“SIETE GIUNTI A DESTINAZIONE”
Dopo l’anno a Roma trascorremmo le nostre vacanze estive nello Harz, l’anno dopo in Algovia e sul Chiemsee. Il giorno del ritorno a Berlino, a Prien comprai una cartina dell’Italia. O meglio, una cartina delle Alpi. Vi si contempla l’Arco alpino da un’altezza a metà tra quella di un aereoplano e quella di un’astronave. Più le montagne sono alte, più il colore schiarisce; predominano il grigio e il bianco, le valli sono solchi scuri. Su quelle linee verdi e marroni le nostre dita cercarono subito nuovi percorsi verso sud, come se fino ad allora non ci fossimo accorti del collegamento più breve e rapido.
La carta si può arrotolare sui lati, in modo da reggerla comodamente. Lo sguardo vaga dapprima da sinistra a destra, dal Lago di Neusiedl, da Vienna e Zagabria fino al Monte Bianco e a Grenoble e oltre, fino al Monte Ventoso e Avignone. L’Italia si vede in lontananza come dal parapetto di un balcone divino. Cosa non avrebbe dato Annibale per questa cartina! Le Alpi e gli Appennini cingono la Pianura Padana su tre lati. Senza dover valicare montagne si va da Torino a Milano, a Verona, Ferrara, Padova e Venezia. E da lì neanche Trieste è lontana. A chi volesse aggirare le montagne in direzione sud rimane soltanto il percorso lungo l’Adriatico, via Rimini, oppure a ovest attraverso il Colle di Cadibona, verso Genova. È segnata la strada tra i monti da Bologna a Firenze che percorriamo sempre in macchina. Proseguendo verso sud, la vista è inibita dalla curvatura terrestre. ROMA sono quattro lettere nere sulla linea dell’orizzonte precedute dal disegnino di un aereo. A seguire ancora qualche nuvola, oltre la quale, fino al margine superiore della cartina – pur sempre un quarto dell’intera superficie –, non si vede altro che cielo azzurro.
Ogni volta che prendo in mano questa cartina, il mio sguardo finisce su quelle nuvole, quasi fossero il punto di fuga su cui tutto converge, quasi fossero le nubi sulla Sicilia, le nubi di fumo sopra l’Etna.
La mattina dopo le nozze di una cugina di Tanja a Ragusa, eravamo andati a Siracusa. I saluti si erano trascinati per le lunghe, perché alcuni nostri amici di Berlino ci avevano invitato nella loro residenza estiva di Cesarò, vicino all’Etna, e ci avevano descritto in ogni minimo dettaglio la via per arrivarci.
Avevamo dormito pochissimo e alla guida ci alternammo. Il nostro navigatore, che ancora a Roma ci aveva piantato in asso con un fatal error – non eravamo neanche più sicuri di essere in coda nella direzione giusta –, da qualche giorno aveva ripreso a funzionare. Non ricordo più perché le bambine e Tanja avessero battezzato quell’apparecchio parlante Pum Pum. Approfittavo volentieri dei servizi di quella gentile voce di donna, che evidentemente conosceva sempre la strada giusta. Quando annunciò: “Siete giunti a destinazione”, eravamo davvero davanti a Villa Teresa, in località Villa Bosco, sulla penisola a sud di Siracusa. La proprietà apparteneva a una coppia di coniugi di Pisa che Tanja aveva sentito per telefono qualche giorno prima.
Entrammo con l’auto attraverso il portone aperto, tra palme, latifoglie e arbusti, fin su alla casa, che pareva un ibrido tra una villa italiana e una dacia russa. La porta era aperta. La stanza che intravedemmo era arredata come un salotto nel quale da qualche generazione non era cambia-to nulla. Le piastrelle dai motivi vegetali gialloverdi risplendevano come lucidate di fresco.
Ci facemmo notare in qualche modo ed entrammo. All’atrio con le sue poltrone, divani, tavoli, comò e credenze – queste ultime ornate da molte fotografie in bianco e nero racchiuse in cornici – era annessa una costruzione in legno con diversi tavoli da pranzo, una sorta di giardino d’inverno, decorato anche all’interno con intagli sopra le finestre. C’era profumo di cardamomo, o così mi parve.
Eravamo ancora nel giardino d’inverno quando udimmo un rumore: dovevano essere i passi di un animale sulle piastrelle. Per un momento si fermò, l’orecchio teso come noi, poi si avvicinò – un cagnolino, che appena ci scorse arretrò spaventato, ma subito dopo prese ad abbaiare a più non posso. Mentre uscivamo lentamente, passo dopo passo, con le bambine che ci seguivano, lui indietreggiava e abbaiava sempre più agitato.
“Dodo! Vieni qui!” esclamò una voce maschile.
Sulla porta c’era un nero. Aveva alzato gli occhiali a specchio sulla fronte e ci guardò stringendo gli occhi. Indossava un camice grigio dalle maniche lunghe, che gli arrivava quasi alle ginocchia, e infradito verdi.
“We are open at three,” disse e sgridò il cagnolino in italiano. Ma quello non gli diede ascolto, né smise di agitarsi per la nostra presenza.
Pregai l’uomo, evidentemente il custode, di lasciarci accedere comunque alla nostra camera, dissi che avevamo un lungo viaggio alle spalle, volevamo lavarci ed eravamo stanchi.
“No,” replicò scuotendo il capo con fermezza. Gli altri ospiti se ne erano appena andati, la camera era ancora da rifare.
Un po’ irritato dal latrato incessante e dalle bambine che nel frattempo si erano messe a strillare, dissi che avremmo aspettato lì finché la camera non fosse stata pronta.
“We are open at three,” ripeté lui con la sua buona pronuncia inglese, tirò su col naso e sparì dietro la casa senza più badare a noi e al cane.
Quest’ultimo smise di abbaiare solo quando Tanja cominciò a offrirgli le polpettine che, proposte come “specialità berlinese”, erano avanzate dal matrimonio.
Ci sedemmo nel giardino d’inverno e a quel punto fummo contenti delle provviste che ci avevano impacchettato a Ragusa nonostante le nostre proteste. Nella finestra vedemmo passare il custode, in una mano scopa e spazzolone, nell’altra un secchio. Lo seguii con lo sguardo finché non sparì nella casetta a mezza via tra il portone e la villa.
