18.
22 novembre
Gabriella Grane stava per presentarsi a una riunione appena convocata d’urgenza da Helena Kraft con il gruppo della Säpo sulla drammatica vicenda di Sveavägen quando sentì vibrare il cellulare privato e, sebbene fosse furibonda, o forse proprio per quello, rispose al volo:
«Sì?»
«Sono Erika.»
«Ciao. Non ho tempo di parlare adesso. Dovremo sentirci dopo.»
«Avrei una...» continuò Erika, ma lei aveva già messo giù. Non era proprio il momento per le telefonate tra amiche e Gabriella entrò nella sala riunioni con la faccia di chi era pronta a dichiarare guerra. C’era stata una gravissima fuga di notizie e la conseguenza era che si ritrovavano un altro morto e con ogni probabilità una seconda persona gravemente ferita. Aveva una gran voglia di mandare a quel paese tutti quanti. Erano stati così negligenti, ossessionati com’erano dall’ansia di trovare informazioni, che avevano perso la testa. Per un buon mezzo minuto, chiusa nella propria rabbia, non sentì neanche una parola di quello che veniva detto. Di colpo però aguzzò le orecchie.
A quanto pareva, Mikael Blomkvist aveva chiamato il numero delle emergenze prima ancora che in Sveavägen partissero i colpi. Era piuttosto strano, in effetti, e un attimo prima lei aveva ricevuto una telefonata di Erika Berger, che non era proprio il tipo da disturbare la gente senza un buon motivo, soprattutto durante l’orario di lavoro. Possibile che volesse dirle qualcosa di importante o addirittura fondamentale? Si alzò, scusandosi.
«Gabriella, credo sia molto importante che tu ascolti» disse Helena Kraft in tono insolitamente duro.
«Devo prendere una telefonata» rispose lei, fregandosene di colpo di compiacere la sua superiore.
«Quale telefonata?»
«Una telefonata» disse uscendo e andando nel proprio ufficio per ricomporre immediatamente il numero di Erika Berger.
Erika chiese a Gabriella di riattaccare e chiamarla sul Samsung. Quando furono di nuovo in linea avvertì subito un cambiamento nella voce dell’altra, da cui era sparita ogni traccia del solito entusiasmo amichevole. Anzi, Gabriella sembrava preoccupata e concisa, come se intuisse già che lei aveva qualcosa di importante da dire.
«Ciao» disse. «Sono ancora nella merda fino al collo, ma si tratta di August Balder?»
Erika si sentì gelare.
«Come lo sai?» chiese.
«Mi occupo dell’indagine e ho appena saputo che Mikael avrebbe ricevuto una specie di soffiata in anticipo riguardo a quello che stava per succedere in Sveavägen.»
«Quindi avete già avuto le informazioni?»
«Sì, e naturalmente siamo molto interessati a capire come sia potuto accadere.»
«Mi spiace, ma devo appellarmi alla legge sulla protezione delle fonti.»
«Okay. Ma cosa volevi? Perché mi hai cercato?»
Erika chiuse gli occhi e inspirò a fondo. Come aveva fatto a essere così cretina?
«Temo di dovermi rivolgere a qualcun altro» disse. «Non voglio esporti a un conflitto deontologico.»
«Mi assumo volentieri qualsiasi rischio di conflitto deontologico, Erika, mentre non sopporterei che mi nascondessi qualcosa. Per me quest’indagine è molto più importante di quanto tu possa immaginare.»
«Sul serio?»
«Sì, e ti dirò che anche io avevo avuto una soffiata in anticipo. Avevo saputo che Balder era in grave pericolo. Però non sono riuscita lo stesso a impedire l’omicidio, e dovrò convivere con questa consapevolezza per il resto dei miei giorni. Avanti, non tenermi all’oscuro di quello che sai.»
«Temo di doverlo fare, invece, Gabriella. Mi spiace. Non voglio che tu vada a finire male per colpa nostra.»
«Ho visto Mikael a Saltsjöbaden la notte dell’omicidio.»
«Non me l’ha detto.»
«Ho pensato che non ci avrei guadagnato niente a farmi riconoscere.»
