8
REACHER trovò Carmen in salotto. La luce era soffusa e l’aria densa e calda. Sedeva da sola al tavolo dipinto di rosso, la schiena perfettamente dritta, gli avambracci appoggiati alla superficie di legno e lo sguardo fisso e assente, concentrato su un punto del muro in cui non c’era nulla da vedere.
«Due volte. Mi sento beffata due volte. Prima avevo un anno, poi non più. Prima avevo quarantotto ore, adesso ventiquattro.»
«Puoi ancora andartene», mormorò Reacher.
«Mancano meno di ventiquattr’ore», ripeté. «Forse sedici. Farò colazione da sola, ma sarà a casa per pranzo.»
«Sedici ore bastano», ribatté Jack. «In sedici ore potresti arrivare ovunque.»
«Ellie si è già addormentata. Non posso svegliarla, metterla in auto e fuggire, per poi essere inseguita per sempre.»
Reacher non replicò.
«Cercherò di affrontare la situazione», continuò. «Un nuovo inizio. Ho intenzione di dire basta. Lo avvertirò che se mi mette ancora le mani addosso chiederò il divorzio. A qualsiasi costo. Non importa quanto ci vorrà.»
«Potrebbe essere una soluzione», convenne Jack.
«Lo pensi davvero?»
«Credo che ognuno possa fare qualunque cosa», rispose. «Se lo desidera intensamente.»
«Io lo voglio. Credimi, lo voglio sul serio.»
Carmen rimase un istante in silenzio. Reacher si guardò intorno nella quiete della stanza.
«Perché hanno dipinto tutto di rosso?» le chiese.
«Perché costava poco. Negli anni ’50 nessuno da queste parti voleva cose rosse, per via dei comunisti. Perciò la vernice rossa era quella che costava di meno.»
«Pensavo che a quei tempi fossero ricchi. Avevano il petrolio.»
«Erano ricchi. E lo sono ancora. Più ricchi di quanto tu immagini. Ma sono anche taccagni.»
Jack osservò i punti in cui il legno era visibile al di sotto della vernice passata cinquant’anni prima. «Si vede.»
Carmen annuì ancora, ma non parlò.
«L’ultima chance, Carmen. Potremmo andarcene, immediatamente. Non c’è nessuno che possa chiamare la polizia. Quando torneranno potremmo già essere dovunque tu voglia andare.»
«C’è Bobby.»
«Rimarrà nel fienile.»
«Sentirebbe l’auto.»
«Potremmo staccare il telefono.»
«Ci inseguirebbe. Potrebbe avvertire lo sceriffo entro due ore.»
«Potremmo mettere fuori uso tutti gli altri veicoli.»
«Ci potrebbe udire mentre lo facciamo.»
«Lo leghiamo. Potrei affogarlo nell’abbeveratoio dei cavalli.»
Lei sorrise, amaramente. «Ma non affogheresti Sloop.»
Reacher annuì. «Per modo di dire, intendo.»
Carmen rifletté un istante. Poi spinse indietro la sedia e si alzò. «Vieni, andiamo a vedere Ellie. È splendida quando dorme.»
La donna gli passò accanto e gli prese una mano fra le sue. Lo condusse attraverso la cucina e nel corridoio retrostante, e poi su per le scale, verso il rumore del ventilatore che girava lentamente. Percorsero infine il corridoio sino alla porta di Ellie. La donna l’aprì col piede e gli fece spazio in modo che lui potesse vedere l’interno della stanza.
Vi era una luce per la notte inserita in una presa in basso sulla parete, e il suo tenue bagliore arancione illuminava la bambina supina nel letto, le braccia sollevate intorno alla testa. Aveva scostato le lenzuola e la T-shirt con i coniglietti era un po’ sollevata, rivelando una striscia di pelle rosa e paffuta intorno alla vita. I capelli le ricadevano sul cuscino e le lunghe ciglia nere poggiavano sugli zigomi come ventagli. La bocca era lievemente schiusa.
«Ha sei anni e mezzo», sussurrò Carmen. «Ha bisogno di questo. Ha bisogno di un letto per conto suo, in una stanza per conto suo. Non posso farla vivere come una fuggiasca.»
Jack non replicò.
«Capisci?» gli chiese.
