Martedì, 10 giugno
Uno
Stella aveva dormito così profondamente che tornare alla realtà le costò molta fatica. In più, aveva fatto un sogno bellissimo: era a casa a Kingston e aveva scoperto che durante la notte in giardino erano cresciute centinaia di stupende piante esotiche. I loro fiori dai meravigliosi colori sprigionavano un profumo celestiale e inebriante. Stella non sapeva spiegarsi come fosse potuto succedere. Non aveva il pollice verde e in estate riusciva a stento a far sopravvivere le petunie che piantava nei vasi sulla veranda. Poi dagli impianti d’irrigazione vide l’acqua zampillare in grandi archi argentei su quella meraviglia, e le venne voglia di correre lì a bere. Aveva sete, e l’acqua sembrava fresca e limpida. L’unica nota stonata era lo strano rumore che proveniva dai tubi che attraversavano il giardino, come se l’acqua venisse spinta da una vecchia pompa arrugginita e ansimante, ormai sul punto di bloccarsi. Stella si guardò intorno, per cercare l’origine di quel suono, ma si accorse subito che qualcosa era cambiato.
Si svegliò.
Niente fiori e niente acqua zampillante sotto il sole. Quello che rimaneva del sogno era la sete terribile che aveva desiderato calmare. E quell’inspiegabile ansito arrochito.
Si mise a sedere lentamente. Era sdraiata su una vecchia stuoia sul pavimento, su cui aveva steso una coperta trovata in un angolo. Un tempo doveva averci dormito un cane, perché era piena di peli. Ma non era il momento per essere troppo schizzinosi. Senza coperta faceva troppo freddo e Stella non ne aveva trovate altre.
Sammy era sdraiato accanto a lei. Dormiva ancora. Cinque giorni di prigionia erano bastati a farlo diventare più pallido e più gracile di quanto non fosse. I capelli biondi erano opachi e stopposi. Aveva le labbra ruvide e screpolate. Beveva troppo poco. Come lei e Jonas.
Gli lascerò un po’ della mia razione, pensò Stella passandosi la lingua sulle labbra secche. Dalla finestra aperta entrava un raggio di sole. Un’altra giornata calda e luminosa. E loro erano ancora bloccati in quella maledetta prigione di pietra. Era evidente che Denis e Terry non avevano mantenuto la promessa di chiamare i soccorsi. Ammesso che Denis avesse mai avuto intenzione di farlo.
Stella fu assalita da una profonda apatia. Desiderava solo poter dormire ancora mezz’ora e tornare nel giardino fiorito pieno d’acqua. Ma in quel momento udì di nuovo quello strano rantolo e si voltò.
Era Jonas. Sdraiato sul divano, dormiva e respirava faticosamente. Era pallidissimo. La pelle era diafana sotto la barba ispida.
Il giorno prima si era illusa che si stesse riprendendo. Ora invece sembrava che le sue condizioni fossero drammaticamente peggiorate.
Si alzò cauta per non svegliare Sammy e si avvicinò al marito. Le bastò accucciarsi accanto al divano per percepire il calore che proveniva dal suo corpo. Gli posò una mano sulla fronte e sussultò: era bollente.
Inoltre emanava un cattivo odore, e non era semplicemente per il sudore e la sporcizia, come lei e Sammy. La ferita all’addome si stava infettando. Jonas aveva bisogno di dosi massicce di antibiotici.
Aveva bisogno di un medico. Con urgenza.
Si avvicinò all’angolo dove aveva radunato le poche provviste. Riempì d’acqua un bicchierino e dovette trattenersi per non berne un sorso. Le sembrava di avere la bocca piena di segatura, ma si costrinse a non pensarci. Almeno lei doveva dilatare gli intervalli tra un pasto e l’altro. Jonas aveva la priorità. Per lui era questione di vita o di morte.
Si inginocchiò di nuovo accanto al marito, gli tamponò le labbra con l’acqua, ne fece scendere qualche goccia sulla fronte. Avrebbe voluto potergli fare degli impacchi freddi ogni ora, per abbassare la febbre, ma così avrebbero terminato le scorte d’acqua prima della fine di quella giornata. E non c’era alcuna speranza che i soccorsi arrivassero così presto.
Jonas si agitò, quindi aprì gli occhi. Aveva lo sguardo velato.
«Acqua» sussurrò con voce arrochita.
Lei gli sollevò la testa con una mano, mentre con l’altra gli avvicinava il bicchierino alla bocca. Jonas bevve avidamente. Poi si sdraiò di nuovo.
«Faccio fatica... a respirare» ansimò.
«Hai la febbre alta. Pensi di riuscire a mandare giù una compressa?»
«Sì» mormorò. Stella lo aiutò nuovamente a sollevare la testa e gli fece deglutire due compresse di paracetamolo. Lo sforzo lo aveva sfinito. Rimase con gli occhi chiusi anche quando Stella gli rivolse la parola. Se non altro non soffriva, quantomeno non si lamentava, ma Stella si domandava se la difficoltà di respirazione non fosse un sintomo più grave.
Udì un rumore alle proprie spalle. Sammy si era svegliato e venne da lei.
«Ho tanta sete» disse.
Stella si alzò e andò a riempirgli un bicchierino d’acqua, che il bambino bevve d’un fiato come suo padre.
«Posso averne ancora?» chiese.
A Stella si strinse il cuore, ma scosse la testa. «Ce la fai ad aspettare un pochino? Non ne abbiamo molta, sai.»
«Quando arriva la polizia?»
«Presto, vedrai. Forse già oggi.» In realtà Stella stava perdendo le speranze. Denis Shove avrebbe chiamato i soccorsi solo quando si fosse ritenuto al sicuro, e poteva passare molto tempo.
La fosca previsione di Jonas era esatta: sempre che i soccorsi arrivassero, sarebbe stato comunque troppo tardi. Troppo tardi per lui, ma anche per loro. L’acqua stava finendo.
Stella alzò lo sguardo verso la finestra. Vide il cielo azzurro.
Jonas aveva ragione anche su quello. L’unico che avrebbe potuto liberarsi da quella prigione ermeticamente chiusa era Sammy. Stella si era rifiutata, ci aveva ripensato la sera prima e aveva stabilito che era un’idea assurda.
Ma ora si rese conto di non essersi nemmeno chiesta se fosse fattibile.
Non avevano altre possibilità.
Due
Il mattino successivo Kate si svegliò alle otto e decise che avrebbe continuato a cercare Norman Dowrick. Sarebbe tornata nel quartiere dove l’uomo aveva abitato e forse avrebbe trovato qualcuno in grado di darle informazioni. In caso contrario avrebbe provato all’anagrafe. Dowrick viveva della pensione d’invalidità, non poteva essere sparito del tutto, se non voleva rinunciare al suo unico mezzo di sussistenza. A meno che non chiedesse l’elemosina per le strade. A quel punto sarebbe stato impossibile rintracciarlo.
