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Anna andò a prelevare Lorna
dall'ufficio dello sceriffo alle cinque e un quarto. Tutti i
documenti per l'affido temporaneo erano pronti e lei scambiò
qualche parola con Nate.
«Ho
fatto arrestare Al Lacey» le disse quest'ultimo a bassa voce per
non farsi sentire dalla ragazzina, «devi stare in guardia. Lui
sicuramente pagherà una cauzione per la libertà provvisoria, sarà
difficile negargliela. Può darsi che tenti di avvicinare sua
figlia, nonostante l'ordine del giudice di stare alla larga da
Lorna.»
Era una
complicazione che Anna non aveva messo in conto, sentì una
sgradevole stretta allo stomaco.
«Non
penso che faccia altro» continuò Nate, «ma di sicuro cercherà di
far ritrattare Lorna.»
«Le
impedirò di parlare con suo padre.» Parole! La sola idea di
affrontare Al Lacey la spaventava a morte. Era uguale al suo
patrigno, un uomo che molestava le bambine e lei era ancora
terrorizzata dal ricordo. Ma in qualche modo, per amor di Lorna,
avrebbe trovato il coraggio di tenere testa al padre
indegno.
«La
cosa peggiore è che la madre, Bridget, non crede alla figlia, anzi
è convinta che stia mentendo. Non solo, ne ha parlato in modo molto
negativo.» Lo sceriffo fece un sorriso imbarazzato. «Mi auguro che
tu non venga a sapere gli orrori che dice sul conto di Lorna. Anna,
sei sicura di volerti prendere questa responsabilità?»
Lei
annuì, nonostante la sensazione di panico che l'aveva pervasa.
«Qualcuno lo deve pur fare, Nate. Lorna ha bisogno di stabilità e
sicurezza.»
«Hai
ragione. Qualsiasi cosa ti serva, qualsiasi cosa succeda,
telefonami di giorno o di notte. Sarò da te in cinque minuti, hai
capito Anna?»
Lei lo
guardò con gratitudine. Nate l'aveva sempre ben accolta e l'aveva
aiutata a inserirsi in città. Ah, ci fossero tanti uomini come lui
sulla faccia della terra! Avesse avuto anche lei un padre come Nate
Tate!
Lorna
premeva per andare, sembrava allegra e tranquilla com'era prima del
fattaccio, ma Anna sapeva che dopo il periodo di euforia per lo
scampato pericolo sarebbe subentrata la depressione. Ora era felice
per essere sfuggita alle molestie del padre, poi però si sarebbe
resa conto della grave perdita subita, quella di sua madre e di sua
sorella. La sua famiglia. «Signorina Anna, è contenta che io venga
a stare con lei?» chiese Lorna mentre si avviavano verso
casa.
«Certo,
forse è il caso che ci diamo del tu, che ne pensi Lorna? Però ti
voglio avvertire che non ho una casa grande e bella come quella dei
tuoi genitori, le segretarie non guadagnano molto» l'avvertì
Anna.
Lorna
tacque pensierosa, poi con voce amara dichiarò: «I soldi non
servono quando sei infelice. Mio padre mi comprava un sacco di
belle cose... Forse si sentiva in colpa».
Altroché, pensò Anna con asprezza, tentava di comprare il
silenzio della figlia.
«Non
sono stata capace di fermarlo» mormorò la piccola.
Anna
sussultò e l'auto fece uno scarto. «Lorna, non sei responsabile di
ciò che è successo. E non toccava a te fermarlo. L'unica cosa che
potevi fare l'hai fatta: parlare con chi ti può
aiutare.»
«Dovevo
farlo prima.»
«Sì, ma
avevi paura per tua sorella.»
«Certo.»
L'euforia di Lorna stava sciogliendosi come neve al sole.
Anna cambiò argomento.
«Stasera dovremo arrangiarci, tireremo a sorte a chi
dorme sul letto e chi sul divano.»
«Dormirò io sul divano, lei... hai già fatto tanto per
me, sign... Anna.»
Anna le
accarezzò la mano. «Sei un tesoro, Lorna. Ehi, lo sai che ho un
cucciolo da qualche giorno?»
«Davvero? È sempre stato il mio sogno, ma i miei non
volevano animali in casa.» Un'ombra di tristezza le rannuvolò il
viso. Poi però Lorna reagì. «So cucinare e ti aiuterò a fare le
pulizie.»
«Che
bella notizia! Io odio cucinare e pulire.»
