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Sempre a sentire Mela, una casa senza capofamiglia resta vuota. A me veramente risulta il contrario – ché appena i miei genitori sgombravano il campo, il salotto si riempiva di rampolli della più blasonata stirpe apula e di aspiranti pin-up, alquanto eccitate all’idea di provarsi gli stivali e le parrucche di mia madre.
«Poi mettete tutto a posto, eh?», tossivo dalla cucina; e intanto – assieme a Lucaviale – sfumacchiavo la pipa di mio padre e prosciugavo la sua riserva di Cynar. Acciambellata sul divano, con lo stesso talentuoso savoir-faire con il quale uniformava lo smalto rosa sulle unghie, Sabrina livellava nel suo sguardo una condiscendenza da consorte ormai avviata alle nozze d’argento e il nervosismo di un’adolescente che vede proiettato il proprio fidanzato – anziché in direzione delle sue femminee grazie – verso il meccanismo di un tirabusciò.
Superiore a tutto, anche all’infima qualità della playlist assemblata da Franzoso (con ’sta fissazione per Sylvie Vartan ci faceva rimpiangere Drupi e i Cugini di Campagna), la mia fidanzata rimaneva perfettamente lucida fino a quando, dal ballo della scopa, qualche temerario non proponeva di passare al cosiddetto gioco (in realtà una serissima, quasi tragica finestra sulla nostra fase puberale) della bottiglia. Lei, in nome della sua inaccessibile bellezza, se ne tirava fuori; e se io, di slancio, non facevo altrettanto, aspettava soltanto che il collo della boccia rallentasse un po’ dalle mie parti per ghermire rapace la bottiglia, farla roteare sulle teste degli astanti e sbraitare che eravamo dei bambocci – ancora là a giocare coi bacetti.
«La serata è finita», proclamava, e a me non rimaneva altro che spalancare le finestre e svuotare i posacenere. Anzi no – un’ultima incombenza restava da espletare. Ché proprio sulla soglia, ultima a uscire, Sabrina cincischiava un po’ con la borsetta, si mordicchiava un labbro e infine, piegando la testa con la stessa naturalezza con cui piegava il mondo ai suoi capricci, puntava lo sguardo sul mio naso, forse per vedere se – nel rinnovare la solenne promessa che c’eravamo dati – niente niente si allungava.
«Certo, Sabrì, che ci sposiamo».
«E poi, Angelì, quando siamo sposati, facciamo... tutto?»
«Tutto».
«Tutto tutto, Angelì?...»
«Tutto tutto, Sabrì».
E galante, rispettoso, signore come sempre, le posavo un bacio sulla fronte e sprangavo il portone dietro le sue spalle.
Per tornare ai miei genitori, non avrei avuto niente in contrario se – dopo l’aperitivo, il cinema, la cena ai frutti di mare – avessero prolungato la serata in qualche night, o al piano-bar di Vito La Gioia: la loro presenza nella mia vita era più tangibile attraverso la poltrona sacco di Zanotta, l’impianto hi-fi o il borsello appeso nell’ingresso che nel sommesso mormorio con cui, rientrando in casa, cercavano di non svegliarmi. Mio padre e mia madre c’erano comunque: erano lo scudo, lo stemma araldico, l’in hoc signo vinces.
«E per te?», domando condiscendente (ma anche, lo ammetto, con una punta di perfida malizia). «Per te, Mela, tuo padre che cosa rappresenta?»
Il silenzio che ne segue nasce come una linea retta (nel senso che il sospiro a cui Mela si lascia andare sembra un semplice rimando all’amore filiale, all’obbedienza, alla rettitudine), ma subito dopo si attorciglia in un filo di pensieri che la stringe, la lega, le toglie il respiro, al punto che quando dice non lo so è già così paonazza che ho l’istinto di abbracciarla, di afferrarla per le spalle e strapparla da quel groppo che non riesce a deglutire.
