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Sprofondato nelle paranze, tra il cassero e la poppa, Tonino detto Stonino detto lo Storduto osserva il cugino di Scaleno e rabbrividisce. Se possedesse un termometro, o se almeno ci fosse una mano amica disposta a posarsi sulla sua fronte, si renderebbe conto che ha quasi trentotto di febbre.
Sono giorni che non dorme, Tonino lo Storduto. Che appena morde una frisella già sente di doverla vomitare. E anche quando, come stamattina, devolve ai cani il tozzo di pane un po’ raffermo della colazione, gli basta scendere in spiaggia – o meglio, salire su uno dei pescherecci ormeggiati al molo, ché da qualche giorno preferisce starsene là sopra rintanato – perché un senso di nausea torni violentemente a sopraffarlo.
Tonino, a dire il vero, non localizza la nausea all’altezza dello stomaco, ma più su, dove c’è il cuore, o tutt’al più lungo le vie respiratorie; ché quando pensa a Sabrina Scopinculo, Tonino si sente soffocare.
Per giorni aveva associato quella mancanza d’aria all’angusto spogliatoio dove avrebbe dovuto rimpiattarsi con Scaleno. Agli orifizi oscuri che, sempre secondo i piani del suo capo, con fregola brutale le loro pizze dovevano violare. Alle ancora più strette vie di fuga lungo le quali, compiuto il misfatto, sarebbe stato necessario dileguarsi.
Eppure, ora che è stato sollevato dall’incarico, il respiro non torna regolare. Anzi, l’idea di assistere impotente allo stupro della femmina agognata, più che lasciarlo banalmente senza fiato, gli fa un nodo scorsoio alla trachea.
Come poteva aggredire Sabrina? Come poteva sfiorarla anche solo con un dito, s’era chiesto la mattina in cui Scaleno, facendosi largo in mezzo ai cafoni, si era inoltrato fino alla cintola nell’acqua per venirlo a stanare sul ponte di poppa, annunciando – rivolto agli sguardi stralunati sulla spiaggia – che il prescelto, l’eletto, il fortunato a cui veniva conferito il grande onore di strisciare assieme a lui nello spogliatoio, attendere Sabrina, con mossa lubrica e al tempo stesso assai virile mostrarle la pizza calda calda e con quella stessa pizza selvaggiamente violentarla, altri non era che lui: Tonino detto Stonino detto lo Storduto.
«Perché io, Scalè?», si svegliava urlando, di notte, madido di sudore, le poche volte che riusciva a prendere sonno. Mentre Mela, che gli dormiva accanto, si rigirava sognando Francisco Maligno.
(«Lo sai, Malì? Ho sognato che mi portavi al cinema».
«Scordatelo, Mé. Noi, solo qua dentro ci possiamo vedere».
«E vabbè. Non t’arrabbiare. Era ’nu sogno, tipo».
Le campane della chiesa, in lontananza, cominciano a battere le dodici. Così lente che, quando finiscono, s’è già fatto mezzogiorno e cinque.
«E insomma, che avremmo visto?»
«???»
«Al cinema. Nel sogno. Che film abbiamo visto?»
«Ah, niente. Una minchiata strappalacrime, Malì. Quello dove ’nu vagnune ossigenato tiene la leucemia come papà mio».
Matò, la testa mi scoppiava! Ché fino all’anno prima la realtà pareva un sogno, e mo’ i sogni facevano il verso alla realtà!)
Pure la testa di Tonino, sebbene tra le nuvole, ha una miccia lunga fino agli inferi, ché Sabrina, allo Storduto, è sempre apparsa pura come un angelo, e il pensiero di sfiorarla gli sembra una bestemmia.
Ma adesso che Scaleno lo ha sostituito con quel tipaccio spuntato non si sa da dove («Perché lu cugginu mio si deve vendicare!») Sabrina è anche un diavoletto che lo tenta, lo corrompe, gli sussurra nell’orecchio certe paroline che a sentirsi un satanasso, con questa coda tanto che l’intralcia e gli brucia tra le gambe, ora è Tonino.
Non sa più cosa vuole, lo Storduto. In compenso sa benissimo cosa può – cioè niente. Se Sabrina è creatura celeste, e come tale solca il cielo, Tonino se ne sta sempre più spesso a rovistare nella gleba tutto solo, tra le vigne e gli uliveti, dove il solco – gli si dice – verrà presto tracciato dalla zappa che lui dovrà impugnare, perché porti qualche soldo dentro casa.
Non ne guadagna più, il padre di Tonino. E sua madre non fa altro che andare su e giù dall’ospedale, per lavargli le mutande e guardarlo mentre muore.
Anche se, quando rientra a Torrematta, ai figli dice sempre che papà presto ritorna, e alla gente che incontra per la strada sorride dignitosa e poi cambia discorso.
Della malattia, da queste parti, non si parla.
Della morte sì, quanto vi pare, ché c’è sempre qualche defunto che vale la pena celebrare. Con un segno della croce. Con un encomio funebre. Con un sospiro tanto più lungo e profondo quanto più l’estinto meritava.
Morire, infatti, è un merito. Una medaglia al valore. Una performance che, agli occhi di chi resta, ti rende assai migliore.
Ma se hai la sfortuna (solamente) di ammalarti, tocca quasi vergognarsi, poiché la sofferenza è cosa turpe. Sporca. È mancanza di decoro.
