3
Finito di ispezionare il
tetto, Cowboy rimase deluso di non trovare Anna in ufficio. Si
limitò a fare un preventivo dei lavori e a comunicarlo a Dan, poi
si avviò con il suo furgone verso casa. Guidando nella città
semideserta ripensò alla sua storia, alla depressione che l'aveva
colpito dopo la guerra del Golfo, contro l'Iraq. Era successo a
molti veterani come lui, eppure si vergognava lo stesso di questa
sua debolezza. Aveva solo fatto il suo dovere di soldato, ma le
orrende immagini del conflitto lo tormentavano ancora sotto forma
di incubi. Per questo evitava di rimuginare i ricordi e si sforzava
di guardare avanti.
Giunto
finalmente a casa, salì nel suo monolocale al secondo piano del più
vecchio albergo di Conard City. Un tempo era stato un albergo di
lusso, non lontano dalla stazione ma neanche tanto vicino da essere
disturbati dal fumo delle vecchie locomotive. Ora le pareti erano
annerite e umide, le scale un po' traballanti e le porte di legno
semisconnesse. Tuttavia, il suo appartamento appariva accogliente,
era composto da un unico locale molto vasto, con un'alcova dove era
sistemato il letto e una nicchia con un fornello per cucinare.
C'era anche un bagnetto con la doccia. Le grandi finestre si
aprivano sulla strada, a sud, e persino d'inverno il sole inondava
di luce lo stanzone. Era la sistemazione più economica che avesse
trovato in città.
Quel
pomeriggio però la casa gli parve buia, triste e desolata. Si
affrettò ad accendere due lampade ma la situazione non migliorò. Il
tempo grigio non invogliava alla solitudine, perciò decise di
offrirsi una cena al ristorantino di Maude, di fronte alla chiesa.
Riuscì velocemente e vi si avviò con il furgone, rifacendo la
strada inversa. Quando mise piede nel ristorante ben illuminato,
era quasi buio. Si accomodò a un tavolo accanto alla vetrina e
mentre consultava il menù, vide Dan e Anna che uscivano dalla
chiesa e si dirigevano alle rispettive macchine. La vecchia
automobile di Anna invece di andare verso casa puntò verso la
piazza del palazzo di giustizia, seguita da Dan.
Hugh
scrollò le spalle e tornò al suo menù. Forse avevano una riunione,
si disse.
«Allora, Cowboy, hai scelto?» chiese Maude nel suo solito
modo brusco piazzandogli davanti una tazza di caffè. Era una donna
di mezza età, piuttosto in carne, con i capelli brizzolati e una
faccia ingrugnita. «Mangia con gusto, che questa sera arriva la
neve.»
Lui le
sorrise, ma lei non ricambiò. Maude era avara di sorrisi. «Due
cheeseburger con la pancetta, patate fritte e una porzione di
spinaci, per favore.»
«Di
spinaci?» si meravigliò lei.
«Se ci
sono.»
«Ci
sono, ma tutti mangiano l'insalata, qui.»
«Be', a
me piacciono gli spinaci» insistette lui.
La
donna prese l'ordinazione e si precipitò in cucina, lasciandolo
solo con il caffè a guardare fuori nella notte. Faceva caldo
dentro, si stava bene. I clienti entravano e uscivano e Hugh decise
di fermarsi il più possibile al ristorante. Non aveva voglia di
tornare nel suo appartamento vuoto.
L'incontro tra il giudice e Lorna Lacey era stato fissato
per le cinque, quando tutte le udienze erano terminate. Nell'aula
sedeva già Lorna, al banco della difesa, con il suo avvocato. Anna
non lo riconobbe, forse veniva dalla città vicina. Il pubblico
ministero se ne stava per conto suo e sfogliava una pratica,
probabilmente quella di Lorna.
Oltre
Dan e Anna, erano presenti i genitori della ragazza, un'impiegata
del tribunale e una stenografa. Vicino alla porta due uscieri
chiacchieravano con lo sceriffo Tate. In quel momento la porta si
aprì e uno degli uscieri disse: «Signori, la corte». Tutti si
alzarono quando il giudice, una donna, Francine Williams, fece il
suo ingresso. Quest'ultima si sedette e tutti la imitarono.
Sbrigate le formalità d'uso, il giudice parlò: «Suggerisco di
passare all'interrogatorio visto che sappiamo tutti perché siamo
qui».
Avvocato e pubblico ministero si dichiararono d'accordo e
lei riprese: «Vediamo di finire per cena. Questo è un caso
insolito, riteniamo che la prigione della città non sia adatta per
ospitare una ragazzina, perciò vediamo se possiamo farla
beneficiare della libertà in attesa del giudizio. Siete d'accordo
signori?». Il pubblico ministero annuì ma obiettò: «Non ci
opporremo, tuttavia c'è un fatto che dovrei segnalare. La signorina
Lacey ha dichiarato davanti allo sceriffo Tate che se la rilasciamo
ripeterà il suo gesto».
Anna
strinse i pugni.
Il
giudice si rivolse a Tate: «È vero, sceriffo?».
«Sì,
vostro onore.»
Il
giudice chiese all'avvocato di Lorna: «Avvocato Carlisle, che cosa
ha da dire?».
L'avvocato si schiarì la gola e dopo essersi alzato
rispose: «Devo consultarmi con la mia assistita, vostro
onore».
«Le
ricordo che se la sua assistita mantiene la minaccia non potrò
farle avere la libertà condizionale.»
«Certo,
vostro onore.»
L'avvocato si consultò con la ragazza, mentre Anna si
sentiva morire dall'ansia e dall'impotenza.
«La mia
assistita è consapevole delle conseguenze che comporta la sua
dichiarazione» disse l'avvocato.
«Significa che non ritira la minaccia?» chiese il
giudice.
«Per...
per ragioni etiche... vostro onore... Io....» balbettò l'avvocato,
impotente.
Si
sentì un lamento nell'aula silenziosa, la madre di Lorna era sul
punto di scoppiare a piangere.
Il
giudice, perplesso, fissò la ragazzina.
«Non mi
lascia scelta, signorina.»
