4
Anna andò a prelevare Lorna dall'ufficio dello sceriffo alle cinque e un quarto. Tutti i documenti per l'affido temporaneo erano pronti e lei scambiò qualche parola con Nate.
«Ho fatto arrestare Al Lacey» le disse quest'ultimo a bassa voce per non farsi sentire dalla ragazzina, «devi stare in guardia. Lui sicuramente pagherà una cauzione per la libertà provvisoria, sarà difficile negargliela. Può darsi che tenti di avvicinare sua figlia, nonostante l'ordine del giudice di stare alla larga da Lorna.»
Era una complicazione che Anna non aveva messo in conto, sentì una sgradevole stretta allo stomaco.
«Non penso che faccia altro» continuò Nate, «ma di sicuro cercherà di far ritrattare Lorna.»
«Le impedirò di parlare con suo padre.» Parole! La sola idea di affrontare Al Lacey la spaventava a morte. Era uguale al suo patrigno, un uomo che molestava le bambine e lei era ancora terrorizzata dal ricordo. Ma in qualche modo, per amor di Lorna, avrebbe trovato il coraggio di tenere testa al padre indegno.
«La cosa peggiore è che la madre, Bridget, non crede alla figlia, anzi è convinta che stia mentendo. Non solo, ne ha parlato in modo molto negativo.» Lo sceriffo fece un sorriso imbarazzato. «Mi auguro che tu non venga a sapere gli orrori che dice sul conto di Lorna. Anna, sei sicura di volerti prendere questa responsabilità?»
Lei annuì, nonostante la sensazione di panico che l'aveva pervasa. «Qualcuno lo deve pur fare, Nate. Lorna ha bisogno di stabilità e sicurezza.»
«Hai ragione. Qualsiasi cosa ti serva, qualsiasi cosa succeda, telefonami di giorno o di notte. Sarò da te in cinque minuti, hai capito Anna?»
Lei lo guardò con gratitudine. Nate l'aveva sempre ben accolta e l'aveva aiutata a inserirsi in città. Ah, ci fossero tanti uomini come lui sulla faccia della terra! Avesse avuto anche lei un padre come Nate Tate!
Lorna premeva per andare, sembrava allegra e tranquilla com'era prima del fattaccio, ma Anna sapeva che dopo il periodo di euforia per lo scampato pericolo sarebbe subentrata la depressione. Ora era felice per essere sfuggita alle molestie del padre, poi però si sarebbe resa conto della grave perdita subita, quella di sua madre e di sua sorella. La sua famiglia. «Signorina Anna, è contenta che io venga a stare con lei?» chiese Lorna mentre si avviavano verso casa.
«Certo, forse è il caso che ci diamo del tu, che ne pensi Lorna? Però ti voglio avvertire che non ho una casa grande e bella come quella dei tuoi genitori, le segretarie non guadagnano molto» l'avvertì Anna.
Lorna tacque pensierosa, poi con voce amara dichiarò: «I soldi non servono quando sei infelice. Mio padre mi comprava un sacco di belle cose... Forse si sentiva in colpa».
Altroché, pensò Anna con asprezza, tentava di comprare il silenzio della figlia.
«Non sono stata capace di fermarlo» mormorò la piccola.
Anna sussultò e l'auto fece uno scarto. «Lorna, non sei responsabile di ciò che è successo. E non toccava a te fermarlo. L'unica cosa che potevi fare l'hai fatta: parlare con chi ti può aiutare.»
«Dovevo farlo prima.»
«Sì, ma avevi paura per tua sorella.»
«Certo.»
L'euforia di Lorna stava sciogliendosi come neve al sole. Anna cambiò argomento.
«Stasera dovremo arrangiarci, tireremo a sorte a chi dorme sul letto e chi sul divano.»
«Dormirò io sul divano, lei... hai già fatto tanto per me, sign... Anna.»
Anna le accarezzò la mano. «Sei un tesoro, Lorna. Ehi, lo sai che ho un cucciolo da qualche giorno?»
«Davvero? È sempre stato il mio sogno, ma i miei non volevano animali in casa.» Un'ombra di tristezza le rannuvolò il viso. Poi però Lorna reagì. «So cucinare e ti aiuterò a fare le pulizie.»
«Che bella notizia! Io odio cucinare e pulire.»
