6

REACHER si mise subito a letto, anche se era ancora presto. Dormi quando puoi, in modo da non averne bisogno quando non puoi. Questa era la sua regola. Non aveva mai lavorato con orari regolari. Per Jack non esisteva differenza fra martedì e domenica, o fra lunedì e venerdì, né fra la notte e il giorno. Era contento di dormire dodici ore, e di lavorare nelle trentasei successive. E se non doveva lavorare nelle trentasei ore successive, allora ne dormiva altre dodici, e così via, più spesso che poteva, finché non saltava fuori qualcosa da fare.

Il letto era corto e il materasso pieno di bitorzoli. L’aria nella stanza si era depositata come una zuppa calda e densa sulle lenzuola sottili che lo coprivano. Fuori udiva un forte brusio d’insetti; erano miliardi, udibili separatamente se si concentrava con attenzione, ma fusi in un unico ronzio se ascoltava in modo superficiale. I rumori della notte, in un luogo lontano da tutto. A notevole distanza si individuavano i versi solitari e gutturali dei puma e dei coyote. Anche i cavalli li udivano, e Reacher li sentiva agitarsi nel fienile, per tranquillizzarsi un momento dopo e ricominciare al richiamo successivo, spettrale e malinconico. Poi udì un fruscio nell’aria e immaginò di percepire le variazioni di pressione nel momento in cui le colonie di pipistrelli prendevano il volo. Immaginò di udire il battito delle ali coriacee e, poco dopo, si addormentò, fissando le stelle attraverso un lucernario in alto, sopra di lui.

Pecos distava da El Paso più di trecento chilometri e sulla strada, di tanto in tanto, si incontravano motel, stazioni di servizio e fast food. I killer viaggiarono per un’ora verso ovest, e dopo un centinaio di chilometri si fermarono a un motel. Il secondo che incontrarono. Era un’abitudine della donna: mai il primo posto, sempre il secondo. Ed era meglio arrivare sempre molto tardi. Si trattava quasi di una superstizione, ma lei soleva definirla una «misura di sicurezza».

Il secondo luogo disponeva di una stazione di servizio abbastanza grande per i camion più grossi, un motel a due piani e un ristorante aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. L’uomo alto e biondiccio entrò nella reception del motel e pagò due stanze, in contanti. Non erano adiacenti; una si trovava al piano terra, lontano dalla reception, l’altra al piano superiore, più o meno a metà edificio. La donna scelse la seconda camera.

«Dormite un po’», suggerì ai colleghi. «Abbiamo molto lavoro da sbrigare.»

Reacher udì Josh e Billy rientrare alle due del mattino. L’aria era ancora calda. Gli insetti ancora chiassosi. Sentì il rumore del pick-up un paio di chilometri più a sud, che si avvicinava, diventava sempre più forte, rallentava e superava il cancello. Udì il lamento delle sospensioni quando il veicolo attraversò il cortile accidentato, poi lo sentì entrare nella rimessa sotto di lui. Il motore si spense e cominciò a ticchettare mentre si raffreddava. Jack udì i passi sulle scale; erano pesanti e impacciati. Cercò di sembrare profondamente addormentato e li ascoltò passare accanto a lui, dirigersi in bagno e poi verso i letti. Le molle scricchiolarono quando i due si gettarono sulle brande. Poi il silenzio, eccezion fatta per gli insetti e per la respirazione ritmica e rumorosa di uomini che avevano lavorato sodo tutto il giorno, e alzato il gomito tutta la notte. Era un suono familiare per Reacher. Aveva trascorso diciassette anni nei dormitori, seppur in modo non continuativo.

Quando si svegliò, il rumore degli insetti era completamente svanito, e anche le stelle. Al loro posto, attraverso il lucernario, si vedevano le striature luminose dell’alba. Erano forse le sei del mattino, pensò Reacher, estate, regione meridionale degli Stati Uniti. Faceva già caldo. Sollevò il braccio e controllò l’orologio. Sei e dieci, sabato mattina. Pensò a Jodie, a Londra. Lassù erano le dodici e dieci. Sei ore avanti. Era sveglia da tempo. Probabilmente in qualche museo, a osservare quadri. Forse progettava di pranzare in qualche tea-room inglese. Poi pensò a Carmen Greer, nella casa grande, a quarantotto ore dal ritorno di Sloop. E a Ellie, forse accaldata e irrequieta nel suo lettino, che andava innocente incontro al giorno in cui la sua vita sarebbe cambiata di nuovo.

Scostò il lenzuolo stropicciato e camminò nudo fino al bagno, portando con sé i vestiti appallottolati in una mano. Josh e Billy dormivano ancora profondamente. Erano entrambi vestiti; Josh aveva ancora gli stivali. Russavano piano, scomposti e inerti sulle brande. Nell’aria aleggiava un vago odore di birra; l’odore del dopo sbornia.

Reacher lasciò scorrere l’acqua calda finché non ebbe eliminato il sudore dalla pelle insieme col sapone, poi aprì quella fredda per svegliarsi. La differenza di temperatura, tuttavia, non era molto evidente. Immaginò l’acqua pompata dal suolo arroventato dal sole. Quindi riempì il lavabo e vi immerse i vestiti. Era un trucco che aveva imparato da bambino, tempo addietro, in qualche luogo del Pacifico, dalle sentinelle di guardia a mezzogiorno. Una volta indossati, i vestiti bagnati fungono da condizionatore, poiché mantengono il fresco finché non si asciugano da soli. Ciò in base al principio di evaporazione, come nei refrigeratori. Jack si vestì a fatica con gli abiti bagnati che si attaccavano alla pelle, scese le scale e uscì alla luce dell’alba. Il sole aveva già superato l’orizzonte, e il cielo era un’immensa volta rossastra sopra la sua testa. Nessuna traccia di nuvole. La terra sotto i suoi piedi era ancora calda dal giorno precedente.

Gli osservatori si riunirono, come avevano fatto le cinque volte precedenti. Ormai era diventata una routine. Uno degli uomini guidò il pick-up fino all’abitazione del ragazzo e lo trovò fuori ad aspettarlo; poi, insieme, si recarono a casa dell’altro uomo, dove però scoprirono che la routine era variata.

«Mi ha appena chiamato», spiegò questi. «Cambio di programma: dobbiamo raggiungere un punto del Coyanosa Draw per ricevere nuove istruzioni, faccia a faccia.»

«Faccia a faccia con chi?» chiese il primo uomo. «Non con lui, vero?»

«No, con alcune persone con cui dovremo lavorare.»

Il ragazzo rimase in silenzio. L’altro uomo alzò le spalle.

«Per me va bene», mormorò.

«Inoltre, saremo pagati», fece notare il secondo uomo.

