13

ALICE arrivò alle sette e venti. Reacher si destò da un sonno agitato madido di sudore e udì bussare alla porta in maniera esitante. Si trascinò giù dal letto, si avvolse un asciugamano bagnato intorno alla vita e andò ad aprire la porta a piedi nudi sul tappeto sudicio. Alice era in piedi sulla soglia. Jack la guardò e la ragazza si limitò a scuotere il capo. Reacher fissò per un attimo la luce del crepuscolo; l’auto gialla era parcheggiata nel posteggio. Si voltò e tornò nella stanza. Lei lo seguì all’interno.

«Ho tentato di tutto», mormorò.

Alice si era messa di nuovo la tenuta da avvocato: pantaloni neri e giacca. Indossava una cintura molto alta, tanto che quasi toccava il bordo del top sportivo. S’intravedeva solo una striscia di pelle abbronzata. Tranne per quel particolare, sembrava in tutto e per tutto un avvocato, e lui non riusciva a credere che due centimetri di pelle nuda potessero significare qualcosa per una donna nella situazione di Carmen.

«Le ho chiesto se non le andassi bene», raccontò Alice. «Se volesse un altro avvocato. Più vecchio? Un uomo? Una persona di origini ispaniche?»

«E lei cos’ha risposto?»

«Ha detto che non voleva nessuno.»

«È assurdo.»

«Già», convenne Alice. «Le ho illustrato la sua situazione. Capisce, in caso non le fosse del tutto chiara. Ma non ha cambiato opinione.»

«Mi racconti tutto.»

«L’ho già fatto.»

Reacher si sentiva a disagio con l’asciugamano. Era troppo piccolo. «Mi dia il tempo d’indossare i pantaloni.»

Li afferrò dalla sedia ed entrò in bagno. Erano umidi e appiccicosi. Se li infilò e chiuse la zip, poi uscì nella stanza. Alice si era tolta la giacca e l’aveva appoggiata alla sedia, accanto alla sua camicia umida. Era seduta sul letto, i gomiti sulle ginocchia.

«Ho provato di tutto», ripeté. «Le ho detto di mostrarmi il braccio. Lei mi ha chiesto perché, e io le ho risposto che volevo vedere se avesse vene buone. Perché è lì che le faranno l’iniezione letale. Le ho detto che verrà legata al lettino, le ho descritto le sostanze che le inietteranno. E poi le ho raccontato delle persone dietro il vetro, in attesa di vederla morire.»

«E lei?»

«Non ha fatto una piega. Era come parlare al muro.»

«Quanto a lungo ha insistito?»

«Ho gridato un po’. Ma lei mi lasciava terminare e poi mi ripeteva che rifiutava la rappresentanza, Reacher. È meglio guardare in faccia la situazione.»

«È ammissibile?»

«Certo che lo è. Nessuna legge afferma che è obbligatorio farsi rappresentare. Solo che all’accusato deve essere offerta tale possibilità.»

«Non è un indizio d’infermità mentale o qualcosa del genere?»

Alice scosse il capo. «Non di per sé. Altrimenti tutti gli assassini rifiuterebbero l’avvocato per farsi dichiarare automaticamente incapaci d’intendere e di volere.»

«Carmen non è un’assassina.»

«Non mi sembra molto ansiosa di provarlo.»

«L’ha sentita qualcuno?»

«Non ancora. Ma sono preoccupata. Logicamente la sua prossima mossa sarà metterlo per iscritto. Dopodiché io non potrò nemmeno avvicinarmi alla porta. Né nessun altro.»

«E allora che facciamo?»

«Dobbiamo agire d’astuzia. È l’unica cosa che possiamo fare. Dobbiamo ignorarla del tutto e continuare a trattare con Walker alle sue spalle. Per conto suo. Se riusciamo a convincerlo a lasciar cadere le accuse, allora l’avremo liberata a prescindere da ciò che vuole.»

Jack si strinse nelle spalle. «Allora lo faremo. Ma è una situazione anomala, non crede?»

«Certo», convenne la donna. «Non ho mai udito un fatto simile.»

A centosessanta chilometri di distanza i due uomini della squadra di killer terminarono di cenare e tornarono al motel. Anche loro avevano optato per una pizza, ma accompagnata da boccali di birra fredda anziché acqua e caffè. La donna li stava aspettando fuori dalla stanza. Era vigile e irrequieta, il che indicava novità.

«Che c’è?» le chiese l’uomo alto.

«Un lavoro extra», rispose lei.

«Dove?»

«Pecos.»

«È prudente?»

La donna annuì. «Pecos è ancora abbastanza sicura.»

«Pensi?» le domandò l’uomo con i capelli scuri.

«Aspetta di sapere quanto paga.»

«Quando?»

«Dipende dall’impegno precedente.»

«Va bene», esclamò il biondo. «Chi è il bersaglio?»

«Un tizio», rispose lei. «Vi comunicherò i dettagli quando avremo terminato l’altra missione.»

Si diresse alla porta. «Ora rimanete in camera, d’accordo? Andate a letto, dormite un po’. Sarà una giornata impegnativa.»

«Questa stanza è orribile», osservò Alice.

Reacher si guardò intorno. «Crede davvero?»

«È spaventosa.»

«Ne ho viste di peggiori.»

La donna rimase un istante in silenzio. «Le va di cenare?»

Non aveva ancora digerito la pizza e il gelato, ma quei due centimetri di pancia nuda erano invitanti. Come del resto il pezzo di schiena corrispondente. I muscoli dorsali formavano una fessura profonda lungo la colonna vertebrale e la cintura dei pantaloni congiungeva i bordi come un piccolo ponte.

«Sicuro», esclamò. «Dove?»

La ragazza rifletté un istante. «A casa mia?» propose. «Per me è difficile mangiare in giro, da queste parti. Sono vegetariana. Perciò, di solito, cucino a casa.»

«Una vegetariana nel Texas», mormorò Reacher. «È molto lontana da casa.»

«Così sembra», convenne. «Allora, che ne dice? Ho un impianto d’aria condizionata migliore di questo.»

Jack sorrise. «Cibo cucinato da una donna e ventilazione migliore? Per me va bene.»

«Mangia vegetariano?»

«Mangio di tutto.»

«Allora andiamo.»

Lei prese la giacca, Reacher s’infilò la camicia umida e cercò le scarpe. Poi chiuse la stanza e la seguì in auto.

Guidò per tre chilometri verso ovest fino ad arrivare a un complesso residenziale basso, su un lotto di terreno ricoperto di arbusti, intrappolato fra due strade a quattro corsie. Gli edifici avevano pareti di stucco color sabbia, con travi in legno scure come decorazione. Il complesso era costituito da quaranta unità abitative, e tutte apparivano dimesse e soffocate dal caldo. Il suo appartamento era al centro, una piccola casa di città schiacciata fra altre due. Alice parcheggiò fuori dalla porta, su una rampa di cemento, tra le cui crepe crescevano erbacce del deserto rinsecchite.

Ma all’interno della casa si avvertiva una frescura meravigliosa. Il condizionatore centrale funzionava a tutto regime. Reacher percepiva la pressione che generava. C’era un salottino stretto con una zona adibita a cucina in fondo. A sinistra una scala. I mobili erano economici e pieni di libri. Mancava il televisore.

«Vado a fare una doccia», annunciò la donna. «Faccia come fosse a casa sua.»

Alice scomparve su per le scale. Reacher si guardò intorno. I libri erano più che altro testi legali. I codici civile e penale dello Stato del Texas, alcuni commentari della Costituzione. Su un tavolino era appoggiato un telefono con quattro numeri in memoria. La prima etichetta indicava LAVORO, la seconda J CASA. La terza J LAVORO e la quarta recava la scritta M E P. Su una mensola era appoggiata una foto con la cornice d’argento, che mostrava una bella coppia cinquantenne. Era stata scattata all’aperto, in una città, forse a New York. L’uomo aveva capelli grigi e un volto lungo e aristocratico. La donna era una versione un po’ più vecchia di Alice. Stessi capelli, a parte il colore e il taglio giovanile. I genitori di Park Avenue, senza dubbio. Mamma e papà, M E P. Sembravano brava gente. Reacher immaginò che J dovesse essere il fidanzato. Controllò, ma di lui non vi era nessuna foto. Forse si trovava di sopra, accanto al letto.

