5.
20 novembre

Come Gabriella Grane fosse finita alla Säpo non lo capiva nessuno, tanto meno lei. Era il tipo di ragazza a cui tutti preannunciavano un futuro luminoso, e il fatto che a trentatré anni suonati non fosse né famosa né ricca, e nemmeno sposata, preoccupava molto le sue vecchie amiche del quartiere bene di Djursholm.

«Cosa ti salta in testa, Gabriella? Non vorrai mica fare il poliziotto tutta la vita?»

In genere non aveva la forza di ribattere, o anche solo di far notare che non era un poliziotto ma un’analista scelta e che scriveva testi di gran lunga più qualificati di quanto avesse mai fatto al ministero degli Esteri o durante le sostituzioni estive come editorialista della Svenska Dagbladet. Senza contare che comunque non avrebbe potuto parlarne. Tanto valeva quindi stare zitta e fregarsene di tutte quelle assurde fissazioni per il prestigio, accettando che un lavoro alla Säpo fosse ritenuto un fiasco totale non solo dai suoi amici dei ceti abbienti ma soprattutto dalla sua cerchia di conoscenti intellettuali.

Ai loro occhi la Säpo non era altro che una massa di idioti di destra che perseguitavano arabi e curdi per motivi nascostamente razzisti, senza esitare a commettere reati e violazioni dei diritti civili per proteggere ex spie sovietiche. Su alcuni punti in effetti era d’accordo anche lei. All’interno dell’organizzazione non mancavano esempi di incompetenza e opinioni discutibili, e l’affare Zalachenko era e restava un’infamia. Ma non era tutta la verità. La Säpo svolgeva anche un lavoro importante, soprattutto dopo i recenti repulisti generali, e a volte pensava che era proprio lì e non sulle prime pagine dei giornali o nelle aule accademiche che emergevano le idee più interessanti, o quanto meno che si comprendevano meglio gli sconvolgimenti che agitavano il mondo. Ma ovviamente si domandava spesso come ci fosse finita, e perché ci rimanesse.

Probabilmente si trattava in gran parte di una questione di vanità. A contattarla, infatti, era stata niente meno che il nuovo direttore della Säpo Helena Kraft, dicendo che dopo tutte le batoste e gli attacchi denigratori i servizi di sicurezza dovevano iniziare a adottare una nuova politica di reclutamento. «Dobbiamo pensare di più come i britannici» le aveva detto. «Bisogna creare un legame con i talenti prodotti dalle università, e sinceramente parlando, Gabriella, non riesco a immaginare una persona più adatta di te.» E con questo il gioco era fatto.

Gabriella era stata assunta come analista prima nel reparto di controspionaggio, poi in quello di intelligence economico-finanziaria, e sebbene l’essere giovane e donna, e molto graziosa per di più, costituisse un notevole ostacolo, da tutti gli altri punti di vista era perfetta per l’incarico. Qualcuno l’aveva definita una “figlia di papà” o una “bambina viziata della buona società”, creando comprensibilmente qualche frizione di cui si sarebbe volentieri fatto a meno, ma in realtà si era rivelata un ottimo acquisto per l’organizzazione, pronta e ricettiva e con la capacità di pensare fuori dagli schemi. E poi parlava russo.

L’aveva studiato mentre frequentava economia all’Handelshögskolan di Stoccolma, dove ovviamente era stata una studentessa modello ma senza divertirsi granché. Sognava qualcosa di più di una vita nel mondo degli affari, e dopo la laurea aveva fatto domanda al ministero degli Esteri, dove ovviamente era stata assunta. Ma nemmeno lì aveva trovato grandi stimoli. I diplomatici erano troppo rigidi e impomatati, e proprio in quel periodo era stata contattata da Helena Kraft. Ormai lavorava alla Säpo da cinque anni, e pian piano era riuscita a farsi accettare per la persona di talento che era, anche se ovviamente non era sempre una passeggiata.