Reacher si strinse nelle spalle. In realtà non capiva. A sei anni e mezzo lui era vissuto esattamente come un fuggiasco. Come il resto della sua vita, dalla nascita fino al giorno prima. Si era spostato da una base all’altra, da un capo all’altro del mondo, spesso senza preavviso. Ricordava giorni in cui si alzava per andare a scuola e invece lo portavano su una pista d’atterraggio e, trenta ore dopo, si ritrovava dall’altra parte del pianeta. Entrava stanco e sconcertato in qualche bungalow scuro e dormiva su letti ancora sfatti. Il mattino seguente la madre gli comunicava in quale Paese si trovavano. In quale continente. Sempre che lo sapesse, poiché, talora, non ne era a conoscenza nemmeno lei. E tutto ciò non gli aveva causato alcun danno.
O forse sì.
«Spetta a te decidere, presumo», fu la sua risposta.
Carmen lo lasciò indietreggiare nel corridoio e chiuse la porta di Ellie alle sue spalle.
«Ora ti mostro dove ho nascosto la pistola. Mi dirai se approvi.»
Precedette Reacher lungo il corridoio. Il condizionatore era particolarmente rumoroso. Passarono sotto una ventola e un soffio d’aria lo investì. Era calda. Il vestito di Carmen oscillava a ogni passo; indossava scarpe col tacco, che la inducevano a contrarre i muscoli delle gambe e mettevano in evidenza i tendini nell’incavo del ginocchio. I capelli le ricadevano sulla schiena e si confondevano con i motivi neri sul tessuto rosso dell’abito. Svoltò a sinistra e poi a destra e passò sotto un arco. Un’altra scala portava al piano di sotto.
«Dove stiamo andando?» le chiese Reacher.
«In un’ala separata. È stata aggiunta in seguito. Dal nonno di Sloop, penso.»
Le scale conducevano in un corridoio lungo e stretto al piano terra, che partiva dall’edificio principale e terminava in una grande suite. Aveva le dimensioni di un piccolo appartamento. C’era una zona spogliatoio, un bagno spazioso, un salottino con un divano e due poltrone. Dietro il salotto si apriva un’ampia arcata e, dietro questa, una camera da letto.
«Eccoci.»
Carmen entrò nel salotto e lo condusse in camera da letto.
«Capisci cosa intendo?» gli domandò. «Siamo molto lontani da tutti. Nessuno ci sente. E io cerco di non gridare. Se lo faccio mi colpisce con maggior violenza.»
Reacher annuì e si guardò intorno. C’erano una finestra che dava a est, con numerosi insetti assiepati oltre la zanzariera, un letto a due piazze accanto a essa, due comodini laterali vicino alla testata, e una cassettiera alta fino al petto sulla parete opposta. Sembrava fosse stata costruita cent’anni prima, dal tronco di una quercia.
«Legnoferro del Texas», gli spiegò la donna. «È quello che si ottiene se si lasciano crescere i mesquite.»
«Avresti dovuto fare l’insegnante», osservò Reacher. «Hai sempre una risposta a tutto.»
Carmen abbozzò un sorriso. «Ci pensavo, quand’ero al college. Era una possibilità, allora. Nell’altra vita.»
La donna aprì il primo cassetto in alto a destra.
«Ho spostato la pistola. Ho seguito il tuo consiglio. Nel comodino accanto al letto era troppo in basso. Ellie avrebbe potuto trovarla. Qui è troppo alto per lei.»
Jack annuì e si avvicinò. Il cassetto era largo all’incirca sessanta centimetri e profondo quarantacinque. Dentro c’era la sua biancheria intima. La pistola era in cima alle sue cose, tutte perfettamente piegate, seriche, impalpabili e profumate. La finta madreperla dell’impugnatura sembrava al posto giusto lì dentro.
«Avresti potuto dirmi dov’era», disse Reacher. «Non c’era bisogno che me lo mostrassi.»
Carmen rimase un istante in silenzio. «Vorrà fare sesso, giusto?» mormorò poi.
Jack non rispose.
«È stato rinchiuso per un anno e mezzo», riprese. «Ma ho intenzione di rifiutare.»
Reacher tacque.
«È un diritto della donna, vero?» chiese lei. «Dire di no?»
«Certo che lo è», convenne Reacher.
«Anche se la donna è sposata?»
«Quasi dappertutto.»
Ci fu un’altra pausa.
«Ed è anche suo diritto dire di sì, non è vero?» insi stette.
«Idem.»
«A te direi di sì.»
