7
Anna calò sul tavolo i suoi
tre assi e fissò Hugh quasi scusandosi. «Le carte mi hanno
favorito, stasera.» Era la terza partita che vinceva.
Lui
sorrise. «Fortunato al gioco, sfortunato in amore. Dovrei essere
fortunatissimo.»
«Non
dice così il proverbio, lo usi al contrario.»
Lui
rise di gusto. «Vuoi insinuare che non sono fortunato in
amore?»
Lei
arrossì. «Non ho detto questo.»
«Era
implicito nella tua osservazione.»
Anna
tacque imbarazzata, non intendeva essere maleducata e, d'altra
parte, non era abituata alle sottigliezze.
«Sto
scherzando» disse Hugh vedendola così mortificata. «Sta di fatto
che io non sono mai stato fortunato in amore, perciò le carte
mentono.» Mise giù le sue sul tavolo. «Vedi, non sono
buone.»
«Vuoi
che cambiamo gioco?» chiese lei.
Lui
scosse la testa. «Sto bene così, le carte sono una scusa per stare
con te.»
Lei
avvampò. Nessun uomo le aveva mai detto una frase altrettanto
carina, e lei non sapeva come reagire. Lui la guardò perplesso, poi
chiese incerto: «Faresti un caffè?».
Lei si
alzò di scatto, posò le carte sul tavolo e si precipitò in cucina,
consapevole dello sguardo maschile che seguiva ogni suo movimento.
Si innervosì, le tremavano le gambe e rovesciò due volte l'acqua.
Non riusciva a gestire l'imbarazzo che le creava la presenza di
Hugh. Risciacquò a lungo le tazze, poi le mise sul tavolo con il
barattolo di zucchero, chiedendosi se non era il caso di mandarlo
via. Ma non voleva restare sola, non dopo quella maledetta
telefonata e con quell'inquietudine addosso.
«Anna?»
Hugh era accanto a lei, vicinissimo. Lei si voltò e lo guardò presa
dal panico, lottando contro l'impulso di scappare nella gelida
notte lontano da tutto ciò che la metteva tanto a disagio. Lui
allungò la mano e le toccò la spalla, poi la guancia con una
tenerezza priva di sensualità. Era dall'infanzia che Anna non
riceveva una simile carezza e l'ultimo uomo che le aveva dimostrato
tanta sollecitudine era stato suo padre. Il suo vero
padre.
«Non
temere, non voglio farti del male. Se vuoi, me ne
vado.»
«No!»
Il grido le uscì di bocca senza che lei se ne
avvedesse.
Hugh
ritirò la mano. «Ti ho sconvolto.»
«Non
tu...» mormorò lei.
«Allora
sono gli uomini, in generale?»
Lui
sembrava leggerle dentro, pensò Anna, meravigliata.
«Riconosco la paura nelle persone» spiegò Hugh, «ho
imparato a riconoscerla. Tutti gli uomini ti fanno
paura.»
Lei
annuì nervosamente.
«Hai
mai avuto un fidanzato? Sei mai stata innamorata?»
Anna si
sentì invadere dalla vergogna e chinò la testa.
«No.»
Hugh fece due passi indietro. «Non ti toccherò, Anna, te lo
prometto.»
Lui si
avviò verso la porta e lei intuì che stava per perdere qualcosa di
prezioso. Lo fermò. «Hugh...» Fu quasi un sussurro.
Lui si
voltò.
«Non
volevo offenderti» disse lei con fatica.
«Non
sono offeso, Anna, ma soffro per te. Sei stata crudelmente ferita
da un uomo che ti doveva proteggere, invece. Ogni volta che mi
avvicino a te, sento che ti irrigidisci come se ti spaventasse
l'approccio emotivo.»
«Emotivo?»
«Sì,
non hai fisicamente paura di me, ma hai paura di essere ferita
emotivamente. Ti capisco, non sono l'uomo ideale.»
Lei
sentì una grande pena nel cuore per lui, stavolta. «Oh, Hugh, non
dire così, tu non c'entri.»
Lui si
sedette al tavolo. «Spiegami Anna, non riesco a capire e non ti
voglio ferire.»
Lei si
guardò attorno quasi ad attingere coraggio dagli oggetti familiari
e rassicuranti che la circondavano.
«Io...
da quando Lorna... insomma da quando è cominciata questa storia...
mi tornano in mente ricordi» balbettò finalmente. «Fatti cui non ho
pensato più da anni stanno venendo a galla... Per questo sono
turbata e nervosa.»
Lui
annuì e lei si fece forza per continuare. «Gli uomini mi mettono a
disagio, è vero. Devo conoscerli bene prima di lasciarmi
avvicinare. Sto bene con il reverendo Fromberg, sto bene con lo
sceriffo Tate, sto bene anche con te.» Sospirò. «È difficile
spiegare...»