Si sedette su una sedia e dieci minuti dopo Alice scese le scale. Aveva i capelli bagnati e pettinati e indossava di nuovo gli shorts con una maglietta, che probabilmente recava la scritta HARVARD SOCCER, ma era divenuta illeggibile dopo ripetuti lavaggi. Gli shorts erano corti e la maglietta sottile e aderente. Si era tolta il top sportivo, non c’era dubbio. Era a piedi nudi ed era splendida.

«Giocavi a calcio?» le chiese passando con naturalezza a una forma più colloquiale.

«J, non io», rispose.

Reacher sorrise per l’avvertimento. «Il tuo partner gioca ancora?»

«È una lei. Judith. Sono gay. E sì, gioca ancora.»

«È brava?»

«Come partner?»

«Come calciatrice.»

«Molto. Ti disturba?»

«Che lei sia brava a giocare a calcio?»

«No, che io sia lesbica.»

«Perché dovrebbe?»

Alice scrollò le spalle. «Alcune persone ne restano sconvolte.»

«Non io.»

«Sono anche ebrea.»

Reacher sorrise. «Sono stati i tuoi genitori a comprarti la pistola?»

Lei lo fissò. «L’hai trovata?»

«Certamente», rispose. «Bell’arma.»

Alice annuì. «Una newyorkese ebrea, vegetariana e lesbica: hanno pensato che ne avrei avuto bisogno.»

Jack sorrise ancora. «Sono sorpreso che non ti abbiano dato una mitragliatrice o un lanciarazzi.»

La ragazza ricambiò il sorriso. «Sono certa che ci hanno pensato.»

«Ovviamente stai prendendo sul serio il tuo periodo di penitenza. Devi sentirti come mi sentivo io quando andavo in giro per il Libano.»

Alice scoppiò a ridere. «In realtà quaggiù non è poi così male. In genere il Texas è un luogo piacevole. Ci sono persone eccezionali.»

«Che cosa fa Judith?»

«Anche lei è avvocato. Ora si trova nel Mississippi.»

«Per le tue stesse ragioni?»

Alice annuì. «Un piano quinquennale.»

«C’è ancora speranza per la professione legale.»

«Allora, davvero non ti secca?» gli chiese. «Solo una cena con una nuova amica e poi di nuovo al motel, da solo?»

«Non ho mai pensato che si trattasse d’altro», mentì Reacher.

La cena fu ottima. Doveva esserlo per forza, perché Jack non aveva fame. Era una sorta di rotolo scuro, fatto in casa, un po’ gommoso, fatto di noci tritate, amalgamate con formaggio e cipolle. Probabilmente ricco di proteine. Forse anche di vitamine. Bevvero un po’ di vino e molta acqua. Poi Reacher l’aiutò a sparecchiare e parlarono fino alle undici.

«Ti do un passaggio fino al motel», si offrì la donna.

Ma era a piedi nudi e si era già messa comoda, perciò Jack scosse il capo. «Vado a piedi. Un paio di chilometri mi faranno bene.»

«Fa ancora molto caldo», replicò Alice.

«Non preoccuparti. Me la caverò.»

La ragazza non protestò più di tanto, si accordarono di trovarsi allo studio il mattino seguente e si augurarono la buonanotte. L’aria esterna era densa come una zuppa. La camminata durò quaranta minuti e, quando Reacher giunse al motel, aveva la camicia di nuovo fradicia.

Jack si alzò di buon’ora, risciacquò i vestiti e li indossò bagnati. Quando raggiunse lo studio legale erano già asciutti. L’umidità era evaporata e l’aria calda del deserto li aveva lasciati rigidi come fossero inamidati. Il cielo era blu e completamente terso.

Alice era già alla scrivania e indossava un abito svasato di colore nero, senza maniche. Un messicano era seduto su una delle sedie destinate ai clienti e le stava parlando con pacatezza. La giovane donna prendeva appunti su un blocco giallo. Il praticante dell’ufficio di Walker attendeva paziente alle spalle del messicano. Aveva tra le mani una busta sottile, arancione e blu della FedEx. Reacher si sedette accanto a lui. All’improvviso Alice si rese conto della fila che si stava creando e sollevò lo sguardo. Fece un gesto come per dire tra un attimo sono da voi e tornò al suo cliente. Infine appoggiò la matita e parlò serenamente in spagnolo. Il messicano rispose con pazienza stoica ed espressione assente, poi si alzò e si allontanò. Al che il praticante avanzò fino alla scrivania e appoggiò la busta della FedEx.

«I referti medici di Carmen Greer», spiegò. «Questi sono gli originali. Il signor Walker ha tenuto le copie. Desidera fissare un appuntamento alle nove e trenta.»

«Ci saremo», dichiarò Alice.

Lentamente avvicinò a sé la busta, mentre il ragazzo si avviava insieme col messicano fuori dallo studio. Reacher si sedette al posto del cliente. Alice gli lanciò un’occhiata, le dita appoggiate sulla busta, un’espressione perplessa sul viso. Jack si strinse nelle spalle. La busta era molto più sottile di quanto non s’aspettasse.

La ragazza sollevò la linguetta e premette i bordi della busta verso l’interno, in modo da aprirla come una bocca. Poi la sollevò e ne fece cadere il contenuto sulla scrivania. Vi erano quattro cartelle diverse, ognuna con una copertina verde, sulla quale si leggevano il nome di Carmen, il suo numero di previdenza sociale e un codice paziente. Su tutte era segnata una data, la più vecchia risaliva a sei anni prima. Quanto più si andava indietro nel tempo, tanto più chiara era la copertina, come se il verde fosse sbiadito con l’età. Reacher trascinò la sedia dall’altra parte del tavolo e la sistemò accanto a quella di Alice. Lei ordinò per data le cartelle cliniche, ponendo la più vecchia in cima. L’aprì e la spinse un po’ a sinistra, in modo che fosse esattamente in centro. Poi spostò la sedia di qualche centimetro, fino a toccare con la spalla quella di Reacher.

«Bene. Diamo un’occhiata.»

Il primo referto riguardava la nascita di Ellie. L’intero evento era descritto cronologicamente. Vi erano numerosi dati ginecologici su dilatazione e contrazioni. Le erano stati collegati monitor fetali e le avevano praticato un’epidurale alle quattro e tredici del mattino, che era risultata efficace alle quattro e venti. Alle sei c’era stato il cambio di turno in sala parto. Il travaglio era continuato fino all’ora di pranzo. Era stata somministrata ossitocina e all’una era stata eseguita un’episiotomia. Ellie era nata venticinque minuti dopo. Nessuna complicanza. Espulsione normale della placenta. L’episiotomia era stata suturata immediatamente. La bambina era stata dichiarata vitale sotto ogni profilo.

Non si faceva menzione di ferite facciali, di labbra lacerate, né di denti dondolanti.

Il secondo referto riguardava due costole incrinate. Risaliva alla primavera, quindici mesi dopo il parto; la radiografia allegata mostrava l’intera parte sinistra superiore del tronco. Le costole erano di colore bianco intenso. Due di esse presentavano minuscole fessure grigie. Il seno sinistro era una sagoma scura ben definita. Il medico curante aveva annotato che la paziente dichiarava di essere caduta da cavallo, atterrando sulla parte superiore di una staccionata. Come per tutte le ferite alle costole, non v’era altro da fare se non effettuare un bendaggio stretto e raccomandare molto riposo.

«Che cosa ne pensi?» chiese Alice.

«Potrebbe essere qualcosa», rispose Jack.

