6
Nel pomeriggio tardi, appena
uscito dalla casa di Anna, Hugh si recò subito dallo sceriffo. Lei
non voleva informarlo di quella telefonata minatoria, sapeva che
Nate non poteva procedere sulla base di una chiamata anonima, ma
Hugh riteneva saggio mettere lo sceriffo al corrente. Lui si
sentiva stranamente responsabile di Anna e Lorna, provava un forte
senso di protezione nei loro confronti, come se dipendessero
completamente da lui. D'altra parte, si chiedeva se Al Lacey era
capace di passare dalle minacce ai fatti: poteva lui, Hugh, fare da
guardia del corpo ad Anna? Non era possibile, come era improbabile
che quel codardo di Lacey, bravissimo a molestare bambine, avesse
il fegato di affrontare un adulto.
Parcheggiò di fronte all'ufficio di polizia. La piazza
era tutta bianca e grossi fiocchi continuavano a cadere fitti fitti
nella crescente oscurità del crepuscolo. Una folata di vento gelido
lo seguì nell'atrio dove sedeva Velma, inoperosa al centralino e
con la sigaretta tra le labbra.
«Sei
disoccupata?» scherzò Hugh.
Lei
agitò la sigaretta in segno di saluto. «Non c'è nessuno in giro,
oggi, Cowboy, solo i pazzi come te. Qual brutto vento ti
porta?»
«Vorrei
parlare con Nate, se c'è.»
«È in
ufficio, in attesa che succeda qualcosa.»
«Non
calunniarmi, Velma» gridò Nate dal suo ufficio. «Ho pregato tutto
il giorno che nessuno si facesse male... Ciao, Hugh, versati un
caffè e vieni da me.»
Hugh
prese una tazza dal tavolino con il termos del caffè e si diresse
verso l'ufficio dello sceriffo.
«Prendi
una sedia» lo invitò Nate. «Che tempaccio! Non posso fare a meno di
pensare agli agricoltori e alle loro mandrie. Questa tempesta
provocherà molti danni.»
Hugh
annuì. «Penso ai miei ex compagni su in montagna, non se
l'aspettavano così presto.»
«Appena
possibile vado su con Billy Joe a portar loro generi di conforto.
Vuoi venire con noi?»
«Volentieri.»
Nate
fissò Hugh. «Come mai non sei a casa, come tutti?»
chiese.
Hugh
sorrise. «Devo passare dal supermercato.» Bevve un sorso di caffè.
«Sono appena stato da Anna, l'ho aiutata a spalare la neve davanti
a casa stamattina. Un lavoro inutile. Poi mi sono fermato da lei.
Mentre ero lì, ha chiamato qualcuno. Lei crede di aver riconosciuto
Al Lacey.»
«Accidenti!» Nate sbatté il pugno sul tavolo. «Temevo
facesse una mossa del genere.»
«Ovviamente il tipo non ha detto chi era, potrebbe essere
chiunque. Sono in tanti a credere che Lorna mente.»
«Ho
sentito.» Nate aggrottò le sopracciglia. «È comprensibile,
d'altronde. Al Lacey fa il dentista qui da quindici anni, la gente
lo conosce. E sua moglie è cresciuta qui. È difficile credere che
Al sia colpevole e che Bridget lo appoggi ciecamente. Disturba meno
pensare che una bambina dica le bugie. Quando avremo delle prove
più concrete al di là della deposizione di Lorna, potremo
incastrarlo.»
«Altrimenti?»
«Al
tornerà libero.»
«Riuscirai a trovare altre prove?»
«Ne ho
la ferma intenzione. Credo nella sincerità di Lorna. Perciò farò di
tutto per incastrarlo.»
Hugh si
sentì sollevato. Non sapeva che cosa avesse detto Lorna, ma si
fidava del giudizio di Anna.
«Che
cosa ha detto quel delinquente ad Anna?» domandò lo
sceriffo.
«Che le
avrebbe fatto pagare caro il suo sostegno a Lorna.»
Nate
spalancò gli occhi, esterrefatto. «Così, eh?»
«Quell'uomo è un codardo, non oserà mettere in atto la
sua minaccia.»
«Chi lo
sa! Potrebbe essere capace di tutto, adesso che è stato
smascherato.»
«Come
possiamo proteggere Anna?»
«Metterò qualcuno di guardia davanti a casa sua, ma ci
sono altri modi di fare del male.»
«Con i
pettegolezzi?» azzardò Hugh.
«Sì,
non sarà difficile spettegolare su una donna sola dal passato
sconosciuto.»
«Tutti
la rispettano, mi pare.»
«Ora
sì, ma qualcuno può far notare che di lei, prima di questi ultimi
cinque anni, non si sa niente.» Lo sceriffo si strofinò il mento,
perplesso. «Fammici pensare. Tu intanto tienila d'occhio, io farò
in modo che nessuno le dia fastidio. E avvertimi, se senti
qualcosa. Ma tu, figliolo, come stai?»
«Sto
bene, non ho più avuto incubi.» Lo sceriffo aveva servito tra le
forze speciali dell'esercito in Vietnam. Nessuno meglio di lui
poteva capire Hugh.