Poi osservammo le fotografie nell’atrio. La più grande era una foto di nozze, con l’uomo in uniforme – doveva risalire all’epoca della Prima guerra mondiale. La coppia era ritratta anche nella maggior parte delle altre foto. Solo in quelle più tarde, che datammo agli anni quaranta, l’uomo non c’era. La donna invece pareva non invecchiare mai. Una sua foto era a colori.
Poiché mancava ancora più di un’ora alle tre, facemmo una passeggiata. Scendemmo lungo la strada, scovammo un sentiero che portava verso l’acqua e all’improvviso ci trovammo davanti il mare e l’isola di Ortigia con il centro storico di Siracusa.
Il sole alle spalle, ci sedemmo sulle rocce e guardammo i muri, i tetti e le torri in lontananza come un dono che ci sarebbe toccato nelle ore successive. A parte la Passeggiata a Siracusa di Seume e La guerra del Peloponneso di Tucidide, i due libri che da due settimane costituivano le mie letture di viaggio, su Siracusa non avevo ancora letto nulla. Poi le bambine e io gettammo sassi nell’acqua, Tanja ci riprese con la videocamera – e all’improvviso mi resi conto che la penisola su cui si trovava Villa Teresa doveva essere stata l’antico Plemmyrion, il luogo dove gli ateniesi avevano piantato il loro accampamento. E che quello dove sedevamo era il punto di massima vicinanza tra la nostra penisola e l’isola di Ortigia con la sua città antica, e quindi davanti a noi c’era l’imbocco del grande porto. Era l’imbocco che i siracusani avevano chiuso con le loro navi il giorno della battaglia decisiva, nel 413 avanti Cristo. L’intera flotta ateniese all’improvviso si ritrovò in trappola.
Non sono certo uno che ama visitare campi di battaglia, ma istanti come quello, che si presentavano da quando eravamo in giro per la Sicilia, mi gettavano ogni volta in un gradevole turbamento.
La Sicilia, tuttavia, non l’avevo mai sognata. Avevo sognato Roma, il Golfo di Napoli, la Puglia e l’Umbria, la Toscana, Genova, Ravenna e Venezia. Senza l’invito al matrimonio a Ragusa molto probabilmente non avremmo fatto le vacanze in Sicilia. Non saremmo andati a Napoli il mercoledì prima di Pasqua, per poi prendere da lì il traghetto per Palermo. Eppure già all’arrivo, quando vedemmo dalla nave la città bruna nella luce chiara e senz’ombre dell’alba, e poco dopo, mentre uscivamo da Palermo ancora deserta con i primi raggi di sole nello specchietto retrovisore, mi colse una gioia quasi baldanzosa. Nei giorni seguenti ogni passo e ogni sguardo, anche ogni odore e ogni boccone e ogni riga nella guida turistica, mi diedero la sensazione di essere nel posto giusto.
Avevamo discusso le singole tappe del viaggio: Erice, Trapani, Palermo e Monreale, i templi di Segesta e Selinunte e, sul percorso verso la parte sudorientale dell’isola, Agrigento, poi le città barocche intorno a Ragusa e Noto, dopo il matrimonio Siracusa, Taormina e ritorno a Palermo passando per Cefalù. Nonostante la lettura della guida turistica, giorno dopo giorno eravamo colti da meraviglia. E spesso ci accorgevamo quando ormai era troppo tardi di templi, teatri, chiese, palazzi e piazze che, strada facendo, avremmo assolutamente dovuto vedere. Com’era ridicola quella sensazione di essersi persi qualcosa! In Sicilia sembrava davvero indifferente verso quale città ci dirigevamo, quale sito o monumento visitavamo, quale percorso sceglievamo e quante volte ci fermavamo, eravamo sempre nell’ombelico del mondo.
Quale altro posto è più vicino all’Olimpo del Tempio di Afrodite a Erice? Ulisse ed Enea erano passati per questi luoghi, i fenici e i greci li avevano seguiti, si erano insediati qui sospingendo i precedenti abitanti nelle terre più interne. Cartagine accampò ripetutamente pretese su questa isola di fronte alle sue coste – Sicilia, una tappa nel viaggio dalla catena di Atlante all’Egitto. Poi l’isola fu conquistata dai romani. Fino a questo punto, Tanja e io riuscivamo ancora a seguire la storia. Ma all’enumerazione dei successori, romani d’Oriente, bizantini, saraceni e normanni, perdevamo spesso il filo. Cercavo di capire chi aveva combattuto con chi e contro chi, ma davanti al Duomo di Monreale o a una chiesa come San Giovanni degli Eremiti a Palermo finivo presto per rinunciarci. Metterci sulle tracce delle diverse influenze che qui s’incontravano e si fondevano divenne per noi una vera e propria passione. In nessun altro luogo era evidente come in Sicilia che la storia ha qualcosa a che vedere con una stratificazione* anche se le epoche dopo Federico II, con gli angioini e gli aragonesi, o spagnoli, gli Asburgo, i francesi e i Savoia si confondevano di continuo. A Ragusa Tanja si era fatta annotare dal padre della sposa diversi termini e nomi di città che il siciliano aveva ereditato dall’arabo. Un compagno di scuola dello sposo, un tizio dai capelli rossi, ci fu presentato come “normanno”, e alcune pietanze che mangiammo avevano origini africane o arabe. E ora avremmo visto Siracusa, il cuore dell’antica Sicilia.
Sulla via del ritorno alla villa raccontai a Tanja quel che avevo letto qualche giorno prima: sulla nostra penisola 2420 anni prima si era consumata una tragedia. Dopo il fallimento di un disperato tentativo di attacco da parte della flotta ateniese, i soldati si erano rifiutati di tornare sulle navi per osare un secondo attacco. Preferirono mettersi in salvo sulla terraferma e tentare di raggiungere i loro alleati sulle montagne. Per i feriti e i malati questa decisione equivalse a una condanna a morte. A nulla servirono le loro suppliche. Quelli che ancora erano in grado di camminare e lottare abbandonarono ciò che non potevano portare. Al momento di mettersi in cammino si saranno tappati le orecchie per non udire le imprecazioni e le maledizioni che accompagnavano la loro partenza. Si separarono da commilitoni di cui forse ad Atene erano stati amici o vicini, non riconoscevano più i parenti assieme ai quali avevano veleggiato dall’Attica fino a lì per conquistare Siracusa. Eppure avranno avuto il presentimento che nel giro di qualche ora o giorno anche loro sarebbero stati trucidati, massacrati, mutilati come coloro che abbandonavano. Del resto, come si potrebbe sopravvivere a un simile addio?