«Non te lo sto chiedendo.»
Carmen rifletté. «Allora va bene se te lo chiedo io?»
Reacher la guardò negli occhi. «Dipende dalla ragione, credo.»
«Perché lo voglio. Voglio andare a letto con te.»
«Perché?»
«Onestamente? Solo perché mi va.»
«E poi?»
La donna alzò le spalle. «E voglio ferire un po’ Sloop, credo, in segreto. Nel mio cuore.»
Jack non replicò.
«Prima che torni a casa», sottolineò. «E perché Bobby pensa già che lo stiamo facendo. Perché essere accusati ingiustamente, senza essersi divertiti?»
Reacher non parlò.
«Voglio solo divertirmi un po’. Prima che ricominci tutto di nuovo.»
Silenzio.
«Niente secondi fini», aggiunse. «Non lo faccio perché cambi qualcosa. La tua decisione, intendo. Su Sloop.»
Reacher annuì. «Non cambierebbe nulla.»
Carmen distolse lo sguardo. «Allora, qual è la tua risposta?»
Jack osservò il suo profilo. Il volto era privo d’espressione. Era come se per lei si fossero esaurite tutte le possibilità, e tutto ciò che le rimaneva fosse l’istinto. Agli inizi della sua carriera, quando la minaccia di una guerra era ancora plausibile, la gente parlava di ciò che avrebbe fatto se il nemico avesse lanciato i missili. Fare del sesso era in assoluto la decisione numero uno. Un istinto universale. E lui adesso lo vedeva sul volto di lei: Carmen aveva udito l’allarme dei quattro minuti, e le sirene risuonavano forte nella sua testa.
«No», rispose.
La donna rimase a lungo in silenzio. «Almeno resterai con me?» gli domandò infine.
I killer si erano spostati di ottanta chilometri, avvicinandosi a Pecos nel cuore della notte. Lo avevano fatto di nascosto, qualche ora dopo aver prenotato una seconda notte nel loro primo motel. Era il metodo preferito dalla donna. Sei nomi falsi, due serie di registrazioni sovrapposte: la confusione che si sarebbe creata avrebbe fornito loro un margine di sicurezza.
Viaggiarono verso est sull’Interstate 10 fino a superare lo svincolo per la 20 e proseguirono per Fort Stockton finché non videro le insegne del primo gruppo di motel che servivano l’area del parco di Balmorhea. Quei motel erano abbastanza lontani dalle attrazioni turistiche da essere economici e anonimi, senza troppi lussi e personale di servizio, e nel contempo puliti e decorosi. Nonché pieni di persone esattamente uguali a loro. Proprio quello che la donna desiderava. Era un camaleonte e aveva sempre molto fiuto per i luoghi più adatti. Scelse il secondo motel che incontrarono, e mandò l’uomo basso e scuro a pagare due camere in contanti.
Reacher si svegliò sul sofà di Sloop Greer all’alba di domenica. Dietro di lui, sulla finestra affacciata a est, gli insetti notturni erano svaniti e il cielo era luminoso. Le lenzuola del letto erano umide e spiegazzate. Carmen si era alzata. Udì l’acqua della doccia scorrere in bagno e sentì un profumo di caffè.
Si alzò dal divano e si stirò. Camminò fino all’arco della stanza da letto. Vide i vestiti di Carmen sul pavimento. Poi andò alla finestra e controllò il tempo. Nessun cambiamento. Il cielo era bianco d’afa. Tornò nel salottino. In un angolo c’era una credenza, sulla quale spiccava una piccola macchina per il caffè con accanto due tazze rovesciate e i rispettivi cucchiaini, come in un hotel. La porta del bagno era chiusa e, dietro di essa, l’acqua scrosciava rumorosamente. Jack si riempì una tazza di caffè e passeggiò nella zona spogliatoio. Notò due grosse cabine armadio, parallele, l’una di fianco all’altra. Ma non erano fatte per entrarci, erano solo lunghe nicchie profonde, schermate da porte scorrevoli a specchio.
