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Primavera 1974. Qualche mese dopo essere stato assunto all’Italsider, per festeggiare la sua prima busta paga, Cosimo Papella aveva caricato tutta la famiglia sopra una corriera e, fendendo da mare a mare la campagna salentina, dopo cento buche, mille curve e un paio di soste per raffreddare il radiatore, era giunto al cospetto di quel capolavoro scolpito dal mare e cesellato dal vento che è la grotta Zinzulusa.
Quando si accorse che per visitarla bisognava superare la biglietteria, e che due ingressi per adulti e due ridotti sarebbero costati quanto mangiare fave e cicoria per una settimana, la moglie di Cosimo, con l’espressione del viso perfettamente consona al proprio nome di battesimo, scosse la testa e disse che non importava. Che la gita era stata bella lo stesso. Che la grotta l’avrebbero ammirata un’altra volta.
(La moglie di Cosimo Papella si chiama Addolorata, ma fin da piccola è sempre stata Rata. «Certo», commentavo strizzando l’occhio a Mela. «Voi cafoni nemmeno la mujera vi potete comprare tutta intera!»
«Ma almeno sono comode rate mensili?», la prendevo in giro, mentre lei, rovesciandosi nel fieno, fingeva di arrabbiarsi e mi prendeva a calci.)
Nel sentire che si tornava indietro, se non fosse stata saldamente ancorata a quella di suo padre, la mano di Tonino lo Storduto gli sarebbe ricaduta a corpo morto lungo il fianco. Dal suo, in fondo alla tasca rattoppata, Cosimo Papella estrasse il portafoglio: non c’era un granché, ma l’orgoglio che tirò fuori un istante dopo («Perché adesso tengo uno stipendio! Perché, mo’, operaio a busta paga sono diventato!») era talmente potente che, oltre al petto, sembrava gli gonfiasse anche il borsellino.
Così, trepidante e guardinga, come alpinisti in cordata, la famiglia Papella imboccò il sentiero che scende – nemmeno troppo ripido – verso il mare.
(«Tu lo sai cosa sono gli zinzuli?», mi chiede Mela tutta infervorata.
E io – muto – faccio un cenno con la testa, che vorrebbe esprimere la mia superiore erudizione e nel contempo un maieutico invito a proseguire, a non cincischiare con questi oziosi interrogativi, a esprimersi liberamente con parole sue.
«Gli zinzuli», continua Mela, «sono pezzi di stoffa. Tutti strappati, tipo».
«Lo so, lo so», annuisco magnanimo; e dopo chioso: «Laceri brandelli».
«Eh, tipo!... Quant’è bello, Angelì! La grotta, da dentro, sembra proprio un lenzuolo che svolazza».)
La sera prima, alla biblioteca comunale, Cosimo Papella s’era immerso dentro la Treccani, e adesso – immerso con i piedi dentro tre dita d’acqua – stupisce i propri figli spiegando che la roccia conica pendente dalla volta si chiama stalattite, e che è l’ossido di ferro a dare alla scogliera quella striatura rossa tanto suggestiva.
Rata spalanca gli occhi. Intorno a loro il blu del mare, più che un colore, è luce. Bagliore. Emozione pura.
«Matò, Cò, ma chi te l’ha insegnate, tutte queste cose?»
Cosimo Papella sorride. Avrebbe voglia di vantarsi, di pavoneggiarsi, e invece – all’improvviso, come un repentino calo di pressione – la fierezza diventa pudore, modestia, imbarazzo.
«Lavoro in città, adesso», risponde a bassa voce. «Dentro una fabbrica. Non posso mica rimanere il cafone che sono sempre stato».
(Sul lungomare, mentre pedalo sotto un sole giaguaro, incrocio Vittorio e Toshiro Mifune. Hanno il culo sul marciapiede e un fumetto sconcio – a sua volta pieno di culi – tra le mani.
«Voi lo sapete», urlo, «che sono gli zinzuli?»
Loro mi osservano come bovini, con la mandibola allentata. Poi, affannosamente – ché mica è semplice tornare a casa con la Graziella dopo esserti abituato al Caballero – affronto la salita esortandoli a informarsi. A documentarsi. A darsi un po’ da fare.
«Studiate, bestie, ché stiamo diventando più ignoranti dei cafoni!»)
Dall’atrio della grotta, la famiglia Papella raggiunse il vestibolo e infine, attraverso il Corridoio delle Meraviglie, arrivò al Trabocchetto, uno specchio d’acqua limpidissimo sormontato da formazioni calcaree d’ogni tipo.
«Vedete?», diceva Cosimo. «Questa roccia si chiama Sentinella. Quell’altra Aquila. Là in fondo, invece, il Baldacchino».
Sia Tonino che Mela avevano il sospetto che stesse improvvisando, che li prendesse in giro, e seguivano curiosi e nello stesso tempo diffidenti, come gattini selvatici, le traiettorie che il padre indicava con il dito. Ma il dubbio che quei nomi li inventasse, che fossero il frutto della sua fantasia, era niente in confronto all’angoscia che l’invenzione fosse lui. Quale sortilegio aveva trasformato il primate piegato in due dalla fatica, con la vanga, i duroni e le unghie nere, nell’homo erectus – quasi sapiens – che ora articolava senza nemmeno una balbuzie?
Tonino lo guardava col terrore che potesse regredire. Mela – un passo indietro, i nervi lucidi e tirati come ormeggi in mezzo alla tempesta – col torbido presentimento che l’evoluzione della specie non sarebbe stata completata, e che avrebbero pagato quel peccato di superbia con pianto e stridore di denti.
«Facciamo il giro con la barca?», propose Cosimo Papella.
