6.
20 novembre
Quando sullo schermo lampeggiò la scritta: Mission Accomplished!, Plague lanciò un urlo roco, quasi da folle. Forse non era molto prudente, ma se anche i vicini lo avessero sentito, non potevano certo sapere di cosa si trattava. Casa sua non sembrava esattamente la sede da cui lanciare azioni sovversive contro sistemi di sicurezza a livello internazionale.
Si sarebbe piuttosto detta la tana di un disadattato. Plague viveva in Högklintavägen a Sundbyberg, un quartiere tutt’altro che glamour con tristi edifici a quattro piani in mattoncini sbiaditi. Sul suo appartamento in particolare poi non c’era davvero niente di buono da dire: puzzava di chiuso e di umido, e la scrivania era ingombra di rifiuti di ogni genere, resti di McDonald’s e lattine di Coca-Cola, appunti accartocciati, briciole, tazze da caffè sporche e sacchetti di caramelle vuoti. Anche se molta di quella roba era effettivamente finita nel cestino, questo non veniva svuotato da settimane, ed era impossibile fare più di un metro nella stanza senza ritrovarsi con briciole e sporcizia appiccicate sotto i piedi. Ma chi lo conosceva non si sarebbe di certo stupito.
Già di solito Plague non era il tipo da cambiarsi o farsi la doccia senza motivo. Viveva praticamente davanti al computer e anche in condizioni di lavoro meno stressanti aveva un aspetto pietoso: gonfio, flaccido e trasandato, a parte un tentativo di barbetta a punta, che però si era ormai da tempo trasformata in un cespuglio informe. Plague era grosso e curvo come un orso e ansimava ogni volta che si muoveva. Ma era bravo in altre cose.
Davanti al computer era un virtuoso, un hacker che volteggiava libero per il ciberspazio, con un solo concorrente alla sua altezza, anzi una. Vederlo danzare con le dita sulla tastiera era una gioia per gli occhi: in rete era agile e leggero quanto era goffo e pesante nel mondo reale. Mentre uno dei vicini del piano di sopra, probabilmente il signor Jansson, pestava sul pavimento, Plague rispose al messaggio:
Wasp, sei un genio, cazzo. Ti meriteresti un monumento!
Poi si appoggiò allo schienale con un sorriso beato e cercò di ricapitolare tra sé la sequenza delle operazioni, o forse in realtà voleva soltanto crogiolarsi un attimo nel trionfo prima di spremere a Wasp anche il minimo dettaglio, oltre ad assicurarsi che avesse cancellato tutte le tracce del suo passaggio. Nessuno doveva poter risalire a loro, nessuno!
Non era la prima volta che fottevano organizzazioni potenti, ma quella storia era a un altro livello, e molti nell’esclusiva cerchia a cui apparteneva, la cosiddetta Hacker Republic, si erano opposti, prima fra tutti la stessa Wasp. Era disposta a combattere con qualunque organizzazione o persona, se necessario, ma non le piaceva fare casino solo per il gusto di farlo.
Non approvava quelle stronzate infantili, non era una che entrava in un supercomputer solo per farsi notare. Lei voleva avere uno scopo preciso, e faceva sempre le sue analisi delle conseguenze. Soppesava i rischi a lungo termine con le soddisfazioni a breve termine, e da quel punto di vista non si poteva certo dire che fosse ragionevole penetrare nella rete dell’Nsa. Eppure alla fine si era lasciata convincere, anche se nessuno aveva capito perché.
Forse aveva solo bisogno di stimoli. Forse era annoiata e voleva creare un po’ di caos per non morire di monotonia. Oppure, come sostenevano alcuni del gruppo, aveva già un conflitto aperto con l’Nsa e l’intrusione non era che una vendetta personale. Ma altri non erano d’accordo e sostenevano invece che fosse semplicemente in cerca di informazioni, una caccia che aveva aperto fin dall’uccisione di suo padre, Alexander Zalachenko, all’ospedale Sahlgrenska di Göteborg.
