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«Anna, ho bisogno del tuo aiuto!»
Anna alzò gli occhi
dalla scrivania e fissò interrogativamente il reverendo Fromberg
che entrava nell'ufficio. Lei arrivava sempre prima di lui e
staccava la sera solo dopo che il reverendo gliel'aveva
ordinato.
Daniel Fromberg era un
cinquantenne ancora piacente, di statura media e piuttosto
slanciato. A molti sembrava di struttura fragile ma Anna sapeva
che, all'occorrenza, egli dimostrava una tempra
d'acciaio.
«Cosa ti succede?» gli
chiese, con un mezzo sorriso. Con due figli adolescenti e due
gemellini arrivati inaspettatamente due anni prima, Dan Fromberg
aveva spesso bisogno di una mano. Solitamente per trovare una baby
sitter che sollevasse un po' sua moglie.
«I cani!» rispose lui
con una certa enfasi, lasciandosi cadere sulla sedia di fronte a
lei. Due mesi prima il setter irlandese della famiglia aveva
partorito quattro adorabili cuccioli. «Sto diventando matto e anche
Cheryl è fuori di sé. Sono dappertutto, fanno la pipì in giro per
la casa e i loro bisogni dietro il divano, il letto, il
televisore... Insomma un vero guaio.»
«Basta chiuderli in una
stanza della casa senza farli uscire.»
Lui scrollò il capo. «Ho
tentato, ma non conosci i miei figli...»
Anna rise di cuore. «Li
hanno fatti uscire, eh?»
«Certo, i due più grandi
hanno finalmente capito... ma i gemelli!» Sembrava davvero
disperato. «Non ti dico che cosa succede in casa.... Tanto che mia
moglie minaccia di annegare i cuccioli nello stagno.»
Anna fece un gesto di
orrore. «No, non fatelo... Dateli a qualcuno...»
«È proprio ciò che
intendiamo fare. Volevamo dei cuccioli per i due maggiori, Cheryl
pensava che era una bella esperienza per loro prendersene cura, ma
ce ne sono due di troppo. Nessuno li vuole, tutti hanno un cane.»
La fissò. «Eccetto te.»
«Non mi chiedere
questo.»
«Che cosa? Di occuparti
di un tenero batuffolo di peli che ti faccia compagnia? Che ti
scaldi i piedi d'inverno? Di tenere con te un amico sempre felice
di accoglierti? È davvero chiederti troppo?»
Anna sentì vacillare la
propria determinazione. In effetti, ci aveva già pensato a prendere
un animale in casa, un gatto, per essere precisi, in grado di
affrontare le lunghe ore di solitudine in casa mentre lei era al
lavoro. «Come faccio a lasciare un cane da solo tutto il giorno?»
si difese.
«Portalo qui, ti regalo
io la gabbietta per trasportarlo in macchina. Pagherò tutti i danni
che ti farà in casa.»
«Be'...»
«Aspetta un minuto...»
Il reverendo schizzò fuori dalla stanza e tornò poco dopo con un
cucciolo dal pelo rosso tra le braccia. «L'ho chiamata Jazz, è una
femmina, ma puoi cambiarle il nome» disse, mettendogliela tra le
mani.
Anna si sentì perduta.
Il corpicino tiepido dell'animale tremava di paura e istintivamente
lei cominciò ad accarezzarlo. Jazz aveva un paio di orecchie
lunghissime che sicuramente toccavano terra quando camminava, e un
pancino rosa e gonfio come quello di un neonato.
«Dan...»
«È adorabile, vero?
Penserò a farla vaccinare, così non avrai problemi. Vedrai,
illuminerà la tua vita.»
Anna guardò gli occhioni
umidi del cagnolino che timidamente le leccò il mento con la
linguetta rosa. «Sei un tesoro» mormorò al cucciolo suo malgrado.
Poi disse: «Mi costringi, Dan, non è onesto da parte tua. Non posso
lasciarla morire nello stagno».
«Certamente, e difatti è
tua.»
Anna guardò Jazz e
sorrise. «Ti devo ringraziare allora?»
«Prendo la gabbietta in
macchina.»
Nell'attesa che
tornasse, Anna pensò a tutti i vantaggi che le derivavano dal
possedere un cane. La sera avrebbe potuto passeggiare senza
sentirsi sola e impaurita. Le avrebbe fatto compagnia nel cuore
della notte quando non riusciva a dormire. Insomma, Jazz avrebbe
dato un certo sollievo alla sua solitudine senza costringerla a
prendere i rischi che comporta una relazione con un essere
umano.