Sempre ammesso che si tratti di sfortuna. Qualcuno, infatti, sostiene che il padre di Mela (il cafone grande che ha generato lei e quel grande cafone di Tonino detto Stonino detto lo Storduto) il suo tumore se lo sia andato a cercare abbandonando la vanga e il trattore per questa assurda smania della busta paga, della tessera del CRAL e della previdenza integrativa.
Per quanto – si capisce – prima di arrivare alla pensione hai voglia di turni all’altoforno!
(«È vero», domando a Mela senza enfatizzare, ma anche con un timbro severo nella voce a sottintendere l’assurdità di un simile progetto, «che tuo padre voleva diventare ’nu signore? Che le ferie a ferragosto, si voleva fare?»)
Vero era, di sicuro, che all’Italsider – lu siderurgicu, come chiamavano i cafoni l’immenso stabilimento alle porte di Taranto – c’era bisogno di braccia robuste. Che, rapidamente, la campagna si svuotava. Che mo’ i villani, gli zappatori e i pecorai, trasformati in operai specializzati, si iscrivevano alla CGIL e pretendevano l’assistenza sanitaria.
Ma sempre cafoni restano!, dicevo io.
Quanto al padre di Mela (ché il capo dei signori è un gentiluomo, però pure un lucido guerriero che ammette pochi sconti) se davvero a lavorare nella fabbrica veniva associato un brutto male, come non ipotizzare una volontà divina propensa a soffocare ogni irragionevole ambizione? Ché si fa presto, da bifolco, a dire: oggi sono un operaio. Un impiegato. Un funzionario. E poi, magari, domani mi penso d’essere un signore.
(«Malì, tu sei uscito pazzo», impallidisce Mela. E dopo si gira di spalle, così che sulla schiena, attraverso la maglietta, posso contarle le costole a una a una. Non vuole più parlare. Sembra offesa.
«Senti qua le ossa!», l’apostrofo con una certa irritazione. «Ma tu mangi, Mé?!»)
Da quando vedo Mela tutti i giorni, ho imparato molte cose sui cafoni. Da lu siderurgicu a nuove parolacce – quasi tutte completamente inutili.
Sulla guerra, sulle prossime manovre, su questo Cugginu sbucato dal niente, non riuscivo invece a cavare un ragno dal buco. Anzi, quando mi dilungavo a parlare di battaglie, Mela smetteva di ascoltare, o addirittura si rifugiava in ironie del tutto fuori luogo.
«Matò, Fransiscomarì! Che scassaminchia! Ma quando Tonino t’ha buttato di sotto, non poteva spingere un po’ più forte, tipo?»
Il fatto è che Mela, di quella guerra, si ostinava a ignorare non solo le ragioni, i pericoli e le sottili implicazioni, ma la sua stessa esistenza. Quando le spiegavo che vederci era un gesto altamente trasgressivo, che chissà cosa avrebbero pensato i miei soldati, e che – badasse bene! – mai nessun cafone avrebbe dovuto averne il minimo sentore, i suoi grandi occhi a mandorla si trasformavano in due gusci vuoti, e ancora dopo giorni che stavo là a sudare mi chiedeva: «Ma di che parli, Malì? Quali soldati? Quale guerra?»
Avesse visto cosa accadeva nel frattempo sulla spiaggia, tra le dune, nei viottoli che risalgono lungo i muraglioni delle ville, forse l’avrebbe capito pure lei, di che parlavo. Già dall’alba, approfittando della luce diafana e del nostro giusto sonno, i cafoni hanno invaso il territorio dei signori, e nascosti tra le frasche, sotto le macchine, persino nei bidoni della spazzatura, controllano il percorso che, dalla sua camera da letto rosa shocking, porterà Sabrina fino allo spogliatoio.
Là dentro, intanto, si sono già denudati Scaleno e Cugginu. O quantomeno – un po’ per spezzare l’attesa e un po’ (secondo loro) per mantenersi pronti – ogni minuto si abbassano il costume e si stiracchiano il laido bitorzolo. Stiracchiare è il termine giusto, perché le pizze di Scaleno e del cugino, lungi dal lievitare, si allungano appena e dopo tornano a raggomitolarsi, intimidite dall’ora antimeridiana e da tutto quel frenetico agitarsi.
«Scopincù, Scopincù, li capiddi ’n capo t’aggià a ffa drizzà!», delira Scaleno mezzo ingobbito, mentre Cugginu, che i capelli biondo platino della mia fidanzata non li conosce ancora, tiene gli occhi chiusi, silenzioso, e prova a immaginarli. Inutilmente, ché il fulgore di quella chioma è, appunto, inimmaginabile, così come il travaglio di Tonino mentre – nascosto all’esterno della capanna, con l’incarico di simulare il verso dell’iguana non appena Sabrina si fosse avvicinata – ascolta attraverso la parete i due cugini caricarsi con invettive oscene pensando a quella creatura angelicata.
«Ma che verso fa, ’st’iguana?», gli aveva chiesto, perplesso, il Mucculone, stando attento a non farsi sentire da Scaleno. Tonino, che l’iguana non sapeva nemmeno cosa fosse, si era limitato ad alzare le spalle e a sputare nel mare, come se, di tutta quella faccenda, lui se ne infischiasse. Magari ci fosse riuscito. Magari, pensava, avessi la faccia tosta di mia sorella Mela – che, incrociando per strada Scaleno, lo sfotte e lo chiama lo sfregiato – o la sua virile determinazione quando, se le parlo di papà, mi dice che tanto lei lo sa, che non ritorna.
