11
Hugh non tornò subito a casa, prese la
macchina è guidò velocemente nelle vie deserte di Conard City.
Nevicava ancora, e i suoi bravi concittadini si apprestavano a
coricarsi per una lunga e meritata notte di riposo. Si diresse
deciso verso l'abitazione di Al Lacey.
Non era del tutto legale
ciò che stava per fare, ma non gliene importava niente. Quel
bastardo doveva smettere di tormentare Anna, Hugh non aveva nessuna
intenzione di picchiarlo, ma di intimidirlo sì. Poi si chiese se
non interferiva con le decisioni di Anna, forse lei non avrebbe
apprezzato quella spedizione punitiva, ma era così coinvolto nella
relazione con lei da non reggere le minacce che Lacey le stava
facendo. Inoltre, si chiedeva se la sua partenza non era stata
troppo brusca e se Anna se ne era risentita. Ma dopo quella
telefonata, lui aveva una sola idea in testa, affrontare Al Lacey.
E poi Anna aveva una stima di sé assolutamente scarsa, non poteva
compiacerla sempre nelle sue fissazioni, doveva insegnarle pian
piano ad aver fiducia in sé.
Una donna intelligente, sensibile e carina
come lei non meritava di passare la propria esistenza sentendosi
indegna di qualsiasi attenzione.
Alle undici e un quarto
arrivò a casa di Lacey. Il pianterreno della villa era illuminato.
Hugh suonò alla porta e il dentista gli aprì. Aveva l'aria smarrita
e arrabbiata.
«Devi smettere di
importunare Anna Fleming con le tue telefonate» lo investì
Hugh.
«Non ho telefonato a
nessuno!»
Hugh fece un passo
avanti e lo prese per la camicia. «Non fare il furbo, Lacey. Sai
benissimo di che cosa sto parlando. Se ci riprovi ancora, ti concio
per le feste, ti pentirai di essere nato... E se sento in giro
pettegolezzi su di lei, ti riterrò responsabile. Se non ti bastano
le grane che hai in questo momento, ci penserò io a sistemarti.
Capito?»
I due uomini si
fissarono con odio per alcuni secondi, poi Lacey abbassò gli occhi.
«Cosa vuoi che me ne importi delle tue minacce, me ne sto andando
via da qui.»
«Prima sarà, meglio
sarà» concluse Hugh con tono inequivocabile.
Girò sui tacchi e sentì
la porta sbattere con violenza dietro di sé. Solo una settimana
prima l'avrebbe preso a pugni, ma ora non voleva mettere Anna in
difficoltà. Salì in macchina e si avviò verso casa in mezzo alla
neve che continuava a cadere fitta, cercando il modo migliore per
informare Anna della sua mossa. Sicuramente aveva agito d'impulso,
cosa che non doveva più fare d'ora in avanti. Non era più solo, lei
faceva parte della sua vita. Speriamo
solo che non se la prenda con me domani mattina, pensò, preoccupato.
Anna fu svegliata dal
telefono che squillava. Corse a rispondere in vestaglia e ciabatte.
Era Lorna.
«Anna? Ha chiamato mio
padre poco fa, ha detto che per colpa mia la mamma è in
prigione.»
«Lorna...» Anna non
riusciva a dire una parola.
«Non prendertela, Anna,
la signora Weeks mi ha detto che non è colpa mia, perché non ho
fatto nulla contro mia madre né contro mio padre.»
«Ha ragione, tesoro. Tu
non c'entri proprio niente.»
Lorna rise mestamente.
«È proprio ciò che mi ha detto la signora Weeks. Comunque ti ho
telefonato perché siamo bloccati dalla neve.»
«Oh, no!»
«La signora Weeks mi
riporterà a casa nel pomeriggio, perciò non
preoccuparti.»
«Va bene, però a
proposito di tua madre...»
«Anna, sono tranquilla.
La figlia sono io e loro sono i genitori, erano responsabili di me,
non io di loro. Dovevano proteggermi, e non l'hanno
fatto.»
«Hai perfettamente
ragione.»
«Mi dispiace solo per
mia sorella, ma forse troverai un modo per risolvere la sua
situazione, speriamo.»
«Speriamo.»
Lorna sospirò. «Presto
sarò grande, e allora potrò occuparmi di Mindy.»
«Faremo in modo che tu
possa vederla, non ti preoccupare, tesoro.»
«Ora ti devo lasciare
perché mi aspettano per la colazione. Mi stavo
chiedendo...»
La ragazza tacque e Anna
aspettò il seguito, poi la sollecitò: «Ti stavi
chiedendo...».
«Mi stavo chiedendo...
Ti posso chiamare mamma?»