Kate si lavò al piccolo lavabo in camera e si guardò allo specchio. Era un gesto inconsueto da parte sua, che di solito evitava accuratamente gli specchi. Ma doveva riconoscere che il parrucchiere da cui era andata il giorno prima aveva fatto un ottimo lavoro. Invece della massa informe che le arrivava alle spalle, adesso portava i capelli scalati fino al mento, alleggerendo la spigolosità del volto e facendola sembrare più giovane. Il colore castano spento era ravvivato da qualche colpo di sole biondo e ramato. Difficilmente Kate si faceva dei complimenti, ma per la prima volta da molti anni non si sentì frustrata o triste di fronte all’immagine riflessa nello specchio. Si piaceva. Non sarebbe mai stata una bellezza, se ne rendeva conto, ma poteva sicuramente valorizzarsi più di quanto avesse fatto in passato.
Dopo una colazione a base di pane tostato e imburrato e uova strapazzate, che le sarebbero rimaste sullo stomaco per tutta la giornata, salì in auto e parcheggiò nel sottopassaggio. Mentre si avvicinava alle case, notò lo stesso indiano del giorno prima, seduto sullo stesso muretto di cemento. Ricordava il suo nome: Kadir Roshan.
«È sempre alla ricerca dell’uomo sulla carrozzella?» le chiese lui.
«Sì. È importante che lo trovi.»
«Sa, mi è venuta un’idea.» Fece una pausa e dondolò leggermente le spalle avanti e indietro. Teneva le braccia ossute strette intorno al petto. Kate si domandò se quella pausa ad arte significasse che il giovane aspettava un’offerta per l’informazione e se fosse il caso di allungargli una banconota da cinque sterline. In quel momento lui riprese a parlare. «Da queste parti abita una ragazza... che ogni tanto si vanta di avere una sedia a rotelle. Una vera sedia rotelle.»
«È disabile?»
Lui sorrise. «Non nel senso che pensa lei. Qui» si indicò la testa, «è qui che ha qualcosa che non va. Però cammina. Non ha bisogno di una carrozzella.»
«Secondo lei potrebbe essere la sedia a rotelle di Norman Dowrick?» dedusse Kate.
«Potrebbe darsi, no?»
«Forse allora sa anche che fine ha fatto Dowrick.»
Lui si strinse nelle spalle. «Bisognerebbe chiederglielo.»
«Come si chiama? Dove la trovo?»
«Si chiama Grace. Grace Henwood.» Sorrise. C’era qualcosa di strano in lui, ma parlava in un inglese impeccabile. Kate si augurava che non si fosse inventato tutto.
«Dove abita questa Grace?» domandò.
L’indiano indicò una delle case. Era squallida come tutte le altre. Una lavatrice arrugginita era abbandonata accanto ai gradini dell’ingresso.
«Lì. Credo che lei e la sua famiglia siano gli unici inquilini. Forse c’è anche una vecchia al piano di sopra, ma non ne sono sicuro.»
«Grace Henwood» ripeté Kate.
«Sia prudente» le consigliò il ragazzo. «Il padre è un sadico. Un vero sadico.»
Lei lo ringraziò ed entrò nella palazzina. Dietro una delle porte udì delle voci. Bussò.
L’uomo che venne ad aprirle doveva essere il padre di Grace. A parte l’addome prominente, era piuttosto gracile. Portava un paio di calzoni della tuta blu, una canottiera bianca e un paio di pantofole a quadri.
«Sì?»
«Buongiorno» lo salutò Kate. «Sua figlia Grace è in casa?»
L’uomo la guardò con diffidenza. «È dei servizi sociali?»
«No. Non vengo da parte di nessun ufficio pubblico.» In questo caso era meglio non nominare Scotland Yard, altrimenti non avrebbe ottenuto nessuna collaborazione da quell’uomo.
«Cerco qualcuno» proseguì. «Un mio vecchio conoscente. E mi è stato detto che forse sua figlia sa dove posso trovarlo.»
«Chi sarebbe?»
«Norman Dowrick. Lo conosce? Dovrebbe abitare da queste parti.»
«Lei conosce qualcuno che abita qui?» chiese l’uomo lanciandole un’occhiata sarcastica. Kate indossava jeans e maglietta, ma anche così era più elegante della maggior parte delle persone di quella zona. Inoltre la pettinatura tradiva la mano di un parrucchiere costoso.
«È un vecchio amico di mio padre. È sulla sedia a rotelle.»
«Ah, lui! Non so dove abita. A volte lo vedevo passare per strada. Ma è stato molto tempo fa. Non credo che stia ancora qui.»
«Ma sua figlia...»
«Mia figlia ha qualche rotella fuori posto. Non può certo aiutarla.»
«Vorrei comunque parlarle» insistette Kate.
L’uomo la scrutò sospettoso. «Non è dei servizi sociali, vero?»
E tu hai una paura fottuta che io venga proprio da lì, pensò Kate. Di sicuro sarebbe stato utile fare accertamenti più accurati sulla famiglia, in particolare sul padre, anche da parte della polizia, ma lei non ne aveva l’autorità e non era nemmeno il momento adatto.
«Le ho già detto di no. Voglio semplicemente trovare Mr Dowrick.»
«Non lo conosco. E nemmeno Grace. E adesso se ne vada!» L’uomo aveva perso la pazienza e Kate intuì che la situazione poteva diventare molto spiacevole. All’inizio lui aveva cercato di comportarsi in maniera educata, ma ora non aveva più alcun motivo per farlo e probabilmente gli costava troppa fatica. «Altrimenti chiamo la polizia» aggiunse.
Era l’ultima cosa che avrebbe fatto, Kate lo sapeva, ma da quel tizio non avrebbe ottenuto nulla. Teneva la figlia sottochiave, e probabilmente per delle buone ragioni. Era un uomo irascibile e abituato a passare alle vie di fatto. Kate glielo lesse negli occhi.
Gli voltò le spalle e sentì la porta sbattere dietro di sé.
E ora?
Uscì dalla casa a passo lento, valutando il da farsi. All’improvviso udì un fruscio sopra di sé, una specie di sussurro. Alzò lo sguardo.
Vide una donna che si affacciava da una finestra del piano rialzato. Si guardava intorno impaurita, come se non volesse essere scoperta. Aveva un colorito spaventosamente giallo.
«Ho sentito che sta cercando Grace...»
Kate si fermò. Anche lei parlò a bassa voce. «Sì. Lei è la madre di Grace?»
«Sì. Deve andare nel sottopassaggio. E poi alla vecchia fabbrica. Grace è sempre da quelle parti.»
Non era il momento di chiedere come mai Grace non fosse a scuola e preferisse starsene in un complesso industriale dismesso.
«Grazie. Vado subito a dare un’occhiata.»
«Per favore, l’aiuti» aggiunse la donna, prima di chiudere la finestra.