Non ha nessuna determinazione, Tonino detto Stonino detto lo Storduto. E anche quando gli capita di essere virile, come l’erezione che già da un paio d’ore gli vibra nel costume, esita alle soglie del bene e del male. Mentre Scaleno e suo cugino, dentro la cabina, si affannano a indirizzare il flusso sanguigno verso il basso, dall’alto del suo amore disperato lui prova inutilmente a soffocare il desiderio, e si domanda cosa c’entri, adesso, quell’ingombro osceno.
Sabrina Scopinculo – quel raggio di sole, quel fiore, quel verso di poesia – sta per essere violentata da due bruti e lui, complice vile, si eccita al pensiero?! Che differenza c’è, dunque, tra il suo sentimento e l’abiezione schifosa di Scaleno? Che differenza c’è, tra il vero amore e una foia rozza e belluina?
Che cataclisma, che scompiglio, che diatriba arroventata ci sta dentro la testa di Tonino! E certo non gli giova che, dietro la cabina, ormai l’ombra si è ridotta a una fessura, così che il sole, impietosamente, gli picchia sulla testa a martellate. Tutto il paese, adesso, sembra un’incudine incandescente. Basterebbe allungare una mano, appoggiarla appena sulla sua superficie, per rimanere scottati. Bruciano le ferite, i desideri, i ponti alle nostre spalle. Bruciano le stoppie in mezzo ai campi, la sabbia, i germogli inariditi. Brucia la voglia di essere diversi e di non cambiare mai.
E, al centro di ogni cosa, brucia l’attesa.
Ventre a terra, i cafoni attendono. Quante ore, nella loro breve vita, hanno già passato ad aspettare! Senza impazienza, senza fare domande, stolidamente – quasi avessero capito, già da piccoli, che la loro esistenza non sarebbe stata altro che un trasbordo di bestiame, una transumanza; e che la cosa migliore a cui potevano aspirare era trascorrere quel tempo accanto al cibo, a un giaciglio, alla catena.
Eppure anche loro, questa mattina, sono inquieti.
«Ma quando esce, ’sta puttana?», si domanda il Mucculone, che è il primo della fila; e poi cerca i Frati con lo sguardo, proprio mentre i due gemelli si volgono su, verso le dune, tentando di individuare in mezzo alle ginestre il profilo rubizzo di Sorsodimieru. Ci ha messo un po’, Sabrina Scopinculo, ma quando alla fine compare oltre il cancello, e con la sua andatura aristocratica e leggermente disdegnosa lo apre e si dirige verso il mare, la scia di Felce Azzurra Paglieri che si diffonde nell’aria è per l’olfatto solo un blando corrispettivo di ciò che per la vista è il suo ancheggiare. Un incantesimo. Un sortilegio. Un richiamo ipnotico.
Non porta più il collare, Sabrina; e anche le movenze, mentre sfiora l’asfalto con i tacchi, risultano più sciolte, quasi che starmi un po’ alla larga l’avesse liberata da qualcosa.
«Eccola», indica ai gemelli Leonardo il Mucculone.
«Eccola», sussurrano i Frati tra di loro.
«Eccola», scandisce Sorsodimieru all’indirizzo di Racchione.
Eccola, eccola, eccola, si rimandano i cafoni l’uno all’altro, mentre Sabrina, come al solito fissando un punto imprecisato all’orizzonte, scende maestosa verso il mare.
«Eccola», dice Lucaviale a Sebo Conti, e abbandonando l’asso di briscola sopra l’asciugamano, si alza e le va incontro con una faccia più scura dei suoi Ray-Ban. Sotto il sole cocente, per diversi minuti, Sabrina e Lucaviale confabulano, discutono, per quello che consente la signorilità del loro rango gesticolano perfino animatamente.
«Lucavià, non insistere», sbotta alla fine la mia fidanzata. «Se Angelino non ha niente da dirmi, io nemmeno!», e poi prosegue oltre gli ombrelloni, dove, appiattito tra le rocce, Scorfano trattiene il respiro e chiude l’abominevole catena facendo brillare uno specchietto sul muso di Tonino detto Stonino detto lo Storduto.
Anche Lucaviale prosegue (seppur con molta meno decisione) verso la parte opposta. Si morde le labbra e le sente salate. Si gratta la testa e la sente bollente. Quando si ferma a pensare, sente uno strano ronzio nelle orecchie.
Esita. Indugia. Poi riprende il cammino. Se Scaleno non avesse impartito ordini precisi, intimando ai cafoni di non muoversi, di rimanere vigili al coperto anche quando Sabrina fosse passata oltre la loro postazione, probabilmente, risalendo verso la litoranea, Lucaviale si sarebbe trovato faccia a faccia con Peluso, o con Duedipressione. Gli passa accanto, invece, tutto assorto nei propri pensieri, e superando la villa di Sabrina, i suoi mosaici, e le aiuole di buganvillea che circondano la mia, s’inoltra nel giardino dove tutte le mattine, assieme al tonfo delle pigne, prima il prete, poi l’assistente sociale, infine lo psicologo, mi fanno trasecolare con le loro assurde teorie.
«Posso sedermi, Francisco Marinho?»
Allargo le braccia, accondiscendente. Certo che puoi sederti, amico mio. Cosa vuoi che sia, il pugno che mi hai sferrato in mezzo ai denti, in confronto alle lezioncine che m’infliggono questi grilli parlanti? Porgi l’altra guancia, mi dicono; e poi che ormai sono un adulto, che mi devo controllare, che c’è bisogno di esplorare il vuoto esistenziale da cui nascono i miei accessi di violenza! Qua ci manca solamente l’esorcista, Lucavià!
