9
«Hugh verrà per il pranzo del
Ringraziamento, vero?» chiese Lorna.
Era
mercoledì, mancavano cinque giorni al fatidico lunedì delle
decisioni. Anna si considerava una donna risoluta e invece scopriva
in se stessa abissi di indecisione. Che fare? Dopo notti insonni e
ore trascorse a rimuginare, aveva finalmente scelto la strada da
seguire, e ora doveva affrontare il pranzo del
Ringraziamento.
«Non lo
so» rispose, tentando di assumere un tono casuale.
«Non
viene più da noi» osservò Lorna. «Non gli siamo più
simpatiche?»
«Ma no»
si difese Anna, «è solo molto occupato.»
«Allora
verrà domani?» insistette Lorna.
«Gli
telefonerò» promise Anna, per mettere fine alla conversazione. Non
riusciva ad accettare la disinvoltura con la quale Hugh l'aveva
usata per poi svanire nel nulla. A meno che... be' chiunque si
sarebbe dileguato non appena avesse saputo chi era davvero Anna
Fleming. Anche da questa storia, lei avrebbe ricavato un brutto
ricordo.
«Speriamo che venga» concluse Lorna, raccogliendo i libri
per andare a scuola. «L'aveva promesso.»
Allora
verrà, si disse Anna, lui manteneva le promesse. Solo con lei,
aveva detto che non voleva ferirla e invece le aveva inflitto la
peggiore delle ferite rifiutandola.
«Oggi
esco prima» le ricordò Lorna.
«Allora
vieni da me in ufficio. Anch'io oggi finisco presto, dopo ce ne
andiamo a comprare il tacchino.»
Lorna
uscì tutta contenta e Anna la vide raggiungere una compagna di
classe all'angolo della strada per avviarsi insieme verso scuola. A
sua volta, Anna si preparò a uscire. Aveva mille cose da fare, il
pranzo del Ringraziamento, il lavoro in chiesa aumentato per
l'approssimarsi del Natale, i ragazzi del gruppo e la spesa da fare
per lei e Lorna che cominciava a pesare sulle sue magre finanze. La
ragazzina invece sembrava serena e assolutamente convinta che
avrebbe vissuto con Anna. Quest'ultima comunque aveva deciso di
fare la domanda per l'adozione mettendo da parte i propri fantasmi.
Doveva raccogliere tutto il suo coraggio e confessare la verità
alle persone che potevano darle il loro appoggio. Prima però decise
di chiamare Hugh.
«Ciao,
sono Anna. Volevo sapere se venivi a pranzo domani con me e Lorna
per il giorno del Ringraziamento» disse tutto d'un
fiato.
Percepì
l'esitazione di Hugh prima che le rispondesse. «Certo, a che
ora?»
«Verso
le due?»
«Sarò
da voi, grazie Anna.»
Lui
mise giù e lei si guardò le mani tremanti per l'emozione. Le
succedeva così quando telefonava al suo patrigno. Chiuse gli occhi,
e cercò di ritrovare la calma respirando a fondo. Era stressata,
aveva bisogno di una notte di sonno. In quel momento il telefono
squillò e, stancamente, lei alzò il ricevitore.
«Anna?»
I capelli le si drizzarono in testa. Quella voce di donna... erano
sedici anni che non l'udiva più. Un groppo di dolore le chiuse la
gola, la sua vita andava in pezzi senza che lei riuscisse a muovere
un dito.
«Anna,
sono tua madre.» La voce era tesa, esitante, il respiro
affannoso.
«Come
hai fatto a trovarmi?» chiese Anna con uno sforzo
enorme.
«Mi ha
chiamato uno... Un detective privato.»
Il
cuore di Anna cominciò a martellarle nel petto, mentre le si
seccava la bocca dall'angoscia. «Cosa voleva?»
«Voleva
sapere... ciò che è successo con Van.»
Van era
il suo patrigno. Di colpo, Anna provò una rabbia immensa, sapeva
chi agiva dietro il detective. «Cosa gli hai detto? Che ero una
sporca bugiarda?»
