8
Anna si svegliò a pezzi, il mattino dopo. Non aveva voglia di andare al lavoro, e nemmeno di alzarsi. Ripensava a Hugh e alla sua fuga. Ne soffriva, anche se in fondo capiva il suo atteggiamento. Lui voleva un aiuto per il suo ranch, nient'altro. E lei non poteva darglielo per non svelare il suo passato e distruggere la propria vita. Non che fosse una gran vita! Guadagnava appena di che mantenersi, non aveva amici perché teneva tutti a distanza. Persino il suo tanto decantato impegno con i giovani della parrocchia non aveva creato legami saldi con la comunità. Poteva raccogliere la sua roba e partire il giorno stesso da Conard City, pensò, sconsolata. Nessuno l'avrebbe rimpianta. Solo che c'era Lorna... Non poteva lasciare sola quella bambina ferita. Anna capì che non aveva nessuna voglia di andarsene, per la prima volta si era costruita una ragione di vita con il suo lavoro in chiesa, i giovani, Hugh, il rispetto e la stima del reverendo Fromberg e soprattutto Lorna.
Aveva voglia di piangere, ma a che cosa servivano le lacrime? Non l'avevano difesa dagli abusi del patrigno né dall'abbandono di suo padre quando se ne era andato per non più tornare, né dalla fame né da quegli uomini che la pagavano. Aveva ragione Hugh, il loro rapporto doveva limitarsi a un'amicizia, lei correva troppi rischi.
In quel momento il telefono squillò e lei fece un salto. Decise di non rispondere poi ricordò che Lorna era da Mary Jo. Con il batticuore corse in soggiorno, alzò il ricevitore e sentì la voce allegra della ragazzina.
«Anna, posso tornare dopo la messa delle undici? Ci stiamo divertendo tanto qui con Mary Jo.»
«Certo, tesoro, ti aspetto dopo le undici.»
Mentre Anna si avviava verso la camera da letto per vestirsi qualcuno bussò alla porta d'ingresso. Si fermò, paralizzata dalla paura. E se fosse Al Lacey? Era ridicolo, non c'era ragione che venisse da lei, un tipo così si limitava a minacciare da lontano. Diede un'occhiata dalla finestra, e il suo cuore smise di battere quando vide Hugh fermo davanti a casa. Corse ad aprire.
«È insopportabile» sbottò lui, entrando e guardandola fisso. «Ho pensato a te tutta la notte.»
Lei rabbrividì. «Buongiorno» riuscì a dire.
«Non rendermi le cose difficili, Anna.»
Lei lo guardò interrogativamente.
«Non posso innamorarmi di te. Manda all'aria tutti i miei progetti per il ranch e per la nostra collaborazione.»
«Non posso collaborare con te, te l'ho già detto.»
«Non ci credo e poi non me ne importa niente... Nulla conta per me... oh, Anna, ti voglio, non riesco a cacciarti dalla mente.»
Lei provò un brivido di gioia mista a paura. Da un lato era felice che lui fosse disposto a rinunciare al suo progetto per lei, dall'altro, temeva di doversi dare sessualmente a quell'uomo. La notte prima le aveva dimostrato che il sesso dava gioia e piacere, che non era un atto disgustoso. E se un'esperienza più ravvicinata la facesse sentire nel solito modo? Cioè usata e sporcata?
«Hai paura» disse lui.
«Le mie esperienze sessuali... sono state... brutte.»
Lui fece un passo avanti. «Ma ieri non è stato così.»
«No.»
«Potrebbe sempre essere bello, Anna, dammi una possibilità.» Lei gli lesse il desiderio negli occhi. «Per tanto tempo mi sono illuso di poter fare a meno delle donne. Guardami, Anna. Sono un poveraccio, un uomo tuttofare che si illude di poter costruire un ranch per i bambini disgraziati come lui. Sono andato fuori di testa, Anna. E qui tutti fanno finta di non saperlo. Ma io lo so che è stato così. Quale donna vorrebbe legarsi a me?»