Trovò Grace in un grande capannone. Gironzolava spingendo la sedia a rotelle, tra cataste di vecchi pneumatici e bidoni enormi. Kate si augurò che non contenessero sostanze chimiche o rifiuti tossici. Il tetto altissimo era chiaramente pericolante. Una vera vergogna, pensò Kate. Quel posto avrebbe dovuto essere sigillato e transennato da tempo. Si avvicinò alla ragazza.
«Grace?»
La ragazza fermò la sedia a rotelle. Kate non riusciva a capire se la carrozzella fosse dotata anche di un motore elettrico. «Sono Kate Linville. Una conoscente di Norman Dowrick.»
«Ciao» disse Grace. Aveva un viso morbido e tondo, gli occhi azzurro chiaro. I capelli di un biondo rossiccio erano scostati dietro le orecchie e le arrivavano fin quasi alla vita. Doveva avere almeno tredici o quattordici anni, anche se l’espressione del viso non corrispondeva all’età. Ma mentalmente era ancora una bambina.
«Sei Grace?» si accertò Kate.
«Sì.»
«È stata tua madre a dirmi dove trovarti.»
Negli occhi infantili di Grace comparve un’espressione assorta. «Mia madre? Lo sa anche mio padre?»
«No, lui no.»
Grace si scostò una ciocca di capelli dal viso e tornò a rilassarsi. Kate si domandò se passasse lì tutto il suo tempo, in mezzo a vecchi pneumatici e bidoni. Forse casa sua era il luogo più pericoloso al mondo per lei, più ancora di quel rudere industriale che minacciava di crollare da un momento all’altro.
«Bella sedia a rotelle. È tua?»
«Sì.»
«Ma a te non serve, vero? Tu cammini.»
«Sì.»
«Però ti diverti a usarla?»
«Sì.»
Kate le rivolse un sorriso disarmante. «Non voglio portartela via, Grace, ma sai che è di qualcun altro, vero? Di Norman Dowrick?»
Kate pronunciò quel nome per la seconda volta, ma Grace rimase indifferente. Evidentemente non conosceva Norman con il suo nome.
«Grace, dove hai preso la sedia a rotelle?»
Grace ricambiò il sorriso di Kate. «È mia.»
«Dove l’hai presa? Te l’ha regalata qualcuno?»
«No. L’ho presa a lui.»
Kate si augurava che questo non significasse che l’aveva rubata.
«Gliel’hai presa?»
Grace si stava agitando. «A lui non serve più. Allora gliel’ho presa.»
«Non gli serve più? All’uomo in carrozzella? Ti riferisci a lui?»
«Sì.»
«È andato via da qui? Senza sedia a rotelle?»
«Non è andato via.» Grace si alzò con un movimento aggraziato. La sedia a rotelle scivolò un po’ all’indietro, poi si fermò. Kate vide che la ragazza era alta, magra e indossava vestiti troppo corti. Solo ora si accorse dei lividi bluastri ai polsi.
«Per favore, l’aiuti» aveva detto la madre.
Grace si avvicinò a uno dei bidoni e posò una mano sul coperchio. Si voltò verso Kate e sorrise di nuovo. Aveva un’espressione serena e amichevole.
«Lui è qui dentro» disse.
Tre
Caleb Hale faceva fatica a celare il proprio disgusto per il padre di Grace. Darren Henwood, quarantadue anni, meccanico navale specializzato, da cinque anni disoccupato. Caleb aveva incontrato tanti tipi loschi nella sua carriera, ma rimase stupito di fronte alla faccia da delinquente di Henwood. La moglie, Julie, era dietro di lui, in disparte, con un’espressione rassegnata.
«Sono quasi le nove di sera» disse Caleb, «e lei non ha idea di dove si trovi sua figlia di tredici anni?»
Nel frattempo avevano saputo l’età di Grace e che era l’unica figlia degli Henwood.
Darren si strinse nelle spalle. «A volte arriva presto, a volte tardi.»
«E lei non si preoccupa?»
Un’altra scrollata di spalle. «È una ragazzina. Si sa come sono.»
«E come sono?» domandò Caleb.
Darren sogghignò. «Imprevedibili. Fanno quello che vogliono. Non serve a niente dirgli qualcosa. E Grace... è pure un po’ suonata!»
«Con ‘suonata’ si riferisce a un ritardo mentale?»
«Con ‘suonata’ intendo ‘suonata’. Non ha tutte le rotelle a posto. È così da sempre. Non so perché. Mia moglie l’ha portata dal dottore. Non sapeva spiegarselo nemmeno lui. Sono cose che succedono. Si viene al mondo, si cresce, ma il cervello resta piccolo.»
Caleb si rivolse a Julie Henwood senza fare commenti. «Mrs Henwood, lei sa dove potrebbe essere sua figlia?»
Julie rivolse un’occhiata impaurita al marito, quasi volesse chiedergli che cosa dovesse rispondere. «No» borbottò alla fine, «non lo so.»
«Potrebbe essere da un’amica?»
«Lei non ha amici» disse Darren. «Chi vorrebbe stare con una così? Apre bocca solo per dire scemenze.»
«Ma ci sarà pure qualcuno di cui si fida, giusto?»
«Ci siamo noi» rispose Darren, e Caleb pensò che il padre doveva essere l’ultima persona di cui Grace si fidava. Della madre, forse, ma la donna era così succube del marito che non avrebbe potuto aiutare in alcun modo la figlia.
Che razza di situazione. Grace poteva essere ovunque.
«È vero quello che si dice qui in giro?» domandò Darren. «Che alla fabbrica c’è tutta quella polizia perché hanno trovato un morto?»
«Esatto. Pare che si tratti di Norman Dowrick.»
«Il tizio sulla sedia a rotelle? Stamattina è venuta una donna a cercarlo.»
«L’uomo sulla sedia a rotelle» confermò Caleb, domandandosi stizzito se ci fosse un modo per impedire a Kate di indagare per conto proprio sulla morte del padre. Non era servita neppure la minaccia di un provvedimento disciplinare. In più, Kate era sempre un passo più avanti di lui e della sua squadra. Trovava un morto dopo l’altro, avvertiva la polizia e forniva elementi per complicare un caso già di per sé ingarbugliato. La vicenda di Dowrick lo infastidiva più di tutto il resto. Dietro sua richiesta il sovrintendente Stewart era andato a parlare con Mrs Dowrick dopo l’omicidio di Linville chiedendo notizie del marito; quando era emerso che la coppia era separata da anni, che non avevano più alcun rapporto da anni, che Norman viveva a Liverpool con la pensione d’invalidità e che si era isolato da tutti, in particolare dall’amico e collega di un tempo Richard Linville, questa pista era stata abbandonata.