Ritornati a Villa Teresa – le bambine avevano scoperto due altalene e adesso erano occupate –, notammo con spavento che la nostra macchina era stata completamente svuotata. Mancava persino il sacchetto delle immondizie. Tuttavia l’auto era chiusa. Evidentemente avevo lasciato la chiave infilata, perché non la trovai.
Girai intorno alla villa in cerca del custode, con il cane Dodo sempre a corrermi lesto tra i piedi, tanto che rischiai più volte di inciampargli addosso. La piscina sul retro era riempita d’acqua fino a metà. Più oltre si estendeva un frutteto. Proprio mentre Tanja diceva che sicuramente non erano stati dei ladri a svuotare la macchina, perché altrimenti avrebbero portato via anche quella, udimmo una musica provenire dalla casa, solo poche battute, e in seguito, piuttosto ovattata, una voce.
Salii le scale fino al primo piano. Buio e silenzio. Neanche i miei richiami ottennero risposta. Bussai alla prima porta, era chiusa a chiave. Una risata acuta, seguita da una voce maschile, mi spinse oltre. Bussai brevemente e aprii la porta.
L’uomo, più disteso che seduto sulla sua poltrona da ufficio, era nero come il custode, parlava al cellulare – non avevo idea di che lingua fosse – e rideva con un tono forte e acuto; osservai invidioso le linee bianche della sua dentatura. Indossava una camicia marrone aderente e gesticolava con la mano sinistra, al cui indice roteava l’anello con la chiave della nostra macchina. Non mi degnò di un solo sguardo, ma da sotto la scrivania allungò un piede contro una sedia, sicché il sedile si girò dalla mia parte. Lo interpretai come un invito. Senza interrompere il profluvio di parole si sporse in avanti, prese alcune carte da un fascicolo, staccò la clip, le sfogliò con una mano, sempre con la nostra chiave al dito, estrasse un paio di occhiali senza montatura dal taschino della camicia, li inforcò, con le punte delle dita spinse un foglio verso di me – il modulo di registrazione nel quale, con una calligrafia svolazzante, erano già stati inseriti i nostri dati – e vi mise sopra la nostra chiave come fosse un fermacarte. Poi si riappoggiò all’indietro, gettò gli occhiali sul tavolo e aprì il cinturino in metallo del suo sfarzoso orologio digitale, che a quel gesto gli scivolò fino all’incavo del gomito.
Tentai inutilmente di afferrare singole parole nel suo eloquio in piena. Se guardavo dalla finestra, distinguevo tra gli alberi, in lontananza, Siracusa. Udivo il cigolio metallico dell’altalena e la voce di Tanja. A un tratto la telefonata finì, come se avesse riattaccato nel bel mezzo della frase.
“Idris,” disse porgendomi la mano al di sopra del tavolo e guardandomi raggiante. Dissi il mio nome e spiegai in inglese che eravamo lì già dal mattino e avevamo parlato con il suo collega, l’housekeeper.
“The housekeeper?” chiese Idris.
“Yes,” dissi, “your colleague.” Chiesi se per caso fosse stato il custode a tirar fuori dalla macchina le nostre cose.
“Okay,” disse Idris, chiuse il cinturino dell’orologio, si alzò dalla poltrona e mi precedette. Mi diede le solite informazioni: colazione nel tal locale a partire dalle otto, parcheggio per la macchina dietro la foresteria, il conto andava saldato in contanti. Mi stupì che fosse scalzo. I due mignoli erano avvolti da cerotti.
Dall’armadio a muro accanto alla porta d’ingresso prelevò una lunga chiave attaccata a un pezzo di legno con sopra impresso un tre. Salutò Tanja e le bambine in italiano, mi porse la chiave e ci gridò ancora qualcosa mentre spariva dietro la villa seguito da Dodo. L’indomani, tradusse Tanja, avremmo potuto fare il bagno in piscina.
Riuscimmo a malapena a mettere piede in camera, perché il nostro bagaglio ingombrava gli stretti corridoi tra i letti e i due mastodontici guardaroba. Persino con la finestra aperta e la luce del sole, lì dentro rimaneva buio. I letti erano vecchissimi. Il nostro sacchetto con l’immondizia era infilato nel cestino della carta. Solo dopo aver sistemato le valigie e le borse nel grande armadio vedemmo le piccole piastrelle rosso scuro del pavimento che risplendevano sotto la luce del lampadario, come se fossero state lucidate con la cera.
Fu difficile convincere le bambine a ripartire. Non volevano già risalire in macchina, ma continuare a dondolarsi sull’altalena o tutt’al più andare un’altra volta al mare. Promettemmo loro gelato e pizza, e che saremmo ritornati presto. Ciò nonostante partimmo tardi. Pum Pum ci condusse come richiesto al parcheggio appena fuori dal centro storico. Con Pum Pum nella borsetta di Tanja raggiungemmo Castello Maniace, all’estremità dell’isola, comprammo un gelato, mangiammo una pizza nel primo ristorante che trovammo aperto e pianificammo il giro del giorno dopo. Sulla via del ritorno ci ritrovammo in coda. Nelle immediate vicinanze doveva esserci stato l’antico Olympieion, e quindi ci trovavamo su quello che un tempo era stato un campo di battaglia. Ma intorno a Siracusa non c’è nessun luogo che non sia stato, prima o poi, un campo di battaglia.
Quando svoltammo nella proprietà di Villa Teresa, tra gli alberi aleggiava un fumo grigio scuro. C’era un odore come di trasformatore bruciato. In camera nostra il puzzo non era meno intenso, perché avevamo lasciato la finestra aperta. Provammo a creare una corrente d’aria, ma non fece che peggiorare le cose.
Il fuoco ardeva sotto una delle querce tra la villa e il nostro edificio. O meglio, il fuoco covava e fumava più di quanto non ardesse, perché sopra i rami e le frasche c’erano vari tubi di plastica e alcuni pezzi di raccordo ad angolo retto. Non si vedeva nessuno. Il vento continuava a cambiare, così correvamo qua e là per evitare che il fumo ci avvolgesse. Con un rastrello che trovai appoggiato al tronco tentai di allontanare dal fuoco i tubi e i raccordi anneriti, ci riuscii anche, poi però vidi che sotto ardeva ancora più plasticume. Tanja partì con le bambine a prendere dell’acqua. Smembrai il cumulo ardente, pescai i rifiuti e li tolsi dal fuoco. I resti carbonizzati avevano un’aria spettrale, come moncherini di braccia o gambe. Dopo averli bagnati puzzavano ancora, come se l’acqua non avesse alcun potere su di essi. “La cosa migliore,” disse Tanja, “è che li sotterri.”