Mi torna in mente, adesso, quel groviglio. Perché l’unica matassa a cui posso compararlo è il gomitolo di strade, tratturi e mulattiere che si attorcigliano nel retroterra salentino, dove sono già tre giorni che mi perdo, che avanzo e retrocedo tra testi hard rock e ritmi da mazurca: due passi avanti e uno indietro, mezzo volteggio a sinistra e un altro a destra.
Alla fine mi ritrovo di nuovo qua, nella contrada di Montetignoso; e siccome devo percorrere ancora una trentina di chilometri per arrivare all’ospedale, faccio riposare il motocarro e, senza perdere di vista i bidoni imbracati sul cassone, mi accascio sul manubrio pure io.
Matò, ’ste taniche! Appena abbandonata Torrematta, prendo in pieno un fosso: e non si vanno entrambe a rovesciare? Una ha tenuto, per fortuna; ma il tappo dell’altra si è svitato, così che per rabboccarla ho dovuto scannare un paio di gatti di passaggio. Col risultato che adesso, oltre alle gambe, ho anche le braccia scorticate. Matò, quanto graffiavano! Due tigri!
Nel motore dell’Ape di Scaleno, invece, più che una tigre c’è una marmotta addormentata. Impossibile superare i venti all’ora. Surriscaldamento costante. Assenza totale d’illuminazione.
Dopo il colpo di mano del furgone, avevo previsto di entrare in città in ventiquattr’ore. A distanza di tre giorni, continuo invece a uscire di strada in preda ai colpi di sonno.
«Marinho, Marinho, non dormire!», urlo così forte che non posso fare a meno di svegliarmi; e all’ultimo momento evito di ribaltarmi un’altra volta in mezzo ai campi. Che stanchezza! Che botte di torpore!
Sembra quasi, ora che la mia vita si confonde, s’ingarbuglia, tracima oltre gli argini, che anche sonno e veglia debordino dai rispettivi territori, così che mentre vigile osservo la campagna mi sembra di sognare, e quando infine crollo, e sogno Cosimo Papella che cerca di cavare con la zappa il sangue dalle rape, la foga con cui cerco di strappargliela, di convincerlo che l’ho portato io – è qua, dentro le taniche! – il sangue che gli serve per guarire, è così reale che agito i pugni verso il parabrezza, e mi sembra quasi di sentire tra le mani il bavero rappezzato della sua giacchetta.
Mi sembra quasi di sentire (sebbene, forse, un po’ meno ruvide di come le avevo immaginate) le sue dita intorno ai polsi, e una voce (anche questa, direi, più levigata) che mi avvisa di mollare. Di calmarmi. Però pure di svegliarmi immediatamente.
«Andiamo bene! Questo smania nel sonno. Farnetica. Delira. Sonnambulo è».
Strabuzzo gli occhi. Di fronte a me compare un’uniforme, e accanto – tenuto saldamente per l’orecchio dal gendarme che l’indossa – uno straccio di marmocchio sul cui volto deve ancora spuntare il primo pelo, ma dall’aria così luciferina che a girarlo di profilo gli si vedrebbe spuntare la coda.
«Scendi», esordisce bruscamente il carabiniere. Ma poi – accorgendosi che ho sì quattordici anni e un ferrovecchio sotto il culo, ma pure che esibisco una basetta profilata dal coiffeur e l’orologio al quarzo – s’imbroglia e fatica a proseguire. «Scendi... Scenda... Scendete, voi! Che ve ne state a dormire bello bello, e intanto ’sto fetente vi frega tutto il vino!»
Sporgo la testa dal finestrino e noto le taniche per terra. Matò, mezzo bidone s’è versato! Dacché mi ritrovavo un minuto prima tra le braccia di Morfeo, ghermisco tra le mie il ladruncolo e lo trascino in un gorgo di passione.
«Farabutto d’un cafone! Sciacallo! Scarafaggio!», e subito mi accorgo che nel corpo a corpo, nel sordido amplesso col nemico, qualcosa dell’antica libido si è smarrita – manca proprio la passione, l’unicità del gesto. Quasi che, alla fine, decidersi a varcare il confine della giovinezza si risolvesse in niente più che questo: trasformarsi nel rito di se stessi, e definire cambiamento quello che, semplicemente, si è perduto.
