14
ALICE attraversò lentamente il pavimento piastrellato.
«Che cosa non quadra?» domandò.
«Dimmi cosa vedi.»
L’avvocato spostò lo sguardo sul cadavere come se tale gesto richiedesse uno sforzo fisico.
«Spari in fronte», rispose. «Due.»
«Che distanza c’è fra l’uno e l’altro?»
«Forse sette centimetri.»
«Cos’altro vedi?»
«Nulla.»
Jack annuì. «Esattamente.»
«E allora?»
«Guarda più da vicino. I fori sono netti, giusto?»
Alice si avvicinò di un passo al cadavere e si chinò un po’.
«Così sembra», asserì.
«Questo implica qualcosa», dichiarò Jack. «In primo luogo, che non sono ferite da contatto. Una ferita da contatto si verifica quando appoggi direttamente la bocca dell’arma contro la fronte. Sai cosa accade in tal caso?»
La ragazza scosse il capo senza rispondere.
«La prima cosa che esce dalla canna è un’esplosione di gas bollente. Se la bocca fosse stata premuta contro la fronte, il gas sarebbe penetrato sotto pelle e non sarebbe potuto andare oltre per via dell’osso. Perciò sarebbe ritornato fuori e si sarebbe formato un grosso foro a forma di stella. Come quelle marine. Giusto, dottore?»
Il patologo annuì. «’Ferita a stella’, la chiamiamo noi.»
«Qui manca», riprese Reacher. «Perciò non c’è stato contatto. La seconda cosa che esce dalla canna è una fiamma. Se il colpo fosse stato sparato da molto vicino, da cinque o sette centimetri, ma non a bruciapelo, troveremmo una bruciatura sulla cute. Una piccola scottatura circolare.»
«Orlo da ustione», suggerì il patologo.
«E anche quello non c’è», fece notare Jack. «La terza cosa che fuoriesce è la fuliggine. Una sostanza nera che imbratta. Perciò, se l’arma fosse stata distante quindici o venti centimetri, sulla fronte si vedrebbe un po’ di fuliggine. Forse una macchia di un paio di centimetri. Ma non c’è nemmeno quella.»
«E quindi?» chiese Alice.
«La cosa successiva che fuoriesce sono particelle di polvere nera», continuò Reacher. «Un po’ di carbone non bruciato. Nessuna polvere pirica è perfetta, c’è sempre una parte che non brucia e viene espulsa, a mo’ di spray. Le particelle s’insinuano sotto la pelle, come piccole macchioline nere. Il fenomeno è chiamato tattooing. Se i proiettili fossero stati sparati da trenta centimetri di distanza, o da quarantacinque, lo vedremmo. Tu lo vedi?»
«No», rispose la ragazza.
«Perfetto. Tutto ciò che si vede sono i fori dei proiettili. Nient’altro. Nessuna prova che suggerisca uno sparo da vicino. Dipende dall’esatta quantità di polvere nei bossoli, ma a me sembrano stati sparati da novanta centimetri o un metro, come minimo.»
«Due metri e sessanta centimetri», dichiarò il patologo. «Questa è la mia stima.»
Reacher lo guardò. «Ha verificato la polvere?»
L’uomo scosse il capo. «Tracciati della scena del delitto. Lui era dall’altra parte del letto. Il letto era vicino alla finestra, di lato gli offriva uno spazio di ottanta centimetri. È stato trovato accanto al comodino, vicino alla testata, contro la parete della finestra. Sappiamo che lei non era accanto al marito, altrimenti avremmo trovato tutti gli indizi che ha appena menzionato. Perciò la distanza più vicina cui si sarebbe potuta trovare è dall’altro lato del letto. Dalla parte dei piedi, probabilmente. Deve aver sparato in diagonale, in base alle traiettorie. Forse il marito stava retrocedendo più che poteva. Si tratta di un letto matrimoniale grande, forse di due metri e sessanta, considerando la diagonale.»
«Perfetto», esclamò Reacher. «È pronto a ripeterlo in tribunale?»
«Certo. E questo è solo un parametro minimo teorico. Avrebbe potuto essere anche più lontana.»
«Ma questo che cosa significa?» domandò Alice.
«Significa che non è stata Carmen», rispose Jack.
«Perché no?»
«Quant’è grande la fronte di un uomo? Dodici centimetri per cinque?»
«E allora?»
«Non è possibile che abbia colpito un bersaglio tanto piccolo da oltre due metri di distanza.»
«Come fai a saperlo?»
«Perché l’ho vista sparare, il giorno precedente. La prima volta in vita sua che premeva un grilletto. Era negata. Letteralmente incapace. Non avrebbe colpito la parete di un fienile da più di due metri. Le dissi che avrebbe dovuto appoggiargli la canna allo stomaco e svuotare il caricatore.»
«Le stai scavando la fossa», lo avvertì Alice. «Una testimonianza simile andrebbe taciuta.»
«Non è stata lei, Alice. Non avrebbe potuto.»
«Forse è stata fortunata.»
«Una volta, forse. Ma non due. Due volte significa colpi mirati. E sono vicini, orizzontalmente. Sloop avrebbe iniziato a cadere dopo il primo colpo e ciò significa che è stato uno sparo doppio, molto rapido. Bang bang, senza esitazioni. Roba da esperti.»
Alice rimase in silenzio per un secondo. «Forse fingeva», ribatté. «Quando ti ha detto che doveva imparare. Ti ha mentito su tutto il resto, d’altronde. Forse era una tiratrice esperta, ma faceva finta di non esserlo; perché voleva che lo facessi tu per lei. O per altre ragioni che non sappiamo.»
Reacher scosse il capo. «Non stava fingendo. Per una vita intera ho visto persone sparare. O sei capace o non sei capace. E, se lo sei, si vede. Non puoi nasconderlo. Non puoi disimparare.»
La donna non parlò.