«Hugh...» Anna allungò la mano verso di lui, dimenticando le sue paure in un moto di compassione e simpatia. Anche lui aveva sofferto, era ora che se lo ricordasse.
«Lasciami finire. Io lo sapevo che non dovevo farmi coinvolgere in una storia, ma sin dal primo momento, quando ti ho vista al matrimonio, ho pensato a te.» Hugh sospirò dolorosamente. «Vedo tanti segreti nei tuoi occhi, Anna, leggo la paura e il dolore e le ombre del passato. Anch'io sono ossessionato dal mio passato.»
Lei annuì.
«Ma non si sfugge al proprio passato, bisogna accettarlo, guardarlo in faccia. Finora ho fatto il contrario, ho nascosto la testa sotto la sabbia come lo struzzo, ma adesso sono costretto a far fronte perché ti desidero così tanto da non potermi più nascondere. Devo scendere a patti con me stesso e accettarmi, altrimenti non posso pretendere che un altro accetti me.»
Lei annuì ancora, terrorizzata dalla piega che prendeva la conversazione. Aveva forse scoperto qualcosa di lei?
«Ero un militare, ho ucciso delle persone» continuò Hugh, «alcune di esse mi consideravano un amico. Non era vero. Ero un soldato nemico in missione segreta nel territorio nemico che si fingeva uno di loro. Per causa mia sono morti, devo vivere con questo fardello, Anna, esiste una donna che mi voglia lo stesso?»
«Oh, Hugh! Certo che esiste!»
Lui le sorrise. «E la donna che ho di fronte in questo momento?»
«Non sai chi sono.»
«Dimmelo, Anna. Dimmi che cos'è che oscura il tuo sguardo.»
«Non posso!»
«Hai ucciso qualcuno?»
«No.»
«Ti cerca la polizia?»
«No.»
«Allora non hai segreti da nascondere.» Le strinse le mani con affetto.
Non capisce, pensò lei. Non può capire.
«Voglio fare l'amore con te, Anna. Me lo permetti?»
Come dirgli di no, dopo ciò che aveva detto? Lei non poteva negarsi, si era concessa per soldi, non poteva concedersi a un amico per compassione?
«Hugh...» sussurrò e fece un passo verso di lui.
«Quando devi andare a lavorare?»
«Alle undici.»
«Abbiamo poco tempo, me lo farò bastare.» La prese per mano e la condusse verso la camera da letto. «Perché nascondi il tuo corpo sotto quei vestiti informi, sotto quella pettinatura tirata, quegli occhiali da zitella... Ti trovo bellissima, Anna, specialmente con i capelli sciolti.»
Il letto era ancora sfatto. Lui scostò le coperte e le disse: «Togliti la vestaglia».
Lei non si mosse. Altri le avevano chiesto di spogliarsi prima di Hugh. Non poteva farlo, ma nemmeno poteva fermarsi.
«Posso aiutarti?» chiese lui, con voce carezzevole.
Lei annuì. Hugh le slacciò la cintura e dolcemente le sfilò la vestaglia lasciandola cadere per terra. Anna rabbrividì nella sua camicia da notte di flanella.
Lui allora l'aiutò a sdraiarsi sul letto e cominciò a spogliarsi. Via la giacca, via la camicia, via i jeans. Rimasto con i boxer, le si sdraiò accanto. Anna guardò le spalle larghe, il petto muscoloso e il suo cuore cominciò a battere all'impazzata. Era bello, forte!
Hugh si appoggiò sul gomito e le parlò con gentilezza. «Se faccio qualcosa che non ti piace, fermami subito.»
Lei annuì, la gola chiusa dall'ansia.