Il mio luogotenente ridacchia, imbarazzato, e poi sospira. Sulla panchina dove siamo seduti, all’ombra del pino, sono incise le nostre iniziali, e gli insulti, le invettive, le grida di battaglia che anno dopo anno lanciavamo all’indirizzo dei cafoni. Scaleno sei uno scemo, ad esempio, è quasi illeggibile, sbiadito dal tempo. Mentre, a mano a mano che diventano più nitide, il tenore delle scritte coglie appieno l’evoluzione dello scontro, fino al recentissimo Odio tutti e Cugginu alla prossima t’ammazzo, che invece risale all’altroieri.
«Novità sul Caballero?», gli domando. Lucaviale scuote la testa. Io non posso crederci. «Non posso crederci», smanio, «che il mio adorato motorino stia sotto il loro culo!» E dopo formulo di nuovo una domanda che, negli ultimi due giorni, avrò rivolto al Padreterno, a me stesso, a chi mi stava intorno, almeno cento volte. Per la centesima volta Lucaviale fa un sospiro e, pazientemente, ribadisce che il telaio l’hanno recuperato dallo sfasciacarrozze, i pneumatici e la sella li hanno comprati nuovi, e poi ci ha pensato Cugginu a rimettere tutto quanto insieme.
«Quello, meccanico è», conclude come se bastasse a spiegare il mistero.
«Ma il Caballo era distrutto! Disintegrato! Inutilizzabile!»
Lucaviale allarga le braccia. «Meccanico è», ripete.
E dopo, per un poco, stiamo lì senza parlare. Potessero tacere in questo modo anche i pensieri! Invece quelli vanno per conto loro, girano un poco per la testa, poi si gettano a strapiombo nello stomaco, ti risucchiano l’aria dai polmoni e quindi risalgono su fino alla gola.
«Sì, vabbè, ma i soldi?», sbotto. Anche questa domanda, ormai, era entrata in hit-parade.
Lucaviale prende tempo. «Che soldi?», fa finta di stupirsi.
«I soldi! I soldi che hanno speso per comprare i ricambi! Chi glieli ha dati?»
A questo dilemma il mio avveduto filosofo non opponeva una risposta standard. Le prime volte si era limitato a sollevare le spalle, poi aveva ipotizzato che li avessero rubati, infine era arrivato ad azzardare che, se Cugginu lavorava dentro un’officina, non potevamo stupirci che avesse in tasca qualche lira.
«I soldi girano, Marinho», si lascia scappare Lucaviale. A me, di contro, scappa la pazienza.
«E non devono girare!», urlo. «Al posto loro, tra noi signori, devono restare!» Spaventati dal cazzotto che assesto alla panchina, una coppia di fringuelli si solleva in volo. Matò, per la rabbia con tutte le piume me li mangerei! Lucaviale, invece, ha la faccia scavata, un po’ da inappetente, e mastica saliva come se, sotto la lingua, nascondesse qualche cosa.
«Questo è il mondo», sputa infine. «La società. Il progresso. Intorno a noi, Francisco Marinho, tutto sta cambiando».
Serro la mascella. Conto fino a dieci. Mi ostino a fissare il marchio delle mie Adidas – semplicemente perfetto – e mi chiedo cosa ci sia da cambiare. In che cosa dovrebbe consistere, ’sto benedetto progresso.
«Magari, se tutto cambia, tu sei pure contento, eh Lucavià?», sibilo sarcastico. Con un ghigno mi volto a osservarlo. Sono più amaro dell’amaro Petrus, ma la sua faccia da filosofo oggi non riesco proprio a digerirla.
«Che c’entra?», sbuffa. «Non è che sono contento». Poi si guarda intorno come a cercare le parole. «È che... non possiamo continuare a combattere in eterno questi quattro straccioni. Nella vita bisogna evolversi, Francisco Marinho. Cercare altri obiettivi».
Lo guardo inorridito. E ciononostante, per il bene che gli voglio, per la stima e la fiducia che ripongo verso il mio ufficiale, mi sforzo di capire. «Ma di cosa stai parlando? Ma quali altri obiettivi, Lucaviale? La nostra missione è dividere il bene dal male, il virtuoso dall’empio, l’Alfa Romeo GT dalla Otto e cinquanta».
Lucaviale non risponde. Cerco i suoi occhi, ma trovo solamente il muro delle sue lenti scure. «Noi siamo dalla parte giusta», gli dico, «e dobbiamo lottare contro quella sbagliata. Tutto qua».
Il mio luogotenente, però, qua ci sta soltanto con il corpo. La sua mente, è molto chiaro, vaga infatti chissà dove. Sembra scrutare nel futuro, Lucaviale, e dal momento che io invece evoco il passato, e la storia sempre uguale che ci ha generato, virtualmente ci ritroviamo schiena contro schiena, a fissare due orizzonti contrapposti.
«La storia non cambierà mai», dico per convincere chi mi siede accanto, ma anche quello spirito irrequieto che mi cammina dentro.
«È già cambiata, invece!», esclama Lucaviale indispettito. «Non te ne accorgi, Francisco Marinho? Un tempo si combatteva per combattere. Era un odio istintivo, come tra cani e gatti. Ma alla fine, vittoriosi o sconfitti, i signori restavano signori e i cafoni restavano cafoni. Adesso, invece, quanti ne vedi di villani che se ne vanno in giro col borsello e i pantaloni di vigogna? Magari firmano cambiali, ma la tv a colori se la devono comprare! Per non parlare dei ricchi che cadono in disgrazia. Dei proprietari che vendono le terre, o si ritrovano ad affittare la loro villa al mare. Quanti ne vedi, di signori che stanno cedendo un po’ alla volta i loro privilegi?»