Stavo per chiederle con che cosa avrei dovuto sotterrarli, quando ci ritrovammo davanti il custode dal camice grigio. Mentre noi scansavamo il rado fumo che ancora saliva nell’aria, lui parve non notarlo nemmeno. Si limitò a stringere gli occhi e guardare quel che avevo combinato. Poi storse la bocca in una smorfia – già mi aspettavo gli insulti, se non addirittura le maledizioni che mi avrebbe lanciato un attimo dopo.
“Scusi,” dissi, cercando di ricordare come si dice puzzo in inglese, quando Tanja gli rivolse la parola in italiano.
Come un attimo prima il diverbio con il custode mi era parso inevitabile, così ora ero certo che sarebbe andato tutto bene. Dal discorso di Tanja, che sembrava consistere di un’unica lunga frase, emanava un che di conciliante.
E poi accadde qualcosa di strano. Ancora oggi non so dire se dipese dal fatto che vidi i cerotti ai mignoli dei suoi piedi e l’orologio con il cinturino di metallo – o se non furono piuttosto i suoi tratti a cambiare. Non solo l’espressione del suo volto si alterò, mi parve che anche le proporzioni fossero mutate. Adesso la sua fronte mi sembrava più alta e libera, gli occhi non più così incavati nelle loro orbite. Persino la sua testa, all’improvviso, poggiava sul busto in modo diverso. Il custode si era trasformato in Idris. Deglutì, fece boccuccia, ma un attimo dopo scoppiò a ridere. Come se quello fosse stato un segnale, a quel punto comparve anche Dodo.
Tanja e Idris rimasero presso il fuoco a conversare, mentre io accompagnai le bambine all’altalena e poi aprii porta e finestre della nostra camera.
Quando Tanja arrivò, le confessai il mio errore.
“Già,” disse. “C’è qualcosa di strano, in lui. Oppure siamo noi che non capiamo.”
Alle bambine piacquero i letti. Io ci sprofondai e, se volevo vedere Tanja e le bambine, dovevo sollevare la testa. Quando finalmente ci fu pace e ognuno di noi era disteso nel suo esile letto come in una bara – già dopo pochi minuti mi doleva la schiena –, chiesi a Tanja cosa intendesse con quel “non capiamo”.
“Che non abbiamo nessuna esperienza con uno come lui,” disse, era come se dovessimo datare una calligrafia cinese. Ma subito aggiunse che era un paragone stupido e del tutto scriteriato e che dovevo scordarmelo.
Da fuori giunse un rumore simile al cigolio metallico dell’altalena, o almeno così me lo immaginai. Tanja disse che erano ululoni, che quello era il verso degli ululoni dal ventre giallo. Ne aveva avuti alcuni nel giardino di casa quando viveva ancora con i suoi. Ma io continuavo ad avere davanti agli occhi l’altalena vuota.
Il mattino dopo – contro ogni previsione avevamo dormito bene – prima ancora di fare colazione andai con le bambine all’altalena. Le spinsi con forza, ma mi sembrò che il cigolio della notte precedente fosse stato più forte.
Idris, che indossava una maglia rossoblu dell’FC Barcellona decisamente abbondante, per colazione ci preparò uova strapazzate. Ma l’attrazione fu il suo caffè dolce: mise sopra il fornello un telaio di metallo che reggeva tre bricchetti dotati di lunghi beccucci. La preparazione fu un procedimento interminabile, durante il quale Idris aggiunse anche un po’ di cardamomo. Sulla sua schiena campeggiava un grande nove, e sopra lessi: ETO’O.
Le bambine si papparono diversi toast alla marmellata, soprattutto per far sì che aprissi ogni volta un altro di quei minuscoli vasetti. Tentarono di imitare il rumore che si sentì la prima volta che svitai il coperchio e che le aveva divertite in modo esagerato. Mi alzai per primo, portai la macchina davanti al nostro edificio, infilai nello zaino l’acqua, la crema da sole e qualche biscotto, inserii nel navigatore l’indirizzo della Latomia del Paradiso, la cava con l’“Orecchio di Dioniso”, mi allungai come potei sul sedile del passeggero e mi misi a sfogliare Tucidide. Volevo rileggere l’inizio del capitolo sulla spedizione in Sicilia, quando mi accorsi che subito prima c’era il famoso dialogo dei meli, nel quale gli ateniesi, quando si fa appello al loro senso di giustizia affinché non assoggettino l’isola neutrale di Melo, rispondono a muso duro: pari diritto vi è solo tra chi ha pari forza, e chiunque abbia tanto potere quanto ne hanno loro agirebbe in questo modo. Dopo tutto il tira e molla, Tucidide dedica alla fine dei meli, che si arrendono senza condizioni, solo poche righe: “Gli ateniesi passarono per le armi tutti gli adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi i fanciulli e le donne: quindi occuparono essi stessi l’isola e più tardi vi mandarono cinquecento coloni”. Il massacro dei meli diventa l’inizio e il cattivo presagio della spedizione in Sicilia.
Proseguii la lettura, una pagina dopo l’altra, ma un po’ alla volta persi la pazienza, suonai il clacson e, poiché non si vide nessuno, ritornai alla villa. Dall’aspetto del nostro tavolo sembrava che avessimo interrotto la colazione solo per un breve momento.
Alla fine trovai tutti dietro la casa, vicino alla piscina. Piccole onde sciabordavano lungo tutto il perimetro della vasca. Le bambine erano accovacciate immobili sul bordo e scrutavano l’acqua. Tanja era dall’altra parte, seduta su una sedia di vimini. Idris le stava parlando animosamente, serio in volto, le braccia in alto e le dita allargate.
Mi stavo avvicinando alle bambine, quando all’improvviso, vicinissimo a loro, affiorò qualcosa che mi terrorizzò. Anna e Paula invece non ne furono sorprese né tradirono paura. Si misero a osservare quel mezzo subacqueo – una specie di grande carro armato giocattolo che si muoveva su due nastri di gomma. Dopo qualche secondo l’apparecchio si immerse di nuovo, scese lungo la parete della vasca, scivolò in orizzontale e si inabissò. Idris ballonzolava di fronte a Tanja. Adesso vedevo soltanto la sua schiena. Non capivo perché Tanja se ne stesse lì seduta in poltrona ad ascoltarlo invece di prepararsi e preparare le bambine per la nostra gita, né riuscivo a immaginare per cosa potesse esser buona quella macchina. Come se nulla potesse ostacolarla, risalì imperturbata l’altra parete della vasca e lì affiorò per un momento dall’acqua mentre Idris stava esclamando “Is that good?” e anzi, lo stava addirittura urlando addosso a Tanja con il volto deformato dal disgusto: “Is that good?”.