Come quel giorno, per esempio, e non solo per il tempo infame. Il capodipartimento Ragnar Olofsson si era presentato nel suo ufficio con aria arcigna, facendole notare che non era il caso di fare la civetta mentre era in missione.

«La civetta?» chiese Gabriella.

«Sono arrivati dei fiori.»

«E sarebbe colpa mia?»

«Credo che la responsabilità sia tua, sì. Quando siamo sul campo dobbiamo comportarci in modo corretto e irreprensibile. Rappresentiamo un’autorità centrale dello stato.»

«Fantastico, Ragnar, da te si impara sempre qualcosa. Finalmente capisco che è colpa mia se il direttore della ricerca della Ericsson non riconosce la differenza tra essere gentile e civettare. Finalmente mi rendo conto che è colpa mia se certi uomini sono talmente presi dai loro sogni a occhi aperti da vedere un approccio sessuale in un semplice sorriso.»

«Non dire idiozie» ribatté Ragnar prima di andarsene.

Gabriella si era già pentita: sfoghi del genere portano raramente da qualche parte. Del resto ne aveva mandate giù abbastanza. Era ora di iniziare a ribattere.

Mise rapidamente in ordine la scrivania e tirò fuori un rapporto del Gchq, il Quartier generale del governo britannico per le telecomunicazioni, che non aveva ancora avuto il tempo di leggere, uno studio sullo spionaggio industriale russo nei confronti delle aziende europee di software. In quel momento squillò il telefono. Era Helena Kraft, e Gabriella ne fu felice: fino ad allora non l’aveva mai chiamata per lamentarsi o protestare per qualcosa, anzi.

«Vado dritta al punto» esordì Helena. «Ho appena ricevuto una chiamata dagli Stati Uniti che potrebbe riguardare una faccenda piuttosto delicata. Puoi prenderla sul tuo apparecchio Cisco? Abbiamo predisposto una linea protetta.»

«Certo.»

«Bene, valuta i dati, cerca di capire se c’è qualcosa di concreto. Sembrerebbe una cosa seria, ma l’informatrice mi dà una strana sensazione – dice di conoscerti, tra l’altro.»

«Passamela pure.»

Era Alona Casales dell’Nsa, anche se per un attimo Gabriella si chiese se fosse davvero lei. L’ultima volta che si erano incontrate, a una conferenza a Washington D.C., aveva tenuto un intervento deciso e carismatico su quello che con un leggero eufemismo aveva definito «controllo attivo dei segnali elettromagnetici» – in altre parole, hackeraggio di stato. Più tardi avevano bevuto qualcosa insieme, e Gabriella era rimasta affascinata dalla collega americana quasi contro la sua volontà. Alona fumava sigaretti e aveva una voce scura e sensuale con cui amava buttare lì battute pungenti, spesso con qualche allusione sessuale. Ma quel giorno al telefono sembrava confusa e distratta, al punto da perdere spesso il filo del discorso.

Alona non era la tipa da innervosirsi per poco e in genere non aveva alcuna difficoltà a restare in argomento. Aveva quarantotto anni, era alta e linguacciuta, con un seno prorompente e due occhi piccoli e intelligenti capaci di mettere a disagio chiunque. Spesso sembrava in grado di vederti dentro, e non si poteva certo dire che nutrisse un particolare rispetto per i superiori. Rispondeva a tono a chiunque, fosse pure il ministro della Giustizia, ed era uno dei motivi per cui andava così d’accordo con Ed the Ned. Nessuno dei due faceva particolarmente caso alla gerarchia. A loro interessava solo ed esclusivamente il talento, perciò per lei il direttore dei servizi segreti di un paese piccolo come la Svezia non era nessuno.

Eppure quel giorno, una volta eseguiti tutti i controlli di sicurezza sulla chiamata, aveva perso completamente il filo del discorso, anche se non aveva niente a che fare con Helena Kraft. La colpa era del dramma che si stava svolgendo nell’open space alle sue spalle. Ormai erano tutti abituati agli scoppi d’ira di Ed, che poteva mettersi a urlare e pestare i pugni sul tavolo per qualsiasi sciocchezza. Ma quella volta si capiva al volo che la crisi era di tutt’altro livello.