«Ancor meglio», ribatté il primo.

Il collega si pigiò sul sedile anteriore insieme con gli altri e chiuse la portiera del pick-up, che fece inversione e si diresse a nord.

Reacher aggirò la baracca e superò i recinti. Non si sentiva alcun rumore; l’intero luogo sembrava tramortito dal calore. Gli sorse una curiosità improvvisa sui cavalli: dormivano sdraiati? Entrò nell’enorme porta e notò che non era così. Dormivano in piedi, le teste abbassate, le ginocchia bloccate dal loro peso. La grossa giumenta con cui aveva lottato la sera prima sentì il suo odore e aprì un occhio. Lo guardò inespressiva, mosse con lentezza una delle zampe anteriori e richiuse l’occhio.

Jack si guardò intorno, pensando al lavoro che gli avrebbero chiesto di svolgere. I cavalli dovevano mangiare, presumibilmente; perciò doveva esserci una scorta di cibo da qualche parte. Ma che cosa mangiavano? Fieno, immaginò. Balle di fieno erano disseminate in tutto il fienile. Oppure si trattava di paglia per il pavimento? In un angolo si apriva una stanza piena di sacchi di qualche specie di integratore alimentare. Erano di tela cerata, di un fornitore specializzato di San Angelo. Probabilmente i cavalli mangiavano per lo più fieno, integrato con mangime vitaminico. Avevano, inoltre, bisogno d’acqua. In un angolo notò un rubinetto, con attaccato un lungo tubo di gomma. Ogni box aveva il suo abbeveratoio.

Reacher uscì dal fienile e si diresse verso la casa. Sbirciò dalla finestra della cucina. Non c’era anima viva, nessuna attività. Era come l’aveva lasciata la sera precedente. Continuò verso la strada. D’un tratto udì la porta di casa aprirsi alle sue spalle, si voltò e vide Bobby Greer uscire sulla veranda. Indossava la stessa maglietta e lo stesso cappellino, ma questa volta lo portava dalla parte giusta, con la visiera abbassata sugli occhi. Nella mano destra teneva un fucile; uno dei pezzi della rastrelliera dell’ingresso. Un calibro 22, moderno e in buone condizioni. Se lo mise in spalla e si arrestò bruscamente.

«Stavo per venirti a svegliare», esclamò. «Ho bisogno di un autista.»

«Perché? Dove vai?» gli chiese Reacher.

«A caccia», rispose Bobby. «Col pick-up.»

«Non sai guidare?»

«Certo che so guidare. Ma occorre essere in due. Tu guidi e io sparo.»

«Spari dal veicolo?»

«Vieni, ti faccio vedere.»

Bobby si diresse verso l’autorimessa. Si fermò vicino al pick-up più nuovo. Dal pianale di carico si levava una sorta di barra di protezione.

«Tu guidi. Per i pascoli. Io sto qui dietro, appoggiato alla barra. In questo modo ho un campo di tiro di trecentosessanta gradi», gli spiegò.

«Mentre ci muoviamo?»

«Qui sta la bravura. È divertente. L’ha inventato Sloop. Lui è un asso.»

«Che cosa cacci?»

«Armadilli», rispose Bobby. Si spostò lateralmente e indicò la strada che si addentrava nel deserto. Era una pista sterrata e stretta, scavata nel paesaggio, che si snodava serpeggiando per evitare le formazioni rocciose e seguire il percorso più agevole.

«Terreno di caccia», illustrò Bobby. «È una meraviglia, a sud di qui. E sono tutti là, belli grassi. Chili di armadillo, niente di meglio per pranzo.»

Reacher non replicò.

«Non hai mai mangiato armadillo?» gli chiese Bobby.

Jack scosse il capo.

«È buono. Quando mio nonno era giovane, ai tempi della Depressione, era l’unica cosa che c’era. ’Il tacchino del Texas’, lo chiamavano. O ’il maiale di Hoover’. Tenne in vita la gente. Ora grazie agli ambientalisti è una specie protetta ma, se è sulla nostra terra, possiamo sparargli. Io la penso così.»

«Io no», replicò Reacher. «Non mi piace la caccia.»

«Perché no? È una sfida.»

«Per te, forse. Io so già di essere più intelligente di un armadillo.»

«Tu lavori qui, Reacher. Farai ciò che ti dico.»

«Dobbiamo discutere di alcune formalità, prima che inizi a lavorare qui.»

«Per esempio?»

«Per esempio la paga.»

«Duecento la settimana», esclamò Bobby. «Un letto e tre pasti al giorno.»

Reacher rimase in silenzio.

«D’accordo? Volevi lavorare, no? O è solo Carmen che vuoi?»

Jack scrollò le spalle. Duecento la settimana? Era passato molto tempo da quando aveva lavorato l’ultima volta per duecento dollari la settimana. Ma, in fin dei conti, non era lì per il denaro.

«D’accordo», dichiarò.

«E farai qualsiasi cosa ti dicano Josh e Billy.»

«Va bene. Ma non ti porterò a caccia. Né ora, né mai. Chiamala una questione di coscienza.»

Bobby rimase un lungo istante in silenzio. «Troverò altri modi per tenerti lontano da lei, lo sai. Troverò qualcosa, ogni giorno.»

«Mi trovi nel fienile», replicò Reacher, e si allontanò.

Ellie gli portò la colazione. Indossava una salopette di jeans azzurra, aveva i capelli bagnati e sciolti. Tra le mani un piatto di uova strapazzate, nella tasca sul petto le posate, infilate come fossero penne. Si concentrò per ricordare il messaggio.

«La mamma ha detto di non scordare la lezione di equitazione», recitò. «Vuole che vi incontriate qui nel fienile dopo pranzo.»

Poi corse via, verso la casa, senza aggiungere altro. Reacher si sedette su una balla di fieno e mangiò le uova. Riportò il piatto in cucina e si avviò verso la baracca. Josh e Billy non erano lì per ordinargli che cosa fare. Meglio così, pensò Jack. Si guardò bene dall’andarli a cercare, anzi, si sdraiò e sonnecchiò nella calura.

Il Coyanosa Draw è un corso d’acqua con un letto sufficientemente ampio da convogliare l’acqua che cade sulle Davis Mountains nel fiume Pecos, che a sua volta confluisce nel Rio Grande, il quale scorre lungo il confine col Messico. Ma le piene sono stagionali e inaffidabili, perciò la regione è scarsamente popolata. In prossimità del letto in secca sorgono fattorie abbandonate, l’una distante dall’altra, lontane dalla civiltà. Tra queste vi era una vecchia casa male in arnese, scolorita dal sole. Di fronte alla struttura c’era un fienile vuoto, senza porte, un semplice capannone aperto, rivolto a ovest, verso la casa. A causa della disposizione degli edifici, l’interno del fienile era visibile solo dal cortile antistante.

