28.
24 novembre, pomeriggio

Nel parcheggio del Karolinska Institutet, il professor Charles Edelman si chiedeva che razza di proposta gli era saltato in mente di accettare. Quasi non ci credeva e certo non si poteva dire che avesse tempo da buttare via. Eppure aveva detto di sì a qualcosa che l’avrebbe costretto a disdire una serie di appuntamenti, lezioni e conferenze.

Nello stesso tempo si sentiva stranamente euforico. Era rimasto stregato non solo dal bambino ma anche dalla giovane donna che sembrava appena uscita da una rissa in un vicolo buio ma guidava una Bmw e parlava con gelida autorevolezza. Senza quasi rendersene conto aveva risposto: «Ma sì, perché no?» alla sua offerta, nonostante fosse chiaramente affrettato e poco saggio, e l’unico briciolo di autonomia lo aveva dimostrato declinando qualsiasi compenso per la prestazione.

Avrebbe pagato di tasca propria anche il viaggio e l’albergo, aveva detto. Probabilmente si sentiva in colpa. Di certo provava una grande benevolenza nei confronti del bambino, per non parlare della curiosità scientifica che il piccolo August risvegliava in lui. Un savant capace sia di disegnare con precisione fotografica sia di scomporre in fattori primi lo affascinava profondamente e Edelman si era reso conto con sorpresa che non gli importava più neanche di andare alla cena in onore dei premi Nobel. Quella giovane donna lo faceva sragionare.

Hanna Balder stava fumando nella cucina della sua casa in Torsgatan. Le sembrava di non fare praticamente altro da giorni, la sigaretta in mano e un groppo allo stomaco. Non poteva dire di non aver ricevuto aiuto e sostegno, ma considerando che le aveva anche prese di santa ragione, perfino più del solito, il bilancio era comunque negativo. Lasse Westman non sopportava l’ansia di Hanna, forse perché sottraeva spazio al proprio ego di martire.

Continuava a infuriarsi e a urlarle in faccia: «Possibile che tu non riesca neanche a tenere sotto controllo tuo figlio?», e spesso si metteva ad agitare i pugni oppure la lanciava dall’altra parte dell’appartamento come una bambola di pezza. Ecco, sicuramente si sarebbe arrabbiato di nuovo. Hanna aveva inavvertitamente rovesciato un po’ di caffè sulla pagina della cultura del Dagens Nyheter in cui compariva una recensione che aveva appena scatenato le ire di Lasse perché troppo benevola nei confronti di alcuni colleghi di teatro che non gli andavano a genio.

«Che cazzo hai fatto?» sibilò.

«Scusa» si affrettò a rispondergli. «Pulisco subito.»

Si accorse dalla piega della bocca che non sarebbe bastato e capì che il colpo sarebbe partito prima ancora che lui se ne rendesse conto, e per questo era talmente preparata che quando lo schiaffo arrivò non aprì bocca né mosse la testa. Sentì solo gli occhi riempirsi di lacrime e il cuore battere forte nel petto. In realtà non dipendeva dalla sberla: quella era stata solo il fattore scatenante. Poche ore prima aveva ricevuto una telefonata così sconcertante che non sapeva neanche cosa pensare: August era stato trovato ma era scomparso di nuovo e “probabilmente” era incolume. “Probabilmente.” Hanna non capiva neanche se quella notizia dovesse tranquillizzarla o allarmarla.

Quasi non aveva trovato la forza di ascoltare e ormai erano passate ore senza che succedesse niente e nessuno sembrava saperne di più. Di colpo si alzò, senza curarsi del fatto che avrebbe potuto prendere altre botte. Andò in soggiorno e sentì Lasse ansimare alle sue spalle. Sul pavimento c’erano ancora i fogli di August e fuori ululava la sirena di un’ambulanza. In quel momento si sentirono dei passi sulle scale. Stava arrivando qualcuno? Il campanello suonò.

«Non aprire. Sarà qualche giornalista del cazzo.»

Hanna non aveva la minima voglia di aprire né di vedere gente. Eppure non poteva limitarsi a fare finta di niente. Forse la polizia voleva interrogarla ancora una volta o magari erano venuti a sapere qualcosa di nuovo, qualcosa di positivo o negativo. Si avviò verso la porta e in quel momento le tornò in mente Frans.