Mentre Alona balbettava qualche parola confusa alla sua interlocutrice, attorno a Ed, che sembrava totalmente paralizzato, iniziava a raccogliersi un capannello di persone. Parecchi si attaccarono al telefono, e tutti senza eccezione sembravano sconvolti o spaventati. Ma stupidamente, o forse solo perché era troppo scioccata, Alona non riattaccò né chiese di richiamare più tardi. Lasciò semplicemente che le passassero Gabriella Grane, quella deliziosa giovane analista che aveva conosciuto a Washington e che aveva subito cercato di rimorchiare. Anche se l’operazione non era andata a buon fine, Alona ne conservava un ricordo piacevole.

«Ciao cara» disse. «Come stai?»

«Diciamo bene» rispose Gabriella. «C’è un tempo orribile, ma per il resto è tutto a posto.»

«Abbiamo passato davvero una bella serata, l’ultima volta, vero?»

«Assolutamente sì, è stato molto divertente. Il giorno dopo ho avuto un mal di testa terribile. Ma immagino che tu non mi stia chiamando per invitarmi a uscire.»

«No, purtroppo no. Ti chiamo perché abbiamo intercettato comunicazioni che sembrano indicare una minaccia concreta nei confronti di uno scienziato svedese.»

«Di chi si tratta?»

«Per parecchio tempo non siamo riusciti a decifrare l’informazione, o anche solo capire di che paese si trattasse. Venivano utilizzate solo parole in codice e gran parte delle comunicazioni erano criptate e impossibili da decodificare, ma poi, come capita spesso, con l’aiuto di piccole tessere del puzzle... ma che cazzo...»

«Scusa?»

«Aspetta un secondo!»

Il computer di Alona sfarfallò, poi si spense del tutto, e a quanto capiva stava succedendo la stessa cosa nell’intero ufficio. Per un attimo si chiese cosa fare, poi decise di andare avanti con la telefonata, almeno per il momento. Forse era solo un blackout, anche se le luci erano accese.

«Sto aspettando» disse Gabriella.

«Grazie, sei stata molto gentile. Mi devi davvero scusare, ma qui è scoppiato un casino. Dov’ero rimasta?»

«Stavi parlando di tessere del puzzle.»

«Esatto, sì, abbiamo fatto due più due, e per quanto si sforzino di essere professionali c’è sempre qualcuno che commette qualche imprudenza, o che...»

«Sì?»

«... che parla troppo, si lascia sfuggire un nome o un indirizzo, in questo caso piuttosto...»

Alona tacque di nuovo. Nell’open space era arrivato niente meno che il comandante Jonny Ingram in persona, uno dei pezzi grossi dell’organizzazione, con una rete di conoscenze che arrivava fino alla Casa Bianca. Ingram si sforzava di apparire disinvolto e distaccato come al solito e rivolse addirittura una battuta a un gruppetto seduto un po’ più in là, ma non ingannava nessuno. Sotto la superficie levigata e abbronzata – da quando aveva diretto il centro di crittografia dell’Nsa a Oahu era abbronzato tutto l’anno – si intuivano segni di nervosismo, e poi richiamò l’attenzione di tutti.

«Ehi, ci sei ancora?» chiese Gabriella all’altro capo del filo.

«Purtroppo devo chiudere. Ti richiamo» disse Alona riattaccando. Ormai stava iniziando a preoccuparsi sul serio.

La sensazione era che fosse accaduto qualcosa di terribile, forse un nuovo grande attentato terroristico, ma Jonny Ingram proseguì la recita rassicurante, sottolineando più volte che non era successo niente di grave, sebbene si torcesse le mani e avesse la fronte e il labbro superiore sudati. Poi spiegò che un virus era penetrato nella rete Intranet, malgrado tutte le misure di sicurezza.

