Calendario e feste
Prima e dopo l'inizio della Diaspora, la vita del popolo ebraico è segnata dalle ricorrenze del calendario, che hanno una funzione importantissima, fondamentale, nel tenere unita la stirpe, nel preservare il senso di identità e di appartenenza a una fede e a una storia. Il calendario ebraico prevede dodici mesi all'anno conformi ai cicli lunari, a cui s'aggiunge a intervalli regolari un mese intercalare - come dire, bisestile - chiamato «doppio», Adar. Ci sono sostanzialmente due computi dei mesi: l'anno ebraico incomincia con il mese di Tishri, che cade normalmente intorno a settembre-ottobre. E' però considerato il primo mese quello di Nissan, che segna l'arrivo della primavera, e cade fra marzo e aprile, in ordine al precetto biblico: «Questo mese sarà per voi il principio dei mesi; sarà per voi il primo dei mesi dell'anno» (Esodo 12,2). Non dimentichiamo che questo è anche il mese che rievoca l'esodo dall'Egitto, attraverso la festa di Pesach. I mesi possono avere ventinove o trenta giorni: nel primo caso si chiamano «difettivi», nel secondo «pieni»; alcuni sono sempre difettivi e altri sempre pieni, ma ve ne sono anche di variabili. Nei tempi antichi l'inizio del nuovo mese era calcolato sulla base dell'apparizione della luna nuova a Gerusalemme, e di lì la notizia veniva propagata tramite dei messaggeri. In seguito, quando si rese impossibile giungere direttamente a tutte le comunità della Diaspora, è invalso l'uso di basarsi sul computo locale, con una precauzione: quella cioè di celebrare le feste che cadevano di mese in mese non un solo giorno, bensì due, di modo da essere sicuri di non sbagliare la ricorrenza. Il caso più significativo è quello di Pesach, per la quale nella Diaspora si celebrano due seder, cioè due serate consecutivamente, mentre nello stato d'Israele se ne festeggia una sola, la prima.
Ecco i nomi dei mesi ebraici: Nissan, lyyar, Siwan, Tammuz, Av, Elul, Tishri, Marcheshwan, Kislew, Tevet, Shevat, Adar (we-Adar); vanno calcolati partendo, come si è detto, da marzo-aprile.
L'anno ebraico è fitto di eventi, di ricorrenze liete e tristi, di memorie e di momenti solenni. A incominciare dallo shabbat, il sabato, che scandisce il tempo e rammemora all'uomo la distinzione fra il sacro e il profano: il sabato è davvero il momento più solenne, più profondo del tempo ebraico, che l'osservante accoglie con gioia sincera e lascia con una certa mestizia e nostalgia; in questo giorno infatti nulla deve essere come negli altri, tutto avviene in modo diverso; non è semplicemente un giorno di riposo, in cui non si lavora. E' un momento, dice la tradizione, in cui Dio aggiunge all'uomo un'anima in più, una neshamah yeterah, per dirla in parole ebraiche, per permettere all'uomo di godere della delizia del creato e avvicinarsi un poco di più al Signore.
Quanto alle cosiddette feste, ve ne sono di vario tipo: quasi sempre esse sono segnate dalla memoria di eventi biblici, come Pesach e Shavu'ot, o Purim e Sukkot; anche Channukkah è una rievocazione storica, ma di un evento che per gli ebrei non è compreso nel canone biblico, quello della rivolta maccabaica. Vi è poi una serie di digiuni, più o meno importanti, che costituiscono sempre e comunque momenti di contrizione, di ripensamento. Il Capodanno è anch'esso una forma di rievocazione, quella della creazione del mondo. Molto spesso la ricorrenza ha una dimensione storica ma anche una naturale, connessa ai cicli della vita, e per lo più della vita agricola: Pesach è la rievocazione dell'Esodo dall'Egitto, ma anche la festa della primavera, della vita che riprende a fermentare dopo il riposo invernale. Di questa dimensione «biologica» della Pasqua è chiara traccia, ad esempio, la presenza dell'uovo nel corso del rituale: la spiegazione «metafisica» dell'uovo è che esso simboleggia il ciclo cosmico o anche, visto il fatto che si presenta sodo, la durezza della vita in Egitto. Ma è assai più probabile che esso vada ricondotto alla ripresa della fertilità animale: questa è effettivamente la stagione in cui le galline riprendono a posare. Inutile aggiungere che questo simbolo è passato direttamente nella Pasqua cristiana e anche qui sembra sembra aver ben poco a che fare con la ricorrenza strettamente religiosa.
Tornando al ciclo della natura, anche Sukkot e Shavu'ot sono celebrazioni direttamente connesse alla vita agricola, nel cui rituale i frutti di stagione ricoprono un ruolo di primo piano. Vi sono anche feste dedicate interamente al rapporto fra l'uomo e la natura: il Capodanno degli alberi, ad esempio.
Nel mondo ebraico non esistono un calendario secolare e uno religioso: esiste un unico tempo che contiene tutto, in cui sono entrate a fare parte anche celebrazioni relativamente nuove, che hanno segnato la storia più recente: prima fra tutte lo Yom 'Atzmaut, il giorno dell'indipendenza del nuovo stato d'Israele.