La Crown Victoria attendeva al suo interno, il motore in folle per tenere in funzione l’aria condizionata. Il fienile aveva una scala esterna che conduceva al piano superiore, dove terminava con una piccola piattaforma. La donna era là fuori, sulla piattaforma, da dove si poteva scorgere la strada tortuosa. Vide il pick-up quand’era ancora a tre chilometri di distanza; viaggiava veloce e sollevava un alto pennacchio di polvere. Attese finché non fu sicura che fossero soli, poi si voltò, scese le scale e avvisò gli altri.

I colleghi uscirono dall’auto e rimasero in attesa nella calura estiva. Udirono il pick-up sulla strada, poi lo videro svoltare l’angolo del fienile e rallentare nel cortile. Fecero cenno al guidatore d’avvicinarsi, come due vigili urbani, e indicarono l’edificio. Uno di loro precedette il veicolo a piedi, gesticolando come un addetto alle aree di stazionamento aeroportuali, e lo fece parcheggiare a ridosso del muro posteriore, poi sollevò il pollice per indicargli di fermarsi. L’uomo si avvicinò alla portiera del conducente, il suo collega a quella del passeggero.

Il conducente spense il motore e si rilassò. La natura umana. Il termine di un viaggio a velocità sostenuta per un appuntamento segreto, l’attrattiva di nuove istruzioni, la prospettiva di un giorno di paga. Abbassò il finestrino. Dall’altra parte, l’altro uomo fece lo stesso. Poi entrambi morirono, colpiti alla tempia da una pallottola calibro 9. Il ragazzo che sedeva fra loro visse esattamente un secondo di più, i lati del suo volto sporchi di sangue e di tessuto cerebrale, il blocco stretto fra le mani. Poi l’uomo piccolo e scuro si protese e gli sparò due volte al petto. La donna spinse da parte il collega e girò la manovella dei finestrini di entrambe le portiere, in modo da lasciarli aperti solo pochi centimetri. Uno spazio sufficiente a far entrare gli insetti, ma non gli animali che si cibano di carogne. I primi avrebbero contribuito al processo di decomposizione, ma i secondi avrebbero potuto trascinare con sé pezzi di corpo, e portarli allo scoperto.

Reacher sonnecchiò un paio d’ore prima che Josh e Billy tornassero. Questi, tuttavia non gli diedero nessuna istruzione. Si prepararono invece per il pranzo, comunicandogli che erano stati invitati a mangiare in casa. Lui no, perché si era rifiutato di guidare.

«Bobby mi ha detto che avete cacciato un tizio», disse Reacher.

Josh sorrise.

«Quale tizio?» chiese Billy.

«Un uomo che aveva portato qui Carmen.»

«La messicana?»

«Un suo amico.»

Billy scosse il capo. «Non ne so niente. Non abbiamo mai cacciato nessuno. Che cosa siamo, poliziotti?»

«Sei tu il poliziotto», esclamò Josh.

«Davvero?»

Josh annuì. «Ce l’ha detto Bobby. Eri nella polizia militare.»

«Avete parlato di me?»

Josh scrollò le spalle e rimase in silenzio.

«Dobbiamo andare», disse Billy.

Venti minuti dopo Carmen gli portò il pranzo a base di armadillo. Era un piatto coperto, che emanava un forte odore di chili. La donna se ne andò, nervosa, in fretta, senza proferire parola. Reacher lo assaggiò; la carne era dolciastra, ma per il resto abbastanza normale. Era stata spezzettata, sminuzzata e mescolata con fagioli e una salsa in bottiglia non troppo piccante. Poi era stata cotta in forno, a temperatura elevata, quasi troppo. Jack aveva mangiato di peggio, ed era affamato, perciò non fece tante storie. Consumò il suo pasto con calma, poi riportò il piatto in cucina. Bobby stava in piedi sui gradini della veranda, come una sentinella.

«I cavalli hanno bisogno di integratori alimentari», urlò. «Andrai a prenderli con Josh e Billy. Dopo la siesta. Prendete tanti sacchi quanti riuscite a farne stare sul furgone.»

Reacher annuì e andò in cucina. Restituì il solito piatto alla cameriera, e la ringraziò per il pranzo. Poi si diresse al fienile, entrò e si sedette su una balla di fieno ad aspettare. I cavalli si girarono a guardarlo dai box, pazienti e fiacchi per la calura. Uno di loro stava masticando lentamente e aveva alcuni fili di fieno appiccicati alle labbra.

Carmen arrivò dieci minuti più tardi. Si era cambiata e adesso indossava un paio di jeans scoloriti e una camicia di cotone a quadretti senza maniche. Portava un cappello di paglia e la sua borsetta. Sembrava ancora più piccola e impaurita.

«Bobby non sa che hai avvertito tu il fisco. Pensa che sia stata una semplice spiata. Perciò, forse lo pensa anche Sloop.»

Lei scosse il capo. «Sloop lo sa.»

«Come?»

Lei scrollò le spalle. «Non lo sa per certo. Ma si è convinto che devo essere stata io. Stava cercando qualcuno da accusare, e chi altri potrebbe essere? Nessuna prova, niente, ma guarda caso ha ragione. Ironico, non trovi?»

«Ma non l’ha detto a Bobby.»

«Non l’avrebbe fatto. È troppo testardo per dichiararsi d’accordo con loro. La sua famiglia mi odia, lui mi odia, ma sia lui sia loro fanno segreto dei loro sentimenti. Nei confronti di Sloop, s’intende, perché a me il loro odio lo fanno capire chiaramente.»

«Te ne dovresti andare. Hai quarantotto ore.»

Carmen annuì. «Quarantotto ore esatte, credo. Lo faranno uscire alle sette del mattino. Guideranno tutta la notte per andare a prenderlo, e ci vogliono circa sette ore. Perciò sarà a casa lunedì più o meno a quest’ora. Poco dopo pranzo.»

«Allora scappa, adesso.»

«Non posso.»

«Dovresti farlo», insistette. «Questo luogo è invivibile. È come se il mondo esterno non esistesse.»

Lei accennò un sorriso amaro. «Non parlarmene. Abito qui da quasi sette anni. Più o meno tutta la mia vita adulta.»

Carmen appese la borsa e il cappello a un chiodo sul muro, poi preparò i cavalli da sola, con rapidità ed efficienza. Era flessuosa e molto abile; gli esili muscoli delle braccia si contrassero e si rilassarono quando sollevò le selle. Le dita lavorarono con precisione sulle cinghie e, in un quarto del tempo che Jack aveva impiegato per preparare un cavallo, lei ne sellò due.

«Sei molto brava», commentò.

