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Anna Fleming stava diventando
un'ossessione, pensò Hugh Gallagher, una settimana dopo. Si era
appena alzato e con i soli boxer addosso, fissava il paesaggio
innevato dal finestrone di casa sua. Imperversava una violenta
tempesta di neve, una di quelle tipiche del Wyoming durante le
quali era meglio non allontanarsi dalla città. Era facile perdere
l'orientamento nel bianco universo invernale e morire assiderati
prima ancora di rendersene conto. Chi, come lui, aveva vissuto
sulle montagne sapeva di dover temere per la propria vita, in quei
giorni di tormenta.
Ma lui
era al sicuro in città, avrebbe dovuto sentirsi contento e
tranquillo visto che lavorava ancora all'interno della chiesa per
completare l'isolamento termico del tetto. Eppure si chiedeva,
nervoso, perché non riusciva ad allontanare Anna Fleming dalla
mente. L'aveva sognata la notte precedente, e poi ancora quella
mattina prima di svegliarsi. Vista l'enorme quantità di neve che si
era accumulata, il suo primo pensiero era andato a lei e al suo
marciapiede da spalare. Anche se non valeva la pena farlo visto che
la tempesta sarebbe durata almeno per tutta la
giornata.
Piuttosto che starsene lì a rimuginare, Hugh decise di
telefonare in chiesa. Nessuno rispose e allora chiamò a casa del
reverendo. Trovò Cheryl, la moglie di Dan. Lo informò che le scuole
erano chiuse e che neanche la chiesa avrebbe aperto visto il tempo.
Quindi poteva trascorrere tranquillo la giornata in casa al
caldo.
Hugh
mise giù il ricevitore e pensò a come impiegare le ventiquattr'ore
che lo aspettavano. Leggere un libro? Da mesi non riusciva ad
aprirne uno; guardare una trasmissione rilassante alla tivù? Non lo
faceva mai. Meglio prendere allora un giallo dalla sua collezione e
mettersi comodo sulla poltrona a leggere. Hugh però non faceva i
conti con Anna Fleming. Continuava a insinuarsi nella sua mente. E
se fosse bloccata dalla neve, senza provviste, senza pane, senza
latte? Qualcuno doveva preoccuparsi di lei.
Bastava
telefonare. Ma lei gli avrebbe detto no, grazie, sono a posto. Era
indipendente e testarda, gli piaceva proprio per questo. Non
chiedeva mai niente e Hugh sospettava che avesse conosciuto giorni
bui in passato. Ripensò allo sguardo mesto che aveva colto più
volte nei suoi occhi, come di chi ha già visto il peggio del
mondo.
Forse
era il caso di porle qualche domanda; forse lei avrebbe risposto
che si aspettava dalla gente un comportamento decente, normale; che
pretendeva il meglio dalle persone pur avendone spesso ricevuto il
peggio.
La
trovava intrigante, così minuta e vulnerabile. Aveva notato il
timore che le aveva ispirato all'inizio, ora però sembrava serena
quand'era con lui, cominciava ad avere fiducia. Sì, appena quella
maledetta tormenta di neve si sarebbe placata, lui sarebbe corso da
lei. Era messo proprio male, pensò divertito. Per anni aveva fatto
a meno delle donne, dal punto di vista affettivo s'intende, e anche
prima di partire per la guerra del Golfo, lui aveva messo tra sé e
gli altri una distanza che non intendeva colmare. I militari
appartenenti alle forze speciali si sentivano diversi, dovevano
sentirsi diversi proprio per la consapevolezza di ciò che
comportavano le loro missioni di guerra.
Ma
dopo... be' qualcosa si era rotto in lui. Si era introdotto in Iraq
sotto mentite spoglie, ed era rimasto nascosto lì per settimane
nell'attesa di portare a buon fine il proprio compito. Aveva
circolato nel paese, frequentato delle persone, parlato con esse e
poi aveva visto ciò che era stato fatto a loro. Gli iracheni
l'avevano accolto come uno di loro, ma non era così.
Pian
piano il senso di colpa era maturato in lui, non riusciva ancora a
farci i conti. Certo, lui era un militare, aveva fatto il suo
dovere. Quando però aveva attraversato quel paese devastato dagli
incendi dei pozzi di petrolio e dai bombardamenti, aveva creduto di
morire e di finire all'inferno per i suoi peccati di
guerra.
Hugh,
con un gesto di stizza, si riscosse da quei pensieri desolanti e si
allontanò dalla finestra per andare a vestirsi. La guerra poneva
quesiti morali impossibili da risolvere, non aveva senso
rimuginare. Lui aveva agito da soldato, ora doveva convivere con la
sua angoscia. Qualcuno doveva pur fare quel lavoro sporco, era
capitato a lui. Eppure sentiva che la sua anima ne era stata
macchiata in modo indelebile, non c'era redenzione possibile. Ciò
significava che non poteva aspirare a una donna come Anna Fleming.