Stavolta Kate aveva scoperto che Dowrick era in un bidone pieno d’acqua ermeticamente chiuso in una fabbrica dismessa. Aveva informato la polizia di Liverpool, che aveva aperto il bidone e trovato il cadavere. Caleb immaginava lo scetticismo dei colleghi, dato che l’informazione veniva da una tredicenne ritardata. Magari avevano fatto battute mentre scoperchiavano il bidone, per poi restare senza parole. Caleb, giunto nel tardo pomeriggio a Liverpool dopo essere stato informato da Kate, aveva parlato con i due uomini che erano arrivati per primi sul luogo, due poliziotti maturi con una lunga esperienza alle spalle. Entrambi erano pallidi, e uno dei due continuava a tamponarsi il sudore della fronte con un fazzoletto. L’autopsia non era stata ancora effettuata e l’identità del morto era da verificare, ma stando al racconto di Grace si trattava quasi certamente di Norman Dowrick, che da mesi nessuno aveva più visto. Kate stava scoprendo un vero e proprio serial killer, e le vittime avevano tutte un legame con Richard Linville. L’amante. L’amico e collega. Così diventava sempre più difficile stabilire un nesso tra i delitti e Denis Shove. L’unico cadavere rinvenuto finora da Caleb, ormai identificato come quello di Neil Courtney, era morto per cause naturali. In tarda mattinata Robert Stewart aveva ottenuto i risultati definitivi dell’autopsia. A questo punto rimaneva il sospetto che Denis Shove avesse trovato lo zio e lo avesse sepolto in giardino senza denunciarne la morte per continuare a riscuotere la pensione, ma al di là di questo non poteva essere accusato di omicidio. La vicenda di Newcastle, inoltre, non sembrava avere nulla a che fare con l’omicidio di Linville.
Dowrick, invece, non poteva essersi ucciso da solo infilandosi nel fusto pieno d’acqua e mettendo pure il coperchio. Kate era dello stesso parere.
«È stato assassinato in modo molto crudele» aveva detto al telefono, «proprio come mio padre. E come Melissa Cooper. Dovresti venire qui, Caleb. Altrimenti la polizia locale indagherà in tutt’altra direzione. Gli agenti non pensano che questo delitto sia legato ad altri due crimini nello Yorkshire. Loro credono che Dowrick, un povero invalido indifeso, sia stato vittima di una banda giovanile. A me pare assai improbabile.»
Caleb non aveva smesso di imprecare per tutto il viaggio da Scarborough a Liverpool.
Il cadavere era già stato portato via quando era giunto sulla scena, ma c’erano ancora moltissimi agenti. Caleb percepì immediatamente l’atmosfera frenetica, quasi esplosiva, ben oltre la normale tensione di una circostanza simile. Ben presto ne scoprì il motivo: in tutta quella confusione, la testimone era sparita. Si trattava di una ragazzina di tredici anni, che aveva fornito indicazioni sul luogo del ritrovamento e si era impossessata della sedia a rotelle della vittima. Se n’era andata. Gli agenti erano stati dai genitori, che tuttavia non avevano idea di dove potesse essersi cacciata la figlia. La polizia stava setacciando la zona.
«La ragazza sapeva esattamente dove si trovava il cadavere» spiegò la responsabile delle indagini, dopo essere stata faticosamente convinta a credere all’ispettore di Scarborough, secondo il quale il morto di Liverpool era legato ad altri due delitti nello Yorkshire. «Là dietro ci sono centinaia di fusti, e lei sapeva qual era quello giusto. Non può aver trovato il morto per caso, perché sarebbe stato impossibile togliere il coperchio e richiuderlo.»
«Secondo lei quindi avrebbe assistito all’omicidio?» dedusse Caleb. «O quantomeno al trasporto del cadavere, nel caso l’omicidio sia stato commesso altrove?»
«Può darsi che sia coinvolta. Da queste parti ci sono un sacco di bande giovanili. Ragazzi senza scrupoli che non si fermerebbero di fronte a un uomo inerme su una sedia a rotelle.»
Caleb non aveva ancora avuto modo di parlare con calma con Kate, che in quel momento stava rilasciando una deposizione a un poliziotto locale.
«Grace non può essere la colpevole» gli aveva spiegato lei brevemente. «È una ragazza dolce, con un ritardo mentale. Secondo me passa ventiquattr’ore al giorno in fuga dal padre.»
«Perché si è allontanata dalla scena del delitto?»
«Mi vorrei prendere a schiaffi per non averla tenuta d’occhio» disse Kate. Caleb si accorse che era molto pallida, ma sembrava più reattiva di quando era stata ritrovata Melissa Cooper. «Non è scappata perché è coinvolta nel delitto, Caleb. Insomma, mi ha detto lei dov’era il cadavere. Nessuno lo avrebbe mai trovato dentro quel fusto. Quando ha visto arrivare tutti quei poliziotti si è spaventata: pensava che fossero lì per lei, perché aveva preso la sedia a rotelle. Così è scappata, e adesso chissà dove si è rintanata.»
Per capire la situazione familiare della ragazza, Caleb si era recato dagli Henwood. Mr Henwood gli aveva fatto una pessima impressione e si era accorto che la moglie non osava nemmeno respirare senza il permesso del marito. D’altra parte era convinto che nessuno dei due sapesse dove si fosse nascosta Grace. Erano all’oscuro anche della sedia a rotelle e del cadavere.
«Ci servono i nomi e gli indirizzi delle persone che frequenta Grace» disse. «In che scuola va?»
Mrs Henwood rispose sottovoce aggiungendo: «È un istituto per bambini... con problemi. Però non ci va tutti i giorni».
E nessuno se ne preoccupa più di tanto, pensò Caleb depresso.
I colleghi di Liverpool avrebbero sentito gli insegnanti, i compagni e i genitori. Forse qualcuno sarebbe stato in grado di dare qualche informazione utile su dove trovare la ragazza.
Prese dalla tasca interna della giacca il proprio biglietto da visita e lo porse a Darren. «Tenga. Se le viene in mente qualcosa su sua figlia, mi chiami. Oppure parli con il collega che è venuto prima da lei. È molto importante.»
«Lo farò» promise Darren. Caleb si augurava che dicesse sul serio.
Lasciò l’appartamento. Nel frattempo la polizia se n’era andata, ma fu informato che l’indomani sarebbero riprese le ricerche. Su un muretto era seduto un giovane magrissimo dalla pelle scura che si dondolava avanti e indietro. Si rivolse a Caleb.
«È vero che l’uomo sulla sedia a rotelle è morto?»
«Sì, è molto probabile» confermò Caleb.
Sul viso del giovane comparve un’espressione addolorata. «È stata la donna a trovarlo? Quella che lo cercava tanto?»
Caleb dedusse che doveva riferirsi a Kate. «Sì.»
«Grace sapeva qualcosa, vero? Sono stato io a dirglielo. Che Grace aveva una sedia a rotelle.»
«Conosci bene Grace?»
«Non molto. Poverina. Suo padre è un sadico.»
«Come ti chiami?»
«Kadir. Kadir Roshan.»
«Senti, Kadir, hai idea di dove potrebbe essere Grace? È estremamente importante per noi parlare con lei. È probabile che si nasconda per paura di avere dei problemi per via della sedia a rotelle.»