Le feste sono ciò che ha tenuto unito il popolo ebraico ai quattro angoli del mondo, perché mentre un ebreo in Yemen stava celebrando il seder di Pasqua sapeva che i suoi fratelli di Russia, America, Polonia, Spagna facevano altrettanto; ma, specularmente, hanno generato una serie quasi innumerevole di tradizioni locali, di abitudini, usi e costumi, di piatti e specialità, di canti e poesie, legati a quella o a quell'altra festa. Come in un arcobaleno dai mille colori, non esistono due comunità che celebrino una ricorrenza nello stesso modo: Il folklore ebraico è essenzialmente legato al calendario. Senza contare poi che esistevano un tempo celebrazioni tipiche di un luogo o dell'altro: ricorrenze tristi come eccidi, morti di rabbini famosi, o allegre, come persecuzioni scampate, nascite illustri, e così via, che hanno ulteriormente variegato quel mosaico che è il calendario ebraico.
AFIKOMAN. E' questa una parola di origine incerta, probabilmente ricalcata sulla lingua greca, che compare nella Mishnah, e sta ad indicare quel pezzo di pane azzimo, in ebraico matzah, posto in mezzo ad altri due all'interno di un panno di stoffa. Nell'ambito della liturgia pasquale, e cioè durante il seder, quest'azzima viene spezzata in due parti, di cui una nascosta. Compito dei bambini è quello di ritrovare la metà occultata. E' difficile dire quale sia l'origine o la ragione di questa usanza; qualcuno ha voluto vedervi il simbolo dell'impasto non lievitato, avvolto nella stoffa, che gli israeliti portarono in spalla fuori dall'Egitto. L'aftkoman è anche la cosa con cui si deve concludere la cena pasquale: dopo quest'ultimo boccone di azzima non è lecito mangiare più nulla.
ARBA' MINIM. E' questo un elemento essenziale della Festa delle Capanne, cioè Sukkot, che cade dopo Kippur a conclusione di quel periodo detto «delle feste solenni». La parola significa «quattro specie», ed indica altrettanti vegetali che simboleggiano l'autunno (per lo meno in terra d'Israele). Così ne parla la Bibbia: «Il quindicesimo giorno del settimo mese, quando avrete raccolto i prodotti della terra, festeggerete per sette giorni la festa del Signore [...] Nel primo giorno prenderete frutti di alberi speciali, rami di palme, fronde di mirto, salici dei corsi d'acqua» (Levitico 23,39-40). Queste quattro specie di piante, che vengono esposte in sinagoga durante la festa, assumono un significato anche umano: a ognuna delle specie, alle caratteristiche dei diversi vegetali, corrisponde un diverso carattere umano, un diverso porsi di fronte a Dio e alla legge.
BEDIQAT CHAMETZ. «Controllo del cibo lievitato». Si tratta di una cerimonia domestica che avviene alla vigilia di Pesach, ed è finalizzata alla rimozione, simbolica ma anche materiale, di ogni alimento lievitato o fermentato o anche solo suscettibile di questi due processi. Affinché l'opera non si riveli infruttuosa, è usanza spargere briciole di pane in angoli della casa; la ricerca avviene a lume di candela ed è accompagnata da una formula, in cui si afferma che tutto il cibo lievitato che non sia stato reperito e rimosso deve essere considerato come inesistente o comunque null'altro che polvere.
CHALLAH. «Parla ai figli d'Israele. Dirai loro: Quando voi sarete entrati nel paese dove io sto conducendovi e mangerete del pane del paese, ne sottrarrete un'offerta al Signore» (Numeri 15, 18-19). E' questa l'origine della challah, il pane bianco che accompagna il sabato e le feste ebraiche. Originariamente, e fin quando fu possibile, da questo pane era prelevata la decima che veniva offerta al sacerdote.
Oggi che non c'è più il Tempio, si preleva comunque un pezzetto dell'impasto che viene messo da parte, bruciato in forno e non consumato. La challah, pane bianco e soffice di gusto leggermente dolce, è una delle componenti essenziali del pasto del sabato. E' a forma di treccia, e sulla tavola ne sono presenti due, a misura della doppia porzione di manna che Dio elargiva agli israeliti nel deserto alla vigilia del sabato e delle feste. La preparazione di questo pane e il prelevamento dell'offerta dall'impasto, sono esclusiva incombenza femminile.
CHAMETZ. Questa parola ebraica deriva da una radice che significa originariamente «inacidire», ma anche «andare a male». Nell'ambito della Pasqua, indica specificamente tutto il cibo illecito durante la settimana di festa, perché derivato da un processo di lievitazione o fermentazione. Perciò non si mangia né pane né pasta, ma non si beve nemmeno la birra; in alcune comunità anche il riso, ad esempio, è considerato chametz. Sul piano spirituale, il cibo lievitato è simbolo d'arroganza, d'alterigia, mentre l'azzima, pane dell'afflizione, ricorda all'uomo la sua giusta misura e lo invita all'umiltà.