«Abbiamo spento i server per motivi precauzionali» aggiunse, e per un attimo sembrò davvero essere riuscito a calmare la tensione. Che cazzo, un virus, sembravano pensare tutti quanti. Non è poi così grave.

Ma poi Ingram cominciò a perdersi in un sacco di frasi vaghe, e Alona non riuscì a trattenersi dal gridare:

«Parla chiaro!»

«Per il momento non so dirvi granché, il problema si è appena verificato. Ma forse abbiamo subito un attacco informatico. Vi aggiornerò non appena avremo scoperto qualcosa di più» rispose Ingram, di nuovo palesemente agitato, mentre un brusio si diffondeva nell’open space.

«Ancora gli iraniani?» si chiese qualcuno.

«Crediamo che...» riprese Ingram.

Non fece in tempo ad andare oltre. La persona che fin dall’inizio avrebbe dovuto spiegare cos’era successo lo interruppe bruscamente, alzandosi in tutta la sua statura da orso. Se un attimo prima Ed Needham era apparso scioccato e incapace di reagire, in quel momento emanava un’incredibile determinazione.

«No» sibilò. «È un hacker, un cazzo di super hacker a cui strapperò personalmente le palle, ve lo garantisco.»

Appena si infilò il cappotto per tornare a casa, Gabriella Grane ricevette una nuova chiamata da Alona Casales. In un primo momento fu piuttosto seccata, e non solo per la confusione della telefonata precedente. Voleva andarsene di lì prima che la bufera di neve diventasse ingestibile. Secondo il meteo alla radio il vento avrebbe superato i cento chilometri orari e la temperatura sarebbe scesa fino a dieci sotto zero, e lei era vestita decisamente troppo leggera.

«Scusa se ci ho messo un po’» disse Alona. «Abbiamo avuto una mattinata delirante. Il caos totale.»

«Anche qui» rispose Gabriella in tono garbato, guardando l’orologio.

«Ma come ti dicevo prima, ho una questione importante di cui parlarti, o almeno credo. Non è facilissima da valutare. Ho appena iniziato a tracciare le attività di un’organizzazione russa, te l’ho accennato?» proseguì Alona.

«No.»

«Be’, probabilmente sono coinvolti anche tedeschi e americani, e forse un paio di svedesi.»

«Di che genere di organizzazione stiamo parlando?»

«Criminali, criminali molto sofisticati, oserei dire, che invece di rapinare banche o spacciare droga rubano segreti industriali e informazioni finanziarie riservate.»

«Black hats, insomma. Gli hacker criminali.»

«Non sono solo hacker. Si dedicano anche a ricatti e corruzione. E forse anche a qualcosa di antiquato come gli omicidi. Ma onestamente per il momento non ho molto in mano, più che altro una serie di parole in codice e di collegamenti ancora da verificare, e poi un paio di nomi reali, quelli di qualche giovane ingegnere informatico in posizione subalterna. L’organizzazione si dedica allo spionaggio industriale di alto livello, ed è per questo che la faccenda è finita sulla mia scrivania. Temiamo che tecnologie di punta americane siano finite in mano russa.»

«Capisco.»

«Ma non è facile beccarli. Hanno ottimi sistemi di cifratura, e malgrado tutti i miei sforzi non sono riuscita ad avvicinarmi ai vertici del gruppo, se non a scoprire che il capo si fa chiamare Thanos.»

«Thanos?»

«Sì, una derivazione di Thanatos, il dio della morte della mitologia greca, figlio di Nyx, la notte, e gemello di Hypnos, il sonno.»

«Inquietante.»

«Infantile, piuttosto. Thanos è uno dei cattivi della Marvel, sai, quei fumetti con eroi come Hulk, Iron Man e Capitan America, e tanto per cominciare non è particolarmente russo, ma soprattutto è... come posso dire...?»

«Scherzoso e presuntuoso allo stesso tempo?»