Il
pubblico ministero fece un passo avanti. «Ci sarebbe una soluzione,
vostro onore, lo sceriffo è disponibile a ospitare la signorina
Lacey a casa sua e a farsi carico della sua custodia. Ciò le
eviterebbe di passare la notte in cella.»
«Non è
la prassi.» Il giudice Williams sembrava perplesso. «L'unica cosa
che posso fare, se il pubblico ministero è d'accordo, è di
interrogare l'accusata garantendole l'immunità, cioè senza usare le
sue risposte contro di lei. Mi sono spiegata?»
Sia il
pubblico ministero sia Lorna annuirono.
«Bene»
cominciò il giudice, «signorina Lacey, lei vuole restare qui in
prigione, mi pare di capire?»
«Sì.»
«Può
spiegare perché?»
Lorna
alzò la testa che aveva sempre tenuto ostinatamente china e fissò
il giudice negli occhi con una tale angoscia che Anna si sentì
mancare. «Perché sono cattiva! Faccio delle brutte cose e
continuerò a farle. Ho tentato di incendiare la scuola, se mi
lasciate libera ci riproverò.»
Lorna
piegò la testa e cominciò a singhiozzare.
Il
giudice sospirò. «Vorrei ritirarmi in camera di consiglio. Venga
anche lei, signorina Lacey e lei, sceriffo Tate. Vorrei che
ascoltasse la deposizione di Lorna, se il suo avvocato lo
consente.»
Quest'ultimo si alzò in piedi e dichiarò: «Nessuna
obiezione, vostro onore, per me va bene».
«Lei è
stato scelto dalla famiglia di Lorna?» chiese il
giudice.
«Sì,
vostro onore.»
«Lei
conosce i suoi doveri?»
L'avvocato Carlisle pose le mani sulle spalle della
bambina. «È la mia assistita, sono stato chiaro con la famiglia»
disse, quasi offeso.
«Se lo
ricordi sempre, e adesso andiamo in camera di consiglio» lo ammonì
severamente il giudice.
Anna
intuì ciò che stava per succedere, si sarebbero dette delle cose
che non si potevano pronunciare ad alta voce, cose che nessuno
aveva voglia di sentire e che implicavano persone conosciute. Cose
che Anna sapeva già.
Appena
il giudice e gli altri furono nella camera di consiglio, il padre
di Lorna si alzò e senza guardare in faccia nessuno lasciò l'aula.
La moglie lo seguì a ruota.
Dan si
avvicinò ad Anna. «Sto pregando perché non sia vero...» mormorò,
distrutto.
Anna
lottò contro la tempesta di emozioni che la scuoteva. «Povera
piccina» riuscì ad articolare, «povera, povera
piccina.»
«Forse
non è ciò che pensiamo?» azzardò il reverendo.
Anna
non rispose. Non nutriva speranze. «Perché nessuno l'ha
trattenuto?»
«Chi?
Al Lacey? Non puoi impedirgli di andarsene, non ci sono prove, è
per questo che il giudice ha voluto con sé lo sceriffo. Se Lorna
parla, Nate provvederà.»
Anna
strinse le mani con forza. «Speriamo, speriamo che dica tutto al
giudice.»
«Non è
detto» ribatté Dan, «c'è troppa gente in aula.»
«Lo
so.» Eccome lo sapeva, lei. Certe cose non potevano essere
dette.
Venti
minuti più tardi, la corte fece ritorno in aula. Il giudice fece la
sua dichiarazione.
«La
signorina Lacey verrà affidata in custodia cautelare allo sceriffo
Tate. Lo ripeto, avvocato Carlisle, se la sua assistita desidera
ritirare la minaccia o desidera confidare a lei o a qualsiasi altro
la ragione del suo comportamento, potremo ottenere la scarcerazione
immediata.»
«Sì,
vostro onore.»
«La
signorina Lacey starà di notte a casa dello sceriffo e di giorno
tornerà in cella, e inoltre dovrà avvalersi di un supporto
psicologico una volta alla settimana. Lo sceriffo Tate dovrà
provvedere a farla accompagnare da un suo vice.
Obiezioni?»
Nessuno
fiatò.
«Signorina Lacey, la possiamo rilasciare se promette di
comportarsi bene mentre è a casa dello sceriffo. Niente incendi,
niente fughe, nessuna sciocchezza del genere. Lo
promette?»
«Sì,
signora.»
Anna
lasciò andare un sospiro di sollievo. Lorna era in buone mani nella
casa dello sceriffo che aveva cresciuto sei belle e allegre
figliole, tre di cui vivevano ancora con i genitori.
«Inoltre, da qui al processo, la signorina Lacey non avrà
contatti con nessun membro della sua famiglia se non in presenza di
un delegato di questo tribunale o dell'ufficio dello sceriffo. Mi
ha sentito, signorina Lacey?»
Lorna
rialzò la testa e guardò il giudice. «Sono d'accordo» disse, «posso
però vedere mia sorella?»
«Quanti
anni ha?»
«Quattro.»
Il
giudice esitò. «Non subito» sentenziò alla fine. «Vediamo prima che
cosa succede. Non vorrà mettere sua sorella in una situazione
difficile, vero?»
Lorna
sbiancò. «No» gridò quasi, «non voglio vederla per niente,
piuttosto.»
Francine Williams annuì. «Meglio così, per il momento.
Signorina Lacey, tutti noi siamo qui per aiutarla. Scelga la
persona di cui si fida maggiormente e ci dia le informazioni che
attendiamo. Non la lasceremo sola.»
Anna
riprese la sua macchina parcheggiata di fronte al tribunale e guidò
verso la chiesa. Doveva prendere Jazz, ma prima doveva acquistare
un collare e un guinzaglio, nonché del cibo per cani. Comprò anche
della verdura e della frutta e si rimise in marcia verso la chiesa.
Veniva giù del nevischio e l'asfalto era lucido di acqua. Anna
ripensò all'udienza. Finalmente un giudice che si degnava di
scendere dal suo scranno e si mostrava comprensivo nei confronti
dell'accusato. Siamo qui per aiutarla.
Scelga la persona di cui si fida maggiormente, non la lasceremo
sola, aveva detto. In qualche modo
Anna doveva convincere Lorna a ritrovare la fiducia in uno degli
adulti presenti: lo sceriffo, il reverendo, il giudice, lei stessa.