«No,
Anna...» La voce della donna si ruppe per il dolore. «Anna, bambina
mia, l'ho mandato a quel paese, gli ho detto di rivolgersi a te. Ma
sono riuscita a strappargli il tuo numero di telefono... Oh, Anna,
ti dovevo parlare!»
Anna
era aggrappata al telefono come a un salvagente, le nocche delle
dita bianche. Voleva riagganciare, ma non riusciva a interrompere
la comunicazione. «Parla!»
«Ti ho
chiamata per dirti che ho sbagliato. Ti avrei dovuto credere...
Perdonami... ero tua madre, avrei dovuto proteggerti...» La donna
tacque, incapace di continuare.
Anna
ascoltò sua madre piangere con un senso di distacco irreale. Invece
di soffrire o di arrabbiarsi, le sembrava di parlare con
un'estranea.
«Quando
sei arrivata a questa conclusione?» chiese.
«Cinque
anni dopo... dopo che sei scappata, ho trovato le
foto.»
Le
foto! Anna sobbalzò, in preda a un panico selvaggio. Altro che
distacco, provava un senso di morte addosso. Quelle foto erano la
prova della sua degradazione, se capitavano nelle mani sbagliate
era la fine per lei. «Che cosa ne hai fatto?» Niente,
probabilmente, sua madre era sempre stata una buona a
niente.
«Me ne
sono servita per imporre il divorzio a Van, poi le ho bruciate.
Tutte. Anna, perdonami se non ti ho creduta...» Ricominciò a
singhiozzare, e Anna fu colpita stavolta dal dolore che sua madre
esprimeva. «Ti ho cercata dappertutto, da quel momento... Non
sapevo che avessi cambiato cognome.»
«Che
cosa vuoi da me?»
«Nulla!
Volevo solo... fartelo sapere. Mi preoccupa quel detective, Anna
c'è qualcuno che ti vuol fare del male.»
Al
Lacey aveva messo in atto le sue minacce, dunque. Anna aveva quasi
voglia di ridere, perché aveva preso la decisione di dire tutta la
verità alle persone che le stavano a cuore. Quel disgraziato non
poteva precederla con le sue rivelazioni.
«Non
importa» disse a sua madre, chiedendosi perché voleva rassicurarla.
«Nessuno più mi può fare del male.»
Era una
bugia, ma lo disse come fosse una verità. Chissà perché non le
sbatteva giù il telefono?
«Speriamo» disse ancora la donna, «ma so che se qualcuno
ti vuole ferire, ci riesce, sempre...» Ci fu una lunga pausa, e
Anna non sapeva che cosa fare. Era un'estranea ormai, il cui
ricordo rievocava grandi amarezze.
«Be' ti
lascio il mio numero di telefono» disse finalmente sua madre, «se
qualcuno ti accusa di mentire, puoi contare su di me.»
Anna
segnò il numero, sicura che non l'avrebbe mai usato, poi salutò la
donna che era stata sua madre. Non provava desiderio di vendetta,
non aveva senso ormai. Eppure, grossi lacrimoni le scendevano lungo
le guance. Si sentiva a pezzi, si disse, asciugandosi gli occhi con
il dorso della mano. Era troppo per lei, aveva i nervi a fior di
pelle. Decise di andare al lavoro, era la cura migliore in casi
come questi.
I
preparativi per il pranzo del Ringraziamento fervevano nel piano
interrato della chiesa, ma l'ufficio di Anna era tranquillo e
silenzioso. Nessuno aveva bisogno dell'aiuto del reverendo o della
sua segretaria, evidentemente.
Anna si
fece coraggio e chiese a Dan di dedicarle qualche minuto. Lui posò
la penna sulla scrivania e si mise in ascolto.
«Lorna
mi ha chiesto di adottarla.»
«È
un'ottima idea, la ragazzina sembra felice di stare con te,
l'abbiamo notato tutti. Ma tu sei disposta ad assumerti questo
compito pesante?»
«Oh,
sì... solo che c'è un problema.»
«Cioè?»
Era
arrivato il momento. Anna serrò i pugni e si chiese se le parole le
sarebbero uscite dalla gola strozzata. Non riusciva a guardare Dan
negli occhi. Era più difficile di quanto pensasse. Finalmente, si
buttò.