Nessuno però lo sapeva con certezza. Wasp aveva sempre avuto i suoi segreti, e in realtà le sue motivazioni non avevano importanza, o almeno era quello di cui cercavano di convincersi. Se voleva dar loro una mano, non rimaneva che accettare e ringraziare, senza preoccuparsi dell’iniziale mancanza di entusiasmo o di emozioni in generale. Almeno non era più contraria, già quello bastava e avanzava.
Con Wasp dalla loro, la riuscita del progetto era sembrata subito più probabile. Tutti loro sapevano meglio di chiunque altro che negli ultimi anni l’Nsa aveva abbondantemente abusato del suo potere. Ormai non si limitava più a intercettare solo terroristi e potenziali rischi per la sicurezza nazionale, e nemmeno pezzi grossi come capi di stato esteri o uomini di potere, ma tutti, praticamente tutti quanti. Milioni, miliardi, trilioni di conversazioni e scambi di mail e attività in rete venivano sorvegliati e archiviati, e ogni giorno che passava l’Nsa spostava in avanti le sue posizioni, scavando sempre più a fondo nelle vite private dei cittadini e trasformandosi in un unico, enorme occhio che tutto vede.
In effetti nessuno della Hacker Republic era un buon esempio in merito. Tutti loro erano penetrati in territori digitali dove non avrebbero dovuto mettere piede. Ma erano le regole del gioco, per così dire: un hacker è un trasgressore nel bene e nel male, una persona che semplicemente per via della sua occupazione infrange le regole e allarga i confini della sua conoscenza, senza preoccuparsi troppo delle differenze tra pubblico e privato.
Ma non erano privi di morale, e soprattutto sapevano bene, anche per esperienza personale, quanto il potere sia in grado di corrompere, soprattutto il potere senza controllo, e a nessuno di loro piaceva l’idea che gli attacchi hacker più gravi e spregiudicati non fossero più opera di singoli ribelli e fuorilegge, ma di grandi colossi statali che volevano controllare la popolazione. Era per quello che Plague, Trinity, Bob the Dog, Flipper, Zod e Cat e tutta la banda della Hacker Republic avevano deciso di colpire a loro volta, penetrando nei sistemi dell’Nsa e combinando qualche casino.
Non era certo un compito facile. Era un po’ come rubare oro da Fort Knox, e da quegli idioti presuntuosi che erano non avevano solo intenzione di entrare nei sistemi dell’organizzazione. Volevano anche impadronirsene. Volevano procurarsi uno status da superuser, o root per dirla in linguaggio Linux, e per riuscirci dovevano trovare vulnerabilità non ancora note, i cosiddetti zero-day, prima nella piattaforma server e poi anche nella rete Intranet, l’NsaNet, da cui venivano gestite tutte le intercettazioni a livello mondiale.
Come al solito avevano iniziato con un po’ di social engineering. Dovevano trovare i nomi degli amministratori di sistema e degli analisti dell’infrastruttura in possesso delle complesse password di rete, sperando che tra loro saltasse fuori qualche idiota che prendeva alla leggera le procedure di sicurezza. E in effetti, attraverso i loro canali, erano riusciti a mettere insieme cinque o sei nomi, tra cui quello di un certo Richard Fuller.
Fuller lavorava per la Nisirt, la Squadra d’intervento per gli incidenti informatici dell’Nsa, che controllava la rete Intranet dell’organizzazione ed era perennemente a caccia di fughe di notizie e infiltrati. A prima vista Richard Fuller era un tipo tutto d’un pezzo: laurea in legge a Harvard, fede repubblicana, un passato da quarterback. Insomma, una specie di prototipo del patriota, a voler credere al suo curriculum. Ma Bob the Dog, tramite una ex amante, era riuscito a scoprire che all’insaputa di tutti era anche bipolare, e forse addirittura cocainomane.
Quando era su di giri faceva ogni genere di idiozie, come per esempio aprire file senza prima passarli in un ambiente di test. Inoltre era davvero un bel tipo, forse un po’ untuoso, con un’aria più da alta finanza alla Gordon Gekko che da agente segreto, e qualcuno, probabilmente Bob the Dog, aveva lanciato l’idea che Wasp andasse a casa sua a Baltimora e lo attirasse in un tranello portandoselo a letto.
Wasp li aveva mandati al diavolo.
