Sabato, 7 giugno

Uno

Sebbene fosse passato un giorno dalla telefonata di Kate, Sue Burley non si era ancora riavuta dalla notizia della tragica morte della sua amica Melissa. Aveva gli occhi arrossati, era pallida. Accolse Kate nella sua casetta alla periferia di Whitby, una specie di cottage dalle pareti a calce che si distingueva piacevolmente dalla schiera di villette di mattoni tutte uguali. Sue Burley doveva essere un’appassionata di fiori e piante: il suo giardino era un arcobaleno di colori. Tra i cespugli e gli arbusti perfettamente potati e i grandi vasi di terracotta pieni di fiori colorati, era sparpagliata una gran quantità di puttini bianchi, con le ali e l’arco teso tra le manine grassocce. A quella vista Kate fu scossa da un brivido.

Anche la casa era sovraccarica come il giardino. Dappertutto quadri alle pareti, inframmezzati a piatti dipinti a mano e ai proverbi più disparati ricamati a lettere svolazzanti. Foto incorniciate, vasi di fiori, scatolette di porcellana, bamboline e animali di peluche si affollavano sulla mensola del camino e su tutti i davanzali. Era strabiliante. La padrona di casa, inoltre, prediligeva soffici tappeti dai colori sgargianti e poltrone addobbate di nappe e fiocchi. Kate era sicura che in quella casa si sarebbe sentita soffocare.

Sue Burley aveva preparato con cura l’occorrente per il tè sul tavolino del salotto, dove era seduta un’altra signora con la stessa espressione addolorata. Quando Kate entrò, si alzò e le porse la mano. «Doreen Holland. Sono anch’io un’amica di Melissa. Cioè... ero sua amica, giusto? Santo cielo, quando mi ha telefonato Sue ieri, non ci credevo. È spaventoso. Spaventoso.»

Durante la sua carriera in polizia, Kate aveva imparato a valutare rapidamente le persone, in particolare la coerenza tra ciò che manifestavano all’esterno e ciò che provavano davvero. Colse subito una differenza fra le due donne. Entrambe erano rimaste turbate dalla notizia, ma mentre Sue sembrava tormentata da un dolore sincero, Doreen era animata anche da un piacere perverso e una malcelata sete di particolari scabrosi. La morte dell’amica l’aveva sconvolta, ma era anche un eccitante diversivo nella sua vita. Kate era convinta che non si sarebbe lasciata sfuggire per niente al mondo questo incontro.

«Lei lavora per Scotland Yard, vero?» domandò.

Questa volta non era stata Kate a rivelarlo, per evitare problemi, ma non poteva farci niente se le due donne erano già informate.

«Sì» rispose, «ma non sono qui in veste ufficiale. Sono semplicemente la figlia di Richard Linville.»

«All’epoca Melissa ne parlò qualche volta. Che Richard aveva una figlia che lavorava per Scotland Yard. Lei lo trovava molto esaltante» disse Sue posando sul tavolino una grossa meringata alle fragole. Alla luce di quell’ambiente straripante di ninnoli kitsch, Kate immaginò che il dolce dovesse essere paurosamente zuccherino, e invece rimase piacevolmente sorpresa: era delizioso.

La sera prima aveva cercato di scoprire i dettagli sulla rapina di tanti anni prima che aveva fatto incontrare suo padre e Melissa, ma a parte un trafiletto di giornale su Internet non aveva trovato niente. L’articolo spiegava che i colpevoli – tre ragazzi – si erano consegnati volontariamente alla polizia. Kate immaginava che Caleb Hale e la sua squadra avessero già indagato in questa direzione. Parlando con Jane il giorno prima aveva saputo che Denis Shove rimaneva il principale sospetto, quindi la rapina non era collegata ai due omicidi. Malgrado ciò affrontò di nuovo l’argomento con Doreen e Sue, ma nessuna delle due aveva informazioni utili. Richard e Melissa si erano conosciuti durante le indagini, questo era tutto ciò che sapevano. «Per entrambi fu un vero colpo di fulmine» riferì Sue. «È quello che diceva sempre Melissa, vero? Un colpo di fulmine. Si erano guardati negli occhi e si erano innamorati.»

Kate pensò al padre, sempre così razionale, controllato. Lui non avrebbe certo usato quelle parole per descrivere la situazione. Ma come si sarebbe espresso? L’ho vista e mi è piaciuta. Una donna attraente, vivace e interessante. Mi ha colpito. All’epoca mi sentivo stressato. Vuoto.

Non era una contraddizione. Kate aveva vissuto fasi di stress professionale e nervoso e sapeva che questo poteva creare un senso di vuoto interiore, anche se ogni giorno era pieno di impegni a volte insormontabili. Ci si sentiva vuoti per la stanchezza. Vuoti perché si girava senza sosta, come un criceto sulla ruota, senza mai ricaricare le batterie.

Il lavoro. E poi mia moglie. Il cancro. Stava per crollare tutto. Niente era più come prima.

Era stato sempre estremamente corretto. Il tradimento non gli apparteneva. Men che meno in un momento in cui la moglie stava lottando per la vita. Era sempre il solito ritornello: quanto lo conosceva bene? Suo padre, un porto sicuro nella tempesta. L’unico sostegno, l’unico rifugio della sua vita.

Si accorse che intorno a sé regnava il silenzio e che le due donne la guardavano piene di aspettativa. Si riscosse. Per rimuginare aveva tutto il tempo la notte a letto.

«Stavo giusto dicendo che erano fatti l’uno per l’altra» disse Doreen.

«Questo almeno era ciò che sosteneva Melissa.»

«Era sola da molto tempo» aggiunse Sue. «Suo marito era morto da tempo. Da allora ha vissuto solo per i figli. Una vita faticosa. Lavorava in una scuola a Newcastle... tre ore solo per andare e tornare. Ma riusciva a organizzarsi, nonostante tutto era una mamma fantastica, premurosa. Quando poi i figli se ne sono andati di casa... quanto sono stata contenta che avesse trovato Richard. Naturalmente però avevo qualche remora. Un uomo sposato. Avrei...» Si interruppe e arrossì. «Mi scusi» riprese poi. Evidentemente si era resa conto che dopotutto Kate era la figlia della donna che Richard aveva tradito con Melissa.

«Non importa» la tranquillizzò Kate. «So tutto.» Invece importava eccome. Ma doveva continuare a mostrarsi distaccata.

Secondo i racconti delle due donne, la storia tra Richard e Melissa si svolgeva principalmente a casa di Melissa. Tempo rubato, segreto, misurato. A fine giornata Richard andava a Whitby. Ecco perché faceva tardi così spesso. Kate sapeva però che sua madre era abituata a quelle assenze. Ore di straordinario fino a tarda sera non erano una novità per lei. Probabilmente Brenda Linville non aveva mai intuito nulla.

