

«Hai pesato gli ingredienti?»

«Per forza.»

«Dunque hai una bilancia in cucina?»

«Ovviamente.»

«La bilancia della giustizia», mormorò Jack.

«Reacher, di che diavolo parli?»

Jack girò lo sguardo alla sua sinistra. La staccionata di picchetti rossi correva rapida al margine dei fasci di luce dell’auto.

«Siamo arrivati», esclamò. «Te lo dico dopo.»

Alice rallentò, oltrepassò il cancello e l’auto attraversò sobbalzando il cortile.

«Parcheggiala davanti alla rimessa», disse Jack. «E lascia i fari accesi. Voglio dare un’occhiata al vecchio pick-up.»

«Va bene.»

Procedette in folle per un metro o due e girò il volante finché le luci non investirono la parte destra del fienile. Illuminavano per metà il pick-up nuovo, per metà il Cherokee, e per intero il vecchio mezzo posteggiato fra gli altri due veicoli.

«Stammi vicino», mormorò Jack.

Scesero dall’auto. L’aria notturna sembrò loro improvvisamente calda e umida. Era diversa da prima. Adesso c’erano le nuvole, e gli insetti irrequieti volavano da tutte le parti. Il cortile era però silenzioso. Nessun rumore. Raggiunsero la rimessa ed esaminarono il veicolo in disuso. Era una sorta di Chevrolet, forse di vent’anni prima, ma pur sempre un antenato riconoscibile del pick-up più recente, posteggiato accanto. Aveva paraurti bombati, un colore smorto e una barra cilindrica che si ergeva dal vano di carico. Doveva aver percorso migliaia di chilometri. Forse non lo usavano da dieci anni. Le sospensioni erano rovinate, i pneumatici piatti e la gomma rovinata dal calore implacabile.

«E allora?» chiese Alice.

«Credo sia il furgone della foto», esclamò Reacher. «Quella nell’ufficio di Walker, ricordi? Lui, Sloop ed Eugene appoggiati al paraurti.»

«A me i pick-up sembrano tutti uguali», rispose la ragazza.

«Sloop aveva la stessa foto.»

«È rilevante?»

Reacher scrollò le spalle. «Erano buoni amici.»

Si allontanarono. Alice si chinò nell’abitacolo della Volkswagen e spense i fari. Poi seguì Reacher fino ai gradini della veranda e all’ingresso dell’abitazione. Jack bussò. Attesero. Bobby Greer aprì la porta e rimase immobile, sorpreso.

«Dunque sei tornato a casa», mormorò Reacher.

Bobby si accigliò, come se gli avessero appena rivolto la stessa domanda. «I miei amici mi hanno portato in giro. Per aiutarmi a superare il lutto.»

Jack aprì il palmo e gli mostrò la stella cromata. L’esibizione del distintivo. Era una bella sensazione. Non tanto quanto mostrare le credenziali del dipartimento Investigazioni criminali dell’esercito statunitense, ma bastò a impressionare Bobby. E a dissuaderlo dal richiudere la porta.

«Polizia», dichiarò Reacher. «Dobbiamo vedere tua madre.»

«Polizia? Voi?»

«Hack Walker ci ha appena delegato. Le nostre credenziali sono valide in tutta la contea di Echo. Dov’è tua madre?»

Bobby rifletté un istante. Si sporse in avanti, guardò il cielo notturno e annusò letteralmente l’aria. «Sta arrivando la tempesta. Tra poco. Da sud.»

«Dov’è tua madre, Bobby?»

Il giovane tacque di nuovo. «Dentro», rispose poi.

Reacher condusse Alice oltre Bobby, nell’atrio rosso con i fucili e lo specchio. In casa c’erano uno o due gradi in meno. Il vecchio condizionatore funzionava a pieno regime e si udiva un sordo sferragliare, da qualche parte al piano di sopra. Attraversarono l’ingresso e raggiunsero il salotto sul retro. Rusty Greer era seduta al tavolo, sulla stessa sedia su cui l’aveva vista la prima volta, e indossava vestiti del medesimo stile: jeans aderenti e una camicia con le frange. I capelli erano laccati e formavano una sorta di aureola rigida come un casco.

«Siamo qui in veste ufficiale, signora Greer», annunciò Reacher, mostrandole la stella nel palmo della mano. «Deve rispondere ad alcune domande.»

«Altrimenti, scimmione? Hai intenzione di arrestarmi?»

Reacher prese una sedia e si sedette di fronte a lei. La fissò.

«Non ho fatto niente di male», dichiarò la donna.

Jack scosse il capo. «Per la verità ha sbagliato tutto.»

«Per esempio cosa?»

«Per esempio, mia nonna sarebbe morta prima di lasciarsi portare via i nipoti. Nel vero senso della parola. ’Dovete passare sul mio cadavere’, avrebbe detto, senza scherzi.»

Vi fu un attimo di silenzio. Solo il ticchettio costante del ventilatore.

«L’ho fatto per il bene della bambina», dichiarò Rusty. «E non avevo scelta. Avevano i documenti.»

«Ha mai dato via nipoti prima d’oggi?»

«No.»

«E allora come fa a sapere che erano i documenti giusti

La signora Greer scrollò le spalle. Non rispose.

«Ha controllato?»

«Come potevo?» sbottò Rusty. «E poi sembravano a posto. Pieni di grosse parole, ’predetto’, ’sottocitato’, ’lo Stato del Texas’...»

«Erano impostori», disse Reacher. «Si è trattato di un rapimento, signora Greer. Coercizione. Hanno preso sua nipote per minacciare sua nuora.»

Reacher la guardò in faccia, in cerca di un qualche sentimento, di senso di colpa, vergogna, paura o rimorso. Un’espressione c’era, ma non era sicuro di che cosa si trattasse esattamente.

«Perciò abbiamo bisogno di descrizioni», continuò. «Quanti erano?»

La donna non rispose.

«Quante persone, signora Greer?»

«Due. Un uomo e una donna.»

«Bianchi?»