Lo rivide com’era il giorno in cui era venuto a prendere August, ne ricordò gli occhi e la barba rasata e il desiderio provato in quel momento di tornare alla vecchia vita, prima di Lasse Westman, quando i telefoni squillavano e le offerte di lavoro le piovevano addosso e la paura non aveva ancora messo radici in lei. Poi socchiuse la porta, senza togliere la catena di sicurezza, e per un attimo non vide niente a parte l’ascensore e le pareti color mattone. Subito dopo fu attraversata come da una scossa e quasi non ci credette, ma era davvero August! Aveva i capelli tutti arruffati e i vestiti sporchi, e ai piedi portava un paio di scarpe da ginnastica troppo grandi, ma la stava guardando con la stessa espressione seria e insondabile di sempre e allora lei tolse di scatto la catena di sicurezza e aprì. Anche se naturalmente non si aspettava che fosse venuto lì da solo, trasalì: di fianco al bambino c’era una giovane donna in giubbotto di pelle, con diverse abrasioni in faccia e terra nei capelli, gli occhi bassi. In mano teneva una grossa valigia.

«Sono venuta a riportarti tuo figlio» disse senza guardarla.

«Dio santo!» esclamò Hanna. «Dio del cielo!»

Non riuscì a dire altro e per un paio di secondi rimase ferma sulla soglia, senza sapere cosa fare. Poi le spalle presero a sussultare e Hanna s’inginocchiò e decise che non le importava se August odiava gli abbracci. Lo strinse a sé e mormorò: «Bambino mio, bambino mio», finché non arrivarono le lacrime e la cosa strana fu che August la lasciò fare. Sembrava quasi che stesse per dire qualcosa, come se avesse pure imparato a parlare. Ma non ne ebbe il tempo: Lasse Westman comparve sulla porta.

«Ma che cazz... com’è arrivato qui?» sibilò, con l’aria di voler alzare di nuovo le mani.

Un attimo dopo cambiò completamente atteggiamento. In un certo senso fu un’eccellente prestazione attoriale: nel giro di un secondo sfoderò quel suo modo di fare spavaldo che faceva sempre colpo sulle donne.

«Guarda guarda, consegnato a domicilio!» continuò. «Che lusso! Sta bene?»

«Abbastanza» rispose la donna sulla porta con una strana voce piatta, e senza chiedere permesso entrò con la sua grossa valigia e gli stivali neri tutti infangati.

«Prego, prego» disse Lasse in tono acido. «Non farti problemi.»

«Sono qui per aiutarti a preparare le valigie, Lasse» disse la donna con la stessa voce gelida di prima, ma era una frase così strana che Hanna era convinta di aver sentito male, e chiaramente nemmeno Lasse, la bocca aperta e l’espressione ebete, capiva cosa stesse succedendo.

«Come, scusa?»

«Te ne vai.»

«Cos’è, vuoi fare la spiritosa?»

«Proprio per niente. Devi uscire subito da questa casa e non avvicinarti mai più ad August. È l’ultima volta che lo vedi.»

«Tu sei fuori!»

«Al contrario, sono molto generosa. Avevo intenzione di scaraventarti giù dalle scale e farti molto, molto male, e invece ti ho portato una valigia. Ho pensato di concederti di mettere via qualche camicia e qualche paio di mutande.»

«Ma da dove salti fuori, aborto della natura che non sei altro?» sibilò Lasse, confuso e insieme furibondo, dopodiché le si avvicinò minaccioso e per un secondo o due Hanna si chiese se avesse intenzione di alzare le mani anche su di lei.

Qualcosa, però, lo fece esitare. Forse gli occhi della donna, o semplicemente il fatto che non reagisse come gli altri. Invece di arretrare e assumere un’espressione impaurita si limitò a sorridere gelida. Poi tirò fuori dalla tasca interna alcuni fogli stropicciati e glieli tese.

«Se tu e il tuo amico Roger doveste sentire la sua mancanza potete sempre guardare questi e ricordare i bei vecchi tempi» disse.

