Sabato, 3 maggio
Uno
L’ispettore capo Caleb Hale osservava i passeggeri in arrivo all’aeroporto di Leeds-Bradford superare le porte automatiche. Il volo della British Airways da Londra era atterrato da venti minuti e ormai Kate sarebbe dovuta uscire. Probabilmente aspettava ancora la valigia. Al telefono gli aveva detto che si sarebbe trattenuta per un certo periodo, quindi di sicuro non viaggiava solo con il bagaglio a mano.
Sperava di riconoscere Kate Linville. Si erano incontrati una sola volta, molti anni prima, e sinceramente lei lo aveva colpito soprattutto per l’aspetto anonimo. Era la tipica donna insignificante, minuta, esile, dimessa. Poteva solo sperare che la memoria gli venisse in aiuto quando l’avesse scorta tra la folla.
Si stava già pentendo di essersi offerto di andare a prenderla in aeroporto e di accompagnarla a Scalby, ma non poteva più tornare indietro e inoltre era il minimo che potesse fare per la figlia del suo ex collega, ucciso in maniera estremamente brutale. Forse era addirittura necessario.
D’altro canto era proprio questo a intimorirlo. Quanto doveva essere traumatizzata quella donna? Era una collega, sovrintendente a Scotland Yard, e in un certo senso avrebbe dovuto essere vaccinata contro i crimini violenti. Ma quando sono coinvolti dei familiari, la situazione cambia. A quanto ne sapeva lui, le era rimasto solo il padre. Non era sposata, almeno non lo era l’ultima volta che si erano visti. Gli aveva dato l’impressione di essere molto sola.
L’avrebbe portata nella casa dove era cresciuta. Dove suo padre era stato torturato a morte nel febbraio precedente.
Temeva di vederla crollare. E di non sapere come reagire. Certo, non era estraneo a simili situazioni. Gli era capitato spesso di dover portare terribili notizie ai parenti delle vittime. Ma questa era un’altra faccenda. Qui si trattava della figlia di un suo ex collega. Per quanto si sforzasse di mantenere le distanze, era coinvolto personalmente e questo rendeva tutto molto più difficile.
La riconobbe subito, quando finalmente uscì dalla porta. In una mano reggeva una borsa da viaggio e con l’altra tirava un trolley. I capelli sottili raccolti sulla nuca mettevano in risalto ancora di più il pallore del viso, più spigoloso di come lo ricordava. Doveva anche essere dimagrita molto, ma era comprensibile. Caleb trovava raccapricciante il solo pensiero di perdere un parente in maniera così drammatica come era accaduto a lei con suo padre.
Le andò incontro. «Mrs Linville?» Indugiò un istante. Dopotutto non si conoscevano bene. «Sovrintendente?» aggiunse.
Lei gli porse la mano. «Kate» disse, senza sorridere. Sembrava essersi dimenticata come si fa.
«Caleb» ribatté lui stringendole la mano. Quindi le prese la borsa e la valigia. «Vieni, ho la macchina parcheggiata qua fuori. Il volo è andato bene?»
«Nessun problema» rispose lei.
Lui cercò di ricordare se avesse sempre avuto un’espressione così impietrita. Non sapeva dirlo con precisione. Era stata nello Yorkshire a febbraio, subito dopo l’omicidio del padre, ma in quell’occasione lui non c’era stato. Era stato dimesso all’inizio di marzo. Ufficialmente aveva trascorso un lungo periodo di riabilitazione dopo un intervento di bypass. Questo era ciò che aveva concordato con i superiori. Solo i collaboratori più stretti di Caleb sapevano che non c’era stato nessun bypass, bensì a dicembre, dopo l’ultimo grave episodio, il medico gli aveva dato un chiaro ultimatum: se non si fosse disintossicato, i suoi giorni sarebbero stati contati. Per la prima volta aveva compreso quanto fosse grave la sua situazione. Era sull’orlo del baratro, e se non fosse tornato indietro subito, sarebbe precipitato. Poteva essere contento che il medico fosse stato così diretto e spietato con lui, e che i suoi superiori gli avessero offerto una seconda possibilità. Sapeva che dipendeva dall’alta percentuale di casi che aveva risolto con successo. Era considerato uno dei migliori, per questo cercavano di aiutarlo. Sotto l’effetto dell’alcol era infallibile. Ora restava da vedere se lo sarebbe stato anche senza bere.
Durante le telefonate settimanali con Kate, successive al suo rientro in servizio, quando aveva preso il comando delle indagini sul caso Linville, aveva avvertito chiaramente le riserve della donna nei suoi confronti. Kate era stata tutt’altro che entusiasta del fatto che le indagini fossero state affidate a un uomo rientrato in servizio solo due settimane dopo il delitto. Lui le aveva assicurato che gli altri due uomini assegnati al caso, l’agente investigativo Jane Scapin e il sovrintendente Robert Stewart, che Kate aveva conosciuto subito dopo il delitto, avevano svolto un ottimo lavoro e gli avevano fornito tutte le informazioni necessarie; lui si era inserito senza alcuna difficoltà, come se fosse stato presente fin dal primo giorno.
