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IL RAGAZZO riempì una nuova pagina del blocco. Gli uomini con i cannocchiali gli descrissero l’esatta sequenza degli eventi. L’arrivo dello sceriffo, il ritorno della mangiafagioli e della bambina con un individuo sconosciuto, la bambina che correva nel fienile, lo sceriffo che se ne andava, la messicana e l’uomo che entravano in casa, un lungo periodo privo di eventi, l’uscita in veranda della donna col nuovo venuto, la loro camminata verso la baracca, il suo ritorno da sola.
«Chi è?» chiese il ragazzo.
«Che cavolo ne sappiamo?» rispose uno degli uomini.
Molto alto, robusto, vestiti trasandati, camicia e pantaloni, età incerta, scrisse il ragazzo. Poi aggiunse: Non è un mandriano, scarpe sbagliate. Guai in vista?
Il terreno declinava dietro la baracca, e, dall’altro lato, questa aveva due piani. Al piano inferiore c’erano enormi porte scorrevoli, costantemente aperte perché le loro corsie di scorrimento erano rotte. All’interno c’erano un pick-up e un paio di trattori verdi. In fondo a destra s’intravedeva una scala di legno senza ringhiera, che portava al piano superiore attraverso un’apertura rettangolare nel soffitto. Reacher dedicò un minuto a esaminare i veicoli. Il pick-up aveva una rastrelliera per i fucili accanto al finestrino posteriore. L’aria era soffocante e intrisa di benzina e di olio per motori.
Si decise a prendere le scale e salì al secondo livello. L’interno era completamente dipinto di rosso, le pareti, il pavimento, il soffitto, le travi. Là sopra l’aria era ancor più calda, e stantia. Nessun condizionatore, e poca ventilazione. All’estremità più lontana vi era una zona chiusa, il bagno, pensò Reacher. A parte quello, l’intero piano era un grande spazio aperto, con sedici letti gli uni di fronte agli altri, otto per lato, semplici telai di ferro dotati di sottili materassi a righe; accanto a essi comodini e cassettoni.
I due letti più vicini al bagno erano occupati. Su ognuno, sdraiato sopra le lenzuola, vi era un uomo piccolo e asciutto, semisvestito. Indossavano jeans e bizzarri stivali con speroni, ma niente camicia. E tutti e due tenevano le mani intrecciate sotto la nuca. Si voltarono verso le scale quando Reacher entrò nella stanza. Ed entrambi tolsero un braccio da sotto la testa per poterlo osservare meglio.
Reacher aveva trascorso quattro anni a West Point e tredici in servizio, pertanto aveva alle spalle diciassette anni d’esperienza riguardo all’ingresso in un nuovo dormitorio e alle reazioni dei suoi occupanti. Non era una sensazione che lo turbava; per gestire la situazione aveva elaborato una sua tecnica, una sorta d’etichetta. Innanzitutto, è necessario entrare con indifferenza, poi scegliere un letto vuoto e non proferire parola. Meglio lasciar parlare qualcun altro: così è possibile giudicarne la disposizione d’animo prima di essere costretti a rivelare la propria.
Jack si diresse verso un letto a due posti di distanza dalla cima delle scale, contro la parete nord, che reputò fosse più fresca di quella meridionale. In passato, nell’esercito, avrebbe avuto una borsa di tela grossa e pesante da gettarvi sopra come simbolo di possesso. Questa avrebbe recato il suo nome e grado, e il numero di correzioni apportato a quest’ultimo avrebbe rivelato per sommi capi il suo curriculum. I borsoni militari risparmiavano un sacco di chiacchiere. Il meglio che poté fare in quella nuova situazione fu, tuttavia, estrarre dalla tasca lo spazzolino pieghevole e riporlo sul comodino. Quale gesto sostitutivo mancava d’impatto fisico, ma affermava il medesimo concetto. Io ora vivo qui, come voi. Qualche commento?
Gli uomini continuarono a fissarlo, in silenzio. Dal momento che erano sdraiati era difficile valutarli con precisione dal punto di vista fisico, ma ambedue erano piccoli. Forse un metro e sessantasette, o settanta, per una settantina di chili di peso. Erano però asciutti e muscolosi, come pugili dei pesi medi. Avevano la classica abbronzatura degli allevatori, color marrone intenso sulle braccia, sul viso e sul collo, e la pelle bianco latte dove la maglietta copriva il corpo. Qua e là, sulle costole, sulle braccia e sulle clavicole, presentavano bozzi e vecchie tumefazioni. Reacher aveva già visto segni come quelli. Carmen ne aveva uno. Lui stesso uno o due. Erano ciò che rimaneva di vecchie fratture saldate.
Passò accanto ai due e andò in bagno. Il locale aveva una porta, ma dentro era una stanza unica, senza divisioni. C’erano quattro water, quattro lavabi, quattro docce e un’unica panca lunga; era ragionevolmente pulito e odorava d’acqua calda e di sapone economico, come se i lavoranti se ne fossero serviti da poco, forse in vista della serata libera del venerdì. In alto si apriva una finestra senza vetro e una zanzariera piena d’insetti morti. Alzandosi sulla punta dei piedi Jack riusciva a vedere oltre l’angolo del fienile, fino alla casa, di cui si scorgeva mezza veranda e un pezzetto della porta d’ingresso.
Tornò nel dormitorio. Uno degli uomini si era alzato ed era seduto sul letto con la testa rivolta in direzione della porta del bagno. Aveva la schiena bianca come il petto, e sotto la pelle si scorgevano altre fratture saldate. Le costole, la scapola destra. O quell’uomo passava tutto il tempo a farsi investire dai camion, oppure era un ex cowboy da rodeo che aveva fatto una carriera meno brillante del previsto.
«Arriva un temporale», esclamò l’uomo.
«Ho sentito», convenne Reacher.
«Inevitabile, con una temperatura del genere.»
Jack non parlò.
«Sei stato assunto?» gli chiese il tizio.
«Credo di sì», rispose Reacher.
«Dunque lavorerai per noi.»
Jack rimase in silenzio.
«Io sono Billy», si presentò l’uomo.
L’altro tizio si girò sui gomiti. «Josh», disse.
Reacher salutò entrambi con un cenno del capo. «Io sono Reacher. Piacere di conoscervi.»
«Ti occuperai dei lavori pesanti al posto nostro», disse Billy. «Spalare merda e trasportare le balle di fieno.»
«Qualsiasi cosa.»
«Poiché di certo non sembri un cowboy.»
