PIEDI

Mio zio F., che non è un vero zio ma il cugino più piccolo di mio nonno, da alcuni anni racconta della guerra. Ha partecipato alla campagna di Polonia, come la chiama lui, alla campagna di Francia e alla campagna di Russia. Nel 1943 si prese la febbre petecchiale, finì all’ospedale militare di Dresda e dopo la guarigione, a metà del 1944, fu trasferito in Italia come portaordini a cavallo. Qui, ferito a entrambi i piedi dopo uno dei primi combattimenti, trascorse diversi mesi a Ferrara. Benché non fosse in grado di poggiare i piedi a terra, lo annoverarono tra i casi meno gravi. Ho sempre visto lo zio F. barcollare molto quando cammina, come se al passo successivo dovesse ribaltarsi.

Quel che dice della guerra lo capisco, anche se mi sconcerta e vorrei che ne parlasse in modo diverso. Così, per esempio, racconta di come sia stato penoso per lui, durante la ritirata dall’Unione Sovietica, dover passare anche per i paesi e le città che avevano già attraversato quando erano avanzati.

Dell’Italia parla poco, in realtà racconta sempre di un’unica scena.

Quando fu nuovamente in grado di muoversi da solo sulle stampelle, una notte si trascinò fino al gabinetto. Nella stanza oblunga e piastrellata, dove c’era anche una vasca da bagno, su una barella giaceva un cadavere, tutto coperto tranne i piedi. Quei piedi gli misero paura. Dice che erano puntati contro di lui. Da allora, di notte apriva sempre prima uno spiraglio della porta del gabinetto e, se scorgeva di nuovo un cadavere, preferiva affrontare lunghe rampe di scale e scendere un piano più sotto. Quei cadaveri dai piedi nudi lo perseguitano ancora oggi. Mi meraviglia, perché ha visto e vissuto ben altro che cadaveri su una barella d’ospedale. “Sempre quei piedi!” dice. “Quei piedi!” Lo zio F. è un uomo misurato, ma dei piedi morti, dice, ha avuto paura perché ci ha visto degli artigli, “come se volessero abbrancarsi alla vita”, e così dicendo piega sempre le mani in quel gesto che mi fa ritrarre.

So bene che il paragone gli nasce più dalla ferita subita che da un’osservazione esatta. Tuttavia, mi viene spesso in mente il suo racconto quando – come oggi, in questo giorno di febbraio a San Clemente – sento le lievi asperità del pavimento attraverso le suole delle scarpe, queste lastre di marmo levigate giorno dopo giorno, secolo dopo secolo da migliaia di piedi, queste pietre colorate posate dai Cosmati in sinuosi ornamenti, i mattoni romani a lisca di pesce... E ogni volta vorrei cedere all’impulso di togliermi le scarpe e congiungere i miei piedi nudi a questo pavimento, come se fosse caldo.