Reacher aprì quella di sinistra. Era di Carmen. Era piena di vestiti allineati, di pantaloni appesi a grucce e di camicie. In basso una fila di scarpe. La richiuse e aprì quella accanto. Era di Sloop. Vide una decina di abiti, e file e file di pantaloni di cotone e di jeans. Gli scaffali di legno di cedro erano stipati di T-shirt ripiegate dentro involucri di plastica. Poi c’era una fila di cravatte e di cinture con fibbie stravaganti. Sul pavimento una serie di scarpe impolverate. Forse del numero quarantacinque. Jack passò la tazza nell’altra mano e scostò il lembo di un vestito in cerca dell’etichetta. Sarebbe stato adatto a un uomo di un metro e ottantotto di altezza e ottantacinque-novanta chili di peso. Dunque Sloop non era un tipo eccessivamente robusto. Non un gigante. Ma era trenta centimetri più alto della moglie e due volte il suo peso. Non proprio la coppia meglio assortita del mondo.
In cima a una pila di camicie c’era una fotografia incorniciata rivolta a faccia in giù. Reacher la rigirò. Era una stampa tredici per diciotto, a colori, fissata a un cartoncino crema e posta in una cornice di legno laccato. La foto mostrava tre ragazzi giovani, fra l’adolescenza e l’età adulta. Diciassette anni, forse diciotto. Erano vicini, appoggiati al parafango sporgente di un pick-up di vecchia generazione. Fissavano la macchina fotografica, forse appoggiata da qualche parte su una roccia, in attesa che s’innescasse l’autoscatto. Sembravano pieni di energia ed eccitazione. L’intera vita davanti, infinite possibilità di realizzazione. Uno di loro era Hack Walker, un po’ più magro, un po’ più muscoloso, qualche capello in più. Gli altri due dovevano essere Al Eugene e Sloop Greer. Ragazzotti adolescenti. Eugene era venti centimetri più basso di Sloop, piuttosto paffuto, mentre il marito di Carmen sembra una versione più giovane di Bobby.
Reacher udì chiudersi il rubinetto della doccia, perciò rimise la foto a posto e riaccostò la porta scorrevole. Poi tornò nella zona salotto. Un istante dopo si aprì la porta del bagno e Carmen uscì in una nuvola di vapore. Era avvolta in due asciugamani bianchi, uno intorno al corpo, l’altro a mo’ di turbante sopra la testa. Lui la guardò e rimase in silenzio, incerto su ciò che doveva dire.
«Buongiorno», esclamò la donna rompendo il silenzio.
«Anche a te», disse Reacher.
Carmen srotolò il turbante e scosse i capelli, che le ricaddero bagnati e sciolti sulle spalle.
«Purtroppo non lo è, vero?» mormorò lei. «’Buongiorno.’ È un giorno orribile.»
«Immagino», convenne Reacher.
«Forse sta uscendo ora dal cancello, in questo minuto esatto.»
Jack controllò l’orologio. Erano quasi le sette.
«Già», mormorò.
«Puoi usare la doccia se vuoi. Io devo andare da Ellie.»
«Va bene.»
Entrò in bagno. Era enorme, tutto fatto di marmo ricostituito dai toni giallo-oro. Era già entrato in un posto simile, a Las Vegas. Usò il gabinetto, si sciacquò la bocca al lavandino, si tolse i vestiti ed entrò nel box. Era di vetro color bronzo, enorme. Sopra di lui vi era un bocchettone della doccia grande quanto un copricerchione e tutt’intorno tubi verticali muniti di fori per l’acqua, puntati verso il centro. Jack aprì il rubinetto e si udì un gran gorgoglio. Poi un diluvio d’acqua calda lo colpì da ogni direzione. Sembrava di stare sotto le cascate del Niagara. I getti laterali cominciarono ad alternare acqua calda e fredda e Reacher non riuscì nemmeno più a udire i suoi pensieri. Si lavò più rapidamente che poté, s’insaponò i capelli, si risciacquò e chiuse il rubinetto.
Prese un asciugamano pulito da una pila e si asciugò per quanto gli fu possibile con quell’umidità. Si avvolse nella salvietta e tornò nella zona spogliatoio. Carmen si stava abbottonando una camicia bianca, sopra un paio di pantaloni dello stesso colore. Indossava gioielli d’oro. La pelle appariva più scura per il contrasto e i capelli lucidi si stavano già arricciando nella calura.
«Ci hai messo poco», osservò.
«Dannata doccia», esclamò Reacher.
«L’ha scelta Sloop. Io la odio. C’è troppa acqua, quasi non si respira.»
Carmen chiuse l’armadio e si girò a destra e a sinistra per esaminare il suo riflesso nella porta a specchio.