Chiunque volesse aiutarla.
Fermò
la macchina di fronte alla chiesa ed entrò nel suo ufficio. Jazz
l'accolse festosamente, abbaiando e scodinzolando. Lei tornò verso
l'auto con la gabbia in mano e l'appoggiò sul sedile dietro. Poi
avviò il motore, senza risultato. Riprovò, la macchina non si
mosse. Decise di aspettare cinque minuti nel caso il motore si
fosse ingolfato, poi fece un altro, inutile, tentativo. La notte
intorno a lei si era fatta fonda, le vie erano desolatamente vuote.
Un tempo si sentiva protetta dall'oscurità, ora la temeva. Era
pericolosa per i giovani e i deboli. La notte Anna preferiva
chiudersi nella sua casetta. Rabbrividì, colpa dell'umidità che
impregnava l'aria o della paura? Qualcuno bussò al finestrino e lei
ebbe un sussulto di panico. Voltò la testa e riconobbe Hugh
Gallagher. «Sei in difficoltà?» le chiese attraverso il
vetro.
Lei lo
abbassò e rispose: «Non parte».
«Ho
sentito, è il motore. Apri il cofano e fammi dare
un'occhiata.»
«Oh,
grazie.»
Lo
seguì con gli occhi mentre si avviava verso il muso della macchina
e apriva il cofano, poi attese. Che
uomo gentile, pensò. Non doveva
sentirsi in debito con lui se le dava una mano. Hugh trafficò nel
motore per alcuni minuti, poi rinunciò. «Non vedo niente di strano,
Anna, ti accompagno a casa con il mio furgone e domani cerco di
aggiustarti la macchina.»
Lei
esitò. Non le piaceva stare da sola in auto con un uomo. Ma non
aveva scelta.
«Ti
ringrazio, ma ho anche il cane, e tutte le
provviste...»
«Non
importa, non è lo spazio che mi manca.»
Dopo
due minuti, Anna si trovò seduta con lui davanti e con il cucciolo
in braccio.
«Per
fortuna che ero a cena da Maude» osservò Hugh mettendo in
moto.
«Davvero, non volevo chiamare il carro attrezzi, non
posso spendere troppi soldi in questo momento» dichiarò lei. Già
doveva pagare la riparazione. «Ho interrotto la tua
cena?»
«No,
stavo finendo. Si mangia bene da Maude, ci sei mai stata?» le
domandò.
«No,
purtroppo.» Il suo magro bilancio non le consentiva di andare al
ristorante.
«Allora
ti posso invitare a pranzo da Maude domani?»
Anna
non rispose, che cosa voleva da lei? Hugh riprese a parlare: «Hai
sentito quello che è successo stamattina? Pare che la piccola Lacey
abbia tentato di bruciare la scuola. Io non conosco bene la gente
di qui, ma ho visto la ragazzina a scuola, mi sembrava
tranquilla... a posto».
«Infatti, lo è.»
«Come
si spiega allora? Fosse un altro ragazzino, ce ne sono di
difficili, qui, ma lei...»
Anna
non aprì bocca, sentì il cuore batterle follemente mentre
chiacchieravano dell'argomento che tanto la angustiava. Non voleva
condividere con nessuno i sospetti sulle cause della tragedia di
Lorna, almeno finché non esistevano prove sicure. Ma Hugh continuò
convinto: «Secondo me, non è lei in causa... ci dev'essere
qualcos'altro». Frenò per prendere la curva e si immise nella via
di Anna.
«Si
slitta» notò Hugh, «dovrò mettere le catene per tornare a
casa.
«Sarà
meglio.» Che conversazione insopportabile, pensò Anna, e com'era a
disagio con gli uomini, non trovava mai nulla da dire. Finalmente
il furgone si fermò di fronte a casa sua.
«Non
scendere, ti vengo a prendere. Con queste scarpe è facile
scivolare.»
Hugh
fece il giro della macchina e le aprì la portiera. Poi la prese per
il braccio. «Attenta, è peggio di una pista di pattinaggio.
Appoggiati a me.»
Con
grande cautela, lei si mise a camminare verso l'ingresso,
ciononostante il suo piede scivolò sul bagnato. Lui l'afferrò per
la vita. Di colpo tra loro ci fu solo un cucciolo spaventato e i
vestiti di entrambi. Che buon odore aveva Hugh, pensò Anna
frastornata. La reggeva con il braccio, ma lei non provava paura.
Anzi, si sentiva strana, come se il mondo fosse
sospeso.
Lui si
allontanò da lei e, sempre sorreggendola, la scortò fino
all'ingresso. Finalmente in salvo nella sua casetta, lei guardò
Hugh che portava pacchi e pacchetti nell'atrio minuscolo e da lì in
cucina. Lei se ne stava silenziosa, impacciata, con il cane stretto
al petto come se fosse la sua ancora di salvezza. Doveva dire
qualcosa, una frase carina di ringraziamento. E invece, stremata
dalle emozioni della giornata, sapeva solo pensare:
Non andare via... resta. Roba da pazzi, era la prima volta che le succedeva in
vita sua.
«Vuoi... vuoi un caffè?» chiese, quando lo vide pronto
per uscire.
Lui
sorrise con calore. «Grazie, ma ne ho già bevuti due da Maude.
Prometti di venire a pranzo con me domani? Ti annoierò con i
programmi del mio ranch e ci racconteremo ogni cosa,
d'accordo?»
Come
faceva a dire di no? «Verrò, grazie» accettò Anna, come in
trance.
«All'una?»
«All'una.»
Hugh se
ne andò nella notte e la lasciò sola con la consapevolezza che
aveva un appuntamento con un uomo. Per la prima volta in vita sua.
Era il mondo alla rovescia, e invece di sentirsi al settimo cielo,
Anna si chiedeva se non avesse commesso un altro dei suoi tragici
errori.
Jazz si
ambientò con facilità. La sua nuova padrona le preparò una scodella
d'acqua e una di cibo e il cucciolo mangiò con grande voracità
senza sporcare troppo. Anna sorrise di fronte a tanto appetito, ma
non riuscì a scacciare il pensiero di Lorna, anzi, sembrava
specchiarsi nelle paure e nella disperazione della ragazzina.