Spiazzato, Lasse li sfogliò lentamente e di colpo fece una smorfia, e a quel punto Hanna non poté fare a meno di guardare a sua volta. Erano dei disegni, e il primo raffigurava... Lasse, Lasse che agitava i pugni con un’espressione talmente cattiva da rasentare la follia. A posteriori non avrebbe saputo spiegarlo, ma in quel momento, oltre a capire cos’era successo ad August quando era solo in casa con lui e Roger, vide anche la propria vita in maniera più distinta e lucida di quanto non le accadesse da anni.

Proprio in quel modo, con lo stesso viso stravolto dalla furia, Lasse aveva guardato anche lei centinaia di volte, l’ultima solo qualche minuto prima, e Hanna si rese conto che nessuno doveva subire una cosa del genere, né lei né August, e arretrò di scatto, o almeno credette di averlo fatto, perché la donna la fissò con una nuova attenzione e Hanna rispose al suo sguardo, e sebbene non si potesse parlare di un vero e proprio scambio, in qualche modo dovevano essersi capite. La donna chiese:

«Ho ragione, Hanna? Non è forse vero che deve andarsene?»

Era una domanda pericolosissima e Hanna abbassò gli occhi sulle scarpe di August.

«Da dove arrivano quelle?»

«Sono mie.»

«Perché?»

«Stamattina siamo usciti di corsa.»

«E cos’avete fatto?»

«Ci siamo nascosti.»

«Non capisco...» cominciò, ma non ebbe il tempo di completare la frase.

Lasse la prese per un braccio con uno strattone.

«Lo spieghi o no a questa psicopatica che l’unica che deve andarsene è lei?» tuonò.

«Sì...»

«E allora fallo!»

Ma un attimo dopo... Hanna non era in grado di spiegarlo. Poteva essere stata l’espressione di Lasse, oppure il senso di solidità che emanavano il corpo e gli occhi gelidi della donna, ma di colpo sentì la propria voce dire:

«Sei tu che devi andartene, Lasse! E non tornare mai più!»

Quasi non ci credeva. Era come se qualcun altro parlasse attraverso di lei. Poi accadde tutto molto in fretta. Lasse alzò una mano per picchiarla, ma lo schiaffo non arrivò. Non da lui. La giovane donna reagì fulmineamente e lo colpì al viso due, tre volte, come un pugile allenato, atterrandolo poi con un calcio alle gambe.

«Ma che cazzo...» fu l’unica cosa che riuscì a dire Lasse prima di cadere sul pavimento. La donna gli si piazzò sopra e Hanna non avrebbe mai dimenticato quello che Lisbeth Salander gli disse in quel momento. Era come se quelle parole le avessero restituito una parte di lei, e solo allora avesse capito da quanto tempo e con quanta intensità desiderasse vedere sparire dalla sua vita Lasse Westman.

Bublanski aveva voglia di una chiacchierata con il rabbino Goldman.

Aveva voglia anche di cioccolato all’arancia, quello di Sonja Modig, e del suo nuovo letto Dux, e di una stagione diversa dall’inverno. Ma doveva mettere ordine in quell’indagine e l’avrebbe fatto. Sotto un certo punto di vista era soddisfatto: aveva da poco saputo che August Balder era incolume e che stava per essere riconsegnato alla madre.

L’assassino del padre era stato arrestato proprio grazie al bambino e a Lisbeth Salander, anche se non si sapeva se sarebbe sopravvissuto. Era gravemente ferito e al momento l’avevano ricoverato in terapia intensiva al Danderyds sjukhus. Si chiamava Boris Lebedev, ma da tempo viveva sotto il nome di Jan Holtser, residente a Helsinki. Era un ex militare delle truppe scelte sovietiche, un maggiore, e compariva in diverse indagini d’omicidio, pur non essendo mai stato condannato. Ufficialmente era un libero professionista nel settore della sicurezza e aveva sia la cittadinanza finlandese che quella russa. Probabilmente qualcuno era entrato nel suo profilo all’anagrafe e aveva modificato i dati.