«È
difficile spiegare i propri sentimenti. Ma non sentirti in
dovere...»
«Oh no,
lo voglio fare, anzi mi fa bene parlarne» convenne lei. «Mi
piacerebbe che fossimo amici, ma se reagisco ogni volta così, non
sarà possibile.»
«Siamo
già amici» l'assicurò lui con slancio.
Un
sorriso le rischiarò pian piano il viso mentre quella dichiarazione
si faceva strada nella sua mente. Sì, erano davvero
amici.
«Solo
che ti senti incerta con me, non sai che cosa
aspettarti.»
Lei
annuì. «In parte, è così.»
«Bene,
io ti prometto di non toccarti» disse lui con un sorriso tirato.
«Ora però devo andare.» Si alzò e si recò nel soggiorno per
prendere la giacca a vento. Lei gli corse dietro, scombussolata e
timorosa di averlo offeso ancora. Hugh era sempre stato gentile con
lei, non meritava di essere messo nel novero degli uomini che
l'avevano maltrattata. Non meritava la sua sfiducia.
«Hugh,
non ho paura di te, e mi dispiace che tu lo pensi» gli disse d'un
fiato.
Lui si
voltò e mise le mani sui fianchi. Era forte e virile, pensò lei,
con un groppo in gola.
«Ti
potrei credere, Anna, se solo non mi guardassi con quelli occhi
pronti a uccidere» spiegò lui.
«Non è
vero... non è vero!» balbettò lei.
Lui
ebbe un gesto di esasperazione ma poi si riprese. «So di dover
essere più comprensivo, ma se ogni volta che mi avvicino suscito la
tua reazione negativa, è meglio che stia alla larga da
te.»
Il
cuore di Anna si fermò. Hugh le piaceva, apprezzava la sua
compagnia e anche quel barlume di sensualità che aveva fatto
nascere in lei, che non aveva mai desiderato un uomo. Era incapace
di provare un sentimento del genere, si disse, ma ora non voleva
tornare a quel torpore sentimentale dietro cui si era trincerata
per anni. Si torse le mani, cercando di trovare le parole per
comunicargli le cose imbarazzanti che provava, per fargli capire
che non doveva uscire dalla sua vita.
«Sto
bene con te» riuscì finalmente a dire, «vorrei... vorrei che tu...
restassi... non mi fai paura.»
Poi,
incapace di guardarlo, scappò in cucina per calmare il tumulto del
suo cuore.
«Anna.»
Lei si fermò, voltandogli le spalle. «Vieni qui.»
La voce
di Hugh era dolce, così dolce che lei non poté trattenersi. Si girò
e gli andò incontro, conscia della distanza tra i loro due corpi
che diminuiva a ogni passo. Consapevole del battito sordo nel
petto, del desiderio che le cresceva dentro. Si fermò vicinissima a
lui, respirando il suo profumo maschio, era la prima volta da
quando aveva dodici anni che l'odore di un uomo non le dava la
nausea. Anzi, l'attraeva, la eccitava...
«Anna»
la chiamò con voce roca. Lei alzò il viso verso di lui. «Ti voglio
toccare... ma ho paura di farti del male... Mi fai
impazzire...»
Le
lacrime le serravano la gola. Anna chiuse gli occhi nella speranza
di trovare un equilibrio, ma non vi riuscì. Non voleva respingerlo
ma le sue paure erano così radicate in lei che non si ricordava di
com'era prima. Lui se ne sarebbe andato, non poteva reggere a lungo al
suo rifiuto, doveva essere lei a fare il primo passo, doveva
radunare il suo coraggio come non aveva mai fatto
prima.
«Voglio...» la sua voce si ruppe, «voglio che mi
tocchi...»
«Non
posso, Anna, non posso farlo! Io resto il tuo amico, non devi
comprare la mia amicizia facendoti violenza» rispose lui,
allontanandosi.
«No, è
così difficile da dire... Non mi sono mai sentita così. Non ho mai
provato... mai.»
Hugh si
immobilizzò accogliendo quelle parole con emozione. Lesse la
sincerità sul volto sconvolto di Anna.
«Mai?»
chiese, non osando credere alle proprie orecchie.
«Mai.»
Anna tremava come una foglia. «Non ho mai avuto l'occasione...
Ancor prima che potessi innamorarmi di un ragazzo, è successo...
quello che sai. Poi, più nessuno... Odiavo persino il medico che mi
visitava. Ma con te...» Tacque, sopraffatta.