In quel momento il
cucciolo le leccò ancora il mento e lei, commossa, capì che era
scoccato l'innamoramento tra loro.
Dan tornò con la
gabbietta e un fascio di giornali. «Ti serviranno da lettiera per
la gabbietta» spiegò.
«Grazie.»
Dan si sedette di nuovo
di fronte a lei. «Che brutta cera, Anna, sembri esausta. Hai ancora
avuto delle insonnie?»
«Un po'.» Anna non aveva
nessuna intenzione di approfondire l'argomento. Non gli aveva mai
confessato ciò che le era successo e non aveva intenzione di farlo.
Eppure, lui sospettava qualcosa. La sua espressione era così
sinceramente preoccupata che lei dovette trattenersi dallo
spifferare tutto. Ne fu terrorizzata e il suo cuore cominciò a
battere all'impazzata.
Dan la fissò con affetto
per un po'. «Se vuoi parlarne, io sono qui. Ti sono davvero amico»
le disse con partecipazione.
«Lo so.» Ma lei non
voleva parlarne, anzi faceva di tutto per rimuovere il passato.
Cambiò discorso. «E degli altri cuccioli che cosa
farai?»
«Li ho piazzati tutti,
mancava solo Jazz.»
«Furbo!»
Lui si alzò ridendo. «Ti
ho convinto a prendere un amico per la vita.» E uscì dall'ufficio
su questa battuta.
Anna rimase a lungo con
il cagnolino tra le braccia. Infine Jazz si addormentò e lei la
depose nella gabbietta con dolcezza. Povera bestiolina, pensò
mentre si risedeva alla scrivania, otto settimane e già si
ritrovava senza la madre.
Be', sua madre non era
stata da meno, rifletté con una punta di amarezza. Forse quella
donna non si meritava nemmeno l'appellativo di madre. E se
l'avessero portata via quando lei, Anna, aveva otto settimane
sarebbe stato meglio. Con uno sforzo, si costrinse a tornare con la
mente alle pratiche da sbrigare. Non voleva più ripensare alla sua
infanzia.
Un'ora dopo Dan entrò e
la informò che stava andando all'ospedale per visitare una persona
ricoverata d'urgenza. «Senti, ho chiesto a un tizio di venire per
dare un'occhiata al tetto. L'inverno scorso è stato danneggiato dal
gelo e ci sono state delle infiltrazioni.»
«Sì,
ricordo.»
«Voglio che me lo
controlli per bene. Ha detto che passava di qua appena libero, se
arriva quando sono via mostragli tu il danno.»
«Certo.»
Dan uscì dopo un ultimo
saluto scherzoso. «Divertitevi tu e Jazz.» Lei rise a sua volta:
che bel carattere aveva Dan! Era un piacere lavorare con lui anche
se le aveva rifilato un cucciolo non richiesto.
Jazz stava ancora
dormendo e lei si chiese quante volte avrebbe dovuto portarla a
spasso, quante volte doveva darle da mangiare. Inoltre doveva
comprarle un collare e una cuccia. Mentre pensava a tutte queste
cose, vide un furgone malandato fermarsi davanti alla chiesa e, con
un certo batticuore, Hugh Gallagher che ne scendeva. Le si seccò la
bocca per l'emozione. Era venuto per lei?
Dopo un momento lui
entrò nell'ufficio e le scoccò un sorriso pieno di calore.
«Signorina Anna, come sta oggi?» Prima che lei potesse rispondere,
Jazz si svegliò e cominciò a guaire. «Di chi è questo cucciolo?»
chiese Hugh.
«È mio... si chiama
Jazz. È una femmina, me l'ha regalata il reverendo.» Anna faceva
fatica a parlare e se ne vergognava. Perché Hugh era qui? Non osava
chiederglielo.
«Che bel setter! Posso
prenderla?»
«Certo.»
Hugh tirò fuori il
cucciolo dalla gabbietta e cominciò ad accarezzarlo. Jazz sembrò
gradire e lo leccò sul mento, provocando una fitta di gelosia nel
cuore di Anna.
Poi Hugh le si rivolse,
sempre con il cane in braccio: «Dan mi ha chiesto di dare
un'occhiata al tetto».
«Ah sì, le faccio vedere
dov'è stato danneggiato dal gelo.»