Perché non cacciarla dalla mente allora?
Verso
mezzogiorno la tormenta si placò e Hugh decise di recarsi da lei.
Dopo aver dissepolto il suo furgone dalla neve, avviò il motore che
partì al primo colpo. Le catene erano già sulle ruote e la macchina
si mosse lentamente. Hugh guidò con cautela nei solchi già segnati
sull'asfalto innevato mentre tutt'intorno a lui, la città sembrava
svegliarsi dal torpore: alcuni coraggiosi commercianti alzavano le
saracinesche e si mettevano a spalare il loro tratto di
marciapiede; bambini ben coperti giocavano a palle di neve di
fronte a casa e, in ogni direzione, si udiva il ronzio degli
spazzaneve. Hugh voltò nella via di Anna e le ruote slittarono
nonostante le catene. Raddrizzò il volante e si fermò lentamente di
fronte alla casa. Anna e Lorna erano intente a sgomberare il
marciapiede per creare un passaggio verso la porta. Su ogni lato la
neve si accumulava a quasi un metro di altezza.
«Avete
bisogno di una mano?» gridò Hugh, scendendo dal furgone già armato
di pala. Anna gli sorrise con gratitudine e per una volta non
rifiutò il suo aiuto.
Cominciarono a lavorare tutti e tre insieme e liberarono
un pezzo di strada e il marciapiede davanti alla casetta di Anna.
La neve era dura e compressa, già mezza gelata e formava un mucchio
compatto lungo l'aiuola del giardinetto. Quand'ebbero finito,
Lorna, come tutti le ragazzine della sua età, fece una palla di
neve e la lanciò contro Hugh.
«Non
posso ignorare la provocazione» disse lui e raccolse un pugno di
neve.
«Lasciatemi fuori dalla vostra battaglia» si schermì
Anna. Ma loro la bombardarono di palle di neve e lei dovette
reagire. Per un po' giocarono come dei bambini, ridendo e correndo.
Hugh non aveva mai sentito Anna ridere con tale abbandono. Quel
riso delizioso gli si insinuò in cuore. Il momento di disattenzione
gli valse una pallata in pieno viso da parte di Lorna.
«Scusami, scusami» disse la ragazza, senza fiato. «Mi
arrendo! Non volevo farti male, davvero.»
Lui
fece un passo scherzosamente minaccioso verso di lei, che finse
paura e gridò, ridendo come una matta. Lui però non andò oltre, non
voleva spaventare nessuna delle due, era cosciente di doversi
muovere con grande cautela sia con Lorna sia con Anna.
«Entriamo a casa» propose quest'ultima mentre si
ripulivano della neve. «Ci facciamo una bella cioccolata calda con
i pasticcini.»
«Con i
pasticcini?» chiese Hugh, interessato.
«Fatti
in casa da noi due» disse Lorna, «ne abbiamo preparato tre dozzine
per l'incontro di domani sera con il gruppo giovani.»
Entrarono in casa togliendosi gli stivali e le giacche
bagnate. Lorna andò in camera sua e loro due in cucina. Hugh sedeva
con Jazz sulle ginocchia e guardava Anna indaffarata al fornello.
Gli venne l'impulso di abbracciarla e stringerla a sé. Stupido,
pensò, era proprio la cosa da non fare se voleva che lei lo
aiutasse con il ranch.
«Lorna
è tornata a scuola?» chiese Hugh, per distrarsi.
«Domani. John Kreusi le ha inflitto una settimana di
sospensione... Volevo contestargliela, ma poi ho ripensato a ciò
che avevi detto.» Lo fissò da sopra la spalla e gli sorrise. «Non
le farà male imparare che ogni azione ha una conseguenza. Comunque
si è portata avanti con i compiti e so che le mancano i suoi
compagni. Penso anche che sia un po' nervosa all'idea del
ritorno.»
«Non ho
dubbi. Tutta la città sta parlando del suo caso, e la gente
comincia a schierarsi con lei o con il padre.»
«Ci
credo, sai quante volte sono stata fermata da persone che mi
chiedevano se Lorna diceva la verità?» Anna scosse la testa e mise
le tazze sul tavolo. «Zucchero?» Lui annuì e lei gli diede il
barattolo. «Serviti.» Poi tirò fuori i pasticcini da una grande
scatola di ferro.
Hugh ne
prese uno e lo inzuppò nella cioccolata. «È difficile credere che
un uomo che conosci e stimi possa rendersi colpevole di un così
odioso comportamento.»
«I
molestatori di bambini non sono mostri, sono persone normali,
gradevoli anche. Più di tante altre, che io sappia.»
Hugh
sorrise. «Ne hai conosciuti molti?»