«Stai benissimo», dichiarò Jack.
«Sembro abbastanza messicana? Con i vestiti bianchi?»
Reacher non rispose.
«Niente jeans oggi. Sono stanca di tentare di apparire come se fossi una cowgirl nata ad Amarillo.»
«Stai bene», le ripeté.
«Sette ore», rifletté Carmen. «Sei ore e mezzo, se Hack guida veloce.»
Reacher annuì. «Vado a cercare Bobby.»
La donna si alzò sulle punte e lo baciò sulla guancia. «Grazie per essere rimasto», mormorò. «Mi ha aiutato.»
Lui rimase in silenzio.
«Raggiungici per la colazione. Tra venti minuti», disse Carmen.
Poi uscì lentamente dalla stanza e andò a svegliare la figlia.
Reacher si vestì e trovò un’altra uscita. Quella casa era un immenso labirinto. Uscì da un salotto che non aveva mai visto prima, e si ritrovò nell’atrio con lo specchio e i fucili. Aprì la porta d’ingresso e uscì sulla veranda. Faceva già caldo. Il sole stava spuntando alla sua destra e iniziava a formare le prime ombre, che facevano sembrare il cortile butterato e accidentato.
S’incamminò verso il fienile ed entrò. Il caldo e l’odore erano più pungenti che mai, e i cavalli erano già svegli e irrequieti. Ma le stalle erano pulite. C’era l’acqua e le mangiatoie erano state riempite. Trovò Bobby addormentato in un box vuoto, adagiato su un letto di paglia pulita.
«Fuori dal letto, fratellino», gli gridò.
Bobby si stirò e si mise a sedere, incerto di dove si trovasse e perché. Poi ricordò, e si tese, pieno di risentimento. Aveva i vestiti sporchi e fili di paglia attaccati ovunque.
«Dormito bene?» chiese Reacher.
«Presto torneranno. E poi cosa pensi che accadrà?»
Reacher sorrise. «Credi che abbia intenzione di dir loro che ti ho fatto pulire il fienile e dormire sul fieno?»
«Non potresti.»
«No, suppongo di no», convenne Jack. «Hai forse intenzione di dirglielo tu?»
Bobby non rispose. Reacher sorrise nuovamente.
«No, non credo lo farai. Perciò rimani qui fino a mezzogiorno, poi ti lascerò rientrare in casa a pulirti per il grande evento.»
«E la colazione?»
«Non la fai.»
«Ma ho fame.»
«Allora mangia il cibo per cavalli. Sembra che, in fondo, ce ne siano ancora molti sacchi.»
Reacher entrò in cucina e trovò la cameriera che preparava il caffè e riscaldava una padella.
«Pancake», annunciò. «Le dovrà bastare. Vogliono un pranzo sontuoso, perciò avrò molto da fare stamattina.»
«I pancake andranno benissimo», commentò Jack.
Entrò nel salotto silenzioso e si mise in ascolto dei rumori al piano di sopra. Ellie e Carmen stavano di certo camminando da qualche parte, ma non si udiva nulla. Provò a pensare alla disposizione della casa nella sua testa, ma era troppo bizzarra per riuscirci. Evidentemente all’inizio era stata concepita come una semplice fattoria, poi era stata ampliata laddove necessario, ma senza alcuna logica.
La cameriera entrò con una pila di piatti. Quattro in tutto, con quattro set di posate e quattro tovaglioli impilati sopra.
«Suppongo che mangerete qui.»
Reacher annuì. «Bobby non c’è. Rimane nel fienile.»
«Perché?»
«Credo che uno dei cavalli stia male.»
«Allora dovrò portargliela, immagino», sbottò con una certa irritazione.
«Lo farò io», si offrì Reacher. «Lei è già troppo indaffarata.»
La seguì in cucina e la donna impilò i primi quattro pancake su un piatto. Aggiunse un po’ di burro e dello sciroppo d’acero. Reacher avvolse coltello e forchetta in un tovagliolo, prese il piatto e uscì nella calura. Trovò Bobby dove l’aveva lasciato. Se ne stava seduto, a far nulla.
«Che cos’è?» domandò.
«La colazione», rispose Jack. «Ho cambiato idea. Perché farai qualcosa per me.»
«Ah sì? E cosa?»
«Ci sarà una sorta di pranzo di ricevimento, per il ritorno di Sloop.»
Bobby annuì. «Credo di sì.»
