Vita e Fede

 

Essere ebrei consiste in un insieme inscindibile di vita, fede, tradizioni: non è semplicemente una religione, né una cultura o un punto di vista sull'esistenza, e nemmeno solo un riferimento storico-nazionale. E' una combinazione di tutto questo, un patrimonio complessivo in cui ogni elemento è indissolubilmente legato all'altro.

La fede in un unico Dio, il riconoscimento di un rapporto «esclusivo» con questo Dio, che implica anche la consapevolezza di una propria funzione nel mondo, l'osservanza di una legge, la memoria di un passato, la trasmissione alle generazioni successive, un comportamento civile improntato ai valori di cui si è depositari: vedremo in questa parte di esaminare più da vicino questo insieme che caratterizza e definisce l'identità ebraica, tenendo sempre presente una profonda coesione interna dei vari elementi della vita e della fede.

 

Se l'ebraismo fosse stato solo e soltanto una religione, forse nella lunga storia della Diaspora le cose sarebbero andate in altro modo; ma era qualcosa di più, pertanto la «diversità» ebraica si manifestava in ogni ambito - nella lingua, nei cibi, nelle ricorrenze, nei metodi di educazione dei figli, nella posizione della donna, e così via. Per dirla in parole povere, l'ebreo dava nell'occhio non solo quando pregava, ma in ogni momento della sua vita. E fu così che, insediato in quasi ogni angolo d'Europa, egli divenne il «diverso» per eccellenza. Da un altro punto di vista, la compattezza di quest'identità, il suo saper fornire una risposta a ogni domanda su Dio, sull'uomo e sul mondo, ha garantito una sopravvivenza non solo duratura, ma anche vivace, fertile, in continua evoluzione. Quel motivo antigiudaico di cui si parlava poco sopra, secondo il quale gli ebrei erano costretti a sopravvivere in veste di antica reliquia di un passato remoto, ha un suo fondo di verità, seppure da intendere in senso inverso: gli ebrei sono davvero dei campioni di continuità, di costanza nell'aderire a una storia lunghissima, nel preservare la propria tradizione.

 

«Ascolta, Israele, il Signore, nostro Dio, è il solo Signore. Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutto te stesso, con tutte le tue forze. Siano queste cose, che io oggi ti ordino, nel tuo cuore.

Inculcale ai tuoi figli, parlane stando in casa tua e andando per via, coricandoti ed alzandoti. Legale come segno alla tua mano e come frontale fra i tuoi occhi. Scrivile sugli stipiti della tua casa e delle tue città.» Si può dire che tutto inizi da qui, da questo passo del capitolo 6 di Deuteronomio (w. 4-9) che è la vera e propria professione di fede ebraica: non una preghiera, bensì un'affermazione, un convincimento che s'impara sin da bambini, che si pronuncia nei momenti di difficoltà, ma non solo in quelli. Per dare un'idea di che cosa significhi questo breve passo, basta pensare ai tefillin, cioè filatteri, che sono delle piccole scatole contenenti brevi passi biblici, che l'ebreo osservante si lega sulla fronte e sul braccio con molteplici lacci, al momento della preghiera. E alla mezuzah, anch'essa un piccolo astuccio con un foglio di carta, che si appende sugli stipiti della porta. Questo si chiama davvero prendere le cose alla lettera...

 

L'unità e l'unicità di Dio è il primo, essenziale credo ebraico: è cosa comunemente nota che sono stati gli ebrei a inventare il monoteismo. Ma un attento esame della storia biblica dice che ciò non fu tanto un'illuminazione subitanea, quanto un lungo processo spirituale. Ancora all'epoca dei re fiorivano culti idolatri, pratiche rituali a varie divinità. Fatto sta che il monoteismo si è fermamente consolidato, generando nella mente ebraica un vero e proprio orrore per tutto ciò che assomiglia, anche solo vagamente, a qualche cosa d'altro; per gli ebrei, ad esempio, la trinità cristiana è un travisamento della fede nell'unico Dio.