«Davvero?»
Billy scosse il capo. «Troppo alto. Troppo pesante. Il centro di gravità troppo elevato. No, credo proprio che tu non sia adatto a cavalcare.»
«Ti ha portato qui la messicana?» chiese Josh.
«La signora Greer», rispose Reacher.
«La signora Greer è Rusty», asserì Billy. «Lei non ti ha di certo portato qui.»
«La signora Carmen Greer», precisò Jack.
Billy non replicò. Il tizio di nome Josh si limitò a sorri dere.
«Andiamo fuori dopo cena», annunciò Billy. «C’e un bar a un paio d’ore a sud da qui. Potresti unirti a noi. Per fare conoscenza, diciamo.»
Reacher scosse il capo. «Magari un’altra volta, quando avrò guadagnato qualcosa. Mi piace pagare il mio giro, in situazioni del genere.»
Billy rifletté un istante, poi annuì. «È un atteggiamento onesto», ammise. «Forse andremo d’accordo.»
Josh sorrise ancora.
Reacher tornò al suo letto e si sdraiò, immobile, cercando di combattere il caldo. Rimase a fissare le travi rosse per un minuto, poi chiuse gli occhi.
La cameriera portò loro la cena quaranta minuti dopo. Era una signora bianca, di mezz’età, che avrebbe potuto essere parente di Billy. Salutò l’uomo con familiarità; forse era una cugina. Certamente gli somigliava e aveva la stessa voce. Gli stessi geni. La donna salutò Josh con disinvoltura e Reacher con freddezza. La cena consisteva in un pentolone pieno di carne di maiale e di fagioli, che la cameriera servì in ciotole di metallo, utilizzando un mestolo preso dalla tasca del grembiule. Poi porse loro forchette e cucchiai, insieme con tre tazze di metallo vuote.
«Per l’acqua c’è il rubinetto in bagno», spiegò, per esclusiva informazione di Reacher.
Poi si allontanò e scese le scale, al che Jack rivolse la sua attenzione al cibo. Era la prima volta che mangiava in tutto il giorno. Si sedette sul letto con la ciotola sulle ginocchia e cominciò a mangiare col cucchiaio. I fagioli erano scuri e brodosi, mescolati a una cucchiaiata generosa di melassa; il maiale era tenero e il grasso croccante al punto giusto. Doveva essere stato fritto separatamente e aggiunto in seguito ai fagioli.
«Ehi, Reacher», gridò Billy. «Che te ne pare?»
«Per me va bene», rispose.
«Stronzate», esclamò Josh. «Più di quaranta gradi per tutto il giorno, e lei ci porta cibo caldo? Mi sono già fatto la doccia e sto ancora sudando come un maiale.»
«È gratis», ribatté Billy.
«Stronzate, non è gratis», continuò Josh. «Fa parte del nostro stipendio.»
Reacher li ignorò. Brontolare sul cibo era una costante della vita nei dormitori. E quel piatto non era male, senz’altro migliore di molti che aveva assaggiato. Migliore di ciò che esce dalla maggior parte delle mense. Appoggiò la ciotola vuota sul comodino, accanto allo spazzolino, e si distese, consapevole che il suo stomaco stava cominciando ad attaccare gli zuccheri e i grassi. Dall’altra parte della stanza Billy e Josh terminarono la cena, si pulirono la bocca col dorso del braccio e presero camicie pulite dagli armadietti. Se le infilarono, le abbottonarono e si pettinarono i capelli con le dita.
«A più tardi», esclamò Billy.
I due lavoranti scesero rumorosamente le scale e, un attimo dopo, Reacher udì accendersi un motore a benzina proprio sotto di lui. Il pick-up, immaginò. Lo sentì uscire in retromarcia dalle porte e allontanarsi. Allora raggiunse il bagno e lo vide sbucare dall’angolo, girare intorno al fienile e sobbalzare nel cortile oltre la casa.
Jack tornò nel dormitorio e impilò le ciotole usate una sull’altra, con in cima le posate. Infilò le dita nei manici delle tre tazze, poi scese le scale e uscì. Il sole era quasi sotto l’orizzonte, ma la calura non era diminuita. L’aria era ancora bollente, quasi soffocante, e si stava facendo umida. Da qualche parte soffiava una brezza calda e densa di vapore acqueo. Reacher superò i recinti, fiancheggiò il fienile e attraversò il cortile. Passò accanto alla veranda e cercò la porta della cucina. La trovò e bussò. La cameriera aprì.
«Le ho riportato questi», esordì Jack.
Le porse le ciotole e le tazze.
«Be’, molto gentile da parte sua», commentò la donna. «Ma sarei venuta a prenderle.»
«La strada è lunga», ribatté Reacher. «E la serata è molto calda.»
La cameriera annuì. «Grazie molte. Ha mangiato a sufficienza?»
«In abbondanza. Era molto buono.»
Lei scrollò le spalle, un po’ timida. «Solo cibo per cowboy.»
Gli prese le stoviglie dalle mani e le portò dentro.
«Grazie ancora.»
Le sue parole suonarono come un congedo. Perciò Reacher si voltò e si allontanò, col sole basso in piena faccia. Si fermò sotto l’arco di legno. Davanti a lui, verso ovest, non c’era nulla, solo la mesa deserta ed erosa che aveva visto quand’era arrivato. A destra, a nord, vi era una strada lunga cento chilometri con qualche edificio alla fine. Un vicino a venticinque chilometri di distanza. A sinistra, a sud, non aveva idea di che ci fosse. Un bar a due ore di macchina, aveva detto Billy; potevano anche essere centosessanta chilometri. Jack si voltò. Verso est si estendeva per un pezzo la proprietà dei Greer, e poi quella di qualcun altro, e di qualcun altro ancora, pensò. Pozzi secchi e polverosi strati di caliche, e null’altro fino a Austin, a seicentocinquanta chilometri di distanza.
Il nuovo arrivato si avvicina al cancello e ci fissa, scrisse il ragazzo. Poi si guarda intorno. Sa che siamo qui? Guai in vista?
Il giovane chiuse il blocco e si appiattì sul terreno.
«Reacher», chiamò una voce.
Jack si voltò a destra e vide Bobby Greer nell’ombra della veranda. Era seduto sulla sedia a dondolo; gli stessi jeans, la stessa T-shirt. Lo stesso cappellino indossato al contrario.
«Vieni qui», gridò.
Jack rimase un istante immobile. Poi ripassò accanto alla cucina e si fermò in fondo ai gradini della veranda.