«Sì, come se fossero una banda di studenti del college che si prendono gioco di noi, e la cosa mi irrita moltissimo. A essere sincera ci sono un sacco di cose che mi danno fastidio in questa storia, e quindi ho subito rizzato le antenne quando grazie a un’intercettazione abbiamo scoperto che qualcuno potrebbe essersi sganciato, qualcuno che forse potrebbe darci qualche informazione interessante, se solo riusciamo a mettere le mani su di lui prima che lo facciano loro. Ma poi, indagando più a fondo, ci siamo resi conto che non era affatto come credevamo.»

«In che senso?»

«Non si trattava di un criminale che si era sganciato, ma di un onesto scienziato che aveva dato le dimissioni da un’azienda infiltrata dall’organizzazione criminale, probabilmente qualcuno che per puro caso aveva scoperto qualcosa di fondamentale.»

«Va’ avanti.»

«Secondo noi questa persona è in serio pericolo. Ha bisogno di protezione. Ma fino a pochissimo tempo fa non avevamo idea di dove cercarla. Non sapevamo nemmeno quale fosse l’azienda per cui lavorava. Adesso però crediamo di averlo individuato» proseguì Alona. «Capisci, in questi giorni uno dei tizi che teniamo sotto controllo ha fatto riferimento al nostro scienziato, dicendo che “con lui sono saltate tutte le cazzo di C”.»

«Tutte le cazzo di C?»

«Sì, a prima vista suona molto strano e criptico, ma almeno era molto specifico e facile da rintracciare. Be’, in realtà C da solo non ha dato grandi risultati, ma in combinazione con aziende, verosimilmente imprese ad alta tecnologia, portava sempre alla stessa cosa, ovvero a Nicolas Grant e alle sue tre parole d’ordine: Comprensione, Cervello e Contiguità.»

«Stiamo parlando della Solifon» osservò Gabriella.

«Pensiamo di sì. O almeno abbiamo avuto l’impressione che tutte le tessere del puzzle andassero al loro posto, perciò abbiamo iniziato a verificare chi ha lasciato la Solifon negli ultimi tempi. All’inizio non abbiamo ottenuto granché, è un’azienda ad alta mobilità. Credo anzi che sia proprio una delle loro idee di fondo, i talenti devono andare e venire. Ma poi abbiamo iniziato a concentrarci sulle tre C. Sai cosa vogliono dire per Grant?»

«Non esattamente.»

«Sono la sua ricetta per la creatività. Per comprensione intende che bisogna essere aperti alle idee e alle persone più originali. Più si è disponibili verso le persone divergenti, o le minoranze in genere, più si è ricettivi anche nei confronti delle idee nuove. Un po’ come Richard Florida con il suo “indice gay”. Dove c’è apertura per le persone come me, c’è anche maggior libertà di pensiero e creatività.»

«Le organizzazioni troppo omogenee e giudicanti non ottengono niente di buono.»

«Esatto. E il cervello... sì, con il cervello secondo lui non si ottengono solo ottimi risultati. Si attirano anche altri talenti. Si crea un ambiente in cui la gente ha voglia di stare, e fin dall’inizio Grant ha cercato di accaparrarsi persone di genio piuttosto che assumere professionisti specializzati. Ha lasciato che fossero i talenti a stabilire la direzione e non viceversa.»

«E la contiguità?»

«Tutti questi cervelli devono restare contigui. Non ci dev’essere bisogno di burocrazia per incontrarsi. Non ci dev’essere bisogno di fissare appuntamenti o parlare con le segretarie. Bisogna semplicemente poter entrare nell’ufficio di qualcuno e mettersi a discutere, rimpallarsi le idee liberamente avanti e indietro. Come certamente saprai anche tu, la Solifon si è rivelata un modello di eccezionale successo. Ha sviluppato tecniche innovative in tutta una serie di campi, perfino per l’Nsa, detto fra noi. Ma poi è saltato fuori un genietto, un tuo compatriota, con cui...»

«... sono saltate tutte le cazzo di C.»