«A me
diverte, invece.» Lorna rise compiaciuta. In quel momento
arrivarono di fronte a casa. Anna fermò la macchina e prima di
scendere si voltò verso la sua compagna. «Conosci Hugh
Gallagher?»
«Quello
che tutti chiamano Cowboy? Certo, ha allenato la squadra femminile
di calcio l'anno scorso.»
«Ci ha
invitate a cena da Maude stasera. Ti va di andare?»
«Oh sì,
mi piacerebbe.» Non c'era traccia di esitazione nella risposta di
Lorna e Anna ne fu contemporaneamente invidiosa e sollevata. La
brutta esperienza con il padre non aveva apparentemente intaccato i
suoi rapporti con gli uomini. Anna invece... A dire il vero, lei
aveva però avuto delle esperienze terribili con gli uomini quando
viveva per strada.
Appena
Anna e Lorna misero piede nel ristorante, Maude venne loro
incontro. La sua faccia di solito così arcigna si sciolse in un
sorriso quando accolse la ragazzina. Attraversò la sala da pranzo e
abbracciò maternamente Lorna dicendole che aveva preparato dei
dolci squisiti, quella sera. Invece di dimostrarsi grata, Lorna
sembrò a disagio. Quando Maude si allontanò, mormorò ad Anna: «Lo
sa. Tutti sanno quello che mi è successo?».
«Prima
o poi lo verranno a sapere tutti» le sussurrò Anna, sincera. «Non
ti devi vergognare, Lorna, di nulla.»
La
ragazza la fissò con occhi desolati. «E invece sì, mi
vergogno.»
«Senti,
vuoi che ce ne andiamo...?» Non era giusto che Lorna cominciasse a
nascondersi, a isolarsi dal mondo. D'altra parte, Anna intuiva le
difficoltà che provava ad affrontare gli estranei. Per questa
volta, avrebbe accondisceso, solo per questa volta. Lorna però vide
Cowboy seduto a un tavolo poco lontano. Si era alzato e faceva loro
segno di raggiungerlo. Lei decisa si avviò verso di lui, seguita da
Anna. Compitamente, Hugh le fece sedere tutte e due, trattandole
con uguale galanteria. Con un'occhiata compiaciuta, Anna notò che
si era cambiato e tagliato i capelli. Tuttavia, le sue attenzioni
erano per Lorna, parlarono della squadra di calcio, dei progetti
per l'anno a venire, e Anna che non ci capiva niente di quello
sport, rimase tagliata fuori dalle loro chiacchiere.
Dopo
che ebbero ordinato, Hugh la incluse nella conversazione e finì col
parlare del suo futuro ranch. Fu chiaro ad Anna che lui si
aspettava da lei ben più di qualche suggerimento. Ma lei non aveva
nessuna intenzione di farsi coinvolgere nei suoi progetti.
Significava dare in pasto il suo passato, lasciare che chiunque vi
potesse avere accesso per giudicarlo.
Nell'occuparsi dei giovani della parrocchia il suo
referente restava il reverendo Fromberg, era a lui che doveva
rendere conto, e poi c'erano altri consiglieri per la gioventù al
Buon Pastore, lei era solo la più attiva e coinvolta. Tuttavia
nessuno aveva sentito la necessità di frugare nella sua vita
passata o presente.
Lavorare con Hugh comportava ben altre responsabilità
nonché il controllo delle istituzioni della città e della contea. E
la sua presenza non poteva che danneggiare il progetto di Hugh.
Come dirglielo? Anna rimpianse di non avere una vita lineare e
trasparente. Mentre guardava Hugh intento a chiacchierare con Lorna
lo giudicò molto simpatico e si compiacque, per la prima volta in
vita sua, di poter considerare un uomo con desiderio, sentendosi
libera. Con suo grande sollievo, Hugh evitò di proporle una
collaborazione nel ranch. Si tenne sulle generali e illustrò la sua
teoria educativa secondo la quale un lavoro e la cura di animali
poteva suscitare nei ragazzi difficili stima di sé e senso di
responsabilità. Era chiaro, pensò Anna, che riteneva l'ambiente
sociale responsabile del danno.
«Non
pensi che nell'uomo esistano anche delle predisposizioni alla
patologia sociale?» chiese Anna.
«Certo,
queste persone sono facilmente candidate alla galera» convenne
Hugh, «hanno uno svantaggio caratteriale. E non c'è cura
psicologica che tenga. Ma è difficile dire se un ragazzino in
difficoltà possa diventare da grande un caso di patologia
psicosociale.»
