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All’inizio dell’estate del ’75 Antonio Inoki sudacchiava in una palestra avveniristica di Tokyo e si preparava ad affrontare Cassius Clay.

La sfida sarebbe stata una farsa – il campione del mondo dei massimi contro il re della nuova lotta americana – ma ai nostri occhi avrebbe stabilito una verità fondamentale: se fosse cioè più micidiale il vecchio pugilato o quella moderna, spettacolare forma di combattimento denominata catch.

In altre parole, definire se il mondo era fermo o andava avanti.

Secondo alcuni le piroette tra le corde e i calci volanti del giapponese, un tronco umano con i capelli impomatati e un prognatismo esagerato, avrebbero certamente sconcertato l’avversario. Secondo altri sarebbe bastato un solo gancio destro di Muhammad Ali, preciso e fulminante come il pungiglione di un’ape, per rincalcare il mento prominente del rivale.

Il vecchio si scontrava con il nuovo. Ma a dire il vero, all’inizio dell’estate del ’75, per noi era tutto, allo stesso modo, inedito e sempre esistito.

Franzoso, che viveva nel culto di Parigi, urlava: «Ualà, Ualà», scalciando nuvole di sabbia. Sebo Conti ripeteva: «Squillino le trombe», e fendeva a pugni l’aria. Vito Girone, detto Girovitale, fletteva frenetico i bicipiti, se mai li avesse avuti.

In mezzo a tutti questi bollori io me ne stavo tiepido e cheto come un’acquasantiera nella quale, a turno, i miei fedeli venivano a bagnarsi le dita.

«Marigno, cé tieni?», mi domandavano ogni cinque minuti, e io un po’ dicevo niente, un po’ li esortavo a parlare in italiano. Ché noi eravamo dei signori, mica bestie.

«Non tengo niente», concludevo. Ma in realtà ero molto lontano da qualunque conclusione.

Intanto sulla sponda opposta, dopo il porticciolo e la bottega del pescivendolo, una macchia scura palpitava compatta sulla sabbia dorata. Era il segno che i cafoni si stringevano tra loro, facevano gruppo, vibravano di un unico sdegno. O almeno questa era l’impressione che si formava nella mia mente di condottiero sempre all’erta. Perché in realtà, se mi fossi trovato non dico in mezzo a loro, ma anche solo cento metri più indietro, all’attracco delle barche, mi sarei perfettamente reso conto che pure tra le fila del nemico la coesione era un concetto relativo.

Chi guardava da una parte, chi sbadigliava dall’altra, chi era tutto preso dal mangiarsi le unghie e chi sommessamente scorreggiava. Ma erano tutti lì, non c’era dubbio, e quella riunione non poteva avere che un significato: la guerra stava ricominciando anche per i cafoni.

Mandai Toshiro Mifune a prendere il binocolo e, ancora un po’ zoppicante, mi trovai un punto d’osservazione tra le dune. Che scintillio, quel mare!

Se non fosse bastata la nostra predisposizione naturale a considerarci un mondo a parte, una realtà assoluta, un’isola fuori dal tempo e dallo spazio, ci avrebbe pensato la conformazione fisica del luogo a convincercene. La costa lungo la quale il villaggio si adagiava, infatti, non correva rettilinea e parallela al mare, ma formava un’insenatura, un piccolo golfo racchiuso – sul versante dei cafoni – da un grosso scoglio emerso che magnanimamente chiamavamo l’isolotto. E su quello dei signori, a dominare il paese, dalla torre matta che gli dava il nome.

Oltre questi due baluardi il mare aperto e terre sconosciute. In mezzo, noi e la nostra guerra.

Pur presidiando i lembi opposti del litorale, quindi, i due eserciti rimanevano per tutta l’estate visibili l’uno all’altro. A ricordarsi reciprocamente che, anche nei giorni in cui ci s’impigriva sonnecchiando sulla spiaggia, quello era un conflitto sempre aperto.