Il terzo referto era datato sei mesi più tardi e riguardava una contusione grave alla gamba destra. Lo stesso medico aveva scritto che la paziente riferiva di esser caduta da cavallo mentre l’animale saltava e di aver urtato con la tibia l’asta dell’ostacolo. Seguiva una lunga descrizione tecnica della contusione, con misurazioni verticali e laterali. L’area interessata era ovale e obliqua, larga dieci centimetri e lunga tredici. Erano state fatte radiografie, ma l’osso non era fratturato. Il medico aveva prescritto antidolorifici e la prima dose era stata fornita dalla farmacia del pronto soccorso.

Il quarto referto era di due anni e mezzo dopo, forse nove mesi prima che Sloop finisse in carcere. Riguardava una frattura della clavicola destra. Tutti i nomi annotati sul referto erano nuovi; sembrava che l’intero staff del pronto soccorso fosse cambiato. Anche il medico curante era nuovo, una donna, e non aveva fatto alcun commento sulla dichiarazione di Carmen di essere caduta da cavallo sulle rocce della mesa. Riportava una descrizione ampia e dettagliata della ferita e allegava una radiografia, che mostrava la curva del collo e della spalla. La clavicola appariva spezzata nettamente in due.

Alice impilò i quattro documenti, a faccia in giù sulla scrivania.

«Allora?»

Reacher non rispose, limitandosi a scuotere il capo.

«Allora?» ripeté l’avvocato.

«Forse è andata in un altro ospedale», suggerì.

«No, l’avremmo saputo. Te l’ho detto, ci siamo rivolti a tutti. È una procedura di routine.»

«Forse si sono recati in un altro Stato.»

«Abbiamo controllato», ribatté lei. «Nei casi di violenze domestiche copriamo tutti gli Stati adiacenti. Ti ho già detto anche questo. Direttive di routine.»

«Magari ha usato un altro nome.»

«I pazienti vengono registrati col numero di previdenza sociale.»

Reacher annuì. «Questo non basta, Alice. Mi ha raccontato molte altre cose. Abbiamo costole incrinate e una clavicola spezzata, ma mi ha detto che lui le ruppe anche il braccio, e la mascella. Mi ha detto che le avevano reimpiantato tre denti.»

Alice non replicò. Reacher chiuse gli occhi. Tentò di pensare come ai vecchi tempi, da investigatore esperto e sospettoso con tredici anni di duro lavoro alle spalle.

«Ci sono due possibilità», decretò. «Prima, il sistema di registrazione dell’ospedale ha commesso qualche errore.»

Alice scosse la testa. «Molto improbabile.»

Jack annuì. «Sono d’accordo. Seconda, Carmen ha davvero mentito.»

La giovane rimase a lungo zitta. «Esagerato, forse», replicò. «Capisci, per convincerti. Per assicurarsi il tuo aiuto.»

Jack annuì ancora, in modo vago. Controllò l’orologio. Erano le nove e venti. Si protese di lato e rinfilò i referti nel pacchetto della FedEx.

«Andiamo a sentire che ne pensa Hack», propose.

Due killer si recarono a sud di Pecos, stranamente taciturni. Il terzo rimase ad attendere nella stanza del motel, pensieroso. Adesso stavano correndo un rischio: in dodici anni di attività non avevano mai lavorato nella stessa zona tanto a lungo. Lo avevano sempre ritenuto troppo pericoloso. Arrivi e vai, toccata e fuga era da sempre il loro metodo preferito. Quel giorno lo stavano completamente disattendendo. Per tale motivo nessuno aveva parlato quel mattino. Niente battute, niente punzecchiature scherzose. Nessuno sentiva l’eccitazione che precedeva ogni missione. C’erano solo molto nervosismo, preoccupazione e pensieri personali.

Ma avevano preparato l’auto come d’accordo, radunato ciò di cui avrebbero avuto bisogno, consumato una colazione leggera ed erano rimasti seduti in silenzio, a guardare l’orologio.

«Nove e venti», aveva mormorato infine la donna. «È ora.»

Nell’ufficio di Walker c’era già un visitatore. Era un uomo di settant’anni circa, florido e in sovrappeso, che soffriva terribilmente il caldo. I condizionatori funzionavano alla massima intensità, tanto che il flusso d’aria sovrastava il ronzio dei motori e i fogli si sollevavano dalla scrivania, ma la temperatura interna si aggirava sempre intorno ai trentacinque gradi. L’uomo si stava tamponando la fronte con un ampio fazzoletto bianco. Lo stesso Walker si era tolto la giacca e sedeva immobile sulla sedia, la testa fra le mani. Aveva le copie dei referti medici sulla scrivania, l’una accanto all’altra, e le fissava come fossero scritte in arabo. Sollevò lo sguardo assente, poi fece un gesto vago verso l’estraneo.

«Cowan Black. Professore emerito di medicina legale, e tante altre cose. Il famoso esperto della difesa. Questa è probabilmente la prima volta che entra nell’ufficio di un procuratore distrettuale.»

Alice si avvicinò e strinse la mano all’uomo. «Davvero lieta di conoscerla, signore. Ho sentito molto parlare di lei.»

Cowan Black rimase in silenzio. Alice gli presentò Reacher e tutti spostarono le sedie a formare una sorta di semicerchio intorno al tavolo.

«I referti ci sono pervenuti stamattina», disse Walker. «Provengono tutti da un unico ospedale del Texas. Nessun referto dal New Mexico, dall’Oklahoma, dall’Arkansas né dalla Louisiana. Ho fotocopiato personalmente tutti i documenti e vi ho inviato subito gli originali. Il dottor Black è giunto un’ora fa e ha esaminato le copie. Desidera vedere le radiografie, che, come ovvio, non potevo fotocopiare.»

Reacher passò la busta a Black, che riversò il contenuto sul tavolo, come aveva fatto Alice, e ne estrasse le tre radiografie. Le costole, la gamba, la clavicola. Le sollevò una alla volta, contro la luce della finestra, e le esaminò, dedicando un minuto a ognuna. Poi tornò a riporle nei fascicoli corrispondenti, con cura, come avrebbe fatto un uomo avvezzo all’ordine e alla precisione.

Hack si protese sulla scrivania. «Allora, dottor Black, è in grado di darci un’opinione preliminare?»

Il procuratore sembrava teso, e molto formale, come fosse già in tribunale. Black prese il primo fascicolo. Il più vecchio e sbiadito, concernente la nascita di Ellie.

«Questo non contiene nulla di utile», dichiarò. Aveva una voce profonda, bassa e piena, come quella del caro zio dei vecchi film. La voce perfetta per il banco dei testimoni. «Si tratta di ostetricia di routine. Interessa solo il fatto che un ospedale del Texas rurale avesse uno standard che un decennio fa sarebbe stato considerato al passo coi tempi.»

«Niente che non vada?»

«Assolutamente niente. Si può presumere che il marito sia responsabile della gravidanza, ma a parte questo non vi è nessuna prova che le abbia fatto qualcosa.»

«Gli altri?»

Black cambiò fascicolo e prese quello delle costole incrinate. Estrasse di nuovo la radiografia e la prese in mano.

«Le costole hanno uno scopo ben preciso», illustrò. «Formare una gabbia ossea per proteggere da eventuali danni gli organi interni vulnerabili. Ma non costituiscono una gabbia rigida. Sarebbe stupido, e l’evoluzione non è un processo stupido. No, la cassa toracica è una struttura sofisticata. Se fossero rigide, le ossa si fratturerebbero sotto qualsiasi colpo violento. Ogni estremità ossea presenta invece una struttura legamentosa complessa, perciò la prima risposta della gabbia toracica è quella di cedere e distorcersi, al fine di distribuire la forza dell’impatto.»

Sollevò la lastra e indicò vari punti.

«Ed è per la precisione ciò che è accaduto qui. I legamenti si sono ovviamente allungati e strappati in tutta la zona. Si tratta di un colpo forte e diffuso, inferto da un corpo ampio e smussato. La forza è stata dispersa dall’elasticità della cassa toracica, ma è stata tale da rompere due ossa.»

