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GLI osservatori erano tre, due uomini e un ragazzo. Considerata la distanza, usavano cannocchiali di grande potenza, anziché semplici binocoli. Si trovavano a circa un chilometro e mezzo dal bersaglio, poiché il terreno non offriva nascondigli più vicini. Era un territorio pianeggiante, interrotto solo saltuariamente da qualche rilievo, dove l’erba, le rocce e il suolo sabbioso avevano assunto tutti un’identica sfumatura color ocra a causa del sole cocente. Il rifugio più vicino era l’ampia depressione in cui si erano appostati, un avvallamento arido creato un milione d’anni fa da un clima diverso, quando in quel luogo cadevano piogge abbondanti, scorrevano i fiumi e crescevano le felci.
Gli uomini erano distesi sul terreno, gli occhi incollati ai cannocchiali, mentre il calore delle prime ore del giorno li martellava sulla schiena. Il ragazzo strisciò gattoni per prendere un po’ d’acqua dalla ghiacciaia, prestando attenzione a dove metteva le mani per timore dei serpenti a sonagli, poi scrisse alcune annotazioni su un blocco. Erano arrivati prima dell’alba su un pick-up impolverato, da ovest, per la strada più lunga, attraverso lande desolate. Avevano coperto il veicolo con un telo incerato sporco che avevano fissato al suolo con alcune pietre. Raggiunto a piedi il margine dell’avvallamento, si erano appostati, regolando i cannocchiali mentre il sole basso del mattino faceva capolino a est, dietro la costruzione rossa, a circa un chilometro e mezzo di distanza. Era venerdì, il quinto giorno consecutivo di appostamento, e nessuno dei tre era in vena di chiacchiere.
«Ore?» chiese uno degli uomini con la voce nasale di chi tiene un occhio aperto e uno chiuso.
Il ragazzo consultò l’orologio. «Sei e cinquanta», rispose.
«D’ora in poi ogni momento è buono», mormorò l’uomo col cannocchiale.
Il giovane aprì il blocco e si preparò a trascrivere gli stessi appunti delle quattro volte precedenti.
«Luci accese in cucina», comunicò l’uomo.
E il ragazzo puntualmente annotò: Sei e cinquanta, luci accese in cucina. La finestra della cucina guardava dalla loro parte, a ovest, perciò era ancora buia benché fosse già l’alba inoltrata.
«È sola?» chiese il ragazzo.
«Come sempre», esclamò il secondo uomo, socchiudendo gli occhi.
La cameriera prepara la colazione, annotò il ragazzo. Bersaglio ancora a letto. Il sole si alzò pian piano all’orizzonte, sempre più alto nel cielo mentre le ombre si accorciavano. La casa rossa aveva un lungo camino che si ergeva dall’ala della cucina come il braccio di una meridiana; l’ombra che proiettava ruotò lentamente e si restrinse, mentre il calore sulle spalle degli osservatori aumentava sempre più. Erano solo le sette del mattino, ma faceva già molto caldo. Alle otto la calura sarebbe stata intensa. Alle nove, insopportabile. E loro sarebbero rimasti lì tutto il giorno, fino a sera, quando, col favore del buio, si sarebbero potuti allontanare inosservati.
«Le tende della stanza si stanno aprendo», mormorò il secondo uomo. «È in piedi.»
Il ragazzo scrisse: Sette zero quattro, tende stanza aperte.
«Ora ascoltate», esclamò il primo uomo.
Udirono azionarsi la pompa del pozzo, un rumore sommesso a oltre un chilometro di distanza. Uno scatto meccanico seguito da un ronzio sordo e continuo.
«Si sta facendo la doccia», aggiunse l’uomo.
Il giovane annotò: Sette zero sei, il bersaglio entra in doccia.
Gli uomini si riposarono un po’ gli occhi. Non sarebbe accaduto nulla finché fosse rimasta sotto la doccia. Come sarebbe potuto accadere? Abbassarono i cannocchiali e sbatterono le palpebre per attenuare il riflesso del sole color ottone. La pompa del pozzo si arrestò dopo sei minuti, e il silenzio risuonò più forte del rumore. Il ragazzo scrisse: Sette e dodici, il bersaglio esce dalla doccia. I due uomini tornarono a puntare i cannocchiali.
«Credo si stia vestendo», affermò il primo.
Il giovane ridacchiò. «È nuda?»
Il secondo uomo era appostato sei metri più a sud. Da quella posizione aveva una visione migliore del retro della casa, dove si trovava la finestra della camera.
«Sei disgustoso», rispose. «Lo sai, vero?»
Il ragazzo non ribatté e annotò: Sette e quindici, probabilmente si sta vestendo. E di seguito: Sette e venti, probabilmente è scesa di sotto, forse sta facendo colazione. «Ora tornerà di sopra, a lavarsi i denti», disse.
L’uomo alla sua sinistra cambiò posizione, sempre puntellandosi sui gomiti. «Sì», esclamò, «i suoi graziosissimi dentini!»
«Sta chiudendo di nuovo le tende», mormorò l’uomo alla sua destra.
Era una cosa normale nel Texas occidentale, in estate, soprattutto se la stanza si affacciava a sud, proprio come in quel caso. L’alternativa sarebbe stata dormire in un forno la notte successiva.
«Ora scommettiamo», continuò. «Dieci a uno che va nel fienile.»
Era una scommessa che nessuno accettò, perché fino a quel giorno, quattro volte su quattro, lei si era comportata esattamente allo stesso modo. Gli osservatori, in fondo, sono pagati per studiare la routine delle persone.
«La porta della cucina si apre.»
Il ragazzo annotò diligente: Sette e ventisette, la porta della cucina si apre.
«Eccola che arriva.»
Lei uscì, con un abitino di percalle blu che le arrivava alle ginocchia e le lasciava scoperte le spalle. I capelli erano legati dietro la nuca, ancora bagnati dopo la doccia.
«Come si chiama quel tipo di vestito?» chiese il giovane.
«Prendisole», rispose l’uomo di sinistra.
Sette e ventotto, esce, prendisole blu, si dirige verso il fienile, scrisse sul blocco.
Lei attraversò il cortile, compiendo per una settantina di metri brevi passi esitanti tra i solchi irregolari del terreno riarso. Poi aprì la porta del fienile e scomparve all’interno, nella penombra.
Sette e ventinove, bersaglio nel fienile.
«Quanti gradi ci sono?» domandò l’uomo a sinistra.
«Forse trentotto», rispose il ragazzo.
«Arriverà un temporale. Con un caldo così, succederà per forza.»
«Ecco che vengono a prenderla», esclamò l’uomo a destra.
Qualche chilometro più a sud scorsero una nuvola di polvere che si alzava sulla strada. Un veicolo procedeva lento e costante verso nord.
«Sta tornando indietro», mormorò l’osservatore alla destra del giovane.