 

Il Dio d'Israele ha un nome, che però non è pronunciabile, per rispetto e venerazione. Lo pronunciava, una volta all'anno, nel Santo dei Santi, il sommo sacerdote. Storpiatura di questo nome di Dio, che la Bibbia riporta con le sole consonanti, è il famoso Jehovah, Geova, una specie di pastiche fra consonanti giuste e vocali sbagliate. Al posto del nome divino, ineffabile perché fra Dio e l'uomo esiste un confine che non si può valicare, gli ebrei pronunciano invece Adonay, cioè Signore. Quando Mosè incomincia a conoscere questo Dio che lo guiderà fuori dall'Egitto, attraverso il Mar Rosso, nel deserto e sul Sinai, vorrebbe sapere qualcosa di più: «Ecco, quando sarò giunto dai figli d'Israele e avrò detto loro: E' il Dio dei vostri padri che mi ha mandato da voi, se essi mi domanderanno: Qual è il suo nome? Che risponderò loro? E Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono» (Esodo 3,14).

 

Alla proibizione di pronunciare il nome di Dio, al profondo convincimento della sua unicità, è legato anche il divieto di farne immagini: Dio non va raffigurato perché dall'immagine al culto dell'immagine il passo è breve. E l'idolatria è per l'ebraismo sinonimo di paganesimo, di barbarie. La vicenda del vitello d'oro (Esodo 32) è bastata all'esperienza ebraica. Idolatria è anche, ad esempio, l'astrologia, il confidare cioè che le stelle, opera di Dio, possano esercitare un qualche potere sull'uomo e sul mondo: i rabbini dicono che questo è un modo per praticare il culto verso il creato e non il Creatore.

 

Il ritegno nei confronti delle immagini si estende nel mondo ebraico a vari aspetti della vita e della fede: in una sinagoga non si troveranno quasi mai riproduzioni né umane né divine. Anche nei cimiteri, è più che raro vedere sulla tomba una fotografia dell'estinto. L'uomo, l'ebreo, deve imparare a guardare dentro di sé, oltre le apparenze: le immagini distraggono, sviano, inducono altrove.

 

Dio è dunque creatore d'ogni cosa, e rettore del mondo in base a criteri di giustizia che l'uomo non è in grado di cogliere a pieno; senza entrare nel merito di sottili questioni teologiche, basta in proposito leggere la storia di Giobbe nella Bibbia: quest'uomo vessato, colpito da una serie interminabile di tragedie, e poi risollevato dalla cenere, continua a credere nella giustizia divina, consapevole dei limiti dell'uomo. E' un po' una sintesi della fiducia che l'ebreo, anche nei momenti più avversi, ha sempre riposto nel suo Dio. E stato solo dopo Auschwitz che ci si è interrogati con maggiore inquietudine: dov'era Dio allora? Dov'era la sua giustizia e dove la sua onnipotenza?

 

Torniamo alla Bibbia: ancora nella Genesi, Dio dice ad Abramo: «Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò glorioso il tuo nome; sarai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (12, 2-3). Poco più avanti, al capitolo 15, gli promette di rendere la sua discendenza numerosa come le stelle del cielo, benché Abramo non abbia ancora figli e disperi ormai di averne. E' con la nascita d'Isacco che la promessa si compie e si amplia. Dio ordina ad Abramo di circoncidere suo figlio con queste parole: «Ti renderò grandemente prolifico, ti farò diventare nazioni e dei re usciranno da te. Stabilirò il mio patto fra me e te e la tua discendenza dopo di te, nelle sue generazioni, come patto perpetuo, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. Darò a te e alla tua discendenza dopo di te la terra delle tue peregrinazioni, tutta la terra di Canaan in possesso perpetuo, e io sarò il loro Dio» (17, 6-8).

 

Facciamo qualche passo in avanti, nella storia e nel Libro, ed eccoci al capitolo 19 dell'Esodo. Gli Israeliti arrivano al Sinai, e prima di dar loro la legge, Dio mette le cose in chiaro: «Se davvero ascolterete la mia voce e osserverete il mio patto, sarete per me un tesoro particolare fra tutti i popoli, poiché mia è tutta la terra. Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa...» (19, 5-6).

 

Non si è indugiato a caso, né inutilmente, su questi passi della Bibbia che costituiscono i momenti fondamentali della «teoria» del popolo eletto, così centrale nei destini dell'ebraismo. Come ben rivelano i versetti che abbiamo citato il rapporto fra Dio e i figli d'Israele si svolge entro due coordinate: il patto e la promessa. Da una parte, il Signore promette ad Abramo una nutrita discendenza; dall'altra sancisce un patto, con Abramo stesso attraverso la circoncisione e con il popolo nel deserto attraverso il Decalogo che sta per consegnargli.