«Non è stata Carmen», ripeté Jack. «Perfino io non ne sarei stato capace. Non con quel rottame che si è comprata. Non da quella distanza. Un colpo doppio alla testa? Chiunque sia stato spara meglio di me.»
Alice sorrise, debolmente. «Ed è raro?»
«Molto», rispose Jack, con disinvoltura.
«Ma ha confessato. Perché mai l’avrebbe fatto?»
«Non ne ho idea.»
Ellie non era certa di aver compreso bene. Si era nascosta sulle scale sopra l’atrio quando la nonna aveva aperto agli estranei. Aveva udito le parole «nuova famiglia». Capiva cosa intendessero, e sapeva già che aveva bisogno di una nuova famiglia. I Greer le avevano detto che il papà era morto e che la mamma era andata lontano e non sarebbe più tornata. E le avevano pure detto che non volevano tenerla con loro. Il che le andava anche bene. Nemmeno lei voleva restare. Erano cattivi. Avevano già venduto il pony, insieme con tutti gli altri cavalli. Era arrivato un camion e li aveva portati via quella mattina presto. Non aveva pianto. Sapeva in qualche modo che era stata una conseguenza di ciò che era accaduto. Niente più papà, niente più mamma, niente più pony, né cavalli. Tutto era cambiato, così era andata via insieme con gli estranei, perché non sapeva che altro fare.
Poi quei signori l’avevano fatta parlare al telefono con la mamma. La mamma aveva pianto, e alla fine le aveva detto: Sii felice con la tua nuova famiglia. Ma lei non capiva se gli estranei fossero la nuova famiglia o se la stessero solo portando dai nuovi genitori. E aveva paura a chiederlo. Perciò rimase in silenzio. Le doleva il dorso della mano, dove se l’era messa in bocca.
«È un vespaio», esclamò Hack Walker. «Sapete cosa voglio dire? Meglio non sollevarlo. Le cose potrebbero sfuggirci di mano con molta rapidità.»
Erano di nuovo nell’ufficio del procuratore. C’erano almeno venti gradi in più rispetto all’obitorio, e stavano sudando copiosamente.
«Capite?» insistette Walker. «Peggiora ulteriormente le cose.»
«Lo crede davvero?» gli domandò Alice.
Hack annuì. «Intorbida le acque. Poniamo il caso che Reacher abbia ragione, il che è una forzatura, perché la sua è solo un’opinione molto soggettiva. Sta facendo congetture. E le sue congetture su cosa si basano, esattamente? Su un’impressione che Carmen ha scelto di dare in primo luogo, ossia che non sapeva sparare; ma noi sappiamo già che ogni altra impressione che ha scelto di fornirgli in primo luogo era fasulla, dall’inizio alla fine. Ma supponiamo che abbia ragione, solo nell’interesse della discussione. Che cosa significherebbe?»
«Già, che cosa?»
«Un complotto, ecco cosa. Sappiamo che ha cercato di procurarsi l’appoggio di Reacher. Ora voi sostenete che vi sia coinvolto qualcun altro. Carmen contatta un’altra persona, le dice di venire al ranch, in un determinato luogo e a una determinata ora, la informa di dove tiene la pistola, questa persona si fa viva, prende l’arma e agisce. Se è accaduto in quel modo, ha ordito un complotto per commettere un omicidio per denaro. Ha ingaggiato un killer, a sangue freddo. Se scegliamo questa strada, sarà condannata all’iniezione letale. Perché un quadro simile appare ben peggiore di un’azione solitaria, credetemi. Al confronto un’azione solitaria sembra quasi benevola. Può essere vista come un crimine commesso sul momento, capite? Se lasciamo tutto com’è, insieme con la dichiarazione di colpevolezza, sarò felice di chiedere l’ergastolo. Ma, se cominciamo a parlare di complotto, allora saranno dolori, e lei finirà nel braccio della morte.»
Alice non replicò.
«Capite, dunque, quello che intendo?» incalzò Walker. «Non c’è un vantaggio netto. Anzi otterremmo l’effetto opposto. Le renderemmo tutto più complicato. Inoltre, ha già detto di aver fatto tutto da sola. E le credo. Ma, se non è così, allora la sua confessione era una menzogna calcolata, ideata per salvarsi la pelle, perché sapeva che un complotto sarebbe apparso come un crimine più grave. E noi avremmo dovuto agire di conseguenza. Non ci saremmo potuti passare sopra, poiché altrimenti saremmo stati presi per idioti.»
Alice non parlò. Reacher si limitò ad alzare le spalle.
«Perciò lasciamo perdere», concluse Walker. «Questo è il mio suggerimento. Se ciò l’aiutasse, lo terrei in considerazione. Ma non è così. Quindi dovremmo lasciare le cose come stanno. Per il suo bene.»
«E per il bene della sua candidatura», aggiunse Reacher.
Hack annuì. «Questo non ve lo nascondo.»
«È contento di lasciare tutto com’è?» gli chiese la donna. «Come procuratore? Qualcuno potrebbe farla franca.»
Walker scosse il capo. «Se fosse accaduto ciò che pensa Reacher. Se, se, se. ’Se’ è una parola grossa. Devo dire che mi sembra molto improbabile. Credetemi, sono un procuratore che ama il suo mestiere, ma non vorrei costruire un caso, e sprecare il tempo di una giuria, su un’opinione puramente soggettiva riguardo a quanto brava sia una persona a sparare. Soprattutto se questa è una bugiarda patentata come Carmen. Per quello che ne sappiamo, potrebbe aver iniziato a sparare da piccola. Una bambina di strada di un barrio di Los Angeles: di certo una giuria del Texas rurale non si farebbe problemi a crederlo.»
Jack tacque e Alice annuì.
«Va bene», fece la donna. «In ogni caso, io non sono il suo avvocato.»
«Cosa farebbe se lo fosse?»
Lei si strinse nelle spalle. «Mollerei tutto, probabilmente. Come sostiene lei, la storia del complotto non l’aiuterebbe.»