«Sono
stata violentata dal mio patrigno a dodici anni.»
«L'avevo intuito da alcune cose che dicevi.»
Lei
annuì, e continuò sempre con lo sguardo chino. «Mia madre non mi ha
creduta, e dopo due anni, sono scappata di casa per la
disperazione.»
«Mi
dispiace, Anna» disse il reverendo, pieno di compassione. «Immagino
che cosa dev'essere stato per te.»
«È
stato terribile» disse lei, aggrappandosi ai braccioli della
poltrona come per tenersi a galla. L'avrebbe creduta, il reverendo
Fromberg? Avrebbe creduto alla sua innocenza di vittima? «Avevo
quattordici anni, nessuno mi voleva far lavorare. Lavorare
onestamente, intendo.»
«Ah»
aggiunse il reverendo, attento.
«Ho
rubato. Parecchie volte, cibo e vestiti, ma non bastava. Avevo
freddo, non avevo una casa, allora... mi... mi...» Tacque,
sopraffatta dall'emozione.
Udì il
reverendo concludere la frase con tono pacato: «Allora ti sei
prostituita».
Lei lo
guardò e non lesse nessuna condanna sul viso.
«È una
storia vecchia come il mondo, Anna, per niente rara tra le ragazze
che si sono trovate nella tua situazione. Perché non dovevi vendere
ciò che ti era stato estorto con l'abuso? Il tuo patrigno ti ha
insegnato a svalutare te stessa, vendendoti hai potuto
riconquistare in parte il controllo del tuo corpo. È complicato da
spiegare, ma non sei l'unica cui è successo. Ma ciò che è speciale
è che non hai fatto della prostituzione un modo di
vivere.»
«È
stato un caso» si sforzò di spiegare lei. «Sono stata arrestata da
un poliziotto in borghese e portata in una casa di rieducazione.
Alla fine il mio patrigno è stato condannato e io sono stata data
in adozione. Non so altrimenti che fine avrei fatto.»
«Non
importa, nella sfortuna hai avuto fortuna, quel poliziotto è da
ringraziare.»
Anna
tratteneva le lacrime a malapena, piena di umiliazione. «Sì, solo
che ho una fedina penale poco pulita. È naturalmente sigillata, ma
potrebbe squalificarmi come genitore adottivo.»
«Mi
sembra molto improbabile, tu conduci una vita esemplare ora. La
ragione per cui non si può avere accesso alle fedine penali dei
giovani è che la società è consapevole che gli errori fatti in
gioventù non possono pesare su tutta una vita.»
«Io me
lo auguro, comunque ci provo a fare la domanda. Solo che ti volevo
mettere al corrente perché vorrei dare il tuo nome come referenza e
non volevo crearti imbarazzo.»
Dan
sorrise. «Nessun imbarazzo. Sarò orgoglioso di raccomandarti, e tu
non ti devi preoccupare.»
Un
immenso sollievo confortò Anna che però raccontò anche delle
telefonate di Al Lacey. «Mi ha minacciata e stamattina mi ha
chiamato... mia madre.» Ebbe difficoltà a pronunciare quella
parola. «L'ha contattata un detective per chiederle che cosa era
successo con il mio patrigno.»
Dan la
guardò, inorridito. «Sono scioccato da ciò che mi dici. Quel Lacey
è un delinquente, non gli è bastato tutto il male che ha fatto a
sua figlia?»
«Evidentemente no.» Le mani le tremavano mentre si
sforzava di controllare il pianto che le saliva in
gola.
«Non ti
preoccupare, Anna, sarò felice di dare delle buone referenze su di
te. E quanto a quel Lacey, se insiste prenderò dei provvedimenti. E
per la domanda di adozione... vai avanti, io ti sono
vicino.»
«Grazie, volevo parlare anche con lo sceriffo Tate, e
chiedergli di appoggiarmi. Credi che lo farebbe?»
«Ne
sono sicuro, ma gli parlerò io, ti eviterà di dover ripetere una
storia così triste.»