Sette e trentadue, il bersaglio esce dal fienile, scrisse il ragazzo.
«La cameriera è sulla porta», mormorò l’uomo.
Il bersaglio si fermò sulla porta della cucina e prese la scatola del pranzo che le porgeva la donna. Era un contenitore di plastica, di colore blu acceso, con un personaggio dei cartoni animati stampato su un lato. Si fermò un istante, la pelle arrossata dal caldo e lucida di sudore. Si chinò per sistemarsi i calzini e poi trotterellò fino al cancello, lo superò e si portò sul ciglio della strada. Lo scuolabus rallentò, si fermò e la portiera si aprì con un rumore che gli osservatori udirono chiaramente al di sopra del lieve sferragliare del motore in folle. I corrimano cromati scintillarono e il gas di scarico del diesel rimase per un momento sospeso nell’aria ferma e rovente prima di disperdersi. Il bersaglio sollevò il contenitore col pranzo, afferrò le maniglie e salì con un po’ di fatica; la portiera si chiuse e gli osservatori videro la sua testa color grano procedere sussultando lungo il pulmino, all’altezza dei finestrini. Poi il rombo del motore divenne più intenso, l’autista inserì la marcia e il mezzo si rimise in moto, lasciandosi dietro una nube di pulviscolo turbinante.
Sette e trentasei, bersaglio sull’autobus diretto a scuola, annotò il ragazzo sul blocco.
La strada che andava verso nord era assolutamente dritta; il giovane voltò il capo e osservò il veicolo finché il calore all’orizzonte non lo trasformò in un miraggio giallo, scintillante. Poi chiuse il blocco e lo assicurò con un elastico. La cameriera rientrò nella casa rossa e chiuse la porta della cucina, mentre a un chilometro e mezzo di distanza gli osservatori abbassavano i cannocchiali e sollevavano i colletti per ripararsi dal sole.
Sette e trentasette, venerdì mattina.
Sette e trentotto.
Sette e trentanove, a cinquecento chilometri in direzione nord-est, Jack Reacher uscì dalla finestra della sua stanza di motel. Un minuto prima era ancora in bagno a lavarsi i denti. Due minuti prima aveva aperto la porta della camera per controllare la temperatura esterna e l’aveva lasciata aperta; l’armadio poco oltre l’ingresso aveva le ante a vetro, e in bagno c’era uno specchio per radersi, fissato a un braccio mobile, e, per un gioco di riflessi, Reacher aveva intravisto quattro uomini uscire da un’auto e dirigersi verso la reception del motel. Era stato un puro colpo di fortuna, ma un tipo attento come Jack Reacher era decisamente più fortunato della media.
L’auto era della polizia. Aveva uno stemma sulla portiera e, grazie alla luce del sole e al doppio riflesso, Jack fu in grado di esaminarlo senza difficoltà. La scritta nella parte superiore diceva: city police, al centro dello stemma era inserito un medaglione elaborato e, sotto, le parole lubbock, texas. Tutti e quattro gli uomini indossavano l’uniforme e un pesante cinturone con pistola, radio, sfollagente e manette. Tre di loro non li aveva mai visti prima, ma il quarto gli era familiare. Era alto e sovrappeso, capelli a spazzola, biondi e fissati col gel, volto rosso e paffuto. Chi lo avesse incontrato quel mattino avrebbe notato che portava un lucido listello di alluminio incerottato sul naso fracassato. Anche la mano destra era fasciata, e l’indice fratturato era immobilizzato da una stecca.
Solo la sera prima l’uomo godeva di ottima salute. Reacher non sapeva che fosse un poliziotto, perché aveva l’aria di uno di quei soliti idioti che si trovano nei bar. Jack era entrato in quel locale perché aveva sentito che vi suonavano buona musica, ma non era vero, perciò si era allontanato dall’orchestra ed era finito su uno sgabello accanto al bancone per vedere il notiziario sportivo sul televisore muto, fissato in alto sul muro. Il luogo era affollato e rumoroso, e lui si era infilato in uno spazio ristretto, tra una donna, seduta alla sua destra, e l’uomo dai capelli a spazzola, a sinistra. Lo sport lo annoiava, perciò si era girato a osservare l’ambiente e, mentre si voltava, aveva notato il modo di mangiare del grassone.
L’uomo, che indossava solo una canotta, stava sgranocchiando avidamente delle ali di pollo unte. Il grasso gli colava lungo il mento e sulle dita, per poi raccogliersi sulla canottiera, proprio in mezzo al petto, formando una macchia scura a goccia, che si allargava in maniera impressionante. Ma l’etichetta dei migliori bar impedisce a chiunque di fissare spettacoli simili, e lo sconosciuto aveva sorpreso Reacher proprio mentre lo osservava.
«Che hai da guardare?» aveva chiesto.
Aveva parlato con voce bassa e aggressiva, ma Jack lo aveva ignorato.
«Che hai da guardare?» aveva ripetuto l’uomo.
Se te lo chiedono una volta, forse non succede nulla. Ma se la domanda viene posta due volte di seguito, allora è meglio aspettarsi dei guai; questo, secondo l’esperienza di Reacher. Il problema fondamentale è che un attaccabrighe considera la mancanza di risposta come una prova della tua soggezione nei suoi confronti, quindi il segnale di essere in vantaggio. Ma è pur sempre vero che, d’altronde, non ti permetterebbe mai di rispondere.
«Guardavi me?» aveva domandato il ciccione.
«No», aveva risposto Jack.
«Non osare guardarmi, ragazzo», aveva proseguito sempre più aggressivo.
Dal modo in cui aveva pronunciato la parola «ragazzo» Reacher aveva giudicato che si trattasse di un caposquadra in una segheria o in un cotonificio, o un manovale addetto a una delle varie attività che si svolgevano nei pressi di Lubbock. Qualche tipo di mestiere tradizionale, tramandato di padre in figlio, per generazioni. Certamente l’idea che fosse un poliziotto non gli era passata nemmeno per la mente. Ma era arrivato da poco nel Texas.
«Non guardarmi», aveva ripetuto ancora una volta il grassone.
Jack, invece, si era voltato indirizzandogli un’occhiata fissa, non per provocarlo, ma per studiarlo. La vita riserva sempre sorprese, perciò Reacher sapeva che un giorno si sarebbe trovato di fronte qualcuno della sua stazza, qualcuno che avrebbe destato in lui un certo timore. Ma dopo aver osservato bene quel ciccione aveva capito che quel momento non era ancora arrivato, pertanto si era limitato a sorridere distogliendo lo sguardo.
Il tizio gli aveva puntato contro un dito. «Ti ho detto di non guardarmi», aveva ribadito e, questa volta, aveva proteso la mano, toccandolo.
Lo aveva fatto con un indice grassoccio, tutto unto di grasso di pollo, lasciando una macchia più che evidente sulla camicia di Reacher.