«Mi serve un cavallo. La grossa giumenta. Sellala e portamela fuori», ordinò Bobby.
Reacher rifletté un momento. «La vuoi ora?»
«E quando se no? Voglio fare una passeggiata serale.»
Jack non rispose.
«E abbiamo bisogno di una dimostrazione», aggiunse Bobby.
«Di che cosa?»
«Se vuoi che t’ingaggiamo, devi mostrarci che sai quello che fai.»
Reacher indugiò ancora, questa volta più a lungo.
«Va bene», esclamò alla fine.
«Hai cinque minuti.»
Poi si alzò e tornò in casa, richiudendosi la porta alle spalle. Reacher rimase immobile un momento, la sensazione della calura sulle spalle, poi si diresse verso il fienile. Verso la porta grande, quella da cui proveniva l’odore nauseabondo. Una dimostrazione? Sei nella merda fino al collo, pensò. Da ogni punto di vista.
Oltre la porta vi era un interruttore, in una scatola di metallo avvitata sullo stipite. Lo premette e deboli lampadine gialle illuminarono lo spazio enorme. Il pavimento era di terra battuta, disseminata di paglia sporca. Il centro del fienile era suddiviso in box per cavalli, l’uno di spalle all’altro, con un passaggio perimetrale fiancheggiato da balle di fieno impilate da terra al soffitto e appoggiate alle pareti esterne. Reacher compì il giro delle stalle. Cinque erano occupate. Cinque cavalli. Erano tutti legati alla parete del box con complicate strutture di funi che partivano da sopra la testa.
Li guardò tutti da vicino. Uno di essi era molto piccolo. Un pony. Presumibilmente il cavallo di Ellie. Bene, escludiamolo. Ne rimanevano quattro. Due erano un po’ più grandi degli altri. Si chinò e li osservò uno alla volta. In linea di principio sapeva come avrebbe dovuto essere una giumenta, da sotto; sarebbe stato abbastanza facile individuarla. Ma in pratica non fu così. Le stalle erano buie e le code oscuravano i dettagli. Alla fine decise che quella che stava osservando non era una giumenta. Non era nemmeno uno stallone, poiché mancavano alcune parti fondamentali. Un cavallo castrato. Prova il prossimo. Avanzò e osservò l’altro animale. Bene, questa è una giumenta. Perfetto. Anche il successivo era una giumenta, e l’ultimo un altro castrone.
Indietreggiò fino a poter vedere entrambe le cavalle insieme. Erano animali enormi e lucidi, di color marrone, che sbuffavano dal naso e si muovevano lievemente, emettendo un rumore sordo di piedi sulla paglia. No, di zoccoli. Tenevano il collo girato, e lo guardavano ognuna con un occhio. Quale delle due era la più grande? Optò per quella di sinistra. Un po’ più alta, un po’ più massiccia, un po’ più larga di spalle. Bene, questa è la grossa giumenta. Fin qui tutto bene.
Ora la sella. Ogni box aveva una sorta di trave spessa che fuoriusciva orizzontalmente dalla parete, proprio accanto alla porta, con una gran quantità di attrezzature impilata sopra. Una sella di sicuro, ma anche un groviglio di cinghie complicate, coperte e aggeggi di metallo. Le cinghie sono le briglie, immaginò Reacher. L’affare di metallo dev’essere il morso, che s’infila in bocca. Il morso fra i denti, esatto? Jack sollevò la sella dalla trave. Era molto pesante, ma riuscì a bilanciarla sul braccio sinistro. Una bella sensazione. Proprio come un vero cowboy. Roy Rogers, roditi il fegato.
Si fermò davanti al cancello del box. La grossa giumenta lo guardò con un occhio; poi arrotolò le labbra come fossero di gomma, e gli mostrò i grossi denti quadrati e gialli. Bene, rifletti. Principi basilari. Denti del genere non appartengono a un carnivoro. Non è un animale che morde. Be’, potrebbe cercare di addentarti, ma non è un leone o una tigre; mangia erba. È un erbivoro e gli erbivori sono, in genere, timorosi. Come l’antilope o lo gnu delle savane africane. Perciò il suo meccanismo difensivo è fuggire, non attaccare. Se viene spaventato, scappa. Ma è anche un animale che vive in branchi. Dunque cerca un leader, e si sottometterà a una dimostrazione d’autorità. Perciò sii determinato, ma non spaventarla.
Reacher aprì il cancello. La cavalla si mosse, tirò indietro le orecchie e sollevò la testa. Poi la riabbassò. Su e giù, contro la corda. Spostò le zampe posteriori e fece oscillare il suo enorme sedere verso di lui.
«Ehi», esclamò Jack, ad alta voce, in maniera chiara e risoluta.
La cavalla continuò a indietreggiare. Lui la toccò su un fianco. Niente da fare. Non metterti dietro. Non lasciare che scalci. Questo lo sapeva. Com’era quel modo di dire? È come ricevere un calcio da un cavallo. Già, doveva pur significare qualcosa.
«Ferma», le ordinò.
Adesso l’animale si stava spostando lateralmente verso di lui. Reacher appoggiò la spalla al suo fianco e le diede una spinta vigorosa, come se stesse prendendo le misure per abbattere una porta. La cavalla si calmò, rimase ferma e prese a soffiare piano. Jack sorrise. Sono io il capo, d’accordo? Sollevò la mano destra e le avvicinò il dorso al naso. Era una cosa che aveva visto nei film. Gli strofini il dorso della mano sul naso, e il cavallo fa la tua conoscenza. Questione di olfatto. La pelle del muso era soffice e asciutta, il respiro forte e caldo. L’animale ritrasse nuovamente le labbra ed estrasse la lingua. Era enorme e bagnata.
«Okay, bellezza», le sussurrò.
Sollevò la sella con due mani e gliela gettò in groppa. Poi la tirò e la spinse finché non la sentì a posto. Non era affatto facile. È nella direzione giusta? Doveva per forza esserlo, poiché aveva la forma di una piccola sedia, con un davanti e un dietro ben definiti. Da entrambi i lati penzolavano ampie cinghie. Due lunghe, due corte. Due avevano le fibbie, due presentavano solo fori. A cosa servivano? Per fissare la sella, presumibilmente. Si fanno passare quelle dall’altra parte sotto la pancia del cavallo e le si allaccia di lato, più o meno dove appoggerebbe la coscia del cavaliere. Reacher si abbassò e tentò di afferrare le cinghie più lunghe sotto il ventre dell’animale, ma riusciva a stento a raggiungerle. La giumenta era senza dubbio enorme. Protese il braccio e afferrò l’estremità di una cinghia con la punta delle dita, ma la sella scivolò di lato.