«Naturalmente a un certo punto Melissa voleva di più» raccontò Doreen. «Le sarebbe piaciuto passare un fine settimana con lui. Andare in vacanza insieme. E poi c’erano le ricorrenze come Natale, Pasqua... Insomma, Melissa aveva una relazione, era profondamente innamorata, ma continuava a stare molto tempo da sola. Era felicissima quando Richard andava da lei, ma soffriva quando non potevano stare insieme. Spesso capitava che rimandasse un appuntamento all’ultimo momento. Magari perché c’era un’urgenza al lavoro, oppure...» Tacque, alla ricerca delle parole giuste.

«Perché mia madre era malata» disse Kate. «E perché ogni tanto stava così male che lui doveva starle accanto, invece di divertirsi con l’amante.»

«Capisco perfettamente la sua amarezza» riconobbe Sue. «È una situazione... molto difficile.»

Kate si riprese. Se mostrava troppo coinvolgimento, le due donne sarebbero diventate diffidenti e non le avrebbero rivelato altro.

«Voglio farmi un quadro preciso» disse. «È più importante dei riguardi che potreste avere per i miei sentimenti.»

Doreen e Sue si scambiarono un’occhiata. «In fin dei conti» dichiarò Doreen, «storie come questa rendono sempre molto infelici le persone coinvolte.»

«Mio padre ha mai promesso a Melissa che un giorno avrebbe scelto lei?» chiese Kate.

Sue rispose con un cenno affermativo. «Sì, ma voleva aspettare che la moglie guarisse. Le aveva promesso di divorziare non appena lei fosse tornata in condizioni di salute stabili.»

Kate si fermò a riflettere. «Non riesco a capire. Il figlio di Melissa mi ha raccontato che la relazione finì nel 2002. A quell’epoca mia madre era in remissione da più di un anno. Gli esami di controllo erano negativi e ricordo ancora che i medici avevano espresso un cauto ottimismo. Ogni giorno che passava le nostre speranze si rafforzavano.»

«Sì» confermò Sue, «anche noi avevamo queste informazioni. Mel ci teneva sempre al corrente. Aveva bisogno di qualcuno con cui parlare e noi eravamo amiche da tantissimi anni.»

«Ma allora perché finì tutto? Voglio dire, perché proprio in un momento che avrebbe potuto segnare il coronamento dei loro sogni?»

Doreen e Sue si scambiarono un’altra occhiata. Kate capì che ne avevano già discusso altre volte.

«Ce lo chiedevamo anche noi» disse Doreen, «e abbiamo cercato spesso di parlarne con Mel. Io sostenevo che Richard si era comportato esattamente come fanno sempre gli uomini sposati. Tengono sulle spine l’amante per anni – i figli che devono finire la scuola, il mutuo da pagare e altre cose del genere – e poi alla fine decidono che per qualche motivo la cosa non può funzionare, anche se ci sono tutte le condizioni. Ero convinta che Richard avesse approfittato della malattia della moglie a proprio vantaggio, ma che in realtà non avesse mai avuto intenzione di cambiare vita. Ma secondo Mel non era così.»

«Sì, ma cosa diceva?» domandò Kate. «Come spiegava la separazione?»

«Era piuttosto sfuggente» rispose Sue. «Questa almeno era la mia impressione. Tirava in ballo sempre la malattia della moglie, e quando obiettavo che ormai era guarita, mi diceva che dopo un tumore la guarigione è sempre relativa. Ma la cosa non mi convinceva fino in fondo, perché entrambi dovevano saperlo fin dall’inizio. E in quel caso non avrebbero dovuto fare progetti per il futuro.»

«Secondo lei Melissa non le diceva la verità?» chiese Kate.

«Di sicuro non giocava più a carte scoperte» intervenne Doreen. «Era più reticente. Più introversa. Era cambiata. Non ci telefonava più. Ci vedevamo sempre più di rado e solo perché eravamo noi a insistere. Non era più la Mel che conoscevamo.»

«Quando si verificò questo cambiamento? Intorno all’epoca della separazione? O prima?»

Sue ci pensò su. «Sono cose che non si notano subito. Ma secondo me cominciò qualche mese prima della separazione definitiva. Nel marzo del 2002 ci disse che era finita. Però la rottura era evidente fin dall’autunno precedente. Da ottobre. Forse addirittura dal settembre del 2001.»

«Le avete chiesto spiegazioni?»

«Certo» rispose Doreen, «ma abbiamo ottenuto solo risposte vaghe. Si sentiva depressa. Prima non era mai successo. Problemi sul lavoro. Ma per così tanto tempo? Senza che fosse cambiato niente a scuola? Sa, Mel parlava sempre con noi quando aveva dei problemi. Non era una persona che rimugina in silenzio da sola. Eravamo davvero molto amiche e, quando aveva delle difficoltà, eravamo il suo punto di riferimento. Abbiamo vissuto con lei gli alti e bassi della sua relazione con Richard per più di tre anni. E poi di colpo smise di parlare di lui. Bisognava tirarle fuori le informazioni con le pinze, e restava comunque l’impressione di non aver scoperto niente. Alla fine ci comunicò che era finita. E basta.»

«Secondo voi era successo qualcosa tra loro? Tra settembre e ottobre del 2001?»

«In effetti è quello che abbiamo pensato. Ma non siamo riuscite a saperlo» disse Doreen.

Kate cercò di riandare con la memoria all’autunno del 2001. Aveva conservato un ricordo relativamente nitido di quell’anno: sua madre, dopo tanto tempo, aveva ricominciato a stare meglio. Era stato un anno positivo, perché il peggio sembrava passato. Tutto sembrava in discesa. A ottobre Kate si era presa le ferie e come sempre le aveva trascorse con i genitori. Brenda aveva cucinato e chiacchierato a lungo con lei davanti a una tazza di tè. Era cambiato qualcosa in Richard? Kate si sforzò di ricordare. In quel periodo suo padre era stanco, oberato di lavoro. Ma non era così strano. Era più taciturno del solito? Era introverso, depresso? Non ci aveva fatto caso. Nonostante il profondo legame con il padre, in quegli anni lei aveva badato di più alla madre.

In realtà non c’era niente di strano o di misterioso, nel fatto che tra Richard e Melissa fosse successo qualcosa che alla fine aveva portato alla rottura. Forse non era niente di particolare, forse i loro sentimenti non avevano resistito ai problemi e alle difficoltà.

Se non fossero stati barbaramente uccisi entrambi dodici anni dopo, nessuno avrebbe indagato tanto a fondo sulla loro separazione.

«All’epoca Melissa vi ha mai fatto il nome di un certo Denis Shove?» chiese Kate.