«Sì.»

«Che aspetto avevano?»

Rusty alzò le spalle. «Erano normali. Ordinari. Come ci si aspetta che siano gli operatori sociali. Di città. Avevano una macchina di grosse dimensioni.»

«Capelli? Occhi? Vestiti?»

«Capelli biondi, credo. Entrambi. Vestiti da pochi soldi. La donna indossava una gonna. Occhi azzurri. L’uomo era alto.»

«E l’auto?»

«Non m’intendo di macchine. Era una grossa berlina. Ma molto normale, non una Cadillac.»

«Di che colore?»

«Grigia, o azzurra, forse. Non scura.»

«Ha una torta in cucina?»

«Perché?»

«Perché dovrei cacciargliela in gola fino a soffocarla. Quelle persone bionde con gli occhi azzurri sono le stesse che hanno ucciso Al Eugene. E lei ha consegnato loro sua nipote.»

La donna lo fissò. «Ucciso? Al è morto?»

«Due minuti dopo che l’hanno fatto scendere dall’auto.»

Rusty impallidì e cominciò a mugugnare. «Che cosa faranno a...» e poi si fermò. E di nuovo: «Che cosa ne faranno di...» Non riusciva a pronunciare il nome «Ellie».

«Per ora non la uccideranno», rispose Reacher. «Così credo. E spero. E dovrebbe sperarlo anche lei, perché, se le fanno del male, sa che le faccio io?»

La signora Greer non rispose. Serrò le labbra e scosse il capo da parte a parte.

«Tornerò qui e le romperò l’osso del collo. L’alzerò da terra e la spezzerò come un ramo secco.»

Le fecero fare un bagno e fu orribile, perché uno degli uomini era rimasto a guardarla. Era basso e aveva capelli neri sulla testa e peli scuri sulle braccia. Era rimasto in piedi poco oltre la soglia e l’aveva guardata per tutto il tempo che era stata nella vasca. La mamma le aveva detto: Non lasciare mai che qualcuno ti guardi svestita, specialmente un uomo. E lui era là, a osservarla. E poi non aveva il pigiama da mettersi dopo il bagno. Non l’aveva portato. Non aveva portato nulla.

«Non hai bisogno del pigiama», aveva affermato l’uomo. «Fa troppo caldo per mettersi un pigiama.»

Poi era rimasto accanto alla porta, senza toglierle gli occhi di dosso. Lei si era asciugata con una salvietta piccola, di colore bianco. Le scappava la pipì, ma non aveva intenzione di lasciare che lui la vedesse fare anche quello. Dovette passargli molto vicino per uscire dalla stanza. Anche gli altri due la osservarono per tutto il tragitto fino al letto. L’altro uomo e la donna. Erano orribili. Erano tutti orribili. Si mise a letto, si tirò il lenzuolo fin sopra la testa e cercò, con tutte le sue forze, di non piangere.

«E adesso?» chiese Alice.

«Torniamo a Pecos», rispose Reacher. «Voglio continuare a muovermi. E abbiamo un sacco di cose da sbrigare stasera. Ma guida lentamente, d’accordo? Ho bisogno di tempo per pensare.»

Alice portò l’auto fuori dal cancello e svoltò a nord nell’oscurità. Poi accese il condizionatore, per attenuare il calore notturno.

«Pensare a cosa?» gli chiese.

«A dove possa trovarsi Ellie.»

«Perché pensi siano le stesse persone che hanno sparato a Eugene?»

«È una questione di spiegamento di forze. Non credo che una persona usi una squadra per uccidere e un’altra per rapire. Non quaggiù, in mezzo al nulla. Perciò credo si tratti di una squadra sola. Una squadra di killer professionisti che si è prestata a un rapimento, o una squadra di rapitori che si è occupata anche degli omicidi. Ritengo più probabile la prima ipotesi, considerata la professionalità che hanno dimostrato quando hanno fatto secco Eugene. Se si trattasse di un secondo lavoro, non vorrei proprio sapere quale sia la loro vera specialità.»

«Gli hanno solo sparato. Potrebbe farlo chiunque.»

«No, non chiunque. L’hanno indotto a fermare l’auto, l’hanno convinto a salire sulla loro. L’hanno tenuto tranquillo per tutto il tempo. È una tecnica perfetta, Alice. È più difficile di quanto tu non riesca a immaginare. Poi gli hanno sparato in un occhio. E anche quello significa qualcosa.»

«Che cosa?»

Reacher scrollò le spalle. «È un bersaglio piccolo. E in una situazione come quella è questione di secondi. Alzi la pistola e spari. Uno, due. Non c’è nessuna ragione razionale per scegliere un bersaglio tanto minuscolo. È un tocco in più. Non tanto per metterti in mostra, quanto per celebrare la tua capacità e la tua precisione. È come un riconoscimento alla tua abilità, una cosa che ti rende felice.»

Nell’auto non volava una mosca. Solo il ronzio del motore e il rumore dei pneumatici.

«E adesso hanno la bambina», mormorò Alice.

«E ciò li mette a disagio, perché si stanno dedicando a un’attività nuova. Sono abituati a stare da soli. Hanno il loro modo di comportarsi, e avere una bambina tra i piedi li preoccupa, non si sentono liberi e sono più visibili.»

«Sembreranno una famiglia. Un uomo, una donna, una ragazzina.»

«No, credo siano più di due.»

«Perché?»

«Perché, se fossi io, vorrei tre persone. Quand’ero nell’esercito le squadre erano di tre uomini: un autista, un tiratore e un guardaspalle.»

«Sparavate alle persone? La polizia militare?»

Reacher alzò le spalle. «Talvolta. Sai, faccende che era meglio non portare in tribunale.»

Alice rimase a lungo in silenzio. Jack la vide valutare la possibilità di scostarsi o no di qualche centimetro da lui, poi parve decidere di restare dov’era.

«E perché non l’hai fatto per Carmen, se l’avevi già fatto prima?» domandò.