«Merda», mormorò.
Poi si raddrizzò e rimise la sella dritta. Si abbassò e cercò di riprendere le cinghie, ma la cavalla si mosse e gliele allontanò.
«Merda», ripeté.
Si avvicinò ancora e spinse la giumenta contro la parete. Questa non gradì e si appoggiò a lui. Reacher pesava centotredici chili, l’animale mezza tonnellata. Jack barcollò all’indietro, la sella scivolò nuovamente. La giumenta smise di muoversi. Lui raddrizzò di nuovo la sella e vi tenne sopra la mano destra mentre cercava tentoni le cinghie con la sinistra.
«Non così», esclamò una voce da sopra.
Reacher si voltò e guardò in alto. Ellie era sdraiata in cima alle balle di fieno, in alto vicino al tetto, il mento appoggiato alle mani, e lo guardava.
«Prima devi metterci la coperta», gli fece notare la bambina.
«Quale coperta?»
«La gualdrappa», spiegò.
La cavalla si mosse ancora, addossandosi pesantemente contro Reacher. Questi la spinse via. La giumenta voltò la testa e lo guardò. Jack fece altrettanto. Aveva due occhi scuri enormi, e sopracciglia lunghe; Reacher la fissò con aria di sfida. Non ho paura di te, amica. Stai ferma o ti spingo ancora.
«Ellie, qualcuno sa che sei qui dentro?» le chiese.
Lei scosse il capo, solennemente. «Mi sto nascondendo. Sono brava a nascondermi.»
«Ma qualcuno sa che ti nascondi qui?»
«Credo che la mamma sappia che lo faccio qualche volta, ma i Greer no.»
«Tu sai come si fa con questa roba?»
«Certo. Io preparo il mio pony da sola.»
«Allora aiutami quaggiù, ti va? Vieni a prepararlo per me.»
«È facile.»
«Mostrami come si fa, vuoi?»
Ellie rimase immobile per un secondo, a riflettere – come al solito – sul da farsi, poi si calò dalle balle di fieno, spiccò un balzo fino a terra e lo raggiunse nel box.
«Togli di nuovo la sella», ordinò.
Poi prese una coperta dal montante su cui poggiava l’attrezzatura, la distese e la gettò sulla groppa della giumenta. La bambina era troppo piccola e Reacher dovette sistemare la gualdrappa con una mano sola.
«Ora metti la sella.»
Jack appoggiò la sella sopra la coperta, mentre Ellie si abbassò sotto la pancia della cavalla e prese le cinghie. Non doveva quasi nemmeno chinarsi. Infilò le estremità e iniziò a tirare.
«Fallo tu», mormorò. «Sono dure.»
Reacher allineò le fibbie in alto e tirò forte.
«Non troppo stretto!» esclamò Ellie. «Non ancora. Aspetta che si gonfi.»
«Deve gonfiarsi?»
Ellie annuì, con aria solenne. «A loro non piace la sella. Gonfiano lo stomaco per cercare di fermarti. Ma non possono rimanere tanto tempo così, perciò dopo un po’ tornano come prima.»
Jack osservò il ventre dell’animale. Aveva già le dimensioni di un barile di greggio. D’un tratto si gonfiò, sempre di più, per contrastare la pressione delle cinghie. Poi si sgonfiò di nuovo. Si udì un lungo sbuffo d’aria attraverso il naso. La cavalla si mosse un po’ e vi rinunciò.
«Ora stringile bene», affermò la bambina.
Reacher strinse le cinghie con tutte le sue forze. La giumenta si agitò ma rimase dov’era. Ellie aveva le redini in mano e le stava sistemando nella maniera più logica possibile.
«Toglile la corda. Tirala semplicemente giù.»
Jack obbedì. Le orecchie dell’animale si piegarono in avanti e la corda scivolò sopra di esse, sul naso e cadde per terra.
«Ora prendi questo.» Ellie gli porse un groviglio di cinghie. «Queste sono le briglie.»
Reacher le rigirò tra le mani finché la forma non acquistò un senso. Poi le tenne contro la testa della cavalla finché questa non fu nella posizione giusta. Appoggiò la parte metallica contro le labbra dell’animale. Il morso. Ma la giumenta tenne la bocca risolutamente chiusa. Jack tentò di nuovo. Nessun risultato.
«Come si fa, Ellie?» le chiese.
«Infila dentro il pollice.»
«Il pollice? Dove?»
«Dove si fermano i denti. Di lato. C’è un buco.»
Passò il pollice lungo le labbra della giumenta; sotto la pelle si sentivano i denti, a uno a uno, come se li contasse. A un certo punto s’interrompevano, e di lì in poi c’era solo la gengiva.
«Infilalo», ordinò Ellie.
«Il pollice?»
La bambina annuì. Jack obbedì, le labbra si aprirono, e il suo pollice scivolò in una cavità calda, collosa e viscida. E, com’era prevedibile, la giumenta aprì la bocca.
«Svelto, infila il morso», lo incalzò Ellie.
Reacher le spinse il pezzo di metallo in bocca. La cavalla usò la sua lingua massiccia per sistemarlo, come se anche lei lo volesse aiutare.
«Ora tira su le briglie e allacciale.»
Jack fece scorrere le cinghie di cuoio sopra le orecchie e trovò le fibbie. Tre in tutto. Una andava fissata contro la guancia, l’altra sopra il naso e la terza sotto il collo.
«Non troppo strette!» esclamò Ellie. «Deve respirare.»
Reacher vide un segno di usura sulla cinghia e immaginò che indicasse la lunghezza usuale.
«Adesso avvolgi le redini sul pomello.»
Alle due estremità del morso era attaccata un’unica cinghia penzolante. Doveva trattarsi delle redini, e il pomello doveva essere quella protuberanza verticale sulla parte anteriore della sella. Una sorta di maniglia, per aggrapparsi. Ellie era impegnata ad abbassare le staffe, e andava da una parte all’altra passando sotto il ventre della giumenta.
«Ora mettimi su», ordinò. «Devo controllare se è tutto a posto.»