Lei lo
ringraziò con gratitudine e tornò nel suo ufficio, tentando di
calmare il tumulto del suo cuore. Dopo un po', lo sceriffo arrivò,
le lanciò un saluto amichevole e le disse che Dan l'aveva
convocato.
Anna
ricominciò a tormentarsi e per placare l'agitazione si mise a
lavorare al computer. Dall'ufficio di Dan si udivano le voci pacate
dei due uomini che discutevano del suo caso, o meglio del suo
destino. Dopo dieci minuti, le erano sembrati un secolo, Nate uscì
e venne a piantarsi davanti la scrivania di Anna. «Sarò orgoglioso
di dare delle buone referenze per te. E senz'altro lo farà anche
mia moglie, se vuoi.»
Gli
occhi di Anna si riempirono di lacrime. «Grazie»
disse
con sguardo grato.
«Non
ringraziarmi, so chi sei. Il passato è il passato. A parte il fatto
che non vedo niente di terribile nel tuo.»
Lei
aveva voglia di dire qualcosa per meglio esprimere la sua
gratitudine, ma non riusciva a proferire parola pena la sua
trasformazione in fontana.
«Per
quanto riguarda Al Lacey» continuò lo sceriffo, «lo convocherò per
dirgliene due... Non che sia sorpreso dal suo atteggiamento, lui è
un delinquente. Ciò che mi disturba è che in tanti anni non ho
capito che uomo fosse.» Scrollò la testa. «E io che mi credevo
perspicace.» Si alzò e si avviò verso l'uscita, poi si fermò.
«Allora, darai una mano a Hugh Gallagher per il suo ranch? Lui ci
teneva molto.»
Che
cosa rispondergli, Hugh non s'era più fatto vivo da quando Lorna
era scappata.
«Non
credo sia ancora interessato» disse finalmente lei, «ci sono troppi
problemi nel mio passato.»
Nate la
guardò intensamente. «Gallagher non mi sembra il tipo che si
preoccupa del passato. Inoltre, Anna, il passato diventa un
ostacolo solo se lo si ingigantisce.» E uscì, facendo entrare dalla
porta una folata di aria fredda.
Hugh
Gallagher e Billy Joe Yuma portavano in montagna ai loro ex
compagni il pranzo del Ringraziamento preparato dalla moglie di
Billy Joe, Wendy. Insieme alla madre e alle sorelle, la giovane
donna aveva cucinato i tacchini e preparato le salse e i contorni
da mandare ai veterani. Un gesto commovente, si disse Hugh,
pensando agli uomini soli in mezzo alla neve. La macchina
cominciava a salire tra le foreste di pini che ricoprivano la
montagna.
«Sai»
disse Hugh, «ho pensato di lasciar perdere il progetto del ranch
per ragazzi. Potrei invece farne una casa di riposo per veterani.
Cosa ne pensi?»
«Certo
che potresti» disse Billy Joe dopo avergli lanciato un'occhiata.
«Però l'idea del ranch per i ragazzi difficili era bella, Nate ci
contava.»
«Lo so,
ma io non ho... le capacità necessarie per trattare con i giovani.
Non dopo ciò che è successo, lo sai no?»
Hugh
era depresso. Nel progettare il suo ranch aveva messo tantissimo
entusiasmo, sicuro che avrebbe dato un senso alla sua vita. Ma dopo
la rottura con Anna, aveva perso il suo ottimismo e la più piccola
difficoltà gli sembrava insormontabile.
«Cos'è
che non va, Cowboy?» chiese Yuma, fraterno.
«Nulla,
sono demotivato.» Anna era stato il primo ostacolo da affrontare, e
già lui si scoraggiava, come se non ci fosse più
speranza.
«È la
vita quotidiana che ti butta giù» osservò Yuma, guidando con
attenzione sulla strada piena di tornanti.
«Penso
di sì, specialmente in questo periodo di festa.»
«Sì, è
dura quando non si ha famiglia.»
L'osservazione brutale dell'amico mise Hugh a disagio.
«Anna Fleming e Lorna mi hanno invitato per il pranzo del
Ringraziamento» si difese.
«Ti
crea problemi?»
«No.
