La diversità

 

Da duemila anni a questa parte gli ebrei rappresentano il diverso per eccellenza: Riccardo Calimani ha definito «al margine e in bilico» l'esistenza nella Diaspora. Al margine della società circostante, che quasi sempre ha scelto di stabilire dei confini netti, mentali e materiali, fra gli ebrei e gli altri; e in bilico fra la sopravvivenza e l'estinzione, in balia di una realtà spesso avversa. Comunità di ebrei fuori dalla Terra d'Israele esistevano ancora prima della caduta del Tempio e della fine della nazione indipendente: in Egitto, in Italia, probabilmente in altre zone del bacino mediterraneo, varie ragioni, non ultima l'attività commerciale, portano molto presto al formarsi di nuclei ebraici. Ma dopo la conquista romana e la distruzione di Gerusalemme, quando viene a mancare il fulcro nazionale, il riferimento non solo politico ma anche territoriale, la vita ebraica assume quella sua connotazione particolare. Gli ebrei diventano un popolo senza terra, che vive disperso in mezzo agli altri pur continuando a restare se stesso, a mantenere la propria identità, che - vista dall'esterno assume i connotati della «diversità». Una diversità assai marcata, sia per il fatto che gli ebrei vivono in modo difforme, sia perché il mondo circostante impone la riconoscibilità dell'ebreo, negli abiti che deve indossare, nella strada che deve abitare, nelle professioni che deve esercitare. E anche nelle situazioni di favore, che la storia non ha fatto mancare, nelle epoche di convivenza pacifica, di scambi culturali, di rispetto reciproco, la distanza dell'ebreo dal mondo circostante non andava propriamente riducendosi, assumeva piuttosto un risvolto diverso.

L'assimilazione, il processo cioè di scomparsa della diversità, di assunzione di stili di vita, abiti, abitudini, convinzioni conformi a quelli del mondo circostante, è un fenomeno relativamente nuovo e piuttosto repentino, conseguenza dell'emancipazione. Oggigiorno gli ebrei, un po' dappertutto, sono meno diversi di un tempo. In parte perché molte società si sono sviluppate in una direzione multietnica: negli Stati Uniti, ad esempio, è difficile dire chi sia il «diverso», perché lo sono un po' tutti. In parte perché gli ebrei hanno perso molte delle loro caratteristiche esteriori, delle loro particolari abitudini di vita, integrandosi nel mondo circostante. Eppure non mancano i tratti che segnano ancora questa diversità così radicata nella storia, così carica di conseguenze.

 

Non sono, beninteso, tratti somatici: il famoso naso a becco così spesso rappresentato nell'iconografia antisemita. Gli ebrei non sono una razza, e non hanno caratteristiche fisi che che li accomunano, che li identificano: basta percorrere a piedi la distanza di un solo isolato, in Israele, per rendersene conto. A seconda della provenienza geografica e dell'ereditarietà familiare, si troveranno ebrei biondi e bruni, il tipo nordico e quello mediterraneo, il ceppo caucasico e quello slavo, i tratti mediorientali e quelli europei.

 

Vediamo quindi di percorrere qualche passo in questa diversità, che per lo più si dipana dalla sfera religiosa, evidenziando quegli aspetti in cui il credo e la mentalità ebraica si rivelano più distanti dall'opinione comune, propria della società che li circonda.

 

Tanto i cristiani quanto gli ebrei, come si è detto, credono nell'esistenza del messia: la differenza sta nel fatto che i cristiani ritengono che egli sia già venuto, mentre gli ebrei lo stanno ancora aspettando. Messia è una parola ebraica che significa «unto», a cui corrisponde il termine d'origine greca «Cristo»: come si è detto, infatti, per l'antico Israele, il culmine della cerimonia di ascesa al trono del sovrano era appunto l'unzione, con cui veniva siglata la legittimità di chi entrava in carica. L'unzione sancisce il mandato divino della monarchia: «Il Signore ti ha unto condottiero del suo popolo, Israele...» (1 Samuele 10,1).

 

Successivamente si fa strada nel pensiero ebraico l'idea che, tempo dopo l'estinzione della monarchia, l'avvento di un discendente di stirpe davidica avrebbe portato con sé un rivolgimento totale, e soprattutto la fine delle avversità per il popolo ebraico. L'attesa di un intervento combinato, cioè divino e umano, per stravolgere la cattiva sorte e le miserie morali e materiali, è già ventilata in alcuni libri profetici, primo fra tutti Isaia. Ma questa figura non è mai vista come l'incarnarsi di Dio, piuttosto come il suo affidare la missione redentrice a un essere umano predestinato. All'avvento del messia avrebbe fatto immediatamente seguito l'era messianica, a sua volta anticamera di un tempo diverso, di una stagione cosmica che la tradizione ebraica chiamerà «il mondo a venire».

