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Finito di ispezionare il tetto, Cowboy rimase deluso di non trovare Anna in ufficio. Si limitò a fare un preventivo dei lavori e a comunicarlo a Dan, poi si avviò con il suo furgone verso casa. Guidando nella città semideserta ripensò alla sua storia, alla depressione che l'aveva colpito dopo la guerra del Golfo, contro l'Iraq. Era successo a molti veterani come lui, eppure si vergognava lo stesso di questa sua debolezza. Aveva solo fatto il suo dovere di soldato, ma le orrende immagini del conflitto lo tormentavano ancora sotto forma di incubi. Per questo evitava di rimuginare i ricordi e si sforzava di guardare avanti.
Giunto finalmente a casa, salì nel suo monolocale al secondo piano del più vecchio albergo di Conard City. Un tempo era stato un albergo di lusso, non lontano dalla stazione ma neanche tanto vicino da essere disturbati dal fumo delle vecchie locomotive. Ora le pareti erano annerite e umide, le scale un po' traballanti e le porte di legno semisconnesse. Tuttavia, il suo appartamento appariva accogliente, era composto da un unico locale molto vasto, con un'alcova dove era sistemato il letto e una nicchia con un fornello per cucinare. C'era anche un bagnetto con la doccia. Le grandi finestre si aprivano sulla strada, a sud, e persino d'inverno il sole inondava di luce lo stanzone. Era la sistemazione più economica che avesse trovato in città.
Quel pomeriggio però la casa gli parve buia, triste e desolata. Si affrettò ad accendere due lampade ma la situazione non migliorò. Il tempo grigio non invogliava alla solitudine, perciò decise di offrirsi una cena al ristorantino di Maude, di fronte alla chiesa. Riuscì velocemente e vi si avviò con il furgone, rifacendo la strada inversa. Quando mise piede nel ristorante ben illuminato, era quasi buio. Si accomodò a un tavolo accanto alla vetrina e mentre consultava il menù, vide Dan e Anna che uscivano dalla chiesa e si dirigevano alle rispettive macchine. La vecchia automobile di Anna invece di andare verso casa puntò verso la piazza del palazzo di giustizia, seguita da Dan.
Hugh scrollò le spalle e tornò al suo menù. Forse avevano una riunione, si disse.
«Allora, Cowboy, hai scelto?» chiese Maude nel suo solito modo brusco piazzandogli davanti una tazza di caffè. Era una donna di mezza età, piuttosto in carne, con i capelli brizzolati e una faccia ingrugnita. «Mangia con gusto, che questa sera arriva la neve.»
Lui le sorrise, ma lei non ricambiò. Maude era avara di sorrisi. «Due cheeseburger con la pancetta, patate fritte e una porzione di spinaci, per favore.»
«Di spinaci?» si meravigliò lei.
«Se ci sono.»
«Ci sono, ma tutti mangiano l'insalata, qui.»
«Be', a me piacciono gli spinaci» insistette lui.
La donna prese l'ordinazione e si precipitò in cucina, lasciandolo solo con il caffè a guardare fuori nella notte. Faceva caldo dentro, si stava bene. I clienti entravano e uscivano e Hugh decise di fermarsi il più possibile al ristorante. Non aveva voglia di tornare nel suo appartamento vuoto.
L'incontro tra il giudice e Lorna Lacey era stato fissato per le cinque, quando tutte le udienze erano terminate. Nell'aula sedeva già Lorna, al banco della difesa, con il suo avvocato. Anna non lo riconobbe, forse veniva dalla città vicina. Il pubblico ministero se ne stava per conto suo e sfogliava una pratica, probabilmente quella di Lorna.
Oltre Dan e Anna, erano presenti i genitori della ragazza, un'impiegata del tribunale e una stenografa. Vicino alla porta due uscieri chiacchieravano con lo sceriffo Tate. In quel momento la porta si aprì e uno degli uscieri disse: «Signori, la corte». Tutti si alzarono quando il giudice, una donna, Francine Williams, fece il suo ingresso. Quest'ultima si sedette e tutti la imitarono. Sbrigate le formalità d'uso, il giudice parlò: «Suggerisco di passare all'interrogatorio visto che sappiamo tutti perché siamo qui».
Avvocato e pubblico ministero si dichiararono d'accordo e lei riprese: «Vediamo di finire per cena. Questo è un caso insolito, riteniamo che la prigione della città non sia adatta per ospitare una ragazzina, perciò vediamo se possiamo farla beneficiare della libertà in attesa del giudizio. Siete d'accordo signori?». Il pubblico ministero annuì ma obiettò: «Non ci opporremo, tuttavia c'è un fatto che dovrei segnalare. La signorina Lacey ha dichiarato davanti allo sceriffo Tate che se la rilasciamo ripeterà il suo gesto».
Anna strinse i pugni.
Il giudice si rivolse a Tate: «È vero, sceriffo?».
«Sì, vostro onore.»
Il giudice chiese all'avvocato di Lorna: «Avvocato Carlisle, che cosa ha da dire?».
L'avvocato si schiarì la gola e dopo essersi alzato rispose: «Devo consultarmi con la mia assistita, vostro onore».
«Le ricordo che se la sua assistita mantiene la minaccia non potrò farle avere la libertà condizionale.»
«Certo, vostro onore.»
L'avvocato si consultò con la ragazza, mentre Anna si sentiva morire dall'ansia e dall'impotenza.
«La mia assistita è consapevole delle conseguenze che comporta la sua dichiarazione» disse l'avvocato.
«Significa che non ritira la minaccia?» chiese il giudice.
«Per... per ragioni etiche... vostro onore... Io....» balbettò l'avvocato, impotente.
Si sentì un lamento nell'aula silenziosa, la madre di Lorna era sul punto di scoppiare a piangere.
Il giudice, perplesso, fissò la ragazzina.
«Non mi lascia scelta, signorina.»