«No» rispose Sue. «Chi è?»

Doreen socchiuse gli occhi. «Era sul giornale. Era ricercato per l’omicidio di un poliziotto e...» Si diede una pacca sulla fronte. «Ma certo, suo padre. Questo Shove è sospettato di aver ucciso suo padre, giusto?»

«Anni fa mio padre lo ha fatto arrestare e Shove ha giurato di vendicarsi.»

«Ma Mel che cosa c’entrava?» domandò Sue perplessa. «Ammesso che l’assassino sia lo stesso.»

«È proprio questo il punto più oscuro» disse Kate.

«Mel non ha mai fatto quel nome» dichiarò Sue.

«In effetti mio padre lo ha arrestato tre anni dopo aver lasciato Mel» spiegò Kate. «Pensavo che...» Tacque. Che cosa aveva pensato? Aveva tirato a indovinare. Ma senza successo.

Shove non era la persona giusta. La storia era molto più complessa.

«Quando si trasferì Melissa ad Hull?» domandò allora.

«All’incirca un anno dopo la separazione» rispose Doreen. «Era la primavera del 2003, credo. Disse che aveva bisogno di cambiare vita. Noi non la trovammo una decisione particolarmente felice. Ad Hull non conosceva nessuno, ed era troppo distante per incontrarsi al volo. Ma... non voleva più avere niente a che fare con noi.»

«Alla fine ci siamo perse di vista» aggiunse Sue in tono mesto.

Nei lunghi anni di carriera, Kate aveva imparato che spesso le persone hanno un buon intuito nel giudicare il comportamento di amici e familiari, ma spesso preferiscono non parlare perché temono di rendersi ridicoli con una qualche affermazione assurda. Per questo decise di chiedere in maniera diretta.

«In tutta sincerità, secondo voi la vostra amica era cambiata solo a causa della separazione? Credete che i sentimenti tra i due non fossero più gli stessi, e che per questo si fossero lasciati? Era per questo che Melissa voleva rifarsi una vita? O pensate che sia successo qualcos’altro? Nella tarda estate del 2001? Qualcosa che ha compromesso la relazione? Che ha scosso Melissa? Parlo di una tragedia. Così grave che Melissa non poteva parlarne nemmeno con voi, le sue migliori amiche e confidenti. Qualcosa che aveva sconvolto la sua vita. È questa l’idea che vi siete fatte? Che però avete scartato perché vi sembra troppo assurda?»

Stavolta le due donne non si guardarono, ma rimasero entrambe con gli occhi bassi per un bel po’. Fu Doreen ad alzare la testa per prima.

«Sì» rispose soltanto.

«Sì» confermò Sue. Dopo qualche secondo aggiunse: «Ma non abbiamo la più pallida idea di cosa possa essere successo. È così, Miss Linville. Non sappiamo nulla.»

Due

L’agente Jane Scapin lasciò l’appartamento dei Malyan a Truro verso le tre del pomeriggio, chiedendosi più incuriosita che mai che genere di persona fosse questa Therese, detta Terry. A giudicare dalle informazioni raccolte, un’anima tormentata. Jane era fermamente convinta che chiunque avrebbe sviluppato un disturbo della personalità, se il destino gli avesse assegnato una famiglia e dei genitori simili. Lei stessa, dopo il poco tempo passato lì, aveva avertito il bisogno di liberarsi, con una doccia, una lunga corsa o almeno una bella birra scura. Alla fine non fece niente di tutto ciò. Percorse lentamente le strade di Truro e quando scorse un bar, parcheggiò ed entrò. I Malyan non le avevano offerto niente, pur sapendo che veniva da Scarborough e aveva guidato sette ore. Era partita intorno alle sette ed era arrivata per le due. Per fortuna in macchina aveva due bottiglie d’acqua, altrimenti non ce l’avrebbe fatta.

Ordinò un caffè lungo e due tramezzini all’uovo, poi si sedette a uno dei tavolini rotondi e fece un respiro profondo. A volte capita di incontrare persone bizzarre. Era stato molto interessante conoscere i Malyan, ma non le avevano fornito informazioni utili per rintracciare Denis Shove.

Riassunse mentalmente le impressioni raccolte: un appartamento ordinatissimo, quasi asettico, alla periferia di Truro. Al pianterreno di una villetta bifamiliare. Un giardinetto con il prato regolato e aiuole rastrellate con cura dove non cresceva neppure un filo d’erba fuori posto. I Malyan conducevano una vita puntigliosamente ordinata. Mrs Malyan era una donna sulla cinquantina con una pettinatura cotonata alla Margaret Thatcher, calzoni chiari e un golfino marrone scuro a maniche corte. Era molto magra, quasi ossuta. Probabilmente seguiva un regime alimentare di assoluto rigore. Il marito non mostrava la stessa forza di volontà: l’addome da birra gli debordava sopra i calzoni, la faccia rubizza e lucida tradiva un problema di ipertensione, probabilmente beveva troppo e non faceva attività fisica. Non era lui a tenere immacolato l’appartamento e a maltrattare il giardino con i diserbanti. Viceversa non era neppure il tipo che si ribellava a una decisione presa dalla moglie. Era totalmente succube – se non altro per il quieto vivere.

Jane si fece presto l’impressione che i Malyan non sapessero più da parecchi anni dove vivesse la figlia, come si mantenesse, chi frequentasse. Come aveva già fatto al telefono, nominò di nuovo Denis Shove, osservando la coppia con attenzione, ma sembrava davvero che non sapessero niente. Poiché sui giornali della regione non era stata pubblicata nessuna segnalazione, non avevano letto quel nome neppure lì.

La cosa strana fu che non chiesero nemmeno come mai una poliziotta cercasse la loro figlia. Erano sembrati indifferenti anche al telefono e di persona le cose non erano cambiate. Un’agente della polizia dello Yorkshire dedicava un fine settimana per andarli a trovare in Cornovaglia e fare domande su Therese. Quasi tutti i genitori normali si sarebbero messi in allarme, avrebbero domandato in preda all’ansia che cosa fosse successo. I Malyan al contrario risposero a tutte le domande di Jane in maniera distaccata, senza la minima enfasi, quasi sempre con un: «Non lo sappiamo».

A un certo punto Jane era sbottata. «Proprio non vi interessa sapere perché vi faccio tutte queste domande? È pur sempre vostra figlia!»

Mrs Malyan non batté ciglio. «In realtà» disse, «non abbiamo più una figlia.»

«Perché Therese ha abbandonato gli studi?»

«Sì.»