«Gracias, señor. Ho fatto molta pratica.»

«E allora come fanno a credere che continui a cadere, regolare come un orologio?»

«Pensano che sia maldestra.»

Reacher la guardò condurre il suo cavallo fuori dal box. Era uno dei castroni; Carmen era minuta accanto all’animale. Con quei jeans indosso, avrebbe potuto misurarle la vita con una mano.

«Non sembri affatto maldestra», osservò Jack.

Lei alzò le spalle. «La gente crede quello cui ha bisogno di credere.»

Reacher prese le redini dalla sua mano. Il cavallo sbuffò dal naso e si spostò sulle zampe, facendo su e giù con la testa, su e giù. Lui seguì il movimento con la mano.

«Portalo fuori», gli ordinò.

«Non dovremmo indossare pantaloni di pelle? E guanti da equitazione?»

«Scherzi? Non mettiamo mai quella roba da queste parti. Fa troppo caldo.»

Reacher la aspettò. Il suo cavallo era la giumenta più piccola. Carmen si premette il cappello in testa, prese la borsetta dal chiodo e la infilò in una tasca della sella, poi lo seguì e con fare sicuro condusse la cavalla nel cortile, sotto il sole cocente.

«Bene, guarda», esclamò. Si portò sul fianco sinistro della giumenta e infilò il piede sinistro nella staffa; afferrò il pomello con la mano sinistra, rimbalzò due volte sulla gamba destra e si issò in groppa. Reacher cercò di imitarla. Infilò il piede sinistro nella staffa, si attaccò al pomello, mise tutto il peso sulla staffa, raddrizzò la gamba e nel contempo si tirò su con la mano. Spostò il peso in avanti e a destra e improvvisamente si ritrovò in sella. Il corpo del cavallo era alquanto largo e Jack si sentì molto in alto. Era un po’ come stare su un blindato per il trasporto truppe.

«Infila il piede destro», gli suggerì Carmen.

Reacher inserì la scarpa nella staffa e si sistemò finché non trovò una posizione relativamente comoda. Il cavallo attese paziente.

«Ora raggruppa le redini sul pomello, con la mano sinistra.»

Quella parte fu facile. Era solo questione di imitare i suoi movimenti. Poi Jack lasciò oscillare libera la mano destra, come se stesse tenendo un Winchester a ripetizione o una corda arrotolata.

«Va bene, ora rilassati e calcia delicatamente con i talloni.»

Jack diede un colpetto nei fianchi del cavallo che si mise subito in movimento. Con la mano sinistra si aggrappò al pomello per mantenersi stabile e dopo un paio di passi cominciò a sentire il ritmo. Il cavallo lo spostava a destra e a sinistra, in avanti e all’indietro, a ogni passo. Reacher si tenne stretto alla sella e serrò le gambe per impedire al corpo di oscillare.

«Bene», esclamò Carmen. «Ora io vado davanti e lui mi seguirà. È molto docile.»

Lo sarei anch’io, pensò, con quarantatré gradi e mezzo e centotredici chili sulla schiena. Carmen schioccò la lingua e toccò la cavalla con i talloni, questa aggirò tranquillamente il castrone e fece strada nel cortile e oltre la casa. La donna oscillava a suo agio sulla sella, i muscoli delle cosce si contraevano e si flettevano per mantenere l’equilibrio. Aveva il cappello abbassato sugli occhi, con la sinistra teneva le redini, mentre la destra penzolava lungo il fianco. Reacher colse lo scintillio del falso diamante nella luce del sole.

Carmen condusse la giumenta oltre il cancello, sul ciglio della strada, e l’attraversò senza nemmeno fermarsi né guardare. Jack diede un’occhiata a sinistra e a destra, a sud e a nord, e vide che non v’era nulla all’infuori del luccichio del calore e dei miraggi distanti color argento. Dall’altro lato della strada c’era una sorta di gradino di trenta centimetri che portava su una sponda calcarea. Reacher s’inclinò in avanti e lasciò che il cavallo si arrampicasse sotto il suo peso. La roccia saliva dolcemente per un po’, fino a raggiungere i quindici metri di altezza per quasi due chilometri, ed era solcata da profonde fessure che correvano da est a ovest e da buchi creati dall’erosione dell’acqua, delle dimensioni di un cratere di granata. I cavalli sceglievano da soli il percorso migliore e sembravano molto sicuri sulle zampe. Fino a quel momento Reacher non aveva dovuto fare volontariamente nessuna curva, e ne era felice, poiché non era certo di sapersela cavare.

«Attento ai serpenti a sonagli», gli gridò Carmen.

«Splendido», ribatté Jack.

«I cavalli sono spaventati da tutto ciò che si muove. Scartano e fuggono. Se accade, tieniti forte e tira le redini.»

«Splendido», ripeté lui.

Qua e là, arbusti stentati cercavano disperatamente di mettere radici nelle fessure delle rocce. Si vedevano anche buchi più piccoli, di cinquanta o cento centimetri di diametro, alcuni di essi con le pareti squadrate. Ideali per i serpenti, pensò Jack. Dapprima li scrutò con attenzione, poi vi rinunciò, perché le ombre erano troppo scure per poter vedere qualcosa. E la sella cominciava a dargli fastidio.

«Andiamo lontano?» le chiese.

Carmen si voltò, come se si aspettasse quella domanda. «Dobbiamo superare la salita. E scendere nella gola.»

La roccia calcarea formò una piattaforma più ampia e meno discontinua, e la donna fece rallentare la giumenta affinché il cavallo di Reacher si posizionasse a lato. Ma l’animale rimase un po’ arretrato, lasciando Jack dietro di lei e impedendogli di vederla in volto.

«Bobby mi ha detto che avevi la chiave», le disse.

«Davvero?»

«Ha detto che l’hai persa.»

«No, non è vero. Non me l’hanno mai data.»

Reacher non replicò.

«Ne hanno fatto una questione di principio», aggiunse. «Come se fosse un simbolo.»

«Allora ha mentito?»

Carmen annuì, senza guardarlo in faccia. «Ti ho avvisato, non credere a nulla di quello che dice.»

«Afferma che la porta, in ogni caso, non è mai chiusa.»

«A volte lo è, altre no.»

«E mi ha anche detto che non devi bussare.»

«Anche questa è una bugia», dichiarò. «Da quando Sloop è via, se non busso, corrono a prendere un fucile. Poi esordiscono con un ’oh, scusa, ma gli estranei che vagano intorno ci rendono nervosi’, e fanno tutta una messinscena.»

Jack rimase in silenzio.

«Bobby è un bugiardo, Reacher», mormorò. «Te l’ho detto.»

