19.
Sera del 22 novembre
Jan Bublanski era solo nel suo ufficio. Alla fine Hans Faste aveva ammesso di aver informato per tutto il tempo la Säpo e, senza neanche ascoltare cos’aveva da dire in sua difesa, Bublanski l’aveva escluso dall’indagine. Nonostante quell’ulteriore prova che fosse un inaffidabile carrierista, però, gli risultava difficile credere che avesse passato informazioni anche a un gruppo criminale e in assoluto gli sembrava improbabile che qualcuno avesse potuto fare una cosa del genere.
Naturalmente c’erano corrotti e venduti anche in polizia, ma mettere un bambino disabile in mano a un assassino capace di ucciderlo a sangue freddo era un’altra cosa, e Bublanski si rifiutava di pensare che qualcuno, all’interno del corpo, ne fosse capace. Forse l’informazione era trapelata per altre vie. Potevano essere stati intercettati o hackerati. Non che lui sapesse se in qualche computer fosse stato scritto che August Balder era in grado di ritrarre l’omicida o che si trovava al Centro di psicologia infantile Oden. Aveva cercato Helena Kraft, alla Säpo, per discutere della cosa, ma nonostante avesse insistito sull’urgenza di parlarle lei non l’aveva richiamato.
Aveva anche ricevuto allarmanti telefonate dal Consiglio per l’esportazione e dal ministero dello Sviluppo economico. Nessuno l’aveva detto chiaro e tondo, ma sembrava che non fossero tanto preoccupati per il bambino o per gli sviluppi della sparatoria in Sveavägen, quanto piuttosto per il programma che Frans Balder stava elaborando e che effettivamente sembrava essere stato rubato durante la notte dell’omicidio.
Sebbene diversi tra i più abili informatici della polizia, oltre a tre esperti dell’università di Linköping e del Politecnico di Stoccolma, fossero andati nella sua casa di Saltsjöbaden, non era stata trovata traccia della sua attività di ricerca, né nei computer né tra il materiale cartaceo.
«Quindi, oltre a tutto il resto, abbiamo anche un’intelligenza artificiale in fuga» borbottò Bublanski tra sé, e per qualche motivo gli venne in mente un vecchio indovinello che il suo spiritoso cugino Samuel faceva sempre in sinagoga per confondere i coetanei.
Era un paradosso fondato su una domanda: se Dio è onnipotente, può creare qualcosa di più sapiente di lui? Ricordava bene che l’indovinello era considerato poco rispettoso o addirittura blasfemo a causa dell’indefinibile motivo per cui si sbagliava qualsiasi risposta si desse. Tuttavia non ebbe il tempo di approfondire la problematica perché qualcuno bussò alla porta. Era Sonja Modig che, con una certa solennità, gli porse un altro pezzetto di cioccolato svizzero all’arancia.
«Grazie» disse. «Che notizie mi dai?»
«Crediamo di aver scoperto lo stratagemma con cui il cecchino è riuscito a fare uscire per strada Torkel Lindén e August Balder. Ha inviato delle mail false a nome nostro e di Charles Edelman, fissando l’appuntamento davanti al portone.»
«Ah, quindi si riescono a fare anche cose del genere?»
«Non è neanche particolarmente difficile.»
«Inquietante.»
«Già, ma ancora non si spiega come sapessero di doversi introdurre proprio nel computer del centro Oden, e che era coinvolto il professor Edelman.»
«Immagino che dovremo far verificare anche i nostri computer.»
«Il controllo è già in corso.»
«Era così che doveva andare, Sonja?»
«In che senso?»
«Che non si ha più il coraggio di scrivere o dire niente senza rischiare di essere intercettati.»
«Non lo so. Spero di no. Comunque qui fuori c’è un certo Jacob Charro che aspetta di essere interrogato.»
«E chi sarebbe?»
«Un bravo calciatore del Syrianska. A parte questo, è il ragazzo che ha portato via in macchina da Sveavägen la donna e August Balder.»
Sonja Modig era nella sala interrogatori insieme a un giovane muscoloso con i capelli corti e scuri e gli zigomi pronunciati. Portava un maglioncino ocra con lo scollo a V senza camicia e sembrava sconvolto e insieme un po’ orgoglioso.