«Non mi
piace pensare che alcune persone siano fondamentalmente
malvage.»
«Neanche a me» disse Hugh, «ma una seppur minima
percentuale di persone cerca soltanto la gratificazione dei propri
impulsi.»
«Come
mio padre» s'intromise inaspettatamente Lorna. Hugh e Anna la
guardarono senza riuscire a controbattere.
«Mio
padre sapeva di comportarsi male» riprese Lorna con voce piatta.
«Lo sapeva, per questo mi proibiva di parlarne con gli altri. Che
cosa ti fa agire in questo modo, quando sai che hai torto? Sei un
caso di patologia psicosociale?»
I due
adulti si scambiarono un'occhiata. «Non necessariamente» disse Anna
infine. «Tutti commettiamo atti che sappiamo
sbagliati.»
«Sì,
anch'io ho fatto delle cose sbagliate» disse Lorna, mettendo giù la
forchetta.
«Anche
io le ho fatte» confessò Hugh, «qualche volta devi, per
sopravvivere.»
Lorna
lo guardò speranzosa.
«Non
avevo altra scelta» continuò Hugh, «ma ora non lo farei
più.»
«Neanch'io» convenne lei.
Anna si
accorse che la ragazzina aveva assimilato le parole di Hugh e che
pian piano le si rischiarava la faccia. Quando si voltò verso di
lui, notò la sua espressione consapevole e piena di partecipazione.
Sì, era un uomo notevole, pensò. Peccato che la cena stava per
finire e che le loro strade si sarebbero separate di
nuovo.
Il
giorno dopo Anna accompagnò Lorna a scuola e si recò dal preside
per consegnargli i documenti di affido. John Kreusi la invitò a
sedere e consultò le carte.
«Faccio
fare una fotocopia» le disse, guardingo.
«Certo.»
«In
base a quest'affido, Lorna non deve entrare in contatto né parlare
con i suoi genitori.»
«Esatto.»
«È una
decisione drastica. Mi può spiegare come mai?»
Le
toccava affrontare di nuovo l'argomento, pensò Anna,
seccata.
«Lorna
ha subito degli abusi sessuali dal padre, lui è stato arrestato e
per ovvie ragioni lei non può vederlo.»
«Ma la
madre?»
«Bridget Lacey, a quanto pare, non crede a sua
figlia.»
«Ho
capito.» Il preside guardò fuori della finestra come per cercare
ispirazione nel cielo grigio. «Devo decidere che cosa fare con la
ragazza.»
«Come
sarebbe a dire?»
Lui
fissò Anna, a disagio. «Lorna ha tentato di incendiare la scuola,
di solito sospendiamo l'alunno.»
«Lo
sospendete? Ma lei ha sentito ciò che le ho detto? Per un anno la
ragazza è stata violentata dal padre, ci mancherebbe solo la
sospensione, adesso!»
«Ci
sono altri studenti, qui. E poi ho sentito solo la sua
versione.»
Anna si
alzò in piedi, incapace di contenere l'indignazione. «C'è una
deposizione fatta da Lorna davanti al giudice che ha emesso
quest'ordine di affido. Lei deve credere nella mia versione, che è
quella del giudice.»
«Certo,
ma non mi potete obbligare a tenere la ragazza a scuola, è un
pericolo per i suoi compagni.»
«Lorna
non è un pericolo!» esclamò Anna, «suo padre è un pericolo per lei
e per la sua incolumità fisica e mentale!»
«Conosco Al Lacey...»
«Anch'io lo conosco! Ma solo Lorna e suo padre sanno che
cosa succedeva di notte. Voi educatori dov'eravate quando Lorna ha
cominciato a isolarsi? Nessuno di voi si è chiesto
perché?»
«A
quest'età i ragazzi...»
«Non
voglio sentire altro» gridò Anna. «Porto via Lorna con me, lei se
la vedrà con il giudice.» Uscì come una furia dall'ufficio del
preside e ordinò alla bidella di andare a cercare Lorna: «Lorna
Lacey viene via con me... subito».
Solo
dopo, ebbe la consapevolezza che aveva tenuto testa a un uomo con
grande determinazione.