«Adesso piantala», aveva esclamato Jack.
L’uomo era tornato a pungolarlo col dito. «Altrimenti?» aveva voluto sapere. «Che cosa mi farai?»
Reacher aveva abbassato lo sguardo. Adesso le macchie erano diventate due e il tizio non aveva tardato ad assestargli un’altra ditata. Tre ditate, tre macchie. Jack aveva serrato le mascelle; cos’erano tre macchie d’unto su una camicia? Aveva iniziato a contare lentamente fino a dieci. Poi, prima ancora di arrivare a otto, lo sbruffone lo aveva toccato un’altra volta.
«Sei sordo?» era sbottato Reacher. «Ti ho detto di piantarla!»
«Che vuoi farmi?»
«Nulla», era stata la risposta di Jack. «Davvero. Voglio solo che tu smetta, tutto qui.»
L’uomo aveva sorriso. «Allora sei un vigliacco, pezzo di merda.»
«Probabilmente», aveva sussurrato Reacher, «ma tu tieni giù le mani.»
«Altrimenti? Che cosa potrebbe succedermi?»
Jack, intanto, aveva ripreso il conteggio. Otto, nove.
«Vuoi che sistemiamo la faccenda fuori?» aveva chiesto l’attaccabrighe.
Dieci.
«Toccami ancora una volta e lo scoprirai», si era limitato a rispondere Reacher. «Ti ho avvertito, quattro volte.»
L’uomo era rimasto per un attimo silenzioso. Dopodiché, naturalmente, lo aveva toccato. Jack gli aveva afferrato l’indice spezzandoglielo all’altezza della prima falange, con una torsione verso l’alto. Poi, dal momento che era irritato, si era proteso di scatto in avanti assestandogli una testata sul naso. Era stata una mossa calcolata, decisa, ma non di certo effettuata con la massima forza. Non c’era bisogno di mandare un uomo in coma per quattro macchie di grasso sulla camicia. Reacher era indietreggiato di un passo, in modo che l’energumeno avesse uno spazio per cadere, e aveva urtato con la schiena la donna alla sua destra.
«Scusi tanto, signora.»
La donna aveva risposto con un vago cenno d’assenso, disorientata dal rumore, ma era tornata a concentrarsi sul bicchiere, ignara di ciò che stava accadendo. Il ciccione si era accasciato in silenzio sul pavimento di legno e Reacher, con la suola della scarpa, lo aveva rigirato su un fianco. Con la punta del piede gli aveva rovesciato la testa all’indietro, per liberargli le vie respiratorie. I paramedici la chiamano «posizione laterale di sicurezza», poiché t’impedisce di soffocare durante gli svenimenti.
A quel punto della serata Jack aveva pagato il suo drink, era tornato al motel e non aveva più pensato a quell’uomo fino al momento in cui non guardò nello specchio del bagno e lo vide in uniforme da poliziotto. Dopodiché iniziò a riflettere, e anche il più rapidamente possibile.
Impiegò i primi istanti a calcolare le angolazioni del riflesso, chiedendosi: Se io lo vedo, anche lui mi vede? La risposta era affermativa. Negli attimi successivi s’infuriò con se stesso. Avrebbe dovuto capirlo dagli indizi: li aveva avuti sotto il naso per tutto il tempo. Chi altri avrebbe osato mettere le mani addosso a un uomo della corporatura di Reacher se non qualcuno convinto di essere protetto da una posizione privilegiata? Da una sorta d’immaginaria invulnerabilità? Avrebbe dovuto stare più attento.
Che faccio adesso? Il grassone era un poliziotto e giocava in casa. Reacher, d’altronde, era un bersaglio facilmente riconoscibile. A prescindere da tutto il resto, aveva ancora le quattro macchie di grasso sulla camicia e una contusione recente sulla fronte. I medici legali ne avrebbero potuto confrontare la forma con le fratture nasali dell’uomo.
Che faccio adesso? Un poliziotto infuriato e assetato di vendetta gli avrebbe potuto procurare dei guai. Un sacco di guai. Un arresto clamoroso, di sicuro, magari accompagnato da qualche colpo d’arma da fuoco; per non parlare della soddisfazione che ne avrebbero ricavato quattro agenti, coalizzati contro un uomo solo. Lo avrebbero rinchiuso in una cella fuori mano, in una stazione di polizia dove non avrebbe potuto difendersi senza peggiorare la sua situazione. Gli avrebbero posto ogni sorta di domande imbarazzanti, poiché Reacher, per abitudine, non portava con sé documenti né altro, eccetto uno spazzolino da denti e qualche migliaio di dollari nella tasca dei pantaloni. Per tali motivi sarebbe stato senz’altro catalogato come sospetto, e quasi di sicuro accusato d’aggressione a un pubblico ufficiale. Probabilmente, un reato molto grave nel Texas. Si sarebbe materializzata una miriade di testimoni, pronti a giurare che l’aggressione era stata deliberata e del tutto gratuita. Sarebbe potuto finire, senza neppure battere ciglio, in qualche carcere duro, a scontare una pena di sette o magari anche dieci anni. La prospettiva non era davvero in cima alle sue aspirazioni.
Pertanto, la prudenza avrebbe dovuto prevalere sulla spavalderia. Jack s’infilò in tasca lo spazzolino, attraversò la stanza e aprì la finestra; poi staccò la zanzariera e l’appoggiò a terra. Uscì, richiuse la finestra e riagganciò la zanzariera, dopodiché superò il parcheggio deserto e si portò sulla strada più vicina. Svoltò a destra e continuò a camminare fino a raggiungere la copertura di un basso edificio. Cercò un autobus. Non ce n’era nemmeno uno. Allora si guardò in giro in cerca di un taxi. Niente da fare. Sollevò il pollice. Calcolò di avere solo dieci minuti per trovare un passaggio, prima che gli agenti terminassero di perquisire il motel e decidessero di pattugliare le strade. Dieci minuti, quindici al massimo.
Ciò significava che il suo piano non avrebbe funzionato. Non era possibile. Erano le sette e trentanove del mattino, la temperatura superava già i trentotto gradi: non avrebbe trovato nessun passaggio. Con un caldo come quello nessun automobilista sulla terra avrebbe tenuto aperta la portiera il tempo necessario per farlo salire, e senza considerare quello che sarebbe servito per discutere della destinazione. Perciò gli sarebbe stato impossibile trovare in tempo una via d’uscita. Assolutamente impossibile. Reacher cominciò a riflettere sulle alternative, convinto che il tentativo dell’autostop sarebbe fallito. Ma il caso volle che si sbagliasse, e che la giornata gli riservasse ben più d’una sorpresa.