Alzo le braccia al cielo e poi le lascio ricadere senza forza. «Uh, Lucavià! Quanto sei pessimista! Per due o tre malcapitati che hanno avuto un piccolo rovescio...»
«Non sono due o tre», si solleva energica, invece, la sua voce. «E non si tratta di piccoli rovesci. È che tu non vuoi vederli, Marinho. Però almeno vedrai Scaleno sbavare per mettere le mani sulla tua fidanzata! Suo cugino che ti frega la moto! Tutta quella gente che la domenica mattina invade la nostra spiaggia con le radioline, le creme Upim da millenovecentonovanta lire e il Fior di fragola! Gente che fino all’altroieri, di fiori, non si potevano accattare nemmeno li crisantemi per li muerti! Questo almeno lo vedrai, Marì!»
Per dispetto, adesso, incrocio le braccia e socchiudo le palpebre. «Non alzare la voce», gli intimo tagliente. «E non parlare in dialetto, ché mi dà fastidio».
Per diversi minuti non parla nessuno, né in dialetto né nella lingua elegante e forbita che contraddistingue il nostro livello socioculturale. Dalla spiaggia arrivano voci concitate, come se le mie truppe, stanche del troppo oziare, simulassero scaramucce tra di loro.
«Non me ne frega niente, se la gente vuole l’autoradio. Tanto hanno delle macchine da fare schifo. E il Caballero, prima o poi, mio padre me lo ricompra nuovo. Quanto a Scaleno deve solo provarci, ad avvicinarsi a Sabrina. Io», concludo a mo’ di sfida, battendogli due dita sulla spalla, «ciò che mi appartiene lo difendo».
«Sì, e come lo difendi, Francisco Marinho? Col prestigio, col carisma, con l’oligarchia? Oppure a calci, a morsi, a sputi? E quando nemmeno questo basterà, cosa farai? Li ammazzerai tutti, come stavi per fare con Cugginu? Guarda che non troveremo sempre il brigadiere accomodante. E anche la pazienza dei nostri genitori non sarà infinita».
Trasportati dalla brezza, gli echi di effervescenti schermaglie s’infilano nel mio giardino, e mi rimbombano nel cuore. Come vorrei tornare nella mischia! Lanciare gavettoni, fieri sguardi e grida di battaglia, scuotendo l’accampamento dal torpore e preparando il mio esercito alla pugna!
«La verità», rispondo a Lucaviale, «è che tu pensi troppo. Hai sempre pensato troppo, Lucavià. Ma per fortuna – li senti? – il morale delle truppe è ancora alto. Hanno spirito di corpo. Orgoglio. Amore patrio».
Il mio luogotenente ha fretta di smentirmi. Senza pensarci troppo (anzi, senza pensarci affatto) m’interrompe e mi comunica che, a suo parere, l’esercito è allo sfascio. «Nessuno ha più voglia di combattere, Marinho. Ti temono, questo sì. E dentro di loro, inconsciamente, temono di perdere i loro privilegi. Ma soprattutto, questi privilegi, hanno voglia di goderseli. Di starsene a prendere il sole in santa pace, leggersi l’Intrepido, o andare in bicicletta dall’altra parte del paese senza che ogni volta finisca in una rissa».
Rifletto. Pondero. Medito. «Quello che mi stai suggerendo, Lucaviale, è un armistizio?»
«Quella che ti sto proponendo, Francisco Marinho, è la pace».
Le mie ferite, mentre scatto in piedi, si mettono a protestare tutte insieme. Ma il loro grido di dolore è una fesseria, in confronto a quello che levo all’indirizzo dell’eretico. «Tu bestemmi, sciagurato! Vuoi diventare il Mahatma Gandhi, ché mi parli di pace? O, niente niente, sei un comunista? La guerra è sacra, ricordatelo. È stata, è, e sarà sempre l’unico strumento per tenere ben distinto il signore dal cafone!»
Anche Lucaviale accenna ad alzarsi. Poi, forse per non trovarsi faccia a faccia col suo capo, rinuncia e abbassa anche la voce. «No! No! No!», prova a convincermi. «La guerra serve a loro, Marinho, per prendersi quello che vorrebbero avere. Con la pace, invece, siamo noi a dare loro quello che vogliamo. Le briciole. Un obolo. Un mezzo contentino».
Nel vano tentativo di ignorarle, di neutralizzarle, di cancellarle dalla faccia della terra, volto le spalle a quelle parole blasfeme. «La guerra è sacra», ripeto all’infinito, e poi ricordo al mio interlocutore che – tante volte gli fosse sfuggito – quella guerra è un disegno divino, una missione, una crociata, e che se il cielo ne fosse disinteressato non mi avrebbe donato la forza, il carisma, la superiorità che mi contraddistingue; né avrebbe mandato segnali inequivocabili come il black-out che si è verificato al Bar Pedro l’altro giorno.
«Ah», fa Lucaviale con la sua più imperturbabile espressione. «Perché tu pensi davvero che sia stata la provvidenza...»
«La provvidenza, sì!», gli ringhio a brutto muso. «Pensala come ti pare, ateo miscredente, ma io con quel flipper ci parlo ogni giorno. Parlo con lui, con il dio dei signori e con tutto quello che intorno ci protegge. Che ci è amico. Che mai e poi mai, in un simile frangente, mi avrebbe abbandonato!»