«Che tipo di corpo smussato?» chiese Walker.

«Qualcosa di lungo, duro, arrotondato, forse di dodici o tredici centimetri di diametro. Qualcosa di simile a una staccionata, immagino.»

«Non potrebbe essere stato un calcio?»

Black scosse il capo. «Assolutamente no. Un calcio trasferisce molta energia attraverso una minuscola zona di contatto. La punta di uno stivale quant’è grande? Tre centimetri per mezzo centimetro? Si tratta in ogni caso di un oggetto appuntito, non smussato. Sarebbe troppo improvviso e troppo concentrato perché entri in funzione l’effetto elastico. Avremmo fratture ossee, sicuro, ma i legamenti non sarebbero allungati.»

«E una ginocchiata?»

«Una ginocchiata nelle costole? È simile a un pugno. Il ginocchio è arrotondato, ma con una superficie d’impatto sostanzialmente circolare. La modalità di estensione del legamento sarebbe del tutto diversa.»

Walker tamburellò con le dita sulla scrivania. Stava iniziando a sudare. «In ogni caso, potrebbe averglielo causato una persona?»

Black scrollò le spalle. «Se fosse una sorta di contorsionista, forse. Se riuscisse a tenere tutta la gamba ben rigida, in qualche modo a saltare e a colpirla lateralmente. Come fosse la sbarra di una staccionata. Direi che è impossibile.»

Hack rifletté un istante. «E che mi dice della contusione alla tibia?»

L’esperto prese in mano il terzo fascicolo. Lo aprì e rilesse la descrizione della contusione. Poi scosse il capo. «La forma della contusione è determinante», asserì. «Di nuovo, è causata da un impatto con un oggetto lungo, duro e arrotondato. Una staccionata, per l’appunto, o forse un tubo metallico, che urta la parte anteriore della tibia con un’angolazione obliqua.»

«Il marito potrebbe averla colpita con un pezzo di tubo?»

Black alzò nuovamente le spalle. «In teoria suppongo di sì. Se lui si fosse trovato in piedi quasi dietro di lei, e in qualche modo fosse riuscito a sovrastarla e ad assestarle un colpo verso il basso, quasi, ma non proprio, parallelo alla gamba. Avrebbe dovuto farlo a due mani, perché nessuno può tenere un tubo del diametro di quindici centimetri con una mano sola. Probabilmente il marito sarebbe dovuto salire su una sedia e posizionare la moglie con molta accuratezza davanti a essa. Non è un quadro molto probabile, no?»

«Ma è possibile?»

«No», rispose Black. «Non è possibile. Lo dico adesso, e lo dovrò certo confermare sotto giuramento.»

Walker si fece di nuovo silenzioso. «E per quanto riguarda la clavicola?»

Il medico legale sollevò l’ultimo referto. «Si tratta di annotazioni molto dettagliate», osservò. «Chiaramente di un bravo medico.»

«Ma che cosa le suggeriscono?»

«È una lesione classica», affermò Black. «La clavicola è come un interruttore. Quando una persona cade, cerca d’interrompere la caduta appoggiando la mano. L’intero peso del corpo causa un impatto fisico notevole, che si propaga verso l’alto come un’onda d’urto attraverso il braccio rigido, l’articolazione della spalla altrettanto rigida e così via. Ora, se non fosse stato per la clavicola, quella forza sarebbe giunta al collo, e probabilmente l’avrebbe spezzato, determinando una paralisi. O si sarebbe propagata al cervello, causando perdita della coscienza e forse uno stato comatoso cronico. Ma l’evoluzione è un processo brillante e sceglie il minore dei mali. Perciò la clavicola si rompe e disperde la forza. La frattura è dolorosa e fastidiosa, questo è certo, ma non costituisce un pericolo per la vita. È una sorta d’interruttore meccanico, al quale dovrebbero essere grate generazioni di ciclisti, di pattinatori e di cavallerizzi.»

«La caduta non può essere l’unica causa», ribatté Hack.

«È la causa principale», replicò Black. «E quasi sempre l’unica. Ma talora l’ho visto accadere in altri modi. Un colpo inferto verso il basso con una mazza da baseball, mirato alla testa, potrebbe mancare il bersaglio e colpire la clavicola. Una trave che cade da un soffitto in fiamme potrebbe urtare la parte superiore della spalla. L’ho visto nel caso di alcuni pompieri.»

«Carmen Greer non era un pompiere», commentò Walker. «E non ci sono prove che sia stata usata altre volte una mazza da baseball.»

Nessuno parlò. Il rombo dei condizionatori riempiva il silenzio.

«Bene», riprese il procuratore. «Mettiamola in questo modo. Io ho bisogno di prove che indichino la presenza di violenze fisiche a danno di questa donna. Ne esistono?»

Black rifletté un istante. Poi scosse semplicemente il capo. «No. Non nell’ambito della ragionevole probabilità.»

«Proprio nessuna? Nemmeno uno straccio di prova?»

«No, temo proprio di no.»

«Ed estendendo i limiti della ragionevole probabilità?»

«Qui non c’è nulla.»

«Estendendo i limiti fino al punto di rottura?»

«Ancora nulla. Ha avuto una gravidanza normale ed è una cavallerizza sfortunata. Questo è quanto vi leggo.»

«Nessun ragionevole dubbio?» incalzò Walker. «È tutto ciò che mi serve. Anche un misero frammento.»

«Non c’è.»

Hack rimase un istante muto. «Dottore, per favore, lasci che le dica una cosa col dovuto rispetto, va bene? Dal punto di vista di un procuratore distrettuale, lei è stato una spina nel fianco più spesso di quanto non ricordi, sia per me sia per i miei colleghi in tutto lo Stato. Ci sono state volte in cui non eravamo mai sicuri di quello che avrebbe escogitato. Lei è sempre stato capace di fornire le spiegazioni più bizzarre quasi per qualsiasi cosa. Perciò le chiedo, per favore, non esiste proprio nessuna possibilità d’interpretare questo materiale in modo diverso?»

Black non rispose.

«Mi dispiace», mormorò Walker. «L’ho offesa.»

«Non nel modo che crede lei», ribatté l’esperto di medicina legale. «Il fatto è che non ho mai fornito una spiegazione bizzarra di alcunché. Se vedo la possibilità di prosciogliere l’imputato, ne parlo in aula, questo è certo. Ma ciò che lei stenta chiaramente a capire è che quando non la vedo, allora non parlo affatto. Ciò su cui ci siamo scontrati io e i suoi colleghi in passato è soltanto la punta dell’iceberg. I casi non difendibili non arrivano in tribunale, perché io consiglio alla difesa di optare per una dichiarazione di colpevolezza e di sperare nella grazia. E vedo molti, molti casi non difendibili.»

«Casi come questo?»

Black annuì. «Temo di sì. Se fossi stato chiamato direttamente dalla signorina Aaron, le avrei detto che la parola della sua cliente non è attendibile. E lei ha ragione, lo dichiaro con riluttanza, dopo un lungo e onorevole stato di servizio a favore della difesa. Una posizione questa che ho sempre mantenuto, nonostante il rischio d’infastidire i procuratori distrettuali. E che intendo mantenere, finché mi sarà consentito. Forse non a lungo, se continuerà questo caldo infernale.»

S’interruppe un secondo e si guardò intorno.

«Per tale ragione ora devo lasciarvi», continuò. «Mi spiace di non essere stato in grado di aiutarla, signor Walker. Davvero. Sarebbe stata una soddisfazione enorme.»

Impilò i referti, li rimise nella busta della FedEx e la porse a Reacher, che era il più vicino. Poi si alzò e si diresse verso la porta.

«Ma ci deve essere qualcosa», affermò Hack. «Non ci credo. L’unica volta nella vita che desidero che Cowan Black salti fuori con qualcosa, non accade.»

Black scosse il capo. «L’ho imparato molto tempo fa, talora sono soltanto colpevoli.»