CHANNUKKAH. Questa parola deriva da una radice ebraica che significa propriamente «rinnovare», «inaugurare», e indica la cosiddetta Festa delle Luci, che ha luogo nel mese di Kislew e cade normalmente a dicembre. Questa celebrazione rievoca un fatto storico che non compare nel canone della Bibbia ebraica: la ripresa del culto al Tempio di Gerusalemme a seguito della rivolta degli asmonei contro il regime seleucidico in Palestina, nel 165 a.C., che aveva praticamente abolito dal paese ogni forma di ebraicità. La festa ha quindi un significato storico, direttamente connesso alla cronaca degli eventi narrati nei libri dei Maccabei che, pur non inclusi nel canone ebraico, lo sono, almeno in parte, in quello cristiano; ma contiene anche uno spunto teologico, in cui si afferma la grandezza del Signore come operatore di miracoli, e si ribadisce la fedeltà alla propria identità. La storia dice infatti che, entrati nel Tempio, i Maccabei trovarono un'unica ampollina con olio bastante per tenere acceso il candelabro una sera sola; ma avvenne che questo poco olio si rivelò sufficiente per otto giorni. Di qui la tradizione di accendere le candele della channukkiyah, il candelabro a nove bracci, per otto sere: una candelina la prima sera, due la seconda, e via di seguito in ordine crescente, tenendo conto anche del shammash, cioè della candela che serve, come dice la parola, per accendere le altre, e che nel candelabro della festa è posizionata lievemente in disparte. Sono molte le tradizioni legate a questa celebrazione, che trova nella luce il suo significato «naturale», non a caso nel momento dell'anno in cui il cielo ne offre di meno. Basti citare ad esempio il dreidel, una trottolina con incise quattro lettere ebraiche (che formano l'acronimo di nes gadol hayah sham, «lì è avvenuto un grande prodigio»), con cui giocano i bambini. E' questa la festa ebraica che ha maggiormente una dimensione «pubblica»: si usa infatti mettere il candelabro sulla finestra, di modo che tutte le genti sappiano del miracolo e diventino partecipi di questa lieta memoria.
CHATAN BERESHIT. Letteralmente «sposo della Genesi». Funzione legata alla festa di Simchat Torah. E' questo il giorno dell'anno in cui contemporaneamente si conclude e si riprende il ciclo della lettura della Torah. Chatan Bereshit è colui che ha ricevuto l'onore di leggere la prima porzione del nuovo ciclo, i primi passi della Genesi.
CHATAN TORAH. Quanto detto alla voce precedente vale anche per il Chatan Torah, cioè «lo sposo della Torah», colui che termina la lettura del Pentateuco, ed è immediatamente seguito dal chatan Bereshit. E' tradizione che i due sposi offrano un rinfresco in comunità, alla fine della cerimonia.
CHOL HA-MO'ED. Questo termine designa il periodo cosiddetto di mezza festa che intercorre fra il primo e l'ultimo dei giorni nelle festività di Pesach e Sukkot; la parola ebraica significa infatti «tempo profano della celebrazione». In questo periodo vige un regime semiferiale: si compiono solo i lavori indispensabili, si celebrano i momenti quotidiani della festa e, fra il resto, la legge dice che non si possono celebrare matrimoni per non fare prevalere un momento di gioia sull'altro.
DIECI GIORNI PENITENZIALI. Detti in ebraico Aseret Yeme Teshuvah, «i dieci giorni del ravvedimento», o anche yamim noraim, «giorni terribili»: vanno dal primo al dieci di Tishri, vale a dire da Rosh ha-Shanah (Capodanno) a Kippur (digiuno di Espiazione), e costituiscono il momento di maggior contrizione e impegno spirituale da parte dell'ebreo. Capodanno non è solo infatti la rievocazione della creazione: in questo giorno Dio, dice la tradizione, si asside sul trono a far da giudice. Per questi dieci giorni, fino al loro culmine con il Kippur, l'uomo deve comportarsi sapendo d'essere in ogni istante sotto gli occhi del suo Giudice, il Creatore; egli deve quindi non solo ammettere le proprie colpe passate, ma dimostrare d'essersi ravveduto.
L'esercizio della giustizia divina è simboleggiato da dei libri, in cui Dio iscrive i meriti e le colpe.
DIGIUNO DI GHEDALYAH. Questo digiuno, che ha luogo il terzo giorno del mese di Tishri, immediatamente dopo il Capodanno, ricorda l'assassinio dell'ultimo governatore del regno di Giuda, posto in carica da Nabucodonosor dopo la conquista babilonese del 587 a.C. Al di là della vicenda personale di quest'uomo che propugnava il compromesso e la collaborazione fra conquistatori e conquistati, l'episodio segna la fine dell'antica sovranità d'Israele.
ELEH EZKERAH. Da Salmi 42,5: «Questi voglio ricordare». E il titolo di un midrash, oltre che di una poesia, che celebra i dieci martiri e si recita nella liturgia dello Yom Kippur.
ETROG. E il cedro, un agrume che fa parte delle cosiddette arba' minim, le «quattro specie», elemento fondamentale della festa di Sukkot. C'è chi dice che fosse questo il frutto dell'albero della conoscenza, mangiato da Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden.