Anna era al settimo
cielo. Il vento che aveva ricominciato a soffiare non intaccò il
suo buonumore. Lorna voleva chiamarla mamma! Passeggiava irrequieta
per la casa, coccolando la gioia dentro di sé. La vita era bella,
nonostante il vento, la neve e tutto il resto. In quel momento
qualcuno bussò alla porta. Canticchiando, Anna andò allegra ad
aprire: era Hugh, bianco dalla testa ai piedi.
«Come hai fatto a
guidare con questa tempesta?» chiese lei sbalordita, felice di
vederlo e dimentica dei neri pronostici della sera
prima.
«Sono venuto a piedi.
Dovevo vederti.»
Anna chiuse la porta sul
freddo e il vento e lo aiutò a togliersi giacca a vento, sciarpa e
stivali. I jeans erano ricoperti di neve ghiacciata. Lui se li
sfilò e chiese: «Dove posso appenderli?».
«Li metto
nell'asciugatrice.» Gliela indicò e lui vi buttò gli abiti bagnati
restando con la camicia e i boxer. Lei ammirò le sue gambe
slanciate e muscolose, ormai aveva preso l'abitudine di vederlo
girare in mutande per casa.
«Sei furibonda con me?»
chiese lui.
«Stamattina sono in pace
con il mondo intero!»
Lui alzò un
sopracciglio. «Vedo, hai una bella notizia da darmi?»
Lei rise, contenta. «Ho
appena parlato con Lorna, ha chiesto se può chiamarmi
mamma!»
La faccia di Hugh si
rischiarò e con un sorriso radioso: «È meraviglioso, Anna! Come
sono felice per te».
«Sì, sono felice come
una Pasqua! Nulla mi può toccare, oggi.»
«Non sei arrabbiata per
come me ne sono andato ieri?»
Anna si sedette e versò
del caffè a tutti e due. «Be' ieri ci sono rimasta male, sei
scappato come un ladro.»
«Ti devo confessare una
cosa: mi sono precipitato da Al Lacey e gliene ho detto
due.»
Lei rimase muta dalla
sorpresa.
«L'ho avvertito che se
non smette di telefonarti e se sento un pettegolezzo sul tuo conto,
dovrà vedersela con me.»
Lei aveva spalancato gli
occhi, e lo fissava senza parlare. Hugh si sentì a disagio, forse
Anna si era risentita. Ma lei invece scoppiò a ridere.
«Grazie, Hugh, grazie!»
esclamò, deliziata. «Non puoi sapere che piacere mi fa avere
qualcuno al mio fianco! Sono stata così sola tutta la
vita!»
«Be'» Hugh esitò. «Se
vuoi... potrei restarti al fianco... per sempre...»
L'aveva detto! E mentre
lei ascoltava e assorbiva quelle parole, il sorriso le svaniva
dalle labbra.
«Hugh»
sussurrò.
«Lo so che non sono
l'uomo dei tuoi sogni» disse lui, alterato, «ma il momento magico è
arrivato per me... L'ho capito dalle prime parole che ci siamo
scambiati. Non me l'immaginavo che fosse giunto, ma è così.» Lei lo
guardava come se parlasse in una lingua incomprensibile. Lui si
sforzò di essere chiaro. «Il mio sentimento nei tuoi confronti è
sempre più forte, Anna, sono innamorato pazzo di te, per questo mi
sono comportato come uno stupido. Avevo paura! Ma con te mi sembra
di avere trovato la mia casa. Mi vuoi dare una
possibilità?»
Il viso di lei era
soffuso di una dolcezza infinita. Ma Hugh non sapeva che cosa si
celasse dietro quell'espressione. Era difficile dire
ti amo a una
donna.
«Che
possibilità?»
«La possibilità di
dimostrarti che posso essere un buon marito, la possibilità di...
di convincerti ad amarmi.»
Due lacrime come due
diamanti le spuntarono sulle ciglia e lui fu colto dal panico. Lo
odiava? Invece lei parlò, pacata: «Anch'io ti amo Hugh. Ti amo
tanto da aver paura. Quando sono con te mi sento... al sicuro,
libera di essere me stessa. Sì, ti amo».
Lui si alzò di botto,
rovesciando la sedia. «Allora... mi vuoi sposare?»
«E il tuo ranch? Che
cosa succede se le mie colpe passate ti impediscono di avviare il
tuo progetto?»
«Tesoro, noi non abbiamo
nulla di cui chiedere perdono. Al diavolo il resto del mondo! Se
non potrò avere i bambini al ranch, troveremo qualcos'altro da
fare, ma basta nascondersi. Te lo chiedo di nuovo... Mi vuoi
sposare?»
«Oh sì!
Sì!»