Erano tre killer, due uomini e una donna. Una squadra di professionisti con base a Los Angeles, rintracciabili attraverso un intermediario di Dallas e un secondo contatto a Las Vegas. Erano in affari da dieci anni e svolgevano bene il loro lavoro, che consisteva nel risolvere problemi in qualsiasi zona del Sud-ovest, nel sopravvivere per riscuotere il denaro e nel ricominciare daccapo ogniqualvolta qualcuno affidasse loro un nuovo incarico. Dieci anni, e mai nemmeno l’ombra di una difficoltà. Meticolosi, ingegnosi, perfezionisti, formavano un’ottima squadra, quasi la migliore nel loro piccolo e strano mondo. Erano cortesi, mai appariscenti, bianchi, anonimi; a vederli insieme sembravano dipendenti di un’azienda di fotocopiatrici diretti a una convention sulle vendite.
Non che si facessero mai vedere insieme, se non dalle vittime. Viaggiavano separatamente, uno sempre in auto, gli altri due in aereo, seguendo itinerari diversi. Il killer che si spostava in macchina era uno degli uomini, poiché era indispensabile restare invisibili, e una donna che guidasse per lunghi tratti da sola avrebbe dato nell’occhio più di un uomo. Il veicolo era sempre a noleggio, sempre prenotato agli arrivi dell’aeroporto internazionale di Los Angeles, che vantava gli autonoleggi più frequentati al mondo, e si trattava sempre di una berlina familiare di colore e marca comuni. La patente e la carta di credito usate per noleggiarla erano sempre autentiche, emesse in uno Stato lontano a nome di una persona mai esistita. Il guidatore attendeva sul marciapiede e si mescolò ai passeggeri del primo volo affollato che si riversavano al ritiro bagagli, per essere solo una faccia fra le tante. Era basso, scuro e anonimo, aveva un trolley, un bagaglio a mano e un’espressione infastidita, come tutti del resto.
Compilò i documenti al bancone e salì sulla navetta fino al parcheggio, dove trovò la sua vettura. Gettò le borse nel baule, attese al controllo d’uscita e si allontanò infine dal parcheggio nel bagliore del giorno. Guidò per quaranta minuti in autostrada, girovagando senza meta intorno all’area metropolitana, per assicurarsi di non essere seguito. Poi imboccò la West Hollywood e si fermò davanti a un box in una via retrostante un negozio di lingerie; lasciò il motore acceso, aprì il garage, il baule e scambiò il trolley e il bagaglio a mano con due enormi valigie di nylon nero e spesso. Una di esse era molto pesante, e costituiva la ragione per cui viaggiava in auto e non in aereo: conteneva cose che era meglio tenere lontane dagli scanner dell’aeroporto.
L’uomo chiuse il box e prese il Santa Monica Boulevard diretto a est, per poi svoltare a sud sulla 101 e di nuovo a est sulla 10. Si sistemò sul sedile e si mise comodo per il viaggio di due giorni che lo avrebbe condotto nel Texas; non era un fumatore, ma si accese numerose sigarette e le tenne fra le dita, lasciando cadere cenere sui tappetini, sul cruscotto e sul volante. Lasciava consumare le sigarette e schiacciava i mozziconi nel portacenere. In tal modo l’autonoleggio avrebbe dovuto pulire a fondo l’abitacolo, spruzzarci deodorante, e lavare il vinile con un detergente. Ciò avrebbe eliminato qualsiasi traccia, comprese le sue impronte digitali.
Anche il secondo uomo si era messo in viaggio. Era più alto, più robusto e più chiaro di capelli, ma anche lui non aveva nulla di particolare. Si unì alla ressa di fine giornata davanti al banco dell’aeroporto di Los Angeles e acquistò un biglietto per Atlanta. Quando giunse a destinazione, scambiò il portafoglio con uno dei cinque che aveva nel bagaglio a mano, e un uomo dall’identità completamente diversa comprò un altro biglietto aereo per Dallas-Fort Worth.
La donna partì il giorno successivo. Era uno dei privilegi riservati al capo della squadra. Si stava avvicinando alla mezz’età, era di statura media e aveva capelli di un biondo non troppo chiaro. In lei non c’era nulla di speciale, tranne il fatto che uccideva per guadagnarsi da vivere. Lasciò l’auto nel parcheggio dell’aeroporto di Los Angeles, certa che non avrebbe corso rischi, poiché l’auto era registrata a nome di un bambino di Pasadena, morto di morbillo trent’anni prima. Prese la navetta fino al terminal e usò una MasterCard contraffatta per comprare il biglietto, e una patente newyorkese autentica per l’identificazione al cancello. S’imbarcò sul volo all’incirca nel momento in cui il collega in auto iniziava il suo secondo giorno di viaggio.
Il primo giorno, dopo la seconda fermata per fare il pieno, l’uomo aveva effettuato una piccola deviazione verso le colline del New Mexico e, trovato un luogo polveroso e tranquillo, si era inginocchiato nell’aria fresca e sottile per cambiare la targa della California con una dell’Arizona, estratta dalla valigia più pesante. Poi era tornato sull’autostrada e aveva guidato per un’altra ora, dopodiché aveva imboccato un’uscita in cerca di un motel. Aveva pagato in contanti usando un indirizzo di Tucson e lasciato che il proprietario copiasse il numero di targa dell’Arizona sul modulo di registrazione.
Dormì sei ore con l’aria condizionata al minimo e riprese di buon’ora il viaggio. Giunse a Dallas-Fort Worth la sera del secondo giorno e lasciò l’auto nel parcheggio dell’aeroporto. Prese con sé le valigie e salì sulla navetta fino all’area partenze. Scese con la scala mobile agli arrivi e si mise in fila al banco della Hertz. L’aveva scelta perché noleggiava le Ford, e a lui serviva una Crown Victoria.
Compilò i documenti usando una carta d’identità dell’Illinois. Poi riprese l’autobus fino al posteggio e trovò la sua vettura. Era una Crown Vic normalissima, di color azzurro metallizzato, né chiaro né scuro. Perfetta. Caricò le valigie nel baule e guidò fino a un motel nei pressi del nuovo stadio sulla strada che collega Fort Worth a Dallas. Si registrò con lo stesso documento dell’Illinois, mangiò e dormì per qualche ora. Si svegliò presto e incontrò i suoi soci nell’opprimente calura mattutina fuori dal motel, nel preciso istante in cui Jack Reacher sollevava il pollice per chiedere un passaggio, a più di trecento chilometri di distanza, in quel di Lubbock.
La seconda sorpresa dopo l’arrivo del poliziotto fu trovare un passaggio in soli tre minuti. Non aveva nemmeno iniziato a sudare, e la sua camicia era ancora asciutta. La terza sorpresa fu che il conducente era una donna. La quarta, forse la più grande di tutte, fu la piega che prese la loro conversazione.