«Ma...» Jane dovette fare uno sforzo per controllare le proprie emozioni. Era assurdo. Quei due erano pazzi. Soprattutto la moglie. Cancellare completamente una figlia dalla propria vita soltanto perché era uno dei tantissimi studenti che ogni anno in Gran Bretagna mollavano tutto in cerca di libertà? Molti di loro riprendevano a studiare e alla fine trovavano un lavoro rispettabile. A meno che le famiglie non voltassero loro le spalle. Allora andavano a cercare sicurezza emotiva dalle persone sbagliate. Da uomini come Denis Shove, per esempio.

«Therese è figlia unica?» domandò Jane.

«Sì» rispose la madre.

«Mrs Malyan, per noi è fondamentale rintracciare sua figlia. Probabilmente si trova in compagnia di un criminale, un uomo molto pericoloso. È ricercato dalla polizia perché sospettato di duplice omicidio.»

«Tipico di Therese» commentò Mrs Malyan. «Non ne fa una giusta.»

«Conosce un posto dove potrebbe essersi rifugiata? Una persona a cui può essersi rivolta in un momento di necessità? Amici di un tempo? Un’ex insegnante? Qualcuno?»

«No. Tutto quello che so è che da molti anni non ha più contatti con le persone di prima.»

Corrispondeva a ciò che Helen Jefferson aveva raccontato all’ispettore Hale. Non c’erano amici nella vita di Terry. Qualche conoscenza recente, legami superficiali nati nei pub dove aveva lavorato. E alla fine Shove.

«Vostra figlia non ha nessuno che le sia vicino?» insistette Jane.

«No» confermò Mrs Malyan. «Non che io sappia.»

Il marito si agitava inquieto sulla poltrona. Jane si rivolse a lui. Era di sicuro l’anello più debole. Era su di lui che doveva puntare, anche se l’uomo era totalmente sotto il giogo della moglie.

«Vostra figlia potrebbe trovarsi in gravi difficoltà. E posso dirvi che secondo noi ci è finita dentro in maniera del tutto involontaria. A quanto sembra non sapeva con chi aveva a che fare. Ma adesso è in pericolo, perché il suo amico è scappato. Sarebbe molto utile se poteste aiutarci.»

Il padre di Therese sospirò. «È questo il problema di Therese. Finisce sempre per mettersi nei guai.»

Lo sapevo, pensò Jane elettrizzata. Lo sapevo. C’è dell’altro.

«Quando? Quando si è già messa nei guai?»

«Mai» rispose Mrs Malyan con voce tagliente.

«Suo marito però ha appena detto che finisce sempre per mettersi nei guai.»

Mr Malyan si schiarì la voce. Poi, senza guardare la moglie, disse: «Rimase incinta a sedici anni. Aveva solo sedici anni!»

Jane ordinò un secondo caffè. Doveva pianificare le mosse successive, non sapeva se avesse senso seguire le tracce del bambino. Mrs Malyan non aveva più aperto bocca, era rimasta con lo sguardo fisso e le labbra serrate. Il padre di Terry aveva fornito tutte le altre informazioni. La nascita del bambino, l’adozione, i tentativi di Terry di riprendere la vita normale da studentessa, il fallimento.

«Credo che non abbia mai superato quella storia. Da allora è rimasta come bloccata.»

Non c’è da sorprendersi, pensò Jane. Di sicuro Mrs Malyan non aveva mosso un dito per aiutarla a uscire dal caos emotivo nel quale senza dubbio era precipitata con la gravidanza. Anzi, probabilmente le aveva rinfacciato in continuazione il suo sbaglio, oppure si era rifiutata del tutto di affrontare l’argomento. Jane propendeva per questa seconda ipotesi. Terry non aveva avuto nessuno per parlare di cosa le era successo. Sua madre si era comportata come se vivessero ancora negli anni Cinquanta e la figlia si fosse macchiata di un’onta incancellabile. La gravidanza della figlia minorenne era stata un affronto personale e quasi sicuramente non l’aveva ancora perdonata.

Jane aveva chiesto notizie del padre del bambino e aveva saputo che era andato a studiare in America due anni prima.

«Vive la sua vita come se niente fosse» disse Mr Malyan costernato.

«Avrebbe potuto farlo anche Therese» ribatté Jane. «In fondo il bambino è stato dato subito in adozione...»

«Sì, be’, certo» rispose Mr Malyan con una scrollata di spalle. Di sicuro voleva dire che la situazione familiare non era affatto migliorata con l’adozione.

«È possibile che Terry abbia ripreso i contatti con il padre del bambino?» chiese Jane.

«Non credo» disse Mr Malyan. «All’epoca avevano completamente rotto i ponti. Se poi lei lo ha cercato in un secondo tempo... non lo so. Ma mi sembrerebbe strano.»

Il ragazzo viveva negli Stati Uniti. Ammesso che Terry ne fosse a conoscenza, era assai improbabile che si fosse rifugiata da lui.

Jane si ritrovava con un’unica pista da seguire: il figlio di Terry e la sua nuova famiglia.

Aveva saputo che Terry conosceva la famiglia, perché c’erano stati dei problemi con l’adozione.

«Prima aveva detto di sì, poi ci aveva ripensato, quindi era tornata alla decisione iniziale. L’assistente sociale le aveva fatto incontrare la famiglia per fugare le sue paure e i suoi dubbi.»

Fino a che punto Terry era stata libera di agire? si chiese Jane. Aveva sempre più l’impressione di trovarsi davanti una ragazza confusa, alla quale la madre in particolare aveva fatto capire chiaramente che il frutto di quella inconcepibile disavventura dovesse essere eliminato il più in fretta possibile. Le era stato dato il tempo di riflettere e chiedersi che cosa volesse lei veramente?

Mr Malyan non sapeva se la figlia avesse rapporti con la famiglia adottiva, ma aveva comunque recuperato nome e indirizzo da un cassetto dello scrittoio. Jane ripensò alle foto che aveva trovato nell’appartamento di Terry: doveva trattarsi del figlioletto più o meno a un anno d’età. Questo dimostrava che dopo l’adozione c’erano stati comunque dei contatti.

«Non so se l’indirizzo sia ancora valido» aveva detto Mr Malyan.

Jane si era resa conto che nell’ora e mezzo precedente l’espressione che aveva sentito ripetere più spesso era stata: non so. I Malyan avevano trovato il modo per convivere con una situazione che, almeno dal punto di vista della donna, era inconcepibile. Evitavano ogni tipo di informazione al riguardo.

Jane studiò il foglietto che era il trofeo ottenuto per quella giornata. Stella e Jonas Crane, Kingston-upon-Thames. C’erano anche indirizzo e numero di telefono.

Jane aveva provato a chiamare due volte mentre era al bar, ma le aveva sempre risposto la segreteria telefonica. Una voce femminile informava che purtroppo in casa non c’era nessuno.