Anche le altre due persone trovate nei pressi della casa di Ingarö erano state identificate grazie alle impronte digitali. Si trattava di Dennis Wilton, un ex membro del Motoclub Svavelsjö che era stato dentro per rapina a mano armata e maltrattamenti aggravati, e Vladimir Orlov, un russo condannato in Germania per induzione alla prostituzione, le cui due mogli erano morte in circostanze sospette. Nessuno dei tre aveva ancora detto una parola sull’accaduto, anzi, non avevano proprio aperto bocca, e Bublanski non aveva grandi speranze che l’avrebbero fatto. Non era gente che si sbottonasse negli interrogatori, ma faceva parte delle regole del gioco.

Quello che proprio non gli andava giù era la sensazione che i tre fossero solo soldati semplici e che avessero qualcuno che li comandava, oltre che evidenti appoggi ai piani alti, sia negli Stati Uniti che in Russia. A Bublanski non interessava che un giornalista sapesse più di lui in merito all’indagine. Sotto questo aspetto non era uno competitivo. Voleva solo fare progressi e accettava volentieri informazioni da chiunque gliele fornisse, ma la profonda conoscenza che Mikael Blomkvist aveva di quel caso rendeva ancora più evidenti le loro mancanze, a partire dalla fuga di notizie per arrivare al pericolo a cui avevano esposto il bambino. La rabbia non gli sarebbe passata tanto facilmente ed era uno dei motivi per cui lo disturbava che il direttore della Säpo Helena Kraft lo cercasse con insistenza. E non solo lei, tra l’altro. Volevano parlargli anche gli esperti informatici della Direzione centrale anticrimine e il procuratore capo Richard Ekström, e pure un professore della Stanford che si chiamava Steven Warburton e lavorava per il Machine Intelligence Research Institute, il Miri, e che secondo Amanda Flod aveva accennato a «un pericolo non trascurabile».

Bublanski era disturbato da quella e mille altre cose. Come se non bastasse, sentì bussare alla porta. Era Sonja Modig, il cui viso stanco e struccato dava un’inedita impressione di nudità.

«Tutti e tre gli arrestati sono sotto i ferri» disse. «Ci vorrà un po’ prima che possiamo interrogarli di nuovo.»

«Tentare di interrogarli, vuoi dire.»

«Sì, può darsi. Comunque sono riuscita a fare una breve chiacchierata con Lebedev. È rimasto cosciente per un po’, subito prima dell’operazione.»

«E cos’ha detto?»

«Che voleva parlare con un pastore.»

«Com’è che di colpo tutti i folli e gli assassini sono credenti?»

«Mentre tutti i vecchi commissari ragionevoli dubitano del loro Dio, intendi dire?»

«Va be’, ho capito.»

«Comunque Lebedev sembrava anche rassegnato, e secondo me è un buon segno» continuò Sonja. «Quando gli ho mostrato il disegno l’ha liquidato tristemente con un gesto della mano.»

«Quindi non ha cercato di sostenere che fosse una trovata per incastrarlo?»

«Ha soltanto chiuso gli occhi e ha cominciato a parlare del pastore.»

«Hai capito cosa vuole questo professore americano che continua a telefonare?»

«Cosa?... no... Insiste per parlare con te. Penso che si tratti della ricerca scientifica di Balder.»

«E il giovane giornalista, Zander?»

«Era di lui che volevo discutere. La faccenda non mi piace.»

«Cosa sappiamo?»

«Che ha lavorato fino a tardi e che è sparito a sera inoltrata dopo essere passato davanti a Katarinahissen insieme a una bella donna con i capelli rossicci o biondo scuro che indossava abiti costosi ed eleganti.»

«Questo a me non era arrivato.»

«È stato un ragazzo a vederli, un fornaio dello Skansen che si chiama Ken Eklund e abita nel palazzo dove si trova la redazione di Millennium. Ha detto che avevano l’aria da innamorati, almeno Zander.»

«Intendi dire che è caduto in un tranello?»

«È possibile.»

«E che quella donna potrebbe essere la stessa che è stata vista a Ingarö?»

«Stiamo verificando. Quello che mi preoccupa è che sembravano diretti verso Gamla stan.»

«Capisco.»

«Non solo perché sono stati rilevati i segnali del cellulare di Zander in zona. Orlov, quella bestia che quando tento di interrogarlo non fa che sputarmi addosso, ha un appartamento in Mårten Trotzigs gränd.»

«È stato controllato?»

