LA NOSTRA SANTA
Ero grato a Valentina per essere salita con me nel taxi che doveva portarmi alla stazione, mi riusciva difficile lasciare Napoli. Quando dal dedalo dei vicoli ci immettemmo sulla Riviera di Chiaia, l’autista si arrestò. Davanti all’inappariscente civico 202, dal cui piano nobile, al parapetto del balcone, pendeva un telo con la scritta “Goethe Institut”, una folla di persone bloccava la carreggiata a più corsie.
Il colpo secco del bloccaporte automatico mi giunse come un avvertimento. Il nostro autista seguiva vicinissimo, tanto che i paraurti quasi si toccavano, una Mercedes grigia metallizzata dell’impresa di pompe funebri “Persefone” che, a quanto pareva, era l’unica a poter passare.
“Ah, avrei dovuto saperlo,” disse Valentina, “oggi è il tredici.”
Accanto a stendardi religiosi ricamati in oro come quelli che si trovano nelle processioni, degli africani – vidi quasi solo neri – tenevano in alto diversi manifesti. Su tutti campeggiava la stessa gigantografia a colori di una donna bianca tra i cinquanta e i sessanta dal volto scarno, i cui occhi infossati e le labbra sottili contrastavano stranamente con una chioma bionda e riccia, sicché il ritratto pareva un fotomontaggio.
“Quella è la vostra santa,” disse Valentina. “La vostra Karin, Karin Böttcher! – Mai sentita nominare, davvero? Qui la conoscono tutti.”
“Karin Böttcher?”
“Lavorava al Goethe Institut, come bibliotecaria. È stato ormai un bel po’ di tempo fa.”
La calca si stringeva a tal punto contro la macchina che proseguire sembrava impossibile. Invece all’improvviso la Mercedes davanti a noi accelerò, il nostro taxi le rimase alle calcagna, qualcuno picchiò sul nostro tetto – ma ce l’avevamo fatta. Il carro funebre mise la freccia e lentamente si portò verso il margine della strada. Mentre lo superavamo feci in tempo a vedere il bagagliaio pieno di fiori – fiori singoli, non mazzi o corone, tutti fiori singoli che nel giro di qualche ora sarebbero appassiti.
“Karin è stata forse la miglior bibliotecaria che Napoli abbia mai avuto,” disse Valentina. “Ma dopo tre anni conosceva quasi ancora solo il percorso da casa all’istituto e viceversa. Abitava lassù, non lontano dall’Hotel Britannique, è lì che andranno adesso, tutti quanti.”
“Vuoi dire che adesso vanno tutti in pellegrinaggio lassù, dove lei abitava?”
“Sì, certo, e lì comincerà la vera festa, canteranno e balleranno e mangeranno e berranno, una festa in piena regola.”
Tracciando un ampio arco passammo davanti al consolato americano e adesso sfrecciavamo sulla litoranea nella direzione opposta, a destra il mare, a sinistra il parco con le palme e l’acquario.
“Nei fine settimana si rifugiava sempre su una delle isole. Fin dal primo giorno non fece altro che aspettare di essere rispedita in una città civile, come diceva lei. Civile era la sua parola preferita.”
“E Napoli, la trovava incivile?”
“La odiava. Avresti dovuto sentirla! Per questo organizzava quasi ogni settimana una lettura pubblica. Sceglieva quel che le piaceva, senza compromessi. I desideri altrui non venivano considerati. Ciò nonostante si formò presto una cerchia di assidui – soprattutto anziani e studenti. Qualche amico ce l’aveva, o meglio, qualche conoscente. Lei parlava sempre solo di conoscenti. Karin cucinava benissimo, roulade di carne con gnocchi e crauti rossi o gulasch e gnocchi. Dopo Pasqua e prima di Natale ci invitava a casa sua, eravamo alcuni germanisti dell’Orientale e le sue colleghe dell’istituto; c’erano anche Nicola, il farmacista, e Raimondo, che conosci. L’abitazione di Karin era quasi vuota, pochissimi mobili, persino i libri, solo qualche opera omnia. Amava il Diciottesimo secolo, che per lei arrivava fino a Seume. Conosceva a memoria la sua introduzione a Plutarco, o comunque una volta all’anno la leggeva ad alta voce.”
All’ingresso della galleria ci fermammo. Un tram era deragliato o per qualche altra ragione non poteva proseguire. Valentina abbassò il finestrino e si accese una sigaretta.