A Jane non piaceva telefonare. Non era il suo forte parlare con persone che non poteva vedere, di cui non poteva giudicare lo stato d’animo, le emozioni. La sua sensibilità funzionava soprattutto attraverso il contatto visivo con l’interlocutore. Sapeva anche valutare velocemente le proprie impressioni e modificare di conseguenza la propria strategia. Caleb Hale le chiedeva spesso di partecipare agli interrogatori. In genere riusciva a strappare informazioni preziose anche all’individuo più coriaceo.

Anche quel giorno il suo talento si era rivelato utile. Jane era convinta che al telefono non sarebbe mai venuta a sapere del piccolo Samuel.

Restava aperto un interrogativo: quanto poteva essere rilevante per il caso che stavano seguendo?

Forse per niente, ma per ora era l’unico appiglio. Jane decise di approfondire.

Inizialmente aveva pensato di trovare una sistemazione nei pressi di Truro e di rimettersi in viaggio il giorno dopo, ma cambiò idea. Con una deviazione non troppo lunga, poteva raggiungere Londra e cercare una sistemazione a buon prezzo in periferia. Il giorno dopo sarebbe partita per lo Yorkshire direttamente da lì.

Guardò l’ora. Erano quasi le quattro. Per arrivare a Londra ci avrebbe impiegato anche cinque ore, ma era sabato pomeriggio e avrebbe evitato gli incolonnamenti dei giorni feriali. Poteva farcela in quattro ore e arrivare per le otto. Non era l’orario migliore per una visita inaspettata, ma al momento le buone maniere erano l’ultimo dei suoi problemi. L’importante era trovare Therese Malyan.

Si alzò, pagò il conto e uscì nel parcheggio.

Faceva molto caldo. Partì da Truro diretta a nord.

Tre

Stella aveva costruito una specie di torre: alla base un tavolo con sopra casse, vecchie valigie, cassetti e persino un vecchio termosifone. La struttura era traballante, ma Stella non aveva potuto fare a meno di agire: sarebbe impazzita in quella rimessa buia. Inoltre le sembrava che fosse meno pericoloso arrampicarsi fino alla finestra e rischiare di cadere che attendere senza fare nulla. Non sapeva cosa avessero in mente quei due pazzi là fuori, ma di sicuro non era niente di buono. E per Jonas il tempo stringeva.

Quella mattina Terry aveva portato loro qualcosa da bere e da mangiare, oltre a delle matite colorate, fogli e qualche libro illustrato per Sammy. Nonostante le insistenze, Stella non era riuscita a farla parlare. Neil doveva averle vietato ogni forma di contatto. Sapeva che Stella avrebbe cercato di portare Terry dalla sua parte.

Il suo controllo su Terry funziona alla perfezione, pensò Stella amareggiata.

Grazie al cibo e all’acqua, oltre che al materiale da disegno, Sammy per un po’ era stato tranquillo. Ogni tanto chiedeva notizie del papà, e Stella gli rispondeva di non preoccuparsi, che Jonas stava bene e presto sarebbe tornato da loro. Lei aveva sbocconcellato un pezzo di pane e bevuto mezza bottiglia d’acqua. Sapeva che poi avrebbe dovuto di nuovo fare la pipì in un angolo. Terry non le aveva portato un secchio e nella rimessa non ce n’era nemmeno uno.

Terminata la costruzione, Stella aveva affrontato l’arrampicata sotto lo sguardo trepidante di Sammy. L’impalcatura ondeggiava pericolosamente, e Stella era convinta che prima o poi sarebbe precipitata sul pavimento di cemento. Ma alla fine riuscì a raggiungere la finestrella sotto il tetto, con il vetro incrostato di polvere e sporcizia. Si appoggiò alla parete per contrastare il movimento ondulatorio sotto i propri piedi. Le sembrava di essere su un’imbarcazione in mezzo a un mare in tempesta.

Provò a sbirciare fuori, ma il vetro era troppo sporco. Provò a strofinarlo con la manica della felpa, ma senza successo. Riuscì a grattarne via un pezzetto con l’unghia e sbirciò fuori. Vide l’angolo della fattoria e un pezzo del giardino, oltre alle auto di Neil e Terry, mentre non riusciva a scorgere la loro macchina. Il cielo era terso e splendeva il sole. Il tempo si era stabilizzato proprio alla fine delle vacanze, giusto per l’inizio di quell’incubo.

Non c’era traccia di Terry e Neil, ma questo non significava niente. Probabilmente erano dentro casa. Purtroppo Stella non riuscì a scorgere nessun escursionista, anche se la sua visuale era molto limitata. Avrebbe dovuto usare dell’acqua per pulire il vetro, ma si chiese se fosse il caso di sprecarla. Neil e Terry erano del tutto imprevedibili. Non era chiaro come si sarebbero comportati con gli ostaggi.

Stella compì la pericolosa discesa e tirò un sospiro di sollievo quando tornò con i piedi per terra. Nello stesso tempo fu assalita dallo sconforto. Non sarebbe servito a niente stare abbarbicata lassù tutto il giorno nella speranza di attirare l’attenzione di qualcuno di passaggio. Probabilmente non sarebbe passato nessuno per chissà quanto tempo, e non era affatto detto che avrebbero notato la sua presenza.

Si sentì salire le lacrime agli occhi. Come avevano fatto a cacciarsi in una situazione così spaventosa?

«Piangi, mamma?» chiese Sammy.

Lei si asciugò velocemente le lacrime. «No, mi è entrata della polvere negli occhi. Vieni, dobbiamo smontare la torre.»

«Perché?»

«Perché se dovessero tornare Terry e Neil, non devono sapere che abbiamo trovato il modo di raggiungere la finestra.»

Si arrampicò di nuovo e spostò gli oggetti un pezzo alla volta, cercando di memorizzarne la posizione; se avesse avuto bisogno di nuovo di quella scala di fortuna, l’avrebbe costruita molto più in fretta. Ma ora era troppo scoraggiata e non pensava di riutilizzarla. Non aveva più energie né speranze. Avrebbe voluto solo sedersi sul divano e mettersi a piangere, ma si fece forza per il bene di Sammy. Doveva rimanere ottimista, o almeno fingere di esserlo.

«Mamma» le chiese il bambino, «moriremo?»

Lei lo abbracciò. «No. Non devi avere paura, tesoro. La mamma ti farà uscire da qui. Non devi preoccuparti.»