«L’abbiamo appena saputo e abbiamo mandato qualcuno a verificare. È intestato a una delle sue società.»

«Allora dobbiamo solo sperare di non trovarci niente di spiacevole.»

«Già.»

Steso a terra nell’ingresso di Torsgatan, Lasse Westman non capiva perché si fosse tanto spaventato. Era solo una donna, una punk con i piercing che a malapena gli arrivava al petto. Avrebbe dovuto buttarla fuori come un piccolo ratto schifoso. Eppure era paralizzato e non pensava che dipendesse dalla sua tecnica di combattimento, e ancora meno dal piede che gli teneva appoggiato sulla pancia. Si trattava di qualcos’altro, qualcosa di inafferrabile nello sguardo e nel suo modo di essere. Per qualche istante rimase solo immobile ad ascoltarla, come un perfetto idiota.

«Mi è appena stato ricordato» stava dicendo lei, «che nella mia famiglia abbiamo un’orribile tara. Pare che siamo capaci di qualsiasi cosa, comprese le crudeltà più inimmaginabili. Forse è un qualche genere di disturbo genetico. Io personalmente ce l’ho nei confronti degli uomini che fanno del male a donne e bambini. Divento pericolosissima, e quando ho visto i disegni di August, quelli dove comparite tu e Roger, mi è venuta una gran voglia di farvi del male, e molto. Potrei parlartene a lungo. Però adesso ritengo che August abbia avuto sufficienti disavventure e per questo esiste una piccola possibilità che tu e il tuo amico ve la caviate con qualcosina di meno.»

«Io sono...» fece per dire Lasse.

«Taci» continuò Lisbeth. «Non è una trattativa e nemmeno una conversazione. Io pongo le condizioni, tutto qui. Dal punto di vista giuridico non ci sono problemi. Frans era stato abbastanza previdente da intestare l’appartamento ad August. Per il resto ecco cosa succederà: hai quattro minuti per prendere la tua roba e sparire. Se tu o Roger tornate qui o in qualche modo cercate di mettervi in contatto con August vi torturerò al punto che per il resto della vostra vita non potrete mai più fare qualsiasi cosa esista di piacevole. Nel frattempo preparerò una denuncia alla polizia per i maltrattamenti a cui avete sottoposto August, e come sai non abbiamo solo i disegni. Ci sono anche testimonianze di psicologi ed esperti. Inoltre mi metterò in contatto con i tabloid dicendo che ho del materiale che conferma e ribadisce l’immagine di te che era uscita in concomitanza con i maltrattamenti a Renata Kapusinski. Cos’è che le avevi fatto, Lasse? Non le avevi morso la guancia? E poi le avevi preso a calci la testa, no?»

«Quindi ti rivolgerai alla stampa.»

«Mi rivolgerò alla stampa e danneggerò te e il tuo amico in tutti i modi pensabili. Ma forse, dico forse, potrete risparmiarvi le umiliazioni peggiori, a condizione che non vi facciate mai più vedere vicino a Hanna o August e che non torciate più un capello a una donna. In realtà me ne sbatto di voi, voglio solo che August e tutti noi possiamo fare a meno di rivedere il vostro brutto muso. Per questo devi andartene, e se righerai dritto come un timido fraticello forse potrà bastare. Ne dubito, visto l’alto tasso di ricadute quando si tratta di maltrattamenti alle donne, e tu lo sai: sei un pezzo di merda fino al midollo, un lurido verme, ma con un po’ di fortuna... forse... Hai capito?»

«Ho capito» rispose, odiandosi.

Tuttavia non vedeva altra possibilità che dichiararsi d’accordo e ubbidire, e per questo si alzò, andò in camera e mise via rapidamente un po’ di vestiti. Poi prese cappotto e telefono e infilò la porta, senza avere la minima idea di dove andare.

Era più abbattuto di quanto non fosse mai stato in vita sua, e quando uscì fu investito da una sgradevole pioggia mista a neve.

Lisbeth sentì richiudersi la porta d’ingresso e i passi allontanarsi lungo le scale. Guardò August che, le braccia diritte lungo il corpo, la fissava immobile con uno sguardo intenso, e la cosa la mise a disagio. Un attimo prima aveva il pieno controllo della situazione, ma di colpo provò un senso di insicurezza.