Perché?»
«Non mi
sembravi felice all'idea.»
«Anzi.»
Ma Hugh sapeva di mentire. Perché Anna l'aveva invitato e lui si
era sentito in dovere di accettare?
«Wendy
mi faceva impazzire, quando la corteggiavo» disse
Yuma.
«Io non
faccio la corte ad Anna.»
«Mi
sembrava, da come pronunci il suo nome» riprese Yuma. «Ricorda però
che non bisogna esagerare con gli scrupoli quando si sta con una
donna. Perché gli scrupoli non devono interferire con la storia
d'amore. Lei ti sarà grata se li metti da parte per poter essere
felici.»
«Io non
sono innamorato di Anna Fleming.»
Yuma
non aprì bocca, ma il suo silenzio fu eloquente.
Hugh
fissò la strada davanti a sé, erano ormai a dieci minuti dalla loro
destinazione. Gli sarebbe piaciuto fare una passeggiata tra i
boschi innevati, gli avrebbe chiarito le idee. No, non era
innamorato di Anna, provava attrazione per lei, niente di più. Però
lei aveva troppi problemi da risolvere e, nell'attesa, era meglio
che si tenesse alla larga.
Imbarazzante da ammettere con Lorna, ma Anna non aveva la
minima idea di come cucinare il tacchino. Il giorno del
Ringraziamento si erano svegliate di buon mattino per farcire il
tacchino prima di metterlo in forno. Anna aveva comprato il ripieno
al supermercato ma adesso si chiedeva quale era la mossa successiva
da fare. Per fortuna aveva un libro di ricette che seguirono
scrupolosamente nonostante le battute e le risate che resero
l'atmosfera piena di allegria.
Prima
che arrivasse Hugh, tutto era pronto. Lorna aveva apparecchiato la
tavola con una bella tovaglia candida e vi aveva disposto con gusto
i vecchi piatti blu e i tovaglioli di carta colorati che avevano
comprato al supermercato. In mezzo, a mo' di centro tavola, una
ciotola di gelatina di mirtilli metteva una festosa macchia rossa.
Avevano preparato un'insalata mista, e le patate arrosto stavano al
caldo sul fornello mentre il tacchino, cotto a puntino, riposava i
fatidici venti minuti nell'attesa di essere tagliato. Quando Hugh
entrò con una bottiglia di vino francese in mano, annusò l'aroma
delizioso che aleggiava nella casa.
«Mmm...
Che profumino!» esclamò, compiaciuto.
«Spero
che avrai fame perché il tacchino che abbiamo comprato è enorme» lo
avvisò Lorna.
«Non ho
toccato cibo, oggi, in vista della mangiata.»
Anna si
sentiva rilassata, per niente a disagio, e anche lui sembrava aver
dimenticato i suoi malumori. Perciò si disposero a godere insieme
del pasto di festa. Anna gli chiese di tagliare il tacchino, cosa
che lui fece di buon grado, scherzando con Lorna che disponeva man
mano le fette nel piatto di portata.
«A chi
piace la coscia?» chiese lui.
«Non a
me» risposero in coro le due donne.
Hugh si
ritagliò una coscia di tacchino e tutti e tre si accomodarono a
tavola. Anna si rallegrò di quel pranzo, da tanti anni non lo
festeggiava in famiglia e pensò che valeva anche per Hugh. Come
sarebbe stato bello farne un'abitudine, avere Hugh e Lorna a tavola
che ridevano e scherzavano. Sì, desiderava una famiglia tutta sua.
Una famiglia vera. Scacciò quel pensiero malinconico e si unì alla
loro conversazione. Hugh e la ragazzina andavano d'accordo, avevano
raggiunto un grado di tranquilla intimità che lei era ben lungi dal
condividere. Come poteva lasciarsi andare al piacere distensivo di
quella compagnia con la prospettiva del lunedì che si avvicinava?
La possibile perdita di Lorna, le era chiaro ormai, avrebbe
lasciato un buco nero nella sua vita e nel suo cuore.