«A me diverte, invece.» Lorna rise compiaciuta. In quel momento arrivarono di fronte a casa. Anna fermò la macchina e prima di scendere si voltò verso la sua compagna. «Conosci Hugh Gallagher?»
«Quello che tutti chiamano Cowboy? Certo, ha allenato la squadra femminile di calcio l'anno scorso.»
«Ci ha invitate a cena da Maude stasera. Ti va di andare?»
«Oh sì, mi piacerebbe.» Non c'era traccia di esitazione nella risposta di Lorna e Anna ne fu contemporaneamente invidiosa e sollevata. La brutta esperienza con il padre non aveva apparentemente intaccato i suoi rapporti con gli uomini. Anna invece... A dire il vero, lei aveva però avuto delle esperienze terribili con gli uomini quando viveva per strada.
Appena Anna e Lorna misero piede nel ristorante, Maude venne loro incontro. La sua faccia di solito così arcigna si sciolse in un sorriso quando accolse la ragazzina. Attraversò la sala da pranzo e abbracciò maternamente Lorna dicendole che aveva preparato dei dolci squisiti, quella sera. Invece di dimostrarsi grata, Lorna sembrò a disagio. Quando Maude si allontanò, mormorò ad Anna: «Lo sa. Tutti sanno quello che mi è successo?».
«Prima o poi lo verranno a sapere tutti» le sussurrò Anna, sincera. «Non ti devi vergognare, Lorna, di nulla.»
La ragazza la fissò con occhi desolati. «E invece sì, mi vergogno.»
«Senti, vuoi che ce ne andiamo...?» Non era giusto che Lorna cominciasse a nascondersi, a isolarsi dal mondo. D'altra parte, Anna intuiva le difficoltà che provava ad affrontare gli estranei. Per questa volta, avrebbe accondisceso, solo per questa volta. Lorna però vide Cowboy seduto a un tavolo poco lontano. Si era alzato e faceva loro segno di raggiungerlo. Lei decisa si avviò verso di lui, seguita da Anna. Compitamente, Hugh le fece sedere tutte e due, trattandole con uguale galanteria. Con un'occhiata compiaciuta, Anna notò che si era cambiato e tagliato i capelli. Tuttavia, le sue attenzioni erano per Lorna, parlarono della squadra di calcio, dei progetti per l'anno a venire, e Anna che non ci capiva niente di quello sport, rimase tagliata fuori dalle loro chiacchiere.
Dopo che ebbero ordinato, Hugh la incluse nella conversazione e finì col parlare del suo futuro ranch. Fu chiaro ad Anna che lui si aspettava da lei ben più di qualche suggerimento. Ma lei non aveva nessuna intenzione di farsi coinvolgere nei suoi progetti. Significava dare in pasto il suo passato, lasciare che chiunque vi potesse avere accesso per giudicarlo.
Nell'occuparsi dei giovani della parrocchia il suo referente restava il reverendo Fromberg, era a lui che doveva rendere conto, e poi c'erano altri consiglieri per la gioventù al Buon Pastore, lei era solo la più attiva e coinvolta. Tuttavia nessuno aveva sentito la necessità di frugare nella sua vita passata o presente.
Lavorare con Hugh comportava ben altre responsabilità nonché il controllo delle istituzioni della città e della contea. E la sua presenza non poteva che danneggiare il progetto di Hugh. Come dirglielo? Anna rimpianse di non avere una vita lineare e trasparente. Mentre guardava Hugh intento a chiacchierare con Lorna lo giudicò molto simpatico e si compiacque, per la prima volta in vita sua, di poter considerare un uomo con desiderio, sentendosi libera. Con suo grande sollievo, Hugh evitò di proporle una collaborazione nel ranch. Si tenne sulle generali e illustrò la sua teoria educativa secondo la quale un lavoro e la cura di animali poteva suscitare nei ragazzi difficili stima di sé e senso di responsabilità. Era chiaro, pensò Anna, che riteneva l'ambiente sociale responsabile del danno.
«Non pensi che nell'uomo esistano anche delle predisposizioni alla patologia sociale?» chiese Anna.