Decise di telefonare alle amiche di Lorna. Le prime due non le
furono assolutamente di aiuto, poi parlò con Mary Jo
Weeks.
«Signorina Anna, è una cosa orribile» disse la ragazzina,
«è tutto il giorno che piango. Lo sapevo che Lorna stava male, ma
non credevo così tanto.»
«Spiegati meglio, Mary Jo.»
«Voglio
dire, non tanto da incendiare la scuola... e poi ho sentito un
insegnante, diceva che Lorna voleva suicidarsi. È
terribile!»
Anna
esitò, conscia del dolore di Mary Jo. «Non lo sappiamo, è
l'opinione di quell'insegnante.»
«Ma
cosa le capiterà adesso?»
«Starà
con la famiglia dello sceriffo, finché non capiremo che cosa le è
successo. Per questo ho bisogno del tuo aiuto, se ricordi qualche
frase... un episodio...»
«Ma lei
la vuole aiutare davvero?»
«Certo,
nessuno vuole che finisca in prigione, ma se non troviamo la
risposta, finirà così.»
«Oh no,
no!» Mary Jo scoppiò a piangere. Lorna non era l'unica vittima,
pensò amaramente Anna, altri avrebbero sofferto per lei. Poi la
ragazza si calmò e fece uno sforzo per ricordare. «Be', la prima
cosa strana è che il suo papà non l'ha più lasciata venire da noi a
dormire. Prima ci scambiavamo sempre. Poi più niente.»
«Da
quando?»
«Da un
anno circa. Io potevo andare a casa sua, ma lei no, qui non ci ha
più messo piede. Tant'è che i miei si sono offesi e dopo un po' mi
hanno proibito di dormire da lei. Lorna diceva che i genitori hanno
le loro idee e che è difficile capirli.»
«Succede.»
«Ma io
volevo stare con lei, e qualche volta ho costretto i miei genitori
a mandarmi.»
«Hai
notato qualcosa di... strano? Intendo dire qualcosa che ti ha messo
a disagio?»
«Mmm.»
Mary Jo tacque per un momento. «È successa una cosa stupida. Suo
padre ci ha costrette a metterci il pigiama già alle otto di sera.
Di solito ci spogliavamo quando andavamo a letto, ma le ultime due
volte ci ha ordinato di spogliarci prima di guardare con lui la
tivù. I genitori hanno le loro manie, sa?»
«Certo.»
«Comunque, non ero convinta...» Mary Jo esitò. «Ho
pensato una brutta cosa, signorina, non mi giudichi
male.»
«Te lo
prometto.»
«Be'»
la ragazzina respirò a fondo, «mi sono sentita a disagio nel vedere
Lorna con quel pigiamino corto corto di fronte al suo papà. Non
aveva nemmeno una vestaglia, niente. Da me nessuno si presenterebbe
così.»
Anna si
sentiva sui carboni ardenti. «Ha fatto o detto qualcosa di
strano?»
«No,
non perché lei vestiva così... Anche se Lorna sembrava imbarazzata,
si copriva il seno con le braccia, sedeva in un angolino del
divano... Ma non parlava, e suo padre la prendeva in giro perché
era così musona. Poi ha cercato di farle il solletico, anche a me,
ma non troppo, forse perché non sono figlia sua. Lorna ha detto
allora una cosa strana.»
«Che
cosa?»
«Ha
detto: "Non mi toccare". E l'ha guardato come se volesse ucciderlo.
Mi ha fatto paura, non sapevo che odiasse tanto suo
padre.»
Anna
respirò a fondo. «Grazie Mary Jo, mi sei stata di grande
aiuto.»
«Davvero? Speriamo. Ah, dimenticavo, l'ultima volta che
ho dormito da lei, ho visto un'enorme chiave inglese nascosta sotto
il suo letto. Le ho chiesto a che cosa serviva e lei mi ha detto
che aveva paura dei ladri, che potevano entrare dalla finestra. Non
è pazzesco?»
No, non
lo era, si disse Anna. Anche lei, allora, sotto il letto nascondeva
un martello. Con fatica riuscì a ringraziare la ragazzina. «Grazie,
Mary Jo, grazie.»
«Se mi
viene in mente qualcos'altro la chiamerò. Signorina Anna, non sono
più stata a casa di Lorna. Quando mio padre ha saputo che il signor
Lacey voleva fare il solletico anche a me mi ha assolutamente
proibito di mettere piede da loro.»
«Il tuo
papà ha ragione, Mary Jo, non andarci più.»
Anna
aveva le mani sudate e tremanti quando posò il ricevitore. Guardò
il cucciolo che nel frattempo le si era accoccolato in grembo e
tentò di calmarsi. I ricordi sepolti nell'inconscio bussavano con
prepotenza alla porta della sua mente. Il nevischio crepitava sui
vetri della finestra e il vento sibilava lugubre. Anna rabbrividì.
Doveva reagire, pensò, farsi qualcosa da mangiare e coprirsi
meglio. Doveva ricacciare i ricordi nel limbo immemore da dove
venivano. Soprattutto doveva decidere come aiutare Lorna.
L'attendeva una notte lunga e penosa.
La
mattina dopo, un sottile strato di ghiaccio ricopriva strade e
marciapiedi. Come andare in ufficio, si chiese Anna, senza
macchina? Era ancora più pericoloso camminare a piedi. Aveva
dormito male, un sonno disturbato e popolato di incubi, con
l'impressione che qualcuno apriva costantemente la porta della
camera da letto.
Anna
diede da mangiare a Jazz e preparò per se stessa la colazione a
base di caffè e uova. Stava per sedersi a tavola quando il telefono
squillò. Era Dan.
«Anna,
le strade sono impraticabili, non venire in ufficio. Se il ghiaccio
si scioglie più tardi, ci risentiamo per decidere sul da fare.
Adesso, stattene tranquilla a casa.»
«Non
sarò io a protestare» disse lei, contenta.
«Goditi
la vacanza, ti telefono più tardi.»
Anna
finalmente si sedette per mangiare e si chiese come avrebbe
trascorso la giornata, bloccata in casa com'era dal gelo. Inoltre
c'era il problema di Lorna. Non voleva lasciar passare un'altra
giornata. Per questo, alzò il ricevitore e compose il numero dello
sceriffo.