“Che cosa state aspettando?” chiesi nel silenzio che seguì il suo sfogo.
Dapprima pensai che Tanja non mi avesse sentito. Poi però, con un sorriso incerto e supplichevole che non le avevo mai visto, si alzò e mi chiese se potevamo accompagnare Idris in città.
“Sicuro,” dissi. Tanja gettò solo un’occhiata all’apparecchio, che adesso stava di nuovo scendendo lungo la parete della vasca, poi si affrettò passandomi accanto. Quando l’ebbi raggiunta le chiesi perché non fossero venute subito.
“Ti spiego più tardi,” disse Tanja e chiamò le bambine, che erano ancora accoccolate a bordo vasca.
“Ti ha insultato?”
“No. È del Darfur.”
Tanja tornò indietro, perché le bambine non riuscivano a staccarsi da quel robot subacqueo, le tirò per le mani e le portò in casa. Idris si era cambiato e adesso indossava una camicia a strisce rosse e nere e un paio di jeans, dalla spalla gli pendeva un borsone da viaggio nero, apparentemente vuoto. Gli aprii la portiera sul lato del passeggero. Lui indicò il tachimetro.
“Twohundredforty?”
“Little bit less,” dissi.
“Škoda” – pronunciò Škodda – “is made in Germany?”
“In Czechoslovakia,” dissi, benché volessi dire “in Czeck or Slovakia”, perché tutt’a un tratto non sapevo più in quale dei due paesi la fabbricassero.
Idris si appoggiò all’indietro e allungò le gambe. Ai piedi aveva di nuovo le infradito verdi. I due mignoli erano avvolti in cerotti nuovi. Restammo in silenzio finché arrivò Tanja con le bambine.
“Stop,” disse lui quando ci immettemmo in strada, scese e chiuse il portone alle nostre spalle. Tanja chiese se per me andava bene che ci ritrovassimo con Idris verso le sei del pomeriggio presso il duomo.
“Quindi lo portiamo a cena con noi?”
Tanja fece spallucce.
Idris voleva andare in un supermercato alla periferia della città. Mi guidò con la mano sinistra, con gesti che apparivano eleganti, come se imitasse un pesce. Avevo già il dito sul tasto di spegnimento del navigatore, ma le bambine e Tanja protestarono e pretesero addirittura che alzassi il volume di Pum Pum. Tanja sostenne che nell’ordine reiterato di Pum Pum – “Fate inversione a U!” – c’era una punta di risentimento. Ma io amavo proprio la stoica calma di quella voce, che perdonava ogni errore senza lasciarsi distogliere dalla propria meta.
La mano di Idris ondeggiava a destra o a sinistra, io seguivo la sua direzione.
“Cos’è che ti ha detto?” chiesi guardando Tanja nello specchietto retrovisore. Tanja sgranò gli occhi e scosse brevemente il capo, come se Idris capisse il tedesco. L’attimo dopo era già nuovamente rivolta alle bambine e le fece ridere annunciando in tono brontolante: “Se possibile, fra trecento metri fare inversione a U!”.
Pregai Tanja di non fare troppo la sciocca, perché temevo che Idris potesse credersi l’oggetto delle loro risate. Era evidente, infatti, che il suo pesce pilota aveva perso l’orientamento.
“U-turn,” disse infine Idris sottovoce dopo che avevamo passato un quartiere di recente costruzione e le case erano finite, e indicò con il pollice alle nostre spalle.
Si fece scaricare a un incrocio, di certo senza sapere bene neanche lui che cosa ci sarebbe stato a fare. Gli proposi di proseguire, ma lui insisté per scendere e definì quel posto sperduto “the right place”.
“Alle sei al duomo,” disse mentre scendeva, senza voltarsi verso Tanja o me, e se ne andò ciabattando.
“Ebbene, che ti ha raccontato?” domandai.
“Devo proprio parlarne adesso, davanti alle bambine?” chiese lei. La osservai nello specchietto retrovisore, ma lei non ricambiò il mio sguardo.
Tanja rimase seduta dietro e anche questo mi indispettì. Ma non volevo guastare quella giornata, il nostro unico giorno intero a Siracusa, con simili fastidi. Seguii le indicazioni di Pum Pum, che in meno di dieci minuti ci guidò dalla periferia al parcheggio presso le cave.
Assieme a noi entrarono nel sito archeologico due gruppi di turisti. Lasciammo che ci precedessero e mandammo avanti anche le bambine. Affinché Tanja non credesse che me ne stessi tutto il tempo ad aspettare una risposta, le raccontai di nuovo degli ateniesi, di come si sfinirono nel tentativo di portarsi nell’entroterra dell’isola. Solo settemila dei quarantamila che pochi giorni prima si erano messi in marcia dalla penisola dove ci trovavamo erano sopravvissuti. Ma una volta tornati alle cave erano morti di stenti, con un quarto di litro d’acqua al giorno e un po’ di pane. Poiché erano costretti a fare tutto nello stesso posto, e dovevano persino ammucchiare lì i loro morti, si diffusero malattie. Il tanfo dev’essere stato infernale.
“Oggi è difficile immaginarselo,” dissi, “perché la maggior parte di quelle grotte simili a carceri sotterranee è crollata da tempo e questo parco non lascia intuire nulla.”
Tanja non stava ad ascoltare come faceva di solito e questo mi rese insicuro. Mi accorsi di come stavo montando in cattedra. “Tucidide,” proseguii, “definisce questa sconfitta la più significativa tra tutte quelle subite in quella guerra. Crede perfino che sia stata la più rovinosa in assoluto tra quelle che la tradizione orale aveva tramandato loro.”
Tanja tirò fuori la videocamera, aggiunsi soltanto che era stato già Tucidide ad abolire così gli dèi. “Non ha più bisogno di loro per spiegarsi il mondo. In lui tutto è ormai soltanto opera dell’uomo, è questa che lui vuole capire e spiegare. È il nostro testimone garante, il nostro alleato.”
“Continua a parlare,” disse Tanja e indirizzò l’obiettivo su di me.