KIPPUR. Anche Yom Kippur: giorno, digiuno di Espiazione, che cade il dieci di Tishri. Quando c'era ancora il Tempio di Gerusalemme, in questo giorno un capro, il capro espiatorio, veniva inviato nel deserto simbolicamente carico di tutti i peccati d'Israele. In questo stesso giorno il sommo sacerdote s'inoltrava fin nel Santo dei Santi, il luogo intimo del Santuario, e pronunciava il Tetragramma divino. Questa ricorrenza era allora, ed è rimasta, il momento più solenne ed elevato della liturgia ebraica: la confessione dei peccati e l'atto del pentimento occupano l'intera giornata di digiuno, prescritto per venticinque ore, da tramonto a tramonto. Alla mortificazione fisica va però di pari passo una crescente esaltazione spirituale: non è una giornata di dolore; l'ordine della preghiera prevede infatti un'ascesa graduale dal senso di colpa alla gioia e alla fiducia nell'amore divino.
E' un giorno di digiuno totale, ma viene anche chiamato «Il sabato di riposo». La tradizione vuole che in questo giorno del calendario Mosè sia sceso dal Sinai con le seconde tavole della legge, dopo il pentimento del popolo. Sono molte le fasi della preghiera: si va dalla confessione dei peccati alla commemorazione dei morti, alla lettura del libro biblico di Giona. Gli ebrei più osservanti indossano il kitel, una tunica bianca simbolo di quella purità particolare che il giorno di Espiazione richiede per porsi davanti a Dio. E' proibito portare indumenti o accessori di cuoio. Con il Kippur, parola che deriva da una radice ebraica che significa «annullare», «espiare», si concludono solennemente i dieci giorni penitenziali. La fine del digiuno è marcata dal suono dello shofar.
KOL NIDRE. «Tutti i voti». E' la preghiera con cui si apre lo Yom Kippur, nel corso della quale si proclama lo scioglimento dei voti religiosi fatti (con lo scopo, originariamente, di rimuovere la colpa per i voti fatti e non rispettati). Questo atto non riguarda naturalmente i voti che legano vicendevolmente le persone, ma soltanto quelli posti di fronte a Dio. Questa proclamazione è cantata dal chazzan con un tono melanconico, struggente.
LAG BA'OMER. Il periodo dell'anno che corre fra Pesach e Shavu'ot è per la memoria ebraica fitto di eventi tristi: in queste sei settimane vige quindi un regime di contrizione, di semilutto, e ci si astiene da cerimonie festive, quali i matrimoni. Lag baomer significa propriamente «Trentatreesimo giorno dell'omer», ed è un giorno semi festivo che spezza questo periodo di contrizione; la tradizione vuole che sia l'anniversario della morte di rabbi Shim'on bar Yochay, famoso maestro, ma anche il giorno in cui miracolosamente cessò l'epidemia che imperversava presso i discepoli di un altro grande maestro, rabbi 'Aqiva. Probabilmente questo giorno celebrava in origine alcune vittorie militari avvenute durante la rivolta di Bar Kokba, ultimo respiro d'autonomia d'Israele sotto il dominio romano, nel II secolo d.C.: traccia ne sarebbe la presenza di simboli militari (arco e frecce) nelle usanze di questa festa, e in particolare nei giochi dei bambini per questo giorno.
LULAV. E' questo un elemento fondamentale della festa di Sukkot, detta anche delle Capanne: esso rientra negli arba' minim, e definisce il ramo di palma, che viene agitato in ogni direzione a simboleggiare l'abbondanza che proviene dal cielo, oltre ai quattro punti cardinali.
Il riferimento biblico a questo elemento della festa si trova ancora una volta in Levitico 23,40.
MAH NISHTANAH: «In che cosa è diversa (questa sera dalle altre sere)?» E' con questa formula che si apre il rituale di Pesach, della Pasqua. Il bambino più piccolo che siede a tavola si rivolge all'adulto più anziano e pone le quattro domande che fungono da spunto per introdurre la narrazione dell'Esodo: Perché questa sera mangiamo pane azzimo e tutte le altre sere pane lievitato? Perché questa sera mangiamo l'erba amara e tutti gli altri tipi di verdura? Perché questa sera intingiamo i cibi due volte? Perché questa sera mangiamo appoggiando i gomiti sul tavolo?
E così, in forma di racconto e spiegazione, da queste quattro domande si dipanano la storia, l'insegnamento, il significato della festa. E' tradizione cantare tanto le domande quanto la narrazione.
MATZAH. E' il termine ebraico che indica il pane azzimo, cioè non lievitato, che costituisce l'elemento fondamentale della festa di Pesach, a memoria di quella fuga dall'Egitto avvenuta in fretta e furia, di notte, senza avere il tempo di far lievitare l'impasto del pane. La matzah è al tempo stesso «il pane dell'afflizione» (Deuteronomio 16,3) e quello della libertà conquistata con l'Esodo. Durante la settimana di Pesach non compare altro pane sulla tavola.
MEGHILLAH. Significa propriamente «rotolo» e indica i rotoli di alcuni libri della Bibbia che vengono letti separatamente nel corso di alcune feste ebraiche: Rut, Cantico dei Cantici, Lamentazioni, Qohelet, Ester.
Va però detto che meghillah per antonomasia è il rotolo di Ester, che viene letto durante la festa di Purim.