Tuttavia, se ’sta violenza è rito, ancora di rito funebre si tratta – ché prima colpisco il mio avversario sulla nuca e poi, sbattendogli le corna su un macigno, provo a farla diventare la sua pietra tombale.
Appena si divincola. Bela. S’arrende. Mentre io penso alle deviazioni della vita mia, forse lui pensa che sta procedendo dritto verso la sua morte.
A cosa pensa intanto, il carabiniere? Non si capisce. Ci gira intorno che pare recitare un rosario completo di Pater noster e Ora pro nobis. Magari non sarà proprio latino, ma da come esita, cincischia, diffida a intervenire quasi fossimo una fiamma che divampa, davvero sembrerebbe affidarsi unicamente alla preghiera.
Alla fine si decide. Mi afferra per la collottola e mi scaraventa un paio di metri più in là. Rotola nella polvere anche il suo berretto.
«E che? Lo vuoi ammazzare?», strepita in falsetto. «Per due taniche di vino! Io mo’ vi sbatto in galera tutti e due».
Ora che lo guardo con il capo scoperto, quasi rasato, e le ciglia che sbattono impazzite come ali di farfalla, mi rendo conto che ha, al massimo, quattro o cinque anni più di me. Tra tutti e tre, che già siamo qua a parlare di morte, a malapena facciamo l’età di un uomo nel pieno della vita.
Provo a rimettermi in piedi, ma già mi cedono le mani. Ho il fiato corto, ma in compenso la lingua resta lunga. «Ammazzare?», lo stuzzico. «Perché no? Per i ladri mica basta la prigione».
Mentre il cafone raccoglie i suoi cocci e le poche idee che ha in testa, il carabiniere si china a raccogliere il cappello, e lo spazzola col dorso della mano. «Bravo», dice. «E dopo con gli assassini come te che ci facciamo? Li torturiamo e li facciamo a pezzi?»
La domanda rimane sospesa. Come le nuvole che abbiamo sulla testa. Come i nostri conti. Come il mio fiato, quando penso che il tempo passa e io ho un’esistenza da salvare. Li farei fuori entrambi, pur di riuscirci – ché una vita in pericolo (ce lo insegnano le medaglie al valore militare, la parabola del figliol prodigo e i film di Django e di Sartana) vale sempre una discreta carneficina.
Delle vittime, però, i due non hanno né il candore sacrificale, né – a osservarli bene – la scorza dell’infame. Uno, come una blatta, se ne sta cappottato sul dorso e muove appena le zampine. L’altro, più dello sforzo fisico, sembra pagare il peso morale di avermi messo addosso le manacce, e adesso è lì – appoggiato al cassone del furgoncino – che se le guarda, se le passa sulla fronte, le asciuga dal sudore sul risvolto della giacca.
Intorno a noi muretti a secco. Profumo di mirto. Le prime more. E laggiù, sullo sfondo, movimentata e già un po’ alcolica come una festa (se non fosse che, a ’sta festa, i cafoni ci si spaccano la schiena), va in scena la liturgia della vendemmia.
«Ma scusa», sobbalza il carabiniere, «com’è possibile che il mosto non ha ancora cominciato a fermentare, e tu già vai in giro con il vino nelle taniche?»
Quindi si volta e mi scruta come Uri Geller scruta una forchetta, cercando di piegarmi a una risposta che risolva non solo il suo quesito, ma anche il mistero assai paranormale di quel giovane distinto e al tempo stesso sanguinario, piombato chissà come in mezzo alla campagna con una delicata abbronzatura al bergamotto e una propensione a infliggere mazzate che, di delicato, sembra avere solamente il meccanismo con cui scatta.
Giacché mi tratta come una forchetta, lo punzecchio con un sorriso strafottente a trentuno denti – ben più d’una comune posata, ma anche (me ne accorgo solo adesso, passandoci la lingua) uno in meno della chiostra esibita fino a ieri, ché il cafone, nella colluttazione, chissà come mi ha spaccato un incisivo.
Sarà per questo: l’anatema che sputo dalle labbra insieme alla saliva sibila, saetta, s’arrotola nell’aria come la lingua biforcuta di un serpente velenoso.