Alice si alzò, pian piano, come se le costasse immensa fatica in quel caldo. Picchiettò la spalla di Reacher. Con lo sguardo gli disse: Che cosa possiamo farci? e si avviò verso la porta. Jack si alzò e la seguì. Walker non parlò. Li osservò a lungo e poi abbassò lo sguardo sulla vecchia foto dei tre ragazzi appoggiati al paraurti del pick-up.
Attraversarono insieme la strada e raggiunsero la stazione dei pullman. Distava cinquanta metri dal tribunale, cinquanta metri dallo studio legale. Era una stazione piccola e quieta. Di pullman, nemmeno l’ombra. Solo una distesa d’asfalto macchiato di gasolio e fiancheggiata da panchine, protette dal sole pomeridiano da piccole tettoie in fibra di vetro bianca. Da un lato c’era un ufficio minuscolo, esternamente tappezzato dalle tabelle con gli orari. Il condizionatore incassato nella parete funzionava a pieno ritmo. All’interno, seduta su uno sgabello alto, una donna leggeva una rivista.
«Walker ha ragione, lo sai», mormorò Alice. «Le sta facendo un favore. È una causa persa.»
Reacher non replicò.
«Dove andrai?» gli chiese.
«Dovunque mi porti il primo bus in partenza. Questa è la mia regola.»
Rimasero in piedi a leggere gli orari. La corsa successiva era per Topeka, Kansas, via Oklahoma City. Il pullman sarebbe giunto da Phoenix, Arizona, di lì a mezz’ora, dopo aver compiuto una curva lunga e lenta, in senso antiorario.
«Sei mai stato a Topeka?» gli chiese.
«Sono stato a Leavenworth. Non è lontano.»
Jack bussò al vetro e la donna gli vendette un biglietto di sola andata, che lui si mise accuratamente in tasca.
«Buona fortuna, Alice. Fra quattro anni e mezzo ti cercherò sulle Pagine Gialle.»
Lei sorrise. «Abbi cura di te, Reacher.»
Rimase immobile un istante, come se stesse decidendo se abbracciarlo o baciarlo sulla guancia, o andarsene semplicemente. Poi gli sorrise ancora e si allontanò. Lui la guardò fino a perderla di vista. Dopodiché cercò la panca più all’ombra e si sedette ad aspettare.
Non ne era ancora sicura. L’avevano portata in un luogo molto bello, simile a una casa, con letti e tutto il resto. Perciò, forse, quella era la sua nuova famiglia. Eppure, non sembravano una famiglia ed erano molto occupati. Ricordavano un po’ dei dottori. Erano gentili con lei, ma molto occupati, a fare cose che lei non comprendeva. Come nello studio di un dottore. Forse erano davvero dottori. Forse sapevano che era turbata, e volevano farla sentire meglio. Rifletté a lungo, poi si decise a chiederlo.
«Siete dottori?»
«No», le risposero.
«Siete la mia nuova famiglia?»
«No», ripeterono. «Presto andrai dalla tua nuova famiglia.»
«Quando?»
«Tra pochi giorni, d’accordo? Ma per adesso starai con noi.»
Ellie pensò che avessero davvero molto da fare.
Il pullman arrivò più o meno puntuale. Era un grosso Greyhound, impolverato, avvolto da una nube di gasolio, che emetteva sbuffi di calore dalle griglie dell’aria condizionata. Si fermò a sei metri da lui e l’autista lasciò acceso il motore rumoroso, che faceva tremare tutto il veicolo. Le porte si aprirono e scesero tre persone. Jack si alzò, lo raggiunse e salì. Era l’unico passeggero in partenza e il conducente gli ritirò il biglietto.
«Due minuti, va bene?» fece l’uomo. «Devo fare un salto alla toilette.»
Reacher annuì e rimase in silenzio. Si trascinò lungo il corridoio dell’autobus e cercò due sedili vuoti. Li trovò sul lato sinistro, che sarebbe stato in battuta di sole per tutto il viaggio fino ad Abilene, quando il veicolo avrebbe curvato verso nord. Ma i finestrini erano di colore blu scuro e l’aria era fredda, perciò immaginò che non avrebbe avuto problemi. Si sedette di lato. Si distese e appoggiò la testa contro il vetro. Gli otto bossoli che aveva in tasca gli premevano fastidiosamente contro la coscia. Si sollevò e li spostò dall’esterno. Poi li estrasse e li soppesò nel palmo della mano, come fossero dadi. Erano caldi ed emisero un suono sordo, metallico.
Abilene, pensò.
L’autista risalì sul pullman, ritrasse la scaletta e guardò da entrambi i lati, come un vecchio ferroviere. Poi si sedette al posto di guida e la porta si richiuse alle sue spalle.
«Aspetti», gridò Reacher.
Si alzò e corse lungo il corridoio.
«Ho cambiato idea. Scendo.»
«Le ho già strappato il biglietto. Se vuole un rimborso, dovrà inoltrare la richiesta per posta», lo informò l’autista.
«Non voglio rimborsi», replicò Jack. «Mi lasci soltanto scendere, d’accordo?»
L’uomo lo guardò perplesso, ma azionò il meccanismo e le porte si aprirono con un sibilo. Reacher scese nella calura e si allontanò. Udì il veicolo avviarsi alle sue spalle e svoltare a destra, là dove lui aveva girato a sinistra, poi ascoltò il rumore affievolirsi e morire in lontananza. Reacher proseguì sino all’ufficio legale. La giornata lavorativa era terminata e il locale era di nuovo affollato di persone preoccupate ma silenziose; alcune stavano parlando con gli avvocati, altre attendevano il loro turno. Alice era alla scrivania in fondo, e stava conversando con una donna che teneva un bambino in braccio. La ragazza sollevò lo sguardo, sorpresa.
«Il pullman non è arrivato?» chiese.
«Devo rivolgerti una domanda legale.»
«È rapida?»