Lorna
andò in ufficio con lei. Anna entrò dal reverendo e gli spiegò
l'accaduto. Dan ne fu spiacevolmente colpito, provarono a mettersi
in contatto con il giudice, ma era in tribunale in udienza. Poi
diedero dei libri da leggere a Lorna, mentre Anna si chiudeva
nell'ufficio di Dan per telefonare allo sceriffo.
Questi
s'infuriò. «È disgustoso! La ragazza deve ritornare a scuola,
riprendere la vita di prima. Sta' tranquilla, provo a chiamare il
preside e a farlo ragionare. Mi è già successo di questionare con
lui per le mie figlie. Comunque ho l'impressione che Francine
Williams non gliela farà passare liscia.»
Anna
rimase qualche tempo sovrappensiero. Da tempo non sentiva una
simile rabbia dentro di sé, e a dire la verità non era tutta
rivolta al preside. No, analizzandosi, poteva riconoscere che la
rabbia era rivolta contro sua madre, che aveva rifiutato di
crederle quando le aveva confessato la violenza cui la sottoponeva
il patrigno. Era anche rivolta contro i poliziotti che l'avevano
agguantata per strada, e contro il giudice che aveva dato una
blanda punizione all'uomo. Ma ora i tempi erano cambiati, anche se
restava molto da fare.
Lorna
aveva lei, Anna, lo sceriffo e il giudice dalla sua. Ed erano in
molti a credere nella colpevolezza di suo padre. Sì, le cose erano
cambiate in meglio. Quanto a John Kreusi, il preside, non aveva del
tutto torto. Lorna aveva incendiato la scuola, era la verità; i
suoi commenti però l'avevano mandata fuori dai gangheri. Se degli
adulti, in questo caso degli educatori, non erano in grado di
cogliere il dramma di un bambino, il bambino indifeso era
abbandonato a se stesso.
La
moglie dello sceriffo, Marge, capitò in chiesa nel primo
pomeriggio. Era una bella donna di quarant'anni dai capelli fulvi e
dagli occhi verdi come due smeraldi.
«Ti
porto via Lorna » annunciò allegramente ad Anna, «vado a fare spese
e ho pensato che le piacerebbe accompagnarmi.»
Lorna
chiuse prontamente il libro che stava leggendo. «Oh sì, posso
andare Anna?»
«Certo.» Come dirle di no? In effetti Anna si stava
chiedendo in che modo impiegare il tempo di Lorna, ora che non
frequentava più la scuola. Non poteva stare in ufficio a fare
niente, bisognava trovare una soluzione. Anna si sentì sopraffatta
dalle responsabilità. Un conto era agire d'impulso, un conto
risolvere i problemi pratici relativi all'affido di
Lorna.
«Se sei
d'accordo, Anna, terrei Lorna a cena con noi. Le mie figlie
vorrebbero vederla, te la riporto a casa alle otto.»
«Ottima
idea.» Anna notò il sorriso felice della ragazzina. «Si è divertita
con voi l'altra sera.»
«Anche
noi. Naturalmente, se ci vuoi raggiungere a cena, sei la
benvenuta.»
«Grazie, Marge, ma devo comprare un letto per Lorna prima
della chiusura dei negozi.»
«A
proposito, abbiamo un divano letto e tutta la biancheria relativa,
se vuoi. Inoltre, in cantina, abbiamo un comò e una scrivania che
non usiamo più. Te li faccio portare da Nate, più
tardi.»
Anna si
sentì grata per quella generosità spontanea. «Sarebbe perfetto»
convenne.
«Allora
a presto. Vieni, Lorna, i negozi ci aspettano!» Uscirono ridendo e
scherzando tutte e due. Chiaro che Marge era venuta a prendere
Lorna dietro suggerimento del marito, si disse Anna. I Tate erano
persone sensibili, come molte altre a Conard City. Non doveva farsi
influenzare dai Lacey o da John Kreusi. Rinfrancata, cominciò a
lavorare. Alle cinque e mezzo il giudice non aveva ancora
telefonato. Chissà se la Williams aveva voglia di intervenire in
una faccenda che, tutto sommato, non la riguardava e per la quale
non aveva potere di decisione. Che cosa doveva fare?, si chiese
Anna angosciata.