Quella sera Terry tornò con panini imbottiti, biscotti, cioccolata e un cestino pieno di bottiglie d’acqua. Stella era perplessa; prima avevano dovuto centellinare il prezioso liquido, ora ne avevano abbastanza per quattro o cinque giorni. Forse Terry voleva evitare di entrare nella rimessa troppo spesso? Oppure lei e Neil avevano in mente di andarsene? Stella non sapeva se accogliere questa ipotesi con gioia o con sgomento. In quel caso non ci sarebbe stato più nessuno a occuparsi di loro, e prima o poi le provviste sarebbero finite. Viceversa avrebbe potuto darsi da fare per trovare una via di fuga, senza il terrore di trovarsi davanti Neil con la pistola spianata.

Il problema era: esisteva un modo per fuggire?

«Terry, cosa volete fare? Avete intenzione di andarvene?»

«Qui c’è da mangiare e da bere» disse Terry ignorando la domanda di Stella. «Andateci piano.»

«Non potete scappare e lasciarci chiusi qui dentro!»

«Si sieda sul divano» le ordinò Terry. «E anche Sammy.»

«Ma che cosa...?»

«Obbedisca!»

Stella si arrese. Terry si girò verso la porta. «Puoi portarlo dentro» disse.

Subito dopo Neil comparve sulla soglia. Accanto a lui c’era Jonas. Non riusciva a camminare e Neil lo sosteneva, o meglio lo trascinava. Jonas aveva gli occhi chiusi e sembrava del tutto assente. Teneva la testa dritta, non aveva perso i sensi. Quantomeno non del tutto. Non si capiva se si rendesse conto della situazione.

Stella balzò in piedi gridando: «Jonas!»

«Resti seduta!» le ordinò Terry.

«Papà!» gridò Sammy.

Neil lasciò scivolare Jonas sul pavimento.

Ignorando l’ordine di Terry, Stella corse dal marito e si accovacciò accanto a lui. Gli toccò la faccia. La pelle era calda e secca. Scottava.

Guardò Neil spaventata. «Bisogna portarlo da un medico. Ha la febbre alta!»

Neil si frugò nella tasca e consegnò a Stella una scatola. «Tieni, del paracetamolo. Era in casa.»

«Non basta. Ha bisogno di cure!»

«Avete acqua. Avete medicine. L’emorragia si è fermata. Sta guarendo.»

Era un’affermazione così assurda che Stella trattenne a stento una risata isterica.

«Neil, ha la febbre alta. Significa che la ferita si è infiammata. La prego! Non posso fare niente per lui qui. La prego, ci porti da un dottore!»

«Ringrazia gli sbirri per questo» disse Neil. «È colpa loro se siete in questa situazione.»

«Non lo so e non me ne importa niente. So solo che Jonas ha bisogno di un dottore. Neil!»

Neil si strinse nelle spalle.

Di fronte a questo gesto Stella perse del tutto il controllo. Era furiosa: per il fatto di essere tenuta in ostaggio, per la ferita di Jonas, per l’impudenza con cui questa coppia di delinquenti era entrata nella vita della sua famiglia. Balzò in piedi e si avventò su Neil a pugni stretti.

«Deve chiamare un medico! Deve chiamare subito un medico. Se non lo fa, Jonas...»

Lui le bloccò i polsi e le spinse le braccia verso il basso. Stella cercò di prenderlo a calci negli stinchi, ma lui la scansò agilmente, tenendola ferma.

«Non fare così, Stella. Non serve a niente.»

Lei si divincolò nel tentativo di liberarsi. «Mi lasci!»

«Vuoi smetterla di fare la pazza?»

Chi sarebbe il pazzo? avrebbe voluto ribattere Stella, ma la rabbia svanì, facendola tornare più prudente e riflessiva.

Non poteva affrontare Neil in un corpo a corpo, avrebbe solo peggiorato la propria situazione. E quella di Jonas.

«D’accordo» disse.

Neil la lasciò. I polsi le bruciavano.

«Stammi a sentire» disse Neil. «Noi adesso ce la filiamo. Terry e io. Quando saremo abbastanza lontani, avvertiremo la polizia con una telefonata anonima. Verranno a prendervi. Fino ad allora avrete cibo a sufficienza e Jonas ce la farà.»

Lei lo guardò per capire se aveva davvero intenzione di fare quello che diceva. Non si fidava di lui. Se fossero fuggiti con la loro auto, sarebbero stati al sicuro finché non avessero scoperto che era rubata. Non appena avesse chiamato la polizia per far liberare i Crane, l’auto sarebbe diventata inutilizzabile. Quanto doveva allontanarsi per sentirsi relativamente al sicuro?

«Ho paura» confessò lei. «Ho paura per Jonas.»

«Non vi lascerò crepare qui dentro» disse Neil.

Le sembrava un po’ cambiato. Non era più così sicuro di sé, così arrogante e sbruffone. Sembrava sotto stress, era tutto sudato come al suo arrivo due giorni prima. Le cose gli stavano sfuggendo di mano, non era più lui a decidere il corso degli eventi, poteva solo far fronte alla situazione. Non aveva sparato a Jonas intenzionalmente, la sua era stata una reazione istintiva, quando se l’era visto piombare addosso dal nulla. E adesso quell’uomo in condizioni critiche rappresentava un problema enorme. Neil poteva solo sperare che Jonas sopravvivesse, e anche in quel caso avrebbe dovuto fare i conti con un’accusa di gravi lesioni personali che lo avrebbe spedito in carcere per parecchio tempo.

«Ascolta, è tutta colpa della polizia, davvero» ripeté. «Non sono stato io, hai capito? L’omicidio dello sbirro a febbraio, quello che è stato ammazzato a Scalby.»

Stella non conosceva i particolari del delitto, nella zona di Londra la notizia non aveva avuto molta risonanza. «Ma allora perché la polizia crede che sia stato lei?»

«Perché quel tizio nove anni fa mi aveva messo in galera. Mi aveva teso una trappola... all’epoca sono stato così stupido da dire a tutti che gliel’avrei fatta pagare. Che lo avrei fatto fuori appena uscivo.»

«In effetti... non è stato molto furbo...»

«Esatto. Ma non sono stupido fino a questo punto» proseguì Neil. «Sono stato dentro otto anni e mi sono bastati. Non me la prendo con un vecchio sbirro rischiando di finire dentro un’altra volta! Quel tizio è stato nella polizia criminale per più di quarant’anni. Di sicuro si sarà fatto altri nemici oltre a me. Ma hanno deciso di concentrarsi su di me, maledizione.»

«Se non è stato lei» ragionò Stella, «non avranno indizi a suo carico. Non potranno accusarla di niente.»

Neil scoppiò in una risata sarcastica. «Tu non hai idea. Non immagini nemmeno!»

Stella non sapeva se credergli o meno. In realtà lo riteneva capace di tutto, ma si domandava se, vista la sua astuzia ed esperienza, non sarebbe stato in grado di organizzare meglio un delitto come quello che le aveva appena descritto. In modo da non essere costretto a fuggire da un nascondiglio all’altro come un animale braccato causando altri guai. Non avrebbe progettato di fuggire all’estero subito dopo il delitto? Sapeva sicuramente di essere in cima alla lista dei sospettati. Neil era un individuo spregevole e disgustoso, ma una cosa era certa: non era stupido.