«22 novembre, ore 18.35, inizio interrogatorio con il testimone informato dei fatti Jacob Charro, ventidue anni, residente a Norsborg. Racconta cos’è successo questa mattina» esordì Sonja.
«Sì, ecco...» cominciò Jacob Charro. «Stavo percorrendo in macchina Sveavägen e mi sono accorto che poco più avanti c’era del casino. Pensavo ci fosse stato un incidente e ho rallentato, ma a quel punto ho visto un uomo proveniente da sinistra che attraversava la strada di corsa. È scattato senza curarsi minimamente del traffico e ricordo di aver pensato che era un terrorista.»
«Perché?»
«Perché sembrava animato da una specie di sacro furore.»
«Hai avuto il tempo di vederlo in faccia?»
«Non saprei dirlo, ma ripensandoci dopo ho avuto l’impressione che avesse qualcosa di innaturale.»
«In che senso?»
«Come se non fosse la sua vera faccia. Portava degli occhiali da sole rotondi che dovevano essere in qualche modo fissati dietro le orecchie. E poi le guance: era come se avesse qualcosa in bocca, non lo so, e poi i baffi e le sopracciglia, e il colore della pelle.»
«Pensi che indossasse una maschera?»
«Boh, qualcosa c’era. Però non ho avuto il tempo di rifletterci troppo, perché subito dopo la portiera posteriore è stata spalancata e... cosa devo dire? È stato uno di quei momenti in cui succedono troppe cose in una volta, come se ti cadesse in testa il mondo intero. Di colpo mi sono ritrovato in macchina degli estranei e il lunotto posteriore è andato in pezzi. Ero sotto shock.»
«Cos’hai fatto?»
«Ho accelerato come un cretino. Credo mi avesse gridato di farlo la tipa che era saltata dentro e io ero così spaventato che neanche sapevo quello che facevo. Ho ubbidito all’ordine e basta.»
«All’ordine, dici?»
«Così l’ho interpretato io. Pensavo fossimo inseguiti e non ho visto altra via d’uscita che ubbidire. Ho svoltato di qua e di là come mi diceva lei e poi...»
«Sì?»
«La sua voce. Aveva qualcosa di particolare. Era talmente fredda e concentrata che mi ci sono aggrappato. Come se fosse l’unica cosa sotto controllo in quella situazione folle.»
«Hai detto che ti sembrava di sapere chi era la donna. Giusto?»
«Sì, ma non in quel momento: vedevo solo l’assurdità della situazione e avevo una paura boia. E poi, sul sedile dietro scorreva il sangue.»
«Chi era a sanguinare, il bambino o la donna?»
«All’inizio non lo sapevo e nemmeno loro, evidentemente. Poi però ho sentito un’esclamazione, come se fosse successo qualcosa di positivo.»
«E di cosa si trattava?»
«La ragazza aveva capito che era lei e non il bambino a essere stata colpita e mi ricordo che ci ho pensato su. Era tipo “evviva, mi hanno sparato”, e non è che fosse una feritina da nulla. Anche se cercava di bendarsela, il sangue non voleva smettere di uscire. Veniva fuori a fiotti e lei era sempre più pallida. Stava di merda.»
«Eppure era contenta che non fosse il bambino a essere stato ferito, ma lei.»
«Esatto. Come avrebbe potuto esserlo una mamma.»
«Però non era lei la madre del bambino.»
«No, per niente. Ha detto che non si conoscevano neanche, e poi si capiva. Non dava l’impressione di saperci fare granché. Neanche ha provato ad abbracciarlo o a consolarlo a parole. Anzi, lo trattava praticamente come un adulto e gli parlava nello stesso tono che usava con me. A un certo punto sembrava quasi che volesse dargli del whisky.»
«Del whisky?» intervenne Bublanski.
«Ne avevo in macchina una bottiglia che avevo pensato di regalare a mio zio, ma gliel’ho data per farle disinfettare la ferita e anche berne un po’. Ne ha mandato giù un bel sorso.»
«Che atteggiamento aveva nei confronti del bambino, in generale?» domandò Sonja Modig.