La
camera dove Lorna avrebbe dormito non era mai stata usata. Perciò
non aveva tendine alla finestra, e Anna non sapendo di che colore
fosse la biancheria da letto di Marge optò per il bianco che andava
con tutto. Girò nel reparto arredamento del grande magazzino
Freitag,
fermandosi di fronte ai banconi di legno di quercia alla vecchia
maniera dietro ai quali sbadigliavano commesse annoiate di mezza
età. Oltre alle tendine, cercò qualcosa che potesse piacere a Lorna
senza compromettere il suo modesto bilancio. Comprò dei vasetti di
ceramica da mettere sul comò, una lampada più carina che pratica e
un tavolino di legno bianco da mettere accanto al letto. Per
finire, scelse un tappeto di lana candida per fare da
scendiletto.
Soddisfatta dei suoi acquisti si diresse verso la
macchina aiutata da un giovane commesso che portava i pacchi. La
neve ormai cadeva a fiocchi, e Anna non poté fare a meno di
ammirare i ghirigori bianchi alla luce dei lampioni. L'inverno che
si avvicinava deciso portava con sé la promessa del Natale e dei
suoi festeggiamenti.
«Mente,
lo sa?» Una voce aspra la fece voltare di scatto. Si trovò faccia a
faccia con Bridget Lacey, la madre di Lorna. «Mia figlia mente»
ripeté la donna, la faccia stravolta dall'odio. «È sempre stata una
bugiarda, suo padre non ha alzato un dito contro di
lei.»
Anna
non sapeva che cosa dire, spaventata dalla cattiveria con la quale
la donna la fissava.
«Lo sa
perché ha incendiato la scuola? Perché suo padre non voleva
lasciarla andare via con suo cugino a Cheyenne. Non c'è stato verso
di farle cambiare idea, diceva che voleva vivere lì. Suo padre
gliel'ha proibito, e lei si è inventata tutto.»
«Signora Lacey...»
«Stia
zitta, lei, santarellina, che diritto ha di ficcare il naso? Lei,
lo sceriffo e il giudice, bravi. Portare via la figlia a un uomo
che è stato uno dei pilastri della nostra città per quindici anni.
Mio marito è un ottimo padre e non ha mai fatto del male a
nessuno.» La donna puntò un indice accusatore verso Anna. «Quella
sgualdrina di mia figlia voleva essere libera per correre dietro ai
maschi, nelle strade. E suo padre si opponeva. Vedrà... vedrà
adesso, quando vorrà uscire vestita come una puttanella... Ma Al
sarà vendicato, e allora guai a voi, maledirete il giorno in cui
avete messo in piedi questa messinscena!»
«Io non
ho messo...»
«Conosco i tipi come lei, tutte per benino e poi sotto,
ad aizzare le ragazzine.»
Anna
era bloccata contro la sua macchina, la donna, inviperita, non la
mollava e lei cominciò ad avere paura. Bridget Lacey era grande e
grossa, e minacciava di passare alle mani. Ma la donna si limitò a
spingerla contro la portiera, sibilandole in faccia: «Gliela farò
pagare, vedrà...».
Una
voce maschile le tolse la parola. «C'è qualche problema, Anna?» Lei
voltò la testa, vide Gallagher e per poco non cadde dal sollievo.
Lui se ne stava accanto a loro, tranquillo, un mezzo sorriso sulle
labbra ma uno sguardo duro negli occhi puntati su Bridget Lacey
che, colto il messaggio, girò sui tacchi e se ne andò. Anna si
appoggiò affranta all'auto.
«Sei
pallida come un straccio» notò Hugh, sorreggendola. «Stai
male?»
«Un
minuto...» Tremava come una foglia, e aveva voglia di lasciarsi
andare contro quella solida spalla maschile e stare lì finché non
si sarebbe sentita sicura.
«Rilassati» le disse con tenerezza, e le sfiorò la
guancia con una carezza. «Ho ascoltato quello che ha detto, non era
piacevole. Come può una madre sentirsi così nei confronti della
propria bambina?»
«Succede...» Anna parlava a fatica. «Non vuole credere
che lui l'abbia tradita, che l'abbia fatto con sua figlia. È tutta
la sua vita che sta crollando... Non ce la fa.»
«Questo
non giustifica il veleno che sparge contro la figlia. Sei buona,
Anna, non è facile trovare scuse per chi ti ha appena trattato
male.»
Anna
rabbrividì, lei non stava scusando nessuno. Aveva passato metà
della propria vita a cercare dentro di sé comprensione per sua
madre. Ma la comprensione non era il perdono.
«Stai
meglio adesso?» s'informò Hugh, preoccupato.
«Sì, va
tutto bene. Me ne torno a casa.»
«Ti
seguo allora» annunciò lui, «voglio essere sicuro che non farai
altri brutti incontri.»