«Sembri terrorizzata, non temere, non ti farò del male.» Con la mano le sfiorò la guancia poi si chinò per baciarla. Bastò quello per placare la paura dentro di lei. Da un lato, voleva mantenere le distanze, dall'altro era piena d'aspettativa per ciò che sarebbe successo. Qualcosa di importante che le avrebbe sconvolto la vita. Lui tracciò una scia di baci dalla bocca al collo, giù verso il petto. Sbottonò la camicia e liberò il seno pieno e tondo. Nessuno l'aveva mai baciata con quel trasporto, come se Hugh volesse pensare solo al piacere che le procurava. Non le chiese il permesso quando attraverso la stoffa cominciò a esplorare con la mano le curve del suo corpo, spostandosi dal seno al ventre teso e in subbuglio. Il desiderio l'aveva già infiammata mettendo in fuga ogni timore. Sentì la tensione emotiva di Hugh, il suo desiderio di compiacerla, ogni bacio, ogni carezza le scioglieva il ghiaccio che si era portata dentro per tanti anni. Le sue braccia avvilupparono le spalle di Hugh, quasi si muovessero indipendentemente dalla sua volontà.
«Come sei dolce» mormorò lui, premendo le labbra sulle sue. «Accoglimi, tesoro.»
Lei, obbediente aprì la bocca per riceverlo, mentre Hugh insinuava la mano sotto la camicia per accarezzarla. Anna si accese di passione e rispose con tutta se stessa. No, fare l'amore non era un atto disgustoso. Era bellissimo e nessuno le aveva mai fatto provare quella sensazione inebriante.
«Mi vuoi, Anna? Dimmi che mi vuoi» implorò lui, con voce alterata.
«Oh, Hugh, ti voglio, sì, ti voglio» mormorò lei.
Lui le nascose la faccia nel collo, chiudendo la mano ruvida sul seno morbido. «Come sei dolce» sussurrò. Lei era ormai nuda, la camicia arrotolata intorno alle spalle, offerta al suo sguardo e alle sue carezze. Quando la bocca di Hugh giunse al capezzolo, lei cominciò a muovere i fianchi, chiedendo soddisfazione. A sua volta, gli toccò le spalle, la schiena, il petto cercando di accostarlo a sé. Voleva sentire il suo peso sul corpo, il calore del suo desiderio dentro di sé. Non bastavano le sue carezze a placare la tempesta di sensazioni che la scuoteva.
«Hugh... ora...»
«Tra un minuto...» Hugh insinuò la mano nel luogo tenero e segreto della sua femminilità, lei provò una voluttà quasi dolorosa e gridò, fuori di sé, assecondandolo con il movimento dei fianchi. Poi lo sentì scivolare dentro e capì che quello era il posto del suo amante. Con poderose spinte lui rispose all'urgenza del suo bisogno, finché lei non esplose in un fuoco d'artificio di piacere incontenibile. Un attimo dopo, Hugh la raggiunse nell'appagamento.
La convinse a fare la doccia con lui. «Non puoi andare in chiesa con addosso l'odore dell'amore» le disse, scherzoso. Lei arrossì e si nascose sotto le lenzuola, ma lui la scoprì e guardò la sua nudità con piacere. «Sei bella, ti ho vista tutta, ora non devi più avere vergogna.»
Insieme andarono nel bagno. La insaponò gentilmente sotto il getto di acqua calda, e lei si sentì eccitare dal tocco delle sue mani. Arrossì violentemente. Lui interpretò correttamente quel rossore. «Va bene così, Anna» disse, mentre la sua mano scendeva tra le cosce, «è così che ci si sente, quando si fa l'amore.»
Lei gli si aggrappò alle spalle, le gambe molli. Poi, come uno schiaffo, dalle profondità della sua mente, sorse l'immagine di una sgualdrina sotto la doccia.
«Non posso» disse, inorridita. «Non posso...»
«Non...»
Lei lo respinse con violenza, aprì la tenda della doccia e uscì. Afferrò l'asciugamano e corse a chiudersi in camera, tremando e piangendo amaramente. Come aveva potuto accettare che un uomo la toccasse ancora in quel modo? Aveva forse perso la testa?