Lei
esitò, visibilmente, e lui si chiese che cosa gli stesse
nascondendo.
«Più di
uno» disse lei, alla fine. «E, credimi, nessuno di loro era
sospettabile, nessuno voleva credere che fossero capaci di tanta
malvagità.»
In quel
momento sentirono Lorna che arrivava e cambiarono
discorso.
«Sarà
presto Natale» diceva Anna quando lei fece il suo ingresso in
cucina. «È il periodo dell'anno che preferisco. Ma prima ci sarà la
festa del Ringraziamento.»
«Cucinerai il tacchino, Anna?» chiese Lorna.
«Be'
no, di solito partecipo al pranzo della chiesa.»
«Anch'io» disse Hugh.
«Dovremmo farlo qui, invece» osservò Lorna, «e invitare
Hugh, che cosa ne dici?»
Anna e
Hugh si scambiarono un'occhiata. Era chiaro che Lorna stava
tentando di ricostruirsi una parvenza di vita famigliare per le
feste.
«Buona
idea» disse Anna.
«Sì, e
accetto volentieri l'invito» confermò Hugh. Ne avrebbe parlato con
Anna lasciandole piena libertà per disporre diversamente, se lei
avesse voluto. Eppure gli sarebbe dispiaciuto rinunciare, dovette
ammettere; celebrare la festa del Ringraziamento con seppure un
surrogato di famiglia, gli garbava più del pranzo in chiesa, sempre
così affollato.
«Hai i
genitori, Hugh?» s'informò Lorna.
«Sono
morti da tempo.»
«Che
peccato! E fratelli, sorelle?»
«Un
fratello, vive in Arizona, ci vediamo poco.»
«E
perché?»
«Lorna,
non essere invadente!» l'ammonì Anna.
La
ragazzina arrossì. «Scusa, sono stata maleducata.»
Hugh
sorseggiò la cioccolata poi riprese: «Era una domanda lecita. È
difficile rispondere... Abbiamo perso i contatti quando ero
nell'esercito. Ero sempre via, le poche volte che ci siamo
incontrati non avevamo gran che da dirci.» Alzò le spalle. «Ci si
separa, da grandi.»
«Io non
voglio separarmi da mia sorella» disse Lorna, inaspettatamente. Poi
tacque a lungo, e parve sul punto di piangere. Infine continuò:
«Penso che dovremo continuare a vederci».
Finì di
bere la cioccolata in silenzio e si ritirò in camera per fare i
compiti. Udirono la musica a tutto volume provenire dalla
stanza.
«Hai
più sentito parlare della madre di Lorna?» chiese Hugh dopo avere
valutato se andare o restare con la donna dei suoi
sogni.
«Solo
indirettamente.» Anna sorrise amaramente. «Dice a tutti che Lorna è
una sporca bugiarda.»
«Quella
disgraziata spera di evitare una condanna al marito aizzando la
cittadinanza contro sua figlia.»
«Comunque non sarà facile convincere la gente» osservò
Anna. «La parola di Lorna contro quella del padre... non è detto
che prevalga. Troveranno una mediazione per evitare il
processo.»
Hugh la
guardò con attenzione. «Sei molto informata, conosci qualche altro
caso di abusi sessuali a bambini?»
Anna,
sconvolta, tratteneva il respiro come se stesse annegando, e Hugh
capì chi aveva subito degli abusi. «Anna, perdonami, non
intendevo...» Tacque, impotente. Poi le si avvicinò, la fece alzare
e la prese tra le braccia. In un primo tempo, Anna si irrigidì e
lui temette che lo tempestasse di pugni, poi invece si rilassò e
gli affondò il viso nella spalla come se volesse nascondervisi per
sempre.
Lui le
accarezzò la schiena con dolcezza, per non spaventarla, vedendola
lottare contro i suoi terribili fantasmi. Non si sentiva in colpa,
come poteva immaginare? Chissà che incubo era stato per lei
quest'ultimo periodo! Provò un senso di ammirazione per Anna che
aveva affrontato con coraggio la questione Lorna. Decisamente era
la persona che ci voleva al suo fianco, nel ranch, ma si vergognò
di pensare a sé in quel momento. Anna era bisognosa di consolazione
e conforto.
Lei si
allontanò di un passo e rialzò la testa dalla sua
spalla.
«Da
anni tento di dimenticare, ma in queste settimane, a causa di ciò
che è successo a Lorna, è tutto tornato alla superficie. Mi sento
emotivamente fragile come il vetro.»
«Ti
capisco.» Hugh avrebbe desiderato cullarla come un bambino,
rassicurandola. Ma si trattenne, intuendo che Anna non avrebbe
gradito. «Era tuo padre?»