D’altra parte, un vero capo non sonnecchia mai. Anche quando sembra chiudere gli occhi, la sua mente è scaltra e i sensi vigili.

Perciò mi ergo sulle truppe e faccio cenno a Lucaviale di seguirmi. Ci lasciamo alle spalle i materassini, le impronte dei Dr. Scholl’s e le note dei Santo California che si diffondono dalla radio cubo Brionvega 502. Percorriamo il bagnasciuga fino al cuore del villaggio. Superiamo il Bar Pedro, l’edicola, la tabaccheria, la caserma dei carabinieri – a questo punto il paesello è già bell’e finito, come se fosse un semplice tramezzo che divide il campo di battaglia.

Ci sarebbe una farmacia, ma è chiusa.

L’insegna di una trattoria, ma non ha mai aperto.

Una giostrina, ma mette tristezza anche ai bambini.

Come due pistoleri di passaggio, con lo sguardo truce, indugiamo a osservare questo tratto di spiaggia. Anonime famigliole. Vecchi in canottiera. Neonati appisolati sotto l’ombrellone. Una cartolina sbiadita da spedire al nostro oblio, quando – superato il porticciolo – i cani randagi, le mosche e la spazzatura disseminata un po’ dovunque ci ricorderanno che stiamo addentrandoci nella selvaggia plaga dei cafoni.

Sono là, infatti, tra relitti di scafi sfasciati e reti aggrovigliate. Una dozzina di ragazzini perlopiù tozzi, tracagnotti, con i capelli rasati quasi a zero e la pellaccia scura screziata di salsedine. Distinguerli per nome, chiamandosi l’un l’altro con oscuri versi disarticolati, sarebbe pressoché impossibile. Per fortuna la maggior parte di loro presenta caratteristiche spiccate che, in modo spontaneo, perfino inevitabile, li hanno forniti di un appellativo più peculiare.

Ecco dunque, sudatissimo, Culacchio e poco più dietro Tromba d’aria. Nel mefitico metro quadrato che li separa dalle muschiose ascelle di Leonardo, si espongono temerariamente all’incrocio dei venti Ricchio, Racchione e Duedipressione. Alle spalle del Mucculone i temibili Frati, gemelli monozigoti che non sapevi mai se considerare due individui in uno o un individuo in due, ma che nel combattimento, in ogni caso, mazzolavano per quattro. Poi ci sono Peluso, Scorfano, Sorsodimieru e, come al solito appartato, distratto, un po’ svagato, Tonino detto Stonino detto lo Storduto.

Matò, che banda di cafoni!

Le rare volte in cui mi capitava di vederli riuniti tutti insieme (o almeno, di vedere riunito questo manipolo più rappresentativo, ché di cafoni semplici se ne annidavano a frotte in ogni catapecchia) mi stupivo, e quindi anche un po’ mi vergognavo, che non li avessimo ancora annientati.

Erano brutti. Sporchi. Disorganizzati. Però, dovevo ammetterlo, possedevano una specie di istinto animale che garantiva loro la sopravvivenza. Che, da accozzaglia senza senso, li trasformava in un branco compatto. Che di fronte al pericolo li spingeva a scoprire all’unisono i canini.

E poi – dovevo ammettere anche questo – c’era Scaleno.

Torvo, obliquo, spigoloso, con tutti i dovuti distinguo Scaleno era per i cafoni quello che io ero per i signori. Un numero uno. Un vero capo. L’unico e indiscusso leader carismatico. Quando parlava Scaleno, sempre che quell’idioma farcito di imprecazioni e versi gutturali si potesse considerare un linguaggio, ai cafoni toccava stare fermi e zitti ad ascoltare. Pur nei limiti evidenti, si capisce, a cui li costringeva la loro esigua capacità di concentrazione.

Ma quella mattina Scaleno non si sarebbe limitato a una semplice messa a punto del proprio carisma, a un generico consiglio di guerra, a un’astiosa filippica contro noi signori. Era destino, evidentemente, che l’estate del ’75 iniziasse con uno spirito nuovo. Con ambizioni più brucianti. Con inquietudini più profonde.