«Forse è stato saggio da parte tua.»
«Potremmo darci una mano a vicenda in questo casino.»
«Mi sembra una buona idea. Dirò a Mikael di chiamarti, dopo. Adesso però devo risolvere il mio problema.»
«E come voi so benissimo che in polizia qualcuno non ha tenuto la bocca chiusa. Capisco che in questa fase si debbano cercare alleanze improbabili.»
«Sono d’accordo. Però mi dispiace, adesso devo cercare la soluzione.»
«Okay» disse Gabriella, delusa. «Farò finta che questa telefonata non sia mai avvenuta. Buona fortuna.»
«Grazie» rispose Erika, continuando a cercare tra i suoi contatti.
Gabriella tornò alla riunione con i pensieri che le vorticavano nella mente. Cosa aveva pensato di dirle Erika? Non capiva, eppure le sembrava di intuire qualcosa di vago e inafferrabile. Appena rimise piede nella sala scese il silenzio e tutti la guardarono.
«Allora?» chiese Helena Kraft.
«Una telefonata personale, nient’altro.»
«E dovevi farla proprio adesso?»
«Sì. Dov’eravamo arrivati?»
«Stavamo parlando di quello che è successo in Sveavägen, ma come dicevo per il momento abbiamo solo informazioni molto scarse» disse il capodipartimento Ragnar Olofsson. «La situazione è caotica. Credo però che possiamo scordarci la nostra fonte all’interno del gruppo di Bublanski. Dopo quello che è successo, il commissario è paranoico.»
«E ha ragione» intervenne Gabriella in tono duro.
«Sì, be’... abbiamo parlato anche di questo. Naturalmente non ci arrenderemo finché non avremo scoperto come ha fatto il cecchino a sapere che August si trovava al centro e che sarebbe uscito dal portone proprio in quel momento. Non risparmieremo le energie, non c’è neanche bisogno che ve lo dica. Ma devo anche sottolineare che non necessariamente la fuga di notizie deve essere partita dalla polizia. Sembra che si sapesse a diversi livelli: al centro, ovviamente, e poi ci sono la madre, con il suo inaffidabile compagno Lasse Westman, e la redazione di Millennium. Infine non si possono escludere degli attacchi di qualche hacker. Ci tornerò sopra. Intanto però posso concludere la mia relazione?»
«Certo.»
«Abbiamo appena discusso il ruolo di Mikael Blomkvist e siamo molto preoccupati. Come poteva sapere della sparatoria prima che si verificasse? Per me deve avere un informatore che orbita intorno ai criminali, e in questo caso non c’è protezione delle fonti che tenga. Dobbiamo scoprire da dove gli è arrivata l’informazione.»
«Soprattutto considerando che sembra disposto a fare qualsiasi cosa per uno scoop» intervenne il sovrintendente Nielsen.
«Ah, anche il nostro Mårten ha fonti di alto livello. Legge i tabloid» commentò acida Gabriella.
«Non i tabloid, cara mia. La TT. Un’agenzia a cui perfino noi della Säpo attribuiamo una certa credibilità, a volte.»
«È un articolo diffamatorio costruito ad arte, e lo sai bene quanto me» contrattaccò Gabriella.
«Non sapevo che avessi una cotta per Blomkvist.»
«Deficiente.»
«Smettetela subito» intervenne Helena. «Che razza di sciocchezze sono queste? Continua, Ragnar. Cosa sappiamo di come si sono svolti i fatti?»
«I primi ad arrivare sul posto sono stati gli agenti Erik Sandström e Tord Landgren» continuò Ragnar Olofsson. «Al momento le informazioni le ricevo da loro. Si sono trovati lì alle 9.24 esatte ed era già tutto finito. Torkel Lindén era morto, colpito alla nuca, e il bambino... mah, non lo sappiamo. Secondo alcuni testimoni è stato centrato anche lui da un proiettile. Ci sono macchie di sangue sul marciapiede e sulla strada, ma non abbiamo certezze. Il bambino è sparito a bordo di una Volvo rossa di cui ci è stata riferita una parte del numero di targa, oltre che il modello. Penso che a breve sapremo il nome del proprietario dell’auto.»