«Credo di sì. Perché ha anche aggiunto che hai portato qui un altro uomo, che è stato cacciato via da Josh e Billy. Ma quei due non ne sanno niente.»

Carmen rifletté a lungo.

«No, questo è vero», confessò. «Ho incontrato un uomo, a Pecos, circa un anno fa. Avevamo una relazione. All’inizio ci vedevamo a casa sua, in città. Ma lui voleva di più.»

«E tu l’hai portato qui?»

«È stata una sua idea. Credeva di poter trovare lavoro e starmi accanto. Io pensavo fosse pazzo, ma ho acconsentito. Per questo ho avuto l’idea di chiederti di venire quaggiù. Per un po’ ha funzionato. Per due o tre settimane. Poi Bobby ci ha scoperto.»

«E cos’è successo?»

«È stata la fine. Lui se n’è andato.»

«E perché Josh e Billy avrebbero negato?»

«Forse non sono stati loro a cacciarlo. Forse non lo sapevano. Forse se n’è occupato Bobby stesso. Il mio amico non era grande e grosso come te. Era un insegnante, disoccupato.»

«Ed è scomparso così?»

«L’ho rivisto, una volta sola, a Pecos. Era spaventato. Non ha voluto parlarmi.»

«Bobby lo ha raccontato a Sloop?»

«Mi ha promesso di non farlo. Abbiamo stretto un patto.»

«Che patto?»

Carmen tacque di nuovo. Continuò a cavalcare, seduta scompostamente sul cavallo dondolante.

«Il solito», rispose poi. «Se avessi fatto qualcosa per lui, lui si sarebbe cucito la bocca.»

«Che tipo di cosa?»

La donna lasciò passare qualche istante. «Una cosa che non ho voglia di raccontarti.»

«Capisco.»

«Già, hai capito.»

«Ed è rimasto zitto?»

«Non ne ho idea. Mi ha costretto a farlo due volte. È stato disgustoso. Lui è disgustoso. Mi ha fatto una promessa solenne, ma è un gran bugiardo, perciò presumo l’abbia detto ugualmente a Sloop. In una delle sue visite fraterne. Ho sempre saputo che era una partita persa fin dall’inizio, ma che potevo fare? Non avevo scelta.»

«Bobby crede che io sia qui per lo stesso motivo. Pensa che abbiamo una storia.»

Carmen annuì. «Penserei anch’io la stessa cosa. Lui non sa che Sloop mi picchia. E, anche se lo sapesse, non si aspetterebbe che reagissi.»

Reacher rimase in silenzio per un po’. Venti metri, trenta, con l’andatura lenta e paziente di un cavallo al passo.

«Devi andartene. Quante altre volte dovrai sentirtelo dire?»

«Io non scappo», dichiarò la donna.

Raggiunsero la cresta, Carmen emise un verso e l’animale si fermò. Quello di Reacher si arrestò alle sue spalle. Si trovavano una decina di metri sopra la pianura. Davanti a loro, a ovest, lo strato di caliche declinava di nuovo dolcemente, segnato da gole secche grandi quanto campi da baseball. Dietro di loro, a est, la casa rossa e gli altri edifici del ranch si stagliavano all’orizzonte a un chilometro e mezzo di distanza, posizionati sul terreno incandescente come modellini su un plastico. La strada correva come un nastro grigio, da nord a sud. Dietro la rimessa minuscola la pista sterrata si snodava a sud-est attraverso il deserto, come una cicatrice su una pelle bruciata e butterata. L’aria era secca, d’una innaturale limpidezza cristallina fino alla linea dei due orizzonti, dove cominciava la caligine. Il caldo era spaventoso e il sole ustionante. Reacher si sentiva il volto in fiamme.

«Fai attenzione mentre scendiamo», lo ammonì Carmen. «Cerca di non cadere.»

La donna lo precedette, lasciando che la giumenta trovasse da sola il percorso lungo il declivio. Jack diede un colpo di tacchi e la seguì. Quando il cavallo iniziò a fare passi più corti, Reacher perse il ritmo e cominciò a rimbalzare senza controllo.

«Seguimi», gli gridò Carmen.

Girò a destra, verso una gola secca dal fondo piatto, tutto pietre e sabbia. Jack iniziò a riflettere su quale redine dovesse tirare, ma il cavallo fece tutto da solo. Gli zoccoli scricchiolavano sulla ghiaia e scivolavano di tanto in tanto. Poi cominciò a scendere nella forra, e lui prese a sobbalzare violentemente in avanti e all’indietro. Davanti a lui Carmen si fermò, scese a terra e iniziò a stirarsi, in attesa che Jack la raggiungesse. Il castrone si arrestò accanto alla giumenta, al che Reacher tolse il piede destro dalla staffa e smontò con un movimento esattamente contrario a quello che gli aveva permesso di salire in sella mezz’ora prima.

«Allora, come ti pare?» gli domandò lei.

«Be’, ora capisco perché John Wayne camminava in maniera tanto buffa.»

Carmen accennò un sorriso, poi condusse entrambi i cavalli sul bordo dell’avvallamento e mise una grossa pietra sopra le redini. Il silenzio era assoluto, non si udiva nulla se non il brusio del calore rovente. La donna sollevò il lembo della sella e prese la borsetta dalla tasca. Aprì la cerniera, v’infilò la mano e ne estrasse una piccola pistola cromata.

«Hai promesso di insegnarmi», gli rammentò.

«Aspetta», esclamò Reacher.

«Che cosa c’è?»

Jack non rispose. Fece due passi a sinistra, poi a destra, s’acquattò, quindi s’alzò in punta di piedi. Osservò il fondo della depressione, fece un giro, scrutò le ombre create dal sole.

«Che cosa c’è?» ripeté Carmen.

«Qualcuno è stato qui. Ci sono tracce. Tre persone, un veicolo, venuto da ovest.»

«Tracce?» chiese sbalordita. «Dove?»

Jack gliele indicò. «Impronte di pneumatici. Forse un furgone. Si è fermato qui. Tre persone hanno raggiunto il bordo, strisciando sulle ginocchia.»

Reacher raggiunse il punto in cui terminavano le tracce, sul margine dell’avvallamento. Si sdraiò sulla ghiaia bollente e si sostenne con i gomiti, poi sollevò la testa.

«Qualcuno stava sorvegliando la casa», dichiarò.

«Come lo sai?»

«Qui non c’è nient’altro da vedere.»

Carmen s’inginocchiò accanto a lui, la pistola cromata in mano. «È troppo lontana», obiettò.

«Devono aver usato un cannocchiale. Forse di quel modello molto potente che serve per individuare persone od oggetti a grande distanza.»

«Ne sei certo?»

«Hai mai visto dei riflessi? Il sole su un vetro? Al mattino, quando il sole era a est?»