“L’Orecchio di Dioniso,” dissi a guisa di un cicerone indicando la grotta dall’apertura simile a un arco ogivale. Feci cenno ad Anna e Paula di avvicinarsi e raccontai loro la storia del tiranno che lì aveva spiato i suoi prigionieri. È singolare che simili leggende rimangano impresse più degli avvenimenti reali.
Quando le bambine si credettero sole nella grotta, si misero a cantare: “Per fare un tavolo, ci vuole il legno” – una canzone che durante ogni viaggio in macchina avevamo dovuto metter su più volte. Le bambine parevano un piccolo coro.
Nell’antico teatro lì vicino lessi a Tanja alcuni brani dalla guida turistica, mentre Anna e Paula risalivano le gradinate bianche, fila dopo fila. Solo quando udii il tin-ton della videocamera mi resi conto che Tanja aveva filmato per tutto il tempo.
“Hanno massacrato quasi tutta la sua famiglia,” disse Tanja all’improvviso. “Gli uomini sono dovuti stare a guardare mentre le donne e le ragazze venivano violentate, e poi queste sono dovute stare a guardare mentre gli uomini venivano fucilati o sgozzati. Sua moglie e sua madre sono state bruciate vive nella loro capanna.” Tanja parlava in modo brusco e frettoloso, scodellava le frasi come una scolara che si sia ficcata in testa la lezione. Rividi quel sorriso incerto, estraneo. E poi udii, attutito dalla borsetta di Tanja: “Fate inversione a U!”. Tanja parve non accorgersi della voce, e anche a me ci volle qualche secondo per capire che doveva aver dimenticato di spegnere Pum Pum. “Idris ha avuto fortuna,” proseguì Tanja. “Non era lì e quando ha visto da lontano la capanna in fiamme è corso via, si è nascosto e ha fissato la nube di fumo che si era alzata sul villaggio. Anche suo figlio, Josef o Jussif, ha avuto fortuna, perché era da sua zia, dalla sorella di Idris. Josef o Jussif e la sorella sono sopravvissuti. Sono fuggiti in Ghana. Adesso per Jussif la zia è la madre. Si sentono regolarmente per telefono, parlano in housa o qualcosa del genere. E adesso lei vive in Congo, in una casa di pietra.”
Un singhiozzo interruppe le sue ultime parole. Le lacrime le scorrevano sul viso. Poi scoppiò in una breve risata, come se trovasse ridicolo il proprio comportamento, mi passò la videocamera e si asciugò le lacrime con entrambe le mani.
“Che stupidaggine,” disse e si guardò intorno cercando le bambine, che nel frattempo erano arrivate in cima e da lassù ci salutarono agitando le mani.
Avrei voluto dire a Tanja che ammiravo il suo intuito, perché si era accorta che in Idris qualcosa non quadrava. Ma dire adesso una cosa del genere mi appariva tanto sciocco quanto lo sarebbe stato qualsiasi altro commento o un accenno al Pum Pum parlante nella sua borsetta.
“Ma perché sei andata con lui?” le chiesi finalmente.
“Voleva mostrarci il depuratore per la piscina. Diceva che alle bambine sarebbe piaciuto.”
“Il carro armato subacqueo?”
Tanja annuì. “All’inizio ha raccontato di tutto,” proseguì un po’ più calma. “Che i suoi genitori hanno vissuto a lungo in Algeria, ma lui è nato in Sudan e non parla francese e siccome è musulmano prega cinque volte al giorno. Mi ha spiegato quando e quante volte bisogna lavarsi prima e che certe cose non è permesso mangiarle, ma il cammello lo si può mangiare, benché sia impuro, se dopo ci si lava per bene e cose simili. Ha detto che ha passato da solo il confine con il Ciad lontano dalle zone controllate, senza bagagli, senz’armi, facendosi notare il meno possibile, e lì è finito in un campo profughi. Allah lo ha guidato e protetto. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta. Poi con l’aiuto di Allah ha proseguito per la Libia, dalla Libia a Tunisi e da Tunisi, in nave, a Palermo.”
“Quand’è che se n’è venuto via?” chiesi.
“Tre anni fa. Su una vera nave, questo ci tiene a dirlo.”
“E qui? Ha i documenti in regola?”
“Non mi sono fidata a chiederglielo,” disse. “In ogni caso ha paura.”
“Della polizia?”
“In generale,” disse Tanja. “Alcuni ragazzi del vicinato gli hanno sparato con un fucile ad aria compressa. Poi però mi ha raccontato questa cosa di sua moglie e sua madre, e quel che sentì dire dalle donne del campo profughi, e continuava a ripartire dal fumo che aveva scorto dal suo nascondiglio, e mi chiedeva: ‘Is this good? Is that good?’, neanche avessi detto che era una buona cosa!”
Tanja singhiozzò di nuovo, rise, scosse il capo e si asciugò le lacrime. Volevo prenderla fra le braccia, ma si ritrasse. “Di loro non ha nulla. Neppure una foto,” disse.
Salimmo dalle bambine. Più tempo passavano giocando qui, più mi appariva probabile che un giorno si sarebbero ricordate di questo teatro e di questo panorama. Dal punto più alto riuscimmo a vedere il mare oltre gli alberi. Anche Pum Pum tornò a farsi sentire con la sua esortazione a invertire il senso di marcia. Non so perché né Tanja né le bambine udissero la sua voce. Io in un certo qual modo trovavo persino consolante che Pum Pum ci accompagnasse anche lì.
Più tardi andammo ancora all’Ara di Ierone II, dove ci furono ecatombi di tori sgozzati, e al Museo Archeologico situato presso Villa Landolina. Landolina è colui che aveva ospitato Seume a Siracusa. Lì si trova anche la tomba di August von Platen. Più volte mi ero già proposto di leggerlo. Pum Pum non tornò a farsi sentire. O la batteria si era scaricata o Tanja l’aveva spento senza dire nulla.
In realtà poi fu tutto come al solito. A me, però, una replica al resoconto di Tanja pareva sempre più ineludibile. So che sembra sciocco, ma per tutto il tempo ebbi la sensazione di doverle una spiegazione per qualcosa che io avevo commesso, per un tradimento, per uno sbandamento totale, per qualcosa che metteva in discussione la nostra unione.
Prima di andarcene facemmo uno spuntino vicino al museo. Davanti alla chiesa di Santa Lucia, che era chiusa, lessi ad alta voce qualcosa sulla santa cui erano stati strappati gli occhi – rinunciammo a visitare la pinacoteca con il dipinto di Caravaggio che ne illustrava la sepoltura, convinti che dalle bambine non potevamo pretendere di più.