Gabriella si accorse che Helena Kraft prendeva appunti, meticolosa, come nel corso delle riunioni precedenti.
«Ma cos’è successo?» chiese.
«Secondo due ragazzi, due studenti della facoltà di economia che si trovavano sull’altro marciapiede, sembrava un regolamento di conti tra due gruppi criminali che puntavano entrambi sul bambino, August Balder.»
«Un po’ campato in aria.»
«Non ne sarei così sicuro» disse Ragnar Olofsson.
«Per quale motivo?» domandò Helena Kraft.
«Erano professionisti, da entrambe le parti. Sembra che il cecchino fosse appostato all’altezza del muretto sull’altro lato di Sveavägen, quello verdino che delimita il parco. Molti elementi indicano che potrebbe essere lo stesso che ha sparato a Balder. Non che qualcuno l’abbia visto bene in faccia... forse portava una qualche forma di mascheramento. Comunque sembra si muovesse con la stessa efficienza e velocità. E poi c’era quella donna.»
«Cosa sappiamo di lei?»
«Non molto. Portava un chiodo, a quanto ci risulta, e jeans scuri. Giovane, capelli neri, qualcuno ha detto che aveva dei piercing, descritta come punk o rockettara, e poi bassa, e in qualche modo esplosiva. Si è materializzata dal nulla, si è gettata sul bambino e l’ha protetto. Tutti i testimoni concordano sul fatto che non si trattava di una persona qualunque che si trovava tra i passanti. Si è precipitata su di lui come se fosse stata addestrata ad azioni del genere, o comunque come se si fosse già trovata in situazioni simili, con una determinazione estrema. Poi abbiamo l’auto, la Volvo, e qui le versioni sono contrastanti. Qualcuno dice che stava passando per caso e che la donna e il bambino sono saliti praticamente in corsa. Altri, soprattutto i due studenti, pensano invece che facesse parte dell’azione. In ogni caso, temo che ci siamo ritrovati tra capo e collo un bel sequestro di persona.»
«E che senso avrebbe?»
«Non chiedetelo a me.»
«Quindi questa donna non avrebbe solo salvato il bambino ma l’avrebbe anche rapito» disse Gabriella.
«Così sembrerebbe, no? Altrimenti si sarebbe fatta viva.»
«Com’è arrivata sul posto?»
«Non lo sappiamo ancora. Però un testimone, l’ex direttore di una rivista sindacale, dice che gli sembrava familiare, o addirittura famosa» continuò Olofsson, aggiungendo qualcos’altro che Gabriella non sentì, perché aveva già smesso di ascoltare. Anzi, si era irrigidita tutta, mentre pensava: la figlia di Zalachenko, non può essere che la figlia di Zalachenko, anche se sapeva benissimo che era ingiusto definirla in quel modo. La ragazza non aveva niente a che fare con il padre. Al contrario, l’aveva odiato. Ma era come figlia di Zalachenko che Gabriella l’aveva inquadrata da quando, qualche anno prima, aveva letto tutto quello che era riuscita a trovare su quel caso, e mentre Ragnar Olofsson faceva le sue congetture le sembrò che le tessere finissero al loro posto. Sin dal giorno prima aveva notato dei punti di contatto tra la vecchia rete del padre e il gruppo che si faceva chiamare Spiders, ma aveva messo da parte quella riflessione perché riteneva che ci fossero dei limiti al numero di delinquenti capaci di riciclarsi in un altro campo.
La metamorfosi da personaggi trasandati in gilet di pelle che girano i pollici e leggono giornalini porno nei motoclub a ladri di tecnologie avanzate non sembrava realistica, eppure quell’idea l’aveva sfiorata e a un certo punto Gabriella si era addirittura chiesta se la ragazza che aveva aiutato Linus Brandell a risalire all’intrusione nei computer di Balder non potesse essere proprio la figlia di Zalachenko. In un documento della Säpo relativo alla donna si leggeva “hacker? esperta d’informatica?” e anche se sembrava più che altro una vaga supposizione dovuta ai sorprendenti elogi relativi al suo lavoro alla Milton Security, era chiaro che aveva dedicato parecchio tempo alle ricerche sul racket criminale creato dal padre.