«Lei mi ha fatto la stessa domanda. Ti rispondo che non lo so, davvero.»

La donna non parlò per altri due chilometri.

«Perché tengono Ellie in ostaggio?» chiese poi. «Voglio dire, perché la tengono ancora? Hanno già estorto la confessione. Che cos’hanno ancora da guadagnarci?»

«Sei tu l’avvocato. Devi spiegarmelo tu. Quand’è che diventa tutto definitivo? Irrevocabile?»

«In realtà, mai. Una confessione può essere ritrattata in ogni istante. Tuttavia, in pratica, credo che se rispondesse nolo contendere all’incriminazione del Gran Giurì sarebbe considerato una sorta di pietra miliare.»

«E quando potrebbe accadere?»

«Forse domani. La giuria d’accusa è più o meno permanente. Non impiegherebbero più di dieci minuti, forse un quarto d’ora.»

«Pensavo che la giustizia fosse molto lenta nel Texas.»

«Solo se ti dichiari non colpevole.»

Per molti chilometri nessuno dei due parlò. Attraversarono l’incrocio con la scuola, il benzinaio e il ristorante. I fari dell’auto illuminarono gli edifici per pochi secondi. Il cielo sopra le loro teste era ancora limpido; si vedevano ancora le stelle, ma le nuvole stavano avanzando rapide da dietro, a sud.

«Forse allora la lasceranno andare domani», ipotizzò Alice.

«O forse no. Avranno paura di essere riconosciuti. Ellie è una bambina intelligente. È silenziosa, osserva e riflette tutto il tempo.»

«E allora che facciamo?»

«Cerchiamo d’immaginare dove possa essere.»

Aprì il vano portaoggetti e prese ancora le cartine. Ne trovò una in scala grande della contea di Pecos e la spiegò sulle ginocchia. Allungò un braccio e accese la luce dell’abitacolo.

«Come?» chiese Alice. «Voglio dire, da dove iniziamo?»

«L’ho già fatto prima. Per anni e anni, cercavo di scovare i disertori e gli evasi. Impari a pensare come loro, e alla fine li trovi.»

«È facile?»

«A volte», rispose.

Nell’abitacolo calò nuovamente il silenzio, mentre l’auto procedeva veloce.

«Ma potrebbero essere ovunque», osservò Alice. «Cioè, devono esserci milioni di nascondigli. Fattorie abbandonate, edifici in rovina.»

«No, credo stiano usando un motel», affermò Reacher.

«Perché?»

«Perché per loro l’apparenza è importante. Fa parte della tecnica. In qualche modo hanno fregato Al Eugene, e sono sembrati plausibili a Rusty Greer. Non che lei vi abbia fatto molto caso, del resto. Perciò hanno bisogno d’acqua corrente, di docce, di bagni e di elettricità per usare asciugacapelli e rasoi.»

«Da queste parti ci sono centinaia di motel. Migliaia, probabilmente», fece notare la donna.

Jack annuì. «E quasi di sicuro si spostano. Ogni giorno un posto diverso. Misura di sicurezza.»

«Come facciamo a trovare quello giusto stanotte?»

Reacher sollevò la cartina verso la luce.

«Lo troviamo nella nostra testa. Pensiamo come loro, immaginiamo che cosa faremmo noi al posto loro. Dobbiamo fare la stessa cosa che farebbero loro

«È molto rischioso.»

«Forse sì, forse no.»

«Cominciamo subito?»

«No, prima torniamo al tuo ufficio.»

«Perché?»

«Perché non mi piacciono gli attacchi frontali. Non contro gente tanto abile, e per di più con una bambina di mezzo.»

«E allora che facciamo?»

«Li dividiamo e stabiliamo le regole. Ne attiriamo due. Forse riusciremo a catturare una lingua.»

«Una lingua? Che cos’è?»

«Un prigioniero da far parlare.»

«Come?»

«Li attiriamo in una trappola. Si sono già accorti che sappiamo di loro. Perciò verranno a cercarci, tenteranno di limitare i danni.»

«Sanno che noi sappiamo? E come?»

«Qualcuno gliel’ha appena detto.»

«Chi?»

Reacher non rispose e continuò a studiare la cartina. Guardò le fievoli linee rosse, che rappresentavano le strade, serpeggiare attraverso chilometri di deserto. Chiuse gli occhi e cercò d’immaginare come fossero nella realtà.

Alice parcheggiò nel piazzale dietro gli uffici legali. Aveva una chiave della porta sul retro. Era pieno di ombre, e Reacher si guardò cautamente intorno. Ma entrarono senza intoppi. Il vecchio edificio era deserto, polveroso, silenzioso e caldo. Il condizionatore era stato spento al termine della giornata. Jack rimase immobile, per cogliere il fremito quasi impercettibile delle persone in attesa. È una sensazione primordiale, percepita ed elaborata nella parte più recondita del cervello. Non avvertì nulla.

«Chiama Walker e chiedi un aggiornamento. Digli che siamo qui.»

Reacher la fece sedere dietro di lui, schiena contro schiena, alla scrivania di qualcun altro, al centro della stanza, in modo che lui potesse tenere d’occhio l’entrata anteriore, e lei quella posteriore. Estrasse la pistola e l’appoggiò sulle ginocchia, senza sicura. Poi compose il numero del sergente Rodriguez, ad Abilene. Il poliziotto era ancora in servizio, e non ne sembrava molto entusiasta.

«Abbiamo controllato nell’albo degli avvocati», gli disse. «Non esiste nessun avvocato nel Texas che si chiami Chester A. Arthur.»

«Sono del Vermont», mentì Reacher. «Sto facendo volontariato quaggiù, pro bono.»

«Già, davvero!»

Per un istante nessuno dei due parlò.

«Tratterò», dichiarò Jack. «Nomi, in cambio di una conversazione.»

«Con chi?»

«Con lei, forse. Da quanto tempo è un ranger?»

«Da diciassette anni.»

«Quanto sa della polizia di frontiera?»

«Abbastanza, credo.»