NE'ILAH. Nei giorni di festa solenne, l'ultimo servizio liturgico al Tempio di Gerusalemme si chiamava ne'ilah, «chiusura», a indicare l'imminente chiusura delle porte del Santuario. Oggi che il Tempio non c'è più, è alle porte celesti sul punto di sprangarsi che si pensa al momento di recitare quest'ultima preghiera. Essa conclude infatti il grande giorno di digiuno, lo yom («giorno» in ebraico) Kippur, ed è cantata con un tono più solenne che mai; il momento della ne'ilah, dice la tradizione, giunge quando l'ultima luce del sole lambisce le fronde degli alberi più alti.
NER SHABBAT. «Luce del sabato». Il giorno di festa, o meglio di riposo, si apre con l'accensione dei lumi, delle due candele che simboleggiano i due riferimenti allo Shabbat in Esodo 20,8 («Ricordati del giorno di sabato per santificarlo») e Deuteronomio 5,12 («Osserva il giorno del sabato per santificarlo»). L'accensione delle candele del sabato è compito prettamente femminile, ed è anche un momento in cui la donna prega con grande trasporto.
'OMER. Questo termine indicava originariamente un'unità di misura; la parola significa poi anche «covone» di grano. Il primo covone di grano veniva simbolicamente offerto nel Tempio nel secondo giorno di Pesach; la distanza di cinquanta giorni che separa Pesach da Shavu'ot, si chiama «conto dell'omer», e simboleggia probabilmente quel periodo intercorso fra la conquista della libertà e quello della purità spirituale che culmina con la rivelazione della Torah celebrata durante la festa di Shavu'ot. Esso segna però anche la memoria storica di eventi luttuosi (vedi anche Lag ba'omer).
PESACH. Nella Bibbia questa parola, che propriamente significa «passaggio», indica l'agnello simbolo dell'Esodo dall'Egitto: «Lo mangerete nella seguente maniera: con i fianchi cinti, con i calzari ai piedi e con il bastone in mano e lo mangerete in fretta: è la pasqua del Signore» (Esodo 12,11). La Bibbia narra infatti che Dio prescrisse agli ebrei ancora in Egitto di immolare un agnello e spalmarne un po' del sangue sulle porte di casa; in questo modo il Signore avrebbe riconosciuto le dimore degli israeliti da quelle degli egiziani, dove stava per imperversare con l'ultima, terribile piaga: la morte dei primogeniti. A seguito di questo evento luttuoso, il faraone lascerà finalmente partire i figli d'Israele. Pesach, la Pasqua ebraica, è la festa che rievoca l'Esodo dall'Egitto, la miracolosa traversata del Mar Rosso, la conquista della libertà e la fine della schiavitù; le prescrizioni su questa festa sono contenute nella Bibbia, che la chiama «Festa degli azzimi»: «I figli d'Israele partirono da Ramses per Succot, in numero di circa seicentomila uomini, a piedi, senza contare i fanciulli. Una moltitudine mista salì anche con loro, come pure moltissimo bestiame, armenti e greggi. Essi cossero la pasta che avevano portato dall'Egitto in forma di focacce azzime, poiché non era fermentata, giacché erano stati cacciati dall'Egitto e non avevano potuto indugiare, né si erano procurati delle provviste» (Esodo 12,37-39). «Mosè disse al popolo: Ricordatevi di questo giorno nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla casa di schiavitù, perché con la forza della sua mano il Signore vi ha tratti fuori di qui... Per sette giorni mangerai pani azzimi e il settimo giorno ci sarà una festa al Signore.
Pani azzimi si mangeranno durante i sette giorni. Non si vedrà nulla di lievitato presso di te. Non si vedrà lievito in tutto il tuo territorio.
Lo spiegherai al figlio tuo, in quel giorno dicendo: E a causa di quel che il Signore fece per me, quando io uscii dall'Egitto...» (Esodo 13,3-8). A memoria di questa fuga precipitosa, per tutta la settimana di Pasqua non si mangia né si tiene in casa nulla di lievitato o fermentato. I preparativi domestici per questa celebrazione sono molto lunghi, soprattutto in cucina: bisogna eliminare ogni traccia di cibi soggetti ai processi di cui s'è detto, far bollire stoviglie e contenitori, cercare il pane anche negli angoli più nascosti (vedi bediqat chametz), bruciare e vendere tutti gli alimenti che non sono conformi alle regole di Pesach; è da questo frenetico lavorio che deriva probabilmente l'uso, non più solo ebraico, delle cosiddette pulizie di Pasqua. La festa si apre con il seder, la cena rituale, che nella Diaspora avviene due volte, le prime due sere della festa, mentre in Israele solo la prima (per tale questione si veda l'introduzione a questa sezione del glossario, nella parte dedicata al calendario). La festa di Pesach, che comincia il 14 di Nissan, cioè al primo plenilunio di primavera, è nella sua origine legata anche ai cicli agricoli: non sono pochi infatti gli elementi della celebrazione legati al risveglio della natura in questa stagione. E' una festa allegra, cionondimeno la tradizione prescrive di non gioire fino in fondo, e di non recitare l'Hallel per intero, perché quei giorni furono causa di morte e sofferenza per degli esseri umani, gli egiziani vittime della piaga dei primogeniti e dei flutti del Mar Rosso che si chiuse inghiottendoli, dopo aver lasciato passare i figli d'Israele.