 

Israele diventa così il popolo eletto, o meglio, il popolo «scelto» da Dio; questa elezione, che sarà così importante non solo nel corso di tutta la storia ebraica ma anche, ad esempio, nella teologia cristiana che ne scardinerà i presupposti proponendone una lettura radicalmente nuova, capovolta, non ha il significato di un privilegio, come molti credono, bensì di una missione da compiere, di una funzione da svolgere.

«Voi sarete per me un popolo santo»: il termine santo non ha nell'ebraismo alcuna connotazione morale, vuol semplicemente dire «sacro», cioè in un certo senso appartenente a Dio, alla sua sfera.

L'elezione d'Israele consiste essenzialmente nel fatto di essere un «popolo di sacerdoti»; Israele deve rappresentare nel mondo quello che i sacerdoti sono all'interno d'Israele: votati, in ogni atto che essi compiono, al culto di Dio.

 

A questa funzione sacerdotale presso l'umanità intera va ricondotto tutto l'insieme della fede ebraica, e soprattutto dell'osservanza: in quanto popolo di sacerdoti, Israele è tenuto a osservare una legge, a praticare un certo tipo di vita improntato alla legge, a mantenersi «puro», sul piano materiale ma anche e soprattutto spirituale, in virtù della sua particolare vicinanza a Dio. Questa elezione non è dunque tanto un privilegio, un'esclusiva di cui godere passivamente; è piuttosto un compito affidato, da portare a termine.

 

Il fatto che Israele sia un popolo di sacerdoti non implica che lo debbano essere anche gli altri: per questo l'ebraismo non propugna una fede ecumenica, non ambisce a convertire il mondo intero. Si è parlato spesso, anche e soprattutto in termini negativi, della «separatezza» degli ebrei, della loro tendenza a tenersi in disparte, a distinguersi da ciò che li circonda.

 

Nella realtà, l'ebraismo ha sempre accettato la presenza degli «altri», senza aspirare a rendere tutti uguali sotto un'unica bandiera, a stabilire un'uniformità tanto nella fede quanto nel pensiero umano; la concezione ebraica è quella di un mondo composto di elementi diversi, di un umanità variegata il cui equilibrio va mantenuto così com'è. Questo può spiegare almeno in parte una certa «indifferenza» nei confronti dell'altro da sé, indifferenza che all'inverso può chiamarsi anche rispetto verso chi è fatto in un altro modo, rifiuto dell'assimilazione.

Come dire, siamo tutti uguali perché siamo tutti diversi.

 

Per questo l'ecumenismo è estraneo allo spirito ebraico. Lo è altrettanto l'impulso a convincere l'altro a entrare nella propria fede.

Lo è quanto meno in questo mondo: la tradizione ebraica dice che nel mondo a venire, dopo la fine dei giorni e l'avvento del messia, la funzione d'Israele come popolo di sacerdoti verrà meno, non servirà più; allora tutti gli uomini seguiranno la Legge perfetta. Ma per questo bisognerà aspettare la fine dei tempi.

 

Prima della fine dei tempi, s'è detto, arriverà il messia. Altro fondamento teologico dell'ebraismo. La prima, evidente differenza fra un cristiano e un ebreo, la prima cosa che viene in mente quando si tratta di stabilire dove la loro fede differisca, è infatti proprio questa: il cristiano è convinto che il messia sia già arrivato, l'ebreo lo sta ancora aspettando.

 

Messia è una parola ebraica che originariamente significa «unto»: quando un re saliva al trono, la cerimonia di investitura comportava essenzialmente l'«unzione» del nuovo sovrano, che ne stabiliva la legittimità. Ecco la consacrazione del primo re d'Israele, Saul: «Samuele prese allora un'ampolla d'olio, glielo versò sul capo e lo baciò, dicendogli: il Signore ti ha unto condottiero del suo popolo, d'Israele; tu governerai sul popolo del Signore, ci salverai dalle mani del nemico che ci circonda; e questo ti serva da segno, che è stato il Signore a ungerti condottiero sulla sua eredità» (1 Samuele 10, 1). Per Israele il messia, cioè l'unto, sarà di stirpe davidica, e verrà ad annunciare la fine dei tempi, l'avvento di un'era nuova. Non avrà caratteristiche divine, sarà cioè un uomo a tutti gli effetti, e non un figlio di Dio.