Poi aveva scartato anche l’altra loro idea, quella di creare un documento con informazioni apparentemente esplosive su infiltrati e fughe di notizie nella sede centrale di Fort Meade, un file infettato con un programma-spia ad alta soglia di originalità che avrebbero dovuto sviluppare Plague e Wasp. L’idea era di seminare indizi che attirassero Fuller verso il file e lo eccitassero al punto di trascurare le procedure di sicurezza. In realtà non era affatto un cattivo piano, e soprattutto li avrebbe portati all’interno del sistema informatico dell’Nsa senza bisogno di un’intrusione attiva, che avrebbe rischiato di essere scoperta.
Ma Wasp aveva detto di non avere intenzione di aspettare che quell’idiota di Fuller si tradisse. Non voleva dipendere da errori altrui e non faceva altro che trovare da obiettare a tutto e tutti, perciò quando aveva deciso di prendere in mano l’intera operazione non si era stupito nessuno. All’inizio ovviamente la cosa aveva suscitato malumori e proteste, ma presto avevano finito per adeguarsi, anche se con tutta una serie di istruzioni e indicazioni. In un primo momento Wasp aveva preso accuratamente nota dei nomi e delle informazioni sugli amministratori di sistema che gli altri le avevano passato e chiesto il loro aiuto nel cosiddetto calcolo del fingerprint, ovvero una specie di radiografia del server e del sistema operativo. Ma poi aveva chiuso la porta in faccia alla Hacker Republic e al mondo intero, e Plague aveva l’impressione che non prestasse particolare ascolto nemmeno ai suoi consigli, per esempio che non doveva usare il suo nickname, e che non doveva lavorare da casa ma da un albergo sperduto sotto falsa identità, nel caso i segugi dell’Nsa fossero riusciti a rintracciarla anche attraverso i labirinti digitali della rete Tor. Ma lei ovviamente faceva tutto di testa sua, e Plague non aveva potuto fare altro che aspettare davanti alla sua scrivania a Sundbyberg, ridotto a un fascio di nervi, e quindi non aveva ancora idea di come si fosse mossa.
Solo una cosa sapeva con certezza: quella che Wasp aveva portato a termine era un’impresa epica e leggendaria. Mentre la tormenta fuori ululava, liberò la scrivania da una parte della robaccia che la ingombrava, si chinò sulla tastiera e scrisse:
Raccontami! Che cosa si prova?
Vuoto rispose lei.
VUOTA.
Era così che si sentiva. Lisbeth Salander non chiudeva quasi occhio da una settimana, e probabilmente aveva anche mangiato e bevuto poco o niente. Aveva mal di testa, gli occhi iniettati di sangue e le mani che le tremavano, e in quel momento non avrebbe voluto fare altro che scaraventare a terra tutta la sua attrezzatura. Ma in un certo senso era soddisfatta, anche se non per il motivo che credeva Plague o il resto della Hacker Republic. Era soddisfatta perché aveva scoperto qualcosa di nuovo sull’organizzazione criminale di cui cercava di ricostruire la struttura, trovando le prove di un legame che fino ad allora aveva soltanto intuito o sospettato. Ma lo teneva per sé, ed era stupita che gli altri potessero anche solo pensare che si fosse introdotta nei sistemi dell’Nsa per il puro gusto di farlo.
Non era un adolescente imbottito di ormoni che voleva mettersi in mostra né un’idiota in cerca di una botta di adrenalina. Se si lanciava in un’impresa del genere era perché voleva ottenere qualcosa di estremamente concreto, anche se era vero che una volta l’hackeraggio era stato qualcosa di più di uno strumento per lei. Nei momenti peggiori dell’infanzia e dell’adolescenza il computer era stato il modo di fuggire e di sentirsi meno prigioniera nella sua vita. Grazie all’informatica aveva potuto abbattere i muri e le barriere che le venivano eretti davanti e godersi qualche attimo di libertà, e sicuramente qualche traccia di tutto ciò le era rimasto dentro.