Ma l’aspetto che più saltava all’occhio, nel contesto, era il fatto che la donna e Mikael Blomkvist fossero notoriamente collegati. Di che genere di nesso si trattasse era difficile da stabilire e Gabriella non dava nessun credito alle malevole dicerie su motivi di ricatto e sesso sadomaso. Ma il collegamento c’era e sia Mikael Blomkvist che la donna così simile alla figlia di Zalachenko, almeno a giudicare dalla scheda segnaletica, e che secondo un testimone aveva un aspetto familiare, sembravano aver saputo in anticipo della sparatoria. E dopo, Erika Berger le aveva telefonato chiedendole di parlare di qualcosa di importante che aveva a che vedere con l’accaduto. Non puntava tutto nella stessa direzione?
«Stavo pensando una cosa» disse, forse a voce un po’ troppo alta, interrompendo Ragnar Olofsson.
«Sì?» fece lui in tono irritato.
«Mi chiedevo...» continuò Gabriella, e stava per esporre la sua teoria quando notò qualcosa che la fece esitare.
Niente di particolare, tutt’altro: solo Helena Kraft che di nuovo si appuntava diligente quello che aveva appena detto Ragnar Olofsson, e in realtà avrebbe dovuto essere positivo vedere un alto dirigente così interessato. Eppure qualcosa nel raspare fin troppo zelante della penna la indusse a chiedersi se un superiore, il cui compito era inquadrare la visione d’insieme dei problemi, dovesse davvero essere così pignolo su ogni dettaglio e, senza sapere bene perché, si sentì cogliere da un profondo senso di disagio.
Poteva anche essere il fatto che lei stessa fosse sul punto di tirare in ballo una persona su basi alquanto aleatorie, ma probabilmente dipendeva di più dall’improvvisa reazione di Helena Kraft quando si era accorta di essere osservata: lo sguardo distolto in fretta e un accenno di rossore, che bastarono a Gabriella per decidere di non completare la frase.
«Anzi, piuttosto...»
«Sì, Gabriella?»
«No, niente» disse sentendo un improvviso bisogno di uscire, e pur sapendo che non avrebbe fatto una buona impressione lasciò di nuovo la sala e andò in bagno.
In seguito si sarebbe ricordata di aver fissato il proprio viso allo specchio nel tentativo di capire quello che aveva visto. Helena Kraft era arrossita davvero? E se così era, cosa significava? Sicuramente niente, decise, proprio niente, e anche se quella che Gabriella le aveva percepito negli occhi fosse stata davvero vergogna, o senso di colpa, poteva trattarsi di qualsiasi cosa, un episodio imbarazzante che le era passato per la mente, e si rese conto che in effetti non la conosceva poi tanto in profondità. In ogni caso, sapeva che non avrebbe mai mandato a morte un bambino per qualche vantaggio economico o di altro genere. No, impossibile.
Stava solo diventando paranoica, una classica spia ossessionata che vedeva talpe dappertutto, perfino nella propria immagine riflessa. «Cretina» borbottò, sorridendo rassegnata a se stessa come per liquidare l’intera faccenda e tornare alla realtà. Ma non era finita lì. In quello stesso istante le sembrò di cogliere nei propri occhi una nuova verità: si accorse di somigliare a Helena Kraft, per lo meno nella volontà di essere brava e ambiziosa e nel desiderio dell’approvazione dei propri superiori, e naturalmente non era una caratteristica del tutto positiva. Se la cultura in cui si opera è malsana, un atteggiamento del genere rischia di diventare altrettanto malsano, e chissà, forse spesso era il desiderio di compiacere più che la malvagità vera e propria a condurre le persone a commettere reati e passi falsi morali.