A torso nudo, esibendo i tatuaggi – poco più di rozzi segnacci – che gli adornavano entrambe le braccia, Scaleno passava in rassegna le truppe con sguardo glaciale e un bastone in mano. Ma, soprattutto, prolungava l’attesa affinché la suggestione del suo aspetto facesse effetto fino in fondo.

Aveva un dente d’oro, Scaleno, e una cicatrice che gli partiva dal cuoio capelluto, attraversava la fronte e scendeva fin sotto il sopracciglio, tanto vicino all’occhio da farti domandare come avesse fatto a rimanere illeso. Sul bicipite destro quelle due linee sghembe volevano forse raffigurare un’ancora. Sul sinistro non si capiva bene se una croce, un arpione o la T di tempesta.

A quei tempi, del resto, il tatuaggio più arzigogolato consisteva in una donnina nuda che fremeva quando si gonfiavano i bicipiti. Cuori trafitti, pugnali o misteriosi acrostici – esibire un’incisione sulla pelle significava in realtà una cosa sola: chi lo portava aveva avuto dimestichezza con la malavita. Con il crimine. Forse anche con un penitenziario.

Di Scaleno si diceva fosse stato in riformatorio.

Di sicuro, suo padre aveva una fedina penale più lunga di una messa cantata. Era un incallito bombarolo, tanto per cominciare. Anziché gettare pazientemente le sue paranze come gli altri pescatori, infatti, il padre di Scaleno salpava la mattina sul suo gozzo e non appena al largo catapultava in acqua tre, quattro, cinque mine, le cui detonazioni riecheggiavano nell’aria come se, in fondo agli abissi, stesse scorreggiando il dio Nettuno in persona. E in effetti, al re del mare si sarebbero certo torte le budella nel vedere risalire a galla – a volte dilaniati, altre soltanto tramortiti – pesci su pesci di ogni specie, di ogni forma, di ogni grandezza. Le vittime più numerose, anzi, erano proprio i pesci piccoli – quelli che avrebbero attraversato indenni le maglie di una rete e continuato a fluttuare spensierati per molto tempo ancora, prima di poter essere serviti al cartoccio come branzini o orate per due. Di quelle dimensioni, invece, non servivano nemmeno a sfamare gli altri pesci, e rimanevano sulla superficie a imputridire come irredimibili peccati nell’anima di un empio.

Ma il padre di Scaleno non era solo un pescatore di frodo. Dentro casa, pare, nascondeva una pistola, e sotto l’Ape Piaggio, con il quale faceva avanti e indietro dal villaggio, si diceva che stipasse sigarette, Ray-Ban falsi e altri articoli di contrabbando. Si atteggiava a boss, insomma, ma quando lo incontravo all’ingresso del Bar Pedro, con i baffi spioventi alla Charles Bronson, la canottiera impiastricciata e la birra Raffo in mano, io non vedevo altro che un cafone leggermente più grintoso.

Matò, figuriamoci se Marinho si lascia intimidire da ’sto pezzo da museo! Mo’ spacco tutto, spacco! E a quel bifolco di Scaleno le braccia gliele rompo, gliele spezzo, gliele stacco. Così, dopo, i tatuaggi se li può andare a fare sopra il culo!

A proposito di culi, quella mattina Scaleno non parlava d’altro. E non di posteriori in generale, ma nientemeno che del fondoschiena (fondo per modo di dire, ché si arrampicava altissimo in cima alle sue gambe) della mia fidanzata. A sentire lui – o meglio, a sentirlo delirare – presto o tardi ci avrebbe messo sopra le sue manacce immonde. Le sue grinfie puzzolenti. La sua pizza gigantesca.

«I fuochi d’artificio, ci faccio sentire!», ripeteva ossessivamente. E dopo si fermava a osservare l’effetto di quelle parole sulle ruvide scorze degli altri cafoni. Sembravano davvero ganasce di cuoio. Maschere trattate alla concia e poi lasciate essiccare sotto il sole, per conferire ai loro profili un’espressione ancora più asciutta, riarsa, essenziale.