«Che
bel tempo, eh?» l'accolse lui con la sua voce baritonale, «non ti
dico gli incidenti stradali, stamattina. Macchine uscite di strada,
tamponamenti... La povera Velma Jansen è impazzita con le chiamate.
Ha chiesto a Lorna di aiutarla al centralino per ricevere le
richieste di aiuto.»
Anna
sorrise all'idea dell'energica Velma, fumatrice incallita e donna
dai modi spicci, che si faceva aiutare dalla dolce e fragile
tredicenne. «E Lorna?»
«Sembra
divertirsi. Sei finita in un fosso anche tu?»
«No,
perché la mia macchina mi ha lasciato a piedi ieri sera di fronte
alla chiesa.»
«Come
sei tornata a casa?»
«Mi ha
dato un passaggio Hugh Gallagher.»
«È un
uomo in gamba, di lui ci si può fidare.»
Anna
colse l'occasione al volo per informarsi: «Sul
serio?».
«Come
no, è stato un eroe di guerra, tutti sanno che dopo la guerra del
Golfo ha avuto dei problemi psicologici. È stato su in montagna con
i veterani alcuni anni per rimettersi in sesto. Per tutte queste
ragioni, ora ha la testa a posto. Ma non mi piace spettegolare,
scoprirai le sue qualità da sola.»
Anna
non poté fare a meno di ridere.
«Ti ho
chiamato a proposito di Lorna» disse finalmente. Trasse un respiro
profondo e decise di esprimere il suo pensiero, doveva salvare la
ragazzina. «Sono convinta che sua padre stia abusando sessualmente
di lei.»
«Ne
siamo tutti convinti, dopo l'udienza di ieri. Ma non ci sono prove,
se non parla chiaramente, io ho le mani legate.»
«Ho
sentito una sua amica, mi ha riferito alcune cose... Be' se dico a
Lorna ciò che so, forse si confiderà con me.»
Lo
sceriffo rimase silenzioso per un po'. «Vale la pena provare, se si
confida con te, avrò una possibilità di intervenire. Senti, Anna,
mando un agente a prenderti a casa tra dieci minuti. Va
bene?»
«Sarò
pronta.»
Anna si
vestì in fretta e con le mani tremanti. Aveva preso la sua
decisione: avrebbe confessato il suo passato a un'altra persona.
Era l'unica possibilità di far parlare Lorna. Pregò il cielo di
avere la forza di raccontarle tutto.
Nate
aveva mandato un'agente donna a prenderla e Anna gliene fu
grata.
«Speriamo di farcela» disse la poliziotta, «sta arrivando
una tempesta di neve e le strade sono una lastra
unica.»
La
macchina della polizia aveva le catene e l'agente guidò prudente
sull'asfalto scivoloso. Gli alberi carichi di ghiaccioli evocavano
le fiabe nordiche, mancava il sole che li facesse scintillare. Il
cielo era invece basso e plumbeo.
Arrivarono finalmente davanti al posto di polizia e Anna
saltò giù nervosamente. Appena entrò, vide Lorna con Velma al
centralino. La ragazzina sembrava più serena, più vivace del giorno
prima.
«Signorina Anna!» esclamò Lorna, «è nei guai anche lei
con la macchina?»
«No,
Lorna, sono venuta per te. Lo sceriffo ha mandato un agente a
prendermi a casa. Hai provato a mettere piede per la
strada?»
Lorna
rise, scuotendo i lunghi capelli biondi. «Ho provato stamattina
quando ho aiutato lo sceriffo a spargere del sale davanti a casa
sua. Sono scivolata... E ora arriverà la neve. Speriamo che ne
venga tanta, così nessuno potrà muoversi» concluse con voce
ansiosa. Anna si identificò in quel sentimento. Quante volte aveva
sperato che il suo patrigno non riuscisse a tornare a casa dal
lavoro!
«Questa
signorina vorrebbe stare per sempre al centralino, ha trovato il
lavoro che fa per lei» scherzò Velma avvolta da una nuvola di fumo.
«Mi ruberà il posto!»
Lorna
sorrise, stava per ribattere quando lo sceriffo fece il suo
ingresso e salutò Anna. «Lorna, vai di là con la signorina Anna,
non puoi stare troppo qui, ci sono leggi precise sul lavoro
minorile» disse rivolto a Velma.
«Capo,
si sta divertendo un mondo» si difese la donna. «Vai adesso,
Lorna.»
Lo
sceriffo accompagnò le due donne in un ufficio vuoto e uscì,
chiudendosi la porta alle spalle. Anna si sedette e Lorna si mise
alla finestra a guardare fuori.
«Come
ti trovi a casa dello sceriffo?»
«Sono
tutti così gentili! Non mi ha sorvegliato, mi ha solo fatto
promettere che non sarei scappata.»
«La sua
famiglia è simpatica.»
«Sembrano felici» disse Lorna malinconicamente. «A cena
abbiamo mangiato del popcorn, e poi ci siamo guardati un film
divertente alla tivù.» Tacque, pensierosa. «Scommetto che nessuna
delle sue figlie vorrebbe scappare.»
Anna
trasse un respiro profondo e si buttò. «E tu, volevi
scappare?»
«Sì, ci
pensavo sempre.»
«Perché?»
Lorna
si chiuse nel suo mutismo.
Anna si
chiese se era il caso di andare diritto al punto. Per la prima
volta in vita sua si dispiacque di non avere fatto degli studi di
psicologia. Poi parlò: «Anch'io volevo sempre scappare, alla tua
età. Finalmente, un giorno l'ho fatto».
Lorna
si voltò e la fissò interessata. «Sul serio?»
«Sì, e
ho pagato un prezzo molto alto. Che cosa può fare una
quattordicenne per strada? Nessuno ti fa lavorare, io ho finito per
fare delle cose di cui ora mi vergogno.»
Lorna
le si avvicinò. «Non lo dirò a nessuno.»
Anna
scrollò la testa. «Non mi piace parlare del mio passato, ma
scappare non è la soluzione giusta. Me ne sono accorta a mie spese,
Lorna.»
«È
stata ripresa e riportata a casa?»