«Mi fa
piacere» disse Nate. «Anche Billy Joe se la passa bene.» Billy Joe
Yuma era il genero di Nate, anche lui un veterano del Vietnam, più
vicino all'età del suocero che a quella della moglie. «Il tempo
risana tutte le ferite.»
Quando
Hugh uscì dall'ufficio dello sceriffo, la tempesta imperversava
ancora di più. Si diresse verso l'autostrada dov'era sicuro di
trovare aperto lo spaccio di Bud Marshall, che fungeva anche da
pompa di benzina. Nel parcheggio c'erano cinque o sei camion fermi
e ricoperti di neve.
«Tengo
aperto solo perché abito sopra il negozio» spiegò Bud, «non c'è
un'anima in giro. Ma se un disperato come te ha bisogno di
mangiare, deve pur potere comprare qualcosa.»
«Sì,
sono proprio disperato» convenne Hugh. «Non tengo mai provviste in
casa.»
Bud
ridacchiò. «Be', scegli ciò che ti serve.»
Hugh
tornò al banco con del pane, delle patatine fritte, del burro di
arachidi e dell'affettato. Fu tentato di comprare anche due birre,
poi rifletté che l'alcol abbassa le difese emotive e che non era il
caso.
Mentre
pagava, il gestore gli chiese: «Hai sentito della piccola
Lacey?».
«Come
tutti.»
«Una
cosa orribile! Non posso immaginare che Al Lacey abbia messo le
mani su una bambina, carne della sua carne. Mia moglie pensa che la
ragazzina menta.» Bud guardò fisso Hugh negli occhi. «Lacey era il
nostro dentista, poi ho smesso di curarmi da lui, e ho proibito a
mia moglie e a mia figlia di andare.»
«Come
mai?»
«Non mi
piaceva il modo in cui guardava la mia bambina. Per niente. Perciò
ora andiamo a Hansenville, dal dottor Dukes.»
«Dovresti parlarne con lo sceriffo Tate» suggerì
Hugh.
Bud lo
guardò sorpreso. «Perché? Non è successo niente.»
«Sarai
d'aiuto a Nate, deve neutralizzare quell'uomo, impedirgli di stare
in giro.»
Bud ci
pensò su. «Non so a che cosa possa servire, ma andrò a
parlargli.»
«Eviterà che Lacey possa molestare altre
bambine.»
In quel
momento entrarono due camionisti, accompagnati da una folata di
vento gelido. Hugh intascò il resto e si ripromise di riportare
quella conversazione a Nate, nel caso Bud si fosse dimenticato di
andare dallo sceriffo.
Vento e
nevischio continuavano a flagellare la cittadina. Anna chiuse le
pesanti tende sulla notte inclemente. Guardare il vento che
soffiava instancabile da dentro il tepore della casa di solito le
piaceva, ma dopo quella telefonata nessuno doveva occhieggiare
all'interno per spiare.
Quest'ultima era sempre in camera sua e si sentiva ancora
la musica rock a tutto volume. Anna decise di darle un'occhiata.
Bussò alla porta senza ottenere risposta, aprì la porta e vide
Lorna stesa bocconi sul letto, la faccia sepolta nel
guanciale.
Un
campanello d'allarme risuonò nella mente di Anna.
«Lorna?»
La
ragazzina non rispose, Anna spense il giradischi e si avvicinò al
letto. «Lorna, cosa c'è tesoro, stai male?» Poteva vedere le spalle
magre sussultare per i singhiozzi.
Lorna
si girò e volse verso Anna la faccia bagnata di lacrime e gli occhi
gonfi. «Nessuno mi vuole bene.»
«Non è
vero, io ti voglio bene.»
«Ma la
mia mamma no, neanche il mio papà e il signor Kreusi mi odia, mi ha
cacciata da scuola.»
Da dove
cominciare?, pensò Anna, desolata. Tentò di abbracciare la ragazza
ma lei la respinse. «Il signor Kreusi non ti odia, ha dovuto
sospenderti perché hai tentato di appiccare le fiamme alla scuola.
Lo sai che hai fatto una cosa sbagliata, Lorna, e che devi essere
punita per questo.»
«Ma non
mi crede, nessuno mi crede. La mia mamma dice delle cose terribili
contro di me.»
Anna
sentì una stretta al cuore. «Chi te l'ha detto?»
«Mary
Jo mi ha detto che tutti parlano di me, e che mia madre dice che
sono una bugiarda... Perché, Anna?»
Anna
allungò la mano per consolarla e Lorna questa volta le si buttò tra
le braccia, aggrappandosi a lei come a un'ancora di salvezza. Anna
la lasciò piangere tutte le sue lacrime, non poteva fare altro. Ma
una rabbia furiosa l'animava contro Bridget Lacey, contro Mary Jo
che aveva spettegolato con l'amica.
Dopo
quasi mezz'ora, Lorna si acquietò e si lasciò andare esausta sul
letto, gli occhi spenti. Poi pronunciò una sola parola:
«Perché?».
Anna
sospirò, come consolare un dolore così grande?