«Non saprei cosa dire, a essere sincero. Non era un prodigio di competenza sociale. Mi trattava come una specie di domestico e non capiva un cazzo di come ci si comporta con i bambini, come dicevo prima, però...»
«Sì?»
«Penso che fosse una brava persona. Non l’avrei scelta come baby-sitter, tanto per capirci, ma era una tipa a posto.»
«Quindi pensi che il bambino sia al sicuro con lei?»
«Direi che può essere pericolosa o anche matta da legare. Però quel ragazzino... August, giusto?»
«Esatto.»
«Be’, è pronta a proteggerlo a costo della vita, se necessario. O almeno questo è quello che ho percepito io.»
«Come vi siete separati?»
«Mi ha chiesto di andare in Mosebacke torg.»
«Abitava lì?»
«Questo non lo so. Non è che mi desse delle grandi spiegazioni. Voleva andare lì e ho avuto la sensazione che avesse una macchina sua da qualche parte, ma non diceva una parola più del necessario. Mi ha chiesto di scrivere i miei dati. Ha detto che mi avrebbe rimborsato i danni all’auto e anche qualcosa di più.»
«Sembrava una con i soldi?»
«Insomma... se avessi dovuto giudicarla solo dall’aspetto avrei detto che abitava in una topaia. Però il modo di comportarsi... non lo so. Non mi sorprenderebbe se fosse ricca sfondata. Dava l’impressione di essere abituata a fare quello che le pareva.»
«Poi cos’è successo?»
«Ha detto al bambino di scendere.»
«E lui l’ha fatto?»
«Era paralizzato. Si dondolava avanti e indietro senza spostarsi di un millimetro, ma a quel punto lei ha usato un tono più duro. Ha detto che era questione di vita o di morte, o qualcosa del genere, e allora lui è sceso con le braccia tutte rigide, come se camminasse nel sonno.»
«Hai visto dove sono andati?»
«Solo che hanno preso a sinistra, verso Slussen. Ma lei...»
«Sì?»
«Stava davvero malissimo. È inciampata e sembrava potesse cadere a terra da un momento all’altro.»
«Brutta faccenda. E il bambino?»
«Non è che fosse in gran forma neanche lui. Aveva uno sguardo stranissimo e per tutto il tragitto ho avuto paura che gli venisse una crisi di nervi o qualcosa del genere. Però quando è sceso sembrava aver accettato la situazione. O almeno ha chiesto “dove” diverse volte.»
Sonja Modig e Bublanski si guardarono.
«Ne sei sicuro?» chiese Sonja.
«Perché non dovrei?»
«Intendevo dire che magari ti è sembrato di sentirglielo dire perché aveva un’espressione interrogativa, per esempio.»
«Perché?»
«Perché la madre di August Balder dice che il bambino non sa parlare» spiegò Sonja Modig.
«Sta scherzando?»
«No, e sarebbe molto strano se avesse pronunciato le sue prime parole in quelle circostanze.»
«Io ho sentito quello che ho sentito.»
«Okay, e la donna cos’ha risposto?»
«“Via”, credo. “Di là.” Qualcosa del genere. Poi stava per cadere, come dicevo. E mi ha ordinato di andarmene.»
«E tu l’hai fatto?»
«E di corsa, anche. Sono partito in quarta.»
«Poi però ti è venuto in mente chi erano?»
«Avevo già capito che il bambino era il figlio di quel genio di cui avevano scritto in rete. Lei invece... mi sembrava solo vagamente familiare. Mi ricordava qualcosa e alla fine non riuscivo più neanche a guidare. Ero tutto scombussolato e mi sono fermato lungo Ringvägen, più o meno a Skanstull. Sono entrato all’hotel Clarion e ho preso una birra per cercare di calmarmi un pochino ed è stato allora che mi si è accesa la lampadina. Era quella ragazza ricercata per omicidio qualche anno fa, che poi era stata scagionata da tutte le accuse e di cui dopo era saltato fuori che da piccola aveva subito un sacco di soprusi in un ospedale psichiatrico. Me lo ricordo bene perché all’epoca avevo un amico il cui padre era stato torturato in Siria e che in quello stesso periodo era stato sottoposto alle stesse cose, un sacco di elettroshock e schifezze di ogni tipo solo perché non riusciva a reggere ai ricordi. Era quasi come se dovesse essere torturato anche qui.»