«Non so dove sia» rispose Kadir. Per un attimo aveva smesso di dondolarsi avanti e indietro, poi ricominciò. Caleb non sapeva spiegarsi perché, ma aveva la sensazione che il ragazzo sapesse più di quanto diceva, o che avesse in mente qualcosa che non voleva rivelare.
Mentre tornava alla macchina, telefonò a Jane in ufficio. L’aveva tenuta aggiornata per tutto il pomeriggio e l’aveva pregata di prenotargli una camera a Liverpool. Voleva fermarsi fino al giorno successivo. Inoltre l’aveva incaricata di mettersi in contatto con Kate e di informarla che voleva parlarle il prima possibile.
Jane rispose subito. Aveva una voce turbata. Caleb non era stupito, anche lui era molto scosso. Il caso si faceva sempre più complesso e drammatico. Un’altra vittima, un altro ex collega.
Jane lo informò di aver telefonato a Kate e di averle chiesto dove alloggiasse a Liverpool. Poi aveva prenotato una camera nello stesso albergo per lui.
«Dovrebbe essere già lì ad aspettarla» concluse, poi aggiunse precipitosamente: «Ci sono novità?»
«Solo una gran confusione. Forse c’è una testimone. Una ragazza di tredici anni, ritardata, che sapeva dov’era nascosto il cadavere di Dowrick. Sempre che si tratti di lui, cosa che ritengo assai probabile. Peccato che la testimone sia scomparsa senza lasciare tracce.»
«Com’è possibile?»
Caleb sospirò. «Ha approfittato della confusione. Quando gli agenti si sono resi conto dell’importanza della ragazzina, lei se l’era già filata. E ora sembra sparita nel nulla.»
«È proprio un gran casino» disse Jane. «È tutto così...» non terminò la frase.
Caleb sapeva cosa voleva dire. Non solo non erano ancora riusciti a risolvere il caso, bensì non facevano che allontanarsi dalla soluzione. Norman Dowrick. Come inserirlo in quell’enigma?
Si salutarono e Caleb andò da Kate.
Quattro
Jane aveva già la borsa in mano e stava per uscire dall’ufficio quando lo sguardo le cadde sul foglietto in cima alla montagna di carte sulla sua scrivania. Il numero di telefono di Stella Crane e della sua vicina a Kingston.
Era il caso di approfondire la faccenda? Shove doveva essere arrestato per aver sparato a Peggy Wild. Era colpevole di lesioni personali aggravate.
Cosa mi costa fare un altro tentativo? pensò.
Provò sul cellulare di Stella Crane, ma trovò la segreteria. Poi chiamò a casa. Di nuovo la segreteria.
Infine telefonò alla vicina di casa.
Mrs Hedger rispose al terzo squillo e sembrò sollevata quando Jane si presentò.
«Ah, agente Scapin, sono contenta che mi abbia chiamato. Volevo telefonarle, ma poi mi sembrava... ecco, temevo di sbagliarmi e rendermi ridicola. Sono molto confusa, ma ero sicura che sarebbero rientrati l’8 giugno, almeno così mi avevano detto. Però...»
Mrs Hedger fece una pausa per prendere fiato e Jane ne approfittò per fermare quel fiume di parole. «Mrs Hedger, cos’è successo? I Crane non mi hanno ancora chiamato.»
«È proprio questo il punto» disse la donna. «Non sono ancora tornati. Da loro è tutto chiuso. Le tende sono tirate. Sono passata anche oggi, per la posta e i fiori. Non c’è nessuno.»
«Ah.»
«Domenica sera ho pensato che magari sarebbero arrivati a tarda notte. Lunedì mattina mi aspettavo di vedere la macchina nel vialetto. E invece niente.»
«È proprio sicura che i Crane avessero intenzione di tornare l’8 giugno?»
«Sì. Così mi avevano detto. Ma comincio ad avere qualche dubbio. Magari hanno deciso di fermarsi un’altra settimana...»
«Ho lasciato un messaggio a Mrs Crane» disse Jane, «ma non mi ha richiamato. Le aveva detto che avrebbe ascoltato regolarmente i messaggi, giusto?»
«Sì, e anche questo mi stupisce. Le ho lasciato due messaggi chiedendole di chiamarmi, perché non ero più sicura di quando sarebbero rientrati. Ma lei non si è fatta sentire.»
Jane rimase un istante pensierosa. «È un comportamento insolito? Voglio dire, sono persone affidabili?»
«Assolutamente» confermò subito Mrs Hedger con grande convinzione. «Se Mrs Crane mi ha detto che avrebbe controllato i messaggi ogni due giorni e che mi avrebbe chiamato se fosse stato necessario, lo avrebbe fatto sicuramente. Ci metterei la mano sul fuoco.»
La situazione era davvero bizzarra. Soprattutto per quanto riguardava Therese Malyan, la madre biologica del figlio adottivo dei Crane. Che era scappata con un criminale.
Pur senza conoscere queste circostanze, anche Mrs Hedger era preoccupata. «Che sia accaduto qualcosa? A tutta la famiglia?»
«Non ho ricevuto notizie di un incidente stradale di tali proporzioni» disse Jane. «Mrs Hedger, ci pensi bene. Saprebbe indicarmi qualche particolare per scoprire dove sono andati in vacanza i Crane? Mi ha detto che sono nel Nord dell’Inghilterra. Oltre a questo, Mrs Crane ha aggiunto qualcosa? Le ha parlato di una località più precisa? Un paese? Un lago, un castello? Un monumento?»
Le sembrava quasi di percepire lo sforzo con cui Mrs Hedger stava cercando di recuperare un dettaglio dalla sua memoria. «No» rispose alla fine. «Non abbiamo parlato dell’argomento. So solo che è un posto isolato. Senza telefono, senza Internet e dove il cellulare non prende.»
In pratica il posto ideale per un delinquente che non vuole farsi trovare dalla polizia, pensò Jane.
Ma come faceva Denis Shove a sapere di quel posto? Oppure il rapporto tra la famiglia e Therese Malyan era così stretto che i Crane lo avevano detto alla ragazza, senza immaginare in quale pericolo si stessero cacciando?
«Mrs Hedger, vorrei che mi facesse un ultimo favore» disse Jane. «Lei ha la chiave dei Crane. Entri in casa e cerchi qualcosa che possa darci un indizio. Un indirizzo annotato da qualche parte, per esempio. Un dépliant turistico. Il numero di un’agenzia immobiliare. Qualunque cosa. Un nesso qualsiasi, anche improbabile.»
Mrs Hedger era piena di scrupoli. «Non avrò dei problemi entrando in casa d’altri senza permesso?»
«Non si preoccupi, ci penso io» la tranquillizzò Jane. Forse avrebbero trovato qualcosa nei computer della famiglia, ma di sicuro erano protetti da password e avrebbero richiesto l’intervento di un esperto. Tuttavia non c’erano gli estremi per ottenere un mandato di perquisizione. Di sicuro non a quell’ora. Per il momento doveva accontentarsi della vicina e delle sue capacità investigative, per quanto limitate.