Lui annuì. «Per la legge, se qualcuno racconta un crimine a un avvocato, fino a che punto i poliziotti possono fare pressione sull’avvocato per conoscere i dettagli?»
«Si tratterebbe di informazioni riservate», rispose Alice. «Fra il cliente e l’avvocato. I poliziotti non potrebbero fare nessuna pressione.»
«Posso usare il tuo telefono?»
Alice rimase un attimo perplessa, poi si strinse nelle spalle. «Certo. Fa’ pure.»
Jack prese una sedia e la trascinò accanto alla sua, dietro la scrivania.
«Hai l’elenco di Abilene?» le chiese.
«Ultimo cassetto. C’è tutto il Texas.»
La ragazza si voltò nuovamente verso la donna col bambino e riprese la conversazione in spagnolo. Reacher aprì il cassetto e trovò l’elenco giusto. Una delle prime pagine recava tutti i servizi d’emergenza, scritti a grandi lettere. Compose il numero della polizia di Stato, ufficio di Abilene; rispose una donna e chiese se potesse aiutarlo.
«Ho alcune informazioni», dichiarò. «Su un crimine.»
La donna lo mise in attesa. Circa trenta secondi più tardi la chiamata fu passata a un’altra persona. I rumori di fondo sembravano quelli di un ufficio aperto: squillavano altri telefoni e si sentiva un brusio di voci tutt’intorno.
«Sergente Rodriguez», esclamò una voce.
«Ho informazioni su un crimine», ripeté Jack.
«Il suo nome, signore?»
«Chester A. Arthur», rispose Reacher. «Sono un avvocato della contea di Pecos.»
«Bene, signor Arthur, mi dica.»
«Avete trovato un’auto abbandonata a sud di Abilene venerdì scorso. Una Mercedes-Benz appartenente a un avvocato di nome Al Eugene. Attualmente è segnalato fra le persone scomparse.»
Si udì un rumore di dita su una tastiera.
«Sì», confermò Rodriguez. «Che cosa può dirmi?»
«Ho qui un cliente che afferma che Eugene è stato prelevato dalla sua auto e ucciso nei paraggi.»
«Qual è il nome del suo cliente, signore?»
«Questo, non posso dirglielo», rispose Jack. «Informazioni riservate. Il fatto è che non sono nemmeno sicuro se credergli. Ho bisogno che verifichiate la sua storia. Se ciò che dice ha senso, allora forse riuscirò a convincerlo a presentarsi.»
«Che cosa le ha detto?»
«Dice che Eugene è stato fermato e fatto salire su un’altra auto. L’hanno portato verso nord in un luogo nascosto, sul lato sinistro della strada, poi gli hanno sparato e hanno nascosto il cadavere.»
Alice aveva smesso di parlare e lo stava guardando di traverso.
«Perciò voglio che perlustriate la zona», dichiarò Reacher.
«L’abbiamo già fatto.»
«Con che raggio?»
«Immediate vicinanze.»
«No, il mio uomo afferma che sia accaduto due o tre chilometri più a nord. Dovete guardare sotto la vegetazione, nelle spaccature delle rocce, negli impianti di pompaggio, in ogni possibile nascondiglio. In un luogo vicino al punto in cui un veicolo può aver deviato dalla strada.»
«Due o tre chilometri dall’auto abbandonata?»
«Il mio cliente mi riferisce non meno di un chilometro e mezzo, e non più di tre.»
«Sulla sinistra?»
«È molto sicuro», rispose Reacher.
«Ha un numero di telefono?»
«La richiamo io», disse Jack. «Tra un’ora.»
Abbassò la cornetta. La donna col bambino se n’era andata. Alice lo stava ancora fissando.
«Che diamine...?» mormorò la ragazza.
«Ci saremmo dovuti concentrare prima su Eugene.»
«Perché?»
«Perché qual è l’unico fatto concreto che abbiamo?»
«Cosa intendi?»
«Carmen non ha sparato a Sloop, ecco cosa intendo.»
«Questa è un’opinione, non un fatto.»
«No, è un fatto, Alice. Credimi, queste cose, le so.»
L’avvocato scrollò le spalle. «Va bene, e allora?»
«Allora gli ha sparato qualcun altro. Il che solleva la domanda, perché? Sappiamo che Eugene è scomparso, e sappiamo che Sloop è morto. Erano connessi, avvocato e cliente. Perciò supponiamo che pure Al sia morto, non semplicemente scomparso, solo ai fini della discussione. I due lavoravano insieme a un accordo che serviva a scarcerare Sloop: era una questione grossa, poiché non è facile far uscire qualcuno. Le riduzioni delle pene non si distribuiscono come caramelle. Perciò doveva trattarsi di qualche informazione vitale, di qualcosa di molto prezioso. Guai grossi per qualcuno. Supponiamo che questo qualcuno li abbia tolti di mezzo entrambi, per vendetta, o per fermare il flusso d’informazioni.»
«Come ti è venuta quest’idea?»
«Da Carmen, in verità», rispose Jack. «Mi aveva suggerito che avrei potuto fare così: eliminare Sloop e fingere che l’interruzione dell’accordo fosse il pretesto.»
«Perciò Carmen ha seguito il suo stesso consiglio.»
«No», ribatté Reacher. «Lei lo odiava, aveva un movente, è una gran bugiarda, ma non l’ha ucciso. L’ha fatto qualcun altro.»
«Sì, per lei.»
«No», replicò. «Non è andata così. È stata solo fortunata. Si è trattato di un evento parallelo. Come se fosse stato investito da un camion in qualche altro luogo. Forse è contenta del risultato, ma non ne è l’artefice.»
«Ne sei certo?»
«Al cento per cento. Qualsiasi altra supposizione è ridicola. Pensaci, Alice. Chiunque spari così bene è un professionista. I professionisti pianificano in anticipo, almeno qualche giorno prima. E, se avesse ingaggiato qualcuno pochi giorni fa, perché avrebbe percorso tutto il Texas in cerca di autostoppisti come me? E perché avrebbe permesso che Sloop fosse ucciso nella sua stanza, dove lei sarebbe stata il sospettato numero uno? Con la sua pistola?»