«Lo so
di aver fatto delle cose sbagliate, ma anche mio padre le ha fatte.
Perché tutti se la prendono con me?»
«Non è
così, Lorna, molti sono con te.»
«E mia
mamma allora? Non mi ama più?» La voce le si ruppe in un
singhiozzo.
«Tua
madre...» Anna tacque, cercando le parole per non ferirla. «Tua
madre ha perso la testa.»
C'era
una richiesta di spiegazione negli occhi di Lorna.
«È come
impazzita, fuori dai gangheri... Vorrebbe allontanare questa storia
terribile da sé, solo che non può.»
«Perché
allora dice quelle orribili cose contro di me?»
«Vedi,
se tu menti, prima o poi tutti dimenticheranno questa storia. La
gente penserà: come ha potuto una bambina inventare quelle bugie?
Ma se è dimostrato che dici la verità, tuo padre finirà in
prigione, e anche se non ci va, dovrà lasciare la città. Non potrà
più stare qui se tutti saranno convinti che ti ha fatto del male.
Tua madre allora sta cercando di impedire che venga a galla la
verità, e inoltre non può credere che tuo padre abbia fatto quelle
cose con te. Soffrirebbe troppo, è più facile sostenere che tu sia
una bugiarda.»
«Anche
tua madre si è comportata così?»
«Non
esattamente, lei quelle cose orribili le ha dette a me, non mi
credeva, per questo sono scappata.»
«Ti ha
mai creduto?»
«No,
mai. Lei è convinta ch'io detesti il mio patrigno» confessò Anna
con rinnovato dolore.
Lorna
singhiozzò ancora. «E se anche mia mamma non mi crederà
mai?»
Che
cosa poteva rispondere Anna? «Penso che tua mamma ti voglia ancora
bene, Lorna. Lei sta soffrendo molto, per questo si comporta così.
Un giorno forse riuscirà a superare il suo dolore e vi
ritroverete.»
«Non
posso nemmeno più tornare a casa» osservò Lorna,
depressa.
«Non è
detto...»
«Posso
stare con te finché non sarò grande?»
Anna
sentì il panico stringerle la bocca dello stomaco. Voleva dirle di
sì, ma con il suo passato, le avrebbero mai consentito di adottare
una bambina?
«Non...
mi vuoi?» chiese Lorna, la voce rotta.
«Oh
sì!» esclamò Anna con slancio, «ma non sono io che decido, sono le
autorità.»
«Dirò
loro che voglio essere adottata da te.»
«Non
basta, tesoro. Dovremo aspettare e vedere.» Un modo subdolo di
tirarsi indietro, si autoaccusò Anna. Ma come poteva dire a Lorna:
''Non sono degna di essere tua madre perché ho rubato, perché mi
sono prostituita per fame''? Anna soffriva nel più profondo
dell'anima, e lacrime brucianti le salirono agli occhi. Ah, poter
cancellare ciò che era stato, le violenze del patrigno,
l'incredulità di sua madre, l'indifferenza degli adulti. Nulla
poteva salvarla dal suo passato.
Lei
però poteva salvare Lorna, evitarle di compiere i tremendi errori
che aveva compiuto lei.
«Sai
Lorna, molte bambine violentate perdono la stima di sé. Pensano di
non valere niente, che chiunque possa abusare di loro. Peggio
ancora, che se un padre ama la propria bambina perché può avere
rapporti sessuali con lei, chiunque potrebbe amarla se offre il suo
corpo.»
Lorna
ascoltava senza fiatare, fissando Anna intensamente.
«Non
pensare mai, mai che non vali niente. E non consentire a nessun uomo di
usarti come ti ha usata tuo padre. Quello che ha fatto con te non
c'entra niente con l'amore. Le persone che ti vogliono bene non
hanno bisogno di averti in quel modo.»
Lorna
annuì, gli occhi lucidi, come se avesse colto il pensiero di Anna.
Ma non disse niente.
«E ora»
concluse Anna, «vediamo di mangiare.»
Dopo
che Lorna si fu coricata, Anna sedette nel soggiorno, l'orecchio
teso all'urlo del vento che scuoteva i vetri delle finestre. Aveva
un libro tra le mani, senza riuscire a leggerne una riga. Guardava
ogni tanto il telefono resistendo all'impulso di chiamare il suo
patrigno. Decisamente, la faccenda di Lorna scombussolava il suo
precario equilibrio psichico. Lei non aveva dimenticato nulla,
semplicemente era riuscita a tenere a bada il passato, quasi che
fosse appartenuto a un'altra. Ma stasera i ricordi sembravano
vicinissimi, si sentiva in pericolo, e chiamare quell'uomo era la
cosa peggiore da fare, nel suo stato di fragilità emotiva. Anna
sospirò e accarezzò Jazz, acciambellata sulle sue ginocchia.
«Buona, Jazz, buona.»
Il cane
le leccò affettuosamente la mano e poi tornò ad
appisolarsi.
In quel
momento il telefono squillò, facendola sobbalzare di terrore. E se
fosse stato il temuto patrigno? Non era possibile, da sedici anni
lei era scomparsa e aveva persino cambiato cognome. Ciononostante,
allungò una mano tremante verso il ricevitore. «Pronto?»
disse.