«Mi
hanno ripresa ma non mi hanno riportata a casa.»
«E come
mai?»
«Perché
finalmente ho detto la verità su ciò che succedeva
lì.»
Lorna
trattenne il fiato ma non parlò. Tacquero entrambe, poi Anna disse:
«Ho sentito Mary Jo ieri. È molto dispiaciuta per te».
Lorna
annuì senza aprire bocca.
«Non
serve a niente uccidere se stessi, Lorna. Devi avere fiducia in
noi. Siamo qui per aiutarti, ma devi dire ciò che ti
succede.»
«Non
posso! Non posso!»
«Certo
che puoi. Ti proteggeremo... io... lo sceriffo e il giudice ti
proteggeremo. Nessuno alzerà un dito contro di te.»
«Come
fa a saperlo? Non me lo può promettere.»
«Sì. Ma
se non parli non possiamo fare niente.»
Lorna
abbassò la testa e tacque. Anna si alzò e cominciò a passeggiare
nella stanza, le unghie conficcate nei palmi per l'angoscia. «Mary
Jo ha detto che dormi con una chiave inglese sotto il
letto.»
«E
allora?»
«Io
dormivo con un martello sotto il mio.»
Lorna
trasalì. Anna trattenne la voglia di abbracciarla e proteggerla dal
dolore.
«Lorna,
so quello che sta succedendo. Ma sei tu che ce lo devi dire.
Nessuno può intervenire se non parli.»
«E
se... lei sbaglia?» balbettò la piccola.
«Non
sbaglio, è successo anche a me...»
«Signorina Anna... promette... promette che non lo dirà a
nessuno?»
Anna
esitò, Lorna doveva parlare con lo sceriffo e il giudice. Poi
decise di fare un passo alla volta.
«Te lo
prometto» disse, «non lo dirò a nessuno finché non me lo
permetterai tu. Ma dobbiamo fare in fretta, altrimenti lui se ne va
dalla città con tua sorella.»
Il viso
di Lorna era inondato dalle lacrime, stringeva le mani sul petto
ancora infantile quasi volesse trattenere il dolore. «Ha detto...
ha detto che avrebbe fatto del male a Mindy se
parlavo.»
Anna le
si avvicinò e la prese per le spalle con dolcezza. «Ascoltami, lui
non può farvi del male se dici la verità. Capisci? Non oserebbe
più... dato che sappiamo.»
Lorna
ormai singhiozzava disperatamente e Anna la strinse tra le braccia
e la cullò, consolandola con parole d'affetto. Le sanguinava il
cuore per quel dolore in cui si rispecchiava e le lacrime le
bruciavano gli occhi mentre in lei montava una rabbia mai
sopita.
«Che
cosa mi faranno?» chiese Lorna tra i singhiozzi.
«A te?»
esclamò Anna.
«Sì, se
parlo.»
«Non ti
faranno più tornare a casa. Ti affideranno a una famiglia come si
deve. Poi si vedrà.»
«E
Mindy?»
«Ha
messo le mani su Mindy?»
«No»
sussurrò Lorna, disperata.
«Ma ha
minacciato di farlo?»
«Ha
detto...» La voce di Lorna si spense per l'orrore. «Ha detto... che
l'avrebbe fatto... se parlavo con qualcuno.»
«Proteggeranno anche lei, Lorna. Ma non posso dirti come,
gli staranno addosso e non potrà fare del male a tua
sorella.»
«Lo...
lo metteranno in prigione?» Lorna era scioccata dal
pensiero.
«Non lo
so. Al mio patrigno hanno dato cinque anni di libertà vigilata e il
divieto di avvicinare i bambini.»
Lorna
si torse le mani e pianse ancora. «Non è giusto.»
«No,
tesoro mio, non è giusto. È la cosa più ingiusta del
mondo.»
«E se
nessuno mi crede?»
Anna le
accarezzò la guancia. «Tutti i presenti ieri hanno intuito ciò che
succedeva. Siamo pronti a crederti.»
«Devo
parlare con lo sceriffo?»
Anna
esitò. «Preferisci parlare con il giudice Williams? È una
donna.»
«È in
grado di fermarlo?»
Anna
sorrise suo malgrado. «Lorna, il giudice ha molto potere. Ho
l'impressione che possa fare molto più dello
sceriffo.»
Lorna
continuava a torcersi le mani. «Starà con me, signorina
Anna?»
«Ci
puoi contare. Vuoi aspettare e poi parlare prima con il
giudice?»
Lorna
annuì, esausta. «Per oggi basta.»
«Lo
credo.»
«Dovrò
dirlo molte volte?»
«Purtroppo, sì. Io ho dovuto dirlo alla direttrice della
casa dove ero custodita, poi ho dovuto dirlo ai poliziotti e infine
al giudice. Forse non sarà necessario per te, vedremo di accorciare
la procedura.»
«Sì.»
Poi, ricominciando a piangere, Lorna si sfogò: «Come farò a dirlo,
signorina Anna, come farò?».
«Ti
aiuteremo, sappiamo quanto sia difficile per te.»
Lo
sceriffo fissò un appuntamento con il giudice Williams per il
giorno dopo a mezzogiorno e mezzo. Lorna e Anna vennero
accompagnate in tribunale nell'ufficio personale del giudice. Nella
stanza trovarono una stenografa pronta a registrare la deposizione
di Lorna. Anna mise una mano rassicurante sul braccio della ragazza
e la fece sedere di fronte alla scrivania. Pochi minuti dopo
Francine Williams entrò. Era senza la toga nera, semplicemente
vestita di un tailleur blu che la rendeva meno solenne. Era una
bella donna sui quarant'anni, con un sorriso gradevole. Aveva fama
di grande serietà e sensibilità.
«Brr...
fa un freddo cane oggi!» disse, poi guardò Lorna. «Signorina Lacey,
sarà una prova difficile per lei, devo però fare stenografare la
sua deposizione. Questo le eviterà di doverla ripetere quando ci
sarà il processo.»
«Il
processo?» le fece eco Lorna, sbiancando in volto.
«Non
sarà per domani, se mai avrà luogo» la rassicurò il giudice. «Farò
di tutto per evitarglielo, d'accordo?»