Hugh
era sconvolto. Anna voleva che lui la toccasse. Come superare la
linea immaginaria che separava la fantasia dalla realtà? E se le
cose non funzionavano? Lei era così spaventata. Meritava però la
stessa pazienza e comprensione che lui aveva ricevuto da chi
l'aveva aiutato. Persone con cui aveva un debito di gratitudine
infinito, ma che poteva ripagare solo offrendo a qualcun altro il
bene che gli era stato donato. Il suo pensiero andò al ranch, ai
suoi progetti, ma nulla gli sembrò più urgente del benessere di
quella donna minuta e fragile che aspettava trepidante la sua
decisione. Quel turbinio di sensazioni lasciò presto il posto al
crescente bisogno che aveva di lei. Fece due passi e le spalancò le
braccia, invitandola. Lei rimase immobile. E se avesse male
interpretato la sua frase? si disse Hugh, in preda al panico. Ma
Anna venne avanti e gli circondò la vita con le braccia. La ghermì,
mentre un'ondata di benessere e di felicità lo pervadeva. Anche di
desiderio sessuale. Ma lui lo ignorò, assaporando la gioia di
stringere la donna a lungo vagheggiata. Chinò la testa e le
premette il viso sui capelli, respirandone il profumo lieve e
pulito. Anna Fleming era nel posto giusto, tra le sue
braccia.
Anna
ascoltava il cuore di Hugh che batteva sordo, e assaporava la forza
e la solidità dell'uomo. Si sentiva sopraffare da un senso di
sicurezza a lei ignoto e il cui ricordo l'avrebbe confortata nelle
lunghe notti solitarie. Ma il suo corpo giovane e sano chiedeva
altro, voleva di più e, come un fiore che si apre al sole, lei alzò
il viso e tese le labbra. Lui gliele sfiorò con un bacio lieve. Lei
non reagì subito, ma poi percepì la carezza e sussurrò:
«Hugh...».
Era un
invito? Hugh chinò la testa e premette deciso le labbra contro la
bocca di lei. Sì, accettava il suo bacio, e il desiderio in lei si
faceva sempre più acuto. Le si piegavano le gambe, gli si abbandonò
senza paura. Hugh le stuzzicò le labbra con la lingua
costringendola dolcemente ad aprirsi a lui. Brividi di piacere le
corsero lungo la schiena, e solo per un istante rievocò altri,
brutali baci. Ma quello di Hugh era speciale, era la chiave che
apriva le porte serrate dei suoi sentimenti. Rovesciò la testa e lo
accolse, chiedendo amore e piacere. Lui la strinse a sé con
trasporto e Anna, i seni schiacciati contro il petto di Hugh, sentì
la durezza del suo desiderio. Ebbe un moto di panico, che superò
subito.
Hugh le
chiese: «Va tutto bene? Ho sentito che ti irrigidivi».
«È
passato...» lo rassicurò lei.
«Sediamoci sul divano, le gambe non mi reggono» propose
lui, con una stretta rassicurante.
Un'altra fitta di paura, ma lei riuscì nondimeno a dire
di sì.
«Ti
porto io...» Hugh si sedette sul divano e se la mise a cavalcioni
sulle ginocchia, di modo che lei potesse fronteggiarlo. «Puoi
alzarti quando vuoi, prometto. Mi dici di no e io smetto
subito.»
Lei
annuì ancora e gli si appoggiò al petto. Lui ricominciò a baciarla
e lei provò di nuovo un desiderio quasi doloroso. Dolcemente, lui
la cullò e Anna lo assecondò. Cominciò a muovere ritmicamente i
fianchi per andare incontro al corpo di lui, aiutata dalle mani di
Hugh che le premevano i fianchi. Con un bacio, lui le scese lungo
la gola lasciando una scia di piacere mentre Anna si tendeva come
un arco, temendo che lui smettesse di rispondere alla richiesta del
suo corpo. Gemeva senza potersi controllare e, prima che lei si
ritraesse imbarazzata, Hugh le sussurrò con voce roca: «Lasciati
andare, Anna... va bene così... lasciati andare». Anche lui la
voleva, si disse lei, meravigliata dalla passione che li portava
l'uno verso l'altro, non come due animali, ma come due esseri umani
felici di scambiarsi dei gesti d'amore.
Anna
sentiva il desiderio montare dentro di sé, sempre più prepotente, e
si agitava frenetica nel timore di non giungere al
piacere.
«Abbiamo tempo, tesoro... tanto tempo» la tranquillizzò
lui.
Anna
aveva voglia di gridare che no, non era questione di tempo, che lei
non sapeva come arrivare a quel momento... e allora lui le mise le
mani sul seno e cominciò ad accarezzarle i capezzoli inturgiditi
facendola impazzire. Come una scarica elettrica, il piacere da lì
raggiunse il suo grembo, deflagrando in un'esplosione incredibile.