«Lasciarci rinchiusi qui peggiorerà solo le cose per lei» disse. «Se Jonas non dovesse...»

«Non succederà. Ti ho detto che chiameremo la polizia.» Neil era chiaramente sotto pressione. Aveva di nuovo la fronte imperlata di sudore. Stella immaginò che avrebbe preferito rimanere di più alla fattoria, ma evidentemente aveva abboccato all’amo ed era convinto che da lunedì sarebbero scattate le ricerche della famiglia Crane. Anziché offrirgli un rifugio sicuro per un periodo più lungo, la fattoria gli era servita solo per prendersi un momento di respiro. Inoltre aveva a disposizione una macchina che non era segnalata, poteva procurarsi delle provviste e aveva a disposizione molti contanti. Sempre meglio di niente. Ma forse non bastava.

«Potrebbe aiutarmi a stendere Jonas sul divano?» gli chiese.

Neil si chinò, afferrò Jonas sotto le ascelle e lo trascinò fino al divano. Sammy osservò la scena impietrito dalla paura.

«Papà è vivo» lo tranquillizzò Stella.

Jonas era sdraiato immobile con il petto che si alzava e si abbassava leggermente. La maglietta che indossava era incrostata di sangue sul petto. Neil e Terry però dovevano averlo fasciato per bene, perché nonostante lo spostamento non c’erano tracce di sangue fresco.

«Mi servono delle bende» disse Stella, «e dell’altra acqua. Devo pulire la ferita. Sarebbe meglio un disinfettante.»

«Vedo che cosa posso fare» promise Neil.

Di sicuro non si sarebbe arrischiato a cercare una farmacia.

«Nella nostra macchina c’è una cassetta di pronto soccorso» disse Stella.

Lui rivolse un cenno a Terry, che uscì dalla rimessa.

«Sei una donna eccezionale, Stella» disse Neil. «Peccato...»

«Peccato, cosa?»

«Che stai con un perdente come lui.» Con un cenno della testa indicò Jonas. «Non fa per te. Il tuo modo di vivere, non fa per te. Una madre e moglie devota in un quartiere residenziale di Londra. Ma per favore!»

«Sempre meglio che vivere come lei. Secondo me.»

Lui parve voler replicare, poi ci ripensò. Terry tornò con la cassetta del pronto soccorso e la posò accanto al divano.

Senza aggiungere altro Neil e Terry uscirono dalla rimessa. Stella rimase da sola con un bambino piccolo e un uomo gravemente ferito in preda alla febbre.

Non si era mai sentita così disperata.

Quattro

Jane raggiunse Kingston-upon-Thames prima delle otto. Non aveva trovato traffico e per lunghi tratti aveva superato i limiti di velocità. A un certo punto non le era più importato di presentarsi dai Crane a un’ora decente; prima di tutto voleva mettere fine a quella giornata, trovare un albergo, lasciarsi cadere sul letto, guardare un po’ di televisione e poi dormire. Era esausta e anche i due caffè che aveva preso lungo la strada non bastavano a tenerla sveglia. Ora pensava di aver preso la decisione sbagliata; sarebbe stato meglio fermarsi per la notte a Truro, riposarsi e rimettersi in viaggio il giorno dopo. Inoltre era convinta che un incontro con i Crane sarebbe stato solo una perdita di tempo.

La serata era chiara e tiepida quando Jane imboccò la strada dove abitava la famiglia Crane. Ovunque c’erano persone che innaffiavano i fiori, chiacchieravano appoggiate alle staccionate, cenavano in veranda. Un gruppo di bambini aveva disegnato dei rettangoli sull’asfalto e saltellava con foga su e giù. Quando Jane scese dall’auto, sentì profumo di carne alla griglia. Era il primo fine settimana veramente caldo e soleggiato da molto tempo e quasi tutti quelli che erano rimasti a casa per il fine settimana ne approfittavano per fare un barbecue con familiari e amici.

Un piacevole quartiere residenziale, pensò Jane. Case grandi e belle, giardini vasti e curati. Non una ricchezza esagerata, ma una solida agiatezza. Si domandò se i Crane corrispondessero al cliché che le era subito venuto in mente: due professionisti affermati con una vita piacevole che avevano rimandato troppo a lungo il progetto di mettere su famiglia. A quel punto il desiderio di avere un bambino non era stato più realizzabile: l’unica strada percorribile era rimasta l’adozione, così si erano rivolti ai servizi sociali.

Forse però c’erano stati anche motivi di salute, indipendentemente dall’età della coppia.

Nel giardino dei Crane l’erba era decisamente più alta che dai vicini. Era evidente che non era stata tagliata da tempo. Rispetto alla vivace animazione delle case accanto, la loro sembrava piuttosto abbandonata.

Ci mancava solo questo. I Crane non erano a casa.

Avrei dovuto immaginarlo, pensò Jane, non avendoli trovati al telefono.

Poiché il giardino dei Crane confinava con quelli dei vicini, Jane non poté fare il giro intorno alla casa. Suonò alla porta, ormai sicura che non avrebbe trovato nessuno. Sbirciò da una finestra e vide un corridoio con il pavimento di pietra, un guardaroba, una scala. Costeggiò la casa finché raggiunse il cancelletto che conduceva al giardino sul retro. Era chiuso. Jane si affacciò dall’altra parte e vide che non c’era nessuno. Notò un recinto di sabbia e uno scivolo di plastica rosso, anche questo quasi sommerso dall’erba alta.

I Crane non mancavano solo da quella domenica. Dovevano essere via da diverso tempo. Probabilmente erano in ferie. Dopotutto il bambino non andava ancora a scuola, ed era comprensibile che non avessero aspettato l’alta stagione per partire.

Jane si sentì più frustrata e sfinita di prima. Un viaggio a vuoto.

Alle sue spalle risuonò una voce. «Salve. Cercava i Crane?»

Si girò. Una signora anziana era entrata in giardino e la guardava con diffidenza. Teneva in mano una chiave.

Jane le rivolse un sorriso amichevole. «Sì. Non sono a casa?»

«Chi è lei?» domandò a sua volta la donna.

Jane mostrò il distintivo. «Agente investigativo Scapin. Polizia dello Yorkshire.»

«Polizia?»

«Non è successo niente, non si preoccupi. Ho solo bisogno di alcune informazioni da Mr o Mrs Crane.»

«Sono partiti da due settimane.»

«Capisco.»