Reacher aveva viaggiato in autostop per buona parte degli ultimi venticinque anni, in più Paesi di quanti non ricordasse, e tre minuti erano, a suo parere, il tempo più breve mai trascorso fra la richiesta e l’offerta di un passaggio. L’autostoppismo era un modo di viaggiare in via d’estinzione, aveva concluso Jack in base alla sua esperienza. Chi viaggiava per ragioni commerciali doveva fare i conti con i problemi legati all’assicurazione, e i privati cittadini si fidavano sempre meno. Come potevi sapere che razza di psicopatico lasciavi salire a bordo? Nel caso di Reacher la situazione era ancora peggiore, soprattutto in quel frangente. Non era un ometto elegante, ordinato e inoffensivo, ma un gigante di quasi due metri, di corporatura robusta e centotredici chili di peso. Di solito, visto da vicino, appariva trasandato, quasi sempre con la barba incolta e i capelli arruffati. La gente lo temeva e in genere lo evitava. Adesso, come se non bastasse, aveva anche un livido recente sulla fronte. Jack fu, dunque, molto sorpreso di aver trovato un passaggio in soli tre minuti.
E anche che l’autista fosse una donna. Esisteva una sorta di graduatoria delle probabilità, basata su una valutazione inconscia del rischio, in cima alla quale vi era il caso della ragazza giovane che otteneva un passaggio da un uomo più anziano. Ma anche in tale circostanza fare l’autostop stava diventando sempre più difficile, a causa di alcune piccole delinquenti che minacciavano di denunciare l’anziano guidatore per molestie sessuali se non avesse dato loro una certa somma di denaro. In ogni modo, tra i casi meno probabili vi era proprio quello di un individuo corpulento e trasandato che otteneva un passaggio da una donna esile in un costoso coupé. Eppure, era accaduto. Dopo soli tre minuti.
Reacher si stava allontanando a passo svelto dal motel in direzione sud-ovest, stordito dal calore, ormai quasi indistinguibile nelle ombre frastagliate del mattino, il pollice sollevato, quando lei gli si fermò accanto con un liquido sibilare di pneumatici sull’asfalto caldo. Era un’auto grande e bianca, e il sole riflesso sul tetto quasi lo accecò. Jack si voltò con gli occhi socchiusi e la donna abbassò il finestrino dalla parte del passeggero. Sette e quarantadue di venerdì mattina.
«Dov’è diretto?» gli chiese, come fosse una taxista e non una privata cittadina.
«Da qualsiasi parte lei vada», rispose lui.
Si pentì all’istante di quelle parole. Era una risposta piuttosto stupida, perché non avere una destinazione precisa di solito peggiora la situazione: la gente può pensare che sei un vagabondo e insospettirsi, oltre che preoccuparsi di non riuscire più a liberarsi di te. Temere che tu voglia arrivare fino a casa loro. Eppure, quella donna si limitò ad annuire.
«Va bene. Io vado a sud, oltre Pecos.»
Reacher rimase un istante in silenzio, sorpreso. Lei era china, il viso rivolto verso l’alto e lo guardava attraverso il finestrino.
«Splendido», affermò Jack.
Poi scese dal marciapiede, aprì la portiera e salì in auto. L’abitacolo era gelido; l’aria condizionata era al massimo e il sedile di pelle sembrava un blocco di ghiaccio. La donna alzò il finestrino premendo il pulsante al suo fianco mentre Jack richiudeva la portiera.
«Grazie», esclamò. «Non sa quanto apprezzi il suo gesto.»
Lei non replicò. Si limitò a fare un cenno con la mano come per invitarlo a lasciar perdere e protese il collo per controllare la strada alle sue spalle. Ognuno ha le sue ragioni per offrire passaggi, e sono tutte diverse. Qualcuno ha fatto l’autostoppista quand’era giovane e, adesso che non ne ha più bisogno, desidera restituire il favore. Quasi fosse un circolo virtuoso. Altri sono caritatevoli per natura, altri ancora si sentono semplicemente soli e desiderano chiacchierare un po’.
Se era quello il suo scopo, la donna tuttavia non dimostrò nessuna fretta nell’avviare una conversazione. Attese che passassero due camion lenti e rumorosi, poi si mise in carreggiata senza dire una parola. Reacher si guardò intorno nell’abitacolo. Era una Cadillac a due porte, lunga come una barca, di gran classe; doveva avere un paio d’anni, ma era pulita come uno specchio. La pelle dei sedili era color avorio e i vetri avevano la stessa tonalità di una bottiglia vuota di vino francese. Sul sedile posteriore notò una borsetta e una valigetta ventiquattrore. La prima era anonima, di colore nero, forse di plastica; la seconda era di pelle conciata, di quei materiali che sembrano già vecchi al momento dell’acquisto. La cerniera era aperta e s’intravedevano numerosi documenti piegati, simili a quelli che si trovano negli uffici degli avvocati.
«Sposti il sedile indietro, se vuole», lo invitò la donna. «Si metta pure comodo.»
«Grazie», disse Reacher.
Sulla portiera notò alcuni pulsanti di forma circolare. Armeggiò per un istante e un meccanismo silenzioso trascinò il sedile all’indietro reclinando il poggiatesta. Poi Jack abbassò lo schienale, tanto da non farsi notare dall’esterno. I meccanismi emisero un lieve ronzio; era come essere seduti sulla poltrona del dentista.
«Mi sembra vada meglio», osservò la donna. «Così ha più spazio.»
Il suo sedile era quasi incollato al volante, dato che non era molto alta. Reacher si girò un po’ in modo da poterla guardare senza fissarla direttamente. Era piccola e snella, colorito scuro e lineamenti delicati. Una personcina graziosa, di circa cinquanta chili, sui trent’anni. Capelli neri, lunghi e ondulati, occhi scuri e piccoli denti bianchi, rivelati da un sorriso teso, appena accennato. Messicana, pensò Jack, ma non quel tipo di messicana che attraversa a nuoto il Rio Grande in cerca di una vita migliore, no, gli antenati di quella donna avevano senz’altro condotto un’esistenza agiata per centinaia d’anni; lo si capiva dai geni. Gli ricordava una sorta di regina azteca. Indossava un vestito semplice di cotone, con motivi stampati appena visibili. Non era sfarzoso, ma sembrava di buona fattura; era sbracciato e le arrivava al ginocchio. Braccia e gambe erano scure e lisce, come se fossero state lucidate.
«Allora, dov’è diretto?» gli domandò lei. Rimase un istante in silenzio e sorrise. «No, questo gliel’ho già chiesto. E mi è sembrato un po’ confuso.»
Aveva un accento americano puro, forse più dell’Ovest che del Sud. Guidava tenendo entrambe le mani sul volante e Reacher notò gli anelli alle dita. Una fede nuziale sottile e un anello di platino con un grosso diamante.
«Ovunque», rispose Jack. «Ovunque mi portino le mie gambe.»
Lei sorrise ancora. «Sta scappando da qualcosa? Ho per caso caricato un pericoloso fuggiasco?»