Il pubblico ministero fece un passo avanti. «Ci sarebbe una soluzione, vostro onore, lo sceriffo è disponibile a ospitare la signorina Lacey a casa sua e a farsi carico della sua custodia. Ciò le eviterebbe di passare la notte in cella.»
«Non è la prassi.» Il giudice Williams sembrava perplesso. «L'unica cosa che posso fare, se il pubblico ministero è d'accordo, è di interrogare l'accusata garantendole l'immunità, cioè senza usare le sue risposte contro di lei. Mi sono spiegata?»
Sia il pubblico ministero sia Lorna annuirono.
«Bene» cominciò il giudice, «signorina Lacey, lei vuole restare qui in prigione, mi pare di capire?»
«Sì.»
«Può spiegare perché?»
Lorna alzò la testa che aveva sempre tenuto ostinatamente china e fissò il giudice negli occhi con una tale angoscia che Anna si sentì mancare. «Perché sono cattiva! Faccio delle brutte cose e continuerò a farle. Ho tentato di incendiare la scuola, se mi lasciate libera ci riproverò.»
Lorna piegò la testa e cominciò a singhiozzare.
Il giudice sospirò. «Vorrei ritirarmi in camera di consiglio. Venga anche lei, signorina Lacey e lei, sceriffo Tate. Vorrei che ascoltasse la deposizione di Lorna, se il suo avvocato lo consente.»
Quest'ultimo si alzò in piedi e dichiarò: «Nessuna obiezione, vostro onore, per me va bene».
«Lei è stato scelto dalla famiglia di Lorna?» chiese il giudice.
«Sì, vostro onore.»
«Lei conosce i suoi doveri?»
L'avvocato Carlisle pose le mani sulle spalle della bambina. «È la mia assistita, sono stato chiaro con la famiglia» disse, quasi offeso.
«Se lo ricordi sempre, e adesso andiamo in camera di consiglio» lo ammonì severamente il giudice.
Anna intuì ciò che stava per succedere, si sarebbero dette delle cose che non si potevano pronunciare ad alta voce, cose che nessuno aveva voglia di sentire e che implicavano persone conosciute. Cose che Anna sapeva già.
Appena il giudice e gli altri furono nella camera di consiglio, il padre di Lorna si alzò e senza guardare in faccia nessuno lasciò l'aula. La moglie lo seguì a ruota.
Dan si avvicinò ad Anna. «Sto pregando perché non sia vero...» mormorò, distrutto.
Anna lottò contro la tempesta di emozioni che la scuoteva. «Povera piccina» riuscì ad articolare, «povera, povera piccina.»
«Forse non è ciò che pensiamo?» azzardò il reverendo.
Anna non rispose. Non nutriva speranze. «Perché nessuno l'ha trattenuto?»
«Chi? Al Lacey? Non puoi impedirgli di andarsene, non ci sono prove, è per questo che il giudice ha voluto con sé lo sceriffo. Se Lorna parla, Nate provvederà.»
Anna strinse le mani con forza. «Speriamo, speriamo che dica tutto al giudice.»
«Non è detto» ribatté Dan, «c'è troppa gente in aula.»
«Lo so.» Eccome lo sapeva, lei. Certe cose non potevano essere dette.
Venti minuti più tardi, la corte fece ritorno in aula. Il giudice fece la sua dichiarazione.
«La signorina Lacey verrà affidata in custodia cautelare allo sceriffo Tate. Lo ripeto, avvocato Carlisle, se la sua assistita desidera ritirare la minaccia o desidera confidare a lei o a qualsiasi altro la ragione del suo comportamento, potremo ottenere la scarcerazione immediata.»
«Sì, vostro onore.»
«La signorina Lacey starà di notte a casa dello sceriffo e di giorno tornerà in cella, e inoltre dovrà avvalersi di un supporto psicologico una volta alla settimana. Lo sceriffo Tate dovrà provvedere a farla accompagnare da un suo vice. Obiezioni?»
Nessuno fiatò.
«Signorina Lacey, la possiamo rilasciare se promette di comportarsi bene mentre è a casa dello sceriffo. Niente incendi, niente fughe, nessuna sciocchezza del genere. Lo promette?»
«Sì, signora.»
Anna lasciò andare un sospiro di sollievo. Lorna era in buone mani nella casa dello sceriffo che aveva cresciuto sei belle e allegre figliole, tre di cui vivevano ancora con i genitori.
«Inoltre, da qui al processo, la signorina Lacey non avrà contatti con nessun membro della sua famiglia se non in presenza di un delegato di questo tribunale o dell'ufficio dello sceriffo. Mi ha sentito, signorina Lacey?»
Lorna rialzò la testa e guardò il giudice. «Sono d'accordo» disse, «posso però vedere mia sorella?»
«Quanti anni ha?»
«Quattro.»
Il giudice esitò. «Non subito» sentenziò alla fine. «Vediamo prima che cosa succede. Non vorrà mettere sua sorella in una situazione difficile, vero?»
Lorna sbiancò. «No» gridò quasi, «non voglio vederla per niente, piuttosto.»
Francine Williams annuì. «Meglio così, per il momento. Signorina Lacey, tutti noi siamo qui per aiutarla. Scelga la persona di cui si fida maggiormente e ci dia le informazioni che attendiamo. Non la lasceremo sola.»
Anna riprese la sua macchina parcheggiata di fronte al tribunale e guidò verso la chiesa. Doveva prendere Jazz, ma prima doveva acquistare un collare e un guinzaglio, nonché del cibo per cani. Comprò anche della verdura e della frutta e si rimise in marcia verso la chiesa. Veniva giù del nevischio e l'asfalto era lucido di acqua. Anna ripensò all'udienza. Finalmente un giudice che si degnava di scendere dal suo scranno e si mostrava comprensivo nei confronti dell'accusato. Siamo qui per aiutarla. Scelga la persona di cui si fida maggiormente, non la lasceremo sola, aveva detto. In qualche modo Anna doveva convincere Lorna a ritrovare la fiducia in uno degli adulti presenti: lo sceriffo, il reverendo, il giudice, lei stessa. Chiunque volesse aiutarla.