 

L'era messianica si situa in un punto indefinito del futuro, che potrebbe essere incommensurabilmente lontano o domani stesso; è facoltà dell'uomo, dell'ebreo in particolare, accelerare questo avvento con la sua rettitudine. La tradizione dice che basterebbe un solo giorno di sabato in cui nessun ebreo infrangesse la legge, per provocare questo evento. La fede nell'avvento del messia è ormai assente nella vita dell'ebreo laico; ma permea ancora profondamente ogni gesto, ogni pensiero dell'ebraismo ortodosso, di chi pratica un'osservanza rigorosa dei precetti. Il messia è invocato costantemente nella preghiera e nello studio.

 

Dio unico, elezione d'Israele, avvento del messia: ecco in rigorosa sintesi i principi fondamentali della fede ebraica. Vediamo ora di scendere pian piano dai principi alla realtà, a come cioè questi fondamenti teorici si realizzano nella costruzione di un sistema di vita e di pensiero.

 

Un'altra delle tipiche accuse mosse al giudaismo è quella di essere una religione cavillosa, una legislazione più che una fede. Si tratta insomma di quell'accusa di farisaismo mossa a suo tempo già dai primi cristiani, che consideravano l'ebraismo troppo legato alla legge e alle sue infinite minuzie. I farisei, da cui proviene il termine ormai entrato nell'uso della lingua italiana, erano una delle correnti del giudaismo all'epoca di Gesù Cristo, che poi si affermò come quella dominante, ed entrò nel corpus della tradizione rabbinica.

 

Anche in questo caso non nuoce cercare di vedere un po' più da vicino come stanno le cose.

 

Si parlava poco fa dell'elezione d'Israele. A questa elezione è subordinata l'osservanza di uno statuto, o meglio, questi due elementi si incontrano in una dialettica continua: «Se sarete un popolo santo, se vi mostrerete degni di esserlo, io, Dio, vi darò la mia legge», «se osserverete la mia legge resterete il mio popolo eletto», ecco grosso modo come «funziona.» il rapporto fra Dio e Israele. La fede in Dio si esplica, secondo l'ebraismo tradizionale, innanzitutto nell'opera, e poi nella mente: un passo biblico dice esplicitamente «Faremo e ascolteremo» (Esodo 13,7): dunque conta prima di tutto agire, comportarsi secondo la legge in ogni momento della vita.

 

La legge non è soltanto il Decalogo, cioè quei Dieci comandamenti che sono entrati nella coscienza universale. A ben guardare, la seconda parte del libro dell'Esodo, il Levitico e il Deuteronomio sono un codice normativo di ragguardevoli dimensioni. La legge biblica copre ogni ambito della vita: diritto di famiglia, giurisdizione sociale, penale, assistenziale, norme sulla proprietà. E contiene naturalmente una complessa normativa legata al culto, alle offerte votive, ai sacrifici.

La codificazione biblica si pone come quasi rivoluzionaria nel contesto storico in cui ha avuto origine. Per non citare che due esempi, il tanto famoso «occhio per occhio dente per dente», considerato spesso una spregevole e spietata legge del taglione alla base di un supposto spirito vendicativo connaturato alla mente ebraica, è in realtà un tentativo di mitigare l'uso dell'epoca. Quello per cui a controparte di una lesione, andava causata una lesione ben più grave. Fra le righe, essa va letta «un solo occhio per occhio», e all'epoca doveva certamente apparire come una novità di rilievo in direzione di maggiori garanzie per l'«imputato», e minori crudeltà.

 

Parimenti l'altrettanto famosa legge del «non mangerai il capretto nel latte di sua madre», vuole probabilmente essere una forma di censura nei confronti di un uso assai comune presso le tribù seminomadi della Mezzaluna fertile all'alba della storia: quello cioè di mangiare effettivamente il capretto cotto nel latte di colei che gli aveva dato la vita. La normativa biblica abolisce tale pratica crudele. Il fatto poi che la tradizione rabbinica abbia inteso in senso ristretto questa legge, e proibito il consumo di qualsiasi latte e qualsiasi carne nello stesso pasto, è un altro discorso.