Restarono a tavola per quasi due ore, mangiando e
bevendo, poi Hugh insistette per lavare i piatti. Dopo, giocarono a
carte e a vari giochi di società fino al momento in cui Lorna si
ritirò per dormire. Il tempo volava, si disse Anna ritrovandosi
sola con Hugh, ed entro pochi giorni avrebbe dovuto comparire
davanti al giudice e dichiarare la sua accettazione. Le formalità
avrebbero richiesto parecchi mesi durante i quali Lorna sarebbe
comunque rimasta con lei. Non era il caso di innervosirsi sin
d'ora.
«Sei
preoccupata?» chiese Hugh. Non si era mosso dopo l'uscita di Lorna
e Anna si chiedeva perché si fermava da lei.
«Niente, sono nervosa per lunedì prossimo.»
Lui
annuì, poi prese la caffettiera e versò il caffè nelle tazze. «Hai
deciso di fare la domanda per l'adozione di Lorna?»
Anna
assentì e si chiese se sapeva già qualcosa. I pettegolezzi
correvano in fretta.
«Capisco il tuo nervosismo. Proprio ieri dicevo a Billy
Joe Yuma che probabilmente lascerò perdere il progetto del
ranch.»
«Ma
perché?»
Le fece
un sorriso stanco. «Perché mi vengono i sudori freddi a pensare
alla reazione della gente quando saprà che mi voglio occupare di
bambini disturbati, proprio io che sono stato un barbone fuori di
testa per parecchi anni. Sai che bel curriculum!»
«Era
un'idea meravigliosa! Non resterai da solo, lavorerai con altri, i
ragazzi non saranno affidati solo a te. E poi, non sei più quello
di allora.»
Lui la
guardò dritto negli occhi. «Posso dire lo stesso di
te.»
Lei
ammutolì. Sapeva tutto, pensò, per questo non le aveva più
richiesto la sua collaborazione al ranch, le aveva persino negato
la sua amicizia.
«Tu non
sai» disse con voce piatta.
«Dimmi
allora» le suggerì Hugh.
Lei lo
fissò, sbalordita. «Non sai già tutto?»
Fu lui
a mostrarsi sorpreso. «A che gioco giochiamo, Anna? Io non so
niente, so solo che hai una fedina penale sporcata in gioventù.
Dov'è lo scandalo? Tutta la nostra relazione è stata costruita
sulle sabbie mobili, mi sembra. Non so mai come comportarmi, tu ti
ritiri ogni volta nella tua torre d'avorio, offesa, accusandomi di
non capire. Io non so niente, ti dico!»
«Come
potrei crederti, mi eviti come la peste!» gridò quasi
lei.
Lui
aprì la bocca per rispondere ma poi scosse la testa. «Ripartiamo da
qui.»
Anna
era in vena di litigare, forse per la stanchezza accumulata in
quelle notti insonni, forse perché lui ne era la causa. Era venuto
il momento di chiarire le cose una volta per tutte.
«Bene,
ripartiamo da qui» disse battagliera.
«Ti ho
evitata, è vero» riconobbe lui.
«L'avevo capito.»
«Lasciami finire prima di prendertela con me» la pregò
con un sospiro. «Sì, ti ho evitata... ma non per le ragioni che
immagini. Dopo che abbiamo fatto l'amore e che sei scappata dalla
doccia, be' ho pensato di avere commesso un errore. Un gesto che ti
aveva scombussolata, non so ancora quale. Qui sta il problema. Come
faccio a non ferirti se non so dove stanno le tue ferite? Quando
una donna ti chiude a chiave fuori dalla porta dopo avere fatto
l'amore, ti senti colpevole di tutto. Per questo me ne sono andato.
Ho pensato che era meglio lasciarti calmare, con il tempo saremmo
ridiventati amici.»
Anna
non gli credette, le sembrava una scusa bella e buona.
«Dovrei
crederti? Come possiamo diventare amici dopo che mi hai piantata in
quel modo?»
«A
essere sincero ho pensato anche al mio progetto di ranch. Temevo
che offesa com'eri non avresti più voluto collaborare con me.
Pensavo che saremmo tornati a parlare di lavoro molto prima se me
ne stavo alla larga da te. Ora mi rendo conto che era una mossa
ridicola e sbagliata.»