«È disposto a rispondere sì o no a una domanda? Niente controdomande.»

«Qual è la domanda?»

«Ricorda l’indagine della polizia di frontiera di dodici anni fa?»

«Forse.»

«È stata una copertura?»

Rodriguez rimase a lungo in silenzio, poi rispose, una singola parola.

«La richiamerò», affermò Jack.

Riagganciò, voltò la testa e si rivolse ad Alice. «Hai trovato Walker?» chiese.

«Arriva di corsa. Vuole che lo aspettiamo qui, fin quando non avrà terminato con l’FBI.»

Reacher scosse il capo. «Non possiamo. Troppo ovvio. Dobbiamo continuare a muoverci. Andremo da lui, e poi ci rimetteremo in strada.»

La ragazza rifletté un secondo. «Siamo in grave pericolo?»

«Niente che non possiamo gestire.»

Lei non parlò.

«Sei preoccupata?» chiese Jack.

«Un po’. In realtà, molto.»

«Non devi esserlo», replicò Reacher. «Avrò bisogno del tuo aiuto.»

«Perché la bugia dell’anello è diversa?»

«Perché tutto il resto sono voci. Ho scoperto da solo che l’anello non era falso. Una scoperta personale, diretta, non un pettegolezzo. È molto diverso.»

«Non vedo che importanza abbia.»

«È importante perché sto elaborando una teoria complessa e la bugia dell’anello la smentisce completamente.»

«Perché ti ostini a crederle?»

«Perché non aveva soldi con sé.»

«Qual è questa teoria?»

«Ricordi la citazione di Balzac? E di Marcuse?»

Alice annuì.

«Ne so un’altra. Una cosa che scrisse Ben Franklin.»

«Che cosa sei, un’enciclopedia vivente?»

«Mi ricordo quello che leggo, tutto qui. E ricordo pure una cosa che mi disse Bobby Greer, sugli armadilli.»

Alice lo guardò perplessa. «Tu sei pazzo.»

Jack annuì. «È solo una teoria. È da verificare. Ma possiamo farlo.»

«Come?»

«Aspettiamo e vediamo chi viene a cercarci.»

La ragazza non replicò.

«Andiamo da Hack», disse Reacher.

Procedettero oppressi dal calore esterno sino all’edificio del tribunale. La brezza soffiava di nuovo, da sud. Era umida e incalzante. Walker era in ufficio da solo e sembrava molto stanco. La sua scrivania era disseminata di guide telefoniche e di documenti.

«Be’, è iniziata», annunciò. «La caccia più grossa che abbiate mai visto. FBI e polizia di Stato, blocchi stradali ovunque, elicotteri in aria, oltre centocinquanta persone a terra. Ma sta per arrivare una tempesta, e questo non aiuterà.»

«Reacher crede che siano rintanati in un motel», disse Alice.

Walker annuì con aria truce. «Se è così, li troveremo. Una caccia all’uomo come questa non darà loro tregua.»

«Ha ancora bisogno di noi?» gli chiese Reacher.

Walker scosse il capo. «Ora dovremmo lasciare tutto in mano ai professionisti. Io vado a casa, a riposarmi un paio d’ore.»

Jack si guardò intorno nell’ufficio. La porta, il pavimento, le finestre, la scrivania, l’archivio. «Credo che noi faremo lo stesso. Andremo a casa di Alice. Ci chiami se ha bisogno. O se ha qualche notizia, d’accordo?»

Walker annuì. «Lo farò. Promesso.»

«Fingeremo di nuovo di essere dell’FBI», stabilì la donna. «Semplice.»

«Tutti? E la bambina?» chiese l’autista.

La donna rifletté un istante. Lei doveva andare per forza, perché era la tiratrice. E, se era costretta a dividere la squadra, voleva con sé il tizio alto, non l’autista.

«Tu rimani con lei», decretò.

Vi fu un attimo di silenzio.

«Range di rinuncia?» chiese l’uomo dai capelli scuri.

Si trattava di una procedura standard. Ogniqualvolta la squadra si divideva, la donna fissava un range di rinuncia, ossia un limite di tempo oltrepassato il quale, se la squadra non si fosse di nuovo riunita, ogni membro avrebbe dovuto cavarsela autonomamente.

«Quattro ore, intesi? Fatto e finito», asserì la donna.

Lo fissò un secondo in più, le sopracciglia sollevate, per assicurarsi che avesse capito le implicazioni della frase. Poi s’inginocchiò e aprì la valigia pesante. «Bene, al lavoro.»

Fecero esattamente la stessa cosa che avevano fatto per Al Eugene, solo molto più in fretta, poiché la Crown Vic era parcheggiata davanti al motel, non nascosta in una radura polverosa in mezzo al deserto. Il posteggio aveva una debole illuminazione ed era semivuoto, in giro non c’era anima viva, ma sarebbe stato ugualmente rischioso indugiare. Tolsero i copricerchioni dai pneumatici e li gettarono nel portabagagli. Attaccarono le antenne al lunotto posteriore e al coperchio del baule; indossarono le giacche blu sopra la camicia e si riempirono le tasche di caricatori di riserva. Si premettero in testa i berretti da baseball, poi controllarono le munizioni delle pistole calibro 9, verificarono il meccanismo del carrello, misero la sicura e s’infilarono le armi in tasca. Il biondo si sedette al posto di guida. La donna indugiò un istante fuori dalla porta della stanza.

«Quattro ore. Fatto e finito», ripeté.

L’autista annuì e chiuse la porta alle spalle di lei. Poi guardò la bambina nel letto. Fatto e finito significava non lasciare indietro nulla, soprattutto testimoni vivi.

Reacher prese con sé la Heckler & Koch, le cartine del Texas e il pacchetto della FedEx e li portò in casa di Alice; attraversò il salotto e si recò direttamente nella zona adibita a cucina. L’appartamento era rimasto fresco. E asciutto. L’aria condizionata centrale era ancora in funzione. Si domandò per un istante a quanto ammontassero le bollette.