«Be', si copra e
usciamo, Jazz farà volentieri due passi.»
«Non ho il guinzaglio»
ribatté lei.
«Un minuto, prendo una
corda nel furgone.»
Lei si alzò e mentre
infilava il cappotto guardò con piacere Cowboy che usciva. Era così
gradevole... Non riusciva a distogliere gli occhi dalla schiena
larga e dritta e dalle lunghe gambe. Provò una stretta allo stomaco
e si sentì avvampare a quella sensazione dimenticata.
Lo seguì fuori dopo aver
chiuso la porta dell'ufficio. Hugh, in un secondo, inventò un
laccio per Jazz. Il cucciolo era felice e cominciò a correre tutto
intorno abbaiando per la gioia.
«Bel cane, non le darà
fastidio» sentenziò Hugh. «Mi faccia vedere dove si è rotto il
tetto.»
Fecero il giro della
chiesa e Anna gli mostrò dove il ghiaccio aveva fatto scoppiare le
tegole e dove si era infiltrata l'acqua.
«L'anno scorso il
reverendo Fromberg è entrato nella chiesa e ha visto l'acqua che
gocciolava dappertutto, finalmente abbiamo individuato la perdita,
dalle travi sopra le finestre.»
«Colava lungo i muri,
dunque?»
«Pareva
così.»
Lui annuì. «Devo salire
sul tetto per vedere che cosa impedisce alla neve di scivolare giù.
Devo anche controllare le canne fumarie, e vedere se è il calore
che si trasforma in ghiaccio all'uscita dal comignolo. Può lasciare
la chiesa aperta per un po'?»
«Certo, basta che mi
avverta quando ha finito. Lascerò la porta dell'ingresso laterale
aperta, va bene?»
Lui sorrise. «Mi
basta.»
Jazz li aveva trascinati
di qui e di là, fermandosi più volte e Anna era stanca. Aprì la
porta per Hugh e tornò in ufficio. Le piaceva l'autunno, già si
vedeva passeggiare sotto gli alberi con il suo cane. L'aria era
frizzante e la luce appannata nonostante recasse l'ultimo sole
prima dell'inverno. In qualsiasi momento la neve poteva cadere e
ricoprire di bianco la cittadina e le montagne
intorno.
Richiuse Jazz nella sua
gabbietta non senza averle dato prima da bere. Be', se la cavava
con il cucciolo e anche con Hugh Gallagher, non aveva balbettato
troppo. Rise tra sé mentre si preparava a battere una lettera sul
computer. In quel momento squillò il telefono, era Dan
dall'ospedale.
«Anna, qui le cose vanno
per le lunghe, non so se posso tornare in ufficio.»
«Disdico i tuoi
appuntamenti?» chiese lei, efficiente.
«Sì, per favore. Vai a
colazione quando vuoi, e chiudi l'ufficio prima, se hai bisogno di
riposo, bambina mia.»
Anna mise giù il
ricevitore, chiedendosi perché le veniva da piangere quando il
reverendo Fromberg la chiamava bambina
mia con quell'intonazione affettuosa
nella voce. Non lo faceva solo con lei, eppure lei si commuoveva
ogni volta.
Ci fu un'altra chiamata,
stavolta era lo sceriffo Tate.
«Ciao, cara» le disse
con la sua voce profonda. «C'è il tuo capo?»
«È in visita
all'ospedale e non tornerà oggi in ufficio.»
«Ah. Ho un piccolo
problema da risolvere, forse mi puoi aiutare tu.»
«Io?»
Lui ridacchiò. «Sì, tu.
Sappiamo tutti che te la cavi egregiamente con i giovani e sei
l'unica esperta di problemi giovanili che abbiamo qui a Conard
City.»
Anna arrossì di piacere.
«Non esageriamo, sceriffo.»
«Non esagero per niente.
Senti, potresti venire da me? C'è una ragazzina in cella, qui, che
non dovrebbe esserci; in più la conosci. Ho proprio bisogno che
qualcuno le parli e tenti di capire che cosa è successo. Te ne dirò
di più a voce.»
«Arrivo subito, dammi il
tempo di fare due o tre telefonate.»
«Non c'è fretta. La
signorina ne avrà per qualche giorno al fresco.»
In pochi minuti, Anna
rimandò gli appuntamenti del reverendo e sistemò due o tre cose
d'ufficio. Poi si precipitò fuori alla ricerca di Hugh. Era salito
sulla scala e da lì ispezionava il tetto. «Signor
Gallagher?»