Reacher la prese sotto le ascelle e la sistemò sulla sella. Era minuscola e pesava meno di una piuma. La cavalla era troppo larga per lei e le gambe spuntavano più o meno dritte da entrambi i lati. La bambina si protese, allungò le braccia e controllò tutte le cinghie. Ne riallacciò alcune e nascose i capi liberi. Poi liberò delicatamente la criniera dalle cinghie. Dopodiché strinse la sella fra le gambe e si dondolò da parte a parte, per verificare che non si spostasse.
«Va bene», annunciò. «Hai fatto un buon lavoro.»
Ellie allungò le braccia verso di lui e Jack la rimise a terra. Era bollente e sudata.
«Adesso portala fuori», lo esortò. «Tienila al lato della bocca. Se non viene, dalle uno strattone.»
«Grazie mille, ragazzina. Ora torna a nasconderti, va bene?»
Ellie si arrampicò nuovamente sulle balle di fieno e Jack tirò l’animale per una cinghia che penzolava da un anello di metallo al lato della bocca. La cavalla non si mosse. Allora Reacher fece schioccare la lingua e tirò ancora. La giumenta si mosse di scatto, al che Jack balzò davanti e lei si mise a seguirlo con una sorta di passo ritmato. Clop, clop, clop. La condusse fuori dalla stalla e girò l’angolo, diretto verso la porta. Lasciò che l’animale avanzasse fino alla sua spalla e attraversò con lui il cortile. La giumenta camminava tranquilla e Reacher si adattò al suo passo, tenendo il braccio ben piegato all’altezza del gomito. La testa della cavalla oscillava lievemente su e giù e la sua spalla sfiorava di tanto in tanto quella di Jack. Le fece attraversare il cortile come se non avesse fatto altro in tutta una vita. Roy Rogers, roditi pure il tuo dannato fegato.
Bobby Greer era tornato sui gradini della veranda e lo stava aspettando. La giumenta avanzò fino a lui e si fermò. Reacher la tenne per la sottile cinghia di cuoio mentre Bobby controllava le stesse cose che aveva verificato Ellie. Poi annuì.
«Non male», affermò.
Reacher non disse nulla.
«Ma ci hai messo più di quanto non m’aspettassi.»
Jack scrollò le spalle. «Non mi conoscono. Suppongo sia sempre meglio procedere lentamente, per la prima volta. Almeno finché l’animale non prende confidenza.»
Bobby annuì ancora. «Mi sorprendi. Avrei scommesso la fattoria che l’unico contatto che avessi avuto con i cavalli era stato guardare la Preakness Stakes alla TV satellitare.»
«La che?»
«La Preakness. È una corsa di cavalli.»
«So che cos’è. Stavo solo scherzando.»
«Allora forse sei una doppia sorpresa», ribatté Bobby. «Forse, per una volta, mia cognata ha detto la verità.»
Reacher gli lanciò un’occhiata. «Perché non avrebbe dovuto?»
«Non so perché. Ma non lo fa quasi mai. Dovresti tenerlo a mente.»
Jack rimase in silenzio e attese.
«Ora puoi andare», lo congedò Bobby. «La rimetto a posto io quand’ho finito.»
Reacher annuì e si allontanò. Dietro di lui udì il cigolio della pelle e dedusse che Bobby stesse montando in sella. Ma evitò di voltarsi. Attraversò il cortile, sorpassò il fienile, i recinti, girò l’angolo della baracca e raggiunse le scale. Aveva intenzione di andare subito a fare una lunga doccia per togliersi di dosso quel terribile odore di cavallo che gli si era appiccicato addosso; ma, quando arrivò al secondo piano, trovò Carmen seduta sul suo letto, con un paio di lenzuola piegate sulle ginocchia. Indossava ancora il vestito di cotone e le lenzuola bianche sembravano splendere in contrasto con la pelle delle gambe nude.
«Ti ho portato queste», annunciò. «Dall’armadio della biancheria del bagno. Ne avrai bisogno, e non sapevo se ti sarebbe venuto in mente dove fossero.»
Reacher si fermò in cima alle scale, un piede nella stanza, l’altro ancora sull’ultimo gradino.
«Carmen, è assurdo», mormorò. «Dovresti andartene, immediatamente. Si accorgeranno che sono un impostore. Non durerò nemmeno un giorno. Forse lunedì non sarò più nemmeno qui.»
«Ci ho pensato», ribatté la donna. «Per tutta la cena.»
«Hai pensato a cosa?»
«Ad Al Eugene. Supponi che si tratti di qualcuno che Sloop ha fregato? Che questo qualcuno se ne sia accorto e abbia preso provvedimenti? Che abbia rapito Al per bloccare l’accordo?»
«Non può essere. Perché attendere? L’avrebbero fatto un mese fa.»
«Sì, ma supponi che tutti credano che sia andata così.»
Reacher si avvicinò alla giovane donna.
«Non ti seguo», ribatté, pur sapendo dove volesse andare a parare.
«Supponiamo che tu facessi scomparire Sloop. Nello stesso modo in cui qualcun altro ha fatto sparire Al. Penserebbero che le due cose siano connesse in qualche maniera. Non sospetterebbero mai di te. Ne usciresti completamente pulito.»
Reacher scosse il capo. «Ne abbiamo già parlato. Non sono un assassino.»
Carmen si chiuse nel silenzio. Guardò le lenzuola che aveva in grembo e iniziò a giocherellare con le cuciture. Erano logore e vecchie. Lenzuola smesse della casa, pensò Reacher. Forse Rusty e il marito defunto vi avevano dormito dentro. O forse Bobby. O Sloop. Forse Sloop e Carmen, insieme.
«Devi andartene, ora», ripeté.
«Non posso.»
«Dovresti rimanere da qualche parte nel Texas, solo temporaneamente. E combattere, per vie legali. Otterresti la custodia, date le circostanze.»
«Non ho soldi. Potrebbero occorrere centomila dollari.»
«Carmen, devi pur fare qualcosa.»
Lei annuì. «So che cosa devo fare», asserì. «Devo prenderle, lunedì sera. Poi martedì mattina verrò a cercarti, ovunque tu sia. E allora vedrai, e forse cambierai idea.»
Reacher rimase in silenzio. La donna inclinò la testa nella luce ormai fioca delle alte finestre e i capelli le ricaddero sulle spalle.
«Guardami bene. Avvicinati», lo invitò.
Jack fece qualche passo verso di lei.
«Sarò tutta un livido», mormorò. «Forse avrò il naso rotto. Forse le labbra spaccate. Forse mi mancherà qualche dente.»
Reacher non replicò.
«Tocca la mia pelle», continuò. «Senti.»