«Bene, m’inviterai. Come tuo ospite. Come fossimo grandi amici.»
«Davvero?»
«Certamente. Se vuoi questi pancake, e se vuoi camminare senza stampelle per il resto della tua vita.»
Bobby tacque.
«Anche a cena», continuò Reacher. «Intesi?»
«Suo marito sta per tornare a casa, per Dio», esclamò Bobby. «È finita, no?»
«Stai saltando a conclusioni affrettate, Bobby. Non ho particolare interesse per Carmen. Voglio solo avvicinare Sloop. Gli devo parlare.»
«Di che cosa?»
«Tu fallo e basta, d’accordo?»
Bobby scrollò le spalle. «Come vuoi.»
Reacher gli porse il piatto e tornò in casa.
Carmen ed Ellie erano sedute al tavolo, l’una accanto all’altra. La bambina aveva i capelli bagnati per la doccia e indossava un vestitino di tela gialla a righe.
«Il mio papà torna a casa oggi», esclamò. «È per strada, proprio in questo momento.»
Reacher annuì. «Ho sentito.»
«Pensavo che fosse domani. Invece è oggi.»
Carmen stava guardando la parete, in silenzio. La cameriera portò i pancake su un vassoio e li servì, due per la bambina, tre per Carmen e quattro per Reacher. Poi riprese il vassoio e andò in cucina.
«Domani dovevo restare a casa da scuola», continuò Ellie. «Posso lo stesso?»
Carmen non rispose.
«Mamma? Posso lo stesso?»
La donna si voltò e guardò Reacher, come se lui le avesse parlato. Aveva lo sguardo assente. Gli ricordava tanto un suo conoscente che era andato dall’oculista, perché aveva problemi a leggere le scritte in piccolo. Il medico gli aveva diagnosticato un tumore della retina e aveva programmato un intervento per rimuovergli l’occhio il giorno seguente. Quell’uomo non aveva fatto altro che pensare all’indomani, quando sarebbe entrato in ospedale con due occhi e ne sarebbe uscito con uno. Quella certezza lo aveva logorato. L’attesa. La paura. Peggio che se fosse stato vittima di un incidente repentino con lo stesso risultato.
«Mamma? Posso?» chiese nuovamente Ellie.
«Credo di sì», rispose Carmen. «Cosa?»
«Mamma, non mi stai ascoltando. Sei agitata anche tu?»
«Sì», mentì la madre.
«Allora posso?»
«Sì», ripeté Carmen.
Ellie si concentrò sul piatto e mangiò come se stesse morendo di fame. Reacher sbocconcellò la sua colazione, guardando Carmen. La donna non mangiò nulla.
«Ora vado a vedere il mio pony», esclamò Ellie.
Scese rumorosamente dalla sedia e corse fuori dalla stanza come un piccolo uragano. Reacher udì la porta d’ingresso aprirsi e chiudersi e lo scalpiccio sui gradini della veranda. Terminò la colazione mentre Carmen teneva la forchetta a mezz’aria, come fosse incerta sul da farsi, o come se non ne avesse mai vista una prima d’allora.
«Gli parlerai?» chiese a Reacher.
«Certo», rispose.
«Credo debba sapere che non è più un segreto.»
«Sono d’accordo.»
«Lo guarderai in faccia? Quando gli parlerai, intendo.»
«Suppongo di sì», rispose.
«Bene. Dovresti. Perché hai occhi da pistolero. Forse uguali a quelli di Clay Allison. Dovresti fare in modo che ti guardi bene. Che veda cosa può accadergli.»
«Ne abbiamo già parlato», ribatté Jack.
«Lo so», mormorò la donna.
Poi Carmen si allontanò da sola e Reacher cercò di ammazzare il tempo. Era come l’attesa che precede un raid aereo. Uscì in veranda e guardò la strada oltre il cortile, in direzione nord. La seguì con lo sguardo fin dove iniziava la staccionata rossa e oltre, là dove scompariva sotto la curvatura terrestre. L’aria era ancora tersa, mattutina, e dall’asfalto non si levavano miraggi di calore. La strada era solo un lungo nastro polveroso, incorniciato da creste calcaree a ovest e dalle linee elettriche a est.
Reacher si voltò e andò a sedersi sul dondolo. Le catene scricchiolarono sotto il suo peso. Si mise di traverso, rivolto al cancello del ranch, una gamba sopra e una sul pavimento. Poi fece ciò che fa gran parte dei soldati in attesa dell’azione. Si addormentò.