Lui la guardò dall'alto.
«Chiamami Hugh, ti prego, o Cowboy, come preferisci. E diamoci del
tu.»
«Hugh.» Ripeté il nome
compiaciuta della sua richiesta. «Devo andare dallo sceriffo. Non
so quanto tempo mi ci vorrà.»
«Non preoccuparti, starò
qui tutto il giorno, temo. Devo ispezionare tutto il
tetto.»
«Quando vai via, accosta
la porta della chiesa. Ci penserò io a chiuderla a chiave quando
torno.»
«Ci puoi
contare.»
L'ufficio dello sceriffo
era a pochi isolati di distanza, in una piazzetta proprio di fronte
al palazzo di giustizia. Nel passato, Anna vi aveva accompagnato
gruppi di bambini in visita alle istituzioni della città e
conosceva quasi tutti ormai. Eppure continuava a sentirsi a disagio
tra tutti quegli uomini. Fece il suo ingresso nell'ufficio ed esitò
sulla porta fino a quando Velma Jansen, l'addetta ai problemi del
traffico, non la notò.
«Anna! Vieni, vieni. Lo
sceriffo è giù nell'atrio, prima porta a sinistra. Ti sta
aspettando.»
Tate la accolse con un
gesto amichevole della mano quando entrò nel suo ufficio. Era un
uomo oltre la cinquantina, con la faccia cotta dal
sole.
«Chiudi la porta e
siediti» la invitò.
Una prova difficile per
Anna, che non amava trovarsi da sola con un uomo. Accanto al tavolo
dello sceriffo c'era però una finestra aperta sulla piazza, con la
gente che passava tranquilla, e questo le diede un senso di
sollievo. Gli si sedette di fronte e incrociò le braccia sul petto.
«Che cosa succede?» chiese.
«Conosci Lorna
Lacey?»
Anna assentì. «È nel mio
gruppo, una ragazzina deliziosa.»
«Esatto, lo dicono
tutti. Ho controllato a scuola, non ha mai avuto
problemi.»
«Lo so, è una ragazzina
positiva, molto popolare tra i compagni, attiva e capace di
risolvere i litigi tra coetanei. Direi che rappresenta un modello
per le bambine della sua età.»
«Mmm.» Nate si strofinò
il mento con perplessità. Poi guardò fuori dalla finestra. «Questa
bambina modello stamattina ha incendiato un'aula della scuola,
vuota per fortuna.»
«Dio mio!»
Lui annuì. «Ha dato
fuoco alla stanza e ci è rimasta. Se in quel momento non fosse
capitato un insegnante, ora la scuola e la bambina sarebbero andate
in fumo.»
Anna era paralizzata dal
raccapriccio. Come poteva avere fatto una cosa simile la piccola
Lorna, con il suo viso d'angelo?
«Hai freddo?» chiese
premuroso Nate, «ti porto una tazza di caffè o di tè?»
«Del tè, per favore.»
Non si accorse nemmeno che Nate era uscito. Lei fissava la piazza
fuori dalla finestra nella luce grigia dell'inverno incipiente. Non
c'erano più i fiori nelle aiuole, bruciati dal primo gelo di
ottobre, e nemmeno i vecchi pensionati che di solito sedevano sulle
panchine, spazzati via anche loro dal primo vento gelido della
stagione.
Lorna Lacey, poco più di
una bambina, tredici anni, minuta, occhi azzurri, una lunga chioma
bionda e un faccino irregolare che la salvava dall'essere carina
come una bambola. Ma attraente come poche della sua età grazie a
una personalità prorompente e un sorriso irresistibile. Quando Anna
pensava a Lorna, pensava al ritratto della gioia.
Eppure ricordò che di
recente Lorna rideva poco e anzi aveva saltato parecchie riunioni
del gruppo giovanile. Anna aveva attribuito le sue assenze a nuovi
interessi, ma ora si chiedeva se avesse visto giusto. Che cosa era
andato storto? Non le erano pervenute storie di contrasti o
dissapori con i ragazzi della sua età. I genitori, Bridget e Al
Lacey, sembravano persone sensibili e attente. La madre era un tipo
molto riservato, ma ciò non significava nulla. Il padre era aperto
e sorridente, esattamente come la figlia maggiore e tutti gli
volevano bene. Si dava da fare per la chiesa, allenava le squadre
giovanili di calcio e di pallacanestro ed era sempre pronto a dare
una mano a chiunque gliela chiedesse.