Il sorriso significava che non era una domanda seria, eppure Jack pensò che avrebbe dovuto esserlo. Date le circostanze, non era poi tanto inverosimile. La donna stava correndo un rischio. Proprio quel genere di situazione che stava portando alla scomparsa dell’autostop.
«Sto esplorando», mormorò Reacher.
«Esplorando il Texas? Guardi che l’hanno già scoperto!»
«Da turista», continuò lui.
«Lei non ha l’aria di un turista. I turisti che vengono qui indossano tute di poliestere e arrivano in pullman.»
Sorrise ancora. Era bella quando sorrideva. Sembrava sicura e padrona di sé, nonché raffinata e molto elegante. Una donna messicana distinta, che indossava un vestito costoso, chiaramente a proprio agio anche quando doveva fare conversazione con un estraneo. E, per di più, a bordo di una Cadillac. All’improvviso Reacher prese piena coscienza delle proprie risposte laconiche, dei capelli arruffati, della barba incolta, della camicia macchiata, dei pantaloni kaki stropicciati. E del livido sulla fronte.
«Vive da queste parti?» le chiese, dal momento che prima aveva fatto riferimento ai turisti che vengono qui. Sentiva, inoltre, di dover dire qualcosa.
«Vivo a sud di Pecos», rispose lei. «A quasi quattrocento chilometri da qui. Gliel’ho detto, è là che sono diretta.»
«Non ci sono mai stato», replicò Jack.
Lei rimase in silenzio e fermò l’auto a un semaforo. Poi attraversò un ampio raccordo e procedette lungo la corsia di destra. Reacher guardò la sua coscia muoversi mentre pigiava il pedale dell’acceleratore. Il labbro inferiore era stretto fra i denti e gli occhi erano socchiusi. Era tesa per qualcosa, ma aveva la situazione sotto controllo.
«Allora, ha esplorato Lubbock?» gli chiese.
«Ho visto la statua di Buddy Holly.»
Jack la vide abbassare lo sguardo verso la radio, come se pensasse: A quest’uomo piace la musica, forse dovrei accenderla.
«Le piace Buddy Holly?» gli domandò.
«Non proprio», rispose lui. «Lo trovo un po’ noioso.»
La donna annuì. «Sono d’accordo. Penso che Ritchie Valens fosse migliore. Anche lui era di Lubbock.»
Reacher fece un cenno col capo. «L’ho visto nella Walk of Fame.»
«Quanto è rimasto a Lubbock?»
«Un giorno.»
«E adesso si sposta.»
«Questo è il programma.»
«Destinazione qualunque», continuò lei.
«Questo è il programma», ripeté Jack.
Oltrepassarono il confine cittadino, una piccola insegna di metallo in cima a un palo sul marciapiede. Reacher sorrise fra sé. CITY POLICE, aveva letto poco tempo prima sulla portiera dell’auto della polizia. Si voltò a guardare il pericolo scomparire alle sue spalle.
I due uomini sedevano sui sedili anteriori della Crown Victoria, quello alto e biondiccio al volante: aveva dato il cambio al collega. La donna era seduta dietro. Uscirono dal parcheggio del motel e presero velocità sull’Interstate 20, diretti a ovest, verso Fort Worth, lontano da Dallas. Nessuno dei tre parlò; il pensiero del vasto entroterra texano li opprimeva. Per prepararsi alla missione la donna aveva letto una guida, in cui si osservava che lo Stato rappresentava il sette per cento del territorio americano ed era più esteso di molti Paesi europei. La cosa non la stupì; tutti sapevano, da sempre, quanto fosse grande il Texas, non era una novità. Ma la guida precisava inoltre che attraversarlo da parte a parte era come andare da New York a Chicago. Tale informazione, sì, che aveva avuto un forte impatto. E sottolineava il fatto che stessero affrontando un viaggio tanto lungo solo per spostarsi da una località interna sconosciuta a un’altra.
L’auto era, tuttavia, silenziosa, fresca e comoda, ed era un luogo adatto per rilassarsi, come una stanza di motel. Avrebbero avuto un po’ di tempo da ammazzare, dopotutto.
La donna rallentò ed eseguì un’ampia svolta a destra, verso il New Mexico, poi, un chilometro e mezzo più avanti, girò a sinistra, verso sud e il Messico. Il suo vestito era un po’ stropicciato all’altezza della vita, come se l’indossasse per il secondo giorno di seguito e il suo profumo sottile si mescolava all’aria fredda che usciva dal climatizzatore.
«Vale la pena di vedere Pecan?» le chiese Reacher, per rompere il silenzio.
«Pecos», lo corresse lei.
«Giusto, Pecos.»
La donna alzò le spalle. «A me piace. È molto messicana, perciò mi trovo a mio agio.»
La sua mano si tese sul volante e Reacher vide i tendini sollevarsi sotto la pelle.
«Le piacciono i messicani?» gli chiese poi.
Jack alzò a sua volta le spalle. «Come potrebbe piacermi chiunque altro.»
«Lei non ama la gente?»
«Dipende.»
«Le piacciono i meloni?»
«Come tutta l’altra frutta.»
«Pecos produce i meloni più dolci di tutto il Texas», affermò la donna. «E perciò, secondo i suoi abitanti, del mondo intero. In luglio si tiene anche un rodeo, ma per quest’anno se l’è perso. E poco più a nord di Pecos c’è la contea di Loving. Ne ha mai sentito parlare?»
Jack scosse il capo. «Mai stato.»
«È la contea meno popolata di tutti gli Stati Uniti», continuò lei. «Be’, se si escludono alcuni luoghi dell’Alaska. Ma è anche quella col maggior reddito pro capite. La popolazione conta solo centodieci anime, ma vi sono quattrocentoventi pozzi petroliferi attivi.»
Reacher annuì. «Allora mi lasci a Pecos. Sembra un luogo divertente.»
«Era l’autentico Selvaggio West», esclamò lei. «Tanto tempo fa, naturalmente. La Texas and Pacific Railroad terminava laggiù, perciò c’erano saloon e tutto il resto. Era un postaccio. Oltre che una città, era anche un verbo: in passato significava ’sparare a qualcuno e gettarlo nel fiume’.»
«Lo fanno ancora?»
La donna sorrise. Un sorriso diverso, in cui l’eleganza lasciò spazio a una vena di malizia, che alleviò un po’ la sua tensione e la rese più affascinante.
«No, non come una volta», rispose.
«La sua famiglia è di Pecos?»
«No, californiana. Sono venuta nel Texas quando mi sono sposata.»
Continua a parlare, pensò Jack. Ti ha salvato il culo.
«È sposata da molto?» le domandò.
«Poco meno di sette anni.»
«La sua famiglia è in California da tanto?»
Lei rimase un istante in silenzio, poi sorrise nuovamente. «Più a lungo di qualsiasi californiano, questo è certo», rispose.