«Anna?»
Era Hugh, e il suo tono era preoccupato. «C'è qualcosa che non
va?»
«No...
no, stavo solo... pensando a Lorna» mentì lei.
«Ah! Ti
ho telefonato perché avevo una strana sensazione che tu fossi in
difficoltà.»
«No...
sto bene... davvero.» Non voleva interrompere la conversazione,
perciò disse la prima cosa che le passò per la testa: «Ha smesso di
nevicare».
«È
vero, domani mattina vengo subito da te a spalare la neve, non
potete farlo da sole.» Nella sua voce c'era come un
sorriso.
Il
primo impulso di Anna fu di rifiutare, ma aveva tanta voglia di
vederlo, perciò accettò e lo ringraziò. Poi lui chiese con una
certa esitazione: «Hai ricevuto altre telefonate
anonime?».
«No. Ma
Lorna era in lacrime stasera perché pensa che sua madre non le
vuole più bene.»
Hugh
tacque, poi lo sentì sospirare. «Anna, so che avete molto da fare
ma... se tutte e due mi date una mano per il ranch, Lorna forse
sarà distratta dai suoi problemi. Non voglio impormi, davvero, ma
ho pensato che Lorna ha bisogno di fare qualcosa di costruttivo, di
sentirsi utile, di uscire dalla sua angoscia. Hai qualche idea
migliore?»
Anna si
chiese se lui non le stava manipolando, ma era stata chiara con
lui, non intendeva far parte del ranch. Ma ciò che proponeva ora
coinvolgeva anche Lorna.
«È
un'ottima idea» rispose finalmente, «quando possiamo
cominciare?»
«Potrei
portarvi tutt'e due a vedere il ranch uno di questi giorni.
Parlagliene prima, di modo che possa pensarci, e se durante il
finesettimana le strade saranno sgombre di neve, potremmo andarci.
Sono realmente interessato alla sua opinione, è in grado di dire
ciò che piace e serve ai ragazzi della sua età.»
«Sarà
gratificata dalla tua richiesta. Facciamo sabato.»
«Perfetto.» Hugh tacque e il silenzio tra loro era
stavolta normale, rilassato. Lei se lo sentì vicino, e l'avrebbe
voluto accanto a sé sul divano.
«Sono
stato da Bud Marshall, dopo che sono uscito da te» continuò Hugh,
«e mi ha detto una cosa interessante a proposito di Al Lacey. Ha
smesso di portare la figlia nel suo studio dentistico due anni fa
perché non gli piaceva il modo in cui Lacey guardava la
bambina.»
«Davvero?»
«Sì,
gli ho detto di rivolgersi allo sceriffo, non so se lo farà.
Potrebbe essere utile. Non riesco a immaginare cos'è che spinge un
uomo ad abusare di un bambino.»
«Neanch'io» disse lei esitante, poi aggiunse: «E tu, come
stai, Hugh?».
Lui
rimase in silenzio, infine con una risatina disse: «Si
sente?».
«Che
cosa si sente?»
«Che è
una brutta notte... non so perché.»
«Forse
perché non è bello starsene da soli ad ascoltare l'ululato del
vento» azzardò lei.
«Può
darsi. Ti mette paura?»
«Un po'
sì» ammise, con uno slancio verso di lui. «Lotto contro la
tentazione di telefonare al mio patrigno».
Lui
fece una risatina. «Quanti anni ha?»
Anna
non ci aveva mai pensato, non era più tanto giovane.
«Sessantacinque, sessantasei...»
«Il
bastardo potrebbe anche essere passato a miglior
vita.»
«Magari» sospirò lei. Che
orribile speranza, pensò.
«È
finito in galera?»
«No,
gli hanno dato cinque anni con la condizionale.»
«Poco.»
«È
frequente in questi casi. È difficile avere le prove, e nessuna
corte ha voglia di trascinare un bambino in tribunale per
testimoniare. Neanch'io ho voluto testimoniare. Ero nel panico
all'idea di vedermelo di fronte e dire ciò che mi aveva
fatto.»
«Lorna
si sentirà allo stesso modo.»
«È
probabile. Sai, mi sono chiesta perché. Non riesco a cancellare
dalla memoria ciò che mi ha fatto, dovrò conviverci sempre e
tuttavia non sono stata in grado di dirglielo in
faccia.»
«Eri
terrorizzata, Anna. Ti ha ferita, ha abusato di te, ha esercitato
il suo potere su di te. Come potevi affrontarlo? Scommetto che
neanche adesso lo vorresti fare.»
Anna
respirò a fondo, turbata dalla perspicacia di Hugh. «No, neanche
adesso.»
Un nodo
in gola le impedì di aggiungere altro. La sensibilità di quell'uomo
la faceva quasi stare male, come se avesse finalmente trovato la
persona in grado di prendersi cura di lei, una persona in cui
credere e su cui appoggiarsi. La sola idea la spaventava, la
prospettiva di riaprire tremende ferite la paralizzava. No, non
poteva nutrire fiducia né in lui né in nessuno.