Fece un mezzo gesto di saluto e uscì lentamente dall’ufficio. Il flusso d’aria condizionata fece sbattere la porta alle sue spalle. Alice e Reacher rimasero in silenzio, a guardare Walker dietro la scrivania. Hack lasciò cadere la testa fra le mani e chiuse gli occhi.

«Andatevene. Uscite di qui e lasciatemi solo», mormorò.

L’aria delle scale era soffocante, e fuori sul marciapiede era ancor peggio. Reacher spostò la busta della FedEx nella mano sinistra e afferrò Alice per un braccio con la destra. La fermò sul ciglio del marciapiede.

«C’è un buon gioielliere in città?» le chiese.

«Penso di sì», rispose. «Perché?»

«Voglio che ritiri gli oggetti personali di Carmen. Sei ancora il suo avvocato, per quanto ne sanno. Faremo valutare l’anello. E scopriremo se sta dicendo la verità su tutto

«Hai ancora dei dubbi?»

«Ero nella polizia militare. Noi verifichiamo una volta, poi una seconda.»

«D’accordo», dichiarò Alice. «Se proprio vuoi.»

Svoltarono l’angolo e, giunti alla prigione, presero possesso della cintura di lucertola di Carmen e del suo anello, firmando un modulo che identificava entrambi gli oggetti come prove materiali. Poi andarono in cerca di una gioielleria. Si allontanarono dalle strade in cui erano ubicati i negozi più modesti e trovarono ciò che cercavano dieci minuti più tardi, in una via di boutique di lusso. La vetrina era troppo ricolma di merce per essere considerata elegante ma, a giudicare dai cartellini dei prezzi, il proprietario aveva il senso della qualità. O un irrefrenabile ottimismo.

«Allora, come facciamo?» chiese Alice.

«Fingiamo si tratti di una vendita patrimoniale», rispose Reacher. «Apparteneva a tua nonna.»

L’orefice era anziano e curvo. Forse una quarantina d’anni prima avrebbe potuto avere in tutto e per tutto l’aspetto del gioielliere scaltro, tuttavia si difendeva ancora bene. Reacher colse un lampo nel suo sguardo. Poliziotti? Poi lo vide scartare l’ipotesi: Alice non aveva l’aria del poliziotto. E nemmeno Jack, un’impressione sbagliata di cui lui aveva approfittato per anni. Poi il negoziante valutò rapidamente il potenziale grado d’intelligenza dei nuovi clienti. I suoi pensieri erano trasparenti, almeno per Reacher, che era abituato a osservare la gente fare segrete congetture. Alla fine intuì che aveva deciso di procedere con cautela. Alice estrasse l’anello e gli disse che l’aveva ereditato dalla sua famiglia. Pensava di venderlo, se il prezzo fosse stato allettante.

L’uomo lo sollevò sotto la lampada del banco e lo esaminò con una lente d’ingrandimento.

«Colore, trasparenza, taglio e carati. È questo che si deve cercare», spiegò.

Girò la pietra a destra e a sinistra e questa brillò al riflesso della luce. Poi prese una striscia di cartone con fori circolari di diametro crescente e infilò la pietra in alcuni di essi, finché non trovò la dimensione corrispondente.

«Due carati e un quarto», esclamò. «Un bel taglio. Il colore è buono, quasi ottimo. La trasparenza non è impeccabile, ma quasi. Una pietra niente male. Davvero. Quanto chiedete?»

«Il suo valore», rispose Alice.

«Potrei darvene venti.»

«Venti cosa?»

«Ventimila dollari», rispose.

«Ventimila dollari?»

L’uomo alzò le mani, i palmi esposti, sulle difensive. «Lo so, lo so. Qualcuno probabilmente vi ha detto che vale di più. E forse è vero, al dettaglio, in qualche grande magazzino, a Dallas o da qualche altra parte. Ma qui siamo a Pecos, e voi state vendendo, non comprando. E io devo guadagnarci qualcosa.»

«Ci penserò», replicò Alice.

«Venticinque?» rilanciò il vecchio.

«Venticinquemila dollari?»

L’uomo annuì. «È la cifra più alta che vi posso offrire, per essere onesto con me stesso. Devo mangiare, dopotutto.»

«Lasci che ci pensi un po’ su», ripeté la ragazza.

«Be’, non ci pensi troppo», suggerì il gioielliere. «Il mercato potrebbe cambiare. E io sono l’unico in città. Un pezzo come quello spaventerebbe chiunque altro.»

Si fermarono sul marciapiede fuori dal negozio. Alice teneva l’anello come fosse rovente. Poi aprì la borsetta e lo chiuse in una tasca con la zip, usando la punta delle dita per spingerlo in fondo.

«Se uno come quello sostiene che ne vale venticinque, probabilmente ne vale sessanta», commentò Reacher. «Forse di più. Molto di più. Qualcosa mi dice che non è uno dei commercianti più onesti.»

«In ogni caso, molto più di trentamila dollari», asserì Alice. «Un falso? Uno zircone cubico? Ci ha preso per scemi.»

Jack annuì vagamente. Sapeva che intendeva dire: Ti ha preso per scemo. Ma era troppo gentile per farlo.

«Andiamo», disse Reacher.

S’incamminarono a est nella calura soffocante, verso la parte meno elegante della città, oltre il tribunale, accanto alla ferrovia. L’ufficio di Alice distava circa un chilometro e mezzo e impiegarono trenta minuti. Faceva troppo caldo per affrettarsi. Reacher rimase muto per tutto il tragitto, impegnato nella sua solita battaglia interiore su quando fosse il momento giusto per rinunciare a una causa persa.

Davanti alla porta dello studio prese di nuovo Alice per un braccio. «Voglio fare un ultimo tentativo.»

«Perché?» gli chiese la donna.

«Perché vengo dall’esercito. Controlliamo due volte, e poi una terza.»

Alice sospirò, con un pizzico d’impazienza. «Che cosa vuoi fare?»

«Devi portarmi in un posto.»

«Dove?»

«C’è un testimone oculare con cui possiamo parlare.»

«Un testimone oculare? Dove?»

«A scuola, contea di Echo.»

«La bambina

Reacher annuì. «Ellie. È furba come un gatto.»

«Ha sei anni.»

«Se è accaduto, scommetto che lo sa.»

Alice rimase immobile un istante. Poi sbirciò dalla finestra. L’ufficio era pieno di clienti. Sembravano intontiti dal caldo e frustrati dalla vita.

«Non è giusto nei loro confronti. Devo portare avanti il mio lavoro», dichiarò.

«Solo quest’ultima cosa.»

«Ti presto l’auto. Puoi andare da solo.»

Jack scosse il capo. «Ho bisogno della tua opinione. Sei tu l’avvocato. E non mi faranno entrare a scuola senza di te. Tu hai uno status, io no.»

«Non posso farlo. Ci vorrà tutto il giorno.»

«Quanto ci sarebbe voluto per ottenere i soldi da quell’uomo? Quante ore retribuite?»

«Noi non percepiamo retribuzione.»

«Sai benissimo che cosa intendo.»

Alice rifletté un istante. «Va bene. Un accordo è un accordo, suppongo.»

«Questa è l’ultima cosa che ti chiedo. Promesso.»

«Perché, esattamente?» gli domandò la donna.

Erano a bordo della Volkswagen gialla, diretti a sud lungo la strada deserta che usciva da Pecos. Reacher non riconosceva nessuna caratteristica del paesaggio. Era buio pesto quando era giunto in città, sul sedile posteriore dell’auto della polizia.

«Perché ero un investigatore», rispose.

«Va bene. Gli investigatori indagano. Fin qui, ci arrivo. Ma a un certo punto non si fermano? Voglio dire, non smettono mai? Quando ormai sanno

«Gli investigatori non sanno mai. Intuiscono, indovinano», ribatté Jack.

«Pensavo si basassero sui fatti.»