Sono tutto proiettato sopra la panchina. Tra il mio volto e il suo, giusto lo spazio perché Lucaviale possa infilarci un dito e agitarmelo sotto il naso.
«Be’, se è così, Marinho, la prossima volta parla più forte. Perché se non ci fossi stato io, a infilarmi nello sgabuzzino e staccare la corrente, né il tuo amico flipper né il dio dei signori ti avrebbero ascoltato».
L’alito di Lucaviale, stamattina, non è fresco. Ma il suo fiato leggermente greve non è niente in confronto a come giungono pesanti le parole sul mio viso. Arretro, in preda a una nausea improvvisa.
«Come dici, Lucavià?», biascico intontito. «La corrente... la staccasti tu?...»
Ricado a corpo morto sopra la panchina. Dai rami viene giù una pigna che s’infrange a pochi centimetri dalla mia salma. Suppongo che dovrei ringraziare il mio ufficiale. O almeno rallegrarmi per l’intuito, l’audacia e la solerzia dimostrata in un frangente tanto periglioso. Dio dei signori a parte, dunque, non sono solo! E le mie spalle sono ben coperte! Invece è proprio una sensazione di freddo, e solitudine, e quasi mortificante delusione, quella che provo mentre si dilegua il mio orizzonte trascendente e ripenso all’entusiasmo con cui ho abbracciato Mela mentre le raccontavo che sì, davvero, è giusto credere a un ordine supremo, e forse c’è perfino un respiro universale che può tenere insieme il relativismo della plebe e l’assoluto sovrano degli specials.
(Mela ignora cosa siano gli specials. Ma quando, nello slancio, la stringo tra le braccia e poi la bacio, prima in fronte e poi sopra la guancia, là dove l’impronta di medusa lascia il posto a una traccia imbarazzata di rossore, nei suoi occhi a mandorla è come se gli specials s’accendessero a fuoco d’artificio, uno dietro l’altro, e i punti che mi hanno messo addosso – un’ottantina, tra una ferita e l’altra – fossero lo score più strabiliante mai totalizzato sulla faccia della terra. Insuperabile. Imbattibile. Unico.)
«Ma davvero Lucavià?», gli chiedo nuovamente, ancora incredulo. Il mio luogotenente annuisce ieratico. Non è tipo da vantarsi, Lucaviale, né si mette in mostra per farsi dire bravo. Ma è evidente che, nel suo silenzio, la fierezza di aver compiuto un atto eroico convive con la determinazione a non ripeterlo mai più.
«Hai vinto e l’hai quasi ammazzato. Figuriamoci se avessi perso. Ti saresti rovinato per sempre! Per cosa, poi? Una partita a flipper!»
Solo qualche minuto prima, mi sarebbe andato il sangue alla testa nel sentire che il mio migliore sottoposto ignorava il valore psicologico, simbolico, strategico di una contesa. Ma ora, il sangue, ce l’avevo già tutto nel cervello, come un’idea fissa, e iniettato dentro agli occhi come una belva rabbiosa.
«Ah», constato, «dunque non l’hai fatto con animus pugnandi. Con spirito guerriero. Con tutto il tuo coraggio. Ma solo per paura che potesse scaturirne chissà quale casino!»
Lucaviale non dice niente e guarda fisso verso il mare. Io lo conoscevo bene. Sapevo che, da lì in avanti, non avrebbe più pronunciato una parola.
«Ad ogni modo, mon cher, qui le cose non cambiano finché non lo decido io. La guerra continua, come e più di prima. Quanto a te, preoccupati soltanto dei tuoi doveri. Difendere il territorio. Perlustrare i confini. Tenere alto il morale dei soldati. Al resto pensa il generale».
Non ho bisogno di congedare il mio ufficiale. Solerte, con una punta di precipitazione, si alza. E, limitando il saluto a un cenno d’ordinanza, mi volta le spalle e s’incammina.
Dalla spiaggia, ora, risale uno strano, improvviso silenzio. E ancora più assurdo mi sembra quello che sta piombando in mezzo a noi. Vorrei quasi richiamarlo, il mio filosofo, tanto più che adesso, subito attorniato da un nugolo di mosche, lo vedo fermarsi ed esitare.
Che ci succede, fratello? Torna indietro, e lasciati abbracciare!
Lucaviale non me ne dà il tempo. Si gira, deciso, come se avesse dimenticato la cosa più importante, e mi viene vicino. Molto vicino. Considerato che io sono il capo, il numero uno, il leader carismatico e lui, tutto sommato, un sottoposto, direi anche troppo vicino.
«Riguardo al morale dei soldati, General Maligno, se proprio ci tieni a tenerlo alto, a motivarli, a far sì che continuino a vederti come un condottiero senza macchia e senza peccato, forse dovresti smetterla di andare a imboscarti tutti i giorni con quella cafoncella. Che fai, vuoi la guerra e poi amoreggi col nemico? Non sei credibile, Marì. Qui tutti mormorano, e qualcuno comincia a riderti dietro. Attento a non cadere, altezza, e mi stia bene».
Questa volta il passo con cui si allontana, più che a una leggera precipitazione, fa pensare a un uomo in fuga sotto il temporale. Piovono saette dalle mie pupille, e il mio respiro è un tuono. Ho l’istinto di inseguirlo. Di bloccarlo. Di fulminarlo alle spalle con una serie dardeggiante di mazzate. Poi mi lascio cadere sopra la panchina e con la testa tra le mani piango e piango e piango – scarico il diluvio della rabbia mia.