«Mi
dispiace parlare di quest'argomento» si scusò Hugh con
sincerità.
«Non ho
pensato ad altro, stasera» riconobbe lei, «ma hai ragione, non
voglio parlarne ancora. Prima di Lorna ero riuscita a rimuovere per
mesi interi. Non che l'avessi dimenticato, ma era un pensiero che
non si impossessava più di me, capisci?»
«Capisco perfettamente. Solo che non esiste la cura
pronta, neanch'io riesco a liberarmi dai ricordi che vorrei
dimenticare. Bisogna attraversarli finché non si attutiscono da
soli. In effetti, la cura migliore è uscire e andare da qualche
parte, ma stasera non è attuabile.»
Lei
rise sommessamente. «Potrei uscire e costruire un pupazzo di
neve.»
«Se il
vento non ti porta via» scherzò lui.
Restarono al telefono quasi un'ora, chiacchierando di
tutto. Lui le parlò dei lavori che faceva al tetto della chiesa e
lei del concerto che il gruppo giovani stava preparando per Natale.
Quando finalmente si salutarono, Anna si sentiva calma e aveva
smesso di pensare al suo patrigno. Si coricò contenta, scivolando
in un sonno profondo.
Il
sabato successivo il sole brillava e l'aria era tersa e tiepida. La
neve cominciava a sciogliersi, trasformando le strade e i
marciapiedi in un pantano. La benedizione di quella giornata
assolata rincuorò Anna, era probabilmente l'ultima fino alla
primavera successiva, già per domenica notte si prevedevano nuove
tormente di neve sulla regione provenienti dalle Montagne
Rocciose.
Lorna
era così eccitata che, sin dal primo mattino, si era piazzata
davanti alla finestra in attesa di Hugh. Era tornata a scuola e
aveva scoperto con sollievo che nessuna delle compagne le aveva
voltato le spalle, anzi tutte si preoccupavano per lei. Finalmente
Hugh arrivò e si sedettero davanti nel furgone con lui, Lorna in
mezzo che chiacchierava, felice ed euforica per la
gita.
«Il
ranch è a una quarantina di chilometri da qui, verso est» le
informò Hugh, «la terra non è adatta a uso agricolo, ma c'è tanto
spazio per andare a cavallo, passeggiare, campeggiare e magari
anche pascolare due o tre mucche.»
Lorna
ascoltava attenta poi chiese: «Ospiterai anche delle ragazze,
vero?».
«Senz'altro.»
«Non ne
posso più di questi maschi che credono di essere gli unici a saper
fare le cose» dichiarò Lorna, con piglio femminista.
Hugh le
lanciò uno sguardo divertito. «Da tempo sono convinto che le donne
sono in grado di fare le stesse cose dei maschi»
convenne.
Lorna
sorrise soddisfatta.
«Eccetto per ciò che richiede la forza fisica» intervenne
Anna.
«In
genere sì, ma ci sono eccezioni. Perciò è meglio non farne una
regola» interloquì lui, argutamente. Il suo atteggiamento le
piacque.
Erano
giunti al ranch. Anna, sorpresa, vide una fattoria di due piani, in
buone condizioni, con stalla annessa e accanto un edificio che
assomigliava a un motel.
«Un
tempo questo era un agriturismo» spiegò Hugh, mentre parcheggiava
di fronte alla casa. «I proprietari hanno chiuso cinque anni fa,
non riuscivano a mantenersi con il turismo, però hanno continuato a
fare la manutenzione per poter vendere il ranch a un buon prezzo.
Solo che nessuno voleva comprarlo a parte me, così hanno dovuto
abbassare le loro pretese.»
«Hai
fatto un buon affare» azzardò Anna.
«Un
ottimo affare» confermò Hugh con un sorriso soddisfatto. E la sua
espressione era quella di chi ha finalmente realizzato il proprio
sogno. Scese dal furgone e chiese alle due donne: «Volete vedere
l'interno?».
«Certo!» esclamò Anna, e si voltò verso Lorna che si
guardava intorno con grande attenzione.
«Ci
saranno dei cavalli?» chiese la ragazzina.
«Ci
puoi contare.»
«Mio
padre ci aveva promesso di comprare un cavallo, ma poi ha
rinunciato. Diceva che costava troppo, che richiedeva troppo lavoro
e che non eravamo capaci, io e mia sorella, a
governarlo.»
«I
ragazzi che vivranno nel ranch saranno responsabili dei cavalli,
saranno loro a curarli» spiegò Hugh, «non darò loro
tregua.»
Lorna
ridacchiò, e tutti insieme si avviarono verso l'ingresso. Anna
apprezzò la grande veranda di legno, ci sarebbe stata bene una
sedia a dondolo e anche un'amaca per godersi le lunghe serate
estive. Con la fantasia, popolò la casa di gente, adulti e bambini,
la grande famiglia di cui era stata privata tanti anni prima.
Nonni, genitori, figli e nipoti raccolti sulla veranda a bere tè
ghiacciato e limonata. Ma la neve tutt'intorno la riportò alla
realtà. Entrarono nella casa direttamente in un enorme salone con
il camino.