«Non proprio. Voglio dire, alla fine lo fanno. Ma nel novantanove per cento dei casi si tratta di intuito. Nei confronti delle persone. Un buon investigatore è un individuo con un sesto senso per le persone.»

«L’intuito non può cambiare il nero in bianco.»

Jack annuì. «No, non può farlo.»

«Non ti sei mai sbagliato?»

«Sì, certo. Un sacco di volte.»

«Ma?»

«Ma non penso di sbagliarmi ora.»

«Perché, esattamente?» insistette la ragazza.

«Perché conosco bene la gente, Alice.»

«Anch’io», ribatté lei. «Per esempio, so che Carmen Greer ti ha fregato.»

Reacher non replicò. La osservò mentre guidava e guardò il paesaggio davanti a sé. Si vedevano le montagne in lontananza, dove Carmen aveva inseguito lo scuolabus. Aveva la busta della FedEx sulle ginocchia e ne approfittò per farsi aria, tenendola con le dita. La girò e la rigirò, in continuazione. La guardò davanti e dietro, il disegno arancio e blu, l’etichetta, le sigle dal significato oscuro, il mittente, il destinatario, la stampigliatura URGENTE, la descrizione della merce, le dimensioni in centimetri, trenta per ventidue, il peso, un chilo e centottanta grammi, il pagamento, le informazioni per il contatto del ricevente, la data di spedizione, la scritta NO CASELLA POSTALE e la dichiarazione della non pericolosità della merce. Reacher scosse il capo e gettò la busta dietro di sé, sul sedile posteriore.

«Non aveva un centesimo con sé.»

Alice non replicò. Continuò a guidare la sua auto, cercando di mantenere la velocità e di non consumare troppo. Reacher avvertiva la pena che lei provava nei suoi confronti. Un’ondata improvvisa di pietà.

«Che cosa c’è?» le domandò.

«Dovremmo tornare indietro. È una perdita di tempo.»

«Perché?»

«Che cosa ci dirà Ellie esattamente? Voglio dire, riesco a seguire la tua riflessione. Se Carmen si è rotta davvero un braccio, allora la bambina deve averla vista col gesso per sei settimane. Ed Ellie è una ragazzina sveglia, perciò lo ricorderà. Lo stesso per la mandibola. Con la mandibola rotta devi rimanere con la faccia bendata per un bel po’. Certamente a un bambino rimarrebbe impresso. Se ciò è successo davvero, e se è accaduto in tempi abbastanza recenti perché Ellie se ne ricordi.»

«Ma?»

«Ma noi sappiamo che non ha mai portato il gesso. Sappiamo che non ha mai avuto la mandibola fissata col filo metallico. Abbiamo le cartelle cliniche, ricordi? Sono qui in macchina con noi. O pensi che aggiustare le ossa sia un’attività fai da te? Credi ci abbia pensato il maniscalco nel fienile? Perciò tutto quello che può fare Ellie è confermare ciò che già sappiamo. E molto probabilmente non si ricorderà nulla in ogni caso, perché è piccola. Dunque il nostro viaggio è una doppia perdita di tempo.»

«Andiamoci lo stesso», insistette Reacher. «Siamo già a metà strada. Potrebbe ricordare qualcosa di utile. E io voglio rivederla. È una bambina eccezionale.»

«Ne sono certa. Ma non dannarti l’anima, d’accordo? Cos’hai intenzione di fare? Di adottarla? È lei quella che ci rimette in quest’affare, perciò faresti meglio ad accettare i fatti e a dimenticarla.»

Non parlarono più finché non giunsero all’incrocio con il ristorante, la scuola e il benzinaio. Alice parcheggiò esattamente dove aveva posteggiato Carmen e insieme scesero nella calura torrida.

«È meglio che venga con te», suggerì Jack. «Mi conosce. Possiamo portarla fuori e parlare in macchina.»

Superarono il cancello metallico e attraversarono il cortile. Entrarono dalla porta principale e si ritrovarono nell’atrio della scuola, pervaso dell’odore tipico delle elementari. Un minuto dopo erano già usciti. Ellie Greer non c’era, ed era stata assente anche il giorno prima.

«Immagino sia comprensibile. Un periodo traumatico per lei», commentò Alice.

Reacher annuì. «Andiamo, forza. È solo un’altra ora a sud.»

«Fantastico», esclamò Alice.

Risalirono in macchina e percorsero i successivi cento chilometri di deserto riarso senza parlare. Impiegarono un po’ meno di un’ora, poiché Alice andava più veloce di quanto non avesse fatto Carmen. Reacher riconobbe alcuni elementi del paesaggio. Vide il vecchio campo petrolifero sulla sinistra, all’orizzonte. Greer Tre.

«Ci siamo quasi», esclamò.

Alice rallentò. La staccionata di picchetti rossi prese il posto del filo metallico e il cancello apparve nella foschia. Alice frenò e svoltò sotto l’arco. L’auto sobbalzò rigidamente attraverso il cortile, si fermò in fondo ai gradini ormai familiari della veranda e la donna spense il motore. L’intero luogo era silenzioso, nessun segno di attività. Ma erano tutti a casa, perché i veicoli erano allineati nella rimessa. C’erano la Cadillac bianca e la Jeep Cherokee, il pick-up nuovo e quello vecchio. Tutti acquattati nell’ombra.

Uscirono dal Maggiolone e rimasero un istante dietro le portiere aperte, come se offrissero protezione da qualcosa. L’aria era immobile, e più calda che mai. Quarantaquattro gradi, forse di più. Reacher condusse la ragazza su per gli scalini, sotto l’ombra del tetto, e bussò alla porta. Si aprì quasi immediatamente e sulla soglia apparve Rusty Greer. Impugnava un fucile calibro 22, con una mano sola. Rimase in silenzio per un lungo istante, a fissarlo, poi parlò.

«Ah, è lei», mormorò la donna. «Pensavo fosse Bobby.»

«L’ha perso?» chiese Reacher.

Rusty alzò le spalle. «È uscito. Non è ancora tornato.»

Jack guardò di nuovo in direzione dell’autorimessa. «Le macchine ci sono tutte», osservò.

«Sono venuti a prenderlo», ribatté Rusty. «Io ero di sopra. Non li ho visti, ma li ho sentiti.»

Reacher non replicò.

«In ogni caso, non mi aspettavo di rivederla, mai più», continuò la donna.

«Lei è l’avvocato di Carmen», disse Jack.

Rusty si voltò a guardare Alice. «È quanto di meglio è riuscita a trovare?»

«Dobbiamo vedere Ellie.»

«Perché?»

«Stiamo interrogando i testimoni.»

«Una bambina non può essere una testimone.»

«Questo lo deciderò io», intervenne Alice.

La signora Greer le sorrise. «Ellie non è qui», dichiarò.

«Be’, allora dov’è?» chiese Reacher. «A scuola non è andata.»

Rusty rimase in silenzio.

«Signora Greer, dobbiamo sapere dove si trova Ellie», disse Alice.

La donna sorrise ancora. «Non lo so dove si trovi, avvocato.»

«Perché no?» le chiese la ragazza.

«Perché l’hanno presa in custodia i servizi sociali, ecco perché.»

«Quando?»

«Questa mattina. Sono venuti a prenderla.»

«E lei lo ha permesso?» sbottò Reacher.

«Perché non avrei dovuto? Io non la voglio. Ora che Sloop non c’è più.»

Jack la fissò. «Ma è sua nipote.»

Rusty fece un gesto di disprezzo con la mano. Il fucile si mosse. «Il fatto è che non ne sono mai stata entusiasta.»

«Dove l’hanno portata?»

«In un orfanotrofio, immagino. Poi sarà adottata, se qualcuno la vuole. Il che è improbabile. Credo che i mezzosangue siano difficili da piazzare. Le persone perbene di solito non vogliono mangiafagioli.»

Seguì un lungo silenzio. Solo il lieve crepitio della terra secca che si cuoceva al sole.

«Spero che le venga un cancro», disse Reacher.