“Dev’essere stato nel 1994,” disse e soffiò il fumo fuori dalla fessura, “nel 1994 o prima, l’acquario era già stato restaurato, e quell’anno aspettammo invano l’invito per Natale. Camilla chiamò all’istituto e chiese se Karin fosse malata. Lì erano ancora più perplessi di noi. Avevano smesso di tormentare Karin con le domande, dissero. Era smagrita e taciturna.
“Un giorno – questo lo so da Carmen – arrivò con questo ciarpame, con questi soldatini giocattolo striscianti e le borse Fendi taroccate e roba simile. Se prima non aveva degnato gli ambulanti di un solo sguardo, ora comprava qualcosa da ognuno, accendini, lampadine, ventilatori, giocattoli, pistole spara-bolle di sapone – nel migliore dei casi erano quei rospi di legno con il batacchio, hai presente?”
“Toc, toc, toc,” dissi, “ne abbiamo uno anche noi.”
“All’inizio era divertente. Cercavamo di trovare qualcosa tra quelle carabattole che presto si ammucchiarono in biblioteca. La prima volta che vidi quel ciarpame in mezzo ai libri, pensai persino che fosse un’opera d’arte, l’installazione di un artista tedesco. Karin era diventata terribilmente magra. I jeans ormai le stavano su soltanto grazie alla cintura.”
In galleria si avanzava lentamente. Valentina gettò fuori la sigaretta fumata a metà e richiuse il finestrino.
“Qualche settimana più tardi apparve il primo nero davanti all’istituto,” proseguì. “Aspettava Karin. Con il passare del tempo furono sempre di più quelli che si appostavano là fuori. Solo una volta salirono all’istituto e si ripresero tutta la roba che Karin aveva acquistato da loro, o almeno quella che funzionava ancora. Uno di loro, direi il più brutto, più tardi si presentò a noi come il suo compagno. Ma lei non si fermò a quell’uomo. Iniziò a cambiare un compagno dopo l’altro come fossero camicie, a volte erano due o tre in un colpo a scortarla al lavoro. I suoi padroni di casa chiamarono l’istituto e minacciarono lo sfratto se tutta quella scostumatezza non fosse cessata immediatamente. Da quel che dissero, non si trattava soltanto della casa o della strada, no, ne andava di un intero quartiere.”
“Si drogava?”
“No, sicuramente no. Per lei non c’era nulla di peggio che perdere il controllo. Odiava gli ubriachi.”
Finalmente ci eravamo lasciati alle spalle la galleria, a destra c’era il molo per le navi passeggeri.
“Fummo invitati al suo matrimonio con Abira o Abjima o qualcosa del genere. Lì per la prima volta l’ho vista ballare, con le braccia sollevate e gli occhi chiusi, lei, l’unica bianca in mezzo a uno stuolo di uomini neri, metà dei quali – l’avevamo saputo dalla polizia – erano accampati da lei. Alcuni dovevano essere invischiati in affari loschi, di uno si diceva persino che fosse un assassino. Dopo sei mesi divorziò e ne sposò un altro, un tizio giovanissimo. Karin aveva il cancro, metastasi dappertutto. Voleva sposarne un terzo, li avrebbe sposati tutti e così avrebbe procurato loro la cittadinanza. A suon di bustarelle, dev’esserle costato un capitale, riuscì ad adottare due ragazze che presto sarebbero diventate maggiorenni. Il 13 novembre 1997 Karin morì.”
Attraversammo strade secondarie fiancheggiate da cantieri. Speravo che Valentina continuasse a parlare, che facesse qualche commento, foss’anche con una sola frase. Eppure sapevo che non occorrevano altre spiegazioni. Anzi, quanto più durava il silenzio di Valentina, tanto meglio credevo di comprendere. Tuttavia all’improvviso mi sentii chiedere: “E perché l’ha fatto?”.
Valentina scoppiò a ridere, mi rivolse uno sguardo in tralice, beffardo, poi però annuì e serissima disse: “Il vero miracolo è che Karin abbia vissuto tanto a lungo, più a lungo di quanto le avessero voluto far credere le prognosi più ottimistiche. E sarà stato pure quel che desiderava”.
Nel resto del viaggio rimanemmo in silenzio, e ancora a lungo dopo esserci salutati, mentre sedevo nel treno per Roma, fui completamente pervaso dal pensiero – neanche fosse stata chissà quale intuizione – che nessuno di noi sa quando andrà incontro alla propria morte.