Asciutte, riarse ed essenziali erano anche le frasi che si lasciavano scappare di fronte al proprio capo. Le pronunciavano svelti e si chinavano in avanti, quasi a volerle riacciuffare per la coda. Quindi, una volta andate, guizzavano all’indietro per evitare di essere investiti dalle conseguenze. Ovvero dalle sferzanti risposte di Scaleno.

In sua assenza, quando schiamazzavano molesti alle tre del pomeriggio, si parlavano uno sopra all’altro, a raffica, concitati; anche se bastava allungare un orecchio per capire che non avevano da dirsi niente di sensato. Soggiogati dal cipiglio di Scaleno, invece, dietro le fronti aggrottate potevi pure intravedere un certo lavorio. Eppure nessuno si avventurava oltre una, al massimo due frasi smozzicate.

Erano rozzi, ’sti cafuni, ma non del tutto sprovveduti!

E tuttavia rimanevano pur sempre dei cafoni, incapaci di invertire un destino che li voleva inetti e sottomessi dinanzi a ogni forma di potere. Fosse pure il potere di un cafone come Scaleno.

«Mammalucco! Capatuosta!», inveì quel delinquente all’indirizzo di Culacchio, che aveva l’unico torto di starsene seduto in prima fila. «Sta’ capisci, cé sta dicu?»

Culacchio deglutì e provò a farsi piccolo piccolo. Inutilmente, ché era un maiale di almeno ottanta chili.

Dietro di lui, come una reminiscenza di quella scuola che in tempi remoti (forse, a stento) aveva frequentato, Scorfano alzò la mano, e tutti si voltarono a guardarlo. Preoccupati, non meno che stupiti.

Non era solo brutto, Scorfano, ma anche pieno di spine. Sarebbe bastato che a Scaleno ne fosse andata una di traverso e l’avrebbe strozzato – Scaleno a Scorfano, si capisce, ché il leader, il numero uno, il capo carismatico, nessuno si sarebbe mai sognato di sfiorarlo.

«Scalè», esordì con un po’ di ruggine nella voce, come se gli si fosse infilzato un amo in gola. «Scalè, lasciamo stare le femmine, Scalè! Che portano disgrazia!»

Per qualche secondo nessuno si azzardò a respirare. Il silenzio assomigliava a quello che si avverte subito dopo un lampo. Ma Scaleno, inaspettatamente, non tuonò, anzi sembrò quasi rasserenarsi. Socchiuse gli occhi grigi, da lupo, annuì placidamente e si mise a rovistare nella sabbia col bastone.

«Certo. Perché tu, Scorfano, le femmine le conosci bene».

Nervosamente, come tutte le volte in cui veniva sfiorato l’argomento, i cafoni ridacchiarono e si diedero di gomito. Erano ogni anno più robuste, quelle spintarelle, come se servissero ad allontanare una questione – le femmine, le terribili e minacciosissime femmine – che si faceva sempre più insistente. Scaleno aspettò che si calmassero.

«Anzi, Scò», disse alla fine, «tu che sai tutte cose, diccelo tu come sono queste femmine. Diccelo tu, agli amici!»

Che strana parola – amici – e com’è ancora più strana in bocca a Scaleno.

Avevo visto cafoni lottare fianco a fianco. Stare uniti. Soccorrersi l’un l’altro come fossero fratelli. Ma quando si trattava di un sorriso, di un gesto solidale, o anche così – pro forma – di dichiararsi amici, i cafoni recalcitravano imbarazzati, quasi intimiditi, e rimanevano soli come si accorse d’essere solo Scorfano in quel preciso momento.

«Cé sacciu, Scalè!», provò a protestare.

Ad avere un cuore, metteva pena. Roteava gli occhi e si vedeva benissimo che non ce l’avrebbe mai fatta. Nessun cafone, in materia di donne, ce la poteva fare.