«Dov’è la bilancia?» chiese.

Alice lo fece spostare, si accucciò e aprì un armadietto. Usò entrambe le mani e sollevò una bilancia da cucina sul bancone. Era grossa e pesante. Nuova, ma sembrava antica, a causa del design un po’ rétro. Aveva una grande superficie verticale, di colore bianco e delle dimensioni di un piatto di porcellana, simile al contachilometri di una vecchia berlina. Era ricoperta da una finestra di plastica bombata, dai bordi cromati. Dietro la finestra spiccava un ago rosso e grossi numeri correvano intorno alla circonferenza. Sullo sfondo vi era il nome del produttore e una scritta: PER USO NON COMMERCIALE.

«È precisa?» le chiese.

Alice alzò le spalle. «Credo di sì. Il pasticcio di noci è venuto bene.»

La parte superiore era costituita da una forcella, sulla quale poggiava un piatto cromato. Lo toccò col dito e l’ago balzò a indicare mezzo chilo e poi tornò a zero. Reacher tolse il caricatore dalla Heckler & Koch e appoggiò l’arma sul piatto. Emise un lieve rumore metallico. L’ago si fermò a un chilo e cento grammi. Un’arma non proprio leggera. Il peso era più o meno giusto. Da quanto ricordava del catalogo, quella pistola col caricatore vuoto pesava intorno al chilo e duecento grammi.

Riassemblò l’arma e cominciò ad aprire le ante, finché non trovò la dispensa. Prese una confezione di zucchero chiusa. Era un pacchetto giallo sgargiante, sul cui lato era stampato il peso, 2 KG.

«Che stai facendo?» gli domandò Alice.

«Peso oggetti.»

Poi appoggiò lo zucchero in verticale sul piatto cromato. L’ago indicò esattamente due chili. Rimise il pacchetto nella dispensa e provò con un pacchetto di noci in pezzi. La bilancia segnò un chilo. Reacher guardò l’etichetta sulla confezione e vide che il peso corrispondeva: 1 KG.

«È abbastanza precisa», osservò.

Piegò le cartine e le appoggiò sopra il piatto cromato. Pesavano cinquecentonovanta grammi. Le tolse e vi rimise le noci. Sempre un chilo. Ripose le noci nella dispensa e provò con la busta della FedEx. Cinquecento grammi. Vi aggiunse le cartine e l’ago segnò un chilo e novanta grammi. Poi la pistola, e l’ago schizzò oltre i due chili. Se avesse voluto, avrebbe potuto calcolare il peso dei proiettili.

«Bene, andiamo», concluse. «Ma dobbiamo fare benzina. Ci aspetta un lungo viaggio. E forse dovresti cambiarti d’abito. Non hai qualcosa di più sportivo?»

«Credo di sì», rispose lei, e salì le scale.

«Hai un cacciavite?» le gridò quand’era già in cima.

«Sotto il lavandino», gli rispose la donna.

Reacher si chinò, aprì le ante e trovò una cassetta degli attrezzi dai colori vivaci. Era fatta di plastica e sembrava un cestello per il pranzo. L’aprì e ne estrasse un cacciavite di media grandezza con l’impugnatura color giallo chiaro. Un minuto più tardi Alice scese con indosso un paio di pantaloni ampi color kaki e una maglietta nera con le maniche strappate all’altezza della cucitura delle spalle.

«Va bene?» chiese.

«Io e Judith abbiamo molto in comune», osservò lui a mezza voce.

Lei sorrise ma non parlò.

«Suppongo che la tua auto sia assicurata. Potrebbe subire danni stanotte.»

Alice non replicò. Si limitò a chiudere a chiave la porta e lo seguì fino alla Volkswagen. Guidò fuori dal complesso residenziale, mentre Jack allungava il collo, per controllare le ombre. Fecero benzina in una stazione di servizio, illuminata da luci al neon, aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, sulla strada per El Paso. Pagò lui.

«Bene, ora torniamo al tribunale. C’è una cosa che mi serve.»

La ragazza rimase in silenzio. Fece inversione e prese verso est. Parcheggiò nel piazzale dietro l’edificio. Lo aggirarono e provarono ad aprire la porta sulla strada. Era chiusa.

«E ora?» chiese Alice.

Sul marciapiede faceva caldo. C’erano ancora trentadue gradi e l’aria era umida. La brezza era calata di nuovo, e le nubi si ammassavano in cielo.

«La sfonderò», asserì Jack.

«Probabilmente ci sarà un allarme.»

«C’è di sicuro. Ho controllato.»

«E quindi?»

«Quindi lo farò scattare.»

«Ma poi arriverà la polizia.»

«Conto su quello.»

«Vuoi che ci arrestino?»

«Non arriveranno subito. Abbiamo tre o quattro minuti di tempo.»

Reacher fece due passi indietro e si lanciò in avanti, colpendo la maniglia con la suola della scarpa. Il legno si scheggiò e la porta si aprì di un centimetro, ma resse all’urto. Un altro calcio e la porta si spalancò, sbattendo contro la parete del corridoio. Una luce blu situata in alto, all’esterno, cominciò a lampeggiare e simultaneamente scattò un’insistente campanella elettrica. Il suono era forte, come aveva previsto.

«Va’ a prendere l’auto», ordinò alla donna. «Mettila in moto e aspettami nel vicolo.»

Reacher corse su per le scale, due gradini alla volta, e spalancò con una pedata la porta dell’ufficio esterno, senza fermarsi. Attraversò la segreteria come una furia, si fermò davanti alla porta di Walker e sfondò anche quella col piede. La porta cedette immediatamente, la veneziana venne scagliata di lato, il pannello di vetro retrostante andò in frantumi e le schegge piovvero come grandine. Jack si diresse subito all’archivio. Le luci erano spente, l’ufficio era caldo e buio e dovette avvicinarsi molto per leggere le etichette. Il sistema d’archiviazione era piuttosto strano; i documenti erano in ordine in parte di data, in parte alfabetico. Ma non era un problema. Reacher trovò un cassetto con la lettera B, infilò la punta del cacciavite nella serratura e colpì l’impugnatura col palmo della mano. Girò bruscamente il cacciavite, con violenza, e ruppe il blocchetto. Tolse il cacciavite e scorse i documenti con le dita.