Nate fece ritorno
recando due tazze di tè fumante. «Grazie» disse lei, scaldandosi le
mani gelate.
«Minaccia di nevicare,
stasera. Tornatene a casa prima che cominci.»
«Lo farò.» Nessuno dei
due, pensò Anna, sapeva come affrontare il discorso. «Sei sicuro
che sia stata Lorna ad appiccare il fuoco?»
«L'ha detto lei. In
effetti, voleva assolutamente convincerci della sua
colpevolezza.»
«Ma
perché?»
Nate scrollò le spalle e
la guardò, cupo. «È quello che devi scoprire, Anna. Vedi, io sono
abituato ai ragazzi o ai bambini problematici, ce ne sono tanti
qui. Hanno anche meno di otto anni quando cominciano a sgarrare e
quelli che appartengono a famiglie disastrate difficilmente ce la
fanno. Ma non capisco come una ragazzina a posto, appartenente a
una famiglia come si deve possa comportarsi così, senza
ragione.»
«Brutte
amicizie?»
Lo sceriffo negò. «Non
mi pare, tu sai con chi esce, hai notato qualcosa?»
«Nulla di diverso dal
solito.»
«Neanch'io. Una bambina
di tredici anni ha incendiato la scuola, di sicuro una ragione c'è,
perciò ho le antenne drizzate. Più che un gesto di ribellione, mi
sembra una richiesta di attenzione e di aiuto.»
Anna era d'accordo. «Sì,
ma perché?»
«Chi lo sa?» Nate
sospirò e si sistemò meglio nella poltrona. «Devo incriminarla di
tentato incendio. Ma ciò che mi spaventa di più è che lei non aveva
nessuna intenzione di uscire dall'aula in fiamme.»
Anna per poco non
rovesciò la tazza di tè. «No, non è possibile, non
Lorna!»
«Ti dico quello che
penso.»
Ancora scioccata da
quelle parole, Anna fissò la finestra. «Ultimamente non si è fatta
vedere alle riunioni del gruppo.»
«No? Forse è depressa, a
quell'età succede. Gli adolescenti non sanno come chiedere aiuto.
Forse non capisce nemmeno lei cos'è che non va. O è caduta in un
giro di droga. Chissà.» Lo sceriffo continuò a sorseggiare il tè,
pensieroso. «Il fatto è che ho in prigione una ragazza che non ci
dovrebbe essere. E voglio assolutamente aiutarla. Per questo le
devi parlare.»
«Senz'altro.»
Lui sorrise. «Lo
sapevo.»
«Hai già parlato con i
suoi genitori? Hanno qualche idea?»
«Nessuna
idea.»
«Non la lasceranno in
cella, stanotte, spero!»
«Non hanno scelta. Il
giudice Williams ha interrogato Lorna per evitare questa
eventualità, voleva garantire per lei ma Lorna ha minacciato di
riprovarci, se la rilasciano.»
Anna respirò a fondo.
«Le parlerò.» Si era fatta un'opinione ma non intendeva esprimerla
ora, non era ancora il momento.
«Ho notato che hai un
modo particolare di affrontare i ragazzi, specialmente le femmine»
continuò Nate, «tutti l'hanno notato. I ragazzi con i quali lavori
ti rispettano e hanno fiducia in te. Questo è un vantaggio rispetto
allo psicologo di turno.»
«Non dimenticare però
che io non sono una psicologa e, a proposito, ce n'è uno addetto
alla scuola.»
«Non si è mai occupato
di Lorna, chissà quanto tempo ci vorrà prima che riesca a
conquistare la sua fiducia e a farla parlare.»
E se Lorna aveva un
problema con qualche ragazzo, non si sarebbe mai aperta con un
uomo.
«Non abbiamo tempo da
perdere» concluse Nate, «conosco Lorna da quando era in fasce, ma
con me non aprirebbe bocca, sei l'unica, Anna, va' da lei e falla
parlare.»
Dopo qualche minuto,
Anna entrava nel parlatorio della prigione dove Lorna era stata
accompagnata.
«Ciao, Lorna.» La
ragazzina non rispose. Stava seduta al tavolo con lo sguardo
diffidente.
Anna esitò, poi riprese:
«Ci sei mancata, al gruppo. Non hai voglia di tornare con
noi?».