Così rimasero tutti a bocca aperta nel vedere proprio il soggetto meno indicato – quel Ricchio che per le ciglia lunghe e l’aria delicata, ancora prima di sortire dall’età puberale, avevano già destinato alla diversità sessuale – alzarsi in piedi estremamente risoluto e, forse per una volontà di riscatto, forse per tentare un’omologazione, esibirsi in un distillato di puro maschilismo: «Scalè, le donne sono tutte puttane. A mazzate, le bisogna pigliare! La pizza, gli dobbiamo dare!»

Non aveva mai parlato molto, quel cafone di Ricchio. E anche quando parlava, quello che diceva si sentiva poco. Stavolta invece la voce gli era venuta fuori bella chiara, vivace e svolazzante come un uccellino appena uscito dalla gabbia.

A Scaleno piacque. Abbatté il bastone sulle spalle di Scorfano e contemporaneamente fece scintillare il dente d’oro all’indirizzo di Ricchio.

«Bravo!», esclamò, «e noi la pizza gli daremo».

Beninteso, non si trattava di un invito a cena. Da queste parti, o per meglio dire dalle parti di quella feccia degradata, dicesi volgarmente pizza l’organo di riproduzione sessuale maschile. Una bella pensata di qualche cafone, di sicuro. Così la gente per bene, il sabato sera, o si butta sulla frittura mista o è costretta ad aggirare l’imbarazzo ordinando al cameriere una focaccia, un panzerotto, una bella capricciosa.

Va da sé che i cafoni non sono gente per bene. E soprattutto che il sabato – né più né meno come tutte le altre sere – se ne stanno a casa a mangiare la frisella con l’origano e il pomodoro. Che gliene importa a loro, se intanto al ristorante si avverte un certo disagio lessicale? Anzi ci godono, e dopo essersi scolati l’ultimo sorso di vino primitivo, con le mani ancora unte se ne vengono dietro ai tavoli, oltre al pergolato, e dall’ombra si mettono a urlare all’indirizzo delle nostre madri: «Signò, è buona la pizza?!»

Scaleno si vantava d’averne una quattro stagioni, sempre pronta all’uso. Balle, naturalmente. Aveva una pizza bianca come quella di tutti gli altri cafoni. Ma a sentire lui sembrava che le femmine, con la sua pizza, ci volessero mangiare tutti i giorni. E che poi dovessero pure sparecchiare.

«Li signuri da mo’ che l’hanno capito», s’era messo ad arringare. «Fanno tanto che sono moderni, ma poi le donne ai piedi loro devono stare! E mica soltanto la mujera! Tutte le femmine! Se ci vogliono stare, ci stanno. Se no mazzate!»

A poco a poco il discorso stava prendendo una direzione precisa. E specialmente i più eccitabili, come foglie nel vento, si lasciavano trasportare dalle parole di Scaleno.

«Per farsi l’amante, Scalè, hanno votato pure lu divorzio!»

«Scalè, l’hai vista la Raffaella Carrà che fa lu Tuca Tuca?»

«Puttana è. Come tutte le femmine de li signuri!»

Scaleno annuiva. C’entravano molte cose, in quelle frasi disarticolate – c’entravano la televisione a colori, le soubrette mezze nude sull’Espresso, film rivoluzionari e, a modo loro, già epocali come Il trucido e lo sbirro. C’entrava l’aria che si respirava, e dentro l’aria – come odori forti che si mescolano e che danno alla testa – Edwige Fenech e Cristina Mazzotti, Sheridan e il commissario Calabresi, Thierry La Fronde e Mirko Panattoni.

Non che i cafoni sapessero granché di quello che accadeva al di là di Torrematta. Non ne sapevamo molto nemmeno noi. Ma erano gli anni Settanta, l’ho già detto: un fumo acre e denso che arrivava dappertutto e metteva agitazione.

A disperdere il fermento – anzi, a comprimerlo dentro le menti anguste dei cafoni – ci pensò Scaleno con una domanda che assomigliava a un beffardo rompicapo.