PIYYUT (plur. PIYYUTIM). E' questa una parola ebraica di probabile origine greca, che significa «poesia», e in particolare la poesia liturgica, entrata nel rito sinagogale, che ebbe grande fioritura nel Medioevo. Dalla stessa radice deriva il termine paytan, che significa appunto «poeta», in particolare di testi liturgici.
PURIM. Questa parola significa propriamente «sorti», e indica quella festa che avviene il quattordici del mese di Adar (Febbraio-Marzo), e rievoca gli eventi narrati nel libro biblico di Ester: una persecuzione contro gli ebrei ordita dal perfido Aman, consigliere del re, e la salvezza che giunge per opera della regina Ester, che dissuade il re da questo malvagio proposito. E' uno dei pochi momenti della tradizione ebraica che prevedono un'allegria che sconfina nell'ebbrezza, per rievocare un evento a lieto fine, così raro nella storia dei figli d'Israele. E' considerato un po' il Carnevale ebraico: ci si maschera infatti, si fa baccano con appositi strumenti per bambini, si rappresentano farse teatrali che richiamano più o meno da vicino questa vicenda storica. A Purim ci si prende persino gioco della tradizione, e l'ironia non ha confini; è prescritto di bere molto. Questa è anche la festa in cui bisogna fare la carità ad almeno due poveri, per rendere tutti partecipi della gioia di questa persecuzione scampata.
QABBALAT SHABBAT. Letteralmente «accoglienza del sabato». Il termine indica quella parte della liturgia del venerdì che corrisponde all'entrata del giorno festivo che la tradizione immagina in forma di figura femminile che s'approssima allo sposalizio. La qabbalat shabbat culmina infatti con una sorta di poetico inno nuziale, Lekah Dodi, «Vai, mio tesoro», composto da Shelomoh Alkabetz nel XVI secolo.
QIDDUSH. «Santificazione», indica propriamente la cerimonia di benedizione del vino che precede i pasti festivi, anche e soprattutto il sabato. Nella tradizione ebraica, e sin dall'antichità, il vino è infatti considerato un simbolo divino. Nel linguaggio ebraico più comune, qiddush indica inoltre un rinfresco servito in occasioni particolari, come ad esempio a Simchat Torah da parte del Chatan Beresbit e del Chatan Torah.
ROSH HA-SHANAH. Letteralmente «Capodanno». Il Capodanno ebraico cade normalmente fra settembre e ottobre, al primo del mese di Ttshri; esso celebra la creazione del mondo e inaugura il periodo penitenziale (vedi Dieci giorni penitenziali e Kippur). La festa è dunque composta di questi due elementi: la ricorrenza dell'opera divina e il giudizio celeste che richiede da parte dell'uomo l'atto del pentimento. L'augurio che ci si scambia a Capodanno è infatti «possa tu venire scritto per un buon anno», nel senso cioè di meritarsi la menzione positiva in quel libro della vita che la tradizione vuole sia aperto, in cielo, in questo periodo, per giudicare ogni essere umano a seconda dei suoi meriti e delle sue colpe. Inoltre è usanza inaugurare a tavola l'anno nuovo con mele intinte nel miele, a segno di dolcezze a venire; parimenti sono banditi tutti gli alimenti piccanti o aspri. Un elemento fondamentale della liturgia sinagogale di Capodanno è lo sbafar, lo strumento musicale ricavato da un corno d'animale, che con il suo suono intenso e penetrante dovrebbe invitare al ravvedimento interiore.
ROSH-CHODESH. «Capo mese». Come si è detto, il calendario mensile ebraico è lunare, ed ogni mese inizia quindi con la luna nuova. Nei tempi antichi l'arrivo della luna nuova era celebrato come una festa (lo attestano ad esempio 1 Samuele 20,18-34 e 2 Re 4,23). Traccia di questa celebrazione è la benedizione del mese che si recita il sabato precedente alla comparsa della luna nuova. Il giorno stesso si aggiunge alla liturgia quotidiana un musa/, una preghiera addizionale.
SEDER. Questa parola significa in effetti «ordine», ma indica più specificamente il pasto rituale di Pesach, della Pasqua ebraica. Come si è detto, nella Diaspora vige l'antica tradizione di celebrare due sere rituali, mentre in Israele una soltanto. Sono molteplici gli elementi di questa celebrazione che vede intorno alla tavola pasquale la famiglia riunita, dai più piccoli ai più anziani. Innanzitutto il piatto al centro tavola, con gli elementi del rito simbolicamente esposti: l'osso che sta per l'agnello pasquale, l'erba amara, detta maror, l'erba dolce, detta karpas, il charoset, che è un impasto di datteri, mandorle, fichi e altri frutti, e simboleggia la materia con il quale gli ebrei schiavi d'Egitto fabbricavano i mattoni per le piramidi, e l'uovo sodo, simbolo delle asperità della sofferenza, oltre che dell'eterno ciclo della vita, ricordato dalla sua forma. Sul tavolo c'è inoltre la coppa di vino per Elia, atteso come precursore del messia soprattutto in questa sera (per tradizione si lascia leggermente aperta la porta di casa). Altro elemento fondamentale, la haggadah, il «racconto» (come dice la parola stessa) dell'Esodo dall'Egitto, accompagnato da commenti e riflessioni.