Lorna fece no con la
testa, senza guardare Anna.
«Peccato, ti vogliamo
tutti bene.»
Lorna scrollò le spalle
e restò muta.
Anna decise di prendere
il toro per le corna. «Lo sceriffo mi ha detto che hai incendiato
un'aula della scuola, stamattina. Lui non vuole metterti in
prigione, ma è costretto.»
Non ci fu nessuna
risposta.
«Non ti sei mai
comportata male, Lorna, perciò penso che se hai fatto quella cosa
vuol dire che sei molto arrabbiata... o offesa. Dimmi cos'è che non
va, cercheremo di aiutarti.»
Lorna la guardò con gli
occhi spenti. «Nessuno mi può aiutare.»
«Perché?»
La ragazzina non rispose
e abbassò la testa di nuovo. Si isolava dal mondo e Anna non osò
farle una carezza per paura di ferirla. Forse Lorna non l'avrebbe
gradita.
«Alla tua età mi è
successo qualcosa di orribile» disse Anna, finalmente. «Non sapevo
come... uscirne. Finalmente sono scappata di casa, per sempre, ma
questo non mi ha aiutato... Anzi, ho fatto molte... sciocchezze...»
Intuì che Lorna le stava prestando attenzione. «Se ci ripenso
adesso, avrei fatto meglio a confidarmi con alcuni adulti, più di
uno avrebbe potuto aiutarmi. Ma non l'ho fatto, è stato un grande
errore.»
Lorna la guardò di
sfuggita.
«Dacci una possibilità,
Lorna, io e lo sceriffo vogliamo aiutarti, veramente.»
«Non potete, nessuno
può.» La ragazzina si alzò di scatto, facendo cadere la sedia.
«Voglio morire! Nessuno mi può aiutare! Vattene, vattene via prima
che ti possa fare del male.»
Anna esitò, ma Lorna
cominciò a tempestare la porta di pugni e calci. «Portatemi fuori
da qui! Fuori da qui subito!»
Sconvolta e impotente,
Anna vide l'agente di custodia ricondurre Lorna nella sua cella.
Poi con le gambe malferme, scese dallo sceriffo.
«Allora?» chiese
lui.
«Non vuole parlare, ma
ha detto una cosa strana: ''Vattene, prima che ti possa fare del
male''.»
«Era una
minaccia?»
Anna negò con la testa.
«Posso sedermi? Sono ancora scossa. No, non era una minaccia»
rifletté, lasciandosi cadere sulla sedia senza forze. «Ma le è
successo qualcosa di terribile, qualcuno sta minacciando lei,
invece.»
Nate annuì, le labbra
strette nello sforzo di capire. «Sì, ecco perché vuole stare in
prigione. Dobbiamo trovare chi è e perché.» Si passò una mano tra i
capelli, tamburellando con le dita dell'altra mano sul
tavolo.
«Parlerò con le sue
amiche» propose Anna. «Forse ci potranno illuminare in qualche
modo. Ti farò sapere qualcosa, e tu tienimi al corrente
dell'interrogatorio che le farà il giudice. Forse non ripeterà la
sua minaccia.»
«Speriamo, come faccio a
tenerla in questo posto? Non è adatto a una bambina, pensa se mi
arriva qualche ubriacone o peggio, stanotte» disse Nate,
preoccupato. «La cosa migliore è che me la prenda a casa in
custodia, forse mia moglie e le mie figlie ci potranno capire
qualcosa.»
Anna assentì. «Ottima
idea, ma non rimandarla dai suoi, Nate.»
Lui alzò un
sopracciglio, interrogativamente. «L'ho pensato anch'io. Ho come
l'impressione che succeda qualcosa di brutto lì. Ma devo avere
delle prove, Anna, non posso agire sul niente.»
«Lo so.» E neanche lei,
doveva interrogare le amiche di Lorna.
Pochi minuti dopo si
avviò verso la chiesa. Il tempo era decisamente peggiorato e la
città era già deserta quasi si preparasse al lungo sonno
invernale.
Dan Fromberg era lì ad
attenderla. «Tutto a posto all'ospedale» le annunciò mentre entrava
nell'ufficio.
«Per fortuna» sospirò
lei, esausta e infreddolita.
«Ho preparato del tè, mi
sembri congelata» notò il reverendo.