Chi tiene troppo all’opinione degli altri e a mostrarsi all’altezza delle aspettative spesso commette sciocchezze indescrivibili, e di colpo si chiese: era così che era andata in quel caso? Se non altro Hans Faste (la loro fonte nel gruppo di Bublanski non poteva essere che lui, no?) aveva passato a loro la soffiata perché era il suo compito e perché voleva guadagnare punti presso la Säpo. Allo stesso modo, Ragnar Olofsson si era assicurato che Helena Kraft fosse informata fin nel minimo dettaglio per ingraziarsela e poi... sì, forse lei aveva a sua volta trasmesso ad altri quello che sapeva perché come loro voleva essere giudicata brava e mettersi in mostra. Ma nei confronti di chi? Il capo della polizia, il governo, servizi segreti stranieri, magari americani o inglesi, che forse a loro volta...
Gabriella non portò a termine il ragionamento e si chiese di nuovo se non stesse sbarellando, ma in ogni caso le restava addosso la sensazione di non fidarsi del suo gruppo. Pensò che in effetti anche lei voleva dimostrare quanto era brava, ma non necessariamente alla maniera della Säpo. Desiderava solo che August Balder se la cavasse e di colpo invece del viso di Helena Kraft si vide davanti agli occhi quello di Erika Berger, e così si affrettò ad andare nel suo ufficio e tirò fuori il Blackphone, lo stesso che usava di solito per comunicare con Frans Balder.
Erika era uscita di nuovo per parlare indisturbata e in quel momento si trovava in Götgatan davanti a una libreria, Söderbokhandeln, chiedendosi se avesse commesso un’idiozia. D’altra parte, Gabriella Grane aveva argomentato in modo tale da non offrirle la possibilità di opporsi. Probabilmente era lo svantaggio di avere amiche troppo intelligenti, in grado di leggerti nel pensiero.
Gabriella non aveva soltanto intuito il motivo della sua chiamata di prima, ma l’aveva anche convinta che, sentendosi moralmente responsabile, non avrebbe mai e poi mai rivelato il nascondiglio, anche se la cosa poteva andare contro la sua deontologia professionale. Sulla sua coscienza pesava una colpa, aveva detto, e per questo voleva dare una mano. Le avrebbe fatto avere le chiavi della casa di Ingarö con un pony express e inviato le indicazioni stradali sul link criptato che Andrei Zander aveva predisposto seguendo le istruzioni di Lisbeth Salander.
Poco più in là un mendicante si accasciò a terra e due sacchetti pieni di bottiglie di plastica rotolarono sul marciapiede. Erika si avvicinò per dargli una mano, ma l’uomo si era già rimesso in piedi e non voleva il suo aiuto. A quel punto lei gli sorrise malinconica e ritornò verso la sede della rivista.
Di nuovo in redazione, trovò Mikael stravolto, con i capelli ritti e la camicia fuori dai pantaloni. Era da parecchio che non lo vedeva così sciupato, ma non si preoccupò più di tanto. Quando gli scintillavano gli occhi a quel modo non lo fermava più nessuno. Significava che si era calato in una concentrazione assoluta, da cui non sarebbe più uscito finché non fosse arrivato in fondo alla storia che aveva per le mani.
«Hai trovato un nascondiglio?» le chiese lui.
Erika annuì.
«Forse è meglio che tu non dica altro. Dovremo tenere l’informazione il più riservata possibile» continuò Mikael.
«Mi sembra sensato, ma c’è da sperare che sia una soluzione temporanea. Non mi piace che sia Lisbeth a occuparsi del bambino.»
«Chissà, magari la compagnia reciproca può fare bene a entrambi.»
«Cos’hai detto alla polizia?»
«Decisamente troppo poco.»
«Non è il momento giusto per tacere qualcosa.»
«Già.»
«Forse Lisbeth è disposta a dare qualche particolare, così potresti essere lasciato un po’ tranquillo.»
«Non voglio metterla sotto pressione adesso. Sono preoccupato per lei. Puoi dire ad Andrei di chiederle se dobbiamo mandare là un medico?»
«Certo. Comunque...»
«Sì?»
«Comincio a pensare che abbia fatto bene.»
«Cosa te lo fa dire, così di punto in bianco?»
«Ho anch’io le mie fonti. La centrale della polizia non mi dà la sensazione di essere il posto più sicuro del mondo in questo momento» disse dirigendosi a passi decisi verso la postazione di Andrei Zander.