La lettura della haggadah avviene secondo questa formula: il bambino più piccolo pone al più anziano della tavolata quattro domande sul perché questa sera sia diversa dalle altre sere (vedi Mah nishtanah}; e così procede il racconto. Il numero quattro ha un posto importante nella liturgia del seder, quattro sono le domande (qushiot), quattro sono i tipi di figli che mostrano quattro diversi atteggiamenti nei confronti di questo evento, e servono da spunto per una serie di riflessioni, quattro sono i bicchieri di vino che la liturgia impone di bere. La tradizione ritrova questa struttura quadripartita nella promessa di liberazione in Esodo 6,6-7: «Vi sottrarrò all'oppressione degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù, vi redimerò con braccio disteso e con grandi giudizi, vi prenderò per mio popolo». Il seder prevede la lettura di una parte della haggadah prima del pasto, e di una parte dopo di esso; dopo cena seguono normalmente anche dei canti tradizionali, come Chad Gadya, un celebre motivo che narra di un capretto comprato al mercato, mangiato da un gatto, morso da un cane, picchiato da un bastone, bruciato dal fuoco... e via di seguito fino a giungere all'Angelo della morte. La cerimonia del seder si conclude con un augurio - «Quest'anno siamo qui, l'anno prossimo a Gerusalemme» - e con l'ultimo pezzo di azzima, l'afikotnan, dopo il quale non si mangia più niente sino al giorno dopo. Va ricordato che l'ultima cena !(P di Gesù, con gli elementi del pane e del vino, era proprio un seder di Pasqua.
SELICHOT. In ebraico moderno la parola selichah, singolare di selichot, significa molto semplicemente «scusa», o «scusi». Nel contesto tradizionale, e in particolare liturgico, designa invece delle preghiere penitenziali recitate in particolare durante i Dieci giorni penitenziali, ma anche in altre occasioni del calendario che rievocano momenti tragici o dolorosi della storia ebraica.
SHABBAT. Quel comandamento che di norma s'intende come «Ricordati di santificare le feste», nella sua lingua originale - cioè l'ebraico suona così: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo», e il testo biblico prosegue poi: «Lavorerai sei giorni e farai tutto il tuo lavoro, ma il settimo giorno è il giorno di riposo per il Signore, tuo Dio. Non fare in esso lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che è dentro le tue porte, poiché in sei giorni il Signore fece il cielo e la terra, il mare e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e l'ha santificato» (Esodo 20,8-11). La parola shabbat, da cui deriva «sabato», si richiama infatti al concetto di riposo, di cessazione; dalla stessa radice ebraica derivano parole quali «star seduto», «riposare», «smettere» e in ebraico moderno persino «sciopero».
Quest'idea trova origine nell'opera della creazione, durata sei giorni; il settimo giorno, infatti, Dio si riposò. Non va dimenticato che la settimana ebraica, e dunque anche la creazione, iniziano dalla domenica.
A memoria e rispetto di questo riposo divino, la legge ebraica prescrive nel giorno di sabato, il settimo, l'astensione da qualunque forma di «lavoro» (e la legge nella Mishnah enumera trentanove categorie di attività che vanno considerate tali). Lavoro è anche, ad esempio, l'accensione di un fuoco, l'innesco di un meccanismo automatico, il trasporto di oggetti da un luogo pubblico a un luogo privato. Il rispetto verso l'opera di Dio si esplicita innanzitutto nel rispetto verso il mondo che ci circonda: di sabato è dunque vietato turbare anche minimamente l'ordine, lo stato delle cose; questo giorno è dedicato al riposo, alla riflessione, allo studio dei testi. Tutto deve essere diverso dal solito: gli abiti che si indossano, i cibi che si mangiano, l'umore che si manifesta. I tanti divieti di questo giorno (fra i molti ricordiamo ad esempio quello di prendere mezzi di trasporto, di accendere la luce o il gas in casa, di trasportare alcunché - anche solo le chiavi di casa - da casa a fuori, di fumare, di scrivere), diventano così la gioia di trascorrere una giornata in un modo totalmente diverso dalle altre, di spezzare la monotonia della settimana con questa intrusione di santità nella vita di tutti i giorni. Non per niente la tradizione dice che di sabato Dio aggiunge a ogni ebreo una neshamah yeterah, un'«anima supplementare», che non solo rende più spirituale l'uomo, ma gli consente di godere appieno dell'oneg shabbat, della «delizia del sabato». Principio metafisico fondamentale che guida l'osservanza del sabato è la distinzione fra sacro e profano, il dovere di rendere diverso dagli altri il giorno santo, che è davvero sentito come il momento più solenne della vita ebraica. La tradizione dice anche che nel mondo a venire ogni giorno sarà sabato, e che lo shabbat attuale ne è un assaggio.
SHAVU'OT. Propriamente «settimane», è la festa di Pentecoste, originariamente le celebrazione e il rito di ringraziamento per il raccolto, che cade sei settimane dopo Pesach. In questo senso è menzionata nella Bibbia in Esodo 23,16 e Numeri 28,26. Come spesso capita nel calendario ebraico, a una dimensione originariamente «naturale» della festa se ne aggiunge una storica. In questo caso, la festa di Pentecoste è anche e soprattutto la memoria della rivelazione del Decalogo sul Monte Sinai: per questo esso viene letto in sinagoga e celebrato con esultanza. E' uso inoltre preparare cibi a base di latte che, con il suo candido colore, rievoca la purezza della Torah.