Lorna
annuì, esitante.
«Adesso
lei dovrà rispondere affermativamente o negativamente alle mie
domande, di modo che si possano stenografare le sue
risposte.»
«Sì
signora» disse Lorna.
La
ragazzina giurò di dire la verità, e il giudice le spiegò ciò che
comportava quel giuramento. Poi cominciò a
interrogarla.
«Mi può
dire perché ha incendiato l'aula della scuola due giorni
fa?»
Lorna
si morse il labbro poi disse: «Volevo morire». La sua voce
tremò.
«Perché
voleva morire?»
Come un
torrente in piena, la confessione di Lorna si rovesciò sui
presenti. Pianse, si interruppe, qualche volta sembrò incoerente,
però raccontò nei dettagli l'anno infernale che aveva appena
trascorso. Raccontò come suo padre veniva da lei ogni notte, quando
la madre dormiva. All'inizio non sapeva se era sbagliato, sapeva
solo che non le piaceva. Disse del modo disgustoso in cui suo padre
la toccava e si faceva toccare da lei, e come ribadiva che era nel
suo diritto, che lei in quanto figlia gli apparteneva, era la sua
proprietà. E quando lei finalmente si era ribellata e l'aveva
minacciato di raccontare tutto, lui l'aveva ricattata dicendo che
avrebbe fatto del male alla sua sorellina. Solo in quel momento
Lorna aveva capito che il comportamento di suo padre era
sbagliato.
«Si
divertiva a farmi piangere» confessò con una vocina tremula.
«Voleva che lottassi con lui, allora ho smesso.» Poi spiegò che
aveva deciso di ucciderlo e per questo aveva nascosto la grossa
chiave inglese sotto il letto. Gli avrebbe fracassato la testa alla
prima occasione, solo che lui scoprì l'arma e la prese in giro. Poi
minacciò che se non faceva tutto ciò che le chiedeva, avrebbe messo
le mani sulla sorellina. A quel punto, l'unica via d'uscita per
Lorna era la morte.
Quando
quel doloroso torrente di parole si prosciugò, Lorna appoggiò la
fronte sulla scrivania e cominciò a piangere sommessamente. Nessuno
fiatò. Anna le mise un braccio protettivo intorno alla spalla e
ricacciò indietro le proprie lacrime.
Il
giudice Williams aspettò finché Lorna non si calmò, poi le chiese:
«Sua madre lo sa?».
«No.»
«Ne è
sicura?»
Lorna
scrollò le spalle. «Non le ho detto niente, temevo per
Mindy.»
«Vorresti vivere con tua madre dopo che avremo
allontanato tuo padre?»
Lorna
sorprese tutti con la sua risposta sincera. «No, no! non mi ha
aiutato... non mi ha aiutato.»
Anche
nel suo caso, pensò Anna, sua madre non le aveva creduto. Francine
Williams diede retta a Lorna. «Signorina Lacey, la lascerò libera,
ma deve giurare che non farà del male a se stessa. Dovrò affidarla
a...»
«La
affidi a me» disse Anna di slancio, ignorando le difficoltà di una
tale scelta. «Non sono in lista per l'affido o l'adozione, ma...
vostro onore, so di che cosa parla Lorna. Da piccola, sono stata
violentata dal mio patrigno... avevo la sua stessa età. So ciò che
prova...» Il giudice la guardava con comprensione.
«Mi
sembra una buona idea, almeno per il momento. Lei non può avere un
bambino in affido o in adozione se non ne fa richiesta esplicita.
Ma per questi giorni, possiamo fare uno strappo... lei gode di
ottima reputazione qui, in città, signorina Fleming, e tutti
apprezzano il lavoro che svolge con il gruppo giovanile della
Chiesa del Buon Pastore. Signorina Lacey, le piacerebbe stare con
la signorina Fleming, nell'attesa di una decisione
definitiva?»
Lorna
alzò il viso bagnato di lacrime. «Mi piacerebbe
molto.»
«Allora
faremo così. Nomino la signorina Anna Fleming affidataria di Lorna
Lacey finché il tribunale non avrà deciso diversamente. La sua
nomina sarà pronta entro stasera, signorina Fleming. Fino ad allora
Lorna Lacey resterà dallo sceriffo Tate.» Poi si rivolse alla
ragazzina: «Per quanto riguarda suo padre, spiccherò un mandato
d'arresto oggi stesso. E darò ordine alla Lega per la protezione
dell'infanzia di occuparsi di sua sorella. Stia tranquilla, nessuno
vi farà del male. Mai più.»
All'una
le strade di Conard City erano già state ripulite dal ghiaccio.
Hugh Gallagher prese il furgone e si diresse verso la Chiesa del
Buon Pastore per portare Anna a pranzo da Maude. Poi avrebbe dato
un'occhiata al motore della sua macchina, sperava proprio di
poterglielo aggiustare, Anna non aveva soldi da spendere dal
meccanico.
Era
agitato da sentimenti contrastanti. Da tempo non invitava una donna
al ristorante, sperava anche di persuadere Anna a collaborare con
lui al ranch. Era attratto da lei, ma temeva che un legame
personale potesse interferire negativamente con un eventuale
rapporto di lavoro. D'altra parte, si chiedeva perché una donna
potesse interessarsi a lui. In special modo una donna sensata come
Anna Fleming. Poi si riscosse: che diavolo, era un uomo fatto e
finito, in grado di gestire un pranzo in compagnia e una
chiacchierata di lavoro. Era consapevole che il suo passato, in
particolare gli anni difficili trascorsi in montagna con i veterani
come lui incapaci di stare al mondo, non lo candidavano
all'affidabilità, tantomeno per occuparsi di bambini. Eppure sia lo
sceriffo sia il reverendo gli dicevano di non scoraggiarsi, che
l'avrebbero aiutato. Era andato fuori di testa così tante volte,
che garanzie di rinsavimento definitivo poteva dare?
Perciò
Anna, con la sua specchiata onestà e con il suo lavoro di
assistenza ai giovani apprezzato da tutta la cittadinanza, avrebbe
perfettamente controbilanciato l'instabilità di Hugh. Inoltre, la
presenza di una donna nel ranch era indispensabile se voleva
ospitare anche delle ragazze. Nessuno meglio di Anna poteva
dirigere insieme a lui la futura struttura
d'accoglienza.