«Dunque cosa credi sia accaduto?»
«Credo che più persone abbiano ucciso Eugene venerdì e si siano parate il culo nascondendo il corpo, in modo che non venisse trovato finché le acque non si fossero calmate. Poi hanno fatto uscire Sloop domenica e si sono coperte nuovamente il culo facendo sembrare il suo omicidio opera di Carmen. Nella sua stanza, con la sua pistola.»
«Ma c’era lei con lui. Non se ne sarebbe accorta? Non l’avrebbe detto?»
Reacher rifletté. «Forse era con Ellie in quel momento. Forse è tornata in camera e si è trovata davanti al fatto compiuto. O forse era sotto la doccia. Aveva i capelli bagnati quando l’hanno arrestata.»
«Avrebbe udito gli spari.»
«Non sotto la sua doccia. Sembra le cascate del Niagara. E una calibro 22 è silenziosa.»
«Come sai dove troveranno il corpo di Eugene? Sempre che tu abbia ragione.»
«Ho pensato come avrei fatto io. Ovviamente avevano la loro auto, lassù in mezzo al niente. Forse hanno inscenato un guasto o una ruota forata. L’hanno fatto fermare, lo hanno costretto a salire con loro e l’hanno portato via. Ma non volevano trattenerlo troppo a lungo. Sarebbe stato eccessivamente rischioso. Due o tre minuti al massimo, credo, il tempo di percorrere un chilometro e mezzo o due partendo da fermi.»
«Perché a nord? Perché sulla sinistra?»
«Io sarei andato dapprima a nord. Mi sarei voltato e avrei esaminato il lato più vicino. Avrei scelto il posto e percorso uno o due chilometri in direzione opposta, avrei fatto inversione e mi sarei appostato ad aspettarlo.»
«Plausibile», ammise Alice. «Ma il delitto Sloop? Quello è impossibile. Sono andati fino a quella casa? A Echo, nel mezzo del deserto? Si sono nascosti e avvicinati? Mentre lei era sotto la doccia?»
«Io avrei potuto farlo», ribatté Jack. «E sto dando per scontato che siano capaci quanto me. Forse sono anche più bravi. Di certo sparano meglio.»
«Tu sei pazzo», esclamò lei.
«Forse», convenne.
«No, di sicuro», affermò. «Perché lei ha confessato. Perché mai l’avrebbe fatto, se non aveva davvero niente a che fare con l’omicidio?»
«Be’, lo scopriremo più tardi. Prima attendiamo un’ora.»
Reacher lasciò Alice al suo lavoro e uscì sotto il sole. Aveva finalmente deciso di dare un’occhiata al museo del Selvaggio West. Quando arrivò, scoprì che era chiuso; era già tardi. Tuttavia scorse un vicolo che conduceva a una zona aperta sul retro. In fondo c’era un cancello chiuso, ma abbastanza basso da poterlo scavalcare. Dietro gli edifici vi era una collezione di manufatti dei vecchi tempi, ricostruiti, nonché una piccola cella, una replica del tribunale del giudice Roy Bean, e un albero per le impiccagioni. I tre scenari formavano una simpatica sequenza. Arresto, processo, sentenza. Poi c’era la tomba di Clay Allison. Era ben tenuta, con una bella lapide. Clay era il secondo nome, il primo era Robert. Robert Clay Allison, nato nel 1840, morto nel 1887. MAI UCCISE UN UOMO CHE NON FOSSE NECESSARIO UCCIDERE. Reacher non aveva un secondo nome. Era Jack Reacher, semplicemente. Nato nel 1960, non ancora morto. Si domandò come sarebbe stata la sua lapide. Era probabile che non ne avrebbe avuta una. Non aveva nessuno che vi potesse provvedere.
Ripercorse il vicolo e scavalcò di nuovo il cancello. Davanti a lui si ergeva un edificio di cemento lungo e basso, a due piani. Negozi al dettaglio al piano terra e sopra alcuni uffici. Uno recava la scritta ALBERT E. EUGENE, AVVOCATO, dipinta sulla finestra in lettere d’oro, fuori moda. Nell’edificio, dal quale si vedeva il tribunale, vi erano altri due studi legali. Si trattava di avvocati economici, pensò Reacher; separati geograficamente dagli avvocati gratuiti dello studio di Alice e da quelli più costosi che dovevano trovarsi su qualche altra strada. Nonostante tutto, Eugene guidava una Mercedes-Benz. Forse aveva molti clienti. O forse era solo vanitoso e stava lottando con pesanti rate di pagamento.
Jack si fermò all’incrocio. Il sole stava calando verso ovest e alcune nuvole si stavano ammassando all’orizzonte meridionale. Avvertiva una brezza calda sul volto, sufficientemente forte da far ondeggiare i vestiti e da sollevare la polvere sul marciapiede. Rimase immobile per un secondo e lasciò che il tessuto della camicia gli si premesse contro lo stomaco. Poi la brezza cessò e il calore tornò soffocante. Ma le nuvole coprivano ancora l’orizzonte, come macchie frastagliate nel cielo.
Tornò all’ufficio di Alice, ancora seduta alla scrivania. Ancora alle prese con una sequela infinita di problemi. Le sedie davanti a lei erano occupate da una coppia di messicani di mezz’età; sul volto un’espressione paziente e fiduciosa. La sua pila di pratiche era aumentata. Alice gli indicò vagamente la sedia che si trovava ancora accanto a lei. Jack si strinse nelle spalle e si sedette. Prese il telefono e compose il numero di Abilene a memoria. Si presentò come Chester Arthur e chiese del sergente Rodriguez.
Rimase in attesa un lungo minuto. Poi Rodriguez rispose e, dall’urgenza nella voce dell’uomo, Jack capì subito che avevano trovato il corpo di Eugene.