«Ne sei sicuro?»
«Che era stato torturato...?»
«No. Che è lei. Lisbeth Salander.»
«Ho guardato tutte le foto in rete dal cellulare e non ho dubbi. Ci sono anche altre cose che corrispondono. Sapete...»
Jacob esitò, di colpo imbarazzato.
«Si è tolta la maglietta perché doveva usarla come benda e quando si è girata un po’ ho visto che aveva sulla schiena un grosso tatuaggio che risaliva fino alle scapole. Se ne parlava in uno dei vecchi articoli di giornale.»
Erika Berger era nella casa di villeggiatura di Gabriella a Ingarö. Aveva portato due sacchetti di cibo, pastelli e carta, un paio di puzzle di notevole difficoltà e altra roba, ma dei due fuggitivi neanche l’ombra, e nemmeno si riuscivano a contattare. Lisbeth non rispondeva né sull’applicazione RedPhone né sul link criptato ed Erika era molto in ansia.
Da qualsiasi angolazione guardasse alla cosa, le sembrava di pessimo augurio. In effetti Lisbeth non era particolarmente incline a frasi superflue o parole tranquillizzanti, ma nel caso specifico era stata lei a chiedere un nascondiglio sicuro. Inoltre aveva sulle spalle la responsabilità di un bambino e se non rispondeva alle loro chiamate significava che la situazione era critica. Nella peggiore delle ipotesi, la ragazza era crollata da qualche parte, ferita a morte.
Erika imprecò e uscì sul patio, lo stesso in cui lei e Gabriella si erano ritrovate a parlare di nascondersi dal mondo. Erano trascorsi solo pochi mesi, eppure sembrava fosse passato un sacco di tempo. In quel momento lì fuori non c’erano né tavoli né sedie né bottiglie e soprattutto nessun rumore: solo neve, rametti e detriti portati dalla tormenta. Era come se la vita stessa avesse abbandonato il luogo e in un certo senso il ricordo della cena in compagnia rafforzava il senso di desolazione. La festa aleggiava simile a uno spettro tutt’intorno.
Erika tornò in cucina e mise in frigo le cibarie da riscaldare nel forno a microonde. Polpettine, spaghetti al ragù, salsiccia alla Stroganoff, gratin di pesce, crocchette di patate e una scorta di schifezze anche peggiori che le aveva consigliato di comprare Mikael: Billy’s Pan Pizza, pierogi alla carne, patate fritte, Coca-Cola, una bottiglia di Tullamore Dew, una stecca di sigarette, tre sacchetti di patatine, caramelle miste, tre tavolette di cioccolato, strisce di liquirizia morbida. Sul grande tavolo rotondo mise della carta da disegno, pastelli, matite, una gomma, un righello e un compasso. Sul primo foglio disegnò un sole e un fiore e scrisse la parola “benvenuti” in quattro colori caldi.
La casa, che si trovava in posizione elevata non lontano dalla località di Ingaröstrand, era ben protetta da sguardi indiscreti, riparata com’era dietro diversi sempreverdi, e composta da quattro locali che gravitavano intorno al centro costituito dalla grande cucina la cui portafinestra dava sul patio. Oltre al tavolo rotondo c’erano una vecchia sedia a dondolo e due divani logori e mezzi sfondati che però, grazie a un paio di plaid rossi acquistati di recente, avevano comunque un aspetto gradevole. Era una bella casetta e probabilmente anche un buon nascondiglio. Erika lasciò la porta aperta, mise le chiavi nel primo cassetto del mobile dell’ingresso, come concordato, e scese la lunga scala di legno ricavata nella scarpata rocciosa, unico accesso per chi arrivava in auto.
Il cielo era cupo e burrascoso e soffiava di nuovo un forte vento. Erika si sentiva fuori fase e le cose non migliorarono quando, guidando, si mise a pensare alla madre del bambino. Non aveva mai incontrato di persona Hanna Balder e in passato non aveva certo fatto parte del suo fan club. All’epoca recitava spesso la parte di donne che tutti gli uomini pensavano di poter sedurre, sexy e insieme un po’ sciocchine e ingenue, ed Erika trovava che fosse tipico dell’industria cinematografica mettere in luce quel genere di personaggi. Ma le cose non stavano più così e il ricordo del proprio atteggiamento la faceva vergognare. Aveva giudicato Hanna Balder con troppa severità, come era facile che capitasse quando si trattava di ragazze carine che avevano sfondato presto.