Ma la cosa più importante era la caccia, quella che aveva iniziato una mattina all’alba, quando si era svegliata con il sogno di una mano che batteva ritmicamente sul materasso in Lundagatan. Non si poteva certo dire che fosse semplice. I suoi avversari si nascondevano dietro una cortina di fumo, e forse era per quel motivo che negli ultimi tempi era particolarmente insopportabile e di cattivo umore. Sembrava quasi emanare un’oscurità nuova, e a parte un pugile grande, grosso e chiacchierone di nome Obinze e due o tre amanti di entrambi i sessi, non frequentava praticamente nessuno. Aveva l’aria più da attaccabrighe che mai, con i capelli ispidi e lo sguardo cupo, e malgrado ci avesse provato non era migliorata granché in quanto a frasi di cortesia: o diceva quel che pensava o se ne stava zitta.
Quanto all’appartamento di Fiskargatan, era un capitolo a sé. Era grande abbastanza da ospitare una famiglia con sette figli, ma nonostante fossero passati anni era rimasto vuoto e poco accogliente come il primo giorno. C’era solo qualche mobile dell’Ikea piazzato a caso qua e là, senza nemmeno uno stereo, forse perché non ci capiva niente di musica. Per lei un’equazione differenziale era più musicale di un brano di Beethoven. Eppure i soldi non le mancavano di certo. Il gruzzolo che anni prima aveva sottratto a quel farabutto di Hans-Erik Wennerström era cresciuto fino alla considerevole cifra di cinque miliardi di corone. Ma in realtà, ed era proprio una sua caratteristica, la ricchezza non aveva lasciato alcuna traccia in lei, tranne forse renderla ancora più spericolata. O almeno, negli ultimi tempi si era inventata cose sempre più azzardate, come rompere le dita a uno stupratore o intrufolarsi nella rete Intranet dell’Nsa.
In effetti era possibile che con quell’ultima impresa avesse esagerato. Ma l’aveva considerata una mossa necessaria, e per giorni e notti ne era stata totalmente assorbita, dimenticando qualsiasi altra cosa. Ora che era tutto finito, osservava le sue due scrivanie a L con occhi stanchi, ridotti a due fessure. Sopra c’era la sua attrezzatura, il suo solito computer e poi la macchina cavia su cui aveva installato la copia del server e del sistema operativo dell’Nsa.
Poco dopo aveva attaccato il computer cavia con un programma di fuzzing appositamente sviluppato che cercava falle e vulnerabilità nella piattaforma, per poi completare il lavoro con collaudi black-box e beta e un’operazione di debugging. I risultati che aveva ottenuto avrebbero costituito la base del suo virus-spia, il suo Rat, perciò non aveva potuto abbassare un attimo la concentrazione. Insomma, aveva passato il sistema ai raggi X da cima a fondo, ed era proprio per quel motivo che aveva installato una copia del server a casa sua. Se avesse attaccato direttamente la piattaforma dell’Nsa, i tecnici se ne sarebbero accorti subito e fine del divertimento.
Così invece aveva potuto andare avanti indisturbata, un giorno dopo l’altro, senza nemmeno perdere troppo tempo a mangiare o dormire: se qualche volta si staccava dal computer, si limitava ad appisolarsi un attimo sul divano o a scaldarsi una pizza nel microonde. Per il resto lavorava fino ad avere gli occhi iniettati di sangue per sviluppare il suo zero-day exploit, un programma che avrebbe cercato le vulnerabilità non ancora note del sistema e poi, una volta che vi si fosse introdotta, avrebbe elevato i suoi privilegi. A dire la verità, era una gran figata.
Lisbeth aveva sviluppato un programma che non solo le dava il controllo del sistema, ma anche la possibilità di gestire da remoto qualsiasi elemento di una rete Intranet su cui aveva conoscenze solo frammentarie, e questa era la cosa più assurda di tutte.
Non si sarebbe limitata a penetrare nel sistema. Sarebbe andata oltre, all’interno della stessa NsaNet, che era un universo a sé praticamente scollegato dalla rete normale. Poteva forse avere l’aspetto di un’adolescente che prendeva insufficienze in tutte le materie, ma con i codici sorgente dei programmi e i nessi logici in generale il suo cervello andava come un treno e in poco tempo aveva scodellato un nuovo, raffinatissimo programma-spia, un virus sofisticato dotato di vita propria. E quando poi era stata soddisfatta del proprio lavoro, aveva dato inizio alla fase successiva. Quella in cui avrebbe smesso di giocare in casa e sarebbe andata all’attacco sul serio.