E per
questo doveva smettere di fantasticare su di lei: la trovava
carina, gli piacevano i suoi occhi scuri e il viso regolare
dall'ovale perfetto, la sua fragilità fisica stuzzicava in lui il
senso di protezione, e dietro gli occhiali e i vestiti informi,
intuiva una certa grazia. Sì, Anna sarebbe stata bella il giorno in
cui si sarebbe lasciata andare.
Hugh
Gallagher parcheggiò di fronte alla chiesa ed entrò nell'ufficio.
Vide il reverendo ma nessuna traccia di Anna.
«Ciao,
Hugh, qual buon vento ti porta?» lo salutò Dan,
cordiale.
«Sono
venuto a cercare Anna per pranzo.»
«Ah!
Interessante.» Dan lo fissò con una punta di malizia bonaria negli
occhi.
Hugh,
interdetto, aprì la bocca per spiegare che era un appuntamento di
lavoro ma poi tacque. Non ne aveva ancora parlato con
Anna.
«Interessante davvero. Peccato che Anna non sia qui. Le
ho dato una giornata di vacanza, a causa del gelo. La sua macchina
è parcheggiata di fronte, ma lei non l'ho vista. E a casa non
risponde nessuno. Se non si fa viva, chiamerò lo
sceriffo.»
«Ha
lasciato la macchina qui ieri, era in panne» spiegò Hugh. «L'ho
accompagnata io a casa.»
«Allora
telefono subito allo sceriffo» disse Dan. «Intanto accomodati.»
Hugh si sedette sul divano e si guardò le mani. Mani grandi,
callose, con alcune cicatrici procurate dalle vicissitudini della
vita. Immaginò le sue mani carezzevoli su di lei, così delicata e
minuta. No, non erano le mani di un amante. Hugh scacciò quel
pensiero.
Dan
tornò e annunciò: «Anna è in tribunale, c'è un'udienza con la
piccola Lacey, non so a che ora si libererà».
Hugh si
alzò. «Allora vado fuori a dare un'occhiata alla sua
macchina.»
Gli
occhi di Dan lo seguirono e lui si sentì a disagio per quello
sguardo scrutatore.
«Hugh,
potresti aggiustare il tetto prima che ci seppellisca la
neve?»
Hugh si
fermò e si voltò verso il reverendo.
«Certo,
prima bisogna sistemare il materiale isolante sotto le tegole, poi
quando sarà passata la tempesta di neve si riparerà il tetto vero e
proprio.»
Dan
annuì. «Bene, comincia subito dopo che avrai aggiustato la macchina
di Anna. Il lavoro è tuo.»
Hugh
uscì, convinto che Dan gli aveva affidato il lavoro per
consentirgli di stare vicino ad Anna. Che sciocchezza! Si avvicinò
alla vecchia Chevrolet e si tuffò sotto il cofano. Trovò subito il
guasto, una cosa da niente che era in grado di riparare. Prese nel
furgone la cassetta degli attrezzi e cominciò a trafficare col
motore.
Erano
poco più delle due quando Anna scese dalla macchina dello sceriffo
di fronte alla chiesa. Notò subito l'uomo curvo sul motore e non
poté fare a meno di ammirare da dietro la schiena larga e le gambe
muscolose. Imbarazzata dal pensiero, sentì le guance avvampare. Ma
che strane idee le venivano in mente, pensò. Colpa delle emozioni
provate durante la mattinata in tribunale. L'uomo era Hugh
Gallagher, l'aveva invitata a pranzo. Anna arrossì ancora di più,
che maleducata! Non aveva mai saltato un appuntamento in vita sua,
doveva proprio succedere con lui, sempre così cortese? Anna
desiderò sprofondare.
In quel
momento lui si voltò tenendo una chiave inglese nella mano
imbrattata di grasso e la vide. L'accolse con un sorriso. «La tua
macchina è quasi a posto, Anna.»
«Il...
pranzo. Scusami» balbettò lei.
Hugh
scrollò le spalle. «C'erano cose più importanti, Dan mi ha detto
che eri in tribunale con la piccola Lacey. Non ti preoccupare,
potremmo invece cenare insieme?»
«Mmm...
Dalle cinque di stasera mi è stata affidata Lorna in custodia, non
voglio lasciarla sola la prima notte che passa con
me.»
Lui la
guardò con partecipazione. «Sei generosa, Anna. Be' allora vi
invito tutte e due a cena da Maude, se Lorna sarà d'accordo. Mi
telefoni alle sei per confermare?»
«Grazie, Hugh. Grazie davvero... e grazie anche per aver
aggiustato la mia macchina.»
«Non
dirlo nemmeno, a che cosa servono se no i vicini? Entra in ufficio,
fa freddo.»
Anna
ringraziò ancora e, tutta sottosopra, si precipitò nel suo ufficio
dove trovò il reverendo seduto alla scrivania intento a telefonare.
Quando ebbe finito, Dan le chiese, lasciandole il posto: «Che cosa
è successo? Lorna ha parlato con il giudice?».
«Sì, ha
raccontato tutto. Me l'hanno affidata temporaneamente, a partire da
stasera alle cinque.»
«Che
buona notizia! Ho pregato tutta la notte per la
ragazza.»
Anche
Anna, a modo suo. «Nate farà ritirare i suoi vestiti a casa, spero
che non facciano difficoltà. E Al, il padre di Lorna, sarà
arrestato.»
«È
giusto.» L'espressione di Dan si fece dura, lei non l'aveva mai
visto con quella faccia cupa. Poi il reverendo Fromberg parlò:
«Vedi, Anna, io credo nel perdono, ma questa volta mi riuscirà
molto difficile perdonare... Avrai bisogno di un aiuto finanziario
per il mantenimento di Lorna, ti darò del denaro per comprare ciò
che serve. A quell'età mangiano come lupi. La nostra chiesa ti
aiuterà».
Girò
sui tacchi e uscì dalla stanza, lasciando Anna in preda a dubbi e
perplessità: aveva fatto bene a proporsi per Lorna? Sarebbe stata
all'altezza del compito che si era presa? Nulla lo
garantiva.