«No, il
mio patrigno.» La sua voce si ruppe. «Ancora adesso telefono ogni
tanto per sapere se è vivo.» Era un shock ammettere quella
debolezza. Lei si sciolse dall'abbraccio di Hugh e andò alla
finestra. La tempesta di neve aveva ripreso rendendo inutile il
lavoro che avevano appena eseguito. «Non mi sentirò sicura finché
non sarà morto.» Ora sorrideva con fatica, gli occhi scuri pieni di
dolore. «Non è bello ammetterlo, ma ho sognato tante volte di
ammazzarlo, o che sarebbe morto in un incidente d'auto o in una
rapina, o annegato durante un'inondazione. Me lo auguravo, purché
non tornasse più a casa.»
«Sei
riuscita ad andartene, però?»
«Sono
scappata.»
«Hai
fatto bene.» Lei scrollò le spalle ma non rispose e lui si chiese
che cosa le era successo dopo ma non fece domande, le lasciò il
tempo di riprendersi. Finalmente lei ricominciò a
confidarsi.
«Quando
ho visto ciò che è successo a Lorna, non ho potuto tirarmi
indietro.» Anna incrociò le braccia sul petto in segno inconscio di
difesa. «Ho tentato in tutti i modi di rimuovere il mio passato,
Hugh, ma la vita non ti lascia scampo.»
«È
così.» Lui esitò, in dubbio se parlare della propria esperienza.
Poi pensò che era giusto ricambiare la fiducia di Anna. «Anch'io
volevo dimenticare tutto dopo che ho lasciato l'esercito. Ma ogni
giorno succedeva un fatto che mi riportava lì, continuavo a
rivivere quelle situazioni nell'attesa che qualcosa scattasse
dentro di me. Invece nulla.»
«Ti sei
liberato adesso dagli incubi?»
«In
parte, non del tutto.» Tacque cercando le parole per descrivere le
sue sensazioni. «Mi succede ancora ogni tanto, qualcosa mi scatta
nella testa, come un'eco lontana, qualcosa che vedi con la coda
dell'occhio.»
Lei
annuì, comprensiva. «Non è più reale dentro di te.»
«Sì,
prima ripiombavi nella cruda realtà, ora ti suscita emozioni ma non
è più lì, con te.»
«Succede anche a me... Nulla di reale, ma tante piccole
fobie.» Arrossì. «Come la reazione che ho avuto quella prima sera
in chiesa.»
«Non mi
ha colpito, Anna, le donne hanno tante buone ragioni di temere gli
uomini che non conoscono.»
«Io ti
avevo visto più volte, sapevo che molti, qui in città, hanno stima
di te.»
A sua
volta, Hugh sembrò imbarazzato. «Non sono nulla di
speciale.»
«Sì,
invece, sono in molti a pensarlo.» Anna sembrava aver ritrovato un
po' di serenità perché aveva smesso di agitarsi intorno alle cose
della cucina. Guardò ancora dalla finestra e disse: «I nostri
sforzi sono stati inutili. Però a me piacciono le giornate passate
in casa, quando non si è costretti a uscire. Vuoi ancora
cioccolata?».
Hugh
esitò. Da un lato, apprezzava l'idea di starsene
in famiglia tutto il giorno con loro; dall'altro, non voleva imporre
la sua presenza e approfittare dell'ospitalità di
Anna.
«Non
puoi andartene con questo tempaccio, resta ancora un po' finché
smette» insistette lei.
«Grazie, resto allora. Poi però devo andare a fare la
spesa, in casa non ho niente.»
Lei
sorrise. «Mangia ancora un pasticcino, io intanto preparo qualcosa
per pranzo.»
«Posso
aiutare?» si offrì lui, premuroso.
Lei
l'obbligò a sedersi. «Tu stai qui, faccio io.»
Anna
andò da Lorna per chiederle se voleva pranzare con loro. Quando
tornò, era cupa in viso. «Non ha fame. Però l'ho trovata, come
dire, un po' giù. Sono in attesa del crollo.»
Hugh
scosse la testa. «È stata dalla psicologa venerdì?»
«Sì, ma
non ne vuole parlare.»
In quel
momento il telefono squillò. Lei corse a rispondere e Hugh la seguì
con lo sguardo. Provò un senso di disagio quando capì che lei gli
piaceva e che era tutto rimescolato dentro. Non gli succedeva da
quando era adolescente. Quella sensazione svanì non appena vide
Anna sbiancare e buttare giù il ricevitore con rabbia.
«Anna,
che cosa c'è?» gridò allarmato, già in piedi.
Voltò
il viso pallido verso di lui. «Era Al Lacey, sono
sicura.»
«Ti ha
detto il nome?»
Lei
scosse la testa e due macchie rosse le colorarono le guance. «È
troppo furbo per tradirsi...»
«Ma
cosa ha detto?»
«Ha
detto che pagherò caro il mio sostegno a Lorna.»