«Ci serve il nome del suo cliente», esclamò il poliziotto.
«Cos’avete trovato?» chiese Jack.
«Esattamente ciò che ha detto, signore. Due chilometri a nord, sulla sinistra, in un crepaccio calcareo, profondo. Un colpo all’occhio destro.»
«Era una calibro 22?»
«No di certo. Non secondo quello che ho sentito. Almeno una calibro 9. Una canna grossa. Manca gran parte della testa.»
«Avete stimato la data della morte?»
«Domanda difficile, con questo caldo. E mi dicono che i coyote sono arrivati a lui e hanno mangiato alcune delle parti con cui amano lavorare i patologi. Ma se qualcuno afferma sia accaduto venerdì, non credo che obietteremo.»
Reacher non replicò.
«Mi servono alcuni nomi», continuò Rodriguez.
«Non è stato il mio cliente», affermò Jack. «Gli parlerò e magari lo convincerò a chiamarvi.»
Poi riagganciò, prima che il sergente potesse iniziare a fare storie. Alice lo stava fissando di nuovo. E anche i suoi clienti. Chiaramente parlavano abbastanza bene l’inglese da seguire la conversazione.
«Quando fu presidente Chester Arthur?» gli chiese Alice.
«Dopo Garfield, prima di Grover Cleveland», rispose Reacher. «Uno dei due del Vermont.»
«Chi era l’altro?»
«Calvin Coolidge.»
«Dunque hanno trovato Eugene», disse la donna.
«Naturalmente.»
«E adesso?»
«Adesso andiamo a mettere in guardia Hack Walker.»
«Metterlo in guardia?»
Reacher annuì. «Pensaci, Alice. Forse si tratta di due su due, ma credo sia più probabile due su tre. Erano un trio, Hack, Al e Sloop. Carmen mi riferì che avevano lavorato insieme all’accordo. Disse che Hack aveva fatto da intermediario con i federali. Perciò sapeva ciò che sapevano loro, questo è certo. Potrebbe essere il prossimo.»
Alice si voltò verso i clienti. «Mi spiace, devo andare», disse in inglese.
Hack Walker stava per tornare a casa. Era in piedi con indosso la giacca e stava chiudendo la valigetta. Erano le sei passate e dalle finestre dell’ufficio entrava la luce incerta del crepuscolo. Gli riferirono che Eugene era morto e lo videro sbiancare. La sua pelle si contrasse nel vero senso del termine e si raggrinzì sotto una maschera di sudore. Girò intorno alla scrivania, appoggiandosi, e si lasciò cadere sulla sedia, rimanendo a lungo in silenzio. Poi annuì lentamente.
«Credo di averlo sempre saputo», mormorò. «Ma, sapete, speravo non fosse così.» Quindi abbassò lo sguardo sulla fotografia.
«Mi dispiace molto», affermò Reacher.
«Sanno perché?» chiese Walker. «O chi è stato?»
«Non ancora.»
Hack rimase un altro istante in silenzio. «Perché l’hanno detto a voi prima che a me?»
«Reacher ha calcolato dove avrebbero dovuto guardare», rispose Alice. «In realtà è stato lui a dirlo a loro.»
Poi andò dritta al sodo con la teoria di Jack del due su tre. L’accordo, le informazioni pericolose. La messa in guardia.
Walker rimase seduto ad ascoltare. Lentamente, il suo volto riacquistò colore. Sembrò concentrarsi, poi scosse il capo. «Non può essere così. Perché l’accordo non esisteva. Sloop si era arreso e aveva pagato le tasse e le penali. Tutto qui. Nient’altro. Era disperato, non ne poteva più del carcere. Accade spesso, sapete. Al contattò il fisco, fece loro l’offerta, ed essi non batterono ciglio. È routine. La cosa fu gestita da una filiale, da personale subalterno. Era però necessaria una firma del pubblico ministero federale, ed è qui che sono entrato in gioco io. Ho accelerato le pratiche, tutto qui, in modo che la questione si risolvesse un po’ più rapidamente del previsto. Capite, un po’ d’influenza. Era una questione di routine per il fisco. E, credetemi, nessuno viene ucciso per una cosa simile.»
Walker scosse ancora la testa. Poi spalancò gli occhi e rimase immobile.
«Ora voglio che ve ne andiate», esclamò.
Alice annuì. «Siamo molto dispiaciuti per la perdita. Sappiamo che eravate amici.»
Ma Walker sembrava confuso, come se non fosse preoccupato per quello.
«Che cosa c’è?» domandò Jack.
«Non dovremmo più parlarne, ecco cosa c’è», rispose Walker.
«Perché no?»
«Perché stiamo girando in tondo e stiamo per finire in un luogo in cui non vorremmo trovarci.»
«Ovvero?»
«Pensateci, signori. Nessuno viene ucciso per una questione fiscale di routine. O sì? Sloop e Al si stavano accordando per togliere a Carmen i fondi patrimoniali e restituirne gran parte al governo. Ora Sloop e Al sono morti. Due più due fa quattro. Il suo movente si fa sempre più grave. Se continuiamo a parlarne, sarò costretto a pensare al complotto. Due morti, non uno. Non ho scelta, dovrò farlo. E non voglio.»
«Non c’è stato nessun complotto», replicò Reacher. «Se aveva già ingaggiato qualcuno, perché avrebbe caricato me in macchina?»
Hack scrollò le spalle. «Per confondere le acque? Per allontanare i sospetti da sé?»
«È così previdente?»
«Credo di sì.»
«Allora lo provi. Ci dimostri che ha ingaggiato qualcuno.»
«Non posso farlo.»
«Sì che può. Ha i suoi documenti bancari. Ci mostri il pagamento.»
«Il pagamento?»
«Crede che quella gente lavori gratis?»