«Stavo giusto venendo da loro ad annaffiare le piante. Mi occupo anche della posta e di tutto il resto.»

«Quando torneranno?»

«Domani sera.»

Li ho mancati per ventiquattr’ore, pensò Jane.

Non poteva aspettare fino alla sera successiva, prima di tutto per Dylan. A parte questo, le sembrava di aver perso già troppo tempo. I Crane erano in vacanza chissà dove, da due settimane. Era improbabile che Terry Malyan fosse andata da loro.

«Sa dove sono andati?» si informò.

«Da qualche parte nell’Inghilterra del Nord. Non so precisamente dove.»

Jane aggrottò la fronte. Era insolito. Avrebbe immaginato Spagna, o Grecia. O le Bahamas. Così avrebbe potuto archiviare definitivamente le indagini in quella direzione.

«Inghilterra del Nord? Non sa altro?»

«Purtroppo no. Mrs Crane mi ha detto soltanto che volevano stare un po’ di tempo in completo isolamento, perché il marito era stressato e aveva bisogno di tranquillità. Non hanno nemmeno il telefono, pensi un po’!»

«Lei però ha il loro numero di cellulare, vero?»

La donna annuì. «Sì, quello di Mrs Crane. Ma non c’è campo dove stanno loro. Sono d’accordo di lasciarle un messaggio in segreteria nel caso succeda qualcosa qui e lei, almeno un giorno sì e uno no, controlla i messaggi. Finora non è stato necessario. Qui è tutto a posto. L’unico problema lo avranno con il giardino.» Si guardò intorno perplessa. «Ha piovuto molto e l’erba è cresciuta tantissimo.»

«Potrebbe darmi il numero di cellulare? Lascerò anch’io un messaggio a Mrs Crane.»

«Ma torneranno domani e saranno di nuovo raggiungibili.»

«Non importa. Lo vorrei comunque per sicurezza.» Jane sorrise di nuovo, ma era il suo famoso sorriso d’acciaio. «E vorrei anche il suo numero.»

La donna sospirò. «Allora devo tornare a casa. Non lo so a memoria. Quello di Stella Crane.»

«Gliene sarei grata.»

La donna si allontanò borbottando contrariata e poco dopo tornò con un foglietto in mano. «Tenga. Le ho scritto il numero del cellulare di Stella e il mio numero fisso. Mi chiamo Celia Hedger.»

«La ringrazio molto, Mrs Hedger.» Jane s’infilò il foglietto in tasca, poi porse alla donna il proprio biglietto da visita. «Le lascio questo. Quando i Crane torneranno, potrebbe pregarli di chiamarmi subito lunedì? Nel caso in cui io non riesca a sentirli.»

«Lo farò» promise la donna.

Jane provò ad affrontare un altro argomento. «I Crane hanno un bambino piccolo. Lei lo conosce?»

«Sammy. Un bambino simpatico. Lo hanno adottato. Sono stati fortunati. Con i figli adottivi non si sa mai cosa può capitare, non è vero?»

Anche con quelli naturali, se è per questo, pensò Jane.

«Ha ragione» disse però, sapendo per esperienza che mostrarsi d’accordo con una persona era il modo più facile per indurla a parlare. Di sua iniziativa non avrebbe menzionato l’adozione, perché non sapeva quale fosse la posizione dei Crane al riguardo, ma visto che la vicina era informata, poteva farle anche un’altra domanda.

«Sa per caso se i Crane sono in contatto con la madre biologica di Sammy?»

Mrs Hedger ci pensò su. «Non che io sappia. Stella non mi ha mai detto niente. Però non ne sono sicura.»

«Okay.» Non c’era altro da chiedere. Jane doveva aspettare il ritorno di Stella Crane.

«Grazie delle informazioni» disse voltandosi per andarsene.

«Un momento» la bloccò Mrs Hedger improvvisamente agitata. «Stavo per dimenticarmi. È venuta... per via di quell’uomo bizzarro?»

Jane si bloccò. «Quale uomo bizzarro?»

«Sì. È venuto ieri. Ha girato intorno alla casa furtivo... come lei.» La donna rise imbarazzata. «Gli ho chiesto cosa ci facesse qui. Un tipo comico. Dall’aspetto sembrava... arabo, direi. Però parlava bene l’inglese.»

Un arabo... non corrispondeva alla descrizione di Denis Shove.

«Che cosa voleva?»

«Doveva assolutamente parlare con Jonas Crane. Gli ho spiegato che erano in vacanza. Voleva sapere dov’erano andati, ma questo non lo so nemmeno io. A parte tutto, non gliel’avrei certo detto. Era proprio strambo.»

«In che senso?»

«Ecco, aveva un tic nervoso all’occhio. Si guardava sempre intorno... secondo lei poteva essere un terrorista? Uno di quei... kamikaze o roba simile?»

Quella tranquilla via residenziale con le case curate e i giardini in fiore non rappresentava certo uno degli obiettivi privilegiati di al Qaeda, ma Jane era piuttosto sorpresa dal racconto di Mrs Hedger. «Le ha detto per quale motivo voleva parlare con Mr Crane?»

«Ha detto che era una questione di lavoro.»

«Capisco. E non le ha detto come si chiamava?»

«No. Non ha lasciato neppure un indirizzo né un numero di telefono. Niente di niente. Gli ho detto che i Crane torneranno domani e che di sicuro potrà chiamare Jonas lunedì. Lui allora si è voltato e se n’è andato. Così. Senza nemmeno salutare.»

«Che lavoro fa Mr Crane?»

«È uno sceneggiatore. Scrive per la televisione. Forse quel tizio era un attore che voleva ottenere una parte. Forse ne aveva bisogno e per questo era così nervoso.»

«È possibile.» Jane non lo disse per caso. Non era detto che tutto nella vita dei Crane dovesse avere a che fare con Terry Malyan, a parte il fatto che avevano adottato suo figlio. Non era detto che tutto dovesse essere in relazione con Denis Shove.

Non poteva fare altro che aspettare la chiamata di Stella Crane.

«Non si preoccupi» disse alla donna. «Per quanto mi riguarda, ho bisogno solo di una semplice informazione. Non ha motivo di agitarsi.»

«Va bene» disse Mrs Hedger un po’ delusa.

Jane salutò la donna e tornò alla macchina. Il suo unico desiderio era trovare una camera. Mangiare un boccone, bere un bicchiere di vino e staccare la spina.

Poi un letto. E dormire, dormire, dormire.

Prima però trovò la forza di chiamare il cellulare di Stella Crane. Come prevedibile, le rispose la segreteria telefonica. Si presentò, spiegò con calma che si trattava di una questione di routine, lasciò il suo numero e chiese di essere richiamata.

A questo punto sentiva di aver fatto davvero tutto il possibile per quella giornata.