Matò, quante tempeste stamattina! E dire che, sopra Torrematta, l’aria è ferma come si sta fermi davanti al fotografo. Niente si muove, nota Lucaviale sbucando dalle dune, e a colpirlo non è tanto la fissità del mezzogiorno, quanto quel niente che invade la spiaggia. Dove sono finiti Franzoso e Mifune? E Vittorio, non l’aveva lasciato, neanche mezz’ora prima, che galleggiava beato sul materassino? A parte qualche famigliola, e ogni tanto una medusa che veniva ad annunciare, arenandosi, la fine dell’estate, c’era solo Sabrina: distesa con le morbide membra sul lettino ma piuttosto tesa in quanto a nervi, come le accadeva ogni volta che non veniva a capo non già di un ostico Bartezzaghi, ma di un puerile cruciverba facilitato.
«Sostanza destinata ad alterare l’equilibrio psicofisico», dice, non appena, con la coda dell’occhio, intravede Lucaviale. Pur esprimendosi con movimento andante, l’espressione della mia fidanzata è da analfabeta di ritorno.
«Dodici lettere, Lucavià», incalza Sabrina, impaziente. Lui si guarda in giro, ancora sconvolto dalla nostra discussione, e avverte odore di bruciato.
«Sabrì... Che è successo qua, Sabrì?... Un’epidemia? Un cataclisma? Lu terremoto?...»
La mia fidanzata non risponde. Con le dita conta fino a dieci sillabando qualche cosa. Poi scuote la testa e conclude che cataclisma non c’entra, e neanche terremoto.
«Vabbè, ma allora dove sono finiti tutti quanti?»
Sabrina corruga la fronte. Non sembra aver sentito. Poi forse percepisce che, accanto a lei, sta crescendo un certo nervosismo, e voltandosi di scatto, frettolosa, informa Lucaviale che inizia con la esse, in mezzo c’è una effe, e che alla fine – se ci tiene così tanto a saperlo – sono corsi tutti quanti appresso a li cafuni.
«I cafoni?», sobbalza lui. «Ma di che parli, disgraziata?»
Perfezionata attraverso mesi e mesi di esposizione al sole, la sua abbronzatura sbianca in un secondo. Anche Sabrina, dunque, manifesta un proprio candore, mentre piagnucola che ’sta storia della guerra l’ha stufata, che ci ha già quasi rimesso il capocollo e che, se non cambia in fretta questo clima di tensione, lei l’estate prossima se ne va a Riccione. Ma quando Lucaviale fa scivolare i Ray-Ban lungo il naso e minaccia di farla nera se non parla, se non si fa capire, Sabrina si rifugia in una versione in chiaroscuro, che un po’ illumina la scena e un po’ costringe il mio ufficiale a scrutare dentro al buio delle sue parole, e a immaginare che cosa vi si annida.
Eppure – eppure nemmeno la perspicacia di un filosofo come Lucaviale avrebbe saputo immaginare cosa accadde nella mente di Tonino quando vide sopraggiungere Sabrina Scopinculo. Il riflesso dello specchietto con cui Scorfano l’avvisò fu niente in confronto al bagliore accecante che s’irradiò dal suo arrivo. Proprio come un cieco, barcollando, Tonino detto Stonino detto lo Storduto uscì allo scoperto e – Matò! – andò incontro alla creatura dei suoi sogni.
«Chi lo capiva, quello, che diceva?», racconta, senza staccare gli occhi dal nove orizzontale, la mia fidanzata. «Già era strano. La lingua che parlava, poi, più strana ancora».
Effettivamente, sconvolto dall’emozione, dalla sua stessa audacia, o più semplicemente dalla prossimità con il due pezzi di Sabrina, non erano altro che suoni disarticolati quelli che uscivano dalla gola di Tonino.
«Fé! Fé!... ’Ndié! ’Ndié!... Cò! Cò!...»
Si aiuta con i gesti, Tonino lo Storduto, e intanto gronda sudore che nemmeno in pieno inverno, a Torrematta, è mai scesa tutta insieme tanta acqua.
Tale e quale al suo pareo, Sabrina Scopinculo non fa una piega: «Come dici, scusa? Dove dovrei correre?»
«Scalè!... Cuggì!... ’a pizz’!... Sabrì, scappare te ne devi!»
Dietro le dune, preso all’amo dallo sbalorditivo corso degli eventi, Scorfano rimane a bocca spalancata. Matò!, fa segno all’indirizzo di Culacchio, che rannicchiato tra le rocce, qualche metro indietro, sembra diventato pure lui di pietra. Matò! Chist’ è ’nu pazzo! E adesso che succede?
«E allora che è successo?», domanda Lucaviale. «Che è successo, Sabrì?!»
Prima che le strappi La Settimana Enigmistica dalle mani, e la lanci furiosamente lontano, Sabrina – astuta e sottomessa al tempo stesso – gliela porge.
«Vedi un po’ tu. Dodici lettere. Non ti viene proprio in mente, Lucavià?»
Lucaviale è immobile sotto un sole rovente. Guarda le impronte sul bagnasciuga, i fumetti abbandonati sotto l’ombrellone, lo spogliatoio che spunta tra le dune, e prova a collegare. È un collegamento in leggera differita, come il secondo tempo che trasmettono al termine di 90° minuto, ma ignorando il risultato Lucaviale lo vive con l’emozione della diretta.