 

Delle leggi alimentari avremo ancora modo di parlare: esse costituiscono un vero e proprio sistema a sé stante, e non semplicemente un elenco di divieti, tabù e restrizioni. La Bibbia dice esplicitamente che cosa si può mangiare e che cosa non si deve usare per cibo. Principio informatore alla base di questo sistema, era probabilmente una concezione vegetariana dell'uomo, cui del resto Dio ha detto, appena dopo averlo creato: «Ecco, io vi do ogni erba producente semente che è sulla superficie di tutta la terra e ogni albero che ha frutto di albero producente seme: vi servirà da cibo» (Genesi 1, 29). Una volta ammessa la carne nella dieta umana, e precisamente per la prima volta con Noè, dopo il diluvio, il principale divieto resta quello di cibarsi del sangue, perché esso è lo scrigno della vita, di cui solo Dio è depositario. Ci sono poi varie categorie di animali impuri, cioè non commestibili, e non poche limitazioni anche per frutta e colture. Basti segnalare l'imposizione di un periodo di calma anche per i campi, che ogni sette anni devono stare a riposo.

 

Ci sono poi leggi relative all'assistenza all'orfano e alla vedova, all'esclusione sociale dei lebbrosi e di altri affetti da piaghe impure, all'affrancamento dei servi, alla divisione dei campi, al divorzio, all'incesto, e via di seguito. Non resta che sfogliare le pagine della Bibbia. Per quanto possa sembrare incredibile, quasi una beffa ai millenni di storia, la legge ebraica è ancora sostanzialmente quella contenuta nelle Sacre Scritture. Il ponte fra l'antico e il moderno, ciò che ha consentito a questo codice di varcare la sua epoca e venire assunto in ogni tempo, è il Talmud.

 

Narra la tradizione, che alla vigilia della distruzione di Gerusalemme a opera dei romani, i discepoli di rabbi Yochanan ben Zakkay usarono un sotterfugio per portare in salvo il maestro: lo diedero per morto e lo trasportarono dentro una bara. E da questo triste aneddoto che comincia la storia del giudaismo rabbinico. Quando il popolo d'Israele perse definitivamente l'autonomia politica e la propria terra, i suoi leader intellettuali si trovarono di fronte al fatto di dovere mantenere in vita questo popolo, di fare in modo che restasse unito, che non perdesse il legame con la propria storia e la propria fede. Fu così che nacque, in sostanza, quella «siepe» intorno alla Bibbia, che è il Talmud.

 

Di fronte alla perdita di quegli elementi che costituiscono le coordinate nazionali di un popolo - terra, governo, autonomia - i rabbini provvidero fornendo agli ebrei l'imponente costruzione di un modello di vita sociale, culturale, religiosa e materiale, teso a garantire la coesione, la sopravvivenza, la trasmissione dei propri valori. L'insieme della legge orale contenuta nel Talmud assolve quindi fin dall'inizio una funzione alternativa a quella normalmente esercitata da una bandiera nazionale, da un territorio, da un governo autonomo. Per non fare che un esempio, il Talmud contiene una vasta normativa agricola, concepita per un popolo che ormai non aveva più un solo campo da coltivare ma che restava fermamente convinto, prima o poi, di tornare alla propria terra.

 

La metafora della «siepe», usata dai maestri stessi, riconduce quindi all'idea della definizione di una legge, di un modo d'essere sulla base dell'esperienza biblica, che viene fissata per l'eternità attraverso le pagine del Talmud. Esso non è un codice nel senso comune del termine, bensì un immenso «bacino» di nozioni, norme, racconti, interpretazioni.

Talmud è una parola ebraica che deriva dalla radice lamad, la quale può significare tanto «apprendere» quanto «insegnare». Talmud significa dunque originariamente «studio». Il termine indica però per lo più quella che si definisce anche, quasi per paradosso, la «Legge orale», contrapposta alla «Legge scritta», cioè la Torah, i primi cinque libri della Bibbia: il Pentateuco.

 

Questa «Legge orale» è nella realtà un immenso corpus scritto, frutto di secoli di discussioni, dibattiti, vere e proprie lezioni scolastiche.