Hugh le
sembrò troppo apprensivo, ma il suo interessamento la confortò.
Quando giunsero a casa, lui le si fece incontro premurosamente per
aiutarla a portare i pacchi. Entrarono e lei mise a scaldare del
caffè mentre lui sistemava tutto in camera di Lorna.
«Dov'è
la tua protetta?» chiese quando ebbe finito.
«È a
cena dai Tate, sarà qui per le otto.»
Lui
allora si offrì di appendere le tende e lei accettò dopo essersi
fatta un po' pregare. Non voleva essere in debito con nessuno, e
ogni giorno Hugh Gallagher le faceva un piacere.
«Ci
metto un minuto» le disse, quasi sentisse la sua riluttanza. Poi
con un sorriso: «In cambio, mi offrirai un caffè». E così fece.
Dopo averlo guardato mentre saliva sulla scala, lei lo contemplò
con lo sguardo di una donna. Era possibile desiderare un uomo allo
stesso modo in cui loro desiderano le donne? E come era toccare un
uomo che ti amava invece di essere costretta a toccare un uomo di
cui avevi paura?
Quando
ebbe montato le tende, ne ammirarono l'effetto insieme e lei si
sentì euforica e contemporaneamente in preda al panico. Hugh era in
procinto di andarsene e lei lo voleva trattenere. Alla fine, si
buttò.
«Vuoi
cenare con me? Preparo qualcosa da mangiare» si sentì
dire.
Lui la
fissò, dubbioso. «Non voglio disturbare.»
«Non mi
disturbi affatto.» Dunque, anche lui aveva paura. Per tutti e due
era una situazione di disagio, e lei se ne sentì quasi
rassicurata.
Anna
cominciò a scaldare le lasagne surgelate e lavò pomodori e insalata
mentre lui apparecchiava.
«Che
cosa facevi prima di venire a Conard City?» le chiese lui tanto per
chiacchierare.
Anna
sentì una fitta al cuore, Hugh non conosceva la sua storia. «Ho
lavorato come segretaria in un'azienda a nord di New York» disse
restando sul vago.
«Come
mai sei capitata in un buco di città come questa? Dev'essere stato
noioso dopo la grande metropoli.»
Lei
scosse la testa. «Non abitavo a New York.» Eccetto un breve periodo
con i ragazzi di strada. «La città dove vivevo era più grande di
Conard City ma non una metropoli. E comunque, sono gli abitanti a
fare la città, qui sono cortesi e amichevoli. Sono stufa delle
città grandi, sono così piene...» Piene di ricordi sgradevoli che
lei non aveva voglia di dividere con nessuno, pensò, sperando che
smettesse di fare domande. «E tu? Come mai sei finito
qui?»
«È una
lunga storia. Ho lasciato l'esercito per invalidità e sono tornato
a Chicago. Solo che non ce la facevo a mantenere un posto di lavoro
a lungo perché...» Si interruppe. «Insomma, me la passavo male.
Ogni tanto mi sembrava di essere un altro. Non so se hai mai
sentito parlare dei traumi post bellici.»
«Sì,
qualche volta.»
«Be' mi
capitava di sentire un rumore particolare e mi ritrovavo in Iraq.
Difficile lavorare con quei disturbi.»
Anna lo
fissava intensamente, dimentica dell'insalata che stava
preparando.
«Alla
fine sono diventato un mezzo barbone, vivevo in
strada.»
Lei
annuì, identificandosi totalmente con lui.
«La
vita di strada è dura» osservò Hugh.
«Lo so,
lo so...» Quelle parole le uscirono di bocca naturali come un
respiro. Lui la sentì e la guardò con maggiore attenzione, poi
continuò: «Non mi adattavo alla vita civile, ero ossessionato da
ricordi che non riuscivo a scacciare, mi buttavano fuori da ogni
ricovero o dormitorio... Alla fine ho sentito parlare di una
comunità in montagna, gestita da veterani nel più totale isolamento
rispetto alla gente del luogo». Fece una pausa. «Da lì, sono venuto
a Conard City in autostop e non mi sono più mosso.»
In quel
momento, il forno squillò riportandoli alla realtà. Anna si voltò
per spegnerlo e poi si concentrò sull'insalata. Aveva voglia di
saperne di più su Hugh ma non osava fare domande come se ascoltare
le traversie di lui avesse il potere di riportare in vita ricordi
accuratamente rimossi. Era lacerata tra la voglia di confessare
tutto e il timore di smascherarsi. Bastava una parola di più perché
la cittadinanza intera la respingesse e le togliesse il suo ruolo
di segretaria della chiesa e di responsabile per la
gioventù.