Fermò la macchina di fronte alla chiesa ed entrò nel suo ufficio. Jazz l'accolse festosamente, abbaiando e scodinzolando. Lei tornò verso l'auto con la gabbia in mano e l'appoggiò sul sedile dietro. Poi avviò il motore, senza risultato. Riprovò, la macchina non si mosse. Decise di aspettare cinque minuti nel caso il motore si fosse ingolfato, poi fece un altro, inutile, tentativo. La notte intorno a lei si era fatta fonda, le vie erano desolatamente vuote. Un tempo si sentiva protetta dall'oscurità, ora la temeva. Era pericolosa per i giovani e i deboli. La notte Anna preferiva chiudersi nella sua casetta. Rabbrividì, colpa dell'umidità che impregnava l'aria o della paura? Qualcuno bussò al finestrino e lei ebbe un sussulto di panico. Voltò la testa e riconobbe Hugh Gallagher. «Sei in difficoltà?» le chiese attraverso il vetro.
Lei lo abbassò e rispose: «Non parte».
«Ho sentito, è il motore. Apri il cofano e fammi dare un'occhiata.»
«Oh, grazie.»
Lo seguì con gli occhi mentre si avviava verso il muso della macchina e apriva il cofano, poi attese. Che uomo gentile, pensò. Non doveva sentirsi in debito con lui se le dava una mano. Hugh trafficò nel motore per alcuni minuti, poi rinunciò. «Non vedo niente di strano, Anna, ti accompagno a casa con il mio furgone e domani cerco di aggiustarti la macchina.»
Lei esitò. Non le piaceva stare da sola in auto con un uomo. Ma non aveva scelta.
«Ti ringrazio, ma ho anche il cane, e tutte le provviste...»
«Non importa, non è lo spazio che mi manca.»
Dopo due minuti, Anna si trovò seduta con lui davanti e con il cucciolo in braccio.
«Per fortuna che ero a cena da Maude» osservò Hugh mettendo in moto.
«Davvero, non volevo chiamare il carro attrezzi, non posso spendere troppi soldi in questo momento» dichiarò lei. Già doveva pagare la riparazione. «Ho interrotto la tua cena?»
«No, stavo finendo. Si mangia bene da Maude, ci sei mai stata?» le domandò.
«No, purtroppo.» Il suo magro bilancio non le consentiva di andare al ristorante.
«Allora ti posso invitare a pranzo da Maude domani?»
Anna non rispose, che cosa voleva da lei? Hugh riprese a parlare: «Hai sentito quello che è successo stamattina? Pare che la piccola Lacey abbia tentato di bruciare la scuola. Io non conosco bene la gente di qui, ma ho visto la ragazzina a scuola, mi sembrava tranquilla... a posto».
«Infatti, lo è.»
«Come si spiega allora? Fosse un altro ragazzino, ce ne sono di difficili, qui, ma lei...»
Anna non aprì bocca, sentì il cuore batterle follemente mentre chiacchieravano dell'argomento che tanto la angustiava. Non voleva condividere con nessuno i sospetti sulle cause della tragedia di Lorna, almeno finché non esistevano prove sicure. Ma Hugh continuò convinto: «Secondo me, non è lei in causa... ci dev'essere qualcos'altro». Frenò per prendere la curva e si immise nella via di Anna.
«Si slitta» notò Hugh, «dovrò mettere le catene per tornare a casa.
«Sarà meglio.» Che conversazione insopportabile, pensò Anna, e com'era a disagio con gli uomini, non trovava mai nulla da dire. Finalmente il furgone si fermò di fronte a casa sua.
«Non scendere, ti vengo a prendere. Con queste scarpe è facile scivolare.»
Hugh fece il giro della macchina e le aprì la portiera. Poi la prese per il braccio. «Attenta, è peggio di una pista di pattinaggio. Appoggiati a me.»
Con grande cautela, lei si mise a camminare verso l'ingresso, ciononostante il suo piede scivolò sul bagnato. Lui l'afferrò per la vita. Di colpo tra loro ci fu solo un cucciolo spaventato e i vestiti di entrambi. Che buon odore aveva Hugh, pensò Anna frastornata. La reggeva con il braccio, ma lei non provava paura. Anzi, si sentiva strana, come se il mondo fosse sospeso.
Lui si allontanò da lei e, sempre sorreggendola, la scortò fino all'ingresso. Finalmente in salvo nella sua casetta, lei guardò Hugh che portava pacchi e pacchetti nell'atrio minuscolo e da lì in cucina. Lei se ne stava silenziosa, impacciata, con il cane stretto al petto come se fosse la sua ancora di salvezza. Doveva dire qualcosa, una frase carina di ringraziamento. E invece, stremata dalle emozioni della giornata, sapeva solo pensare: Non andare via... resta. Roba da pazzi, era la prima volta che le succedeva in vita sua.
«Vuoi... vuoi un caffè?» chiese, quando lo vide pronto per uscire.
Lui sorrise con calore. «Grazie, ma ne ho già bevuti due da Maude. Prometti di venire a pranzo con me domani? Ti annoierò con i programmi del mio ranch e ci racconteremo ogni cosa, d'accordo?»
Come faceva a dire di no? «Verrò, grazie» accettò Anna, come in trance.
«All'una?»
«All'una.»
Hugh se ne andò nella notte e la lasciò sola con la consapevolezza che aveva un appuntamento con un uomo. Per la prima volta in vita sua. Era il mondo alla rovescia, e invece di sentirsi al settimo cielo, Anna si chiedeva se non avesse commesso un altro dei suoi tragici errori.
Jazz si ambientò con facilità. La sua nuova padrona le preparò una scodella d'acqua e una di cibo e il cucciolo mangiò con grande voracità senza sporcare troppo. Anna sorrise di fronte a tanto appetito, ma non riuscì a scacciare il pensiero di Lorna, anzi, sembrava specchiarsi nelle paure e nella disperazione della ragazzina. Decise di telefonare alle amiche di Lorna. Le prime due non le furono assolutamente di aiuto, poi parlò con Mary Jo Weeks.