Rata si batté la mano sul petto – quasi presentisse già una colpa – e sgranò gli occhi. «Ué Cò, ma non hai letto il cartello? Mille lire, costa! Ancora soldi vuoi spendere, Cò?»
Ma questa volta, dalla sua protesta, non trapelava più preoccupazione; bensì ebbrezza, rapimento e perfino un po’ di vanagloria.
Tanto in fretta fa un cafone a non credersi più tale.
(«Hai sentito, Francisco Marinho?», mi sussurra Lucaviale nell’orecchio. «Pare che l’anno prossimo Sebo Conti non ritorni a Torrematta».
«Ah», faccio io, senza distogliere lo sguardo dal mio Zagor. «Cos’è successo? Il tenente di vascello ha mollato la baldracca?»
Con la sua aria da filosofo socratico, Lucaviale traccia linee con un dito nella sabbia e mi dice che la situazione è leggermente più intricata. «La moglie l’ha scoperto. Vuole il divorzio. I soldi. La casa. È ’nu casino».
Provo a sbirciare cos’ha scritto il mio luogotenente; ma, prima di riuscirci, un’onda si allunga sopra il bagnasciuga. «Si sta ingrossando il mare», dico, e poi – incurante delle carte bollate, delle minacce, del fatto, m’informa Lucaviale, che l’altro giorno si sono presi a sputi in faccia – argomento che la famiglia Conti, lo dice il nome stesso, è razza nobiliare, e che quando si tratta di lignaggi con un certo rilievo sociale, morale, culturale, sciocchezze come quelle sono destinate ad appianarsi.
Tanto lentamente fa un signore a rendersi conto di non essere più tale.)
Forse, farfugliò Rata ai due custodi che li avevano soccorsi, suo marito aveva remato troppo a lungo. Forse il passaggio dal sole all’umidità della grotta. Forse, provò ancora, la frisella un po’ rafferma che ha mangiato sopra il pullman.
I due uomini avevano assentito senza convinzione, perché per loro qualunque spiegazione andava bene – bastava che la barca non fosse andata a sfracellarsi sugli scogli e che nessuno fosse caduto in acqua. Certo, la chiazza di vomito avrebbe continuato a ristagnare putrescente per tutto il pomeriggio, ché la corrente all’interno della grotta è molto tenue. Ma tanto – «Che vuoi fare?», disse il più vecchio al giovane collega, che sembrava quasi offeso dal fetore, «fra venti, trent’anni al massimo, qui galleggeranno quintali di schifezze. Altro che ’st’inguacchio».
«Forse la frisella», sorrise Rata accarezzando la testa di Tonino, che un po’ sollevava uno sguardo interrogativo verso di lei, un po’ l’abbassava esclamativo verso il padre, aggrappato alla ringhiera come un naufrago alla zattera.
L’intera famiglia Papella, in quel frangente, cercava vanamente un puntello – ché anche Mela, fissando il mare, a labbra strette, sentiva il suo orizzonte scivolare nuovamente dalla terra intesa come pianeta, corpo celeste, mondo da esplorare, a quella che adesso le mancava sotto i piedi, alle zolle divelte dall’aratro, al fango sulle scarpe di suo padre quando, dai campi, tornava a casa fradicio di pioggia.
Forse, pensò Mela – mentre l’occhio, dalla terra, fatalmente risaliva su quella figura pallida e malconcia che faticava a stare dritta – ciascuno deve rimanere ciò che è.
E nel pensarlo non si accorse che, per prima, lei cambiava. Che da bambina contegnosa, sempre un po’ guardinga, ora si ritrovava a guardare con fiera e un po’ sfrontata ostinazione un uomo adulto dentro agli occhi, e a dirgli, senza quasi tremore nella voce, che a lei non importava se il lunedì mattina timbrava il cartellino, se il ventisette di ogni mese portava i soldi a casa, e tutta la famiglia, ogni fine settimana, in gita alla grotta Zinzulusa.
«Papà» (e anche questo suono sembrava un po’ diverso) «a me importa solo che stai bene».
Cosimo Papella, siccome le orecchie non si chiudono, per alcuni interminabili istanti si limitò a chiudere gli occhi. I riflessi dell’acqua, tremolando sulle rocce, bastavano a dargli il mal di mare. Il tepore del sole, battendo sulla sua fronte febbricitante, non bastava a farlo smettere di tremare.
C’era un tortuoso sentiero ancora da salire, ma era chiaro che se Rata non lo avesse sostenuto, invece di salire, lui sarebbe franato. Era chiaro che, se non si fosse appoggiato alla sua spalla, invece dei chilometri che avevano davanti per ritornare a casa, avrebbe percorso pochi metri all’indietro e poi sarebbe crollato.
Per questo, più che il dolore, a colpire Mela fu soprattutto lo stupore, quando – dopo che gli fu andata ancora più vicino, senza nemmeno farle finire di dire che dalle fonderie uscivano veleni, che i fumi delle ciminiere facevano ammalare, con la forza di un uomo sano, energico, gagliardo (ma che in realtà era soltanto la forza di un uomo disperato) – il padre suo la colpì a mano aperta in pieno viso.
Tenne duro per altri sette mesi, Cosimo Papella. Durante i quali (dice Mela) non si capiva se la malattia peggiore fosse l’anemia mediterranea o quella testardaggine teutonica che gli faceva replicare all’infinito (come un avvertimento a non avvicinarsi, a non insinuare qualcosa di diverso): «Io sto bene!»
Poi, alla vigilia di Natale, cercando disperatamente di arrivare alle feste per fermarsi tre giorni e rifiatare, non riuscì nemmeno a raggiungere il suo posto al carrello delle scorie, e svenne davanti alla siviera.