«Certo, queste persone sono facilmente candidate alla galera» convenne Hugh, «hanno uno svantaggio caratteriale. E non c'è cura psicologica che tenga. Ma è difficile dire se un ragazzino in difficoltà possa diventare da grande un caso di patologia psicosociale.»
«Non mi piace pensare che alcune persone siano fondamentalmente malvage.»
«Neanche a me» disse Hugh, «ma una seppur minima percentuale di persone cerca soltanto la gratificazione dei propri impulsi.»
«Come mio padre» s'intromise inaspettatamente Lorna. Hugh e Anna la guardarono senza riuscire a controbattere.
«Mio padre sapeva di comportarsi male» riprese Lorna con voce piatta. «Lo sapeva, per questo mi proibiva di parlarne con gli altri. Che cosa ti fa agire in questo modo, quando sai che hai torto? Sei un caso di patologia psicosociale?»
I due adulti si scambiarono un'occhiata. «Non necessariamente» disse Anna infine. «Tutti commettiamo atti che sappiamo sbagliati.»
«Sì, anch'io ho fatto delle cose sbagliate» disse Lorna, mettendo giù la forchetta.
«Anche io le ho fatte» confessò Hugh, «qualche volta devi, per sopravvivere.»
Lorna lo guardò speranzosa.
«Non avevo altra scelta» continuò Hugh, «ma ora non lo farei più.»
«Neanch'io» convenne lei.
Anna si accorse che la ragazzina aveva assimilato le parole di Hugh e che pian piano le si rischiarava la faccia. Quando si voltò verso di lui, notò la sua espressione consapevole e piena di partecipazione. Sì, era un uomo notevole, pensò. Peccato che la cena stava per finire e che le loro strade si sarebbero separate di nuovo.
Il giorno dopo Anna accompagnò Lorna a scuola e si recò dal preside per consegnargli i documenti di affido. John Kreusi la invitò a sedere e consultò le carte.
«Faccio fare una fotocopia» le disse, guardingo.
«Certo.»
«In base a quest'affido, Lorna non deve entrare in contatto né parlare con i suoi genitori.»
«Esatto.»
«È una decisione drastica. Mi può spiegare come mai?»
Le toccava affrontare di nuovo l'argomento, pensò Anna, seccata.
«Lorna ha subito degli abusi sessuali dal padre, lui è stato arrestato e per ovvie ragioni lei non può vederlo.»
«Ma la madre?»
«Bridget Lacey, a quanto pare, non crede a sua figlia.»
«Ho capito.» Il preside guardò fuori della finestra come per cercare ispirazione nel cielo grigio. «Devo decidere che cosa fare con la ragazza.»
«Come sarebbe a dire?»
Lui fissò Anna, a disagio. «Lorna ha tentato di incendiare la scuola, di solito sospendiamo l'alunno.»
«Lo sospendete? Ma lei ha sentito ciò che le ho detto? Per un anno la ragazza è stata violentata dal padre, ci mancherebbe solo la sospensione, adesso!»
«Ci sono altri studenti, qui. E poi ho sentito solo la sua versione.»
Anna si alzò in piedi, incapace di contenere l'indignazione. «C'è una deposizione fatta da Lorna davanti al giudice che ha emesso quest'ordine di affido. Lei deve credere nella mia versione, che è quella del giudice.»
«Certo, ma non mi potete obbligare a tenere la ragazza a scuola, è un pericolo per i suoi compagni.»
«Lorna non è un pericolo!» esclamò Anna, «suo padre è un pericolo per lei e per la sua incolumità fisica e mentale!»
«Conosco Al Lacey...»
«Anch'io lo conosco! Ma solo Lorna e suo padre sanno che cosa succedeva di notte. Voi educatori dov'eravate quando Lorna ha cominciato a isolarsi? Nessuno di voi si è chiesto perché?»
«A quest'età i ragazzi...»
«Non voglio sentire altro» gridò Anna. «Porto via Lorna con me, lei se la vedrà con il giudice.» Uscì come una furia dall'ufficio del preside e ordinò alla bidella di andare a cercare Lorna: «Lorna Lacey viene via con me... subito».
Solo dopo, ebbe la consapevolezza che aveva tenuto testa a un uomo con grande determinazione.