 

La storia degli ebrei è segnata da più d'un falso messia, in epoche diverse: in una serie di corsi e ricorsi, si assiste a varie ondate di attese trepidanti, di senso d'imminenza dell'arrivo del messia, di movimenti spirituali e ascese di individui che si dichiaravano il messia o il suo portavoce: tipica è la turbolenta vicenda di Shabbatai Tzevi, vissuto nel XVII secolo, che ha travolto come un'onda di piena le comunità dell'epoca, per poi spegnersi miseramente nelle carceri turche, e infine con una provvidenziale conversione all'islam da parte del protagonista.

 

Tornando alla questione della cosiddetta diversità, se il cristianesimo pone come fondamento del proprio credo la convinzione che Gesù sia il messia di cui s'accenna nella Bibbia, cioè, in una prospettiva cristiana, nell'Antico Testamento, l'ebraismo non riconosce questa identificazione. Per gli ebrei Gesù non è il messia. Ciò non toglie che i primi cristiani fossero ebrei che, all'epoca di Gesù, vivevano in Palestina e anche nella Diaspora (a Roma, ad esempio) e, convintisi della verità del suo messaggio, lo accolsero e lo diffusero fra le genti, facendosi cristiani. Come Paolo di Tarso, ad esempio.

 

In poche parole, come s'è detto, gli ebrei stanno ancora aspettando il messia. Concepire il tempo come una fase di sospensione, di attesa, come qualcosa non di statico e fisso, bensì dinamico, ha significato molto, nella storia, e non solo in quella ebraica. Si tende a descrivere la concezione classica, greco-romana, del tempo come un moto circolare in cui le vicende si susseguono con ripetuta regolarità; quello ebraico è invece un tempo lineare, una retta infinita in cui è impossibile prevedere quel che accadrà nella frazione di secondo dopo. Questa teoria, che l'ebraismo non enuncia affatto ma si limita a suggerire, ha secondo alcuni lasciato le sue impronte, ad esempio, sul marxismo e sulla sua idea di «redenzione del proletariato». Ma non è certo il caso di entrare più nei dettagli di tali ardui e delicati dibattiti.

 

E' certo però che gli ebrei, almeno fino all'emancipazione, hanno convissuto con un senso d'attesa quasi palpabile: attesa del messia, della redenzione, della fine dell'emarginazione, del ritorno in terra d'Israele. Insomma, di un tempo migliore.

 

La tradizione ebraica dice che il profeta Elia verrà a preannunciare l'arrivo del messia: ad attendere il profeta Elia c'è una coppa di vino rosso sulla tavola imbandita la prima sera della festa di Pasqua.

 

In questo tempo d'attesa, il popolo ebraico ha il dovere di osservare e custodire la parola biblica, fin nei minimi particolari. Uno dei motivi centrali del cristianesimo è stato il ripensamento della legge biblica, sentita non più come una serie di norme e divieti da rispettare, bensì come una sorta di metafora teologica, al pari delle vicende del popolo d'Israele. Vediamo ad esempio il caso della circoncisione: i musulmani circoncidono i propri figli al compimento del tredicesimo anno, così come Abramo ha fatto con suo figlio Ismaele, capostipite dei fedeli di Maometto. Gli ebrei circoncidono i propri figli al compimento dell'ottavo giorno, come Abramo ha fatto con Isacco, figlio suo e di Sara. I cristiani intendono una circoncisione non del prepuzio, bensì del cuore (di cui si parla già in Deuteronomio 10,16), e sostanzialmente dicono: questo comando non va preso alla lettera. Si veda ad esempio la posizione, molto esplicita, di Paolo nella Lettera ai Calati 5,6.

 

L'ebraismo ha una concezione globale dell'uomo molto diversa da quella cristiana. Fondamentale per il cristianesimo è l'idea del peccato originale, commesso da Adamo ed Eva e trasmessosi da quel momento in poi a tutto il genere umano. Per l'ebraismo la vicenda umana di Adamo ed Eva prima della loro cacciata dal paradiso terrestre non ha intaccato altri che loro stessi: la tradizione infatti narra poi di una contrizione, di un sincero pentimento da parte di entrambi, tanto è vero che Adamo si merita quel paradiso che attende le anime buone dopo la morte. L'uomo non è quindi carico di alcuna colpa originaria, e va giudicato in base ai meriti e alle trasgressioni di cui dà personalmente prova.