Lei rabbrividì. «No. Mai.»

«Le tracce sono fresche», asserì Reacher. «Non hanno più di un paio di giorni.»

Carmen rabbrividì ancora. «Sloop», esclamò. «Crede che abbia intenzione di rapire Ellie. Ora che so che sta per uscire. Mi fa sorvegliare.»

Reacher si alzò e tornò al centro della depressione.

«Guarda le impronte dei pneumatici. Sono stati qui quattro o cinque volte.»

Le indicò di nuovo col dito. Vi erano numerose tracce sovrapposte, che formavano un reticolo complesso. Almeno quattro, forse cinque. Le orme dei pneumatici erano impresse chiaramente nello strato di sabbia, e permettevano di distinguere numerosi dettagli. La parte esterna del pneumatico anteriore destro era quasi liscia.

«Ma oggi non ci sono», mormorò Carmen. «Perché no?»

«Non lo so», rispose Jack.

La donna guardò altrove e gli porse la pistola. «Per favore, mostrami come si usa.»

Reacher distolse lo sguardo dai segni di pneumatico nella sabbia e osservò la pistola. Era una Lorcin L-22 semiautomatica, sei centimetri e mezzo di canna, telaio cromato, impugnatura ergonomica di finta madreperla rosa. Era stata fabbricata a Mira Loma, in California, non molto tempo prima, e probabilmente non era mai stata usata da quando aveva lasciato la fabbrica.

«È una buona pistola?» gli chiese Carmen.

«Quanto l’hai pagata?»

«Più di ottanta dollari.»

«Dove l’hai presa?»

«In un negozio di armi su a Pecos.»

«È legale?»

La donna annuì. «Ho compilato tutti i documenti. È una buona pistola?»

«Credo di sì», rispose lui. «Quanto può esserlo un’arma da ottanta dollari, per lo meno.»

«L’uomo del negozio mi ha detto che era l’ideale.»

«Per che cosa?»

«Per una donna. Non gli ho raccontato a cosa mi sarebbe servita.»

Reacher la soppesò. Era piccola, ma ragionevolmente solida. Né leggera, né pesante. In ogni caso, non abbastanza da essere già carica.

«Dove sono i proiettili?» le domandò Jack.

Carmen si avvicinò alla giumenta e prese una scatoletta dalla borsa. Tornò da lui e gliela porse. All’interno vi erano minuscole cartucce calibro 22, disposte ordinatamente. Forse una cinquantina.

«Mostrami come si carica», lo esortò.

Jack scosse la testa. «Dovresti lasciarla quaggiù. Nascondila e dimentica che esiste.»

«Ma perché?»

«Perché tutto ciò è assurdo. Le pistole sono pericolose, Carmen. Non dovresti tenerla in casa con Ellie in giro. Potrebbe accadere un incidente.»

«Starò molto attenta. E in ogni caso il ranch è pieno di armi.»

«I fucili sono diversi. La bambina è troppo piccola per raggiungere il grilletto con la canna rivolta verso di sé.»

«La tengo nascosta. Per ora non l’ha trovata.»

«Sarà solo questione di tempo.»

Lei scosse il capo. «Sta a me decidere», asserì. «È mia figlia.»

Reacher non replicò.

«Non la troverà», insistette. «La tengo vicino al letto, e lei non entra mai in camera.»

«Che cosa accadrà se decidi di usarla?»

Carmen annuì. «Lo so, ci penso continuamente. Spero solo che sia troppo piccola per capire. E, quando sarà abbastanza grande, forse comprenderà che era il minore dei due mali.»

«No, che cosa accadrà a lei? Quando tu finirai in carcere.»

«Non ti mandano in carcere per legittima difesa.»

«Chi dice che è legittima difesa?»

«Lo sai che sarebbe legittima difesa.»

«Non importa ciò che so io. Non sono lo sceriffo, non sono il procuratore distrettuale, non sono il giudice e la giuria.»

La donna tacque.

«Pensaci, Carmen», continuò Reacher. «Ti arresteranno, sarai accusata di omicidio di primo grado. Non hai soldi per la cauzione. Non hai nemmeno il denaro per un avvocato, perciò ti assegneranno un pubblico difensore. Sarai chiamata in giudizio, ti processeranno. Potrebbero passare da sei a nove mesi. Forse un anno. Poniamo il caso che tutto vada esattamente come dici tu da quel punto in poi. L’avvocato d’ufficio la fa passare per legittima difesa, la giuria la beve, il giudice si scusa per il fatto che una donna oltraggiata abbia dovuto sopportare tutto questo, e tu sei di nuovo a piede libero. Ma è passato un anno. Come minimo. Che cosa avrà fatto Ellie tutto quel tempo?»

Carmen non rispose.

«Avrà trascorso un anno con Rusty», rispose Jack per lei. «Da sola. Perché è lì che il tribunale la lascerà. La nonna? La soluzione ideale.»

«Non accadrà quando capiranno come sono i Greer.»

«D’accordo, a metà anno arriveranno quelli dei servizi sociali e la spediranno in qualche famiglia per l’affidamento. È questo ciò che vuoi per lei?»

La donna fece una smorfia. «Rusty ce la manderebbe in ogni caso. Si rifiuterebbe di tenerla, se Sloop non ci fosse più.»

«Perciò lascia l’arma qui nel deserto. Non è una buona idea.»

Mentre diceva ciò, gliela porse. Carmen la prese e la strinse nel palmo, come fosse un oggetto prezioso. Poi la rigirò fra le mani, come un giocattolo per bambini. La finta madreperla luccicò al sole.

«No», esclamò. «Voglio imparare a usarla. Per sicurezza. È una decisione che spetta solo a me. Non puoi decidere al posto mio.»

Jack rimase in silenzio. Poi si strinse nelle spalle. «Va bene. Vita tua, figlia tua, decisione tua. Ma le pistole sono una questione seria, perciò presta bene attenzione.»

Carmen gliela porse nuovamente. Reacher la tenne sul palmo sinistro aperto. Occupava l’intero spazio fra la punta del pollice e la nocca centrale del medio.

«Due avvertimenti. La canna è molto, molto corta. Vedi?» Con l’indice destro tracciò una linea immaginaria dalla camera alla bocca. «Poco più di sei centimetri. Te l’hanno spiegato al negozio?»

Lei annuì. «Il venditore ha detto che sarebbe stata perfetta da tenere in borsetta.»

«Ciò la rende un’arma molto imprecisa», continuò Reacher. «Più lunga è la canna, più dritto si può sparare. Per questo i fucili hanno canne di novanta centimetri. Se hai intenzione di usare quest’affare devi avvicinarti molto al bersaglio, d’accordo? Meglio se a pochi centimetri. Il più vicino possibile. Devi toccarlo se puoi. Se tenti di usarla dall’altra parte di una stanza, lo mancherai di chilometri.»