In seguito tornammo a Ortigia, nel centro storico. Comprammo degli occhiali da sole alle piccole, ci trattenemmo a lungo in un negozio di pentolame, salutammo e ce ne andammo, poi ci ritornammo e acquistammo una grande terrina che ci facemmo impacchettare per bene (si è rotta comunque ma se ne sta, restaurata, sul nostro tavolo in soggiorno).
Per quasi tutto il tempo parlammo dei giorni passati, del matrimonio a Ragusa, dove Tanja aveva fatto da testimone di nozze, della processione del Venerdì santo a Erice con i santi che oscillavano qua e là, della Pasqua a Segesta con la caccia alle uova tra le rovine del tempio, le quali, inserite nel loro paesaggio, non appaiono assolutamente così tozze o corazzate come nelle foto. Parlammo di Selinunte, delle bianche rovine sul mare e dei detriti residui del tempio, ma non facemmo menzione di quel che ci era toccato vedere entrando in città. Un gatto era finito sotto la macchina davanti a noi. Quando sopraggiungemmo, la sua parte posteriore era schiacciata sull’asfalto, mentre il tronco, le zampe anteriori e la testa s’impennavano, un urlo che per noi rimase muto a causa del climatizzatore e del cd con le canzoni per bambini. E io, con il piede sul freno, mi coprii il viso con le mani, un riflesso che fino a quel momento non avevo mai provato di persona. Dissi qualcosa, “No!” o “Oddio!”, non ricordo più. Ma già l’attimo successivo tentai di centrare la sua testa con la ruota sinistra per porre fine alla sua pena. Parlammo del Duomo di Monreale e di come le bambine avessero voluto ascoltare una storia per ogni mosaico. Finché raccontavamo loro storie, ci seguivano dappertutto. Non accennammo al fatto che avevamo dovuto riscattare la macchina nel garage sotterraneo, perché i ragazzotti nella portineria ci avevano esibito un cartello dove c’era scritto che il garage chiudeva alle diciassette. La sbarra era abbassata, cosa c’era da discutere? Ricordammo il viaggio a Donnafugata e la passeggiata a Ragusa Ibla, su cui c’era ben poco da dire a parte che eravamo stati felici di essere insieme e di attraversare quei vicoli – ma a quel punto a Tanja spuntarono di nuovo le lacrime e io ammutolii, come se lei avesse intuito la mia manovra diversiva.
Era già tardo pomeriggio quando finalmente giungemmo alla piazza del duomo. A quell’ora sembrava quasi che la luce irradiasse dalle facciate, così come di sera il calore del giorno emana dalle rocce. Una luce chiara riempiva ancora la piazza allungata, resa irregolare dalle prominenze di case e palazzi, e svelava la facciata barocca del duomo in tutta la sua materialità.
E poi mi vedo chiaramente mentre salgo ignaro la scalinata, una mendicante mi tiene aperta la porta, aspetto finché Tanja e le bambine sono sparite nell’oscurità davanti a me, le seguo e... resto di sasso. O almeno ho quest’impressione. Non mi ero aspettato nulla di preciso, ma mai un tempio antico. E comunque quella che vedevo era una colonna dorica. Fino all’altezza degli occhi non era riconoscibile come tale, perché i rocchi inferiori erano talmente consumati e deformati – scendendo verso il basso diventava persino più sottile –, che più che una colonna ricordava un masso erratico. Solo più sopra si potevano intuire i solchi e, tra di essi, la spina di pesce, come su un campo arato a fine autunno. Tuttavia, soltanto lì dove nessuna mano poteva più arrivare i motivi si palesavano nella loro purezza e risalivano la colonna fino al capitello, come se fossero stati appena incisi. Tanja mi guardò, come aspettandosi una spiegazione. Ma anch’io prima di allora non ero mai stato in un posto del genere.
Vagammo nella chiesa come se fossimo finiti in un paese di fiaba. Persino Anna e Paula parevano avvertire che lì dentro c’era qualcosa di diverso dal solito.
Alla parete nord gli spazi tra le colonne erano murati, ma sul lato sud, dove era stata aggiunta la cappella, queste erano visibili quasi per intero.
Potrà sembrare esagerato se dico che il mio corpo si rifiutava di credere a ciò che vedevano i miei occhi: uno spazio cinto da colonne antiche. Ancora oggi mi pare di provare lo smarrimento che quella vista suscitò in me. Una sensazione simile è forse quella che coglie gli speleologi quando scoprono all’improvviso dei disegni alle pareti delle grotte, nella luce delle lampade.
Cercai un punto abbastanza luminoso, mi sedetti tra i banchi e aprii la guida turistica.
Ci trovavamo in un tempio di Atena edificato intorno al 480 avanti Cristo come tempio della vittoria dopo che Gelone aveva sconfitto i cartaginesi a Imera. Circa mille anni più tardi era stato trasformato in basilica cristiana. I muri della cella erano stati in parte demoliti, così da apparire in seguito come due file di pilastri delimitanti la navata centrale. Il muro trasversale era stato abbattuto, lo spazio tra le colonne murato e l’ingresso spostato da est a ovest.
Qui per 2500 anni i credenti avevano offerto sacrifici a dèi diversi con diversi riti, i partecipanti a queste cerimonie avevano lasciato le loro tracce, il sudore delle loro mani era filtrato nella pietra quando, accalcandosi come un pavido gregge, imploravano aiuto e protezione da ateniesi e cartaginesi, da romani e arabi, da fascisti e Alleati. Forse a queste colonne si era appoggiato Platone, ateniese nel tempio di Atena nella città del nemico di un tempo. E se non Platone, allora forse Eschilo o Pindaro o Archimede. Che miracolo, pensai, che anch’io possa appoggiarmi a queste colonne, giacché nel nostro mondo le pietre una sopra l’altra durano a malapena qualche secolo. Nell’istante in cui le mie dita seguivano le scanalature, mi parve che non vi fosse nulla di più umano di quello spazio – come se l’annuncio di quel miracolo dovesse bastare a porre fine a tutti i crimini e a ogni distruzione. Come Ulisse o Enea avevano potuto vedere l’aldilà, il mondo di coloro che non erano più su questa Terra, così io vedevo quello spazio.
Già da un po’ avevo perso d’occhio Tanja e le bambine, ora mi guardai intorno cercandole invano. Mi assalì una vera e propria nostalgia, il desiderio struggente di essere lì assieme a loro, tra quelle colonne.