Negli ultimi tempi, quelle rare volte che Hanna compariva in produzioni di rilievo, i suoi occhi brillavano piuttosto di un dolore trattenuto che conferiva profondità alla parte e forse, Erika non poteva saperlo, quel dolore era autentico. A quanto pareva Hanna Balder non aveva avuto vita facile. Di sicuro non nelle ultime ventiquattro ore, e sin da quella mattina lei aveva insistito perché venisse informata e portata da August. Le sembrava che fosse una situazione in cui un bambino aveva bisogno di sua madre.
Ma Lisbeth, con cui in quella fase erano ancora in contatto, si era opposta. Non si sapeva ancora dove e come fosse avvenuta la fuga di notizie, aveva scritto, e non era impossibile che si trattasse di qualche conoscente della madre o di Lasse Westman, di cui non si fidava nessuno e che al momento sembrava stare chiuso in casa giorno e notte per evitare i giornalisti appostati fuori. Era una situazione senza sbocco che a Erika non piaceva affatto. Sperava davvero che almeno loro di Millennium sarebbero stati in grado di descrivere quella storia in maniera dignitosa e in profondità, senza che né la rivista né altri andassero a finire male.
Se non altro non aveva dubbi sulle capacità di Mikael, non quando aveva quell’espressione. Inoltre era assistito da Andrei Zander. Erika aveva un debole per lui. Era un bellissimo ragazzo che a volte veniva scambiato per gay. Non molto tempo prima, a cena da lei e Greger a Saltsjöbaden, le aveva raccontato la storia della sua vita, che sicuramente non aveva diminuito la simpatia nei suoi confronti.
A undici anni aveva perso entrambi i genitori a causa dell’esplosione di una bomba a Sarajevo, e in seguito era andato ad abitare a Tensta, nei pressi di Stoccolma, da una zia materna che non capiva niente della sua intelligenza e nemmeno delle ferite che si portava dentro. Anche se non era presente al momento della morte dei genitori, il suo corpo aveva reagito come se soffrisse di stress post-traumatico e a distanza di tutti quegli anni odiava ancora i rumori troppo forti e i movimenti bruschi. Non gli piacevano le borse lasciate incustodite nei ristoranti o nei luoghi pubblici e odiava la violenza e la guerra con un trasporto che Erika non aveva mai riscontrato in nessun altro.
Nell’infanzia si era rifugiato in mondi tutti suoi. Annegava nei fantasy, leggeva poesie e biografie, adorava Sylvia Plath, Borges e Tolkien, aveva imparato tutto sui computer e sognava di diventare uno scrittore di tragedie e strazianti romanzi d’amore. Era un inguaribile romantico che sperava di far rimarginare le ferite grazie a grandi passioni e non s’interessava per nulla a quello che succedeva nella società o nel mondo. Una sera, poco prima di compiere vent’anni, era però andato a una conferenza pubblica di Mikael Blomkvist alla scuola di giornalismo di Stoccolma, e la sua vita era di colpo cambiata.
Qualcosa nel pathos di Mikael l’aveva indotto ad alzare gli occhi e vedere un mondo che sanguinava di ingiustizie, intolleranza e intrighi sommersi. La conseguenza era stata che aveva cominciato a sognare di scrivere reportage di critica sociale invece che romanzi strappalacrime e non molto tempo dopo aveva bussato alla porta di Millennium, chiedendo che gli facessero fare qualsiasi cosa, dal caffè alla lettura delle bozze alle commissioni in città. Voleva partecipare, a qualsiasi costo. Voleva appartenere alla redazione ed Erika, che già allora aveva notato il bagliore nei suoi occhi, gli aveva affidato qualche piccolo incarico: trafiletti, ricerche documentarie e brevi pezzi di contorno. Soprattutto, però, gli aveva detto di migliorare la sua preparazione, e lui l’aveva fatto con la stessa energia che metteva in tutto quello che intraprendeva. Aveva studiato scienze politiche e della comunicazione, economia, cooperazione internazionale e nel frattempo aveva fatto qualche sostituzione lì a Millennium, ovviamente con la volontà di diventare un importante giornalista investigativo, come Mikael.