Per farlo prese una scheda prepagata T-Mobile che aveva comprato a Berlino, la inserì nel cellulare e si collegò a Internet. Forse avrebbe davvero dovuto essere da qualche altra parte, in qualche zona remota del mondo, magari sotto la sua seconda identità, quella di Irene Nesser.
Così invece i responsabili della sicurezza dell’Nsa, se fossero stati davvero zelanti e diligenti, avrebbero potuto localizzare la stazione base della Telenor nel suo isolato. Non sarebbero riusciti a risalire fino a lei, almeno non tramite i soli strumenti tecnici, ma ci sarebbero arrivati vicini. Eppure pensava che i vantaggi di lavorare da casa superassero gli svantaggi, e comunque aveva preso tutte le misure di sicurezza possibili. Come tanti altri hacker, si serviva di Tor, una rete che faceva rimbalzare il suo traffico dati tra migliaia e migliaia di utenti. Ma sapeva anche che in quel caso nemmeno Tor era del tutto sicuro: l’Nsa usava un programma chiamato Egotistical Giraffe in grado di forzare il sistema, perciò prima di sferrare l’attacco aveva lavorato a lungo per rafforzare ulteriormente le sue protezioni personali.
Penetrare nella piattaforma fu come sfondare un foglio di carta. Ma non c’era ragione di montarsi la testa. A quel punto doveva sbrigarsi a rintracciare rapidamente gli amministratori di sistema di cui aveva avuto i nomi e installare il suo programma-spia in qualcuno dei loro file, creando un ponte tra rete server e Intranet, e non era un’operazione semplice, proprio per niente. Non doveva far scattare nessun antivirus, nessun campanello d’allarme. Alla fine scelse un tizio di nome Tom Breckinridge ed entrò nell’NsaNet con la sua identità. Poi, con ogni singolo muscolo teso fino allo spasimo, osservò la magia che si svolgeva sotto i suoi occhi stanchi e irritati per il troppo lavoro.
Il suo programma-spia la conduceva sempre più a fondo nel sancta sanctorum, e ovviamente era proprio quello lo scopo che si era prefissata. Doveva arrivare all’Active Directory o al suo equivalente per elevare i suoi privilegi. Da piccolo visitatore indesiderato, si sarebbe trasformata in un superuser di quell’universo brulicante, e solo in seguito avrebbe provato a ottenere una visione d’insieme del sistema, cosa per niente facile. Anzi, era quasi impossibile, senza contare che non aveva molto tempo.
Doveva fare in fretta, in fretta, e smanettò con il sistema di ricerca per impadronirsi di tutti i codici, le formule e i rimandi interni, insomma, tutto il vocabolario di una lingua che per lei era arabo. Stava quasi per rinunciare quando trovò un documento classificato come top secret, Noforn, ovvero limitato alla diffusione in ambito nazionale, niente di eccezionale in sé e per sé. Ma unito a un paio di contatti tra Zigmund Eckerwald della Solifon e i cyberagenti della sezione Sorveglianza di tecnologie strategiche dell’Nsa diventava materiale esplosivo. Lisbeth sorrise e memorizzò ogni singolo dettaglio, anche se un attimo dopo un altro documento che sembrava riguardare la stessa faccenda la fece imprecare ad alta voce. Il file era criptato, perciò non vide altra possibilità se non copiarlo, azione che probabilmente fece scattare qualche campanello d’allarme a Fort Meade.
La situazione stava diventando pressante. Inoltre doveva anche pensare al suo incarico ufficiale, sempre che ufficiale fosse il termine adatto al contesto. Ma aveva promesso solennemente a Plague e agli altri della Hacker Republic di calare le braghe all’Nsa e fargli abbassare un po’ la cresta, perciò cercò di capire con chi dovesse comunicare. Chi doveva ricevere il suo messaggio?