Sabrina, quindi, non è più alle prese con il nove orizzontale, ma col crollo verticale dei nervi di Tonino, che, facendo argine davanti alla cabina, un po’ le strattona il braccio e un po’ si ritrae come se venisse ogni volta folgorato.
«No! No! Sabrì!», ripete. «Scalè!... Cuggì!... ’a pizz’!...»
E poi quasi l’implora di rimanere indietro, di starlo ad ascoltare; perfino (per quanto, si capisce, attingendo a un fraseggio meno articolato) di salvaguardare la purezza incontaminata del suo sguardo volgendone altrove le soavi pupille.
Cosa spinge, invece, questa femmina sublime ad andare ancora avanti? A non divergere d’un passo dal cammino rituale? È superiore a tutto – all’abiezione, alle minacce, allo schifo che l’attende oltre quella soglia – ché quasi sorridendo ora l’aggira e allunga le dita affusolate verso la maniglia?
Tonino non può permetterlo. «Indietro! Indietro!», tenta ancora. Poi, intuendo che tra l’inferno e il paradiso, tra il turpe e l’angelico, tra la fiamma del peccato e la grazia celestiale, ormai non può frapporre altro che il proprio sacrificio, adopera il suo corpo come scudo, e nell’abbattimento della già sbilenca porticina, si ritrova sotto il naso le erezioni ancora più sbilenche di Scaleno e di Cugginu, che accecati dall’improvviso bagliore, dal caldo, dall’attesa, dalla spasmodica ambizione di conquistare il mondo, esclamano all’unisono: «Scopincù! Ti piace la pizza, ah?!»
Per Sabrina, la storia finisce più o meno a questo punto. Si riprende la rivista dalle mani dell’amico, che docilmente gliela cede. Lucaviale, del resto, adesso è in grado di immaginare anche da solo la sorpresa di Scaleno – e poi l’ira, la collera, il furore idrofobo che si abbatte su Tonino, mentre Cugginu, anziché verso la profonda scollatura di Sabrina, è costretto a concentrare l’attenzione sulle prime reazioni dei nemici, che attirati da tutto quel clamore, per quanto ancora incerti, esitanti, irresoluti e, in definitiva, riluttanti a credere davvero ai propri occhi, cominciano alla spicciolata ad allertarsi, a uscire dall’acqua, ad accostarsi l’uno all’altro e a compattarsi come una falange macedone.
Matò, non è Cugginu quello all’orizzonte? E l’altro, che scarica mazzate su Tonino lo Storduto, non sembra quella bestia di Scaleno? Matò, Matò, sul lido dei signori ci stanno i trogloditi!
Fa caldo per combattere, e la spiaggia è affollata di civili – mamme, bambini, nonne e barboncini – ma la visione di tre cafoni che si stagliano sullo sfondo delle nostre ville scatena un istinto che spinge le mie truppe a convergere in quella direzione. L’orda barbarica, nascosta tra le dune, osserva la scena. Ma, disgregata com’è, senza coesione né precise direttive, si limita a sbattere le palpebre.
Culacchio, Scorfano, Sorsodimieru escono allo scoperto. Gli altri tentennano, mettono fuori il muso, poi rientrano nei loro nascondigli, e infine, emettendo versi gutturali, anch’essi si lanciano all’assalto.
Ma si lanciano dove? All’assalto di cosa? Da organizzata polveriera, la spiaggia si riduce a un polverone senza senso. Dopo avere rifilato un’ultima, brutale capocciata sullo sterno di Tonino, Scaleno risale verso la strada, mentre suo cugino, che in virtù del nostro scontro ha ancora il naso incerottato e le labbra tumefatte, corre a perdifiato lungo la battigia. Avanzando anch’esso un po’ sbandato, il mio esercito vede sopraggiungere, sul proprio fianco destro, decine di cafoni urlanti.
Ma chi insegue chi?, si domandano tutti. Per qualche minuto la battaglia è solo questo: fuggire chi ti insegue e inseguire chi ti fugge – col risultato che, sebbene non soffi un alito di vento, la spiaggia viene improvvisamente investita da una tempesta di sabbia.
«Ragazzi», tossisce qualcuno, «non potreste andare a giocare un po’ più in là?»
Tossisce anche Tonino detto Stonino detto lo Storduto, e semina una scia di sangue rosso acceso che Sabrina, sbucando dalla cabina con il suo costume nuovo, calpesta indifferente, e spegne senza accorgersi di niente. E in niente, dopo tutto, si conclude quell’immenso parapiglia, nel momento in cui gli eserciti intuiscono che solo dirigendosi in massa verso il lato opposto, dove a confine dei rispettivi territori si erge la scogliera, i cafoni potranno vantarsi di averli distanziati, i signori potranno vantarsi di averli scacciati, e tutti finalmente potranno smettere di correre.
Perfino Lucaviale, ripensando a quella scena, sente di avere il fiato corto. Gli occhi sbarrati. La mascella contratta. La fronte imperlata di sudore.
«I cafoni sulla nostra spiaggia!...», sussurra ancora incredulo, e poi commenta tra sé e sé che tutto questo è stupefacente.
«Stupefacente!», esulta Sabrina lanciando in aria La Settimana Enigmistica. Poi, tutta felice, la riprende al volo, riempie finalmente il nove orizzontale e profetizza a Lucaviale che lui, con quel capoccione, farà davvero molta strada. «Altro», dice, «che quella testa calda di Angelino!»