Reacher appoggiò il dorso dell’indice sulla guancia di Carmen. Aveva la pelle morbida e liscia, come seta calda. Le tracciò un arco lungo lo zigomo.
«Ricordala. Poi fai un paragone con ciò che sentirai martedì mattina. Forse cambierai idea.»
Jack ritrasse il dito. Forse avrebbe davvero cambiato opinione. Era una cosa su cui lei contava molto, e della quale lui aveva paura. La differenza tra il sangue freddo e il sangue caldo. Era una differenza notevole. Per lui, una differenza cruciale.
«Abbracciami», lo esortò Carmen. «Non ricordo più che cosa si provi a essere abbracciati.»
Reacher si sedette accanto a lei e la prese fra le braccia. Carmen fece scivolare le sue intorno alla vita di Jack e affondò la testa nel suo petto.
«Ho paura», mormorò.
Rimasero nella stessa posizione per venti minuti. Forse mezz’ora. Reacher perse del tutto la nozione del tempo. Carmen era calda e profumata, e respirava ritmicamente. D’un tratto si ritrasse e si alzò in piedi, sul volto un’espressione tetra.
«Devo andare a cercare Ellie. È ora che la metta a letto.»
«È nel fienile. Mi ha mostrato come si mettono tutti quegli affari sul cavallo.»
Carmen annuì. «È una bambina in gamba.»
«Questo è certo», convenne Jack. «Mi ha salvato la pelle.»
La donna gli porse le lenzuola.
«Vuoi venire a cavallo, domani?» gli chiese.
«Non ne sono capace.»
«T’insegnerò.»
«Potrebbe volerci del tempo.»
«Non ce ne sarà. Dobbiamo andare alla mesa.»
«Perché?»
Carmen distolse lo sguardo. «C’è una cosa che tu devi insegnare a me», rispose. «Nel caso martedì non cambiassi idea. Devo imparare a usare la pistola.»
Jack non replicò.
«Non puoi negarmi il diritto di difendermi», aggiunse.
Reacher rimase in silenzio. La donna scese tranquillamente le scale, lasciandolo seduto sul letto con le lenzuola sulle ginocchia, nella stessa posizione in cui lui l’aveva trovata.
Reacher si fece il letto. Le vecchie lenzuola erano sottili e logore ma, date le circostanze, gli sembrarono perfette. La temperatura si aggirava ancora intorno ai trentasette gradi e, nel cuore della notte, si sarebbe abbassata al massimo fino a trenta. Non avrebbe avuto bisogno di coperte calde.
Scese le scale e tornò all’aperto; a est l’orizzonte era nero. Voltò l’angolo della baracca e scrutò il tramonto, a ovest. Il sole fiammeggiava contro gli edifici rossi. Jack rimase fermo e lo guardò tramontare. A quella latitudine, tanto a sud, sarebbe calato piuttosto in fretta. In quel momento era una sfera rossa gigante. Poco dopo sfolgorò brevemente contro il margine della mesa e scomparve. Il cielo si tinse di rosso.
Udì uno scalpiccio sul terreno davanti a sé. Batté le palpebre nel chiarore del tramonto e vide Ellie che gli veniva incontro. I passi brevi, le braccia rigide, il prendisole blu, disseminato di fili di paglia. I capelli erano illuminati da dietro e rilucevano di rosso e di oro come quelli di un angelo.
«Sono venuta a darti la buonanotte.»
Reacher ricordò i tempi passati, gli alloggi dei familiari presso le basi militari, i rumori malinconici delle lievi bussate che risuonavano deboli in lontananza, i bambini educati che auguravano formalmente la buonanotte ai colleghi ufficiali dei padri. Lo ricordava bene. Stringevi loro la manina, e se ne andavano compiaciuti. Jack le sorrise.
«Buonanotte, Ellie.»
«Mi sei simpatico», affermò la bambina.
«Be’, anche tu», ribatté Reacher.
«Hai caldo?»
«Molto.»
«Presto arriverà un temporale.»
«Me lo dicono tutti.»
«Sono contenta che sei amico della mamma.»
Jack non replicò. Allungò la mano. Lei la guardò.
«Devi darmi il bacio della buonanotte», affermò Ellie.
«Ah, sì?»
«Certo che devi.»
«Va bene», assentì Jack.
Il suo volto gli arrivava più o meno alla coscia, perciò Reacher fece per chinarsi.
«No, prendimi in braccio», gli suggerì Ellie.
Reacher la sollevò, quasi in verticale. La tenne un istante sospesa, la fece oscillare in aria e se la sistemò nell’incavo del gomito. Poi le schioccò un bacio sulla guancia, con delicatezza. «Buonanotte», ripeté.
«Mi porti in braccio?» chiese la bambina. «Sono stanca.»
Jack la portò oltre i recinti, oltre il fienile e le stalle, e attraversò il cortile fino alla casa. Carmen stava aspettando in veranda, appoggiata a una colonna, e li osservò mentre si avvicinavano.
«Eccovi», esclamò.
«Mamma, voglio che il signor Reacher entri e mi dia la buonanotte», sussurrò Ellie.
«Be’, non so se può.»
«Io qui ci lavoro soltanto. Non ci vivo», le fece notare Reacher.
«Nessuno lo saprà», insistette la bambina. «Entriamo dalla cucina. Lì c’è solo la cameriera. Anche lei lavora qui. E lei può entrare in casa.»
Carmen rimase ferma immobile, un po’ incerta.
«Mamma, per favore», la supplicò Ellie.
«Forse se entriamo tutti insieme...» suggerì Carmen.
«Dalla cucina», aggiunse Ellie. Poi passò a un sussurro aspro che era probabilmente più udibile della voce normale. «Non vogliamo che i Greer ci vedano.»
Poi prese a ridacchiare, si dondolò nelle braccia di Reacher e affondò la faccia nel suo collo. Carmen gli lanciò un’occhiata, sul volto un’espressione interrogativa. Jack scrollò le spalle. Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitare? Posò Ellie e lei prese per mano la madre. Si diressero insieme verso la porta della cucina e Carmen la aprì.
Tramonto, scrisse il ragazzo, e annotò l’ora. I due uomini si allontanarono strisciando dal bordo dell’avvallamento, poi si misero in ginocchio e si stirarono. Servizio terminato, aggiunse il ragazzo, e vi scrisse accanto l’ora. Poi tutti e tre, sempre in ginocchio, cercarono tentoni le pietre che fissavano il telo che nascondeva il pick-up, lo piegarono meglio che poterono senza alzarsi in piedi e lo caricarono sul pianale. Caricarono il frigorifero, smontarono i cannocchiali e salirono rapidamente sul sedile anteriore del veicolo. L’autista mise in moto e uscirono dalla parte più lontana dell’avvallamento, diretti a ovest, attraverso il terreno duro e aspro, verso l’orizzonte infuocato.