Hugh
apprezzò le lasagne e mangiò l'insalata con piacere. Anna si
compiacque nel ricevere i suoi complimenti, non le succedeva mai.
Trovò il coraggio di chiedere a Hugh: «Vivere in montagna ti ha
aiutato?».
«Oh sì.
Ha eliminato gli stimoli che mi facevano stare male. In città
vivevo continuamente sui nervi. In montagna, ho smesso di avere
quelle visioni di guerra...»
«E ora
che sei tornato in città?»
«Va
benino, sono stato fortunato, i miei disturbi sono cominciati
subito dopo il mio ritorno dall'Iraq, perciò sono scomparsi più in
fretta. Più tardi si presentano e peggio è, di solito.» Finì
l'ultima foglia di insalata. «Ottima cena, Anna.»
Lei lo
ringraziò e lui la guardò con simpatia. «Comunque, per finire
questa lunga storia, sono rimasto in montagna un po' più del
necessario. C'erano alcuni ex militari che avevano bisogno del mio
aiuto. Ancora adesso vado su ogni tanto per vedere come stanno, e
con il mio amico Billy Joe Yuma portiamo coperte di lana e
provviste. Non ho più bisogno di nascondermi, ora voglio fare
qualcosa di utile per gli altri.»
«Ti
capisco» gli fece eco lei. Era stata la ragione principale del suo
impegno con la chiesa. Costruire qualcosa di positivo per risarcire
se stessa e la società dalle malefatte compiute in
passato.
«Per
questo voglio realizzare il ranch per i ragazzi in difficoltà. So
che cosa significa perdere la testa, desiderare un appiglio quando
ti senti alla deriva. I ragazzi sono più a rischio degli adulti.
Non hanno la maturità necessaria per far fronte al loro
smarrimento.»
«È
proprio vero, a quell'età si scelgono le soluzioni drastiche.» Anna
pensava a se stessa, alle scelte che aveva fatto a quattordici
anni, quando ancora non sapeva nulla della vita.
«Capisci bene la psicologia dei bambini» osservò Hugh
sorridendole timidamente. «Mi piacerebbe che tu mi aiutassi nel
ranch.»
Anna
sbiancò in volto, non era possibile, cominciò a tremare. Lui si
inquietò. «Ho detto qualcosa di sconveniente?»
«Non
posso» si difese lei, smarrita. «Mi piacerebbe... Ma non posso
collaborare con te... Non posso!»
Lui fu
tentato di chiederle perché, ma dopo un momento annuì e sorrise.
«Allora mi basteranno i tuoi suggerimenti, Anna. Davvero, te ne
sarò grato.»
Il
pericolo era passato, pensò lei, non aveva dovuto spiegare il
perché del suo rifiuto. Si rilassò.
«A
proposito di Lorna» cambiò argomento lui, «è vero che non la
vogliono riammettere a scuola?»
«Come
lo sai?» chiese lei, turbata.
«Voci
che corrono, pettegolezzi, sono inevitabili in una città
piccola.»
Anna
respinse il piatto, non aveva più appetito. «Nate cercherà di
parlare con il preside. Ho telefonato al giudice Williams ma non mi
ha ancora richiamata. Purtroppo la decisione spetta alla scuola.
Non voglio però che Lorna sia trattata come una delinquente, non se
lo merita.»
«Forse
no.»
«Certamente no.»
Lui
sorrise debolmente. «Considerala da questo punto di vista, Anna,
senza prendertela con me. Lorna ha commesso qualcosa di molto
grave. Forse non le farebbe male capire che ci sono vari modi di
affrontare la realtà, modi sbagliati e modi giusti. Bruciare la
scuola non è il modo giusto di affrontare la realtà.»
Anna lo
fissò incredula. «Vuoi dire che va punita?»
«Sarà
giudicata in tribunale, Lorna ha commesso un reato, forse non le
infliggeranno la detenzione, ma una qualunque pena sì, magari
leggera.»
Aveva
ragione, pensò Anna, incapace di trovare argomenti.
«Capisco che la ragazza ha subito una crudele
provocazione, ma ha reagito nel modo peggiore. La corte è stata
mansueta con lei.»