Walker fece una smorfia. Prese le chiavi dalla tasca e aprì un cassetto della scrivania, dal quale estrasse i fascicoli con le informazioni finanziarie. Fondo fiduciario non discrezionale Greer n.1 – n.5. Reacher trattenne il fiato. Walker li esaminò, pagina per pagina. Poi li impilò e li girò sulla scrivania. Aveva lo sguardo assente.
Alice si protese e prese i documenti. Li sfogliò guardando la quarta colonna da sinistra, quella delle uscite. Ve n’erano molte, ma erano piccole e casuali. Niente di superiore a duecentonovantasette dollari. Numerose sotto i cento.
«Aggiungi l’ultimo mese», affermò Reacher.
Alice diede un’altra scorsa. «Novecento, tondi.»
Reacher annuì. «Anche se ha accumulato soldi a poco a poco, novecento dollari non bastano. Certamente non comprano qualcuno che sa agire come abbiamo visto.»
Hack rimase in silenzio.
«Dobbiamo parlare con lei», asserì Reacher.
«Non possiamo. È in viaggio, diretta al penitenziario», disse Walker.
«Non è stata lei», sbottò Jack. «Non ha fatto nulla. È assolutamente innocente.»
«E allora perché ha confessato?»
Reacher chiuse gli occhi. Rimase seduto immobile un istante. «È stata costretta. Qualcuno l’ha obbligata.»
«Chi?»
Jack riaprì gli occhi. «Non lo so. Ma possiamo scoprirlo. Si faccia dare il registro dell’ufficiale giudiziario di sotto. Vediamo chi le ha fatto visita.»
Il viso di Walker era ancora privo d’espressione e ricoperto di sudore. Ma sollevò il ricevitore e compose un numero interno, chiedendo che gli fosse portato immediatamente il registro. Poi attesero in silenzio. Tre minuti più tardi udirono il rumore di passi pesanti in segreteria e l’ufficiale entrò dalla porta. Si trattava della guardia diurna. Aveva il fiato grosso per aver fatto le scale di corsa, e fra le mani teneva un libro spesso.
Il procuratore lo prese e lo aprì. Scorse rapidamente le varie voci e lo girò sul tavolo, indicando un punto con un dito. Carmen Greer era stata registrata in entrata nelle prime ore di lunedì mattina, ed era stata prelevata due ore prima sotto la custodia del dipartimento di Detenzione e correzione del Texas. Nel periodo intercorrente aveva ricevuto una visitatrice, due volte. Alle nove e trenta di lunedì mattina e di nuovo a mezzogiorno di martedì, il viceprocuratore dell’ufficio di Hack.
«L’interrogatorio preliminare, e poi la confessione», dichiarò Walker.
Non vi erano altre registrazioni.
«Sono giuste?» chiese Reacher.
L’ufficiale giudiziario annuì. «Garantito.»
Reacher guardò di nuovo il libro. Il primo colloquio con l’assistente del procuratore era durato due minuti. Evidentemente Carmen si era rifiutata di parlare. Il secondo era durato almeno dodici minuti. Dopodiché era stata scortata di sopra per la confessione su videoregistratore.
«Nessun altro?» chiese Jack.
«Ci sono state delle telefonate», affermò l’uomo.
«Quando?»
«Per tutto lunedì e martedì mattina.»
«Chi la chiamava?»
«Il suo avvocato.»
«Il suo avvocato?» ripeté Alice.
L’ufficiale giudiziario annuì. «È stato davvero seccante», esclamò. «Dovevo portarla continuamente dentro e fuori, al telefono.»
«Chi era l’avvocato?» chiese Alice.
«Non siamo tenuti a chiederlo, signora. È un’informazione confidenziale. Le discussioni legali sono segrete.»
«Uomo o donna?»
«Era un uomo.»
«Ispanico?»
«Non credo. Sembrava americano. La voce era un po’ smorzata. Penso ci fossero problemi di linea.»
«Lo stesso tizio tutte le volte?»
«Credo di sì.»
Nell’ufficio calò il silenzio. Walker annuì vagamente e l’ufficiale lo interpretò come segno di congedo. Lo udirono uscire dalla segreteria e sentirono la porta chiudersi alle sue spalle.
«Non ci ha detto che era rappresentata», mormorò Walker. «Sosteneva di non volere nessuna rappresentanza legale.»
«A me ha detto la stessa cosa», confermò Alice.
«Dobbiamo sapere chi era questa persona», dichiarò Reacher. «È necessario che la compagnia telefonica rintracci le chiamate.»
Walker scosse il capo. «Non posso farlo. Le conversazioni legali sono riservate.»
Jack lo fissò. «Pensa davvero che fosse un avvocato?»
«Lei no?»
«Naturalmente no. Era qualcuno che l’ha minacciata e l’ha costretta a mentire. Ci rifletta, Walker. La prima volta che la sua assistente le ha fatto visita non ha detto una parola. Ventisette ore più tardi ha confessato. L’unica cosa che è accaduta nel frattempo è stata una serie di telefonate da quel tizio.»
«Ma che tipo di minaccia l’avrebbe indotta a dire il falso?»
La squadra dei killer si sentiva a disagio nel ruolo di baby-sitter. Ognuno dei membri provava esattamente la stessa cosa, per la medesima ragione: tenere in ostaggio un bambino non rientrava nelle loro capacità. Tuttavia, impossessarsi della piccola era stato facile. Si era trattato di un’operazione standard, basata come sempre sull’adescamento e sull’imbroglio. La donna e l’uomo alto si erano recati al Red House in coppia, poiché erano certi che nell’immaginario collettivo gli addetti ai servizi sociali operassero in tal modo. Erano arrivati con la grossa berlina dall’aspetto ufficiale e avevano utilizzato le maniere professionali, mescolandole con una certa dose di atteggiamenti melliflui e di buone intenzioni, come se tenessero spasmodicamente al benessere della bambina più di ogni altra cosa. Con loro avevano uno spesso fascicolo di documenti contraffatti da mostrare in caso di bisogno. I fogli sembravano in tutto e per tutto mandati dei servizi sociali e delle autorità competenti, rilasciati da agenzie statali. Ma la nonna non li aveva nemmeno degnati di un’occhiata. Non aveva opposto nessuna resistenza, tanto che la cosa era sembrata loro un po’ innaturale. Si era limitata a consegnare la bambina, come fosse lieta di sbarazzarsene.