«Esatto.»

«Ed era Balder.»

«Proprio così. In realtà non credo che in genere abbia problemi di comprensione, e nemmeno di contiguità, se è per quello. Ma fin dall’inizio ha diffuso una specie di veleno attorno a sé, rifiutando di condividere qualunque informazione. Pare sia riuscito a distruggere a tempo di record l’atmosfera positiva tra i ricercatori di punta dell’azienda, soprattutto quando ha iniziato ad accusarli di essere ladri e plagiatori. Inoltre ha fatto una scenata all’amministratore delegato, Nicolas Grant, che però ha rifiutato di rivelare quale fosse il tema della discussione, se non che si trattava di questioni personali. Poco dopo Balder ha dato le dimissioni.»

«Lo so.»

«Già, e la maggioranza ne è stata ben felice. Dopo la sua partenza l’aria alla Solifon è tornata più respirabile e i ricercatori hanno ricominciato a fidarsi gli uni degli altri, almeno fino a un certo punto. Ma Nicolas Grant non era per niente felice, e soprattutto non lo erano i suoi avvocati. Balder si era portato via i risultati che aveva ottenuto alla Solifon, ed è opinione generale – forse proprio perché nessuno sapeva di cosa si stava occupando e le ipotesi si sono moltiplicate – che si tratti di qualcosa di sensazionale che potrebbe rivoluzionare la progettazione del computer quantistico a cui stava lavorando la Solifon.»

«E da un punto di vista strettamente giuridico le ricerche che ha portato con sé appartenevano all’azienda e non a lui.»

«Esatto. Perciò anche se Balder aveva parlato tanto di furti, alla fine il ladro si è rivelato proprio lui, e pare che presto scoppierà un casino in tribunale, a meno che Balder non sia in grado di spaventare quei principi del foro con le informazioni che ha in mano. Sono quelle la sua assicurazione sulla vita, ha detto, e forse è davvero così. Ma nel peggiore dei casi saranno anche...»

«La sua morte.»

«O almeno è quello che temo» proseguì Alona. «Abbiamo indicazioni sempre più nette che si stia preparando qualcosa di grosso, e secondo il tuo capo tu ci potresti aiutare con alcune delle tessere del puzzle.»

Gabriella lanciò un’occhiata verso la tempesta di neve che infuriava fuori, desiderando intensamente di essere a casa, lontana da tutto. Invece si tolse il cappotto e tornò a sedersi alla sua scrivania, di pessimo umore.

«Cosa posso fare per voi?»

«Cosa credi che abbia scoperto Balder?»

«Devo quindi presumere che non siete riusciti a intercettare le sue conversazioni né a entrare nei suoi computer?»

«A questo non posso rispondere, tesoro. Ma tu che idea ti sei fatta?»

Gabriella ripensò a Frans Balder che non molto tempo prima, fermo sulla porta del suo ufficio, borbottava di sognare “una nuova vita”, qualunque cosa intendesse.

«Immagino tu sappia che Balder riteneva che gli avessero sottratto i frutti delle sue ricerche già qui in Svezia» disse. «Dopo un’indagine piuttosto approfondita, la Divisione reti e telecomunicazioni della Difesa gli ha dato parzialmente ragione, anche se non è andata a fondo della faccenda. È proprio in quella circostanza che ho conosciuto Frans Balder, e non posso dire che mi abbia fatto un’ottima impressione. Mi ha rintronato a forza di parole e sembrava assolutamente sordo a qualunque cosa non riguardasse lui o le sue ricerche. Ricordo di aver pensato che nessun successo al mondo valeva una simile ossessività. Se è quello l’atteggiamento mentale che serve per diventare un’autorità mondiale, ne faccio volentieri a meno. Ma forse mi stavo lasciando influenzare dalla sentenza emessa contro di lui.»

«La sentenza di affidamento?»