«Signorina Anna, è una cosa orribile» disse la ragazzina, «è tutto il giorno che piango. Lo sapevo che Lorna stava male, ma non credevo così tanto.»
«Spiegati meglio, Mary Jo.»
«Voglio dire, non tanto da incendiare la scuola... e poi ho sentito un insegnante, diceva che Lorna voleva suicidarsi. È terribile!»
Anna esitò, conscia del dolore di Mary Jo. «Non lo sappiamo, è l'opinione di quell'insegnante.»
«Ma cosa le capiterà adesso?»
«Starà con la famiglia dello sceriffo, finché non capiremo che cosa le è successo. Per questo ho bisogno del tuo aiuto, se ricordi qualche frase... un episodio...»
«Ma lei la vuole aiutare davvero?»
«Certo, nessuno vuole che finisca in prigione, ma se non troviamo la risposta, finirà così.»
«Oh no, no!» Mary Jo scoppiò a piangere. Lorna non era l'unica vittima, pensò amaramente Anna, altri avrebbero sofferto per lei. Poi la ragazza si calmò e fece uno sforzo per ricordare. «Be', la prima cosa strana è che il suo papà non l'ha più lasciata venire da noi a dormire. Prima ci scambiavamo sempre. Poi più niente.»
«Da quando?»
«Da un anno circa. Io potevo andare a casa sua, ma lei no, qui non ci ha più messo piede. Tant'è che i miei si sono offesi e dopo un po' mi hanno proibito di dormire da lei. Lorna diceva che i genitori hanno le loro idee e che è difficile capirli.»
«Succede.»
«Ma io volevo stare con lei, e qualche volta ho costretto i miei genitori a mandarmi.»
«Hai notato qualcosa di... strano? Intendo dire qualcosa che ti ha messo a disagio?»
«Mmm.» Mary Jo tacque per un momento. «È successa una cosa stupida. Suo padre ci ha costrette a metterci il pigiama già alle otto di sera. Di solito ci spogliavamo quando andavamo a letto, ma le ultime due volte ci ha ordinato di spogliarci prima di guardare con lui la tivù. I genitori hanno le loro manie, sa?»
«Certo.»
«Comunque, non ero convinta...» Mary Jo esitò. «Ho pensato una brutta cosa, signorina, non mi giudichi male.»
«Te lo prometto.»
«Be'» la ragazzina respirò a fondo, «mi sono sentita a disagio nel vedere Lorna con quel pigiamino corto corto di fronte al suo papà. Non aveva nemmeno una vestaglia, niente. Da me nessuno si presenterebbe così.»
Anna si sentiva sui carboni ardenti. «Ha fatto o detto qualcosa di strano?»
«No, non perché lei vestiva così... Anche se Lorna sembrava imbarazzata, si copriva il seno con le braccia, sedeva in un angolino del divano... Ma non parlava, e suo padre la prendeva in giro perché era così musona. Poi ha cercato di farle il solletico, anche a me, ma non troppo, forse perché non sono figlia sua. Lorna ha detto allora una cosa strana.»
«Che cosa?»
«Ha detto: "Non mi toccare". E l'ha guardato come se volesse ucciderlo. Mi ha fatto paura, non sapevo che odiasse tanto suo padre.»
Anna respirò a fondo. «Grazie Mary Jo, mi sei stata di grande aiuto.»
«Davvero? Speriamo. Ah, dimenticavo, l'ultima volta che ho dormito da lei, ho visto un'enorme chiave inglese nascosta sotto il suo letto. Le ho chiesto a che cosa serviva e lei mi ha detto che aveva paura dei ladri, che potevano entrare dalla finestra. Non è pazzesco?»
No, non lo era, si disse Anna. Anche lei, allora, sotto il letto nascondeva un martello. Con fatica riuscì a ringraziare la ragazzina. «Grazie, Mary Jo, grazie.»
«Se mi viene in mente qualcos'altro la chiamerò. Signorina Anna, non sono più stata a casa di Lorna. Quando mio padre ha saputo che il signor Lacey voleva fare il solletico anche a me mi ha assolutamente proibito di mettere piede da loro.»
«Il tuo papà ha ragione, Mary Jo, non andarci più.»
Anna aveva le mani sudate e tremanti quando posò il ricevitore. Guardò il cucciolo che nel frattempo le si era accoccolato in grembo e tentò di calmarsi. I ricordi sepolti nell'inconscio bussavano con prepotenza alla porta della sua mente. Il nevischio crepitava sui vetri della finestra e il vento sibilava lugubre. Anna rabbrividì. Doveva reagire, pensò, farsi qualcosa da mangiare e coprirsi meglio. Doveva ricacciare i ricordi nel limbo immemore da dove venivano. Soprattutto doveva decidere come aiutare Lorna. L'attendeva una notte lunga e penosa.
La mattina dopo, un sottile strato di ghiaccio ricopriva strade e marciapiedi. Come andare in ufficio, si chiese Anna, senza macchina? Era ancora più pericoloso camminare a piedi. Aveva dormito male, un sonno disturbato e popolato di incubi, con l'impressione che qualcuno apriva costantemente la porta della camera da letto.
Anna diede da mangiare a Jazz e preparò per se stessa la colazione a base di caffè e uova. Stava per sedersi a tavola quando il telefono squillò. Era Dan.
«Anna, le strade sono impraticabili, non venire in ufficio. Se il ghiaccio si scioglie più tardi, ci risentiamo per decidere sul da fare. Adesso, stattene tranquilla a casa.»
«Non sarò io a protestare» disse lei, contenta.
«Goditi la vacanza, ti telefono più tardi.»
Anna finalmente si sedette per mangiare e si chiese come avrebbe trascorso la giornata, bloccata in casa com'era dal gelo. Inoltre c'era il problema di Lorna. Non voleva lasciar passare un'altra giornata. Per questo, alzò il ricevitore e compose il numero dello sceriffo.