Che diavolo stava succedendo a Hanna Balder, poi? Sembrava sul punto di mettersi a piangere. E August... come se non bastasse August cominciò a scuotere la testa e mormorare parole incomprensibili, e questa volta non erano numeri primi ma qualcosa di completamente diverso. Lisbeth non desiderava altro che andarsene da lì, ma rimase dov’era. Non aveva ancora portato a termine il suo compito. Tirò fuori dalla tasca due biglietti aerei, un voucher e uno spesso fascio di banconote, sia in corone che in euro.

«Voglio solo ringraziarti dal profondo...» fece per dire Hanna.

«Silenzio» la interruppe Lisbeth. «Ecco due biglietti aerei per Monaco di Baviera. Partite stasera alla sette e un quarto, quindi bisogna sbrigarsi. Ci sarà una macchina che vi porterà direttamente allo Schloss Elmau, un bell’hotel a poca distanza da Garmisch-Partenkirchen. Sarete ospitati in una grande camera all’ultimo piano sotto il nome Müller, e per cominciare starete via tre mesi. Mi sono messa in contatto con il professor Charles Edelman e gli ho spiegato l’importanza di mantenere assoluto riserbo sulla vostra destinazione. Verrà a trovarvi regolarmente e si assicurerà che August abbia le cure e l’assistenza che gli servono, compresa un’istruzione adeguata.»

«Stai scherzando?»

«Silenzio, ho detto. Sono serissima. La polizia ha in mano il disegno di August e l’assassino è stato arrestato, ma i mandanti sono liberi ed è impossibile prevedere le loro mosse. Dovete lasciare l’appartamento all’istante. Io ho altro da fare ma vi ho procurato un autista che vi porterà ad Arlanda. Ha un aspetto un po’ strano ma è un tipo a posto. Potete chiamarlo Plague. Avete capito?»

«Sì, ma...»

«Nessun ma. Invece ascoltami bene: durante tutto il vostro soggiorno là non potrai usare carte di credito e nemmeno chiamare dal tuo cellulare, Hanna. Ti ho procurato un telefono criptato, un Blackphone, nel caso doveste chiedere aiuto. Il mio numero è già programmato. I costi dell’hotel sono a carico mio e avrete centomila corone in contanti per gli imprevisti. Domande?»

«È una follia.»

«No.»

«Come puoi permettertelo?»

«Posso permettermelo.»

«E come faremo a...»

Hanna non riuscì a dire altro. Aveva l’aria del tutto persa e sembrava non sapere più cosa pensare. Di colpo si mise a piangere.

«Come potremo mai ringraziarti?» riuscì a dire tra i singhiozzi.

«Ringraziarmi?»

Lisbeth ripeté la parola come se le risultasse incomprensibile e quando Hanna andò verso di lei con le braccia tese arretrò e disse, lo sguardo puntato a terra:

«Datti una regolata! Devi darti una regolata e smetterla con quella robaccia che stai prendendo, pasticche o quello che è. Puoi ringraziarmi così.»

«Certo... io...»

«E se a qualcuno salta in mente di piazzare August in un istituto o in qualche altro posto, tu picchia forte e senza pietà, mirando ai punti deboli. Devi diventare una guerriera.»

«Una guerriera?»

«Esatto. Nessuno deve poter...»

Lisbeth s’interruppe, rendendosi conto che come saluto non erano le parole ideali. Ma sarebbero andate bene lo stesso, e a quel punto si girò e andò verso la porta, ma non fece molti passi. August si rimise a mormorare e questa volta si capì cosa stava dicendo.

«Non andare... non andare...» sussurrava.

Lisbeth non aveva una buona risposta. Disse soltanto: «Te la caverai», e poi aggiunse, come rivolta a se stessa: «Grazie per l’urlo di stamattina», e a quel punto per un attimo scese il silenzio e Lisbeth si chiese se fosse il caso di dire qualcos’altro. Poi però lasciò perdere e infilò la porta. Alle sue spalle Hanna gridò:

«Non sai quanto significa tutto questo per me!»