Vicino all’ingresso, davanti alla cappella laterale con l’antico vaso di alabastro poi utilizzato come fonte battesimale, mi fermai un’altra volta e osservai i volti di quelli che stavano entrando in chiesa in quell’istante. Giunti a destinazione, pensai all’improvviso, e in un primo momento non ricordai dove avevo sentito questa frase.
Quando uscii dalla chiesa e cercai una moneta per la mendicante, Tanja mi fece un cenno. Davanti a lei c’era Idris, che mi dava le spalle e con il suo borsone somigliava a uno dei venditori ambulanti che avevamo visto a Palermo e Agrigento. Anna e Paula scorazzavano sulla piazza, alcuni ragazzi giocavano a pallone.
“La più bella chiesa che abbia mai visto,” dissi e lo ripetei in inglese.
“Adesso vorrei andare a casa,” disse Tanja sottovoce, sorridendo. “Per favore.”
“Non vogliamo andare prima a mangiare qualcosa?” chiesi. Ma non erano neanche le sei.
“Possiamo fare un po’ di spesa,” disse Tanja e si voltò per incamminarsi.
Volevo ancora vedere dall’esterno il lato nord della chiesa con le colonne murate. Ci incamminammo tutti e cinque costeggiando l’edificio. Ripetevo ogni cosa in inglese per Idris.
Presso le colonne posteriori – che un tempo erano state quelle frontali – si vedeva come il terremoto aveva spostato i rocchi, che senza il muro in mezzo sarebbero certo crollati. Idris mi seguiva nonostante il pesante borsone da viaggio. Posava continuamente una mano sulla pietra, come per verificare le mie parole.
“Very old,” disse.
Gli offrimmo un gelato. Al ritorno diede un calcio al pallone dei ragazzi, che volò in un ampio arco sulla piazza. Chiesi a Tanja se prima di rientrare non volessimo almeno mangiare una pizza.
“Non ne posso più!” sibilò. “Perché non lo capisci?”
Nel viaggio di ritorno posizionai Pum Pum in modo che anche Idris potesse vedere il piccolo schermo. Aveva tolto gli occhiali da sole e confrontava lo schema di Pum Pum con la strada. Ogni volta che svoltavo, scoppiava a ridere e alzava il pollice. La sua meraviglia mi riempiva di un orgoglio infantile, come se con Pum Pum disponessi di una dea che davvero guida e orienta. Quando annunciò “Siete giunti a destinazione!”, Idris disse: “Good lady!” e scese dall’auto.
Seguii le bambine all’altalena. Tanja entrò in casa, ma mezz’ora dopo ne uscì con un piatto pieno di spicchi di arancia e biscotti. Più tardi leggemmo ancora un bel po’ di storie alle bambine e presto ci coricammo anche noi.
“Mi dispiace che ti sia toccata una simile batosta,” dissi nel buio. Tanja non rispose. Si girò nel letto e a un certo punto disse solo: “Buona notte”.
Dopo colazione – ci eravamo svegliati presto e avevamo preparato tutti i bagagli – pagando diedi a Idris cinquanta euro in più. Quando ricontò i soldi e se ne accorse, esclamò: “Why? Why? Why?”. Scosse la testa a lungo, infilò i soldi nel taschino della camicia e scrisse il suo numero di cellulare sul bordo della ricevuta.
Poco dopo, quando volemmo salutarlo tutti assieme, fu di poche parole. A quanto pareva, il depuratore nella piscina non rispondeva più al telecomando.
Idris correva avanti e indietro vicino alla vasca, imprecando, e alla fine sparì in casa. Dodo lo seguì.
Andammo alla Fonte Aretusa, a pochi chilometri da Siracusa, perché lì crescono piante di papiro, le uniche al di fuori dell’Egitto, a quanto pare. Poi viaggiammo senza soste fino a Taormina e, invece di fermarci a dormire come avevamo pensato inizialmente, proseguimmo già nel buio verso Cesarò. A un certo punto spensi Pum Pum, perché dovevamo seguire una deviazione più lunga. Quando lo riaccesi, diede di nuovo un fatal error. Dovemmo svuotare mezza macchina per ritrovare lo schizzo del percorso che ci avevano fatto gli amici di Tanja a Ragusa. Finalmente trovammo la casa vicino a Cesarò. Giuseppe e Thomas presero bene il nostro arrivo anzitempo, benché la camera degli ospiti fosse ancora occupata. Si sorbirono pure la gioia che Tanja mostrò nel reincontrarli. Li abbracciò come se non li vedesse da un’eternità.
Trascorremmo da loro tre giorni. Nei momenti in cui non eravamo invitati a tavola dalla famiglia di Giuseppe, sedevamo sulla terrazza, giocavamo all’uomo nero o a non t’arrabbiare con le bambine e guardavamo l’Etna in lontananza. Persino la nube di fumo sopra il bordo del cratere mi faceva pensare a Idris.
Una volta facemmo una gita a Randazzo. Di questa ho già scritto, ma senza citare Idris. In quella storia lui non c’è, proprio come nelle molte riprese fatte da Tanja con la videocamera.
Nel viaggio di ritorno facemmo una sosta intermedia a Cefalù per visitare la cattedrale normanna. La sera a Palermo prendemmo il traghetto. Rimanemmo sul ponte di coperta finché le ultime luci dietro di noi sparirono, lasciando di sé solamente il riverbero nel cielo nuvoloso.
Due o tre volte l’anno Tanja e Idris si sentono per telefono. Da due anni Idris si occupa di appartamenti da villeggiatura nei pressi di Enna. Vorrebbe tanto un lavoro a Palermo, perché lì ha amici o almeno gente con cui può parlare. Adesso ha una macchina e a volte, quando non ne può più, se ne va per qualche ora in città. L’ultima volta, quando Tanja gli ha chiesto se possiamo aiutarlo in qualche modo, ha risposto che gli piacerebbe avere un navigatore. Lo stesso che abbiamo noi. Idris insiste perché prenotiamo le nostre vacanze dai locatori per i quali lavora e perciò ogni volta le detta il numero di un certo appartamento. Non è più caro degli altri, dice, ma è il più grande e quello con la vista più bella. E ogni volta Tanja si annota di nuovo il numero e l’indirizzo e-mail dei locatori. Perché in realtà abbiamo anche intenzione di ritornarci, in Sicilia. E poi così potremmo portare direttamente con noi un Pum Pum per Idris.
* Gioco di parole tra Geschichte, storia, e Schichten, strati. [N.d.T.]