Avevano tutti etichette minuscole inserite in appositi spazi di plastica, ordinati in modo da formare una diagonale precisa da sinistra a destra. Le etichette erano tutte stampate con parole che iniziavano per B, ma il contenuto dei fascicoli era un po’ troppo recente. Non vi era nulla che risalisse a più di quattro anni prima. Si spostò lateralmente di due passi, saltò il cassetto B successivo e passò a quello adiacente. Faceva ancora molto caldo, la campanella continuava a suonare e il bagliore del lampeggiante blu pulsava attraverso le finestre, quasi a ritmo col suo battito cardiaco.

Frantumò la serratura ed estrasse il cassetto. Controllò le etichette. Niente da fare. I documenti riguardavano eventi di sei o sette anni prima. Era nell’edificio da due minuti e trenta secondi. Udì una sirena distante oltre al rumore dell’allarme. Si spostò di altri due passi e attaccò il cassetto successivo con la lettera B. Verificò le date sulle etichette e sfogliò i fascicoli all’indietro. Due minuti e cinquanta secondi. La campanella sembrava sempre più rumorosa e il lampeggiante più luminoso. La sirena si stava avvicinando. Trovò quello che cercava a tre quarti del cassetto. Era una cartella di documenti spessa cinque centimetri, tenuta insieme da una grossa fascia di carta. Sollevò il tutto e si mise il fascicolo sotto il braccio. Lasciò il cassetto aperto e chiuse tutti gli altri col piede. Attraversò di corsa la segreteria e scese le scale. Controllò la strada dall’ingresso e, quando fu certo che fosse deserta, raggiunse il vicolo e il Maggiolone giallo.

«Vai!» esclamò.

Aveva il fiato grosso, il che lo sorprese un po’.

«Dove?» chiese Alice.

«A sud. Al Red House.»

«Perché? Che cosa c’è laggiù?»

«Tutto», rispose.

La donna partì a tutta velocità e cinquanta metri più in là Reacher vide un lampeggiante rosso pulsare lontano, dietro di lui. Il dipartimento di polizia di Pecos, giunto al tribunale un minuto troppo tardi. Reacher sorrise nell’oscurità e voltò la testa in tempo per vedere di sfuggita una grossa berlina che svoltava a sinistra, duecento metri davanti a loro, nella via che conduceva all’abitazione di Alice. L’auto scintillò nella luce gialla di un lampione e scomparve. Sembrava una Crown Victoria della polizia, cerchioni in acciaio e quattro antenne VHF sul retro. Jack fissò l’oscurità che aveva inghiottito l’auto e la seguì con la testa mentre passavano oltre.

«Vai più veloce che puoi», ordinò ad Alice.

Poi appoggiò i documenti rubati sulle ginocchia e accese la luce dell’abitacolo per poterli leggere.

La B stava per Border Patrol, polizia di frontiera, e il fascicolo riassumeva i crimini commessi dodici anni prima e le misure adottate. La lettura non fu piacevole.

Il confine tra Messico e Texas era molto lungo e, per un totale di chilometri pari a metà della sua lunghezza, vi erano strade e città sufficientemente vicine dalla parte americana da rendere necessario un pattugliamento serrato. Secondo la teoria, se i clandestini fossero penetrati in quei punti avrebbero potuto addentrarsi nel territorio in maniera rapida e facile. Altri settori non avevano nulla da offrire se non distese di cento, centocinquanta chilometri di deserto arido. Tali zone, in realtà, non venivano pattugliate. La pratica standard consisteva nell’ignorare il confine in sé e nell’effettuare incursioni casuali a bordo di veicoli in territorio americano, di giorno o di notte, per intercettare i clandestini al loro terzo o quarto giorno di faticoso viaggio verso nord, attraverso le lande desolate. Era una tecnica che funzionava bene. Dopo i primi cinquanta chilometri a piedi, sotto il sole cocente, gli immigrati diventavano passivi. Spesso si arrendevano volontariamente. Accadeva pure che le operazioni si trasformassero in missioni di pronto soccorso, poiché i clandestini erano moribondi, disidratati e sfiniti per la mancanza di cibo o di acqua.

Non avevano viveri perché venivano imbrogliati. In genere pagavano i risparmi di una vita a qualche operatore messicano, che si offriva di far loro da guida in un viaggio di sola andata, verso il paradiso. Furgoni e pulmini li trasportavano dai villaggi sino al confine, poi la guida si acquattava e puntava il dito attraverso il deserto, verso una duna distante, giurando che dietro di essa ci sarebbero stati altri furgoni e pulmini, pieni di viveri e pronti a partire. Intere famiglie prendevano fiato e si precipitavano verso il punto indicato, solo per scoprire che dietro la duna distante c’era il nulla. Troppo speranzosi e impauriti per tornare indietro, continuavano a camminare alla cieca, sino allo sfinimento.

Talora c’era davvero un veicolo ad attenderli, ma il conducente richiedeva un’altra somma considerevole. Agli emigranti non rimaneva nulla da dare, all’infuori, forse, di qualche oggetto personale. La nuova guida rideva e affermava che erano senza valore. Poi li prendeva lo stesso e si offriva di verificare quanto si potesse guadagnare dalla loro vendita, per poi allontanarsi in una nube di polvere rovente e sparire per sempre. I clandestini si rendevano finalmente conto di essere stati imbrogliati, e cominciavano a trascinarsi a piedi verso nord. Di lì in poi diventava una semplice questione di resistenza. Il clima era la chiave di tutto. In un’estate calda la mortalità era molto alta, e per tale ragione le retate casuali della polizia di frontiera venivano viste come missioni pietose.

Poi la situazione era cambiata all’improvviso.