«Qui
pensavo di fare la sala comune per i ragazzi» spiegò Hugh, «di là
c'è una sala da pranzo dove possono mangiare trenta persone comode.
Vorrei mettere dei tavolini da quattro, è più intimo.» Le pareti
del soggiorno erano ricoperte di legno come negli chalet di
montagna, mentre nella sala da pranzo la tappezzeria di carta era
strappata in più punti. «Toglierò la tappezzeria di carta e
imbiancherò le pareti» continuò Hugh, dando voce ai suoi progetti.
«La stanza sarà più luminosa.»
Anna
approvò e Hugh le condusse nell'enorme cucina già equipaggiata per
il servizio ristorante.
«Tutto
funziona perfettamente, basta accendere il fuoco e preparare da
mangiare per le folle. Ero preoccupato per il forno che si scalda
molto, essendo un forno per ristorante. Temevo che i ragazzi si
bruciassero, ma è perfettamente isolato, quindi nessun
pericolo.»
Aveva
pensato a tutto, si disse Anna meravigliata.
«Il
lavello è fuori misura ovviamente, ma funziona esattamente come
quello di casa. Potranno usarlo allo stesso modo. I ragazzi
dovranno imparare a cucinare e a rigovernare da soli. È il minimo
che richiede la vita in comune. E non ho intenzione di assumere del
personale che lo faccia al posto loro, questo non sarà un
albergo.»
«Anche
a casa si lavano i piatti» osservò Lorna.
«Esatto, e chiunque dev'essere in grado di cucinare, ho
imparato anch'io.»
Poi
mostrò loro i due bagni, uno per le femmine l'altro per i maschi, e
infine le condusse al piano di sopra.
«È la
parte che preferisco della casa, l'appartamento privato della
famiglia.»
Anna
era conquistata dal ranch. Sopra c'erano tre camere da letto, un
piccolo soggiorno, un bagno e una minicucina. «Che bella vista!»
esclamò, guardando dalla finestra verso l'aperta campagna. «Mi
piace molto questa casa.»
«È
perfetta non è vero? Per me è grande, ma se solo venisse un socio
con famiglia potrebbe usarla e io dormire nella casa degli
ospiti.»
«Potresti starci con la tua famiglia» osservò Anna
con tono leggero.
Hugh
sorrise imbarazzato. «Chi vuoi che metta su famiglia con un
veterano disastrato come me?»
«Eppure
Wendy Tate ha sposato Billy Joe Yuma» gli ricordò lei.
«Wendy
era giovane e inesperta» ribatté lui, «no, scherzo, ma non ce ne
sono tante come lei. Comunque loro sono felici.»
«Esatto.»
«Meglio
non fare sogni irrealizzabili, ti rendono solo triste.» Hugh
sorrise con una punta di mestizia.
«Sono
sicura che qualcuno ti vorrà» intervenne Lorna, «sei molto
gentile.»
Hugh
rise di cuore. «Lo dirà il futuro, Lorna.»
Uscirono per visitare la casa degli ospiti. Era stata
pensata come un motel, ogni camera aveva il suo bagno.
«Potrei
sistemare quattro ragazzi per stanza con dei letti a castello»
spiegò Hugh, «significa che potrei ospitare fino a quaranta
ragazzi. Certo non all'inizio, è meglio non fare il passo più lungo
della gamba.»
«Hai
ragione» disse Anna, «che tipo di aiuto pensi di
procurarti?»
«Adulti
in grado di ricreare un'atmosfera familiare, i ragazzi devono
imparare cose nuove aiutati da insegnanti disponibili ad
ascoltarli. Voglio che i ragazzi imparino la fiducia in se stessi e
come convivere con gli altri.»
«Insomma, vuoi dar loro ciò che gli è mancato a
casa.»
«Esatto. Ci saranno sicuramente problemi di comportamento
da risolvere, perciò voglio l'appoggio di uno psicologo, ma ho
pensato soprattutto a te. So delle belle cose che fai con i giovani
della parrocchia, Anna, e di come ti seguono con fiducia. Ho
bisogno di qualcuno come te.»
Anna si
sentì la bocca secca per il panico. Come dirgli che non l'avrebbero
mai ritenuta idonea per occuparsi di bambini difficili? Che se lui
l'avesse coinvolta nei suoi piani avrebbe trovato tutte le porte
chiuse? Chiunque facesse delle indagini sul suo passato, e così
sarebbe stato se lei si fosse proposta come educatrice, avrebbe
trovato molte ombre da diradare.
«Anna,
che cosa ti prende?»
La voce
preoccupata di Hugh la risvegliò dalla sua triste fantasticheria.
Si accorse di avere le mani strette a pugno e la bocca contratta in
una smorfia di paura.
«Anna,
sei diventata pallida come uno straccio, e ora sei qui rigida come
un palo. Che cosa ho detto di sbagliato?»
«Nulla... nulla» gridò quasi lei, dispiaciuta. «Ho
avuto... un giramento di testa. Ora sto meglio.»
Lui la
fissò, incredulo. «Non mi pare, ma se lo dici tu.»