«A proposito» disse Mrs Hedger. «È tornato quello straniero. Quell’arabo.»
«Quello che voleva parlare a tutti i costi con Mr Crane?»
«Sì. È rimasto tutta la domenica pomeriggio davanti alla casa, perché gli avevo detto che i Crane sarebbero tornati quella sera. Lunedì è tornato. E anche stamattina. Gli ho chiesto di cosa ha bisogno con tanta urgenza.»
«E lui?»
«Ha ripetuto che deve parlare con Mr Crane. Ho l’impressione che si tratti davvero di qualcosa di importante, perché quell’uomo sta proprio male.»
«Non sa come potrei mettermi in contatto con lui?» domandò Jane senza farsi troppe illusioni. Mrs Hedger invece la lasciò piacevolmente stupita.
«Ho il suo numero di telefono» disse con voce trionfante. «Me lo ha voluto lasciare per forza. Devo darlo a Mr Crane appena lo vedo, nel caso lui lo abbia perso.»
Jane si annotò il numero e il nome che Mrs Hedger le scandì lettera per lettera: Hamzah Chalid.
Rimasero d’accordo che Mrs Hedger si sarebbe fatta viva se avesse trovato qualche indizio a casa Crane. Poi Jane decise che ormai non aveva più importanza a che ora sarebbe tornata a casa e fece il numero di Mr Chalid.
Chalid rispose a voce così bassa e timida, pronunciando il proprio nome in maniera così confusa, che Jane dovette chiedergliene conferma.
«Parlo con Mr Chalid? Hamzah Chalid?»
«Chi parla, prego?»
«Agente investigativo Scapin della polizia dello Yorkshire.» Per evitare che l’uomo si spaventasse alla parola «polizia», si affrettò ad aggiungere: «La chiamo a proposito della famiglia Crane».
«È successo qualcosa?» chiese Chalid allarmato.
«Non lo sappiamo. Dobbiamo parlare con loro con urgenza e la loro vicina ci ha detto che anche lei li sta aspettando.»
«Aspetto Jonas Crane. Devo parlare con lui.»
«A che proposito?» si informò Jane.
«Si tratta di un film. Sta scrivendo la sceneggiatura di un film. Su di me. Io sono stato...» Hamzah Chalid fece una pausa, poi abbassò la voce al punto che Jane dovette premersi il telefono all’orecchio per riuscire a sentirlo. «Sono stato in prigione. In Iraq. Sono stato prigioniero di Saddam Hussein.»
«Capisco» disse Jane. «E Mr Crane vuole farne un film?»
«Lui deve scrivere la sceneggiatura. Il film voleva realizzarlo una casa di produzione. La TV Adventure.»
Aveva notato che Chalid aveva parlato al passato. Siccome il suo inglese era impeccabile, non poteva essere un caso. «Ha detto voleva? Volevano realizzare il film? È cambiato qualcosa?»
Chalid era disperato. «L’ho saputo la settimana scorsa. Non vogliono più fare il film. Sostengono che non è un tema interessante!»
Saddam Hussein era morto da otto anni. Apparteneva alla storia. Chi si interessava ancora delle sue vittime?
«È di questo che vuole parlare con Mr Crane?»
«Me lo ha promesso. Mi ha promesso che il film verrà prodotto! Mi sono successe cose terribili, sa? A me come ad altri. Siamo stati torturati. Ci hanno minacciato di morte. Ci hanno sottoposto a finte fucilazioni, più volte. Riesce a immaginare che cosa significhi?»
Jane sapeva di non potersi fare neppure vagamente un’idea di cosa avevano provato le vittime, ma il pensiero le faceva venire i brividi. Hamzah Chalid aveva sofferto pene terribili, e anche al telefono si capiva quanto fosse profondamente traumatizzato. Ma tutta questa faccenda non aveva niente a che fare con la scomparsa dei Crane.
«Mi hanno legato le braccia dietro la schiena e mi hanno appeso per i polsi» proseguì Chalid. «Mi hanno tenuto così per ore. Fino a slogarmi le spalle.»
Jane si rendeva conto che Chalid tentava di elaborare il trauma parlandone tutte le volte che aveva l’occasione di farlo. Persino con una poliziotta sconosciuta che lo aveva chiamato per caso. Doveva liberarsi del peso dei ricordi e delle immagini che lo tormentavano, e cercava la solidarietà di chi gli stava intorno. La società doveva vedere, capire, partecipare. Sarebbe impazzito se fosse rimasto solo col ricordo di quelle torture. Ma nessuno voleva ascoltarlo. Jane capiva perché gli altri cominciassero a evitarlo. Tutti temevano i suoi monologhi, il racconto delle atrocità che aveva subito. Chalid era sempre più solo con l’orrore del suo passato, e stava sprofondando in una spirale di autocommiserazione.
Ai suoi occhi il film era una speranza e un’opportunità.
«Molto probabilmente non spetta a Mr Crane decidere se produrre o meno il film» disse Jane.
«Lo so, lo so, ma... non è giusto, sa? Alla casa di produzione mi hanno detto che prima di partire per le vacanze sapeva già che il progetto era stato annullato. Io l’ho conosciuto. Lui mi ha capito. Era turbato dalla mia storia. Molto turbato.»
Chi non lo sarebbe stato, pensò Jane.
Come se le avesse letto nel pensiero, Chalid aggiunse: «Era profondamente turbato. Voleva aiutarmi. Per lui era importante. Ne sono sicuro».
«Mr Chalid, io...»
«Dovevamo vederci subito dopo il suo ritorno. Doveva scrivere un trattamento e poi ne avremmo parlato insieme. Sono sicuro che si sarebbe fatto sentire, per dirmi che... che non se ne farà più niente.» La voce dell’uomo si incrinò. «Non avrebbe troncato i rapporti così.»
Jane non ne era troppo sicura. A nessuno piace dare brutte notizie, men che meno a persone che, come Hamzah Chalid, hanno già sofferto tanto. Non si sarebbe sorpresa se Jonas Crane volesse evitarlo.
«La vicina di casa non è più così sicura che i Crane dovessero tornare l’8 giugno» disse Jane.
«Io sì» rispose Chalid. «Sono sicurissimo. Me l’ero segnato. Non ci sono dubbi.»
Jane gli credeva. Non si sarebbe mai sbagliato su un dettaglio così importante. Da settimane aspettava quella data, ancor più da quando aveva saputo che il progetto era stato cancellato.
«Perché lo state cercando?» domandò all’improvviso Chalid.
Jane non voleva rivelargli troppi particolari. «Devo fargli una domanda che riguarda un’altra indagine» rispose vaga.
«Capisco» replicò Hamzah Chalid.
«Quando ha visto Mr Crane l’ultima volta?»
«Il 28 aprile. Non lo avevo ancora incontrato di persona. Poi ci siamo sentiti per telefono. Mi disse che sarebbe stato via fino all’8 giugno e che ci saremmo rivisti subito dopo.»