In cucina la cameriera stava caricando un’enorme lavastoviglie. Era verniciata di verde ed era stata, probabilmente, una delle grandi novità ai tempi della prima camminata dell’uomo sulla Luna. La donna alzò lo sguardo e non parlò. Continuò, invece, a sistemare i piatti. Reacher vide le tre ciotole che le aveva portato poco prima, già lavate e pronte.
«Da questa parte», sussurrò Ellie.
La bambina li condusse oltre una porta che dava su un corridoio. Non c’erano finestre e l’aria era soffocante. Da una parte vi era una scala di legno disadorna, dipinta di rosso, con gli scalini consumati nella parte centrale. Ellie fece strada e salì. Le scale scricchiolarono sotto il peso di Reacher.
Finirono all’interno di una sorta di vano al primo piano. Ellie aprì la porta, attraversò un ingresso e svoltò a destra in un corridoio stretto. Era tutto di legno, le pareti, il pavimento, il soffitto, e tutto dipinto di rosso. La stanza di Ellie si trovava in fondo, misurava approssimativamente dieci metri quadrati ed era rossa. E anche molto calda. Si affacciava a sud e doveva essere stata esposta al sole tutto il pomeriggio. Le persiane erano chiuse, e lo erano state tutto il giorno, immaginò Reacher, una ben misera difesa contro il caldo.
«Noi andiamo a lavarci», annunciò Carmen. «Il signor Reacher aspetterà qui, va bene?»
Ellie si fermò a guardarlo finché non fu certa che sarebbe rimasto. Jack si sedette sul bordo del letto per rassicurarla, per aiutarla a trarre la sua conclusione. La bambina si voltò lentamente e seguì la madre in bagno.
Il letto era stretto, forse non più largo di un’ottantina di centimetri, e corto, adatto a un bambino. Aveva lenzuola di cotone con animaletti colorati di una specie indefinibile. Nella stanza vi erano un comodino, una libreria e un piccolo armadio; quest’ultimo sembrava abbastanza nuovo. Era di legno chiaro, prima sbiancato e poi dipinto a mano con disegni allegri; era simpatico, probabilmente acquistato in un negozietto per bambini, e trasportato fin lì da Austin, pensò Reacher. O forse addirittura da Santa Fe. Alcuni scaffali della libreria contenevano libri, altri animali di pezza, pressati negli stretti spazi.
Jack udiva il vecchio condizionatore, che funzionava paziente emettendo un rumore sordo e sferragliante. Lassù era più forte; forse era montato in soffitta, pensò. Quel ronzio era rilassante, ma non contribuiva granché a raffreddare l’abitazione. Là sopra, nell’aria stantia del primo piano, sembravano esserci cinquanta gradi.
Ellie e Carmen tornarono dal bagno. Ellie era stranamente silenziosa e timida, forse perché indossava il pigiama. Sembravano un paio di pantaloncini e una maglietta normali, ma erano stampati con disegni minuscoli, che potevano essere conigli. La bambina aveva i capelli bagnati, la pelle di colore rosa acceso e teneva una mano sulla bocca. Salì sul letto e si rannicchiò vicino al cuscino, usando metà lunghezza del materasso, vicina a lui, ma attenta a non toccarlo.
«Bene, buonanotte, signorina», esclamò Reacher. «Sogni d’oro.»
«Dammi un bacio», mormorò la bambina.
Jack rifletté un secondo, poi si chinò e la baciò sulla fronte. Era calda e umida e profumava di sapone. Ellie si rannicchiò ancora di più e affondò la faccia nel cuscino.
«Grazie per essere nostro amico.»
Reacher si alzò e si diresse verso la porta. Lanciò un’occhiata alla madre. Gliel’hai detto tu di dirlo? O lo pensa davvero?
«Sai tornare indietro?» gli domandò Carmen.
Jack annuì.
«Ci vediamo domani», lo congedò la donna.
Lei rimase nella stanza di Ellie e Reacher trovò l’atrio con le scale. Scese fino al corridoio e attraversò la cucina. La cameriera se n’era già andata. La vecchia lavastoviglie emetteva un borbottio costante. Uscì nella notte e si fermò nel buio silenzioso del cortile. Faceva più caldo che mai; si avviò verso il cancello. Davanti a lui il tramonto era terminato e l’orizzonte era nero. L’aria era carica d’elettricità. A centocinquanta chilometri verso sud-ovest lampeggiava. Deboli scariche di elettricità secca baluginavano qua e là, come se fosse all’opera una gigantesca macchina fotografica celeste. Reacher guardò in alto. Niente pioggia. Niente nuvole. Si voltò e colse il luccichio bianco nell’oscurità alla sua destra. Una maglietta. Una faccia. Un semicerchio di fronte nuda sopra la cinghia di un cappellino indossato al contrario. Bobby Greer, di nuovo.
«Bobby», esclamò. «Ti è piaciuta la passeggiata?»
Bobby ignorò la domanda. «Ti stavo aspettando.»
«Perché?»
«Volevo solo assicurarmi che uscissi.»
«Perché non avrei dovuto?»
«Dimmelo tu. Perché saresti dovuto entrare, in primo luogo? Tutti e tre, come una bella famigliola.»
«Ci hai visto?»
Bobby annuì. «Io vedo tutto.»
«Tutto?» ripeté Reacher.
«Tutto quello che è necessario vedere.»
Jack scrollò le spalle. «Ho dato la buonanotte alla bambina», affermò. «Hai qualche problema?»
Bobby rimase in silenzio per un istante.
«Lascia che ti accompagni alla baracca», disse poi. «Ti devo parlare.»
Non proferì parola mentre attraversavano il cortile. Si limitò a camminare. Reacher tenne il passo, lo sguardo puntato a est, nel cielo notturno. Era nero e infinito, interamente punteggiato di stelle. A parte la luce fioca proveniente dalle finestre in qualche edificio dei Greer, ovunque regnava il buio assoluto. Le stelle sembravano ancora più luminose, innumerevoli punti di luce minuscoli e tremolanti, in miliardi di chilometri cubi di spazio. A Reacher piaceva scrutare l’universo, gli piaceva pensarci e lo utilizzava spesso per meditare. Lui era solo un granello minuscolo e insignificante, che in mezzo a quel nulla aveva avuto in dono una breve vita. Perciò che differenza faceva? Probabilmente nessuna. Per tale ragione, forse, avrebbe dovuto spaccare la testa a Sloop Greer e farla finita con la questione. Perché no? Nel contesto dell’intero universo, che importanza avrebbe avuto?