«Sì, aveva appena perso il diritto di occuparsi del figlio autistico perché se n’era completamente disinteressato, senza nemmeno accorgersi che si era tirato in testa il contenuto di mezzo scaffale della sua libreria. Perciò quando ho sentito che alla Solifon si era messo tutti contro non mi sono stupita per niente. Anzi, ricordo di aver pensato che se l’era andata a cercare.»

«Ma poi?»

«Poi è tornato in Svezia, e ci siamo posti il problema di assegnargli una qualche forma di protezione, perciò l’ho incontrato di nuovo. È successo un paio di settimane fa, e quasi non credevo ai miei occhi. Sembrava un’altra persona. Non solo perché era dimagrito e si era tagliato la barba e sistemato i capelli. Era anche più pacato, quasi insicuro. Non c’era più traccia dell’ossessività della volta precedente, e ricordo di avergli chiesto se era preoccupato per i processi che lo aspettavano. E sai cosa mi ha risposto?»

«No.»

«Ha dichiarato in tono sarcastico di non esserlo affatto, visto che davanti alla legge siamo tutti uguali.»

«Cosa intendeva?»

«Che siamo uguali, se paghiamo uguale. Nel suo mondo, mi ha detto, la legge non è altro che una spada con cui trafiggere quelli come lui. Perciò sì, era preoccupato. Soprattutto perché era a conoscenza di cose che non erano facili da tenersi dentro, anche se avrebbero potuto salvarlo.»

«Ma non ha spiegato di cosa si trattava?»

«Non voleva sprecare l’unica carta che aveva in mano, ha detto. Voleva aspettare e vedere fino a che punto era disposto a spingersi il suo avversario. Ma mi sono accorta che era scosso, e a un certo punto si è lasciato sfuggire che c’erano persone intenzionate a fargli del male.»

«In che senso?»

«Non fisicamente, secondo lui. Erano il suo onore e le sue ricerche che stavano cercando di danneggiare, ha detto. Ma non sono così sicura che pensasse davvero che la cosa si sarebbe fermata lì, perciò gli ho suggerito di prendersi un cane da guardia. Ho pensato che sarebbe stata la soluzione perfetta per un uomo che vive da solo, in una casa troppo grande in una zona di periferia. Ma ha rifiutato seccamente. “Non posso prendermi un cane, in questo periodo” ha detto.»

«E perché, secondo te?»

«Non lo so. Ma ho avuto l’impressione che qualcosa lo preoccupasse, e quando gli ho proposto di impiantare un avanzato sistema di allarme a casa sua non ha protestato granché. È appena stato installato.»

«Chi se n’è occupato?»

«Una società di sicurezza di cui ci serviamo di solito, la Milton Security.»

«Bene. Ma vi suggerirei comunque di trasferirlo in un luogo sicuro.»

«La situazione è così critica?»

«Quanto meno c’è il rischio che lo diventi, ed è abbastanza, no?»

«Già» rispose Gabriella. «Se mi mandi qualche forma di documentazione parlo subito con i miei superiori.»

«Vediamo, ma non so cosa riuscirò a combinare in questo momento. Abbiamo avuto... qualche problema ai computer.»

«Davvero un’organizzazione come la vostra può permettersi una cosa del genere?»

«No, è vero, hai perfettamente ragione. Mi faccio sentire, tesoro» disse Alona prima di riattaccare. Gabriella rimase seduta immobile per qualche secondo, fissando la tormenta che sferzava sempre più violentemente la finestra.

Poi prese il suo Blackphone e chiamò Frans Balder. Ci provò diverse volte. Non solo per metterlo in guardia e organizzare il suo immediato trasferimento in un luogo sicuro, ma perché all’improvviso le era venuta voglia di parlare con lui e chiedergli cosa intendeva con la frase:

«In questi ultimi giorni ho sognato una nuova vita.»

Nessuno lo sapeva, e in realtà, anche sapendolo, nessuno ci avrebbe creduto, ma Frans Balder era impegnato a far produrre a suo figlio un altro dei suoi disegni che irradiavano quella strana luce che sembrava di un altro mondo.