Si trovavano in mezzo a un territorio deserto e piatto e la donna lanciò l’auto silenziosa lungo la strada dritta. Il cielo caldo era tinto di verde bottiglia, per via del colore del parabrezza. La strumentazione sul cruscotto mostrava che, esternamente, c’erano quarantatré gradi, all’interno sedici.
«Lei è avvocato?» le chiese Reacher.
La donna rimase perplessa un momento, poi le venne in mente la valigetta e protese il collo per guardarla dallo specchietto.
«No», rispose. «Sono cliente di un avvocato.»
La conversazione tornò a languire. Lei sembrava nervosa, e Jack si sentiva in imbarazzo.
«E che altro è?» le domandò.
Un secondo di pausa e poi rispose. «La moglie e la madre di qualcuno. E la figlia e la sorella di qualcuno, credo. E allevo qualche cavallo. Tutto qui. E lei che cos’è?»
«Niente di particolare», mormorò Jack.
«Deve per forza essere qualcosa», insistette lei.
«Be’, ero alcune cose», ribatté. «Ero il figlio di qualcuno, il fratello di qualcuno e il fidanzato di qualcuno.»
«Era?»
«I miei genitori e mio fratello sono morti, la mia ragazza mi ha lasciato.»
Non c’è di che vantarsi, pensò Reacher. Lei rimase in silenzio.
«E non ho cavalli», aggiunse.
«Mi dispiace molto», esclamò la donna.
«Che non abbia cavalli?»
«No, che sia solo al mondo.»
«Acqua sotto i ponti», mormorò Jack. «Non è così male come sembra.»
«Non si sente solo?»
Reacher scrollò le spalle. «Mi piace stare solo.»
Qualche istante di silenzio. «Perché la sua fidanzata l’ha lasciata?»
«È andata a lavorare in Europa.»
«E lei non poteva seguirla?»
«Non credo lo volesse.»
«Capisco», mormorò. «Lei avrebbe voluto andarci?»
Jack rimase muto per un attimo. «Non esattamente, credo», rispose. «Sarebbe stato un po’ come trovare una sistemazione stabile.»
«E lei non la vuole?»
Reacher scosse il capo. «Due notti nello stesso motel mi fanno venire la pelle d’oca.»
«Per questo è rimasto solo un giorno a Lubbock», asserì la donna.
«E il prossimo a Pecos», aggiunse lui.
«E dopo?»
Jack sorrise. «Dopo non ne ho idea», affermò. «Ed è così che mi piace.»
La donna continuò a guidare, silenziosa come la sua auto.
«Allora sta scappando da qualcosa», esclamò d’un tratto, rompendo il silenzio. «Forse la sua vita è sempre stata sedentaria e ora vuole fuggire da quella particolare sensazione.»
Lui scosse di nuovo il capo. «No, in realtà è stato l’esatto contrario. Ho trascorso la vita nell’esercito, senza fissa dimora, e mi sono innamorato di quella particolare sensazione.»
«Capisco», mormorò la donna. «Si è abituato al caos, probabilmente.»
«Credo di sì.»
Trascorse un istante di silenzio. «Come fa una persona a stare nell’esercito per tutta la vita?»
«Anche mio padre lo ha fatto. Perciò io sono cresciuto nelle basi di tutto il mondo, dopodiché mi sono arruolato.»
«Ma ora ne è fuori.»
Reacher annuì. «Sono perfettamente addestrato, ma non ho un posto dove andare.»
Jack notò che la guidatrice stava riflettendo sulle sue parole. Vide la tensione ricomparirle sul volto, poi la donna diede gas, forse per un riflesso involontario. Jack aveva la sensazione che il suo interesse per lui stesse aumentando, come la velocità dell’auto.
La Ford costruisce le Crown Victoria nello stabilimento di St Thomas, in Canada, decine di migliaia all’anno, e quasi tutte vengono vendute ai dipartimenti di polizia, alle compagnie di taxi o alle agenzie di noleggio. Quasi nessuna ai privati cittadini. Lunghe e larghe, queste auto non hanno più molto mercato e, per i tradizionalisti che ancora ne vogliono una, la Ford produce allo stesso prezzo la Mercury Grand Marquis, identica alla Crown Vic, ma più elegante. Questo fa di una Crown Vic privata una macchina più rara di una Rolls-Royce rossa, e la reazione subliminale alla vista di una di esse, che non sia un taxi giallo o un’auto bianca e nera della polizia, è pensare che appartenga a un detective privato. O che sia una macchina governativa, di uno sceriffo federale, dell’FBI o dei servizi segreti, o magari un’auto di rappresentanza prestata a un coroner o a un capo dei vigili del fuoco di una grande città.
Questa è l’impressione ricavata dalla gente a livello subliminale, e vi sono diversi modi per alimentarla ulteriormente.
In aperta campagna, a metà strada per Abilene, l’uomo biondiccio uscì dall’autostrada e attraversò vasti campi e fitti boschi, fino a trovare una radura polverosa, a una quindicina di chilometri dal più vicino essere umano. Fermò l’auto, spense il motore e aprì il baule. L’uomo piccolo e scuro sollevò la valigia pesante e l’appoggiò a terra. La donna aprì la cerniera e porse un paio di targhe della Virginia all’uomo alto; questi prese un cacciavite dalla stessa valigia e rimosse le targhe del Texas, anteriore e posteriore, dopodiché avvitò le nuove. Il piccoletto staccò i copricerchioni di plastica da tutt’e quattro le ruote, lasciando in vista i cerchioni di metallo neri, economici, poi li impilò come piatti e li ripose nel baule. La donna estrasse quattro antenne radio dalla valigia, CB e componenti di telefonia cellulare acquistati per pochi dollari in un negozio di elettronica di Los Angeles. Le antenne cellulari si applicavano al finestrino posteriore con cuscinetti autoadesivi. La donna attese che chiudessero il baule e applicò le antenne CB sul cofano, mediante apposite basi magnetiche. Non erano collegate a nulla, ma facevano una gran scena.
Poi l’uomo più basso riprese il suo posto di guida, fece un’inversione a U fra la polvere e si diresse di nuovo verso l’autostrada, a velocità di crociera. Una Crown Vic, cerchioni d’acciaio, una foresta d’antenne, targa della Virginia. Forse un’auto dell’FBI, tre agenti a bordo, probabilmente in missione urgente.
«Che cosa faceva nell’esercito?» gli chiese la donna, con molta naturalezza.
«Il poliziotto», rispose Reacher.
«Nell’esercito ci sono poliziotti?»
«Certamente. Polizia militare. Sono come i poliziotti, ma sono interni all’esercito.»
«Non lo sapevo.»
Poi tacque ancora e rifletté a lungo. Sembrava eccitata.
«Le dispiace se le faccio qualche domanda?» riprese.
Reacher alzò le spalle. «Mi sta offrendo un passaggio.»
Lei annuì. «Non vorrei offenderla.»