Hugh bussò lievemente alla porta. No, non voleva affrontarlo adesso.
«Anna, ti ho offesa?»
«No... no...»
Lui tacque per un momento. «Ho sbagliato. Ora vado via, mi dispiace.»
Un parte di Anna desiderava disperatamente che lui restasse, l'altra, terrorizzata da ciò che aveva scoperto di sé, le impediva di proferire parola.
«Me ne sto andando, Anna, ma sarebbe ora che tu guardassi in faccia il tuo passato, altrimenti non avrai futuro. Ci vediamo più tardi.»
Il suo passato. Perché alludeva al suo passato? Aveva forse scoperto qualcosa? La considerava una donna da niente con cui avere un'avventura, mordi e fuggi? Quel pensiero la umiliò oltre ogni dire. Si buttò sul letto e ricominciò a piangere sconsolatamente.
Hugh se ne andò ferito e arrabbiato per ciò che era successo. Non riusciva a perdonarsi la stupidità delle sue mosse: innamorarsi di una donna con la quale voleva stabilire un rapporto di lavoro, per giunta ferendola con la sua irruenza. Aveva sinceramente creduto che una relazione d'amore con un uomo non potesse procurarle ulteriori traumi, e invece l'aveva ferita. I suoi problemi erano più gravi di quanto pensasse, non bastava una notte di piacere per cancellarli.
Non gli restava altro da fare che sparire, non cercarla più. Con il tempo avrebbero potuto ricominciare a parlare di una possibile collaborazione. Lui la voleva con sé al ranch, Anna era un aiuto prezioso, amava i bambini, sapeva trattare con loro, era una presenza materna che nessuno psicologo qualificato poteva sostituire.
Dandosi dello stupido, guidò fino a casa. Sì, solo il tempo poteva ricucire lo strappo tra loro due. Doveva stare lontano da lei, non aveva altra scelta.
Una settimana dopo Anna e Lorna furono convocate in tribunale. Il giudice Williams le informò che avrebbe sospeso il processo per l'incendio alla scuola a patto che Lorna portasse a termine il trattamento psicologico. In caso contrario, sarebbe stata sottoposta a giudizio. Poi il giudice affrontò un altro argomento.
«Signorina Lacey, suo padre ha deciso di patteggiare la pena per evitare la detenzione. Riconoscendosi colpevole, otterrà la libertà vigilata e dovrà lasciare la città per trasferirsi altrove, lontano da lei. Inoltre, il servizio sociale lo terrà sotto sorveglianza per controllare il suo comportamento verso sua sorella. Se decidiamo così, lei non dovrà deporre contro suo padre. Ma se preferisce che sia trattenuto in carcere, io gli negherò la libertà vigilata e lei dovrà testimoniare in tribunale. Nessuno può decidere per lei.»
Anna provò rabbia per la difficile scelta imposta a una bambina di tredici anni. Lorna annuì silenziosamente.
«Se per lei è importante che suo padre resti in prigione, allora dovrà testimoniare» ripeté il giudice, «altrimenti lui sarà obbligato ad andare via da qui e a non vederla mai più. Lei avrà qualche giorno per riflettere, ma mi deve dare la sua risposta entro lunedì prossimo.»
«Sì, signora» annuì Lorna.
«E ora dobbiamo decidere il problema del suo affidamento» riprese il giudice.
«Voglio stare con Anna, vostro onore.»
Anna sentì il panico impossessarsi di lei. Che fare? Le sarebbe piaciuto tenere Lorna, ma non osava rischiare.
«Che cosa ne pensa, signorina Fleming?» le si rivolse il giudice.
«Io... Mmm...» Anna guardò Lorna e si chiese come poteva rifiutare.