Esso non è infatti un testo sistematico, in cui la materia venga formulata con ordine, in successione logica: un capitolo del Talmud inizia quasi sempre così: «Rabbi tal dei tali dice a nome di rabbi talaltro...» e prosegue poi: «rabbi Abraham non la pensa così... con lui si trova d'accordo rabbi Yehoshua, ma non nel caso in cui le cose stiano...» Non sempre alla fine i maestri si trovano d'accordo. E' in sostanza una «formulazione aperta», suscettibile di ulteriori interpretazioni, di successivo lavorio mentale.

 

Il Talmud è diviso per ordini, e all'interno d'ogni ordine vi sono diversi trattati, dai titoli a volte curiosi, come «uovo», «porta di mezzo» (del Tempio di Gerusalemme), «fidanzamento». In quali circostanze nacque questo testo? Esso è, come s'è detto, un lunghissimo «verbale» di secoli di discussioni rabbiniche, fondate non solo sulla legge biblica, ma anche sulla Mishnah. La Mishnah è una codificazione legislativa anteriore, sulla quale si basa l'ordinamento del Talmud, composta approssimativamente entro il III secolo e attribuita, per lo meno come redazione finale, a rabbi Yehudah ha-Nasi. Secondo la serie di progressive stratificazioni, si potrebbe così semplificare: Torah, cioè legge biblica, Mishnah, e Mishnah più Gemarah (cioè commento e spiegazione allo scarno testo della Mishnah), uguale Talmud.

Naturalmente non finisce qui, perché a partire grosso modo dall'inizio del VII secolo, che chiude la redazione del Talmud, s'inaugura un'infinita successione di commenti, riletture, discussioni intorno a queste migliaia e migliaia di pagine che divennero il fondamento della vita ebraica. Basta buttare l'occhio su una pagina a stampa del Talmud, anche senza sapere una parola di ebraico, per capire che cosa esso abbia significato e significhi ancora: il testo vero e proprio del Talmud è incorniciato da commenti posteriori, glosse, spiegazioni, riferimenti.

 

Non esiste un solo Talmud, ne esistono due: il più antico è probabilmente quello detto di Gerusalemme, o palestinese. Il secondo, Talmud per antonomasia, comunemente consultato, è detto anche di Babilonia, perché fu redatto nelle accademie di questa regione, dove, nell'epoca tardoantica, l'ebraismo ebbe un grande momento di fioritura intellettuale. Torniamo per un momento al rabbino in fuga da Gerusalemme in fiamme, nel 70 dell'era volgare. Lasciata la «zona calda» della guerra, Yochanan ben Zakkay si rifugiò con i suoi discepoli a Yavneh, sulla costa, e lì aprì la prima di quelle accademie di studio che posero le fondamenta della continuità ebraica nella Diaspora ed elaborarono il corpus del Talmud, gettando le basi di un'esistenza nazionale anche senza nazione, costruendo l'identità di un popolo disperso da quel momento ai quattro angoli della terra.

 

La cultura ebraica tradizionale può essere infatti raffigurata come una catena ininterrotta, in cui ogni anello è costituito da un maestro: ed è proprio così che essi si consideravano, ben consapevoli che la trasmissione non solo della fede e della cultura, ma dell'identità del popolo nel suo insieme, era affidata a questa catena.

 

Dalla legge alla vita: per l'ebreo osservante, al di là delle ore che dedica ogni giorno alla lettura e allo studio, il Talmud significa, in pratica, i seicentotredici precetti che costituiscono l'insieme di doveri e divieti formulati nella Legge, e ai quali il filosofo, medico e maestro Maimonide, nato in Spagna e morto in Egitto all'inizio del XIII secolo, ha dato una sistemazione organica. In poche parole, tutto ciò che la legge impone all'ebreo di fare e di non fare: dai cibi leciti e illeciti al matrimonio, dal regime delle festività alla circoncisione, dall'inaugurazione di una casa nuova alla benedizione del pasto, le seicentotredici mitzwot, parola ebraica che significa propriamente «comando da eseguire» regolano nei minimi dettagli la vita dell'ebreo osservante.