Per un anno intero i veicoli itineranti, oltre all’arresto o ai soccorsi, avevano portato anche la morte. A intervalli regolari, sempre di notte, qualche fucile si metteva a sparare, e un pick-up sopraggiungeva a tutta velocità e manovrava fino a isolare dal gruppo un singolo clandestino. Questi veniva inseguito per uno o due chilometri e ucciso a colpi di fucile. Dopodiché il pick-up scompariva nell’oscurità, il motore rombante, le luci sobbalzanti, una striscia di polvere, e nel deserto calava un silenzio frastornante.

Talora non era tutto così rapido.

Alcune vittime venivano ferite, trascinate via e torturate. Il cadavere di un ragazzo adolescente era stato trovato legato a un ceppo di cactus con un pezzo di filo spinato, parzialmente scuoiato. Altre venivano bruciate vive o decapitate o mutilate. Tre ragazze adolescenti erano state tenute prigioniere per oltre quattro mesi e i dettagli delle loro autopsie erano agghiaccianti.

Nessuno dei familiari sopravvissuti aveva sporto denuncia, perché in genere, come tutti i clandestini, avevano paura della burocrazia. Ma le storie cominciarono a circolare all’interno della comunità dei parenti in regola e dei loro gruppi di sostegno. Avvocati e difensori dei diritti umani cominciarono a compilare documenti e finalmente la questione fu portata a chi di dovere. Era iniziata un’inchiesta in sordina ed erano state raccolte prove in maniera anonima. Si giunse a un totale di diciassette omicidi dimostrabili, cui si aggiungeva una cifra di altri otto, in cui però il corpo non era mai stato trovato o era stato sepolto dai familiari stessi. Il nome del giovane Raúl García era compreso nel secondo gruppo.

Nel documento era inserita una cartina. Gran parte delle imboscate si era verificata in un territorio a forma di pera, approssimativamente di duecentosessanta chilometri quadrati. Sulla carta formava una sorta di macchia ed era situato al centro di un lungo asse nord-sud, con la protuberanza per lo più all’interno del confine della contea di Echo. Ciò significava che le vittime avevano già percorso più di ottanta chilometri ed erano deboli e stanche, senza possibilità di opporre resistenza.

In agosto i capi della polizia di frontiera avviarono un’indagine su vasta scala, undici mesi dopo che erano emerse le prime voci. Alla fine di quello stesso mese vi fu un’altra aggressione, poi più nulla. Non si rilevò nessun elemento per procedere per via giudiziaria e l’indagine si arenò. Furono adottate misure preventive, come il conteggio rigoroso delle munizioni e una maggiore frequenza dei controlli radio, ma non si giunse a nessuna conclusione. Si trattò di un lavoro minuzioso e i comandanti ebbero il merito di perseverare nella prevenzione, ma non c’era speranza di poter condurre un’indagine retrospettiva in un mondo chiuso e paramilitare, in cui gli unici testimoni negavano di essersi mai avvicinati al confine. La questione si sgonfiò e passò del tempo. Gli omicidi erano terminati, i sopravvissuti si stavano ricostruendo una vita, le sanatorie avevano mitigato lo scandalo. I ritmi dell’indagine erano andati rallentando sino a fermarsi. La pratica fu archiviata quattro anni dopo.

«Dunque?» domandò Alice.

Reacher risistemò i fogli picchiettandoli col palmo della mano, chiuse il fascicolo e lo gettò sul sedile posteriore.

«Ora so perché ha mentito sull’anello», dichiarò.

«Perché?»

«Non ha mentito. Diceva la verità.»

«Ti ha detto che era un falso da trenta dollari.»

«E pensava fosse vero. Perché qualche gioielliere di Pecos le ha riso in faccia e le ha detto che era un falso da trenta dollari. E Carmen gli ha creduto. Ma lui stava cercando d’imbrogliarla, tutto qui, voleva comprarlo per trenta bigliettoni e rivenderlo per sessantamila. La truffa più vecchia del mondo. La stessa cosa che è accaduta ad alcuni degli immigranti del fascicolo. La loro prima esperienza in America.»

«Il gioielliere ha mentito?»

Jack annuì. «Avrei dovuto immaginarlo prima, era ovvio. Probabilmente lo stesso tizio da cui siamo andati noi. Non aveva l’aria molto onesta.»

«Però non ha tentato d’imbrogliare noi.»

«No, Alice, non l’ha fatto. Perché tu sei un avvocato bianco dall’aria furba e io sono un uomo, sempre bianco e piuttosto grosso. Lei era una donna messicana minuta, sola, disperata e spaventata. Quello ha visto in lei un’opportunità che non ha scorto in noi.»

Alice tacque per qualche secondo. «Dunque, che cosa significa?» domandò poi.

Reacher spense la luce, sorrise nel buio e si stirò. Appoggiò i palmi sul cruscotto e fletté le spalle massicce in avanti.

«Significa che è meglio sbrigarsi. Perché ormai mi è tutto chiaro. E significa che dovresti andare più veloce, perché in questo momento abbiamo forse venti minuti di vantaggio sui cattivi, e vorrei che non diminuisse.»

Alice attraversò di nuovo l’agglomerato all’incrocio senza fermarsi e percorse i restanti cento chilometri in quarantatré minuti, un bel tempo, pensò Reacher, per una quattro cilindri d’importazione gialla, con un vaso di fiori accanto al volante. Superò il cancello, frenò bruscamente e si fermò vicino ai gradini. Le luci della veranda erano accese e la polvere sollevata dalla Volkswagen li avvolse come una nuvola color kaki. Erano circa le due del mattino.

«Lasciala in moto», disse Jack.

Insieme raggiunsero la porta. Reacher bussò con violenza e non ottenne risposta. Provò ad abbassare la maniglia. La porta era aperta. Perché diavolo dovrebbe essere chiusa? Siamo a cento chilometri dall’incrocio più vicino. La aprì ed entrarono nell’atrio tappezzato di rosso.