«Va bene.»

«Secondo avvertimento.» Jack estrasse una cartuccia dalla scatola e la tenne sollevata. «Questa roba è minuscola. E lenta. La parte appuntita è il proiettile, il resto è il bossolo contenente la polvere da sparo. Non è un proiettile molto grande, e dietro di sé non ha molta polvere. Perciò potrebbe non causare molti danni. Qualcosa di più di una puntura d’ape, ma un colpo non è abbastanza. Devi avvicinarti molto e continuare a premere il grilletto finché la pistola non è scarica.»

«Va bene», ripeté la donna.

«Ora stai a vedere.»

Estrasse il caricatore e vi infilò nove cartucce. Lo reinserì e fece scivolare il primo proiettile nella camera di scoppio. Estrasse nuovamente il caricatore e riempì lo spazio vuoto con un’altra cartuccia. Lo reinserì e armò la pistola lasciando la sicura.

«Armata e bloccata. Devi fare due cose. Togliere la sicura e premere il grilletto dieci volte. Sparerà dieci proiettili prima di scaricarsi, perché uno è già in canna e nove sono nel caricatore.»

Quindi le restituì la pistola.

«Non puntarmela addosso!» esclamò. «Mai puntare un’arma carica verso qualcuno che non vuoi ammazzare.»

Carmen l’abbassò con cautela.

«Provala», le suggerì. «La sicura, e il grilletto.»

La donna tolse la sicura con la mano sinistra, poi prese la pistola a due mani, chiuse gli occhi e premette il grilletto. L’arma sfuggì alla sua stretta e puntò verso il basso. L’esplosione risuonò smorzata nella tranquillità del deserto. Un frammento di roccia e una piccola nube di polvere si sollevarono dal terreno a tre metri di distanza. Si udì un rimbombo metallico e un rumore sordo quando la pistola espulse il bossolo. I cavalli si agitarono lievemente, poi tornò il silenzio.

«Be’, funziona», mormorò Carmen.

«Rimetti la sicura», le consigliò Reacher.

La donna obbedì e Jack si voltò a guardare i cavalli. Non voleva che fuggissero, né desiderava perdere tempo a inseguirli con quel caldo. Ma non sembravano troppo spaventati, erano di nuovo tranquilli anche se si guardavano intorno un po’ sospettosi. Allora si voltò, si slacciò i primi bottoni della camicia e se la sfilò dalla testa. Percorse cinque metri verso sud e appoggiò l’indumento al bordo della depressione, allargandolo e facendolo penzolare come fosse un busto umano. Poi tornò accanto a Carmen.

«Ora spara alla camicia», le ordinò. «Devi mirare sempre al corpo, perché è il bersaglio più grande, e il più vulnerabile.»

La donna sollevò il braccio, poi lo riabbassò.

«Non posso», esclamò. «Non vorrai che ti buchi la camicia?»

«Credo che il rischio sia minimo», rispose lui. «Provaci.»

Carmen dimenticò di togliere la sicura e premette con forza il grilletto. Due volte, domandandosi perplessa perché non funzionasse. Poi si ricordò e la disinserì. Puntò la pistola, chiuse gli occhi e sparò. Reacher calcolò che avesse mancato il bersaglio di almeno sei metri.

«Tieni gli occhi aperti, fai finta di essere infuriata con quella camicia, di puntarla col dito, di urlare.»

La donna provò con gli occhi aperti. Raddrizzò le spalle e mirò col braccio destro disteso. Sparò di nuovo e mancò ancora il bersaglio, forse di due metri sulla sinistra, in basso.

«Fammi provare!» esclamò Reacher.

Lei gli passò la pistola. Era minuscola nella sua mano. Il ponticello era quasi troppo piccolo per infilarvi il dito. Chiuse un occhio e prese la mira.

«Sto mirando nel punto in cui c’era la tasca», annunciò.

Sparò due colpi in rapida successione, la mano ferma come una roccia. Il primo proiettile colpì la camicia sotto l’ascella opposta alla tasca strappata, il secondo centralmente, ma molto in basso. Jack si rilassò e le restituì la pistola. «Tocca di nuovo a te.»

Carmen sparò altri tre colpi, ma nessuno centrò il bersaglio. In alto a destra, troppo a sinistra. L’ultimo proiettile colpì il terreno, forse a due metri dalla camicia. La donna rimase a fissarla e abbassò l’arma, delusa.

«Dunque cos’hai imparato?» le chiese.

«Devo stare più vicino», rispose.

«Esatto», confermò Reacher. «E non è tutta colpa tua. Una pistola a canna corta è fatta per essere usata da vicino. Hai visto com’è andata a me? Ho mancato il bersaglio di trenta centimetri, da cinque metri. Una pallottola è andata a sinistra, l’altra in basso. Non lo hanno nemmeno mancato in modo coerente. E io so sparare. Ho vinto alcune gare di tiro con la pistola nell’esercito. Per un paio d’anni di seguito, ero il migliore.»

«Va bene.»

Reacher le prese la pistola di mano, si acquattò sul terreno e la ricaricò. Un colpo in canna e nove nel caricatore. L’armò, mise la sicura e la lasciò per terra.

«Lasciala qui», la ammonì. «A meno che tu non sia sicura, al cento per cento. Saresti in grado di farlo?»

«Credo di sì», rispose la donna.

«Crederlo non è sufficiente. Devi saperlo per certo. Devi essere pronta ad avvicinarti, a puntargliela allo stomaco e a sparare dieci volte. Se non lo fai, o se esiti, lui te la strapperà di mano, forse la punterà contro di te, forse sparerà alla cieca e colpirà Ellie che nel frattempo sarà accorsa a vedere che succede.»

Ma Carmen annuì, tranquilla. «L’ultima spiaggia.»

«Credimi. Una volta puntata la pistola, o la va o la spacca.»

La donna fece un altro cenno con la testa.

«Spetta a te decidere», concluse. «Io ti consiglio di lasciarla qui.»

Carmen rimase a lungo in silenzio. Poi si chinò, prese la pistola da terra e la infilò nella borsa. Reacher andò a riprendere la camicia e la infilò dalla testa. I fori dei proiettili non si vedevano. Uno era sotto l’ascella, l’altro nel lembo di camicia da infilare nei pantaloni. Poi raccolse dal suolo gli otto bossoli sparati. Era una vecchia abitudine e un modo per tenere pulito. Li fece rimbalzare nel palmo della mano come fossero monete e li lasciò cadere nella tasca dei pantaloni.