Lisbeth però non sentì una sola parola. Stava già correndo giù per le scale, verso l’auto che aveva lasciato in Torsgatan. Quando si trovò sul Västerbron Mikael Blomkvist la chiamò con la sua app RedPhone e le disse che l’Nsa era sulle sue tracce.

«Di’ pure che anch’io sono sulle loro» borbottò lei di rimando.

Poi passò a trovare Roger Winter e lo spaventò a morte, dopodiché andò a casa e si mise a lavorare sul file criptato senza avvicinarsi di un passo alla soluzione.

Ed e Mikael avevano lavorato intensamente per tutta la giornata nella camera del Grand Hôtel. Il materiale che gli aveva fornito l’americano aveva permesso a Mikael di scrivere lo scoop che serviva a Millennium, ed era un’ottima cosa. Eppure il disagio che provava non accennava a sparire, e non dipendeva solo dal fatto che ancora non si sapeva niente di Andrei. C’era qualcosa, in Ed, che non gli tornava. Perché si era preso la briga di arrivare fino a lì e perché, soprattutto, investiva tanta energia per aiutare un’insignificante rivista svedese, lontanissima dai centri di potere degli Stati Uniti?

Effettivamente lo si poteva considerare uno scambio di favori. Mikael gli aveva garantito di non rivelare niente dell’intrusione informatica e fatto una mezza promessa di tentare di convincere Lisbeth a parlare con lui, ma non era una spiegazione sufficiente, e mentre lo ascoltava Mikael stava ben attento a leggere tra le righe.

Dal comportamento di Ed si capiva che stava correndo grossi rischi: le tende erano tirate e i telefoni sistemati a distanza di sicurezza. Nella stanza aleggiava un’atmosfera paranoica. Sul letto c’erano dei documenti segreti che Mikael aveva avuto il permesso di leggere ma non di citare o fotocopiare, e di tanto in tanto Ed interrompeva il suo resoconto per discutere gli aspetti relativi alla protezione delle fonti. Sembrava maniacalmente preoccupato del fatto che non si potesse risalire a lui e a volte tendeva nervoso l’orecchio verso i passi in corridoio. In un paio di occasioni aveva sbirciato fuori da una fessura tra le tende per vedere se erano sorvegliati da qualcuno, eppure... Mikael non riusciva a scuotersi di dosso il sospetto che in gran parte fosse una messinscena.

La sensazione era che in realtà Ed avesse il pieno controllo della situazione e che sapesse esattamente quello che stava facendo, senza avere poi tutta quella paura di essere intercettato. Con ogni probabilità aveva avuto il benestare dai piani alti, pensò Mikael a un certo punto, e forse a lui stesso era stata assegnata una parte nella rappresentazione, una parte che ancora non aveva capito.

Per questo ciò che Ed diceva non era l’unica cosa interessante: quello che non diceva e lo scopo che si prefiggeva con quella pubblicazione lo erano almeno altrettanto. Era evidente che all’origine di tutto c’era una buona dose di rabbia repressa. «Un manipolo di stramaledetti cretini» della Divisione per la sorveglianza delle tecnologie strategiche aveva impedito a Ed di inchiodare l’hacker che aveva violato il suo sistema solo per non ritrovarsi in una situazione imbarazzante, e la cosa lo mandava in bestia. Mikael non aveva motivo di non credergli, su quel punto, e ancora meno di dubitare che intendesse davvero annientare quelle persone. «Voglio schiacciarli, sbriciolarli sotto i tacchi» aveva detto l’americano.

Nello stesso tempo, sembrava che il resoconto contenesse anche alcuni elementi su cui Ed aveva qualche remora. A tratti dava la sensazione di combattere contro una sorta di autocensura, e a intervalli regolari Mikael interrompeva la conversazione e scendeva alla reception solo per riflettere o per chiamare Erika e Lisbeth. Erika rispondeva sempre al primo squillo, e anche se erano entrambi entusiasti dello scoop le telefonate avevano un che di cupo e preoccupato. Di Andrei non si sapeva ancora niente.

Lisbeth invece non rispondeva proprio. Quando finalmente riuscì a parlarle, alle 17.20, la sentì scostante e concentrata su altro. In due parole gli comunicò che il bambino era al sicuro, con la madre.

«E tu come stai?» chiese Mikael.

