OSPITE
Chi ha incontrato Armando Dalla G. e sua moglie Giovanna – come mi sono familiari i loro nomi! –, chi li abbia anche solo visti tra il pubblico in incontri e conferenze, nelle pause tra le discussioni e gli interventi, non li dimenticherà facilmente. Non vorrei creare uno stereotipo se dico che lui era alto, con folti capelli precocemente incanutiti e occhi azzurri, e Giovanna parecchio più giovane, snella, con lunghi capelli neri e una piccola voglia sulla guancia sinistra. Quel che davvero mi catturò fu l’attenzione e la cortesia della coppia. Chiunque rivolgesse loro la parola o venisse da loro interpellato si trovava coinvolto in una conversazione che, per come sembrava a me, poteva essere conclusa solo dall’esterno – dal relatore successivo, da un giornalista o da qualcuno che volesse salutarli.
Armando e Giovanna erano i principali sponsor del convegno “Quale etica per la nostra società globale?” patrocinato dalla presidenza della Repubblica. Si teneva nel Castello Svevo, a Trani, un’antica città costiera della Puglia. Quando fui presentato a Giovanna e Armando – si diceva che avessero fatto i soldi commerciando trattori e macchinari agricoli –, parlarono con me usando frasi talmente semplici che per qualche minuto credetti di sapere l’italiano. Tuttavia ero imbarazzato. In confronto a loro, con la mia giacca sgualcita e i vecchi sandali mi sentivo addirittura trascurato. Inoltre Sabina, che insegna alla Sapienza, mi aveva sussurrato che avrei fatto bene a tenermi lontano dai due. Quando più tardi le confessai che mi avevano invitato da loro per la sera, mi guardò atterrita e scosse il capo.
“Perché?” chiesi.
“Non farlo,” disse Sabina, “non sai in cosa t’imbarchi.”
“Perché? Sono dei criminali?”
Sabina strabuzzò gli occhi. “No, ma comunque... È meglio che tu venga con noi.”
La guardai perplesso, così disse: “Tratta male la moglie. È un tiranno, del tutto imprevedibile”.
Poco dopo le cinque, mentre ero nella cripta della cattedrale, mi chiamò Giovanna. Sarebbero venuti a prendermi alle sette e mezzo in albergo. “Va bene?” “Sì,” dissi. Che altro potevo rispondere? Spensi il cellulare, in albergo chiesi del lucido da scarpe e alle sette e venti uscii davanti all’ingresso. Armando e Giovanna erano già lì. Si erano seduti sull’aggetto del molo e guardavano la cattedrale. Quando si voltarono verso di me, mi parvero fratelli. Aspettammo ancora A.M., che ha la cattedra di Scienze della comunicazione a Milano e a Trani era sempre attorniato da gente che voleva una dedica sui suoi libri.
Protestai invano quando Giovanna prese posto sul sedile posteriore della Maserati blu affinché io, l’ospite straniero, potessi sedermi accanto ad Armando, il “driver”. Durante il viaggio ascoltammo l’ultimo Bob Dylan, che trovai alquanto monotono. Ma Armando e A.M. erano d’accordo sul fatto che Bob fosse un genio e che avrebbe ricevuto il premio Nobel.
Con vergogna dovetti confessare che non sapevo che l’antico campo di battaglia di Canne si trovava nelle immediate vicinanze. Armando, mi disse Giovanna, aveva fatto fuoco e fiamme per entrare in possesso di un terreno con vista sulle rovine di Canne. Poi chiesero ad A.M. di raccontare la sua versione della storia, quel che sarebbe successo se Annibale, dopo che novantamila soldati romani avevano trovato la morte a Canne, avesse marciato verso Roma e l’avesse espugnata. Purtroppo non capii quasi nulla, ma A.M. li fece ridere entrambi.
Se cercassi di descrivere la serata in tutti i particolari, non farei che svelare quanto sono sprovveduto in fatto di lusso. Mi godetti la vastità degli spazi, gli uliveti bicentenari, la terra rossa tutt’intorno, la vista su Monte Sant’Angelo, le cui luci lontane giungevano ai nostri occhi come candele tremolanti, il vino e il cibo che un’anziana coppia preparò per noi. A poco a poco quegli agi placarono la mia ansia. Mai prima di allora avevo parlato tanto in italiano, Giovanna e Armando erano ottimi insegnanti.