«Sì, fa freddo fuori. A
proposito, devo chiudere la porta laterale, l'ho lasciata aperta
per Hugh.»
«L'ho chiusa io, ha
finito un minuto fa.»
Anna si dispiacque per
averlo mancato e si sgridò subito per quel sentimento. «Che cosa ha
trovato?»
«Ci sarà parecchio
lavoro da fare, il danno è più grave di quanto
pensassi.»
«Costerà
caro?»
Lui fece una smorfia.
«Sì, ma ce lo possiamo permettere. Ma prima mi faccio fare un altro
preventivo.»
Anna versò il tè. «Hugh
che cos'ha detto?»
«Me l'ha suggerito lui.
È un uomo onesto, sai.»
Lei annuì, grata per
quell'apprezzamento.
«Sei andata dallo
sceriffo? Che cosa succede?»
Lo mise brevemente al
corrente del caso e vide il volto del reverendo farsi scuro.
«Brutta storia» disse quando Anna ebbe concluso.
«Telefonerò alle sue
amiche, stasera, forse qualcuna mi può aiutare.»
«Buona
idea.»
In quel momento, Jazz
cominciò a guaire e Dan la tirò fuori dalla gabbia. «Ehi, cucciolo,
come stai? Hai fatto la pipì da brava sui giornali?» Poi rivolto ad
Anna: «Non credo ci siano problemi a casa, i genitori di Lorna sono
brava gente».
Lei annuì e lui
continuò: «È anche vero che nessuno conosce mai a fondo le
persone.» Tacque pensieroso poi chiese: «Hai fatto colazione?». Lei
scrollò la testa. «Neanch'io» disse Dan, «vado al supermercato a
comprare qualcosa per uno spuntino prima di chiudere. Tu intanto,
potresti telefonate alle amiche di Lorna.»
Mise il cucciolo nella
cuccia non senza aver cambiato i giornali. Anna cominciò a
telefonare. Trovò solo una delle ragazzine a casa.
«Sta per conto suo,
signorina Anna, non so perché. Non posso credere che abbia
incendiato lei la scuola, Lorna non l'avrebbe mai fatto, anche se
tutti ne parlano.»
«Secondo te, frequenta
un nuovo giro di amici?» chiese Anna.
«No, non sta con
nessuno, ultimamente. Con noi non ci voleva più stare. L'ho
invitata per il mio compleanno, ma lei non è voluta venire. Quando
le ho chiesto perché, mi ha risposto che non se la
sentiva.»
«Chi è la sua amica
adesso?»
«Nessuno... Solo Mary Jo
le ha parlato e mi ha detto che Lorna non sta bene.»
«Ti ha detto
perché?»
«No, vuole che chieda
alle altre?»
«Non importa, se ti
viene in mente qualcosa, chiamami.»
Dan tornò con il
sacchetto del supermercato pieno. «Ho comprato dei panini con
l'arrosto, ti va bene? Mia moglie e i ragazzi sono a Cheyenne dai
nonni.»
«Allora sei scapolo?»
scherzò Anna.
«Scapolissimo» rispose
lui, mettendole il panino di fronte insieme all'insalata russa e a
due pasticcini al cioccolato. «Hai scoperto qualcosa?»
«Nulla di importante.
Lorna si è allontanata anche dalle sue migliori
amiche.»
Anna non aveva fame,
tuttavia si sforzò di sbocconcellare il suo panino per gentilezza
verso Dan.
«Non riesco a immaginare
che cosa l'abbia disturbata a tal punto, e tuttavia non può che
essere qualcosa di molto grave» rifletté il reverendo.
«Sono d'accordo con te.»
Anna perse del tutto l'appetito. Non voleva lasciarsi andare alle
illazioni, ma sapeva che a chiunque poteva capitare una brutta
esperienza. Non erano solo fatti da leggere sulla cronaca
nera.
«Anna?» Dan la fissava
preoccupato. «Vai a casa presto, mi sembri a pezzi.»
«Io sto bene, sono solo
dispiaciuta per Lorna. Andrò domani a sentire la sua deposizione,
alle cinque.»
«Alle cinque? Ci vengo
anch'io. Forse tirerò fuori qualcosa dai suoi
genitori.»
«Nate non ci è
riuscito.» Anna scosse la testa. «A essere sincera, da loro non mi
aspetto di sapere nulla.»
«Sembri proprio
convinta.»
«Ho le mie buone
ragioni.» E non aggiunse altro.