Lorna andò in ufficio con lei. Anna entrò dal reverendo e gli spiegò l'accaduto. Dan ne fu spiacevolmente colpito, provarono a mettersi in contatto con il giudice, ma era in tribunale in udienza. Poi diedero dei libri da leggere a Lorna, mentre Anna si chiudeva nell'ufficio di Dan per telefonare allo sceriffo.
Questi s'infuriò. «È disgustoso! La ragazza deve ritornare a scuola, riprendere la vita di prima. Sta' tranquilla, provo a chiamare il preside e a farlo ragionare. Mi è già successo di questionare con lui per le mie figlie. Comunque ho l'impressione che Francine Williams non gliela farà passare liscia.»
Anna rimase qualche tempo sovrappensiero. Da tempo non sentiva una simile rabbia dentro di sé, e a dire la verità non era tutta rivolta al preside. No, analizzandosi, poteva riconoscere che la rabbia era rivolta contro sua madre, che aveva rifiutato di crederle quando le aveva confessato la violenza cui la sottoponeva il patrigno. Era anche rivolta contro i poliziotti che l'avevano agguantata per strada, e contro il giudice che aveva dato una blanda punizione all'uomo. Ma ora i tempi erano cambiati, anche se restava molto da fare.
Lorna aveva lei, Anna, lo sceriffo e il giudice dalla sua. Ed erano in molti a credere nella colpevolezza di suo padre. Sì, le cose erano cambiate in meglio. Quanto a John Kreusi, il preside, non aveva del tutto torto. Lorna aveva incendiato la scuola, era la verità; i suoi commenti però l'avevano mandata fuori dai gangheri. Se degli adulti, in questo caso degli educatori, non erano in grado di cogliere il dramma di un bambino, il bambino indifeso era abbandonato a se stesso.
La moglie dello sceriffo, Marge, capitò in chiesa nel primo pomeriggio. Era una bella donna di quarant'anni dai capelli fulvi e dagli occhi verdi come due smeraldi.
«Ti porto via Lorna » annunciò allegramente ad Anna, «vado a fare spese e ho pensato che le piacerebbe accompagnarmi.»
Lorna chiuse prontamente il libro che stava leggendo. «Oh sì, posso andare Anna?»
«Certo.» Come dirle di no? In effetti Anna si stava chiedendo in che modo impiegare il tempo di Lorna, ora che non frequentava più la scuola. Non poteva stare in ufficio a fare niente, bisognava trovare una soluzione. Anna si sentì sopraffatta dalle responsabilità. Un conto era agire d'impulso, un conto risolvere i problemi pratici relativi all'affido di Lorna.
«Se sei d'accordo, Anna, terrei Lorna a cena con noi. Le mie figlie vorrebbero vederla, te la riporto a casa alle otto.»
«Ottima idea.» Anna notò il sorriso felice della ragazzina. «Si è divertita con voi l'altra sera.»
«Anche noi. Naturalmente, se ci vuoi raggiungere a cena, sei la benvenuta.»
«Grazie, Marge, ma devo comprare un letto per Lorna prima della chiusura dei negozi.»
«A proposito, abbiamo un divano letto e tutta la biancheria relativa, se vuoi. Inoltre, in cantina, abbiamo un comò e una scrivania che non usiamo più. Te li faccio portare da Nate, più tardi.»
Anna si sentì grata per quella generosità spontanea. «Sarebbe perfetto» convenne.
«Allora a presto. Vieni, Lorna, i negozi ci aspettano!» Uscirono ridendo e scherzando tutte e due. Chiaro che Marge era venuta a prendere Lorna dietro suggerimento del marito, si disse Anna. I Tate erano persone sensibili, come molte altre a Conard City. Non doveva farsi influenzare dai Lacey o da John Kreusi. Rinfrancata, cominciò a lavorare. Alle cinque e mezzo il giudice non aveva ancora telefonato. Chissà se la Williams aveva voglia di intervenire in una faccenda che, tutto sommato, non la riguardava e per la quale non aveva potere di decisione. Che cosa doveva fare?, si chiese Anna angosciata.