«Dovrà fare una domanda ufficiale di adozione, signorina Fleming. In questo modo lo stato potrà contribuire al mantenimento della signorina Lacey. Per ora condannerò Al Lacey a pagare gli alimenti per la figlia, ma poiché lei non è stata ufficialmente nominata alla custodia della ragazza, temo che il signor Lacey le faccia delle difficoltà. Se lei è decisa a occuparsi della signorina Lacey, non le resta che fare la domanda d'adozione. Mi dia la sua risposta lunedì prossimo.»
«Sì, vostro onore.»
Anna e Lorna uscirono dal tribunale nella piazza bianca sotto il sole pallido.
«Anna?»
Lei si voltò verso Lorna, attenta.
«Non mi vuoi con te?» Le labbra di Lorna tremavano.
«Certo, solo che non so se sarà possibile. Ne parliamo a casa?»
«No, non voglio parlarne a casa. Tu non mi vuoi... nessuno mi vuole.»
«Lorna...» La ragazza corse via, inseguita da Anna che purtroppo scivolò sull'asfalto ghiacciato e cadde. Prima che lei si rimettesse in piedi, Lorna era già scomparsa alla vista. Sconvolta, Anna rimase immobile nel gelo chiedendosi che cosa fare.
«Manderò una pattuglia a cercarla» la rassicurò lo sceriffo quando, dopo un'ora di tormento, Anna si decise ad avvertirlo. «Povera bambina, è sconvolta, ma vedrai, tornerà presto a casa.»
Ma Anna, che era scappata da piccola, sapeva che a volte il ritorno non si verificava e conosceva bene i rischi che correva Lorna. Poi telefonò a Dan per dirgli che non sarebbe andata in ufficio.
«Stai a casa, naturalmente» le raccomandò inquieto, «so come ti senti. È successo a mia figlia Ginny, è scappata di casa ma io non ho avvertito nessuno. È tornata il giorno dopo. L'avevo sgridata per un ritardo, gli adolescenti reagiscono in modo imprevedibile. Chiamami quando torna.»
Anna non riuscì a stare ferma, passeggiò nervosa per tutta la casa, con Jazz dietro. C'era un silenzio irreale cui Anna non era più abituata da quando Lorna stava con lei e riempiva le stanze di musica e risate. Ah, poter telefonare a Hugh! pensò, la pena nel cuore. Da quando avevano fatto all'amore non si era più visto e in quelle poche occasioni in cui l'aveva incrociato, si erano scambiati un saluto e via. Aveva scoperto i segreti del suo passato, si disse. Forse addirittura dallo stesso Al Lacey. La sua fedina penale non era divulgabile poiché era minorenne quando erano successi i fatti, ma con i soldi si poteva avere accesso a tutto, e ad Al Lacey i soldi non mancavano. Magari tutti in città sapevano ora che era stata arrestata per esercizio della prostituzione. Per questo Hugh l'aveva lasciata perdere e non la voleva più nel suo ranch.
Non riusciva a respirare dall'angoscia, poi tentò di ragionare. Se ci fossero stati dei pettegolezzi, se ne sarebbe accorta dall'atteggiamento dei suoi concittadini. Qualcuno di essi non si sarebbe fatto fuggire l'occasione di trattarla male. Inoltre, perché si preoccupava della reazione di Hugh? Chiunque si sarebbe comportato come lui, voltandole le spalle, facendo finta di non conoscerla.
L'unica cosa veramente importante era ritrovare Lorna. Mezz'ora dopo l'uscita dalla scuola, lei si attaccò al telefono e cominciò a chiamare sistematicamente tutte le compagne e amiche di Lorna. Nessuna l'aveva vista. Anna sentiva il senso di colpa ingigantirsi dentro di sé e il calare della notte non era fatto per confortarla. Nell'oscurità era più difficile trovare Lorna, c'erano più pericoli a minacciarla. Passarono le otto, poi le nove. Anna congetturò il peggio, Lorna era scappata facendo l'autostop, adesso si trovava a chissà quanti chilometri da lì. Era stata rapita... Era morta di freddo in qualche fossato di campagna... Appena dopo le nove, qualcuno bussò alla porta. Con il cuore in gola, lei corse ad aprire. Sull'uscio, vide Hugh con Lorna.