Hugh la sentì sussultare più volte e raccolse il suo corpo
tremante, ignorando il proprio desiderio. Non era il momento di
pensare a sé, si disse, voleva essere diverso dagli altri, far
capire ad Anna che era possibile per un uomo dare senza chiedere nulla in
cambio. Che non voleva usarla solo per il proprio piacere. No,
voleva essere diverso, essere il primo uomo nella vita di Anna che
le avesse dato senza prendere.
Finalmente lei smise di tremare e con un sospiro di
contentezza si rilassò contro di lui. Era felice e la
consapevolezza la riempì di gioia e orgoglio. Grazie a lui. Poi lo
fissò con uno sguardo colpevole. «E tu...» Tacque, diventando tutta
rossa.
Hugh
sorrise. «Non ti preoccupare, oggi sono tutto per te.»
«Non è
giusto.»
«Fare
all'amore non c'entra nulla con la giustizia, c'entra con il
piacere che ciascuno dà all'altro. Sono felice per ciò che è
successo tra noi.»
«Hai
detto che...»
«Che ti
volevo toccare, e l'ho fatto. È stato bellissimo.» L'alzò e la mise
a sedere accanto a sé sul divano. Poi le toccò la punta del naso
con il dito. «Non ho fatto bene il mio dovere.»
«Cosa?»
«Non ti
ho nemmeno tolto gli occhiali.»
Lei
scoppiò a ridere, una risata felice, piena di calore che lo
deliziò. Una risata sensuale che gli fece venire voglia di portarla
sul letto e fare all'amore con lei fino all'esaurimento. Un'altra
volta, promise a se stesso, anche se sapeva di non potersi
imbarcare in una storia seria con Anna. Doveva trovare il modo di
andarsene ora che era pieno di buoni propositi, senza però
lasciarle un'impressione di fuga. Si sarebbe macerata nel dubbio di
averlo offeso o deluso. Hugh decise di trattenersi ancora un po'
ignorando la propria voglia e la tentazione di farla
sua.
«Sai
che cosa mi piacerebbe?» disse alla fine, «un altro
caffè.»
Lei era
già in piedi come se le fosse scattata dentro una molla. «Te lo
preparo subito.»
Lui la
seguì in cucina, per un diversivo alla sua ossessione di lei. Si
sedette al tavolo e, a ogni occhiata, si avvide che lei lo fissava
con un'espressione insieme meravigliata e confusa. Poi Anna disse
improvvisamente: «Grazie».
«Di che
cosa?»
«Di...»
Tacque, avvampando. «Non immaginavo potesse essere così... che mi
sarei sentita così...»
Accidenti, pensò lui
allarmato, ricomincia a parlare di
quella cosa. Non voleva sentirle dire
ciò che aveva praticamente già intuito.
«Tutti
si sentono così, non ho fatto nulla di speciale» si difese,
burbero.
Un'ombra le passò sulla fronte. «Hai fatto qualcosa di
molto speciale. Tutti gli uomini che mi hanno toccata l'hanno fatto
per se stessi, tu l'hai fatto per me.»
«L'ho
fatto per entrambi» disse lui, piatto. «Il piacere non è stato solo
tuo.»
Lei
sorrise timidamente. «Lo spero.»
Hugh si
sentì a disagio. Ora che la sua mente non era più appannata, si
chiedeva se aveva fatto bene a esporsi in quel modo, se non gli
conveniva mantenere la loro relazione nei limiti dell'amicizia e
della collaborazione. Anna l'aveva stregato, e lui si sentiva
assolutamente fuori luogo in quella nuova situazione
«Devo
andare» annunciò brutalmente.
Lei lo
guardò sorpresa, poi delusa.
«È
tardi» si scusò lui, «domani lavori, hai bisogno di sonno.»
E io ho bisogno di tornare in me, pensò
Hugh. Si alzò, ma qualcosa negli occhi di Anna lo costrinse a
giustificarsi. «Ho bisogno di un po' di tempo per riflettere. Non
prevedevo che la nostra amicizia prendesse questa
piega.»
Lei
annuì, ma la sua espressione mortificata lo atterrì. Qualsiasi cosa
facesse ora, l'avrebbe ferita nei sentimenti. Prese la sua giacca,
mentre lei lo seguiva a testa bassa. «Scusami» disse Hugh
finalmente, «mi dispiace, davvero.» Poi si chinò e le sfiorò le
labbra con un bacio. «Ti telefono.» Uscì nella notte gelata,
chiedendosi perché riusciva sempre a deludere le persone con cui
entrava in rapporto.