«Allora, questo vino?», si scalda il gendarme, quasi la canicola non fosse già abbastanza. Grondiamo. Ci guardiamo. Boccheggiamo.
La situazione è così priva di inerzia – con il cafone riverso nella polvere e io zitto – che adesso è lui, il carabiniere, a smaniare per quel minimo di azione che lo legittimi a una decisione. Portare il ladruncolo in caserma? Denunciarmi per rissa? Rifilare a entrambi una pacca sulla spalla e lavarsene le mani?
Ogni iniziativa, sprofondati come siamo nel più profondo del profondo Sud, sembra eccessiva.
Del resto, quando ti ritrovi al centro dell’agro salentino, e questo centro resta al centro ovunque tu ti sposti, e ovunque tu ti sposti c’è una spranga di sole che t’insegue, che ti stana, che ti picchia impietosa sulla testa, a te (dico a te perché io, Francisco Marinho, nell’agro salentino rimango giusto il tempo di scrollarmi da dosso ’sti somari, e dopo faccio tutta una tirata fino al Vito Fazzi, consegno il sangue al papà di Mela e torno indietro ad aspettarla all’ombra del fienile) non si prospettano che due eventualità: o accetti il corpo a corpo – e allora, come il formicaio di bifolchi che ci vendemmia attorno, diventi tu stesso calore, vapore, massa igroscopica – oppure collassi all’interno di uno stato catatonico, dove l’unico peso che la mente può sostenere sono i pochi grammi delle mosche che ti si posano sul cranio.
Ne scaccio un paio con la mano e strizzo l’occhio. Strizzandolo, mi cola sulla guancia una spremuta di sudore. «Ma quello mica è vino», ammicco. «Quello è tutto il sangue che ho succhiato l’altra notte».
Con uno sguardo lontano, il carabiniere mi viene vicino e si frappone tra me e il sole. Annuisce. Sogghigna. È evidente che non vorrebbe fare la figura dello scemo, ma si vede altrettanto chiaramente che l’intelligenza per riuscirci un po’ scarseggia.
«Ah», prende tempo, «adesso ho capito. Tu vuoi fare il furbo con me. Oppure, più che furbo, vorresti dirmi che sei proprio... come si dice?... ’nu vampiro!»
«Quello è il demonio!», s’intromette il cafone.
Mi volto. Arroto i canini. Lo azzittisco. Se Marinho, dentro, ha un fuoco, l’altro è fumo nei suoi occhi, cenere, fuliggine dell’anima.
«Taci tu, satanasso! E baciami la coda, ché se fossi il diavolo, io sarei il tuo re!»
Tra me e la bestia immonda, agitato da chissà quale corrente, il sangue puro e innocente degli agnelli sciaborda nei bidoni.
«Vabbè,», taglia corto il militare, «vampiro o demonio, adesso te lo bevi!»
E (Matò!) mi piazza l’imboccatura sotto il naso.
«Cosa?»
«Bevi. Attaccati alla tanica e mandane giù un sorso».
Sì, forse l’acume non è proprio il suo forte, ma sotto il distintivo (lo vedo, è un marchio che riemerge sottopelle quando il cappio si stringe intorno al collo) ora riconosco il ceppo originario dei cafonidi, l’istinto belluino, l’elica di un DNA rozzo e primitivo; ma che – quando si mette in moto – può tranciarti via le dita.
Dalla Giulietta di servizio la radio cominciò a gracchiare.
«Dovrei bere il mio... vino?»
«Intanto», risponde lui accigliato, sospettoso, combattivo, «cominciamo a vedere se è vino».
Da sotto la visiera, valuta i graffi sulle mie braccia. I pantaloni strappati. Quelle strane macchie sulle scarpe.
Chissà, dall’addestramento reclute, cosa gli è rimasto del concetto di indizio. Di sicuro, se scovasse la maglietta intrisa di sangue sotto il sedile, o il coltellaccio nella sacca, non avrebbe molti dubbi su che cos’è una prova.
«Qui la centrale».