«Le femmine de li signuri sono tutte puttane, va bene. Ma perché sono puttane?»

Silenzio. Concentrazione. Lavorio.

Sembrava quasi di sentire cigolare ingranaggi poco oliati. Perfino i più apatici, come Duedipressione o Tonino detto Stonino detto lo Storduto, si mordevano le labbra e tentavano d’indovinare una risposta che – s’intuiva – oltre ad avere l’effetto di compiacere Scaleno, avrebbe comportato l’onere e l’onore d’inaugurare un nuovo mondo, una questione adulta, una frontiera più avanzata della loro conoscenza.

Nel tentativo di rimontare posizioni, Scorfano sollevò di nuovo il braccio e si buttò: «Scalè, perché vanno alla spiaggia col due pezzi, Scalè. La minigonna! I blue jeans! Gli zatteroni!»

Disperatamente, le provò un po’ tutte. Poi si arrese e rimase rassegnato ad aspettare che il bastone di Scaleno gli si abbattesse una seconda volta sulla schiena.

«Gli zatteroni ’e mammeta!», liquidò la faccenda il loro capo, mentre i più impressionabili sobbalzavano per la violenza del colpo. Quindi digrignò i denti.

«Sono puttane», scandì bene, «perché vanno con i signori, ma...» (pausa strategica) «è da noi, dalli cafuni, che volessero la pizza!...»

Era frequente che Scaleno si confondesse con i verbi, ma molto raro che si definisse per quello che era – cioè un cafone. Quando succedeva, anziché pronunciarla, quella parola gli usciva come un ringhio, un ruggito, un grido di battaglia, e mirava a elevare a rango di valore quell’indole bestiale che gravava sulla specie.

«Dalli cafuuuni», ripeté completamente invasato, dimenando il bacino.

Tra le sue truppe, intanto, serpeggiavano sconcerto e incredulità.

Vedi, Scalè, che ti sta’ sbagli!, sembravano dire, e guardandosi l’un l’altro, osservando le maschere grottesche e in certi casi ripugnanti di chi li circondava, trovavano immediata conferma ai loro dubbi.

Stai parlando di noi, Scalè? Stai parlando di Leonardo il Mucculone, con quella goccia sempre al naso e l’odore paludoso? Di Culacchio, di Peluso, di quell’avvinazzato di Sorsodimieru? Di sicuro – dai, siamo seri! – non stai parlando del povero Racchione, che infatti è rimasto a bocca aperta: un po’ per lo stupore, un po’ perché, a impedirgli di tenerla chiusa, c’è la sua imponente dentatura equina.

Erano tutti ripiegati su se stessi, li cafuni, quando inaspettatamente, dalle retrovie, la voce impastata di Tonino detto Stonino detto lo Storduto riaprì timidamente, ma anche con una certa audace prepotenza, un aspetto del discorso che sembrava chiuso.

«Scusa Scalè», disse Tonino, «ma non è che mo’, per forza, tutte le femmine devono essere puttane!»

Aveva dei begli occhi, Stonino lo Storduto – a mandorla anche lui. Quando Scaleno gli arrivò sotto il muso e lo fissò, sembrarono scricchiolare e poi frantumarsi come se fossero capitati in mezzo a uno schiaccianoci.

«Non sei d’accordo, Scalè?...»

Fosse stato Scorfano, o Culacchio, o uno qualunque degli altri cafoni, ci sarebbe stato solo da stringersi nelle spalle e aspettare il suono secco del bastone contro l’osso. Ma, chissà perché, Scaleno sembrava nutrire un singolare rispetto per Tonino. Quasi un disagio. Un misterioso imbarazzo. Si limitò a scoprire il dente d’oro e a sibilare che – a parte le madri, le sorelle, e in certi rari casi zie e cugine – lui no, non era affatto d’accordo.

«Dimmene una», lo sfidò. «Una sola, Tonì. Sentiamo».