Si voltò e raggiunse l’auto, senza nemmeno attendere Alice. Salì sbattendo la portiera e rimase a fissare il vuoto col volto in fiamme, torcendosi e ritorcendosi le mani possenti. La ragazza si sedette di fianco a lui e avviò il motore.

«Portami via di qui», mormorò Jack, e Alice partì in una nuvola di polvere. Nessuno dei due proferì parola per tutto il viaggio fino a Pecos.

Quando tornarono, erano le tre del pomeriggio e lo studio legale era semivuoto a causa del caldo. Sulla scrivania di Alice c’era la solita selva di messaggi. Cinque erano di Hack Walker. Erano in sequenza, ognuno più urgente del precedente.

«Andiamo?» chiese Alice.

«Non dirgli dell’anello», le suggerì Reacher.

«È tutto finito, non capisci?»

E lo era davvero. Jack lo vide scritto sul volto di Walker. Aveva un’espressione rilassata e nel contempo rassegnata. Era come se fosse giunta la fine e si sentisse in pace. Era seduto alla scrivania, sommersa da documenti. Questi erano sistemati in due pile, una più alta dell’altra.

«Che cosa c’è?» domandò Reacher.

Walker lo ignorò e passò un foglio ad Alice.

«La rinuncia ai suoi diritti», illustrò. «La legga attentamente. Rifiuta la rappresentanza legale e dichiara la spontaneità dell’atto. E aggiunge che ha rifiutato di essere rappresentata da lei fin dall’inizio.»

«Dubitavo della sua capacità di ragionare con lucidità», si giustificò la ragazza.

Walker annuì. «Le darò il beneficio del dubbio. Ma ora non sussiste più. Perciò siete qui per semplice cortesia, intesi? Entrambi.»

Poi passò loro la pila più bassa di documenti. Alice li prese, li dispiegò sul tavolo a mo’ di ventaglio e Reacher si protese verso destra per darvi un’occhiata. Erano tabulati di computer, pieni di cifre e di date. Si trattava di registrazioni bancarie, di dichiarazioni di bilancio e di elenchi di transazioni. Crediti e debiti. Sembravano esserci cinque conti separati. Due erano normali conti correnti, tre erano depositi azionari e recavano l’intestazione Fondo fiduciario non discrezionale Greer n.1 – n.5. I bilanci erano in attivo. Decisamente in attivo. Il totale ammontava quasi a due milioni di dollari.

«Me li ha inviati l’ufficio di Al Eugene. E ora guardate gli ultimi fogli», disse Walker.

Alice scartabellò fra i tabulati. Gli ultimi due erano graffettati insieme. Reacher lesse da dietro la sua spalla. Si trattava di un testo legale, che si andava ad aggiungere alle bozze formali di un accordo fiduciario. Allegato vi era un atto notarile, che dichiarava, con un linguaggio relativamente diretto, che a decorrere dalla data indicata esisteva un unico amministratore fiduciario con controllo esclusivo dei fondi di Sloop Greer. Amministratore che veniva identificato nella moglie legittima di Sloop Greer, Carmen.

«Aveva due milioni di dollari in banca. Tutti suoi», fece notare Walker.

Reacher guardò Alice, che annuì.

«Ha ragione», mormorò la ragazza.

«Ora guardate l’ultima clausola dell’accordo», continuò Hack.

Alice voltò la pagina. L’ultima clausola riguardava un diritto di reversione. I fondi sarebbero tornati a essere discrezionali e sotto il controllo di Sloop in una data futura che avrebbe dovuto essere specificata da lui. A meno che non fosse diventato irreversibilmente incapace d’intendere e di volere. O fosse morto. In tal caso tutti i bilanci esistenti sarebbero diventati di proprietà unica di Carmen, in primo luogo come da accordo precedente, e in secondo luogo, come eredità.

«Vi è tutto chiaro?» chiese il procuratore.

Reacher non rispose, ma Alice annuì.

Walker le porse la pila più alta. «Ora leggete questa.»

«Che cos’è?» domandò la donna.

«Una trascrizione», rispose Hack. «Della sua confessione.»

Calò il silenzio.

«Ha confessato?» domandò, incredula, Alice.

«Abbiamo una videoregistrazione», aggiunse Walker.

«Quando?»

«Oggi a mezzogiorno. La mia assistente le ha fatto visita non appena abbiamo ricevuto i documenti finanziari. Abbiamo tentato di rintracciarvi, ma non ci siamo riusciti. Poi Carmen ci ha detto che in ogni caso non voleva nessun avvocato. Perciò le abbiamo fatto firmare la liberatoria. Dopodiché ha vuotato il sacco. L’abbiamo portata qui e abbiamo registrato di nuovo tutto. Non è stato piacevole.»

Reacher stava per metà ascoltando, per metà leggendo. Non era piacevole, questo era certo. Iniziava con le solite dichiarazioni di libera volontà e di assenza assoluta di coercizione. Dichiarava il suo nome e poi raccontava la sua storia dai tempi in cui era a Los Angeles. Nata come figlia illegittima, era diventata una prostituta. Street stroller, «passeggiatrice», si era definita, come probabilmente si usava dire nel barrio, suppose Reacher. Poi si era allontanata dalle strade, aveva iniziato a fare spogliarelli ed era diventata un’«operatrice del sesso». E aveva adescato Sloop, proprio come aveva affermato Walker. Il «mio mezzo di sostentamento», l’aveva definito. Poi era diventata impaziente. Carmen si annoiava a morte nel Texas, voleva andarsene, ma voleva farlo con un po’ di soldi in tasca. Quanto più alta fosse stata la cifra, tanto meglio sarebbe stato. I guai di Sloop col fisco erano stati una manna dal cielo. I fondi la tentavano. Aveva cercato di farlo uccidere in prigione, avendo saputo dai suoi amici che era possibile, ma aveva scoperto che una struttura federale di minima sicurezza non si prestava allo scopo. Allora aveva aspettato. Non appena aveva sentito che stava per uscire, si era comprata un’arma ed era andata in cerca di reclute. Aveva pianificato di persuadere la vittima con presunte storie di violenze domestiche. Il nome di Reacher era menzionato come ultima chance. Lui si era rifiutato, perciò aveva fatto da sola. Dal momento che si era già inventata dichiarazioni di abusi, intendeva usarle per inscenare la legittima difesa, o ridurre la sua responsabilità, o qualsiasi cosa riuscisse a far credere. Ma poi si era resa conto che le sue cartelle cliniche avrebbero parlato chiaro, perciò stava confessando e si stava appellando alla pietà del pubblico ministero. La sua firma era scarabocchiata al margine inferiore di ogni pagina.

Alice leggeva lentamente e finì un minuto dopo di lui.

«Mi spiace, Reacher», mormorò.

Ci fu un attimo di silenzio.

«E cosa mi dice delle elezioni?» domandò Jack. Era l’ultima speranza.

Walker scrollò le spalle. «Il codice texano afferma che è un crimine capitale. Un omicidio a fini di lucro. Abbiamo prove che la inchiodano. E non posso ignorare una confessione spontanea, non crede? Perciò, un paio d’ore fa ero abbastanza disperato. Ma poi ci ho riflettuto. In effetti, una confessione spontanea mi può aiutare; una confessione e una dichiarazione di colpevolezza fanno risparmiare al contribuente il costo di un processo e possono giustificare una mia richiesta di ergastolo. Per come la vedo, con una storia del genere, Carmen apparirà molto, molto crudele a chiunque. Perciò, se recedo dalla pena di morte, sembrerò magnanimo a confronto. Perfino generoso. I bianchi s’innervosiranno un po’, ma i messicani mi saranno grati. Capite cosa intendo? Ora l’intera situazione si è ribaltata. Lei era la brava persona, io la mano pesante. Ma ora lei è la mano pesante e io sono la brava persona. Dunque, credo non vi saranno problemi.»

Nessuno parlò per un altro minuto. Si udiva solo il rombo costante dei condizionatori.