Mi chino sulla tanica. L’annuso. Con l’olfatto già avverto il sapore ferrigno, mentre quello che sento con l’udito, più che ferro, è una manganellata in metallo pesante.
«Qui la centrale», riparte la ricetrasmittente. «A tutte le unità. Strage di animali in località Torrematta. Ferite inferte con arma da taglio».
La linea è disturbata, per fortuna; ma anche il cervello di Marinho lo è abbastanza, perché – mitragliato dall’adrenalina – reagisca alla piega degli eventi senza farne lui nemmeno una. «Alla vostra», brindo. E, sollevando il bidone con la grazia di un sommelier, mi ci attacco a garganella.
Matò, che schifezza! E questa sarebbe la fonte della vita? La linfa che ci nutre?
Sono davvero tempi duri: ché fino a ieri pregavo il cameriere di portare su dalla cantina un’altra bottiglia di Cinzano, e adesso imploro la mia peristalsi di mandare giù ’sto sangue di caprone.
«A tutte le unità. Si cerca individuo maschio. Forte. Presumibilmente aggressivo. Prestare attenzione a macchie di sangue sugli indumenti».
Schiocco la lingua, cercando un po’ di coprire la radio, un po’ di scoprire se me la riesco a cavare. «Ah, il primitivo di questa vendemmia! Che annata! Volete favorire?»
Il carabiniere tira su col naso, ma non molla il suo cipiglio. Che veda in me il diavolo, un vampiro, il suo assassino o un semplice ubriacone, anche l’altro mi fissa con le froge dilatate.
«È un bijou», insisto, e per convincerli tracanno un altro sorso.
Già mi sembra meno amaro. Più cordiale.
«Evviva!», inneggio. «Adesso pure voi! E che, sarete astemi?!» E solo allora, quando prorompo in un rutto gigantesco, si scuotono dal loro stato ipnotico.
«No, grazie», fa il carabiniere.
«Ho detto no! Grazie!», ribadisce. E argina col braccio la mia avanzata alticcia.
Fingo – è ovvio. Ma che sia una reazione chimica bislacca, l’incocciata del sole o il metodo Stanislavskij, fatto sta che un po’ gioviale, ebbro, leggermente brillo, ora mi ci sento davvero. E senza alcuno sforzo, anzi con selvatico piacere, mi avvinghio avidamente alla cannella e di nuovo sbevazzo in allegria.
«Matò, lu primitivo!», esulto. E farfugliandogli che: «È buono! È Bacco! È lu sacro nettare della nostra terra!», m’avviticchio al giovanotto come a un vecchio compagno di sbronze.
«Qui la centrale. A tutte le unità. Ragazzo scomparso da tre giorni. Sempre in zona Torrematta».
Sebbene, tolta l’uniforme, non rimanga altro che un bifolco, il carabiniere si ritrae dall’abbraccio del signore quasi ne fosse disonorato.
(E anche questa – anche questa me la paghi.)
«Ho capito», rincula. «Ho capito che è buono! Ma siccome il vino (pure quello buono) non si può trasportare senza la bolla d’accompagnamento (e tu la bolla sicuramente non ce l’hai) io mo’ ti faccio una bella multa, così non se ne parla più!»
E intimandomi di esibire i documenti, inforca un paio di occhiali alla Serpico e si dirige volitivo verso la Giulietta.
«Descrizione dello scomparso. Maschio. Anni quattordici. Capelli lunghi, biondi. Occhi castani. All’anagrafe Angelo Conteduca. Meglio noto a Torrematta come...»
Matò, Marì, ti stanno addosso! Però tu addosso (sarà l’effetto di ’sta trasfusione) senti una vampata che, se vogliono acciuffarti, in un cerchio di fuoco devono saltare!
«Ah! A me la multa!», protesto. «E a ’sto furfante?»
Il cafone si rimpiatta contro un masso. Squittisce. Adesso è un topo.
«Dopo. Dopo penseremo anche a lui», risponde l’altro voltandoci le spalle. «Intanto, giovanotto, lei declini le sue generalità e mostri i documenti del veicolo».