«Le disse dove sarebbe andato in vacanza?»
«Purtroppo no. Mi spiegò che era stressato e che il medico gli aveva consigliato di prendersi una pausa.»
«Conosce per caso il nome del medico?»
«Purtroppo no. Lui non me lo disse e io non glielo chiesi. Non pensavo che potesse essere così importante.»
«Non è detto che il medico sappia qualcosa» lo tranquillizzò Jane, sentendo che la voce di Chalid aveva assunto di nuovo una nota isterica. «Mr Chalid, le lascio il mio numero di telefono. Mi chiami, se dovesse venirle in mente qualcosa. Qualunque cosa, che le sembri importante o meno. Mi faccia sapere.»
Chalid promise di farlo e si annotò il numero di Jane. Poi aggiunse: «Se doveste trovarlo, gli dica di chiamarmi subito. Per me è molto importante».
«Non si preoccupi, non me lo dimenticherò» promise Jane.
Si salutarono, ma prima di chiudere la comunicazione Hamzah Chalid esclamò agitato: «È successo qualcosa, agente Scapin. Me lo sento. Temo che Mr Crane sia in pericolo. Deve trovarlo a tutti i costi. C’è qualcosa che non quadra. Mi avrebbe chiamato. Lo avrebbe fatto in qualunque caso. Qualcosa gli impedisce di farlo, e dev’essere qualcosa di grave».
Cinque
Caleb Hale lasciò i propri dati alla reception della pensione e chiese quale fosse la camera di Kate Linville. Era sul suo stesso piano, in fondo al corridoio. Caleb bussò alla porta e pochi secondi dopo Kate venne ad aprirgli.
Quel pomeriggio, quando si erano incontrati di sfuggita sulla scena del crimine, Caleb aveva notato qualcosa di diverso nell’aspetto di Kate. Non aveva capito subito di cosa si trattava. I capelli, ecco cos’era. Avevano un taglio moderno ed erano più luminosi e questo, sorprendentemente, faceva la differenza. Kate sembrava più giovane, il volto era meno spigoloso e pallido.
Sembrava anche molto arrabbiata. E questo sorprese Caleb molto più del fatto che avesse speso parecchi soldi per andare dal parrucchiere. Pensava di trovarla con il morale a terra. Piena di sensi di colpa per essersi immischiata di nuovo. Viceversa, a pensarci bene, nel pomeriggio non gli era parsa affatto intimidita. Al contrario, era molto attiva.
Kate sferrò subito l’attacco.
«Devo sapere perché mio padre stava insieme a quella donna» sbottò senza preamboli. «E devo sapere perché l’ha lasciata. Devo sapere che cosa significava per lui. Per questo sono venuta a cercare Norman Dowrick, perché poteva darmi delle informazioni. Sapeva tutto. Speravo di ottenere qualcosa da lui. È mio diritto andare a fondo di questa storia. Si tratta di mio padre, che è morto, e con il quale non posso più chiarirmi. Non puoi impedirmi di scoprire la verità su di lui e Melissa Cooper solo perché ogni volta che faccio un passo in questa direzione pensi che invada il tuo territorio.»
Caleb era ancora in corridoio e si sentiva in imbarazzo. Probabilmente non erano gli unici ospiti dell’albergo.
«Posso entrare?» domandò quando Kate prese fiato. «Sarebbe più opportuno parlare di queste cose in privato.»
Lei fece un passo indietro. Caleb la seguì nella stanza e si richiuse la porta alle spalle.
«Il problema...» esordì Caleb, ma lei lo interruppe.
«Il problema è che tutte le volte che scavo nella vita privata di mio padre, mi imbatto in un omicidio. Invece di farti saltare la mosca al naso, forse dovresti trarne le debite conclusioni, di tanto in tanto.»
«E quali sarebbero, secondo te, le conclusioni?»
«Che la morte di mio padre, di Melissa Cooper e di Norman Dowrick sono legate alla vita privata di mio padre. Stai cercando in ogni modo di trovare un movente nella vita professionale di mio padre e nel suo legame con Denis Shove. In realtà non c’è nessun legame con Melissa Cooper né con Norman Dowrick, che all’epoca dell’arresto di Shove non era più in servizio.»
«Questo spetta a me deciderlo.»
«Sono curiosa di sapere come farai quadrare le cose adesso. Non ti sembra strano? Mio padre aveva una relazione con una donna e dodici anni dopo la fine della loro storia vengono uccisi entrambi. Con efferata crudeltà. Non solo: troviamo l’unica persona che sapeva tutto. Peccato che sia morta.»
«Dimentichi un paio di dettagli» disse Caleb. «Per esempio l’ambiente di Melissa Cooper. Altre persone sanno della relazione tra Richard e Melissa. I figli. E le amiche, come mi ha riferito il figlio maggiore. Dowrick non era il solo a sapere. E l’unica persona da cui hai potuto avere informazioni su Dowrick è l’ex moglie. Anche lei era informata.»
«Secondo me Norman ne sapeva qualcosa di più» disse Kate, che nel frattempo si era calmata. «Comunque hai ragione, diverse persone sapevano di questa storia. Ma dopo quello che ho saputo da Susannah Dowrick e dalle amiche di Melissa a Whitby...»
Caleb le gettò un’occhiata severa, che lei sostenne senza battere ciglio.
«Nessuno sa perché mio padre e Melissa Cooper si siano lasciati. Dev’essere successo qualcosa che entrambi hanno tenuto segreto. Susannah Dowrick, tuttavia, ritiene che il marito sapesse qualcosa. E che fosse l’unico a saperlo. Ma non ne volle parlare nemmeno con lei. Poi si è allontanato anche da mio padre. La loro amicizia si è incrinata per sempre. La cosa strana è che, secondo Susannah, Norman se l’era presa con mio padre perché aveva tradito mia madre per tanto tempo, ma nonostante questo gli era rimasto amico. Poi, quando Richard è tornato da mia madre, Norman ha troncato l’amicizia. Proprio nel momento in cui tutto sembrava essere tornato a posto. Come mai? Cos’è successo prima che Richard e Melissa si lasciassero? È qui il nocciolo della questione, Caleb. Quando lo scopriremo, sapremo chi ha commesso i tre omicidi. E perché.»
«Mmm» fece Caleb. Non era un’ipotesi tanto astrusa, ma si sentiva inspiegabilmente a disagio. A essere proprio sinceri, forse dipendeva dal fatto che gli sembrava di essere un pivello che riceveva ripetizioni su come condurre un’indagine, per di più da una donna più giovane e di rango inferiore, che non godeva neppure della stima professionale dei colleghi. E, oltretutto, con una vita disastrata.
«Ti sei fissato troppo su Shove, Caleb.»
Ci mancava solo questa. Provò l’impulso di ribattere con qualcosa che potesse ferirla.
«Non dovresti cercare sempre gli errori degli altri, Kate. A proposito, avresti dovuto sorvegliare meglio la testimone. Proprio un bel capolavoro il tuo, lasciartela scappare così.»