Scelse Ed the Ned, Edwin Needham. Quando si trattava di sicurezza informatica, il suo nome saltava fuori in continuazione, e dopo aver cercato un po’ di informazioni sul suo conto nella rete Intranet non poté evitare di provare un certo rispetto per lui. Ed the Ned era un genio. Eppure lei l’aveva fregato, e per un attimo esitò all’idea di rivelare la propria presenza.
La sua intrusione avrebbe creato un gran casino. Ma era esattamente quello che voleva, perciò sferrò l’attacco. Non aveva idea di che ora fosse, per quanto la riguardava poteva essere giorno o notte, autunno o primavera, ed era solo vagamente consapevole della bufera che imperversava fuori, e che proprio in quel momento aumentò ancora di intensità, come se si fosse sincronizzata con il suo colpo di mano. Nel lontano Maryland, a poca distanza dall’incrocio tra la Baltimore Parkway e la Maryland Route 32, Ed the Ned stava iniziando a scrivere una mail.
Ma non andò molto avanti, perché un secondo dopo Lisbeth prese il controllo del computer e completò la frase al suo posto: Chi sorveglia il popolo alla fine sarà sorvegliato dal popolo. C’è una fondamentale logica democratica in questo. Per un attimo le due frasi le sembrarono azzeccatissime, un vero colpo di genio. Lisbeth assaporò il dolce gusto della vendetta, per poi accompagnare Ed the Ned in un giro panoramico del sistema, danzando e volteggiando davanti a un intero mondo di informazioni che dovevano restare segrete a tutti i costi.
Fu sicuramente un’esperienza inebriante, eppure, eppure... Quando si scollegò e tutti i file di log delle sue attività si cancellarono automaticamente, dopo la botta arrivò il down. Era come un orgasmo con il partner sbagliato, e quelle frasi che poco prima le erano apparse così azzeccate all’improvviso le sembrarono infantili, banali sbruffonate da hacker. Di colpo le venne voglia di prendersi una bella sbornia. Andò in cucina trascinando i piedi, prese una bottiglia di Tullamore Dew e un paio di birre per sciacquarsi la bocca e si sedette a bere davanti al computer. Mica per festeggiare. Non provava più la minima sensazione di vittoria. Era piuttosto... già, cosa? Per ripicca, forse.
Bevve senza ritegno, mentre fuori infuriava la tempesta e le esclamazioni di giubilo della Hacker Republic le piovevano nel computer. Ma niente di tutto ciò la riguardava più. Reggendosi a malapena sulla sedia, passò bruscamente la mano sulla scrivania, osservando indifferente bottiglie e portaceneri che cadevano a terra. Poi pensò a Mikael Blomkvist.
Era sicuramente colpa del whisky. Le capitava spesso di pensare a lui quando era ubriaca, come succede con i vecchi amanti, e senza quasi rendersene conto si ritrovò a entrare nel suo computer. Decisamente non fu complicato come con l’Nsa, visto che già da molto aveva un accesso diretto, ma poi si domandò cosa ci facesse lì.
Se ne sbatteva di lui, no? Era acqua passata, nient’altro che un attraente idiota di cui le era capitato di innamorarsi, un errore che non aveva nessuna intenzione di ripetere. No, la cosa migliore da fare era scollegarsi subito e stare lontana da tutti i computer per qualche settimana. Invece restò dov’era, e un attimo dopo le si illuminarono gli occhi. Quello stronzo di Kalle Blomkvist aveva creato un file chiamato Il cassetto di Lisbeth, e dentro ci aveva scritto una domanda per lei:
Cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale di Frans Balder?
A quel punto fu costretta a sorridere, malgrado tutto. In parte era merito di Frans Balder, uno di quei nerd che piacevano a lei, fissato con codici sorgente, processi quantistici e probabilità logiche. Ma soprattutto sorrise al pensiero che Mikael Blomkvist stesse lavorando a qualcosa che riguardava il suo stesso campo d’azione. Restò lì per un bel po’ a chiedersi se doveva chiudere tutto e andare a letto, ma poi rispose:
L’intelligenza di Balder è tutt’altro che artificiale. Com’è messa la tua ultimamente?
E cosa succede, Blomkvist, se creiamo una macchina un po’ più intelligente di noi?
Poi andò in una delle sue tante camere da letto e si addormentò di colpo con i vestiti addosso.