La
sostenne al momento di uscire, come se avesse paura di vederla
svenire. Anna fu toccata da tanta premura e, riavutasi, insistette
per vedere la stalla con i box dei cavalli e le rastrelliere per il
fieno.
«Avevano solo cavalli» spiegò Hugh, «io dovrei invece
procurarmi anche qualche mucca o qualche pecora di modo che i
ragazzi possano occuparsene. Che ranch sarebbe senza
bestiame?»
«Mi
piacciono le mucche» disse Lorna, gli occhi scintillanti per
l'eccitazione, «e anche le pecore. Che buona idea,
Hugh!»
«Mi fa
piacere che approvi» disse Hugh, senza la minima ironia. Ascoltava
la ragazzina con grande interesse e attenzione come se fosse
un'esperta nel suo campo.
Anna li
guardava e si sentiva rimescolare tutta da una nostalgia e un
desiderio cui non riusciva a dare un nome. Poi si riscosse, non era
il caso di desiderare ciò che non avrebbe mai potuto
avere.
Tornando a casa, Lorna chiese se poteva andare da Mary Jo
a dormire. Anna esitò, memore dei pettegolezzi dell'amica e chiese:
«Quando te l'ha chiesto?».
«Mi ha
telefonato stamattina.»
«Perché
non me l'hai chiesto prima?»
«Avevo
paura che tu rifiutassi.»
Anna
sospirò e vide Hugh che sorrideva, divertito. «I suoi genitori sono
al corrente?»
«Sì, è
stata sua mamma a proporlo.»
«Va
bene, allora. A che ora ti devo portare e quando
torni?»
«Devo
essere lì nel pomeriggio per cenare con loro e domani mattina mi
riaccompagnano a casa dopo la messa.»
«Sì,
prima però devo parlare con i signori Weeks.»
«Come
mai?» s'inquietò Lorna.
«Devo
discutere di una cosa con loro» tagliò corto Anna.
Hugh le
lasciò a casa e rifiutò un invito a pranzo. Anna lo vide scomparire
all'angolo della strada, chiedendosi se avevano fatto qualcosa che
l'aveva urtato. Passò in rassegna la mattinata per scoprire una
possibile sua gaffe senza trovare nulla da eccepire nel
comportamento suo e di Lorna, ma le rimase addosso una certa
ansia.
Poi
ragionò: forse Hugh aveva davvero da fare, o forse una mattinata
con loro gli era bastata. Infine scacciò quei pensieri molesti. Nel
pomeriggio, mentre Lorna preparava lo zainetto, Anna telefonò ai
Weeks. Rispose la signora.
«Ciao,
Mildred, sono Anna.»
«Anna,
come stai e come sta Lorna?»
«Stiamo
bene, grazie. Lorna mi ha detto che l'avete invitata a dormire da
voi, è vero?»
«Certo»
confermò Mildred. «L'aspettiamo con piacere.»
«Anche
lei è contenta. Devo dirti una cosa, però, il tribunale ha proibito
ai genitori di Lorna di avere contatti con la figlia, lo
sapevi?»
«Sì. Ma
sta' tranquilla, Anna, io e Bill non li lasceremo avvicinare la
bambina. La madre si comporta in un modo inqualificabile! Se fosse
successo a me, me ne sarei subito andata con le mie figlie e non
sarei tornata prima di sapere la verità. E comunque non sarei
andata in giro ad accusare mia figlia di essere una bugiarda. È
imperdonabile!» esclamò la signora Weeks, indignata.
Anna
sentì un'ondata di calore pervaderla e provò gratitudine per la
generosità di Mildred. «C'è un'altra cosa, in città girano molti
pettegolezzi...»
«Lo so,
lo so» l'interruppe Mildred, «e ho sgridato Mary Jo per averli
riportati a Lorna. Mia figlia ne era tutta eccitata, non pensava di
poter ferire la sua amica. Ma non preoccuparti, da noi Lorna non
sentirà una parola di ciò che stanno dicendo in giro. Povera
bambina, le stanno dando della bugiarda.»
«Lorna
dice la verità» si sentì obbligata a precisare Anna.
«Le
credo assolutamente» confermò Mildred con sicurezza. «Era più di un
anno che avevamo proibito a Mary Jo di recarsi dai Lacey, non che
lui avesse fatto qualcosa di riprovevole, ma era la situazione che
ci metteva a disagio.» Tacque e rifletté un minuto. «Sì, nulla di
riprovevole, solo una sensazione, non so se mi
capisci.»
«Ti
capisco benissimo.»
«Ora mi
sento in colpa, se io e Bill avessimo puntato il dito su quella
situazione, Lorna non avrebbe subito gli orribili abusi dal
padre.»
«Siamo
in molti a pensarla così.»
La
signora Weeks sospirò con rammarico. «Con il senno di poi non si
rimedia nulla.»
Si
salutarono e Anna si sentì sollevata da quella conversazione
cordiale. Lei si preoccupava troppo per Lorna, non la poteva
difendere dai pettegolezzi, non certo ora che era tornata a scuola
e che ciascun allievo poteva riportarle ciò che udiva a casa.