«Abbastanza bene.»

«Incolume?»

«Più o meno.»

Mikael inspirò profondamente.

«Lisbeth, hai hackerato l’Intranet dell’Nsa?»

«Hai parlato con Ed the Ned?»

«Non posso rispondere.»

Non poteva dirlo neanche a Lisbeth. Per lui la protezione delle fonti era sacra.

«Quindi Ed non è poi stupido quanto pensavo» disse lei, come se la sua risposta fosse stata tutt’altra.

«Allora è vero.»

«Può darsi.»

Mikael aveva una gran voglia di farle una sfuriata e chiederle che diavolo stava facendo, ma si trattenne e disse:

«Sono disposti a lasciarti stare se solo accetti di incontrarli e spiegare esattamente come hai fatto.»

«Di’ loro che anch’io sono sulle loro tracce.»

«Cosa intendi dire?»

«Che ho in mano più di quanto pensino.»

«Okay» rispose Mikael assorto. «Ma prenderesti in considerazione l’idea di vedere...»

«Ed?»

E che cazzo, pensò Mikael. Dopotutto era stato proprio lui a volerle rivelare la propria identità.

«Ed» ripeté.

«Uno stronzo che se la tira moltissimo.»

«Sì, parecchio. Ma puoi prendere in considerazione l’idea di incontrarlo, se facciamo in modo di garantirti che non verrai arrestata?»

«Non esistono garanzie di questo genere.»

«Ti va bene se contatto mia sorella Annika e le chiedo di rappresentarti?»

«Ho altro da fare» rispose lei come se non volesse più parlarne, e a quel punto lui non poté fare a meno di dire:

«Lo scoop che abbiamo per le mani...»

«Cosa c’è che non va?»

«Non so se ne colgo davvero tutte le implicazioni.»

«Dove sta il problema?» chiese Lisbeth.

«Prima di tutto non capisco perché Camilla sia rispuntata di colpo dopo tutti questi anni.»

«Immagino che abbia aspettato il momento giusto.»

«In che senso?»

«Nel senso che ha sempre saputo che sarebbe tornata per vendicarsi di quello che ho fatto a lei e Zala, ma ha voluto aspettare di essere forte, su tutti i piani. Per lei non c’è niente di più importante che essere forte, ed evidentemente adesso ha visto di colpo una possibilità, un’occasione per prendere due piccioni con una fava, o almeno questa è la mia ipotesi. Puoi sempre chiederglielo la prossima volta che vi bevete un bicchiere insieme.»

«Hai parlato con Holger?»

«Sono stata occupata.»

«In ogni caso, non ci è riuscita. Per fortuna te la sei cavata» continuò Mikael.

«Me la sono cavata.»

«Ma non hai paura che possa tornare da un momento all’altro?»

«L’idea mi ha sfiorata.»

«Okay, bene. E sai che io e Camilla non abbiamo fatto altro che un pezzetto di strada insieme lungo Hornsgatan, vero?»

Lisbeth non rispose alla domanda.

«Ti conosco, Mikael» disse soltanto. «E adesso hai anche parlato con Ed. Immagino che dovrò proteggermi pure da lui.»

Mikael fece un sorrisino.

«Sì» rispose. «E mi sa che hai ragione. Non è il caso di fidarsi troppo. Ho addirittura il dubbio di potermi trasformare io stesso nel suo utile idiota.»

«Non mi sembra che la parte ti si addica, Mikael.»

«Infatti, e proprio per questo mi piacerebbe sapere cos’hai scoperto entrando nella sua rete.»

«Un sacco di schifezze compromettenti.»

«Sui rapporti di Eckerwald e degli Spiders con l’Nsa.»

«E anche qualcosina in più.»

«Che avevi pensato di dirmi.»

«Se avessi fatto il bravo» rispose lei con un tono canzonatorio di cui Mikael non poté fare a meno di rallegrarsi un po’.

Poi gli venne da ridere, perché di colpo aveva capito a che gioco stava giocando Ed Needham.

L’illuminazione era stata tale che quando, poco dopo, tornò nella camera dell’albergo, fece fatica a non scomporsi. Poi riprese a lavorare con l’americano e continuò fino alle dieci di quella sera.