Nemmeno la piccola aveva opposto resistenza. Era molto seria, silenziosa, e aveva un atteggiamento riflessivo sull’intera faccenda. Come se cercasse di comportarsi nel migliore dei modi, per compiacere quei nuovi adulti. Perciò l’avevano caricata in macchina e si erano allontanati. Niente lacrime, niente urla, né capricci. Era andata bene, tutto sommato. Molto bene. Liscia come l’operazione di Al Eugene.
Ma poi avevano abbandonato la prassi. Radicalmente. La pratica standard sarebbe stata guidare fino a una località esplorata in precedenza e premere il grilletto. Quindi nascondere il corpo e sparire. Ma quel compito era diverso. Dovevano tenere la bambina nascosta. Viva e illesa. Almeno per un po’. Forse per giorni e giorni, ed era una cosa che non avevano mai fatto. I professionisti non amano modificare la propria routine. Mai. È insito nella natura stessa del professionismo: meglio attenersi alle cose che si sanno fare bene.
«Chiami i servizi sociali. Subito», disse Reacher.
Hack Walker lo fissò.
«È stato lei a sollevare la domanda», continuò Jack. «Quale minaccia avrebbe potuto indurla a confessare un crimine non commesso? Non capisce? Devono aver preso la bambina.»
Hack lo fissò un altro istante, impietrito. Poi si sforzò di agire e aprì con la chiave un secondo cassetto, da cui estrasse un pesante raccoglitore nero. Lo aprì, lo scorse col dito, poi afferrò il telefono e compose un numero. Nessuna risposta. Interruppe la chiamata e ne compose un altro. Era una sorta di pronto intervento serale. Qualcuno rispose e il procuratore formulò la domanda, usando il nome completo della bambina, Mary Ellen Greer. Seguì una lunga pausa, poi la risposta. Walker ascoltò con attenzione. Non proferì parola e riagganciò molto lentamente, con cautela, quasi la cornetta fosse fatta di vetro.
«Non l’hanno mai sentita nominare», riferì.
Silenzio. Hack chiuse gli occhi, per riaprirli un istante più tardi.
«Bene. Le risorse saranno un problema. Polizia di Stato, naturalmente. E l’FBI, poiché si tratta di rapimento. Ma dobbiamo agire all’istante. La rapidità è di massima importanza. Lo è sempre, quando si tratta di sequestri. Potrebbero portarla ovunque. Perciò voglio che andiate a Echo, subito, per interrogare Rusty. Voglio descrizioni e tutto il resto.»
«Rusty non parlerà con noi», replicò Reacher. «È troppo ostile. Che cosa ne dice dello sceriffo di Echo?»
«Quell’uomo è inutile. Probabilmente in questo momento è ubriaco. Dovrete pensarci voi.»
«Sarà una perdita di tempo», insistette Jack.
Walker aprì un terzo cassetto e prese due stelle cromate da una scatola. Le gettò sulla scrivania.
«Alzate la mano destra. E ripetete dopo di me.»
Quindi mugugnò una sorta di giuramento. Reacher e Alice ripeterono le sue parole, per lo meno quelle che riuscirono a cogliere. Walker annuì.
«Ora siete vicesceriffi», dichiarò. «Avete potere in tutta la contea di Echo. Rusty sarà obbligata a rispondervi.»
Reacher lo fissò.
«Che cosa c’è?» domandò Hack.
«Potete ancora farlo quaggiù? Delegare le persone?»
«Certo che possiamo», rispose il procuratore. «Come nel Selvaggio West. Ora andate, d’accordo? Ho un milione di chiamate da fare.»
Jack prese la sua stella cromata e si alzò; era di nuovo un’autorità ufficialmente riconosciuta per la prima volta dopo quattro anni e tre mesi. Alice lo seguì.
«Ci vediamo qui», gridò loro Walker. «E buona fortuna.»
Otto minuti più tardi erano di nuovo a bordo della Volkswagen gialla, diretti a sud verso il Red House, per la seconda volta nella medesima giornata.
Fu la donna a rispondere al telefono. Lo lasciò suonare quattro volte, nel frattempo prese l’alteratore di voce dalla borsa e lo accese. Ma non ne ebbe bisogno, poiché non dovette nemmeno parlare. Si limitò ad ascoltare, dal momento che si trattava di un messaggio unilaterale, lungo e complesso, ma fondamentalmente chiaro, conciso e per nulla ambiguo, che venne ripetuto due volte. Quando terminò, la donna riagganciò e rimise l’apparecchio elettronico nella borsa.
«È stanotte», annunciò.
«Di che si tratta?» chiese l’uomo alto.
«Del lavoro supplementare. Quella faccenda di Pecos. Sembra che la situazione lassù si stia sbrogliando un po’. Hanno trovato il corpo di Eugene.»
«Di già?»
«Merda», esclamò l’uomo dai capelli scuri.
«Sì, merda», ripeté la donna. «Perciò dobbiamo fare subito il lavoro aggiuntivo, stanotte, prima che le cose peggiorino.»
«Chi è il bersaglio?» chiese il biondo.
«Si chiama Jack Reacher. Un vagabondo, ex militare. Ho una descrizione. Nel quadro rientra anche una giovane donna avvocato. Pure lei ha bisogno delle nostre attenzioni.»
«Lo facciamo simultaneamente al lavoro della bambina?»
La donna scrollò le spalle. «Come abbiamo detto, prolunghiamo il più possibile questa storia del babysitteraggio, ma ci riserviamo il diritto di concluderla al momento necessario.»
Gli uomini si guardarono. Ellie li stava osservando dal letto.