 

Qualche secolo più tardi, intorno alla prima metà del Cinquecento, Yosef Caro scriverà un altro compendio teso a far ordine nei vasti materiali del Talmud, di modo che fosse possibile trovare rapidamente una risposta a ogni questione o dubbio sul da farsi: la sua opera si chiama Shulchan 'Aruk, cioè «Tavola apparecchiata».

 

La vita tradizionale ebraica non è dunque fatta soltanto di quei momenti di preghiera che interrompono la quotidianità: se un ebreo decide di vivere sino in fondo secondo la propria legge, non deve dimenticarla in nessun atto che compie: essa gli indica infatti anche come condurre una trattativa commerciale (quanto meno nelle sue linee generali e soprattutto nella base etica, morale, che deve soggiacere a ogni attività), quali vestiti indossare (non solo nel mantenimento di un decoro esteriore, specchio di un certo modo di pensare, ma anche ad esempio nella scelta dei tessuti), come regolarsi su questioni attuali e non (l'ebraismo ha, ad esempio, una sua posizione sull'aborto, sulla contraccezione, sull'eutanasia, sulla fecondazione artificiale). E ogni qual volta si presenta una situazione nuova, gli esperti, i rabbini, i maestri, consultano il Talmud o altri testi della tradizione, e procedono per analogia, formulando una posizione conforme alla propria legge. E' ovvio, infatti, che il Talmud non affronta la questione della fecondazione artificiale: ma la risposta ebraica è in un certo senso già contenuta in questo testo, da cui si possono trarre gli elementi per decidere. Fin qui si è grosso modo, e a grandi linee, tratteggiata una visione dell'ebraismo, della sua fede e della sua vita segnata dalla fede, sostanzialmente senza tempo. Effettivamente la vita ebraica secondo la Legge è come sospesa nel tempo, in attesa del ritorno alla terra, ma anche e soprattutto del messia. Ancorata alla storia biblica, insediata in un ambiente circostante per lo più ostile o quantomeno indifferente, l'identità ebraica è vissuta in un certo senso fuori dalla storia; si celebrava ogni anno, ad esempio, l'esodo dall'Egitto come se fosse accaduto appena ieri, mentre si sentivano assai più lontani il presente politico, i rivolgimenti di potere, tutto quel che accadeva nei pressi.

 

Anche se, come capita quasi sempre, la realtà è un po' a mezza strada fra i due estremi: gli ebrei non hanno mai vissuto in completo isolamento, hanno sempre mostrato una certa, variabile misura di partecipazione a ciò che accadeva «fuori», e al tempo stesso di libertà nei confronti della legge.

 

Oggigiorno l'emancipazione, la conquista di una piena parità di diritti e doveri civili, l'assimilazione, cioè la perdita di un modello di vita proprio, tradizionale, esclusivo, a vantaggio di un adeguamento alle circostanze esterne, rendono una minoranza il numero di ebrei che vivono in completa aderenza ai propri precetti. Molti di più sono quelli che il sabato vanno in automobile e accendono la luce, che non mangiano strettamente kasher, che non conoscono la liturgia e magari nemmeno una parola d'ebraico, che a malapena festeggiano Pasqua e digiunano a Kippur.

 

La fisionomia caratteristica dell'ebraismo di oggi nella Diaspora è quella della comunità, che in ebraico si dice qehillah: un insieme di luoghi, cariche, attività, che configurano gli ebrei di una certa località come un corpo unitario. Una comunità è innanzitutto sede del culto: la sinagoga o le sinagoghe della città; essa impiega uno o più rabbini, alcuni «funzionari», un custode del luogo di preghiera. Ci sono poi gli uffici, un piccolo organismo amministrativo dotato di una certa autonomia: la comunità gestisce infatti spesso anche una scuola, un centro sociale, una biblioteca, un ospizio, una mensa dove si può mangiare kasher; possiede e gestisce dei locali dove la vita ebraica ha la sua socialità: serate culturali, festività celebrate insieme, corsi di lingua e cultura, concerti e via di seguito. La scuola è un elemento essenziale, che non manca mai appena una comunità ha i numeri per tenerla insieme. In Italia si seguono i normali programmi di studio, più alcune ore di lezione dedicate alla propria storia, all'ebraico, e soprattutto un calendario che non è quello civile: le scuole ebraiche sono sempre chiuse il sabato e nelle festività tradizionali. In Italia sono chiuse anche la domenica e in altre occasioni del calendario «esterno», come Natale o il 25 aprile. Negli uffici si tengono i registri degli iscritti, si amministrano i beni mobili e immobili dell'ente, si governa insomma questo piccolo corpo dotato di una certa autonomia, per lo meno in ambito religioso e intellettuale. In Italia i rapporti fra le comunità ebraiche e lo Stato italiano sono regolati da una specie di concordato, recentemente rinnovatosi, che garantisce agli ebrei la compatibilita fra il fatto di essere cittadini italiani e appartenenti al popolo ebraico. E' ad esempio previsto che colui che è iscritto a una comunità ebraica abbia il diritto di non lavorare il sabato e recuperare in un altro giorno della settimana. Il detenuto ebreo ha diritto all'assistenza spirituale di un rabbino, le date dei concorsi pubblici devono essere fissate in armonia anche con il calendario ebraico.