«Mio fratello ha avuto qualche problema», esordì Bobby, un po’ imbarazzato. «Credo che tu lo sappia.»
«Ho sentito che ha evaso le tasse.»
Bobby annuì nell’oscurità. «Le spie del fisco sono ovunque.»
«È così che l’hanno scoperto? Una spiata?»
«Be’, in che altro modo avrebbero potuto?» replicò il giovane.
Jack rimase in silenzio e avanzò di qualche passo.
«In ogni caso, Sloop è finito in carcere.»
Reacher annuì. «Esce lunedì, da quanto ho capito.»
«Esatto. Quindi non sarà contento di trovarti qui, a baciare sua figlia e fare il cascamorto con la moglie.»
Jack scrollò le spalle mentre camminava. «Io sono qui solo per lavorare.»
«Esatto, come cowboy. Non come baby-sitter.»
«Ho un po’ di tempo libero, giusto?»
«Ma devi stare bene attento a come lo impieghi.»
Reacher sorrise. «Intendi dire che devo stare al mio posto?»
«Esatto», assentì Bobby. «E il tuo posto non è accanto alla moglie di mio fratello, o a sua figlia.»
«Un uomo non può scegliersi i propri amici?»
«Sloop non sarà contento, se torna e scopre che un estraneo ha scelto la moglie e la figlia per amici.»
Reacher si fermò, immobile nel buio. «Il punto, Bobby, è questo: perché dovrebbe fregarmi qualcosa di quello che rende felice tuo fratello?»
Anche Bobby si fermò. «Perché siamo una famiglia. Parliamo di ogni cosa. E questo devi mettertelo in testa. Oppure non lavorerai qui a lungo. Potresti essere cacciato subito.»
«Lo pensi davvero?»
«Sì, lo penso davvero.»
Reacher sorrise ancora. «Chi vuoi chiamare? Lo sceriffo con la sua auto di seconda mano? Tipi come quello potrebbero avere un infarto al solo pensiero.»
Bobby scosse il capo. «Nel Texas occidentale ci occupiamo personalmente di tutto. È una tradizione. La legge non si è mai imposta granché da queste parti, perciò ci siamo, come dire, abituati.»
Reacher si avvicinò d’un passo. «Allora hai intenzione di farlo?» chiese. «Vuoi occupartene ora?»
Bobby rimase in silenzio. Reacher annuì.
«O forse preferisci mandare la cameriera. Magari armata con una padella per friggere», suggerì.
«Josh e Billy faranno ciò che viene loro ordinato.»
«Quei due mingherlini? La cameriera sarebbe più efficace. O magari tu stesso.»
«Josh e Billy entrano nell’arena con tori che pesano una tonnellata e mezzo. Non si faranno molti problemi con te.»
Reacher riprese a camminare. «In ogni caso, Bobby, ho solo dato la buonanotte alla bambina. Non c’è ragione di scatenare la terza guerra mondiale per questo. Ellie desidera compagnia. E anche sua madre. Che posso farci io?»
«Puoi farti furbo, ecco cosa puoi fare», replicò Bobby. «Te l’ho già detto. Lei mente su tutto. Perciò qualsiasi storia ti abbia raccontato è probabile che sia una balla. Non farti fregare, non cascarci. Non saresti il primo, sai.»
Voltarono l’angolo dietro i recinti e si diressero verso la porta della baracca.
«Che cosa vuoi dire?» chiese Jack.
«Credi che sia stupido? È stata via tutti i giorni per buona parte del mese, anche di notte, ogni volta che poteva, lasciando a noi la bambina da accudire. E dov’è andata? In qualche motel di Pecos, ecco dove, a fare il lavaggio del cervello a qualsiasi estraneo fosse disposto a bersi le sue cazzate sul marito che non la capisce. Sono senza dubbio affari suoi, ma diventano anche miei se pensa di poter andare avanti a portarmi qui il tizio di turno. Due giorni prima che il marito ritorni? Facendoti passare per uno sconosciuto che cerca lavoro? Che stronzata è questa?»
«Che cosa intendi con ’non saresti il primo’?»
«Esattamente ciò che ho detto. Chiedilo a Josh e Billy. Sono loro che lo hanno cacciato.»
Reacher non parlò. Bobby gli sorrise.
«Non crederle», ribadì. «Ci sono cose che non ti dice, e quello che ti dice per la maggior parte sono bugie.»
«Perché non ha una chiave della porta?»
«Aveva una chiave di quella dannata porta. Ma l’ha persa, tutto qui. In ogni caso, non è mai chiusa. Perché diavolo dovrebbe esserlo? Siamo a cento chilometri dall’incrocio più vicino.»
«E allora perché deve bussare?»
«Non deve bussare. Potrebbe semplicemente entrare. Ma fa sempre tante storie perché è convinta che noi la escludiamo. Sono tutte stronzate. E poi, in che modo noi la escludiamo? Sloop l’ha sposata, giusto?»
Reacher rimase in silenzio.
«Dunque lavora se vuoi lavorare», concluse Bobby. «Mai stai alla larga da lei e dalla bambina. Lo sto dicendo per il tuo bene, intesi?»
«Posso chiederti una cosa?» gli domandò Jack.
«Che cosa?»
«Lo sai che hai il berretto al contrario?»
«Il che?»
«Il berretto», ripeté Reacher. «È messo a rovescio. Mi domandavo se te ne fossi accorto. O se magari si fosse girato, accidentalmente.»
Bobby lo fissò. «A me piace così.»
Reacher annuì. «Be’, immagino che ti ripari il collo dal sole», affermò. «Così non diventa ancora più rosso di quello che è.»
«Tieni a freno la lingua», lo intimò Bobby. «Stai alla larga dalla famiglia di mio fratello e chiudi quella dannata bocca.»
Poi si voltò nell’oscurità e si avviò verso la casa. Reacher rimase immobile e lo guardò allontanarsi. Dietro di lui i lampi illuminavano ancora l’orizzonte. Poi il giovane scomparve dietro il fienile e Jack rimase ad ascoltare lo scricchiolio degli stivali sul terreno, finché non svanì nel nulla.