«La stavi aspettando, vero?» chiese lui, «Lorna è qui, ma non vorrebbe essere qui... perciò resto finché non avrete fatto fuori la questione tra voi due.»
Anna quasi non l'ascoltava, aveva abbracciato la ragazza. «Ero così in pena» disse, vicina alle lacrime. «Temevo che ti fosse successo qualcosa di brutto...»
Ma Lorna si divincolò e seguì Anna nel soggiorno, rigida e muta come un condannato a morte. «Dove l'hai trovata?» chiese Anna a Hugh.
«È stata lei a presentarsi da me alle otto e mezza, non sapevo che fosse scappata. Mi ha chiesto di venire a vivere al ranch con me. Non so per quale assurda ragione Lorna pensa che tu non la voglia tenere. Io non ci credo, ma forse sbaglio. È meglio che vi chiariate.»
«Non mi vuole» gli fece eco Lorna, la voce spenta. «Ogni volta che glielo chiedo, trova delle scuse.»
Anna si sentì mancare. Era venuto il momento di spiegare, lo doveva a Lorna, non occorreva entrare nei dettagli, bastava accennare alla sua fedina penale.
«Io voglio tenerti con me» disse, decisa.
«Come i miei genitori, eh?» gridò Lorna con voce disperata. «Hai sentito il giudice, mio padre è disposto ad andarsene senza rivedermi mai più. E anche mia mamma. Non hanno nemmeno tentato di lottare per riavermi.»
Povera Lorna, vedeva solo l'abbandono dei genitori, non il vantaggio che le derivava da quella sentenza. La ragazzina riprese a parlare: «L'avvocato mi ha detto che papà non mi ama, altrimenti non avrebbe abusato di me, non avrebbe messo i suoi bisogni al primo posto».
Anna era incapace di consolarla.
«Mio papà è malato, questo posso capirlo» continuò la ragazzina, «lo dicono tutti. Ma mia mamma? Perché non mi ama più? Cosa ho fatto di male?»
«Tesoro, tu non hai fatto nulla di male» protestò Anna.
«Allora perché non mi vuoi?»
Lacrime brucianti salirono agli occhi di Anna, che fissò Lorna. «Io ti voglio con me, Lorna. Non sei tu il problema, sono io. Ricordi quando ti ho detto che avevo fatto tanti sbagli scappando di casa a quattordici anni? Be' non sapevo come vivere per strada, e allora... ho rubato... e fatto altre brutte cose. Esiste una fedina penale su di me alla polizia. Non mi lasceranno mai adottarti con una fedina penale sporca.»
Hugh tossicchiò. «Ora vi lascio. Avete molte cose da discutere.» Senza aggiungere altro, aprì la porta e se ne andò.
Anna e Lorna si guardarono, disperate e nello stesso momento si buttarono nelle braccia l'una dell'altra, scoppiando a piangere.
Dopo che ebbe avvertito Dan e lo sceriffo, Anna preparò la cena che consumarono con una certa tranquillità. Ma dopo mangiato, Lorna tornò sull'argomento.
«Non voglio vivere con degli estranei, Anna.»
«Non è detto.»
«Invece sì, forse non resterò nemmeno a Conard City.»
«Chi te l'ha detto?»
«La psicologa. Fanno così quando non ci sono famiglie in grado di adottare nella città dove vivi. Ma io non voglio separarmi dalle mie amiche. Loro sanno quello che mi è successo, e mi amano lo stesso. Sono i grandi che mi detestano. O almeno alcuni di loro.»
Anna assentì e, finito di rigovernare, si sedette al tavolo della cucina accanto a Lorna.
«Non capisco» continuò la ragazzina, «tutti mi dicono che non ho fatto nulla di male, ma continuano a punirmi.»