 

La comunità è una piccola democrazia, la cui gestione viene decisa sulla base di elezioni: ci sono liste e candidati. Ad elezioni avvenute si forma una giunta, con presidente, segretario, assessori e via di seguito.

 

Gli ebrei spesso, come avviene in Italia, pagano le tasse alla comunità: questi versamenti garantiscono il funzionamento delle strutture di cui s'è detto e l'accesso ai vari servizi. Con ciò, non è che la funzione in sinagoga richieda un biglietto d'ingresso: chiunque può recarsi al tempio ad ascoltare e seguire la preghiera. Se però non ci fossero le tasse, sarebbe difficile tenere in piedi questa istituzione.

 

Torniamo per un momento al ruolo del rabbino. Nell'ebraismo non esiste qualcosa di paragonabile al sacerdote cattolico: una figura cioè investita di autorità superiore, che faccia in un certo senso da tramite fra Dio e il fedele, come capita, ad esempio, con la confessione o la comunione. Rabbino è una parola che deriva dall'ebraico rav, rabbi, che significa signore, maestro. Il rabbino ha infatti essenzialmente una funzione educativa: è un maestro, un saggio che ha studiato e conosce meglio degli altri la legge, la tradizione, i testi. Va da sé che in virtù di questa sua maggior cultura e dimestichezza con la normativa ebraica, egli si occupi anche, ad esempio, del controllo sulla macellazione rituale e sulla liceità dei cibi; o che nel suo ufficio accolga chiunque abbia bisogno di un consiglio, di una delucidazione. E' in una certa misura anche una figura pubblica, chiamata a esprimersi in convegni, serate culturali, manifestazioni indette dalla cittadinanza.

La comunità, a volte, è anche un insieme di altri luoghi: macellerie di carne kasher, spacci di altri generi alimentari, ristoranti, piccoli musei, negozietti vari. Tutto dipende dalle dimensioni. Quella di New York è una Babele di strade e quartieri dove sinagoghe, oratori, negozi, sale di ritrovo, sedi di associazioni, scuole, boutiques, non si contano. In Italia non esistono comunità così grandi, e le piccole proporzioni non lasciano quasi mai spazio a insegne di negozi in ebraico, a presenze vistose come i ristoranti, a librerie di testi tradizionali. Se una volta, volenti o nolenti, gli ebrei abitavano tutti insieme, dentro i ghetti, oggi non è più così; nelle ultime generazioni si è assistito a un progressivo, lento ma inesorabile smembramento dei quartieri ebraici, anche là dove erano assai ben caratterizzati, come a Venezia. Nelle città gli ebrei abitano ormai indistintamente nelle varie zone, sono per lo più irriconoscibili nell'aspetto esteriore e nello stile di vita che conducono. In generale, con diverse gradazioni, a partire dalla seconda metà di questo secolo l'identità ebraica è diventata un fatto più personale, più interiore, proprio dell'individuo e della sua famiglia. Pur restando tale, il popolo ebraico si è profondamente assimilato alla realtà che lo circonda, lasciando magari intatti certi scomparti della vita (come la preghiera il sabato mattina) ma soprattutto un forte senso di appartenenza che non si sente menomato dal fatto di condurre una vita laica, diversa da quella che prescrive la legge e che è stata vissuta per secoli e millenni.