«Non
c'è bisogno di trattarla come una criminale! Ne ha già passate
abbastanza!»
«Te lo
concedo. Ma la società non accetta chi infrange le leggi e le
chiederà conto del suo errore. Non è detto che faccia male a Lorna,
rendersi consapevole del proprio sbaglio. Penso che verrà ospitata
da una comunità.»
«E la
scuola? È giusto che la respinga?»
«Lorna
verrà sospesa per alcuni giorni. Che cosa diresti se un altro
studente avesse tentato di incendiare la scuola e tu avessi tuo
figlio dentro?»
«Lorna
è un caso speciale.»
«Sono
d'accordo, ma non c'è ragione di scagionarla completamente. Non le
farebbe bene.» Hugh le prese la mano e gliela strinse
amichevolmente. «Tu vuoi proteggerla, come una madre. Tutti però
dobbiamo imparare a rispondere delle nostre azioni. Lorna sarà
punita per l'incendio non per ciò che le ha fatto suo padre, questo
è importante che lo capisca. E deve accettare le conseguenze del
suo atto, è una lezione di vita da non sottovalutare.»
Anna
annuì, senza ritirare la mano. Stranamente, non le dava fastidio
essere toccata, anzi quel contatto la confortava, la
rassicurava.
Lui
sciolse la tensione che si era creata alzandosi e chiedendo dov'era
il detersivo per lavare i piatti.
«Lascia
perdere, ci penso io» si difese lei.
«Hai
cucinato, il meno che possa fare è lavarti i piatti.»
Si
misero insieme, lui lavava e lei asciugava. Era facile dividersi i
compiti, Hugh non l'intimidiva né la metteva a
disagio.
Nate
arrivò con Lorna e con i mobili promessi. Li trasportarono tutti
insieme nella stanza e la ragazza, con gridolini estasiati,
apprezzò le tendine, lo scendiletto, la lampada, insomma tutto.
Anna fu grata di quelle dimostrazioni di gioia, e intuì che Lorna
era soprattutto felice di starsene lontana da casa sua. Alla fine
la lasciarono da sola in camera per sistemare le sue cose come
meglio intendeva.
Nate e
Hugh si sedettero al tavolo della cucina per bere un caffè insieme
ad Anna.
«È un
piacere stare con quella bambina» disse lo sceriffo. «È gentile con
tutti, vuole sempre dare una mano. Pensa a com'era tre giorni
fa.»
«Speriamo che duri» sospirò Anna, con una punta di
scetticismo.
Nate
ebbe uno sguardo preoccupato. «Prima o poi, crollerà. Ho preso
appuntamento con una psicologa a Laramie, ci deve andare ogni
venerdì pomeriggio. L'accompagnerà la mia vice.»
«Sei
sicuro che le farà bene?» si preoccupò Anna.
«È una
psicologa molto quotata, specializzata nel trattare i bambini
vittime di incesto.»
«Lorna
è molto vulnerabile in questo momento» riprese Anna, «non volevo
sembrare sospettosa...»
Nate le
sorrise. «Non mi offendo, sei tu responsabile per
lei.»
«Oh,
temporaneamente» si difese Anna. Chissà perché quella
consapevolezza le dava fastidio. Doveva analizzarsi e capire
perché. Sì, doveva riflettere sul proprio rapporto con
Lorna.
«Dovrà
saltare la scuola tutti i venerdì pomeriggio» continuò
Nate.
«A
proposito di scuola...» Anna lo guardò con il cuore
sospeso.
«Ho
parlato con il preside, ci ripenserà.»
«Il
giudice non mi ha richiamato.»
«Vedrò
Francine Williams domani mattina, ma non credo che possa
interferire con la scuola. Comunque sono sicuro che John Kreusi
tornerà sulla sua decisione, ci vorranno due o tre
giorni.»
«Non
sarà un dramma per Lorna, devo farmi dare i compiti dai suoi
insegnanti per farla stare al passo con i compagni.»
«Ottima
idea, Anna. Ora devo tornare a casa.»
Si
alzarono tutti e tre.
«È
meglio che vada anch'io» annunciò Hugh. «Domani mi aspetta il tetto
della chiesa, non sarà uno scherzo!»
Anna li
salutò sull'uscio. Nevicava da ore ormai e la neve si accumulava
dappertutto, sui marciapiedi e sul giardinetto della casa.
Sarà tutto bianco domani, pensò e chiuse la porta, lasciando fuori il freddo
della notte.