«Che bel tempo, eh?» l'accolse lui con la sua voce baritonale, «non ti dico gli incidenti stradali, stamattina. Macchine uscite di strada, tamponamenti... La povera Velma Jansen è impazzita con le chiamate. Ha chiesto a Lorna di aiutarla al centralino per ricevere le richieste di aiuto.»
Anna sorrise all'idea dell'energica Velma, fumatrice incallita e donna dai modi spicci, che si faceva aiutare dalla dolce e fragile tredicenne. «E Lorna?»
«Sembra divertirsi. Sei finita in un fosso anche tu?»
«No, perché la mia macchina mi ha lasciato a piedi ieri sera di fronte alla chiesa.»
«Come sei tornata a casa?»
«Mi ha dato un passaggio Hugh Gallagher.»
«È un uomo in gamba, di lui ci si può fidare.»
Anna colse l'occasione al volo per informarsi: «Sul serio?».
«Come no, è stato un eroe di guerra, tutti sanno che dopo la guerra del Golfo ha avuto dei problemi psicologici. È stato su in montagna con i veterani alcuni anni per rimettersi in sesto. Per tutte queste ragioni, ora ha la testa a posto. Ma non mi piace spettegolare, scoprirai le sue qualità da sola.»
Anna non poté fare a meno di ridere.
«Ti ho chiamato a proposito di Lorna» disse finalmente. Trasse un respiro profondo e decise di esprimere il suo pensiero, doveva salvare la ragazzina. «Sono convinta che sua padre stia abusando sessualmente di lei.»
«Ne siamo tutti convinti, dopo l'udienza di ieri. Ma non ci sono prove, se non parla chiaramente, io ho le mani legate.»
«Ho sentito una sua amica, mi ha riferito alcune cose... Be' se dico a Lorna ciò che so, forse si confiderà con me.»
Lo sceriffo rimase silenzioso per un po'. «Vale la pena provare, se si confida con te, avrò una possibilità di intervenire. Senti, Anna, mando un agente a prenderti a casa tra dieci minuti. Va bene?»
«Sarò pronta.»
Anna si vestì in fretta e con le mani tremanti. Aveva preso la sua decisione: avrebbe confessato il suo passato a un'altra persona. Era l'unica possibilità di far parlare Lorna. Pregò il cielo di avere la forza di raccontarle tutto.
Nate aveva mandato un'agente donna a prenderla e Anna gliene fu grata.
«Speriamo di farcela» disse la poliziotta, «sta arrivando una tempesta di neve e le strade sono una lastra unica.»
La macchina della polizia aveva le catene e l'agente guidò prudente sull'asfalto scivoloso. Gli alberi carichi di ghiaccioli evocavano le fiabe nordiche, mancava il sole che li facesse scintillare. Il cielo era invece basso e plumbeo.
Arrivarono finalmente davanti al posto di polizia e Anna saltò giù nervosamente. Appena entrò, vide Lorna con Velma al centralino. La ragazzina sembrava più serena, più vivace del giorno prima.
«Signorina Anna!» esclamò Lorna, «è nei guai anche lei con la macchina?»
«No, Lorna, sono venuta per te. Lo sceriffo ha mandato un agente a prendermi a casa. Hai provato a mettere piede per la strada?»
Lorna rise, scuotendo i lunghi capelli biondi. «Ho provato stamattina quando ho aiutato lo sceriffo a spargere del sale davanti a casa sua. Sono scivolata... E ora arriverà la neve. Speriamo che ne venga tanta, così nessuno potrà muoversi» concluse con voce ansiosa. Anna si identificò in quel sentimento. Quante volte aveva sperato che il suo patrigno non riuscisse a tornare a casa dal lavoro!
«Questa signorina vorrebbe stare per sempre al centralino, ha trovato il lavoro che fa per lei» scherzò Velma avvolta da una nuvola di fumo. «Mi ruberà il posto!»
Lorna sorrise, stava per ribattere quando lo sceriffo fece il suo ingresso e salutò Anna. «Lorna, vai di là con la signorina Anna, non puoi stare troppo qui, ci sono leggi precise sul lavoro minorile» disse rivolto a Velma.
«Capo, si sta divertendo un mondo» si difese la donna. «Vai adesso, Lorna.»
Lo sceriffo accompagnò le due donne in un ufficio vuoto e uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Anna si sedette e Lorna si mise alla finestra a guardare fuori.
«Come ti trovi a casa dello sceriffo?»
«Sono tutti così gentili! Non mi ha sorvegliato, mi ha solo fatto promettere che non sarei scappata.»
«La sua famiglia è simpatica.»
«Sembrano felici» disse Lorna malinconicamente. «A cena abbiamo mangiato del popcorn, e poi ci siamo guardati un film divertente alla tivù.» Tacque, pensierosa. «Scommetto che nessuna delle sue figlie vorrebbe scappare.»
Anna trasse un respiro profondo e si buttò. «E tu, volevi scappare?»
«Sì, ci pensavo sempre.»
«Perché?»
Lorna si chiuse nel suo mutismo.
Anna si chiese se era il caso di andare diritto al punto. Per la prima volta in vita sua si dispiacque di non avere fatto degli studi di psicologia. Poi parlò: «Anch'io volevo sempre scappare, alla tua età. Finalmente, un giorno l'ho fatto».
Lorna si voltò e la fissò interessata. «Sul serio?»
«Sì, e ho pagato un prezzo molto alto. Che cosa può fare una quattordicenne per strada? Nessuno ti fa lavorare, io ho finito per fare delle cose di cui ora mi vergogno.»
Lorna le si avvicinò. «Non lo dirò a nessuno.»
Anna scrollò la testa. «Non mi piace parlare del mio passato, ma scappare non è la soluzione giusta. Me ne sono accorta a mie spese, Lorna.»
«È stata ripresa e riportata a casa?»