Kate trasalì e Caleb si pentì di quello che aveva appena detto. Era stato impulsivo e anche ingiusto. Le procedure alla fabbrica erano nelle mani dei colleghi di Liverpool. La responsabilità era loro.
«Mi spiace» si affrettò a dire, «ho detto una sciocchezza. Tu non hai commesso nessun errore, Kate.»
Ma era chiaro che lei stessa era tormentata dai sensi di colpa. «Ero così sconvolta. Speravo di sapere qualcosa da Norman. L’ho cercato per due giorni. E poi, trovarlo così... avevo la mente annebbiata. Non ho pensato che Grace sarebbe potuta scappare. Quando ci ho pensato... era troppo tardi. Sparita nel nulla.»
«Sarebbe potuto capitare anche a me» riconobbe Caleb con onestà. «Probabilmente aveva paura di passare qualche guaio per via della sedia a rotelle. È assurdo, ma nessuno poteva immaginare come avrebbe reagito.»
Kate annuì, ma non sembrava affatto convinta. «C’è già qualche risultato?» domandò. «Si sa dove e come è stato ucciso Norman? E quando?»
Caleb aveva appena parlato con gli esperti della scientifica, i quali avevano avanzato le prime ipotesi, naturalmente tutte da confermare. «È morto annegato. Quindi scena del delitto e del ritrovamento coincidono.»
Kate fu scossa da un brivido. «È stato annegato in quel fusto? In quella fabbrica abbandonata?»
«Così pare. È già passato diverso tempo. Stando ai primi rilievi, l’omicidio dovrebbe risalire a gennaio o febbraio. Potremo restringere la finestra temporale dopo ulteriori esami.»
«Più o meno quando è stato ucciso mio padre.»
«Già. Forse poco prima.»
«Un uomo indifeso. Paralizzato su una sedia a rotelle. Chi può fare una cosa del genere?»
«I colleghi di Liverpool pensano a una banda giovanile. Sembra che qui ne esistano diverse, capaci di violenze simili. Naturalmente non possiamo escludere a priori questa pista. Sarebbe una coincidenza incredibile, ma non del tutto impossibile, e in questo caso l’omicidio di Norman Dowrick non avrebbe niente a che fare con i delitti dello Yorkshire.»
«Ritieni davvero che sia possibile, Caleb?»
«Dico solamente che non dovremmo tralasciare nessuna pista.» Sorrise per la prima volta da quando era entrato. «Sono state le tue parole, Kate. Sei stata tu stessa a rinfacciarmelo.»
Lei non sapeva cosa obiettare. «È vero.»
Caleb guardò l’ora. «Sono le nove passate. È da stamattina che non mangio. Accanto all’albergo ho visto un pub, magari ci preparano qualcosa.»
«Non ho fame.»
«Sono sicuro che anche tu non mangi da parecchio.»
«Come te. Da stamattina.»
«Allora accompagnami. Prova a essere più generosa con te stessa, una volta tanto. Più premurosa.»
La vide letteralmente affannarsi alla ricerca di una scusa. Come se la prospettiva di passare un’ora in un pub con lui fosse la cosa più orribile del mondo. Avrebbe potuto mangiare qualcosa. Magari bersi anche una birra.
Caleb, invece, avrebbe preso solo dell’acqua.
«Facciamo la pace» propose lui. «Ci stai? Nel caso sia questo che ti trattiene.»
«La pace? Perché, eravamo in guerra?»
«Forse non proprio in guerra. Ma abbiamo cercato di evitarci a vicenda. Io non volevo che ti immischiassi. Mi spiace se per questo sono stato così antipatico con te. Mi rendo conto ora quanto questa storia ti coinvolga profondamente e quanto sia importante per te scoprire la verità su tuo padre. Non è colpa tua se tutte le informazioni che cerchi di raccogliere si sovrappongono alle mie indagini.»
«Caleb, sei molto gentile. Ma... preferirei rimanere qui. Sono molto stanca. Vorrei andare a dormire.»
Lui si domandò perché d’un tratto fosse tornata quella di un tempo, la vecchia Kate chiusa in se stessa. Scostante. Del tutto diversa da pochi minuti prima, quando lo aveva affrontato con tanta rabbia. Gli era piaciuto quel suo lato battagliero, l’aveva fatta sembrare più sicura di sé, più determinata. Ora aveva davanti la Kate che si rifugiava nella sua corazza lasciando fuori solo un pezzetto della testa, come una tartaruga diffidente, sotto il peso delle esperienze negative.
Forse dipendeva anche da lui. Andare a mangiare insieme significava rischiare che il dialogo andasse oltre l’ambito strettamente professionale. Ripensò alla notte in cui Kate si era ubriacata e gli aveva chiesto apertamente di andare a letto insieme. Forse il ricordo la imbarazzava ancora moltissimo. Per lui era una storia ormai archiviata, un semplice effetto collaterale dell’alcol. Gli sarebbe piaciuto dirle che non ce l’aveva con lei né la disprezzava per questo. Ma se avesse affrontato l’argomento, temeva di metterla ancora più a disagio.
Così si limitò a rispondere: «D’accordo. Andrò a mangiare da solo. Buonanotte, Kate».
Era già in corridoio, quando lei disse: «Dobbiamo trovarla a tutti i costi. Il prima possibile».
Lui si voltò. «Chi?»
«Grace. È in pericolo.»
«Secondo te perché...»
«Perché forse ha davvero visto qualcosa. Perché conosce il colpevole. E costui rischia parecchio, soprattutto se dovessimo scoprire che ha ucciso anche mio padre e Melissa Cooper. Per colpa di una ragazzina tredicenne potrebbe finire in prigione per tutta la vita. Se venisse a sapere che abbiamo trovato Dowrick grazie a lei, farebbe tutto il possibile per trovarla prima di noi.»
«Ne parlerò con la responsabile delle indagini» disse Caleb. «Il nome di Grace non dovrà comparire sui giornali.»
«Bene, ma non dobbiamo trascurare il fatto che potrebbe comunque trapelare qualcosa. Nel quartiere di Grace troppi sanno cos’è successo.»
Lui annuì. Kate aveva ragione. «Che cosa proponi?»
«Dobbiamo chiarire alla polizia di Liverpool cosa c’è in ballo veramente. Rintracciare Grace deve diventare la loro priorità.»
«Provvederò subito domattina.» Caleb indugiò sulla porta. «Davvero non vuoi mangiare niente? Non mi va di andare da solo al pub.»
Lei scrollò il capo. «No, grazie.»
Continua a bloccarsi da sola, pensò Caleb. Ecco perché non riesce a uscire dalla sua solitudine.
Nonostante questo, era una brava investigatrice. Lo ammise quasi controvoglia. Strano che a Scotland Yard nessuno se ne fosse ancora accorto. Aveva una mente lucida, un intuito affidabile e sapeva leggere l’animo umano.
E su una cosa aveva ragione: dovevano assolutamente ritrovare Grace Henwood.