Carmen lo svegliò forse un’ora più tardi. Gli toccò la spalla, Jack aprì gli occhi e la vide in piedi davanti a sé. Si era cambiata d’abito. Adesso indossava jeans attillati, una camicia a scacchi e un paio di stivali di pelle di lucertola, che facevano pendant con la cintura. Portava i capelli legati dietro la testa, sul volto una cipria chiara e ombretto blu.
«Ho cambiato idea. Non voglio che tu gli parli. Non ancora», dichiarò.
«Perché no?»
«Potresti farlo infuriare. Se sa che qualcun altro ne è a conoscenza.»
«Prima non la pensavi così.»
«Ci ho ripensato. Le cose potrebbero peggiorare, se esordiamo in quel modo. È meglio che gli parli prima io. Almeno all’inizio.»
«Sei sicura?»
Carmen annuì. «Lascia che gli parli io, per la prima volta.»
«Quando?»
«Stasera. Domani ti dirò com’è andata.»
Reacher si sedette e appoggiò entrambi i piedi a terra.
«Eri certa che domani avresti avuto il naso rotto», le rammentò.
«Credo sia meglio così», replicò lei.
«Perché hai cambiato i vestiti?»
«Questi vanno meglio. Non voglio provocarlo.»
«Sembri una cowgirl nata ad Amarillo.»
«A lui piaccio così.»
«E vestirti come ami in realtà è una provocazione?»
La donna fece una smorfia. Una faccia sconfitta, pensò Reacher.
«Non nasconderti, Carmen. Fermati e combatti.»
«Lo farò», dichiarò. «Stasera. Gli dirò che non ho più intenzione di subire.»
Reacher rimase in silenzio.
«Perciò oggi non parlargli, d’accordo?» ribadì.
Jack distolse lo sguardo. «Spetta a te decidere.»
«È meglio così.»
Carmen tornò in casa. Reacher fissò la strada in direzione nord. Da seduto riusciva a vederne più o meno un chilometro. Il caldo stava aumentando e con esso il luccichio dell’asfalto.
Un’ora più tardi lei lo svegliò di nuovo. Aveva indosso gli stessi vestiti, ma si era tolta il trucco.
«Tu credi che stia sbagliando», esordì Carmen.
Jack si sedette e si strofinò entrambe le mani sulla faccia, come per lavarsi. «Credo sarebbe meglio affrontare la cosa. Dovrebbe sapere che qualcun altro ne è a conoscenza. Se non io, allora la sua famiglia, forse.»
«Non posso dirlo ai Greer.»
«No, credo di no.»
«E allora che dovrei fare?»
«Dovresti lasciare che gli parli.»
«Non subito. Sarebbe peggio. Promettimi che non lo farai.»
Reacher annuì. «Sei tu a decidere. Ma promettimi anche tu una cosa, va bene? Parlagli stasera. Fallo. E, se inizia a picchiarti, esci dalla stanza e urla più che puoi finché non accorriamo. Fai crollare le pareti. Di’ che chiamino la polizia. Grida aiuto. Mettilo in imbarazzo. Questo almeno cambierà la dinamica.»
«Credi davvero?»
«Non può fingere che non stia accadendo nulla, non se tutti ti sentono.»
«Negherà tutto. Dirà che ho avuto un incubo.»
«Ma dentro di sé saprà che noi sappiamo.»
Carmen rifletté un istante.
«Promettimelo, Carmen», la incalzò. «Altrimenti gli parlerò io per primo.»
La donna rimase un momento in silenzio.
«Va bene, te lo prometto», dichiarò poi.
Reacher si riaccomodò sul dondolo e tentò di sonnecchiare per un’altra ora. Ma il suo orologio interno gli stava comunicando che il momento si avvicinava. Da quanto ricordava delle cartine del Texas, Abilene distava, probabilmente, meno di sette ore dalla contea di Echo. Forse sei, per un conducente che era procuratore distrettuale e membro dell’autorità giudiziaria, e perciò poco preoccupato di prendersi una multa per eccesso di velocità. Dunque, presumendo che Sloop fosse uscito alle sette senza ritardi, sarebbero potuti arrivare al ranch per l’una. E probabilmente sarebbe stato rilasciato senza contrattempi, poiché una prigione federale di minima sicurezza non aveva procedure complicate. Sarebbe bastato un visto sul registro e l’avrebbero lasciato libero.