A differenza di tanti altri reporter d’inchiesta, però, non era affatto un duro: restava un romantico che continuava a sognare il grande amore e Mikael ed Erika avevano dedicato parecchio tempo ai suoi problemi sentimentali. Le donne erano attratte da Andrei ma lo lasciavano sempre. Forse il suo desiderio dell’amore perfetto conteneva un che di disperato, forse molte erano spaventate dall’intensità dei suoi sentimenti, e probabilmente lui parlava con eccessiva leggerezza dei propri difetti e debolezze. Era insomma troppo aperto e trasparente, troppo buono, come diceva sempre Mikael.
Tuttavia Erika aveva l’impressione che Andrei si stesse lentamente spogliando di quella giovanile vulnerabilità, o almeno l’aveva notato nella sua produzione giornalistica. La spasmodica ambizione di toccare il lettore nel profondo, che prima rendeva sovraccarica la sua prosa, era stata sostituita da una nuova e più efficace obiettività, ed Erika era convinta che, avendo l’occasione di aiutare Mikael sul caso Balder, avrebbe dato tutto quello che aveva da dare.
Secondo lo schema che avevano impostato, Mikael avrebbe scritto l’articolo centrale. Andrei l’avrebbe aiutato con la ricerca documentaria ma avrebbe anche redatto alcuni pezzi di contorno, ed Erika aveva l’impressione che tutto l’insieme fosse molto promettente. Quando parcheggiò in Hökens gata ed entrò in redazione li trovò come pensava immersi nel lavoro.
In effetti di tanto in tanto Mikael borbottava tra sé e nei suoi occhi non si vedeva più solo la consueta sfavillante determinazione. Erika notò anche qualcosa di tormentato che non la sorprese. Aveva dormito malissimo, era assediato dai mezzi d’informazione e, interrogato dalla polizia, era stato costretto a fare esattamente ciò di cui lo accusava la stampa, cioè nascondere la verità. E la cosa non gli andava a genio.
Mikael Blomkvist era estremamente ligio alla legge, in un certo senso un cittadino modello, ma se c’era una persona in grado di fargli oltrepassare il confine del lecito era Lisbeth Salander. Sarebbe stato disposto a precipitare nel disonore piuttosto che tradirla su un solo punto e perciò era rimasto seduto davanti ai poliziotti rispondendo più volte: «Purtroppo devo appellarmi alla legge sulla protezione delle fonti.» Non era strano che la cosa lo disturbasse e lo mettesse in ansia per le conseguenze che poteva avere, eppure era soprattutto concentrato sulla vicenda, e come lei si preoccupava più di Lisbeth e del bambino che della difficile congiuntura di Millennium. Dopo averlo osservato per un po’ gli si avvicinò e chiese:
«Come sta andando?»
«Cosa...? Ah, bene. E lì, com’era la situazione?»
«Ho fatto i letti e messo da mangiare nel frigo.»
«Ottimo. E non ti ha visto nessun vicino?»
«Non c’era un’anima in giro.»
«Perché ci mettono tanto?» chiese lui.
«Non lo so, e l’ansia mi uccide.»
«Speriamo che si stiano riposando a casa di Lisbeth.»
«Speriamo. Per il resto cos’hai trovato?»
«Parecchio.»
«Bene.»
«Però...»
«Sì?»
«È solo che...»
«Cosa?»
«Ho come l’impressione di essere stato proiettato indietro nel tempo, o di avvicinarmi a posti in cui sono già stato.»
«Puoi spiegarti meglio?»
«Lo farò...»
Mikael lanciò un’occhiata allo schermo.
«Prima però devo continuare a scavare. Ne parliamo dopo» disse, e a quel punto lei lo lasciò stare e si preparò per andare a casa, anche se naturalmente sarebbe rimasta in allerta, pronta a entrare in azione non appena se ne fosse presentata la necessità.