 

Parimenti estranea all'ebraismo è l'idea che l'individuo, il fedele, abbia bisogno di una sorta di mediazione per giungere a Dio. Non c'è nulla di più estraneo allo spirito ebraico della confessione. Come s'è già detto, il rabbino non detiene alcuna particolare autorevolezza teologica: egli è semplicemente un maestro, che ha studiato di più e dunque conosce meglio la Legge. Ma non ha nulla dell'intermediario fra Dio e l'uomo, di colui che è in grado di elargire il perdono o la punizione. Ognuno è responsabile di fronte a se stesso e di fronte a Dio degli atti che compie; anche il concetto di trasgressione, parola che nell'ambito ebraico sostituisce, approssimativamente, il concetto di peccato, è molto particolare. Mancando di osservare la legge, mangiando cibi proibiti, spostandosi in macchina di sabato, l'ebreo si priva di quei valori e di quella funzione che gli sono propri. Non incorre in alcuna punizione «automatica». In sostanza viene meno al suo essere ebreo. Perde il privilegio e l'impegno di essere «sacerdote» per l'umanità.

 

Per quel che riguarda la concezione della vita dopo la morte, l'ebraismo non fornisce un quadro netto, preciso come il cristianesimo. Tutto è in funzione del Giudizio universale, che anticiperà l'avvento del mondo a venire. Ma ciò che accade all'anima dopo la morte del corpo, e in generale tutto ciò che ha a che fare con la morte, nell'ebraismo è come coperto da un velo di ritegno, di silenzio. Testimonianza assai chiara ne è l'uso ebraico di coprire la salma, immediatamente dopo il decesso, con un telo (il sudario di Gesù), e di non mostrarla più a nessuno, né parenti stretti né visitatori. La morte è insomma avvolta nel mistero, estranea ad alcuna forma di culto o di ostentazione; i funerali e l'inumazione devono avvenire il più presto possibile, così da realizzare quel «finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto» (Genesi 3,19).

 

Se il cattolicesimo celebra la castità come apice della devozione a Dio, l'ebraismo la condanna, propugnando una fedele aderenza al precetto biblico del «Crescete e moltiplicatevi» (Genesi 1,28): la vita matrimoniale, la procreazione è la più autentica e completa realizzazione dell'essere umano. Anche i rabbini si sposano, naturalmente.

 

L'ebraismo non ha poi nulla di paragonabile al culto dei santi, o della madre di Gesù: il calendario ebraico è fitto di celebrazioni storiche, di memorie di eventi che hanno segnato le vicende del popolo; certo, si ricordano alcuni personaggi chiave di questi eventi, come Mosè nella Pasqua o la regina Ester nella festa di Purim, ma ci si concentra soprattutto sugli eventi, sul popolo d'Israele nel suo complesso, vero e indiscusso protagonista. Nell'ebraismo non esiste alcuna forma di venerazione che sia estranea a Dio: anche quelle figure dotate di una dignità tutta particolare, come Mosè - che la tradizione considera il profeta per eccellenza, colui che è asceso al massimo grado di vicinanza a Dio -, sono rispettate, conosciute, vengono considerate un esempio da osservare per quanto impossibile da raggiungere; ma non sono mai adorate, fatte oggetto di qualsivoglia culto.

 

Il calendario ebraico, quindi, non ha né santi né onomastici. La settimana è scandita nel modo più essenziale possibile: giorno primo, giorno secondo e via di seguito fino al sabato, dove sul calendario compare anche il titolo della porzione di Pentateuco cui è dedicata la lettura sinagogale del giorno. Potrà sembrare bizzarro che la settimana inizi non dal lunedì bensì dalla domenica, giorno assolutamente feriale, in Israele. Ma questa è la lettura che la tradizione ebraica dà dei sei giorni della creazione; «E nel settimo giorno si riposò» (Genesi 2,1): è il sabato, parola ebraica che deriva da una radice che significa proprio «star seduti», «riposare», «cessare». Non va dimenticato che si deve a questi primi, pochi versetti della Bibbia che narrano la creazione, l'invenzione della settimana, di questo ciclo evidentemente a misura non solo di Dio ma anche d'uomo (perché adottato più o meno in tutto il mondo), composto di sei giorni di lavoro e uno di riposo.