La camera dove Lorna avrebbe dormito non era mai stata usata. Perciò non aveva tendine alla finestra, e Anna non sapendo di che colore fosse la biancheria da letto di Marge optò per il bianco che andava con tutto. Girò nel reparto arredamento del grande magazzino Freitag, fermandosi di fronte ai banconi di legno di quercia alla vecchia maniera dietro ai quali sbadigliavano commesse annoiate di mezza età. Oltre alle tendine, cercò qualcosa che potesse piacere a Lorna senza compromettere il suo modesto bilancio. Comprò dei vasetti di ceramica da mettere sul comò, una lampada più carina che pratica e un tavolino di legno bianco da mettere accanto al letto. Per finire, scelse un tappeto di lana candida per fare da scendiletto.
Soddisfatta dei suoi acquisti si diresse verso la macchina aiutata da un giovane commesso che portava i pacchi. La neve ormai cadeva a fiocchi, e Anna non poté fare a meno di ammirare i ghirigori bianchi alla luce dei lampioni. L'inverno che si avvicinava deciso portava con sé la promessa del Natale e dei suoi festeggiamenti.
«Mente, lo sa?» Una voce aspra la fece voltare di scatto. Si trovò faccia a faccia con Bridget Lacey, la madre di Lorna. «Mia figlia mente» ripeté la donna, la faccia stravolta dall'odio. «È sempre stata una bugiarda, suo padre non ha alzato un dito contro di lei.»
Anna non sapeva che cosa dire, spaventata dalla cattiveria con la quale la donna la fissava.
«Lo sa perché ha incendiato la scuola? Perché suo padre non voleva lasciarla andare via con suo cugino a Cheyenne. Non c'è stato verso di farle cambiare idea, diceva che voleva vivere lì. Suo padre gliel'ha proibito, e lei si è inventata tutto.»
«Signora Lacey...»
«Stia zitta, lei, santarellina, che diritto ha di ficcare il naso? Lei, lo sceriffo e il giudice, bravi. Portare via la figlia a un uomo che è stato uno dei pilastri della nostra città per quindici anni. Mio marito è un ottimo padre e non ha mai fatto del male a nessuno.» La donna puntò un indice accusatore verso Anna. «Quella sgualdrina di mia figlia voleva essere libera per correre dietro ai maschi, nelle strade. E suo padre si opponeva. Vedrà... vedrà adesso, quando vorrà uscire vestita come una puttanella... Ma Al sarà vendicato, e allora guai a voi, maledirete il giorno in cui avete messo in piedi questa messinscena!»
«Io non ho messo...»
«Conosco i tipi come lei, tutte per benino e poi sotto, ad aizzare le ragazzine.»
Anna era bloccata contro la sua macchina, la donna, inviperita, non la mollava e lei cominciò ad avere paura. Bridget Lacey era grande e grossa, e minacciava di passare alle mani. Ma la donna si limitò a spingerla contro la portiera, sibilandole in faccia: «Gliela farò pagare, vedrà...».
Una voce maschile le tolse la parola. «C'è qualche problema, Anna?» Lei voltò la testa, vide Gallagher e per poco non cadde dal sollievo. Lui se ne stava accanto a loro, tranquillo, un mezzo sorriso sulle labbra ma uno sguardo duro negli occhi puntati su Bridget Lacey che, colto il messaggio, girò sui tacchi e se ne andò. Anna si appoggiò affranta all'auto.
«Sei pallida come un straccio» notò Hugh, sorreggendola. «Stai male?»
«Un minuto...» Tremava come una foglia, e aveva voglia di lasciarsi andare contro quella solida spalla maschile e stare lì finché non si sarebbe sentita sicura.
«Rilassati» le disse con tenerezza, e le sfiorò la guancia con una carezza. «Ho ascoltato quello che ha detto, non era piacevole. Come può una madre sentirsi così nei confronti della propria bambina?»
«Succede...» Anna parlava a fatica. «Non vuole credere che lui l'abbia tradita, che l'abbia fatto con sua figlia. È tutta la sua vita che sta crollando... Non ce la fa.»
«Questo non giustifica il veleno che sparge contro la figlia. Sei buona, Anna, non è facile trovare scuse per chi ti ha appena trattato male.»
Anna rabbrividì, lei non stava scusando nessuno. Aveva passato metà della propria vita a cercare dentro di sé comprensione per sua madre. Ma la comprensione non era il perdono.
«Stai meglio adesso?» s'informò Hugh, preoccupato.
«Sì, va tutto bene. Me ne torno a casa.»