Anziché tenersi forte, Tonino lasciò cadere verso il mare uno sguardo trasognato. Non a caso, del resto, aveva acquisito fama di Storduto. Questa volta però, a osservarlo bene, l’occhiata che rivolgeva al mondo esterno non era così ondivaga e svogliata, ma sembrava scivolare a pelo d’acqua fino alla riva opposta, e concentrarsi su un punto ben preciso che ai suoi occhi rimandava un riflesso più lucente.

«Cé sacciu, Scalè... per dirne una... a me la femmina che tiene lu Maligno non mi pare proprio una puttana».

Scaleno non era tipo che si facesse cogliere facilmente di sorpresa. Ma a tutto c’è un limite. «Minchia, Tonì!», cantilenò sgranando gli occhi. «Sabrina Scopinculo non ti pare ’na puttana?»

La rabbia gli affluiva copiosa nelle viscere – si vedeva benissimo – ma, come un dito d’olio, a venire a galla furono ancora lo stupore e la costernazione.

«Minchia, Tonì!», ripeté un’ottava sopra.

Dunque: che Sabrina fosse la mia fidanzata a Torrematta lo sapevano tutti.

Bionda. Occhi azzurri. Una signora, figlia di figli di figli di signori, veramente!

Ma questo singolare soprannome, Scopinculo, a quando risaliva? Si trattava di un’estemporanea intuizione di Scaleno, o già dall’estate precedente, mentre – io vaporoso di Brut Fabergé e Sabrina molto glamour con la borsetta Pucci – la portavo a prendere il gelato, quei cafoni appostati sul muretto ci facevano sopra della letteratura? Del resto, erano anni che glielo dicevo.

«Sabrì, scusa, ma perché ti muovi in questo modo? Perché cammini così?»

Lei tutte le volte si bloccava, sbatteva le ciglia e trasformava la sua boccuccia a cuore nella punta di uno spillo.

«Così come?», cinguettava. «Così come, Angelì?»

A me, che mi chiamasse in pubblico Angelino già non mi andava molto a genio. Che sculettasse e irrigidisse in quel modo la schiena davanti alla vetrina – come se, appunto, intanto che indugiava tra la panna, il cioccolato e l’amarena, molto più deciso un manico di scopa le s’infilasse tra le chiappe a guisa di uno sguardo impertinente – m’andava a genio ancora meno.

Ma era Sabrina – la mia nei secoli seculorum fidanzata – e così adesso, per evitare che se ne andasse in giro con quella postura sconveniente, la facevo salire sul Fantic Motor Caballero anche quando si trattava di percorrere quel metro di strada che separava la sua casa dalla spiaggia.

«Come sei galante, Angelì», mi sussurrava. E finché montava, scendeva e mi baciava sulla guancia, io non facevo neanche in tempo a ricordarle che adesso mi chiamavo Francisco Marinho.

Marinho, Marinho! Non ti distrarre! Sulla spiaggia dei cafoni l’onore della tua fidanzata corre di bocca in bocca, e a ogni passaggio un po’ se ne perde per strada.

Il loro capo, ora, minaccia addirittura di farglielo vedere.

A Stonino lo Storduto, quant’è sgualdrina dentro.

E a lei – a dimostrazione – quel membro detto pizza che a ogni occasione tira fuori. Anche adesso (se lo scrolla un po’) davanti alla sua truppa, ché il pelo sullo stomaco ce l’avrebbe alto tre dita, ma davanti a una peluria che non le appartiene preferisce distogliere lo sguardo e fissare l’orizzonte.

«Quest’anno», annuncia Scaleno senza specificare se si tratta di un’espressione retorica, una vaga minaccia o un progetto concreto, «io mi calo le mutande davanti a Scopinculo. E poi vediamo che succede».

Per qualche minuto, comunque, non successe niente. Scaleno risistemò la pizza nel forno dei suoi pantaloni e tutti gli altri rimasero in silenzio a sbollire la tensione. Giusto, ogni tanto, qualche borbottio, quando l’immagine di queste femmine – benedette, maledettissime femmine! – che a detta di Scaleno, sotto sotto, volevano fare con i maschi quello che i maschi volevano fare con le femmine, si faceva insostenibile per la loro tenera immaginazione.