Nel tragitto fino a casa parlarono della paura. Carmen rimase silenziosa lungo la salita e giunta in cima alla cresta si fermò. Il complesso del Red House si estendeva sotto di loro nella foschia distante; lei rimase seduta a guardarlo, entrambe le mani sul pomello della sella, senza parlare, lo sguardo assente. Il cavallo di Reacher si fermò, come al solito lievemente dietro quello della donna, per cui Jack godeva della sua stessa vista, seppur incorniciata dalla curva del collo e della spalla di Carmen.

«Non hai mai paura?» gli domandò lei.

«No», rispose Jack.

Carmen rifletté un istante.

«Com’è possibile?» gli domandò poi.

Reacher guardò il cielo. «È una cosa che ho imparato quand’ero piccolo.»

«In che modo?»

Jack abbassò lo sguardo. «Avevo un fratello, più grande di me. Perciò andava sempre avanti lui. Io però volevo imitarlo. Leggeva fumetti dell’orrore e, ovunque vi fosse la televisione americana, la guardava. Perciò io sfogliavo gli stessi fumetti e guardavo gli stessi programmi. Ce n’era uno sulle avventure spaziali, non mi ricordo come si intitolasse, ma lo guardavamo in bianco e nero da qualche parte, forse in Europa. C’era una nave spaziale che sembrava un piccolo sottomarino con le zampe di ragno. Atterrava in vari luoghi e i membri dell’equipaggio scendevano a esplorare il territorio. Ricordo che una notte furono attaccati da una creatura orribile, pelosa come una scimmia. Una sorta di Bigfoot. Aveva lunghe braccia irsute e un ringhio pauroso. Il mostro li risospinse alla nave spaziale, loro vi saltarono dentro e richiusero lo sportello proprio mentre lo scimmione stava per raggiungerli.»

«E tu eri spaventato?»

Reacher annuì, anche se era dietro di lei. «Avevo, forse, quattro anni. Ero terrorizzato. Quella notte ero certo che il mostro si trovasse sotto il mio letto. Avevo uno di quei letti alti, e sapevo che lui viveva là sotto e prima o poi sarebbe venuto a prendermi. Sentivo le sue zampe che mi cercavano tentoni. Non potevo dormire: se mi fossi addormentato, lui sarebbe uscito e mi avrebbe attaccato. Perciò rimasi sveglio per ore. Chiamavo mio padre ma, quando arrivava, avevo troppa vergogna per dirgli la verità. Andai avanti così per giorni.»

«E cosa accadde?»

«Mi arrabbiai. Non con me stesso perché avevo paura: quel mostro per me era vero e i miei sentimenti erano giustificati. No, m’infuriai col mostro perché continuava a spaventarmi, per il fatto che mi minacciava. Una notte esplosi di rabbia e gli gridai: ’Va bene, esci fuori e vedrai! Esci se hai coraggio! Giuro che ti faccio a pezzi!’ Lo affrontai, e trasformai la paura in aggressività.»

«E funzionò?»

«Da allora non ho più avuto paura di nulla. È un’abitudine. Quegli esploratori non avrebbero dovuto voltarsi e fuggire, Carmen. Avrebbero dovuto affrontare il mostro e distruggerlo. Avrebbero dovuto rimanere e combattere. Se vedi qualcosa che ti fa paura, dovresti alzarti e andarci incontro, anziché allontanarti. Istintivamente, di riflesso, in maniera furiosa.»

«Tu fai così?»

«Sempre.»

«E io dovrei fare lo stesso? Con Sloop?»

«Tutti dovrebbero reagire così.»

Carmen rimase un istante in silenzio, a fissare la casa, poi sollevò lo sguardo verso l’orizzonte dietro di essa. Fece schioccare la lingua ed entrambi i cavalli ripartirono e iniziarono il lungo tragitto in lieve discesa verso la strada. La donna si spostava sulla sella per mantenere l’equilibrio e Reacher la imitò, tenendosi saldo in groppa. Ma non era affatto comodo. Pensò che andare a cavallo sarebbe stata una di quelle cose che, una volta provate, non avrebbe più ripetuto.

«Che cosa ti ha detto Bobby?» gli chiese Carmen. «Di noi?»

«Ha detto che sei stata via gran parte del mese, talora anche di notte, e ha insinuato che avessimo una relazione, che ci vedessimo in qualche motel di Pecos. Ora è infuriato perché mi hai portato qui, a pochi giorni dal ritorno di Sloop.»

«Vorrei che fosse stato così. Io e te in un motel, la relazione... Magari fosse tutto qui.»

Reacher non replicò. Anche Carmen rimase un momento in silenzio.

«Vorresti anche tu che fosse così?» gli chiese.

Jack la guardò seduta in sella. Flessuosa, snella, i fianchi che ondeggiavano delicatamente assecondando l’andatura lenta del cavallo. La pelle color miele scuro delle braccia luccicava al sole, i lunghi capelli ondeggiavano a metà schiena.

«Riesco a immaginare cose peggiori», rispose Reacher.

Quando tornarono era pomeriggio inoltrato. Josh e Billy lo stavano aspettando, appoggiati l’uno accanto all’altro alla parete del fienile, nell’ombra proiettata dalla grondaia del tetto. Il pick-up era parcheggiato in cortile, pronto per il viaggio dal fornitore di mangime.

«Dovete andare in tre?» gli sussurrò Carmen.

«È Bobby», rispose Reacher. «Cerca di tenermi lontano da te, per rovinarci il presunto piacere.»

La donna roteò gli occhi. «Rimetterò io a posto i cavalli. Prima, però, dovrò spazzolarli.»

Smontarono insieme di fronte alla porta del fienile. Josh e Billy si scollarono dal muro, e il loro gesto rivelò una certa impazienza.

«Sei pronto?» gridò Billy.

«Dovevi esserlo mezz’ora fa», puntualizzò Josh.

Proprio per questo, Reacher li fece attendere. Si recò alla baracca, molto lentamente, poiché non aveva intenzione di farsi mettere fretta da loro, e perché aveva le gambe rigide per la cavalcata. Andò in bagno, si sciacquò la faccia e spruzzò acqua fredda sulla camicia. Poi tornò pian piano al fienile. Il pick-up aveva già il muso rivolto verso il cancello e il motore acceso. Carmen stava spazzolando il castrone. Sottili sbuffi di polvere si levavano dal suo pelo castano. O pelliccia? O mantello?

Josh era seduto di traverso sul sedile del conducente.

Billy era in piedi accanto alla portiera del passeggero. «Su, andiamo.»

Fece sedere Reacher sul sedile centrale.

Josh si girò e sbatté la portiera. Billy salì dall’altra parte, e il fuoristrada si avviò verso il cancello. Si fermò all’incrocio e svoltò a sinistra, al che Reacher intuì che la situazione era peggiore di quanto avesse immaginato.