«Mi hanno ripresa ma non mi hanno riportata a casa.»
«E come mai?»
«Perché finalmente ho detto la verità su ciò che succedeva lì.»
Lorna trattenne il fiato ma non parlò. Tacquero entrambe, poi Anna disse: «Ho sentito Mary Jo ieri. È molto dispiaciuta per te».
Lorna annuì senza aprire bocca.
«Non serve a niente uccidere se stessi, Lorna. Devi avere fiducia in noi. Siamo qui per aiutarti, ma devi dire ciò che ti succede.»
«Non posso! Non posso!»
«Certo che puoi. Ti proteggeremo... io... lo sceriffo e il giudice ti proteggeremo. Nessuno alzerà un dito contro di te.»
«Come fa a saperlo? Non me lo può promettere.»
«Sì. Ma se non parli non possiamo fare niente.»
Lorna abbassò la testa e tacque. Anna si alzò e cominciò a passeggiare nella stanza, le unghie conficcate nei palmi per l'angoscia. «Mary Jo ha detto che dormi con una chiave inglese sotto il letto.»
«E allora?»
«Io dormivo con un martello sotto il mio.»
Lorna trasalì. Anna trattenne la voglia di abbracciarla e proteggerla dal dolore.
«Lorna, so quello che sta succedendo. Ma sei tu che ce lo devi dire. Nessuno può intervenire se non parli.»
«E se... lei sbaglia?» balbettò la piccola.
«Non sbaglio, è successo anche a me...»
«Signorina Anna... promette... promette che non lo dirà a nessuno?»
Anna esitò, Lorna doveva parlare con lo sceriffo e il giudice. Poi decise di fare un passo alla volta.
«Te lo prometto» disse, «non lo dirò a nessuno finché non me lo permetterai tu. Ma dobbiamo fare in fretta, altrimenti lui se ne va dalla città con tua sorella.»
Il viso di Lorna era inondato dalle lacrime, stringeva le mani sul petto ancora infantile quasi volesse trattenere il dolore. «Ha detto... ha detto che avrebbe fatto del male a Mindy se parlavo.»
Anna le si avvicinò e la prese per le spalle con dolcezza. «Ascoltami, lui non può farvi del male se dici la verità. Capisci? Non oserebbe più... dato che sappiamo.»
Lorna ormai singhiozzava disperatamente e Anna la strinse tra le braccia e la cullò, consolandola con parole d'affetto. Le sanguinava il cuore per quel dolore in cui si rispecchiava e le lacrime le bruciavano gli occhi mentre in lei montava una rabbia mai sopita.
«Che cosa mi faranno?» chiese Lorna tra i singhiozzi.
«A te?» esclamò Anna.
«Sì, se parlo.»
«Non ti faranno più tornare a casa. Ti affideranno a una famiglia come si deve. Poi si vedrà.»
«E Mindy?»
«Ha messo le mani su Mindy?»
«No» sussurrò Lorna, disperata.
«Ma ha minacciato di farlo?»
«Ha detto...» La voce di Lorna si spense per l'orrore. «Ha detto... che l'avrebbe fatto... se parlavo con qualcuno.»
«Proteggeranno anche lei, Lorna. Ma non posso dirti come, gli staranno addosso e non potrà fare del male a tua sorella.»
«Lo... lo metteranno in prigione?» Lorna era scioccata dal pensiero.
«Non lo so. Al mio patrigno hanno dato cinque anni di libertà vigilata e il divieto di avvicinare i bambini.»
Lorna si torse le mani e pianse ancora. «Non è giusto.»
«No, tesoro mio, non è giusto. È la cosa più ingiusta del mondo.»
«E se nessuno mi crede?»
Anna le accarezzò la guancia. «Tutti i presenti ieri hanno intuito ciò che succedeva. Siamo pronti a crederti.»
«Devo parlare con lo sceriffo?»
Anna esitò. «Preferisci parlare con il giudice Williams? È una donna.»
«È in grado di fermarlo?»
Anna sorrise suo malgrado. «Lorna, il giudice ha molto potere. Ho l'impressione che possa fare molto più dello sceriffo.»
Lorna continuava a torcersi le mani. «Starà con me, signorina Anna?»
«Ci puoi contare. Vuoi aspettare e poi parlare prima con il giudice?»
Lorna annuì, esausta. «Per oggi basta.»
«Lo credo.»
«Dovrò dirlo molte volte?»
«Purtroppo, sì. Io ho dovuto dirlo alla direttrice della casa dove ero custodita, poi ho dovuto dirlo ai poliziotti e infine al giudice. Forse non sarà necessario per te, vedremo di accorciare la procedura.»
«Sì.» Poi, ricominciando a piangere, Lorna si sfogò: «Come farò a dirlo, signorina Anna, come farò?».
«Ti aiuteremo, sappiamo quanto sia difficile per te.»
Lo sceriffo fissò un appuntamento con il giudice Williams per il giorno dopo a mezzogiorno e mezzo. Lorna e Anna vennero accompagnate in tribunale nell'ufficio personale del giudice. Nella stanza trovarono una stenografa pronta a registrare la deposizione di Lorna. Anna mise una mano rassicurante sul braccio della ragazza e la fece sedere di fronte alla scrivania. Pochi minuti dopo Francine Williams entrò. Era senza la toga nera, semplicemente vestita di un tailleur blu che la rendeva meno solenne. Era una bella donna sui quarant'anni, con un sorriso gradevole. Aveva fama di grande serietà e sensibilità.
«Brr... fa un freddo cane oggi!» disse, poi guardò Lorna. «Signorina Lacey, sarà una prova difficile per lei, devo però fare stenografare la sua deposizione. Questo le eviterà di doverla ripetere quando ci sarà il processo.»
«Il processo?» le fece eco Lorna, sbiancando in volto.
«Non sarà per domani, se mai avrà luogo» la rassicurò il giudice. «Farò di tutto per evitarglielo, d'accordo?»
Lorna annuì, esitante.