«Ti
interessa avere solo un rapporto di lavoro con me?» Anna era così
delusa che non riusciva ad aggiungere altro. Eppure non aveva
nessuna voglia di intrecciare una relazione amorosa con un uomo. Ma
era davvero così? Erano sinceri l'uno con l'altro?
«Da
come si prospettavano le cose, Anna, mi è sembrata l'unica
possibilità di rapportarmi a te. Insomma, sei scappata da me e non
mi hai voluto dare nemmeno uno straccio di spiegazione» concluse
Hugh, esasperato.
Anna
non poté dargli torto. Sì, anche lei aveva le sue colpe, gli aveva
chiuso la porta in faccia, qualsiasi uomo si sarebbe ritirato in
buon ordine.
«Anna,
non so di che cosa hai paura, che cosa ti ha offeso. Non so come mi
devo comportare. La verità è che ogni volta che ti avvicino mi
sembra di avventurarmi su un terreno minato, non so quale sarà la
tua reazione. Come faccio ad avere fiducia in te, in
me?»
Lei
cominciava a credergli, sì, Hugh non sapeva niente ed era
sincero.
«Dimmi
la verità, Anna, forse riusciremo a ridiventare
amici.»
Perché
no? si ritrovò lei a pensare. Si era già confessata con Dan e Nate,
perché non aprirsi anche con Hugh? Una volta saputa la verità, non
ci sarebbe stata più amicizia possibile tra loro.
Come un
fiume in piena, il doloroso racconto della sua infanzia si riversò
su Hugh: Anna raccontò del patrigno, dei suoi odiosi abusi
sessuali, dei ricatti che le faceva, del tradimento di sua madre,
la cosa che più le aveva fatto male.
«Se tua
madre non ti crede, nessuna ti crederà» concluse con voce piatta.
«Ti capisco, Anna.»
Anna
assentì, fissandosi le mani contratte. Non doveva piangere né
crollare. Con nessuno era stata altrettanto precisa negli orrendi
dettagli della sua storia.
«Questa
situazione è andata avanti per due anni, io avevo nascosto un
martello sotto il letto, volevo ammazzarlo. Notte dopo notte,
aspettavo il momento giusto... Solo che non ce l'ho fatta. Lui ha
scoperto il martello e ha minacciato di usarlo contro di me se
l'avesse di nuovo ritrovato sotto il letto.»
Hugh
fece un gesto di orrore.
«Finalmente... sono arrivata a... non provare più niente,
era come se fossi un'altra, anzi mi raccontavo delle favole, che
ero da sola in un posto bellissimo dove nessuno mi poteva
raggiungere. Ero via con la testa, capisci?» Gli occhi cominciavano
a riempirlesi di lacrime brucianti, ma lei le ignorò tutta presa
dalla fatica del raccontarsi.«Poi un bel giorno, non so come, ho
deciso di scappare... Ho rubato dei soldi a mia madre, messo due
vestiti nella cartella e sono uscita per andare a scuola... Invece,
sono salita sul pullman per New York.»
«Perché
New York?»
Anna
sobbalzò, s'era dimenticata la presenza di Hugh. «Perché era
abbastanza lontano e grande da non farmi più trovare da
lui.»
«Sei
stata coraggiosa» disse Hugh, allungando la mano per toccare quella
di lei, ma poi si fermò.
«Sono
stata stupida» continuò lei, «adesso so che avrei potuto fare altre
scelte, ma allora pensavo che nessuno mi avrebbe dato retta. Perciò
sono scappata, illudendomi di essere grande e di poter trovare un
lavoro. Invece avevo solo quattordici anni, nessun libretto di
lavoro, nessun documento, niente. Dicevo di avere sedici anni, ma
non mi credevano.» Si guardò le mani. «Qualche commerciante
impietosito mi allungava dei soldi, ma era chiaro che ero una
vagabonda, non avevo dove stare, giravo con bande di ragazzi,
dormivo qua e là con loro. Mi lavavo alle fontane. Ho cominciato a
rubare vestiti, cibo dove potevo. Poi è cominciato il freddo.» La
sua voce tremò. Ancora una volta Hugh volle prenderle la mano ma
lei ritirò la sua, non sopportava di essere toccata da nessuno, non
in quel momento. «C'era un solo lavoro che potevo fare senza
documenti. E per cui la mia giovane età era un vantaggio. Inoltre,
il mio patrigno si era già servito e mi aveva apprezzato. Perché
non potevo farlo per soldi?»