Non dipese dalla lingua se alle loro domande sulla politica tedesca e soprattutto su Angela Merkel reagii alquanto perplesso. Certo si aspettavano di più di una risposta che sommariamente giudicava fuori strada i partiti schiavi dell’idea della crescita.
A.M., che mentre parlava rideva spesso, come divertito dai suoi stessi pensieri, ogni tanto m’imbeccava. Armando e Giovanna mi fecero molte domande sulla nostra vita a Roma, e fui contento di contribuire un po’ alla conversazione raccontando delle nostre bambine.
Tanto maggiore fu il mio smarrimento allorché Armando, prima della portata principale che tardavano a servire, ci invitò nel suo studio. Ci condusse di fronte a una parete – l’unica non nascosta da librerie –, alla quale erano appese tre grandi fotografie in bianco e nero, larghe circa un metro l’una e alte quasi altrettanto. Su quella in mezzo una donna pareva dormire su una poltrona, le altre due sembravano scene di incidenti. Le pozze di sangue su tutte e tre le fotografie erano colorate di un rosso vivo. Armando le indicò una per volta. “Mio padre,” disse, “mia zia, mio fratello.”
“No!” dissi, spaventandomi per la mia stessa reazione. Il mio non era un “no” di stupore, ma una protesta contro quell’insolenza, contro quella messinscena.
Nel mio turbamento volevo chiedere ad Armando che cosa stessero a significare quelle immagini, cosa mostravano, se i suoi familiari fossero rimasti vittime di incidenti o omicidi e perché le pozze di sangue erano state colorate, e perché si tormentasse ogni giorno con quelle immagini. Ma lui se ne stava lì, come in raccoglimento, credo persino che pregasse. Anche A.M., accanto a me, era come pietrificato. Presto ripresi il controllo di me stesso e tacqui.
Poco dopo, volgendo lo sguardo altrove, attraverso la porta aperta vidi Giovanna, che però si ritrasse immediatamente nell’oscurità dell’anticamera.
Anche dopo che, in silenzio, avevamo seguito Armando in sala da pranzo, non mi venne in mente nulla di appropriato da dire, o almeno niente che fosse privo di tatto.
L’umore a tavola si era guastato. La cena andò per le lunghe. A.M. non alzava quasi mai gli occhi e parlava soltanto quando gli si rivolgeva la parola. A un certo punto la sua allegria si rifece viva per qualche istante, ma altrettanto in fretta tornò a dileguarsi.
Quando Armando ci invitò a passare la notte da loro, A.M. e io rifiutammo. I padroni di casa tuttavia insistettero perché vedessimo almeno i due appartamenti che ci avrebbero ospitato. Toccava a noi inaugurarli. I letti erano enormi. Al mattino, disse Giovanna, nella luce del sole nascente si offre alla vista l’antico campo di battaglia di Canne. Rifiutammo di nuovo. Armando chiamò subito il “driver”, il suo chauffeur. Il suo tono imperioso tradiva stizza e delusione.
Quando ci congedammo, tuttavia, di quel disappunto non vi era più traccia. Giovanna porse le guance ai nostri baci. Ci invitò a far loro visita di nuovo, la prossima volta con più calma e assieme a tutta la famiglia. Di posto, disse, ne avevano abbastanza. Armando mi strinse forte la mano e fu lui a chiudere le portiere dell’auto dopo che eravamo saliti.
L’auto era appena partita, quando A.M. parve cadere in un sonno profondo. Mi indispettii, perché mi ero seduto dietro, accanto a lui, nella speranza di venire a sapere qualcosa sulla storia dei Dalla G. Chiesi di poter ascoltare ancora una volta il cd di Bob Dylan. L’autista però non parve accorgersi della mia richiesta. E io non osai battergli sulla spalla. Per questo, del viaggio di ritorno posso dire soltanto che attraversammo il buio senza dire una parola e quasi senza far rumore.