«Adesso lei dovrà rispondere affermativamente o negativamente alle mie domande, di modo che si possano stenografare le sue risposte.»
«Sì signora» disse Lorna.
La ragazzina giurò di dire la verità, e il giudice le spiegò ciò che comportava quel giuramento. Poi cominciò a interrogarla.
«Mi può dire perché ha incendiato l'aula della scuola due giorni fa?»
Lorna si morse il labbro poi disse: «Volevo morire». La sua voce tremò.
«Perché voleva morire?»
Come un torrente in piena, la confessione di Lorna si rovesciò sui presenti. Pianse, si interruppe, qualche volta sembrò incoerente, però raccontò nei dettagli l'anno infernale che aveva appena trascorso. Raccontò come suo padre veniva da lei ogni notte, quando la madre dormiva. All'inizio non sapeva se era sbagliato, sapeva solo che non le piaceva. Disse del modo disgustoso in cui suo padre la toccava e si faceva toccare da lei, e come ribadiva che era nel suo diritto, che lei in quanto figlia gli apparteneva, era la sua proprietà. E quando lei finalmente si era ribellata e l'aveva minacciato di raccontare tutto, lui l'aveva ricattata dicendo che avrebbe fatto del male alla sua sorellina. Solo in quel momento Lorna aveva capito che il comportamento di suo padre era sbagliato.
«Si divertiva a farmi piangere» confessò con una vocina tremula. «Voleva che lottassi con lui, allora ho smesso.» Poi spiegò che aveva deciso di ucciderlo e per questo aveva nascosto la grossa chiave inglese sotto il letto. Gli avrebbe fracassato la testa alla prima occasione, solo che lui scoprì l'arma e la prese in giro. Poi minacciò che se non faceva tutto ciò che le chiedeva, avrebbe messo le mani sulla sorellina. A quel punto, l'unica via d'uscita per Lorna era la morte.
Quando quel doloroso torrente di parole si prosciugò, Lorna appoggiò la fronte sulla scrivania e cominciò a piangere sommessamente. Nessuno fiatò. Anna le mise un braccio protettivo intorno alla spalla e ricacciò indietro le proprie lacrime.
Il giudice Williams aspettò finché Lorna non si calmò, poi le chiese: «Sua madre lo sa?».
«No.»
«Ne è sicura?»
Lorna scrollò le spalle. «Non le ho detto niente, temevo per Mindy.»
«Vorresti vivere con tua madre dopo che avremo allontanato tuo padre?»
Lorna sorprese tutti con la sua risposta sincera. «No, no! non mi ha aiutato... non mi ha aiutato.»
Anche nel suo caso, pensò Anna, sua madre non le aveva creduto. Francine Williams diede retta a Lorna. «Signorina Lacey, la lascerò libera, ma deve giurare che non farà del male a se stessa. Dovrò affidarla a...»
«La affidi a me» disse Anna di slancio, ignorando le difficoltà di una tale scelta. «Non sono in lista per l'affido o l'adozione, ma... vostro onore, so di che cosa parla Lorna. Da piccola, sono stata violentata dal mio patrigno... avevo la sua stessa età. So ciò che prova...» Il giudice la guardava con comprensione.
«Mi sembra una buona idea, almeno per il momento. Lei non può avere un bambino in affido o in adozione se non ne fa richiesta esplicita. Ma per questi giorni, possiamo fare uno strappo... lei gode di ottima reputazione qui, in città, signorina Fleming, e tutti apprezzano il lavoro che svolge con il gruppo giovanile della Chiesa del Buon Pastore. Signorina Lacey, le piacerebbe stare con la signorina Fleming, nell'attesa di una decisione definitiva?»
Lorna alzò il viso bagnato di lacrime. «Mi piacerebbe molto.»
«Allora faremo così. Nomino la signorina Anna Fleming affidataria di Lorna Lacey finché il tribunale non avrà deciso diversamente. La sua nomina sarà pronta entro stasera, signorina Fleming. Fino ad allora Lorna Lacey resterà dallo sceriffo Tate.» Poi si rivolse alla ragazzina: «Per quanto riguarda suo padre, spiccherò un mandato d'arresto oggi stesso. E darò ordine alla Lega per la protezione dell'infanzia di occuparsi di sua sorella. Stia tranquilla, nessuno vi farà del male. Mai più.»
All'una le strade di Conard City erano già state ripulite dal ghiaccio. Hugh Gallagher prese il furgone e si diresse verso la Chiesa del Buon Pastore per portare Anna a pranzo da Maude. Poi avrebbe dato un'occhiata al motore della sua macchina, sperava proprio di poterglielo aggiustare, Anna non aveva soldi da spendere dal meccanico.
Era agitato da sentimenti contrastanti. Da tempo non invitava una donna al ristorante, sperava anche di persuadere Anna a collaborare con lui al ranch. Era attratto da lei, ma temeva che un legame personale potesse interferire negativamente con un eventuale rapporto di lavoro. D'altra parte, si chiedeva perché una donna potesse interessarsi a lui. In special modo una donna sensata come Anna Fleming. Poi si riscosse: che diavolo, era un uomo fatto e finito, in grado di gestire un pranzo in compagnia e una chiacchierata di lavoro. Era consapevole che il suo passato, in particolare gli anni difficili trascorsi in montagna con i veterani come lui incapaci di stare al mondo, non lo candidavano all'affidabilità, tantomeno per occuparsi di bambini. Eppure sia lo sceriffo sia il reverendo gli dicevano di non scoraggiarsi, che l'avrebbero aiutato. Era andato fuori di testa così tante volte, che garanzie di rinsavimento definitivo poteva dare?
Perciò Anna, con la sua specchiata onestà e con il suo lavoro di assistenza ai giovani apprezzato da tutta la cittadinanza, avrebbe perfettamente controbilanciato l'instabilità di Hugh. Inoltre, la presenza di una donna nel ranch era indispensabile se voleva ospitare anche delle ragazze. Nessuno meglio di Anna poteva dirigere insieme a lui la futura struttura d'accoglienza.