«Sarebbe difficile, date le circostanze. Quarantatré gradi all’esterno, sedici all’interno.»
«Presto arriverà una tempesta. Deve arrivare, con temperature come queste.»
Jack scrutò il cielo davanti a sé. Era tinto di verde bottiglia dal parabrezza, ed era tanto chiaro da accecare.
«Non vedo nessun segno», affermò.
Lei sorrise ancora, fugacemente. «Posso chiederle dove vive?»
«In nessun luogo», rispose Reacher. «Mi sposto in continuazione.»
«Non ha una casa da qualche parte?»
Jack scosse il capo. «Ciò che possiedo lo può vedere.»
«Viaggia leggero», esclamò la donna.
«Più leggero che posso.»
Lei accennò un sorriso. «È disoccupato?» gli chiese.
Reacher annuì. «Di solito sì.»
«Era un buon poliziotto, nell’esercito?»
«Quanto bastava, credo. Mi hanno promosso maggiore, mi hanno anche conferito alcune medaglie.»
«Allora perché si è congedato?» chiese lei dopo una pausa.
Sembrava un colloquio. Per la concessione di un mutuo, o per un posto di lavoro.
«Esubero di personale», rispose. «La fine della guerra fredda: volevano un esercito più piccolo, meno uomini, e meno poliziotti necessari a sorvegliarli.»
Lei annuì. «Come in una città. Se la popolazione diminuisce, si riduce anche il dipartimento di polizia. Ha a che fare con gli stanziamenti. Tasse, e cose del genere.»
Jack non replicò.
«Io vivo in una cittadina», continuò la donna. «Echo, a sud di Pecos, come le ho detto. È un luogo solitario, per questo l’hanno chiamato Echo. Non perché si senta l’eco, come in una stanza vuota, no, il nome risale alla mitologia greca. Eco era una ninfa innamorata di Narciso; ma lui amava solo se stesso, allora la giovane si tormentò per il suo amore non corrisposto finché di lei non rimase che la voce. Ecco perché si chiama così. Ha pochi abitanti, ma è anche una contea. Una contea e un distretto amministrativo. Non è deserta quanto quella di Loving, ma non c’è un dipartimento di polizia. Solo lo sceriffo di contea.»
Qualcosa nella sua voce lo colpì. «Ed è un problema?» le chiese.
«È una contea molto bianca», spiegò lei. «Non è affatto come Pecos.»
«Quindi?»
«Quindi, in caso di difficoltà, si ritiene possano sorgere problemi.»
«E sono sorti problemi?»
La donna sorrise, lievemente imbarazzata. «Si vede che era un poliziotto», affermò. «Fa un sacco di domande. Ed ero io quella che voleva farle!»
Rimase in silenzio per un po’ e si limitò a guidare, le mani scure e aggraziate appena appoggiate sul volante, l’andatura veloce ma non eccessiva. Reacher armeggiò nuovamente con i pulsanti e spostò indietro il sedile di qualche centimetro. Osservò la sua compagna di viaggio con la coda dell’occhio. Era carina, ma preoccupata. Di lì a dieci anni avrebbe avuto la fronte solcata di rughe.
«Com’era la vita nell’esercito?» continuò lei.
«Diversa. Diversa dalla vita fuori dall’esercito.»
«Diversa in che senso?»
«Regole differenti, situazioni differenti. Era un mondo a sé. Con molte regole, ma poche leggi. Un po’ rozzo e incivile.»
«Come il Selvaggio West», suggerì la donna.
«Credo di sì», convenne Reacher. «Un milione di persone addestrate soprattutto per fare ciò che c’era bisogno di fare. Le regole venivano dopo.»
«Come il Selvaggio West», ripeté lei. «Credo le sarebbe piaciuto.»
Jack annuì. «In parte sì.»
Ci fu un attimo di silenzio. «Posso rivolgerle una domanda personale?»
«Prego.»
«Come si chiama?»
«Reacher», esclamò.
«È il nome? O il cognome?»
«La gente mi chiama semplicemente Reacher», asserì.
Un’altra pausa. «Posso farle ancora una domanda personale?»
Jack annuì.
«Ha ucciso qualcuno, Reacher? Nell’esercito, intendo.»
Annuì ancora. «Qualcuno.»
«L’esercito si basa su questo fondamentalmente, non è vero?» mormorò la donna.
«Credo di sì», ribatté Jack. «Fondamentalmente.»
L’abitacolo ripiombò nel silenzio. Era come se la donna stesse lottando con una decisione.
«Abbiamo un museo a Pecos», riprese lei dopo un po’. «Un museo sul Selvaggio West. Una parte è situata nel vecchio saloon, una parte nel vecchio hotel che sorge accanto. Sul retro c’è la tomba di Clay Allison. Ha mai sentito parlare di Clay Allison?»
Reacher scosse il capo.
«Lo chiamavano ’il Pistolero Gentiluomo’», continuò lei. «Andò in pensione, in realtà, ma poi fu investito da un carro di grano e morì per le ferite riportate. Lo seppellirono in quel luogo. C’è una bella lapide con scritto ROBERT CLAY ALLISON 1840-1887. Io l’ho vista. E c’è anche un’iscrizione che dice: MAI UCCISE UN UOMO CHE NON FOSSE NECESSARIO UCCIDERE. Che cosa ne pensa?»
«Credo sia un eccellente epitaffio», osservò Reacher.
«Nel museo è esposto anche un vecchio giornale», proseguì lei. «In una teca di vetro. Di Kansas City, credo, e contiene il suo necrologio: ’Certo è che molte delle sue spietate azioni erano a fin di bene, conformi a quello che per lui era il bene’.»
La Cadillac continuò il viaggio verso sud a velocità sostenuta.
«Un bel necrologio», mormorò Reacher.
«Lo pensa davvero?»
Jack annuì. «Uno dei migliori che si possano avere, probabilmente.»
«Lei ne vorrebbe uno del genere?»
«Be’, non adesso», rispose Reacher.
Lei sorrise di nuovo, a mo’ di scuse. «No», esclamò. «Certo che no. Ma a lei piacerebbe qualificarsi per un necrologio come quello? Se dovesse accadere, intendo?»
«Riesco a pensare a cose peggiori», rispose Reacher.
La donna rimase in silenzio.
«Vuole dirmi dove stiamo andando a parare?» domandò Jack.
«Parla della strada?» chiese lei nervosa.
«No, della conversazione.»
La donna continuò a guidare per qualche istante, poi sollevò il piede dal pedale dell’acceleratore e accostò. L’auto rallentò e si portò sul ciglio polveroso. Questo declinava in un fosso d’irrigazione asciutto e la macchina s’inclinò di parecchi gradi su un fianco. Lei mise in folle con un movimento delicato del polso e lasciò il motore e l’aria condizionata accesi.
«Mi chiamo Carmen Greer», si presentò. «E ho bisogno del suo aiuto.»