Immaginò che fosse quasi mezzogiorno e guardò l’orologio per averne conferma. Mezzogiorno e un minuto. Vide Bobby uscire dal fienile e risalire la strada oltre l’autorimessa. Aveva in mano il piatto per la colazione, batteva le palpebre per il sole e camminava come se avesse le membra irrigidite. Attraversò il cortile e salì in veranda. Senza parlare. Entrò in casa e si richiuse la porta alle spalle.
Verso le dodici e trenta Ellie arrivò dalla direzione dei recinti. Il vestito giallo era tutto ricoperto di terra e di sabbia, come del resto i capelli, completamente arruffati, e la pelle era arrossata dal caldo.
«Sono stata a saltare. Faccio finta di essere un cavallo e giro intorno saltando gli ostacoli più veloce che posso.»
«Vieni qui», la invitò Reacher.
La bambina si avvicinò e lui le tolse la terra di dosso col palmo della mano.
«Forse dovresti rifare la doccia», concluse Jack. «Lavarti i capelli.»
«Perché?»
«Così sarai più bella per quando torna il tuo papà.»
«Va bene.»
«Fa’ in fretta.»
Lei lo guardò un istante, poi si voltò e corse in casa.
All’una meno un quarto Bobby uscì di casa. Si era lavato e indossava jeans e maglietta puliti. Ai piedi stivali d’alligatore, con la punta d’argento. In testa un altro cappellino rosso, la visiera al contrario e la scritta DIVISION SERIES 1999 su un lato.
«Hanno perso, giusto?» esclamò Reacher.
«Chi?»
«I Texas Rangers. Nella Division Series del 1999, con gli Yankees.»
«E allora?»
«E allora niente, Bobby.»
La porta d’ingresso si aprì di nuovo e ne uscirono Carmen ed Ellie, insieme. La donna era ancora vestita da cowgirl, e si era di nuovo truccata. Ellie indossava sempre il vestito giallo, spazzolato con maggior cura. Aveva i capelli umidi e legati in una coda con un fiocco. Carmen la teneva per mano e vacillava lievemente, come se le ginocchia stessero per cederle.
Reacher si alzò e le fece cenno di sedersi. Ellie le si arrampicò accanto. Nessuno parlò. Jack avanzò fino alla ringhiera della veranda e osservò la strada. Riusciva a vedere fin dove i cavi dell’energia elettrica scomparivano nella foschia. Forse dieci chilometri a nord. Forse quindici. Era difficile stabilirlo con certezza.
Era riparato dall’ombra della veranda, e il mondo era bianco e incandescente davanti a lui. Vide un pennacchio di polvere alla destra del suo campo visivo. Si sollevava nella foschia, rimaneva un istante sospeso e si spostava lentamente verso est, come se una lieve brezza desertica lo avesse catturato e lo sospingesse verso la terra dei Greer. La nuvola crebbe finché Reacher non riuscì a scorgere una sagoma. Si trattava di una lunga lacrima di polvere gialla, che si alzava e si abbassava, spostandosi a destra e a sinistra con le curve della strada. Poi si allungò fino a misurare all’incirca un chilometro, formandosi e riformandosi più volte prima di avvicinarsi a sufficienza perché Reacher scorgesse davanti a essa la Lincoln verde lime. Spuntò da una curva, scintillò nella caligine e rallentò nel punto in cui il filo spinato lasciava il posto alla staccionata rossa. Sembrava impolverata, esausta, provata dal viaggio. Frenò bruscamente prima del cancello e il muso si abbassò per la compressione delle sospensioni. D’un tratto svoltò, mentre il cono di polvere dietro di essa proseguì dritto verso sud, come se fosse stato colto di sorpresa dal repentino cambio di direzione.
Si udì lo scricchiolio della terra e della ghiaia e il sole brillò una volta sul parabrezza, quando l’auto terminò la curva. Nell’abitacolo si videro chiaramente tre figure. Hack Walker era al volante e Rusty Greer sul sedile posteriore. Accanto al conducente si scorgeva un uomo grosso e pallido. Aveva i capelli chiari e una camicia blu tinta unita. Stava protendendo il collo, per guardarsi in giro, e aveva un ampio sorriso sul volto. Sloop Greer tornava a casa.