E per questo doveva smettere di fantasticare su di lei: la trovava carina, gli piacevano i suoi occhi scuri e il viso regolare dall'ovale perfetto, la sua fragilità fisica stuzzicava in lui il senso di protezione, e dietro gli occhiali e i vestiti informi, intuiva una certa grazia. Sì, Anna sarebbe stata bella il giorno in cui si sarebbe lasciata andare.
Hugh Gallagher parcheggiò di fronte alla chiesa ed entrò nell'ufficio. Vide il reverendo ma nessuna traccia di Anna.
«Ciao, Hugh, qual buon vento ti porta?» lo salutò Dan, cordiale.
«Sono venuto a cercare Anna per pranzo.»
«Ah! Interessante.» Dan lo fissò con una punta di malizia bonaria negli occhi.
Hugh, interdetto, aprì la bocca per spiegare che era un appuntamento di lavoro ma poi tacque. Non ne aveva ancora parlato con Anna.
«Interessante davvero. Peccato che Anna non sia qui. Le ho dato una giornata di vacanza, a causa del gelo. La sua macchina è parcheggiata di fronte, ma lei non l'ho vista. E a casa non risponde nessuno. Se non si fa viva, chiamerò lo sceriffo.»
«Ha lasciato la macchina qui ieri, era in panne» spiegò Hugh. «L'ho accompagnata io a casa.»
«Allora telefono subito allo sceriffo» disse Dan. «Intanto accomodati.» Hugh si sedette sul divano e si guardò le mani. Mani grandi, callose, con alcune cicatrici procurate dalle vicissitudini della vita. Immaginò le sue mani carezzevoli su di lei, così delicata e minuta. No, non erano le mani di un amante. Hugh scacciò quel pensiero.
Dan tornò e annunciò: «Anna è in tribunale, c'è un'udienza con la piccola Lacey, non so a che ora si libererà».
Hugh si alzò. «Allora vado fuori a dare un'occhiata alla sua macchina.»
Gli occhi di Dan lo seguirono e lui si sentì a disagio per quello sguardo scrutatore.
«Hugh, potresti aggiustare il tetto prima che ci seppellisca la neve?»
Hugh si fermò e si voltò verso il reverendo.
«Certo, prima bisogna sistemare il materiale isolante sotto le tegole, poi quando sarà passata la tempesta di neve si riparerà il tetto vero e proprio.»
Dan annuì. «Bene, comincia subito dopo che avrai aggiustato la macchina di Anna. Il lavoro è tuo.»
Hugh uscì, convinto che Dan gli aveva affidato il lavoro per consentirgli di stare vicino ad Anna. Che sciocchezza! Si avvicinò alla vecchia Chevrolet e si tuffò sotto il cofano. Trovò subito il guasto, una cosa da niente che era in grado di riparare. Prese nel furgone la cassetta degli attrezzi e cominciò a trafficare col motore.
Erano poco più delle due quando Anna scese dalla macchina dello sceriffo di fronte alla chiesa. Notò subito l'uomo curvo sul motore e non poté fare a meno di ammirare da dietro la schiena larga e le gambe muscolose. Imbarazzata dal pensiero, sentì le guance avvampare. Ma che strane idee le venivano in mente, pensò. Colpa delle emozioni provate durante la mattinata in tribunale. L'uomo era Hugh Gallagher, l'aveva invitata a pranzo. Anna arrossì ancora di più, che maleducata! Non aveva mai saltato un appuntamento in vita sua, doveva proprio succedere con lui, sempre così cortese? Anna desiderò sprofondare.
In quel momento lui si voltò tenendo una chiave inglese nella mano imbrattata di grasso e la vide. L'accolse con un sorriso. «La tua macchina è quasi a posto, Anna.»
«Il... pranzo. Scusami» balbettò lei.
Hugh scrollò le spalle. «C'erano cose più importanti, Dan mi ha detto che eri in tribunale con la piccola Lacey. Non ti preoccupare, potremmo invece cenare insieme?»
«Mmm... Dalle cinque di stasera mi è stata affidata Lorna in custodia, non voglio lasciarla sola la prima notte che passa con me.»
Lui la guardò con partecipazione. «Sei generosa, Anna. Be' allora vi invito tutte e due a cena da Maude, se Lorna sarà d'accordo. Mi telefoni alle sei per confermare?»
«Grazie, Hugh. Grazie davvero... e grazie anche per aver aggiustato la mia macchina.»
«Non dirlo nemmeno, a che cosa servono se no i vicini? Entra in ufficio, fa freddo.»
Anna ringraziò ancora e, tutta sottosopra, si precipitò nel suo ufficio dove trovò il reverendo seduto alla scrivania intento a telefonare. Quando ebbe finito, Dan le chiese, lasciandole il posto: «Che cosa è successo? Lorna ha parlato con il giudice?».
«Sì, ha raccontato tutto. Me l'hanno affidata temporaneamente, a partire da stasera alle cinque.»
«Che buona notizia! Ho pregato tutta la notte per la ragazza.»
Anche Anna, a modo suo. «Nate farà ritirare i suoi vestiti a casa, spero che non facciano difficoltà. E Al, il padre di Lorna, sarà arrestato.»
«È giusto.» L'espressione di Dan si fece dura, lei non l'aveva mai visto con quella faccia cupa. Poi il reverendo Fromberg parlò: «Vedi, Anna, io credo nel perdono, ma questa volta mi riuscirà molto difficile perdonare... Avrai bisogno di un aiuto finanziario per il mantenimento di Lorna, ti darò del denaro per comprare ciò che serve. A quell'età mangiano come lupi. La nostra chiesa ti aiuterà».
Girò sui tacchi e uscì dalla stanza, lasciando Anna in preda a dubbi e perplessità: aveva fatto bene a proporsi per Lorna? Sarebbe stata all'altezza del compito che si era presa? Nulla lo garantiva.