Il fatto era che loro, cosa volevano fare, non lo sapevano proprio.

Certe volte se le ritrovavano alla controra discinte dentro al letto. Altre stagliate nel cielo, pure e virginali come angeli. Altre ancora – le più numerose – avrebbero sperato che fossero soltanto un brutto sogno: il disguido scaturito da una stagione balorda e troppo afosa. E che scendendo sulla spiaggia, il giorno dopo, tutto sarebbe ritornato uguale a prima, quando le femmine non esistevano. O se esistevano, come i branchi di squali, non si avvicinavano alla riva.

Poi Scaleno ebbe quasi un soprassalto. Si ricordò di qualcosa, cambiò idea o forse prese una decisione improvvisa. Di sicuro, da quelli scalmanati del predicatore, rientrò nei contegnosi, ma anche più infidi, panni di stratega, e cominciò a confabulare fitto fitto con la sua soldatesca. Dal nostro appostamento non si sentiva niente, adesso. Ma molte cose si potevano vedere. E certamente quelle cose non mi lasciavano tranquillo.

Gli occhi febbrili. Il naso adunco. Le mani che accompagnando le parole fendevano l’aria come artigli. E soprattutto si potevano vedere le espressioni dei cafoni mentre ascoltavano impietriti il loro capo. C’era paura, in quelle espressioni, ma soprattutto – proprio per questo – mettevano paura.

Cosa stava architettando, quel diabolico avanzo di galera? A quale contromossa il mio genio militare si doveva preparare? Se solo avesse parlato un po’ più forte! Ma Scaleno era come i cani randagi che si aggiravano in mezzo alla campagna. Se aveva qualche brutta intenzione nella testa non abbaiava, ma emetteva una sorda vibrazione che ti faceva gelare il sangue nelle vene.

Solo una frase – una frase che non accertava niente, tranne l’identità dell’interlocutore al quale era rivolta – riuscii a carpire. Ma era proprio quella che m’interessava sentire.

Lanciando alto il grido di battaglia, con Lucaviale abbarbicato al mio sellino, sbucammo a palla di fuoco dal nostro nascondiglio tra le frasche.

Il fuoco ce l’avevamo addosso.

Le palle, invece, le scaricammo a raffica su quel mucchio di cafoni.

Erano di sabbia – quindi apparentemente innocue – se non fosse che nel raggiungere il bersaglio, esplodendo in mille pezzi, rivelavano un cuore trafitto, come spesso sono i cuori, da un bouquet di spine.

Noi li chiamiamo ricci – finché li vediamo con la maschera adagiati sul fondale, o sopra il banco della pescheria, dove Ciccio ’o gnure ne estrae la polpa cruda e la offre sulla punta del coltello agli avventori. Ma quando ci sfuggono alla vista, e inavvertitamente ci mettiamo il piede sopra, più che i ricci noi chiamiamo in causa i santi, ché a estrarre le spine dalla pelle son dolori!

Lucaviale ha sempre avuto una discreta mira, e abbatté di slancio almeno tre o quattro cafoni. Io, mentre con la sinistra tiravo il collo al Caballero, mi tolsi la soddisfazione di sfiorare il volto di Scaleno, il quale, di rimando, mi centrò con un insulto.

Improperi, sputi, cocci di bottiglia: ci rovesciò dietro un po’ di tutto, la contraerea dei cafoni, prima che riuscissimo a metterci al riparo. Ma il motorino volava davvero, e io non sentivo niente, nemmeno i moscerini e lo scirocco tra i capelli. Solo la voce di Scaleno continuava a farmi vento nella testa, mentre soffiava in faccia allo Storduto: «Proprio tu, Tonì, difendi la femmina dellu Maligno? Proprio tu, dopo che quello ha stroppiato tua sorella?!»