«Ho i suoi effetti personali. Una cintura e un anello», disse Alice.

«Li porti al magazzino. Più tardi la trasferiremo», replicò Hack.

«Dove?»

«Al penitenziario. Non possiamo più tenerla qui.»

«No, intendo dire dove si trova il magazzino?»

«Lo stesso edificio dell’obitorio. Si assicuri che le diano una ricevuta.»

Reacher l’accompagnò all’obitorio. Camminava, ma non si rendeva conto dei singoli passi. Non sentiva più il caldo, né la polvere, il traffico o gli odori della strada. Gli sembrava di camminare a qualche centimetro dal marciapiede, all’interno di una tuta isolante. Alice gli parlava, di tanto in tanto, ma lui non sentiva nulla di ciò che diceva. Tutto ciò che udiva era una vocina nella testa che ripeteva: Ti sei sbagliato. Ti sei sbagliato di grosso. Una voce che aveva già sentito prima, ma non per questo più facile da ascoltare, poiché aveva basato la sua intera carriera sul fatto di udirla meno spesso di chiunque altro. Era come un punteggio di pugilato nella sua testa, e la sua media aveva appena subito seri danni. Il che lo turbava. Non per vanità, ma perché era un professionista e si supponeva avesse un buon intuito.

«Reacher? Non mi stai ascoltando, vero?»

«Cosa?»

«Ti ho chiesto se vuoi mangiare.»

«No. Voglio un passaggio.»

La ragazza si fermò bruscamente. «E ora? Vuoi controllare per la quarta volta?»

«No, intendo via di qui. Voglio andarmene. In un luogo lontano. Ho sentito che l’Antartide è magnifico in questo periodo dell’anno.»

«La stazione degli autobus è sulla strada di ritorno per l’ufficio.»

«Perfetto. Prenderò un autobus. Perché ho chiuso con l’autostop. Non sai mai chi ti può caricare.»

L’obitorio era un capannone industriale basso, situato in un cortile lastricato, dietro la strada. Avrebbe potuto essere un negozio di freni o un deposito di pneumatici. Aveva binari metallici e una porta avvolgibile come quella delle officine. Nella parte più lontana dell’edificio si apriva una porta per il personale, raggiungibile attraverso due gradini ed era incorniciata da ringhiere fatte con tubi d’acciaio. All’interno faceva molto freddo. Vi erano condizionatori industriali che funzionavano a pieno ritmo: sembrava di essere in una cella frigorifera per la conservazione della carne. E in un certo senso era così. Alla sinistra dell’atrio c’era una doppia porta che conduceva direttamente nella sala dedicata alle autopsie dell’obitorio. Era aperta e Reacher intravide i tavoli autoptici. All’interno era tutto acciaio, piastrelle bianche e luce fluorescente.

Alice appoggiò la cintura di lucertola sul banco, recuperò l’anello in fondo alla tasca della borsa e riferì al responsabile che erano per la causa Texas contro Carmen Greer. L’uomo si allontanò e tornò con una scatola per le prove.

«No, si tratta di effetti personali, non di prove. Mi spiace», affermò la donna.

Il tizio la guardò come per chiederle perché non l’ha detto prima? e si voltò nuovamente.

«Aspetti», intervenne Reacher. «Mi lasci vedere.»

L’uomo si fermò, si voltò e fece scivolare la scatola sul bancone. Non aveva coperchio, era un contenitore di cartone profondo forse otto centimetri. Qualcuno aveva scritto GREER a pennarello su un lato. La Lorcin era in un sacchetto di plastica contrassegnato da un numero. In un’altra busta vi erano due bossoli di ottone, e in altri due sacchetti erano contenute due minuscole pallottole calibro 22. Erano di colore grigio e deformate in maniera molto lieve. Una busta era etichettata INTERCRANICA n.1, l’altra INTERCRANICA n.2. Avevano numeri di riferimento e firme diverse.

«Il patologo è qui?» domandò Reacher.

«Certo. È sempre qui», rispose l’addetto.

«Ho bisogno di vederlo. Subito», affermò Jack.

Si aspettava obiezioni, ma l’uomo si limitò a indicare la doppia porta. «È là dentro.»

Alice indugiò, ma Reacher entrò diretto. Dapprima pensò che la stanza fosse vuota, poi vide una porta di vetro nell’angolo più lontano. Dietro di essa un ufficio e un uomo in camice verde, seduto a una scrivania, intento a compilare documenti. Jack bussò sul vetro. L’uomo sollevò lo sguardo e lo invitò a entrare.

«Posso aiutarla?» chiese.

«Solo due pallottole in Sloop Greer?» gli domandò Reacher.

«Lei chi è?»

«Sono con l’avvocato dell’imputata», rispose Jack. «Lei è fuori.»

«L’imputata?»

«No, l’avvocato.»

«D’accordo», mormorò l’uomo. «Che cosa vuole sapere dei proiettili?»

«Quanti erano?»

«Due», rispose il patologo. «Ci ho messo un secolo per estrarli.»

«Posso vedere il corpo?»

«Perché?»

«Temo un errore giudiziario.»

È una tattica che funziona a meraviglia con i patologi. Di solito calcolano che ci sarà un processo e che potrebbero essere chiamati a testimoniare, e l’ultima cosa che desiderano è essere umiliati dal controinterrogatorio della difesa. Ciò danneggerebbe la loro immagine di uomini di scienza, nonché il loro ego; perciò preferiscono dissipare ogni dubbio in anticipo.

«Va bene», assentì. «È in freezer.»

Nel retro dell’ufficio c’era un’altra porta, che conduceva in un corridoio dalla luce fioca. Alla fine del corridoio si apriva una porta blindata d’acciaio, simile a quelle delle celle frigorifere.

«Fa freddo qui dentro», lo avvertì l’uomo.

Reacher annuì. «Ne sono lieto.»

Il patologo armeggiò con la maniglia ed entrarono. La luce era forte, i tubi fluorescenti correvano per tutto il soffitto. Nella parete più distante erano allineati ventisette scomparti d’acciaio inossidabile, disposti su tre file orizzontali. Otto erano occupati. Sulla parte anteriore spiccavano etichette infilate in appositi spazi, di quelle che si vedono negli archivi di un ufficio. L’aria nel locale era gelida; il respiro di Reacher si condensava davanti alle labbra. Il patologo controllò le targhette e tirò uno scomparto per la maniglia. Uscì con facilità, scorrendo su due binari.

«Ho dovuto asportargli la parte posteriore della testa», spiegò. «In pratica ho dovuto svuotargli il cervello con un mestolo, prima di trovare le pallottole.»

Sloop Greer era supino, completamente nudo. Da morto appariva piccolo e avvizzito; aveva la pelle grigia, come argilla non ancora cotta, era rigido e freddo e aveva gli occhi aperti, lo sguardo fisso nel nulla. Sulla fronte si notavano due fori di pallottola, a sette centimetri di distanza l’uno dall’altro. Erano fori netti, dai margini increspati e di colore blu, come fossero stati eseguiti in maniera accurata da un artigiano, con un trapano.

«Classiche ferite da proiettili calibro 22», affermò il patologo. «Le pallottole entrano, ma non escono più. Troppo lente. Poca potenza. Vagano un po’ all’interno, ma svolgono il loro lavoro.»

Reacher chiuse gli occhi. Poi sorrise. Un ghigno ampio. «Questo è certo. Svolgono il loro lavoro.»

Si udì bussare alla porta aperta. Un rumore cupo, di nocche delicate contro l’acciaio duro. Jack riaprì gli occhi. Alice era dietro di lui, tremante.

«Che cosa stai facendo?» gli domandò.

«Cosa viene dopo la quarta verifica?»

«Una quinta verifica», rispose la donna. «Perché?»

«E dopo la quinta?»

«La sesta. Perché?»

«Perché ora faremo un ampio lavoro di verifica.»

«Perché?»

«Perché qui c’è qualcosa che non quadra affatto, Alice. Vieni a vedere.»