«Non è così.»
«Io mi sento così, è proprio difficile essere bambini.»
«Hai ragione.»
«Voglio che sia tu la mia mamma adottiva. Sei sicura che non te lo permetteranno?»
«Quasi sicura.»
Lorna scrollò la testa. «Tu mi vuoi già bene, perché non dovrebbero affidarmi a te? Non è giusto.»
Non era giusto, ma Anna non sapeva che cosa dire a Lorna; da un lato non voleva darle false speranze, dall'altro si sentiva proprio una codarda. Come se le avesse letto nella mente, Lorna chiese improvvisamente: «Come fai a essere sicura che non mi affideranno a te?». Anna trasse un respiro profondo, lei era sempre scappata davanti alle difficoltà, lo stava rifacendo adesso. Non valeva forse la pena di fermarsi finalmente, per Lorna e per se stessa?
«Ci devo pensare» rispose. «Dammi qualche giorno, Lorna, non perché abbia dei dubbi su di te, ma perché ciò che farò avrà delle conseguenze terribili per me. La decisione delle autorità cambierà totalmente la mia vita.»
Lorna annuì, gli occhi pieni di speranza. «Il giudice ha detto lunedì prossimo. Posso aspettare anch'io.»
Anna non riuscì a chiudere occhio, quella notte. Il passato bussava alla porta, minaccioso. Se chiedeva l'affidamento di Lorna, il responso l'avrebbe costretta a fare delle scelte irreversibili di cui non sapeva valutare le conseguenze. Ne valeva la pena? Non chiedere l'affidamento significava però ferire Lorna per sempre e portare il peso di quella colpa per il resto della vita.
Inoltre la presenza di Hugh aveva aggiunto dolore al dolore. Soffriva per la sua assenza ma la sua uscita repentina, dopo che aveva sentito della sua fedina penale, l'aveva convinta che era al corrente di tutto. Altrimenti la curiosità l'avrebbe trattenuto. A un certo punto della notte si assopì sul divano dov'era seduta e sentì la voce del suo patrigno che la chiamava a bassa voce dalla porta. Lei si ritrovò bambina, sotto le coperte del suo lettino, le palpebre serrate, facendo finta di dormire per non rispondere alla sua chiamata e alle sue carezze. Sentiva che l'uomo si sedeva sulla sponda del letto, tirava via le lenzuola, mentre lei temeva di morire soffocata a forza di trattenere il fiato, nella speranza di sembrare morta.
Anna si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore gelato, terrorizzata da quell'impressione ancora così vivida da sembrare reale. Per un po' rimase a fissare il suo soggiorno, i mobili familiari e pacifici. Quell'uomo non poteva più farle del male, si disse, ma controllava ancora la sua vita, condizionandola in ogni sua decisione. Quel controllo perverso, esercitato sin dalla prima notte che era entrato nella sua stanzetta di bambina, l'aveva costretta a fare scelte sbagliate, a diventare una donna diversa, a vivere una vita diversa. Un tempo sognava di fare il medico, o l'astronauta, era fiduciosa e piena di vitalità. Invece era stata la paura a riempire di sé ogni momento della sua vita. Le aveva lasciato un'eredità di angoscia e paralisi.
Sarebbe ora che guardassi in faccia il tuo passato, altrimenti non avrai futuro. Le tornarono in mente le parole di Hugh, un sussurro nel fragore dei suoi pensieri impazziti. Aveva ragione. Lei era a un bivio: poteva continuare a nascondersi o confrontarsi finalmente con i suoi fantasmi liberandosene. Facile da dire, difficile da fare. Dove trovare il coraggio di mettere in atto ciò che suggeriva Hugh, che chiedeva Lorna? E se l'intera sua esistenza fosse andata in pezzi? Dove trovare il coraggio di ricominciare?
Non c'erano risposte pronte, e il lunedì si approssimava rapidamente.