Povera Lorna!
Incapace di concentrarsi su un qualsiasi lavoro, Anna
prese Jazz e la portò a spasso davanti a casa.
In
serata ricevette un'altra telefonata anonima che minacciava di
farle pagare caro il suo interessamento per Lorna. Anna rimase
seduta sul divano, con il ricevitore in mano, dopo che l'uomo ebbe
riagganciato, lo sguardo perso nel nulla, raggelata dalla paura.
Voleva urlare, infuriarsi, insultare quel codardo che la tormentava
ma qualcosa la paralizzava. Nascondeva troppi segreti e sapeva
quanto fosse vulnerabile. Bastava che qualcuno frugasse nel suo
passato per rovinarla agli occhi dei suoi
concittadini.
Con
mano tremante, mise giù il ricevitore e rifletté sul da farsi.
Inutile chiamare Nate, non poteva fare niente. D'altra parte,
nessuno conosceva i suoi trascorsi da giustificare le minacce. Al
Lacey aveva già abbastanza gatte da pelare per conto suo, come
poteva correre il rischio di farsi beccare e incriminare per quelle
telefonate minatorie?
Jazz si
fregò alla sua gamba, chiedendo di essere presa in braccio. Con un
sospiro, Anna la tirò su e cominciò a carezzare il corpicino
morbido e tiepido. Da tempo non si sentiva così sola e disperata,
prigioniera delle proprie paure. Altro che passato, il suo presente
ne era pesantemente condizionato. Ogni scelta comportava dei
rischi, ponendola in una situazione che lei cercava disperatamente
di evitare.
Il
telefono squillò di nuovo e lei decise di non rispondere, poi una
rabbia folle si impossessò di lei e alzò il ricevitore, decisa a
ricoprire d'improperi il suo persecutore.
«Pronto» gridò.
Ci fu
un silenzio all'altro capo del filo, poi la voce calda di Hugh.
«Che cosa ti succede Anna?»
«Ho
ricevuto un'altra di quelle telefonate anonime» disse, incapace di
controllare il furore.
Hugh si
lasciò scappare un'imprecazione. Poi annunciò: «Sono da te fra
dieci minuti».
«Non...» Ma lui aveva già messo giù il telefono. Anna
provò un gran senso di sollievo, per le ore a venire non sarebbe
dovuta sedere tutta sola sul divano con lo sguardo rivolto ai
ricordi.
Hugh fu
colto da una rabbia gelida dopo aver sentito Anna. Corse a
vestirsi. Aveva girato come un'anima in pena tutto il pomeriggio
per la casa, dandosi dello scemo per non avere accettato l'invito
di Anna a pranzo. Poi si era sdraiato sul divano, ascoltando i
rumori del vecchio palazzo e chiedendosi per la centesima volta che
cosa stesse facendo lei in quel momento. Come trascorreva la
serata? Sola e triste come lui, senza nulla da fare? Finalmente si
era deciso a telefonare. Era il minimo dopo averle piantate, lei e
Lorna, davanti alla loro porta senza accettare l'invito. Anna gli
era parsa sorpresa, anzi dispiaciuta. Era stato maleducato, le
doveva delle scuse.
Conoscendola, lei non avrebbe mai indagato sulle ragioni
della sua fuga, e cioè che lui temeva di dare retta ai desideri che
gli suscitava dentro, ai sogni che gli faceva balenare quasi a
portata di mano. Ma come illudersi che Anna potesse provare
interesse per un uomo come lui? Date poi le penose esperienze
passate, lei non si sarebbe interessata a nessun uomo. Ma ora, dopo
averle parlato, non pensava più alle scuse, no, avrebbe voluto
avere quel bastardo tra le mani per strangolarlo... Anna non
meritava un tale trattamento, Hugh non aveva mai conosciuto una
donna così degna di rispetto. Dopo gli abusi del patrigno e
l'insensibilità della madre, era un miracolo che lei fosse ancora
così generosa. Ormai vestito, si precipitò fuori. Non riusciva a
pensare ad altro che alla paura di Anna. Doveva essere per forza Al
Lacey, solo quel delinquente poteva pensare che la sua
incriminazione fosse colpa di Anna. Maledizione!
Guidò
velocemente nelle strade ghiacciate, attento a non slittare e
arrivò da Anna dopo dieci minuti, come le aveva promesso. Lei
sorvegliava la via dietro i vetri della finestra, e ancor prima che
Hugh suonasse alla porta, gli aprì. Lui entrò senza farsi invitare
e, con slancio, la prese tra le braccia e la strinse a
sé.
Anna
esitò appena prima di abbandonarsi contro di lui. Dio, com'era
felice di tenerla tra le braccia! pensò Hugh, chiudendo gli occhi e
assaporando quella sensazione. Poi chinò la testa e le sfiorò i
capelli con un bacio lieve. Ci fu come un campanello d'allarme
nella sua mente, ma lui lo ignorò. Era necessario stare così,
vicini. Poi si disse che doveva lasciarla andare per parlarle, per
placare la sua ansia, per farle sapere che non doveva più sentirsi
sola.