«Ti seguo allora» annunciò lui, «voglio essere sicuro che non farai altri brutti incontri.»
Hugh le sembrò troppo apprensivo, ma il suo interessamento la confortò. Quando giunsero a casa, lui le si fece incontro premurosamente per aiutarla a portare i pacchi. Entrarono e lei mise a scaldare del caffè mentre lui sistemava tutto in camera di Lorna.
«Dov'è la tua protetta?» chiese quando ebbe finito.
«È a cena dai Tate, sarà qui per le otto.»
Lui allora si offrì di appendere le tende e lei accettò dopo essersi fatta un po' pregare. Non voleva essere in debito con nessuno, e ogni giorno Hugh Gallagher le faceva un piacere.
«Ci metto un minuto» le disse, quasi sentisse la sua riluttanza. Poi con un sorriso: «In cambio, mi offrirai un caffè». E così fece. Dopo averlo guardato mentre saliva sulla scala, lei lo contemplò con lo sguardo di una donna. Era possibile desiderare un uomo allo stesso modo in cui loro desiderano le donne? E come era toccare un uomo che ti amava invece di essere costretta a toccare un uomo di cui avevi paura?
Quando ebbe montato le tende, ne ammirarono l'effetto insieme e lei si sentì euforica e contemporaneamente in preda al panico. Hugh era in procinto di andarsene e lei lo voleva trattenere. Alla fine, si buttò.
«Vuoi cenare con me? Preparo qualcosa da mangiare» si sentì dire.
Lui la fissò, dubbioso. «Non voglio disturbare.»
«Non mi disturbi affatto.» Dunque, anche lui aveva paura. Per tutti e due era una situazione di disagio, e lei se ne sentì quasi rassicurata.
Anna cominciò a scaldare le lasagne surgelate e lavò pomodori e insalata mentre lui apparecchiava.
«Che cosa facevi prima di venire a Conard City?» le chiese lui tanto per chiacchierare.
Anna sentì una fitta al cuore, Hugh non conosceva la sua storia. «Ho lavorato come segretaria in un'azienda a nord di New York» disse restando sul vago.
«Come mai sei capitata in un buco di città come questa? Dev'essere stato noioso dopo la grande metropoli.»
Lei scosse la testa. «Non abitavo a New York.» Eccetto un breve periodo con i ragazzi di strada. «La città dove vivevo era più grande di Conard City ma non una metropoli. E comunque, sono gli abitanti a fare la città, qui sono cortesi e amichevoli. Sono stufa delle città grandi, sono così piene...» Piene di ricordi sgradevoli che lei non aveva voglia di dividere con nessuno, pensò, sperando che smettesse di fare domande. «E tu? Come mai sei finito qui?»
«È una lunga storia. Ho lasciato l'esercito per invalidità e sono tornato a Chicago. Solo che non ce la facevo a mantenere un posto di lavoro a lungo perché...» Si interruppe. «Insomma, me la passavo male. Ogni tanto mi sembrava di essere un altro. Non so se hai mai sentito parlare dei traumi post bellici.»
«Sì, qualche volta.»
«Be' mi capitava di sentire un rumore particolare e mi ritrovavo in Iraq. Difficile lavorare con quei disturbi.»
Anna lo fissava intensamente, dimentica dell'insalata che stava preparando.
«Alla fine sono diventato un mezzo barbone, vivevo in strada.»
Lei annuì, identificandosi totalmente con lui.
«La vita di strada è dura» osservò Hugh.
«Lo so, lo so...» Quelle parole le uscirono di bocca naturali come un respiro. Lui la sentì e la guardò con maggiore attenzione, poi continuò: «Non mi adattavo alla vita civile, ero ossessionato da ricordi che non riuscivo a scacciare, mi buttavano fuori da ogni ricovero o dormitorio... Alla fine ho sentito parlare di una comunità in montagna, gestita da veterani nel più totale isolamento rispetto alla gente del luogo». Fece una pausa. «Da lì, sono venuto a Conard City in autostop e non mi sono più mosso.»
In quel momento, il forno squillò riportandoli alla realtà. Anna si voltò per spegnerlo e poi si concentrò sull'insalata. Aveva voglia di saperne di più su Hugh ma non osava fare domande come se ascoltare le traversie di lui avesse il potere di riportare in vita ricordi accuratamente rimossi. Era lacerata tra la voglia di confessare tutto e il timore di smascherarsi. Bastava una parola di più perché la cittadinanza intera la respingesse e le togliesse il suo ruolo di segretaria della chiesa e di responsabile per la gioventù.