Le taniche, ormai, sono mezze vuote. In generale, non mi sento granché ottimista. Ma decido ugualmente di concentrarmi sulla parte mezza piena.
«Qui la centrale. A tutte le unità. Angelo Conteduca. Meglio noto come...»
Piegato sui verbali, ma ormai convinto di aver raddrizzato la situazione, il carabiniere m’invita a fare in fretta. Va veloce, in effetti, la mente di Marinho. E mentre fingo di cercare libretto e patentino, arpiono la pistola di Scaleno e l’infilo dentro i jeans. Non spara più, da quando l’ho recuperata in fondo al pozzo nero, ma il gelo della canna sulla pelle resta un brivido.
Avanzo sul cafone. «Facciamo pace?», gli sussurro; e – per quanto possa sembrare strano – dietro l’astuzia, oltre lo stratagemma militare, mi accorgo di avvertire in quella frase un recondito languore. Forse un presagio. O solo la stanchezza di un’estate che, volgendo al termine, stava trascinando in un unico, struggente tramonto il fulgore di un’epoca.
C’è ancora una missione da compiere, prima che il ritmo binario della nostra marcia deragli in quel frastuono disarmonico che, per vigliaccheria, pigra consuetudine o arte del sofisma, d’ora in avanti verrà chiamato pace – indegna lotta di tutti contro tutti, senza più regole, senza più codici, senza più onore.
E allora, posteri, a voi la responsabilità, se la mia ultima azione militare si consuma, anziché (come sarebbe stato giusto, e bello, e ampiamente meritato) attraverso il gesto elegante dell’eroe, nel meschino inganno di una tregua.
«Facciamo pace», ripeto virando la domanda in una perentoria esortazione. E dopo, invece del rullo del tamburo, a inaugurare questa nuova era, io consegno nelle mani di un cafone ancora imberbe il simulacro dell’odio moderno, della violenza fai da te, dell’ostilità prêt-à-porter – ovvero una rivoltella a tamburo rotante.
Lui la riceve come una investitura, senza stringerla né lasciarla cadere. E mi guarda con degli occhi da animale estinto che sta per trapiantarsi in una nuova specie.
«Gesummaria!», comincio a schiamazzare. «Questa canaglia è armata! Aiuto! Ha una pistola!»
Con riflesso – devo ammetterlo – nitido e vivace, il carabiniere lascia cadere la biro e slaccia la fondina. È a un metro, un metro e mezzo al massimo, dal cafone. Così, quando si volta, sebbene corte le rispettive canne quasi si sfiorano, e forse – se solo le braccia fossero tese quanto i volti – si toccherebbero addirittura.
«Fermo», dice la guardia. E intanto la sua voce non è ferma per niente.
«Non ti muovere!» E intanto i suoi muscoli facciali ballano impazziti.
Le lenti che indossa sono a specchio, e in quello specchio l’altro si riflette e si comincia un po’ a piacere. Rafforza la presa. Raddrizza la schiena. Nel giro di pochi secondi la pistola non è più un corpo estraneo, ma una forza amica che gli infonde entusiasmo. Che lo rende più sicuro. Che lo trasforma.
È una trasformazione, infatti, quella che sta avvenendo sotto i miei occhi.
L’ennesima avvisaglia del cambiamento in atto. Un cambiamento vorticoso, eppure statico. Anzi immobile, come una fotografia.
Dentro quella fotografia i cafoni si puntano addosso le pistole.
Ai margini, ormai fuori scena, fuggono i signori.
Sì, fuggono, perché sebbene la compia a passi felpati, gattonando all’indietro, la mia questo è – una fuga da ciò che sono stato, una fuga da ciò che sarà.
Dove fuggi, adesso, Francisco Marinho? Prendi la strada per Trepuzzi, e sbagli. Procedi a sinistra per Torchiarolo, e sbagli di nuovo. Alla fine trascini il motocarro in un vicolo cieco – sospiri, tremi, forse piangi un poco; e capisci che, quando nella vita cambi il tuo indirizzo, perdersi è normale. Perdersi, forse, non è così sbagliato.