«Oh,
Anna» mormorò Hugh, addolorato.
Lei
soffocava, il petto chiuso in una morsa. Non capiva se parlava per
punirlo della sua curiosità o se parlava per liberarsi,
finalmente.
«È
stato peggio. Questa volta avevo scelto io di farlo, nessuno mi
aveva violentata o costretta. Mi pagavano. E io mi odiavo. Credevo
che qualcuno di loro mi avrebbe uccisa, e che me lo meritavo. Era
la cosa peggiore che avessi fatto, peggio che rubare, io pensavo
così. Sono stata fortunata, uno dei tipi che ho incontrato era un
poliziotto in borghese, mi ha arrestata.»
«È
questo che ti faceva tanta paura?» chiese Hugh. «Un arresto per
prostituzione giovanile?»
Lei
fece di sì con la testa e lo guardò di sottecchi. Hugh non sembrava
né disgustato né sorpreso.
«Presenterò la domanda per l'adozione di Lorna, ma non me
la concederanno. E con il mio passato, non posso nemmeno aspirare a
lavorare con i bambini, nel ranch. Speravi che la mia presenza
avrebbe controbilanciato le tue inadeguatezze, Hugh, ma le mie sono
ancora più gravi. Chi affiderebbe dei bambini a una ex
prostituta?»
«E
quello che è successo tra noi?» chiese lui, «perché sei scappata da
me?»
«Perché...» Era impossibile da dire, il dolore la stava
lacerando. «Perché... mi sono sentita una donnaccia... come se mi
stessi prostituendo ancora.»
«Ciò
che abbiamo fatto era bellissimo, la cosa più bella che un uomo e
una donna che si vogliono bene possano fare insieme. Non ti ho
usata, te lo giuro.»
Lei
tentava disperatamente di trattenere le lacrime.
«Davvero?»
Lui si
rattristò. «Te lo giuro, Anna. Ti desideravo, sì, e speravo che
anche tu mi desiderassi. Hai creduto che ti avessi messo da parte
dopo, ma non era così. Pensavo di fare una cosa giusta.» Senza
lasciarla rispondere, Hugh continuò: «Grazie per avermi rivelato il
tuo segreto, non devi più temere, Anna. D'ora in poi, sarai tu a
stabilire i limiti tra noi. Vorrei stare di più con te, ma non
voglio farti fretta. E se vuoi che me ne vada, me ne
andrò».
«Resta.» Stava chiedendo a un uomo di restare, non
riusciva a credere alle proprie orecchie. Le sembrava di uscire da
un tunnel lungo e buio.
Lui la
prese tra le braccia e la strinse con una tenerezza che la
commosse. «Va bene così, tesoro. E al diavolo tutti gli altri, non
me ne importa nulla di ciò che possono pensare. Ciò che importa, è
l'opinione che hai di te. E ti assicuro, Anna, avresti di che
essere orgogliosa.»
Lei
alzò il viso. «Anche tu, Cowboy, anche tu.»
Lui le
sorrise. «Li affronteremo insieme.» Le sfiorò le labbra con una
bacio gentile. «Ma ora vado, ti vedo esausta.»
«Ho
dormito male.»
«Va' a
letto, tesoro, verrò domani sera se ti va, potremo parlare
ancora.»
Il
giorno dopo Lorna andava a dormire da Mary Jo, ricordò Anna con uno
strano senso di esultanza nel cuore. Ma era troppo sfinita per
indagare su quel sentimento. Accompagnò Hugh alla porta e accettò
il suo bacio della buonanotte. Poi lo guardò allontanarsi dalla
finestra del soggiorno. Per la prima volta, pensò che le cose
cominciavano ad aggiustarsi. Quella notte, dormì
beatamente.