Hugh apprezzò le lasagne e mangiò l'insalata con piacere. Anna si compiacque nel ricevere i suoi complimenti, non le succedeva mai. Trovò il coraggio di chiedere a Hugh: «Vivere in montagna ti ha aiutato?».
«Oh sì. Ha eliminato gli stimoli che mi facevano stare male. In città vivevo continuamente sui nervi. In montagna, ho smesso di avere quelle visioni di guerra...»
«E ora che sei tornato in città?»
«Va benino, sono stato fortunato, i miei disturbi sono cominciati subito dopo il mio ritorno dall'Iraq, perciò sono scomparsi più in fretta. Più tardi si presentano e peggio è, di solito.» Finì l'ultima foglia di insalata. «Ottima cena, Anna.»
Lei lo ringraziò e lui la guardò con simpatia. «Comunque, per finire questa lunga storia, sono rimasto in montagna un po' più del necessario. C'erano alcuni ex militari che avevano bisogno del mio aiuto. Ancora adesso vado su ogni tanto per vedere come stanno, e con il mio amico Billy Joe Yuma portiamo coperte di lana e provviste. Non ho più bisogno di nascondermi, ora voglio fare qualcosa di utile per gli altri.»
«Ti capisco» gli fece eco lei. Era stata la ragione principale del suo impegno con la chiesa. Costruire qualcosa di positivo per risarcire se stessa e la società dalle malefatte compiute in passato.
«Per questo voglio realizzare il ranch per i ragazzi in difficoltà. So che cosa significa perdere la testa, desiderare un appiglio quando ti senti alla deriva. I ragazzi sono più a rischio degli adulti. Non hanno la maturità necessaria per far fronte al loro smarrimento.»
«È proprio vero, a quell'età si scelgono le soluzioni drastiche.» Anna pensava a se stessa, alle scelte che aveva fatto a quattordici anni, quando ancora non sapeva nulla della vita.
«Capisci bene la psicologia dei bambini» osservò Hugh sorridendole timidamente. «Mi piacerebbe che tu mi aiutassi nel ranch.»
Anna sbiancò in volto, non era possibile, cominciò a tremare. Lui si inquietò. «Ho detto qualcosa di sconveniente?»
«Non posso» si difese lei, smarrita. «Mi piacerebbe... Ma non posso collaborare con te... Non posso!»
Lui fu tentato di chiederle perché, ma dopo un momento annuì e sorrise. «Allora mi basteranno i tuoi suggerimenti, Anna. Davvero, te ne sarò grato.»
Il pericolo era passato, pensò lei, non aveva dovuto spiegare il perché del suo rifiuto. Si rilassò.
«A proposito di Lorna» cambiò argomento lui, «è vero che non la vogliono riammettere a scuola?»
«Come lo sai?» chiese lei, turbata.
«Voci che corrono, pettegolezzi, sono inevitabili in una città piccola.»
Anna respinse il piatto, non aveva più appetito. «Nate cercherà di parlare con il preside. Ho telefonato al giudice Williams ma non mi ha ancora richiamata. Purtroppo la decisione spetta alla scuola. Non voglio però che Lorna sia trattata come una delinquente, non se lo merita.»
«Forse no.»
«Certamente no.»
Lui sorrise debolmente. «Considerala da questo punto di vista, Anna, senza prendertela con me. Lorna ha commesso qualcosa di molto grave. Forse non le farebbe male capire che ci sono vari modi di affrontare la realtà, modi sbagliati e modi giusti. Bruciare la scuola non è il modo giusto di affrontare la realtà.»
Anna lo fissò incredula. «Vuoi dire che va punita?»
«Sarà giudicata in tribunale, Lorna ha commesso un reato, forse non le infliggeranno la detenzione, ma una qualunque pena sì, magari leggera.»
Aveva ragione, pensò Anna, incapace di trovare argomenti.
«Capisco che la ragazza ha subito una crudele provocazione, ma ha reagito nel modo peggiore. La corte è stata mansueta con lei.»