«Apri le braccia», mormorò rivolto ad Alice.

Prese tutti e sei i fucili da caccia calibro 22 dalla rastrelliera sul muro e li depose fra le sue braccia, alternando le impugnature e le canne perché rimanessero in equilibrio. La ragazza vacillò lievemente sotto il peso.

«Va’ a metterli in auto», le ordinò.

Al piano di sopra si udì rumore di passi, poi lo scricchiolio delle scale, e Bobby Greer uscì dalla porta del salotto, sfregandosi gli occhi ancora pieni di sonno. Era a piedi nudi, indossava i boxer e una maglietta e rimase a fissare la rastrelliera vuota.

«Che cazzo credi di fare?» esclamò.

«Voglio gli altri», disse Reacher. «Ti sto requisendo le armi. Per conto dello sceriffo della contea di Echo. Sono un vice, ricordi?»

«Non ce ne sono altri.»

«Sì, ce ne sono, Bobby. Nessuno zoticone del Sud tanto pieno di sé come sei tu si accontenterebbe di qualche giocattolo calibro 22. Dove sono i pezzi forti?»

Bobby non rispose.

«Non farmi arrabbiare, Bobby», sbottò Jack. «Non ho tempo.»

Il giovane rifletté un istante, poi alzò le spalle. «Va bene.»

Attraversò l’atrio a piedi nudi e aprì una porta che conduceva in un piccolo vano scuro, che avrebbe potuto essere uno studio. Accese una luce e Reacher vide varie foto in bianco e nero di pozzi di petrolio appese alle pareti. C’erano una scrivania, una sedia e un’altra rastrelliera con quattro Winchester 30-30. Sette colpi a ripetizione, meccanismo di caricamento a leva, armi belle e robuste, legno oliato, canna da cinquantun centimetri, ben tenute. Wyatt Earp, mangiati il fegato.

«Munizioni?» chiese Reacher.

Bobby aprì un cassetto nel piedistallo della rastrelliera ed estrasse una scatola di cartone con cartucce Winchester.

«Ho anche dei colpi speciali», disse, e prese un’altra scatola.

«Che cosa sono?»

«Li ho fabbricati da solo. Più potenza.»

Reacher annuì. «Porta tutto fuori, in auto, d’accordo?»

Jack prese i quattro fucili e seguì Bobby all’esterno. Alice era seduta in macchina. I sei calibro 22 erano impilati sul sedile posteriore. Il giovane Greer si chinò e posò le munizioni accanto alle armi, mentre Reacher infilò i Winchester in verticale dietro il sedile passeggeri. Poi si rivolse a Bobby. «Prenderò in prestito la tua jeep.»

Bobby, a piedi nudi sulla terra calda, si limitò a scrollare le spalle. «Le chiavi sono dentro.»

«Tu e tua madre rimanete in casa», gli ordinò Jack. «Chiunque verrà visto fuori sarà considerato ostile, intesi?»

Bobby annuì. Si voltò e raggiunse i gradini. Guardò una volta indietro ed entrò in casa. Reacher si chinò nell’abitacolo per parlare con Alice.

«Cosa stiamo facendo?» domandò la ragazza.

«Ci prepariamo.»

«Per cosa?»

«Per qualsiasi cosa ci venga incontro.»

«Perché ci servono dieci fucili?»

«No, ce ne serve soltanto uno. Solo che non voglio lasciare gli altri nove ai cattivi, ecco tutto.»

«Stanno venendo qui?»

«Saranno a circa dieci minuti da noi.»

«E adesso che cosa facciamo?»

«Ci addentriamo nel deserto.»

«Ci sarà una sparatoria?»

«Probabilmente.»

«È una mossa intelligente? L’hai detto tu stesso che sono bravi tiratori.»

«Con le pistole. Il miglior modo per difendersi dalle pistole è nascondersi molto lontano e rispondere al fuoco col fucile più grande che trovi.»

Alice scosse il capo. «Non puoi coinvolgermi, Reacher. Non è giusto. E poi non ho mai impugnato un fucile.»

«Tu non dovrai sparare», ribatté Jack. «Ma dovrai fare da testimone. Dovrai identificare esattamente le persone che verranno a cercarci. Conto su di te; è fondamentale.»

«Come farò a vedere? È tutto buio là fuori.»

«A quello penseremo poi.»

«Sta per piovere.»

«Ci sarà d’aiuto.»

«Non è giusto», ripeté la ragazza. «È compito della polizia. O dell’FBI. Non puoi sparare così alla gente.»

L’aria era carica di pioggia. La brezza aveva ripreso a soffiare e Reacher riusciva a percepire la pressione che si stava accumulando in cielo.

«Nell’esercito le chiamano ’regole d’ingaggio’, Alice», affermò. «Attenderò un atto di chiara ostilità prima di fare qualcosa. Proprio come fa l’esercito americano quando si trova in situazioni simili. D’accordo?»

«Ci uccideranno.»

«Tu sarai nascosta lontano.»

«Allora ti uccideranno. L’hai detto tu stesso, sono professionisti.»

«Sono professionisti quando si tratta di seguire qualcuno e di sparargli alla testa. Bisogna vedere come reagiranno all’aperto, al buio, sotto il fuoco di un fucile.»

«Tu sei matto.»

«Sette minuti», annunciò.

Lei guardò la strada dietro di sé, in direzione nord. Poi scosse il capo, inserì la prima e tenne premuta la frizione. Jack si protese nell’abitacolo e le strinse la spalla.

«Seguimi da vicino, va bene?»

Poi corse verso la rimessa e montò sul Cherokee dei Greer. Spinse indietro il sedile e accese motore e fari. Fece retromarcia nel cortile, raddrizzò il veicolo, aggirò la rimessa e puntò verso la strada di terra battuta che conduceva in aperta campagna. Controllò dallo specchietto retrovisore e vide il Maggiolone proprio dietro di sé; poi guardò avanti e vide la prima goccia di pioggia colpire il parabrezza. Era grossa come un dollaro d’argento.