La baciò con trasporto e
lei rispose con ardore, finché non furono boccheggianti. Allora si
staccarono e lui pensò subito di portarla a letto. Prima, però si
preoccupò. «E Lorna, forse dovrei avvertirla. E se non mi volesse
in famiglia?»
Anna puntò il dito verso
il telefono. «Chiamala subito.»
Con la bocca secca per
l'apprensione, Hugh digitò il numero, si presentò e chiese di
Lorna. Subito dopo sentì la voce allegra della
ragazzina.
«Volevo chiedere il tuo
parere, Lorna... ho appena chiesto ad Anna se mi voleva sposare...
Che cosa ne pensi?»
Dopo un secondo, tese il
ricevitore ad Anna. «Vuole parlare con te.»
Lei parve sorpresa, ma
prese la linea. Quasi subito riagganciò.
«Allora?» chiese Hugh,
trepidante.
Anna sorrise, maliziosa.
«Ha detto "Vai!". E vuole chiamarti papà!»
«Mamma, mamma! Sta
arrivando papà!» La piccola Mindy si mise a saltellare nella
stanza, le trecce bionde che le ballavano dietro. «L'ho visto sulla
collina.»
Anna posò il lavoro a
maglia che aveva in mano e si avvicinò alla finestra. Dal primo
piano del ranch, si vedeva il paesaggio in lontananza e le figure
di Hugh e dei ragazzi a cavallo. Ritornavano da una notte di
campeggio in montagna. «Sì è lui, tesoro. Dov'è
Lorna?»
«Sta aiutando la
signorina Mildred a fare la torta per il compleanno di
papà.»
La signorina Mildred era
la nuova cuoca assunta in previsione del prossimo parto di Anna. La
gravidanza era ormai quasi a termine e lei era troppo pesante per
accudire come prima ai lavori di casa. Anna si rimirò la pancia
tonda e sorrise, compiaciuta.
Dopo che Lorna era stata
adottata, Bridget Lacey aveva deciso di rinunciare anche a Mindy.
Lo stretto controllo delle assistenti sociali l'aveva resa troppo
nervosa per continuare a tenere la figlia minore che era subito
stata affidata ad Anna. Da due anni ospitavano gruppi di ragazzi al
ranch. Il programma di rieducazione stava andando molto bene, e
ormai venivano loro affidate regolarmente anche le femmine, oltre
ai maschi. Una piccola e qualificata squadra di educatori
affiancava il lavoro di Hugh e Anna.
Quest'ultima ormai non
era più molto attiva, continuava tuttavia a essere presente mentre
l'attesa del nascituro si faceva sempre più corta nell'appartamento
che ospitava la famigliola felice.
Ora però doveva scendere
per accogliere i ragazzi che tornavano. Era così che intendeva il
suo ruolo, quasi un ruolo materno per quelli che non erano ospiti
ma figli. Anche Hugh concepiva il suo lavoro allo stesso modo,
tanto che molti tornavano a trovarli al ranch anche
dopo.
Anna passò in cucina,
dando un'occhiata alla cuoca e a Lorna che sembravano divertirsi un
mondo, e insieme a Mindy giunse nella stalla insieme ai
cavalieri.
«Ciao, ragazzi!» li
salutò con calore. «Com'è stato il campeggio?»
Risposero tutti in coro,
raccontando delle avventure vissute in montagna, delle volpi e dei
coyote che avevano visto, e del pesce pescato nel torrente che
avevano cucinato sulla brace.
Hugh aspettò che i
ragazzi finissero di parlare e di condurre i cavalli nei loro box,
poi si voltò verso Mindy e la moglie. «Come stanno le mie adorate
signore?»
«Bene, ti stiamo
preparando una sorpresa» gridò la piccola, tutta
eccitata.
«Zitta, Mindy» le ordinò
gentilmente Anna. «Non tradirci.»
Lui le sorrise. «C'entra
con una data particolare?»
«È una sorpresa, fa
finta di non avere indovinato.»
Lorna chiamò la sorella
dalla veranda e la bambina le corse incontro, tutta allegra. Hugh e
Anna rimasero da soli, circondati dal dolce pomeriggio estivo del
Wyoming.
«Come stai, tesoro?» le
chiese in un sussurro.
«Benissimo, e
tu?»
«Anch'io e sono felice
di tornare a casa.»
«È una bella sensazione»
disse lei, sorridendo al marito.
«Tesoro, è la sensazione
più bella che possa provare un cowboy.»
Hugh si chinò e posò un
bacio sul naso di Anna, che gli buttò le braccia al collo. Dentro
di sé scese una grande pace.
Quando Cowboy tornava a
casa, anche lei si sentiva a casa.