SHOFAR. Si tratta di un corno d'animale (normalmente di capro, a memoria dell'animale sacrificato da Abramo al posto di Isacco) adibito a strumento musicale, che ha la sua parte in molti momenti del rito, soprattutto a Rosh ha-Shanah e a Kippur. Lo shofar produce tre diversi tipi di modulazione, e il suo suono penetrante accresce la solennità del momento, come ad esempio quando esso segna la fine del digiuno di Kippur.
SIMCHAT TORAH. Propriamente «gioia della legge». E' quel giorno in cui si conclude ma anche si riprende il ciclo della lettura sinagogale della Torah, a. opera del chatan Torah e del chatan Bereshit. Cade immediatamente dopo la festa di Sukkot, nella Diaspora, mentre in Israele corrisponde all'ottavo giorno di questa festa, detto Shemini 'Atzeret. Come dice il nome stesso, è una festa molto gioiosa, in cui i rotoli della Torah vengono fatti girare per la sinagoga, quasi in una danza.
SUKKOT. E' la festa delle «Capanne», come dice la parola ebraica, chiamata anche «dei Tabernacoli», con cui si rievoca la permanenza nel deserto dei figli d'Israele, quando abitavano nelle tende. Per quest'elemento primario della celebrazione è la sukkah, la capanna di frasche nella quale è prescritto di abitare e soprattutto di consumare i pasti, durante gli otto giorni della festa. Questa capanna può essere anche solo una sorta di tettoia addossata al balcone, che riporti però l'ebreo alla sua esistenza nomade, alla precarietà della vita nel deserto. Come in altri casi, la festa è carica di significati naturali, o agricoli: ne è testimone la presenza delle quattro specie (arba' minim) di frutti di stagione. Il senso morale della festa è invece quello di rammentare le angustie e le difficoltà, anche se si vive ormai nell'abbondanza e nella prosperità: solo in questo modo ha un senso, infatti, la libertà acquisita con l'esodo dall'Egitto. Il settimo giorno della festa è detto Hosha'nna Rabbah (II grande «oh salvaci»), e con esso si conclude definitivamente il ciclo del grande giudizio divino iniziatosi al Capodanno.
TA'ANIT. E' parola ebraica che indica il «digiuno» (insieme a un'altra, tzom). Nella liturgia ebraica esistono sostanzialmente due forme di astensione dal cibo: quella di espiazione, sublimata nel Kippur, ma che può praticarsi anche per circostanze private, personali; e quella in memoria di eventi luttuosi (come nel caso di Tisha'h be-Av), o comunque di fondamentale rilevanza (la vigilia di Pesach, ad esempio, digiunano i primogeniti maschi in memoria di quando Dio risparmiò i primogeniti degli ebrei mentre imperversava sul paese d'Egitto l'ultima piaga). Un digiuno non può cadere di shabbat.
TISHA'H BE-AV. «Nove di Av», è la ricorrenza più triste dell'anno, un giorno di digiuno che cade fra luglio e agosto. Esso è menzionato per la prima volta in Zaccaria 8,19, come «digiuno del quinto mese», e costituisce davvero una sorta di distillato della sofferenza ebraica: la tradizione vuole infatti che in questo giorno siano caduti tanto il primo quanto il secondo Tempio di Gerusalemme, sia stato definitivamente sconfitto Bar Kokba, che guidò l'ultima ribellione ebraica contro i romani; e come se non bastasse, è anche il giorno in cui gli ebrei furono espulsi dalla Spagna, nel 1492. Ecco quindi un'atmosfera di massima contrizione, ben diversa da quell'attesa carica di solennità che accompagna il Kippur. Il nove di Av si legge il libro biblico delle Lamentazioni, oltre a inni dall'intonazione particolarmente mesta, detti kinot.
TU-BI-SHVAT. «Quindici del mese di Shevat» (che cade fra gennaio e febbraio), detto anche Rosh ha-Shanah la-ilanot, «Capodanno degli alberi»: una festa minore originariamente legata al ciclo della riscossione delle decime, e che in terra d'Israele annuncia l'arrivo della primavera e il germogliare degli alberi. E usanza, anche nella Diaspora, mangiare frutta che proviene di là; mentre in Israele, dove la vegetazione, e gli alberi in particolare, significano più che mai il rigoglio della vita, la festa ha una grande importanza simbolica. I bambini piantano degli alberelli, e partecipano a questa celebrazione della natura.
YOM 'ATZMAUT. «Giorno dell'Indipendenza»; si tratta di una festa «nuova» che commemora la rifondazione dello stato ebraico, avvenuta il 14 maggio del 1948, secondo la data ebraica il cinque del mese di lyyar del 5708.
E' questo forse il caso più tipico di un calendario come quello ebraico che contiene in sé elementi religiosi, naturali, cultuali, storici ed anche «laici». E' festa grande in Israele, con parate militari, celebrazioni ed anche un particolare rito sinagogale, incentrato sul ringraziamento a Dio e sulla lettura di alcune profezie messianiche contenute nel libro di Isaia. La preghiera si conclude con il suono dello shofar.