«Non c'è bisogno di trattarla come una criminale! Ne ha già passate abbastanza!»
«Te lo concedo. Ma la società non accetta chi infrange le leggi e le chiederà conto del suo errore. Non è detto che faccia male a Lorna, rendersi consapevole del proprio sbaglio. Penso che verrà ospitata da una comunità.»
«E la scuola? È giusto che la respinga?»
«Lorna verrà sospesa per alcuni giorni. Che cosa diresti se un altro studente avesse tentato di incendiare la scuola e tu avessi tuo figlio dentro?»
«Lorna è un caso speciale.»
«Sono d'accordo, ma non c'è ragione di scagionarla completamente. Non le farebbe bene.» Hugh le prese la mano e gliela strinse amichevolmente. «Tu vuoi proteggerla, come una madre. Tutti però dobbiamo imparare a rispondere delle nostre azioni. Lorna sarà punita per l'incendio non per ciò che le ha fatto suo padre, questo è importante che lo capisca. E deve accettare le conseguenze del suo atto, è una lezione di vita da non sottovalutare.»
Anna annuì, senza ritirare la mano. Stranamente, non le dava fastidio essere toccata, anzi quel contatto la confortava, la rassicurava.
Lui sciolse la tensione che si era creata alzandosi e chiedendo dov'era il detersivo per lavare i piatti.
«Lascia perdere, ci penso io» si difese lei.
«Hai cucinato, il meno che possa fare è lavarti i piatti.»
Si misero insieme, lui lavava e lei asciugava. Era facile dividersi i compiti, Hugh non l'intimidiva né la metteva a disagio.
Nate arrivò con Lorna e con i mobili promessi. Li trasportarono tutti insieme nella stanza e la ragazza, con gridolini estasiati, apprezzò le tendine, lo scendiletto, la lampada, insomma tutto. Anna fu grata di quelle dimostrazioni di gioia, e intuì che Lorna era soprattutto felice di starsene lontana da casa sua. Alla fine la lasciarono da sola in camera per sistemare le sue cose come meglio intendeva.
Nate e Hugh si sedettero al tavolo della cucina per bere un caffè insieme ad Anna.
«È un piacere stare con quella bambina» disse lo sceriffo. «È gentile con tutti, vuole sempre dare una mano. Pensa a com'era tre giorni fa.»
«Speriamo che duri» sospirò Anna, con una punta di scetticismo.
Nate ebbe uno sguardo preoccupato. «Prima o poi, crollerà. Ho preso appuntamento con una psicologa a Laramie, ci deve andare ogni venerdì pomeriggio. L'accompagnerà la mia vice.»
«Sei sicuro che le farà bene?» si preoccupò Anna.
«È una psicologa molto quotata, specializzata nel trattare i bambini vittime di incesto.»
«Lorna è molto vulnerabile in questo momento» riprese Anna, «non volevo sembrare sospettosa...»
Nate le sorrise. «Non mi offendo, sei tu responsabile per lei.»
«Oh, temporaneamente» si difese Anna. Chissà perché quella consapevolezza le dava fastidio. Doveva analizzarsi e capire perché. Sì, doveva riflettere sul proprio rapporto con Lorna.
«Dovrà saltare la scuola tutti i venerdì pomeriggio» continuò Nate.
«A proposito di scuola...» Anna lo guardò con il cuore sospeso.
«Ho parlato con il preside, ci ripenserà.»
«Il giudice non mi ha richiamato.»
«Vedrò Francine Williams domani mattina, ma non credo che possa interferire con la scuola. Comunque sono sicuro che John Kreusi tornerà sulla sua decisione, ci vorranno due o tre giorni.»
«Non sarà un dramma per Lorna, devo farmi dare i compiti dai suoi insegnanti per farla stare al passo con i compagni.»
«Ottima idea, Anna. Ora devo tornare a casa.»
Si alzarono tutti e tre.
«È meglio che vada anch'io» annunciò Hugh. «Domani mi aspetta il tetto della chiesa, non sarà uno scherzo!»
Anna li salutò sull'uscio. Nevicava da ore ormai e la neve si accumulava dappertutto, sui marciapiedi e sul giardinetto della casa. Sarà tutto bianco domani, pensò e chiuse la porta, lasciando fuori il freddo della notte.