Era evidente che Kate la vedeva in maniera diversa. Molto probabilmente dubitava delle sue capacità. Avrebbe preferito che del caso non si occupasse qualcuno che, stando alle sue informazioni, era stato appena dimesso dopo un difficile intervento e probabilmente aveva ricevuto dai medici l’indicazione di riguardarsi e di evitare ogni tipo di stress e di agitazione.
Di sicuro sarebbe rimasta ancora più sconvolta se avesse saputo la verità.
Caricarono i bagagli in macchina, e partirono. Mentre faceva manovra nel parcheggio, lui le chiese: «Quanto tempo hai intenzione di fermarti?»
«Ho preso tutte le ferie che avevo, e ci ho aggiunto un periodo di ferie non pagate. In tutto probabilmente rimarrò un mese e mezzo. Non lo so ancora. Magari anche di più.»
«Il tuo capo ti ha concesso un mese e mezzo?»
Lei annuì. «Si rende conto della situazione. Da quando è successo... ecco, non riesco più a concentrarmi. Immagino che i miei colleghi siano contenti di essersi liberati di me.»
«Hai già pensato a che cosa fare con la casa? Ora appartiene a te.»
«Non lo so ancora. È il motivo per cui mi sono presa tutto questo tempo. Devo capire che cosa fare. È tutto... un incubo.» Aveva pronunciato l’ultima parola sottovoce. Lui le gettò un’occhiata fugace e vide che era ancora più pallida. Era distrutta, affranta.
«Sei sicura di voler... sì, di alloggiare proprio lì?» le domandò cauto. «È piena di ricordi, e poi è anche il posto dove... è successo.»
«È anche casa mia. Certo che voglio starci.»
Secondo lui non era una scelta opportuna, ma preferì tacere. Rimasero in silenzio per un po’, mentre Caleb usciva da Leeds e si dirigeva verso la costa.
A un certo punto lei domandò: «Ci sono novità?»
Era stata la prima domanda di tutte le sue telefonate. Era ossessionata dall’idea di trovare il colpevole. L’assassino era solo o c’era qualcuno con lui? Perché un delitto simile? Perché Richard Linville era morto in modo così atroce? Tutte le sue energie erano concentrate nell’impresa di trovare il colpevole, o i colpevoli, e di arrestarli. Questo l’aiutava a non sprofondare nella depressione. Le assicurava, almeno temporaneamente, la sopravvivenza psicologica.
Caleb non aveva notizie rilevanti da offrirle, ma se non altro avevano trovato un nuovo indizio.
«Tuttavia non siamo ancora in grado di stabilire quanto sia importante» si affrettò a precisare.
«Dimmi.»
«All’epoca l’agente Scapin aveva interrogato i vicini di casa, senza ricavare informazioni utili. Ora invece si è fatta avanti una testimone. Si tratta della fidanzata di uno dei vicini che pochi giorni prima del 22 febbraio era in visita a Church Close. Ha dichiarato di aver visto nel tardo pomeriggio del 19 febbraio una Peugeot verde scuro che l’aveva insospettita.»
«In che senso?»
«Aveva fatto avanti e indietro per Church Close diverse volte. Non era qualcuno del luogo. Abbiamo controllato, e nessuno possiede una Peugeot e neppure un’automobile simile di quel colore, casomai la testimone avesse sbagliato marca. Le aveva dato l’impressione di qualcuno che cercasse un indirizzo preciso, e all’inizio non le era sembrato insolito. Solo quando aveva visto l’auto imboccare per la terza volta la via, arrivare fino in fondo e fare manovra nello slargo, si era insospettita. Ormai l’automobilista doveva aver capito se l’indirizzo che cercava era in quella strada o no. Sul momento, però, non le era parso tanto singolare da doverlo segnalare a qualcuno.»
«Perché l’ha fatto ora? Perché soltanto ora?»
«È una situazione delicata. La donna è sposata e ha una relazione con un uomo che vive a Church Close. Non se la sentiva di uscire allo scoperto, per paura che il suo segreto venisse alla luce. Alla fine però i sensi di colpa che la tormentavano hanno avuto il sopravvento e si è rivolta a noi insieme al suo compagno. Ovviamente con un ritardo disastroso.»
«Hai parlato con la testimone?»
Caleb annuì. «Sì. Ma non sono riuscito a scoprire più di quanto ti ho appena raccontato. È sicurissima di ciò che ha visto. Purtroppo non si è annotata la targa dell’autovettura.»
Kate si tormentò le mani. «Troppo tardi. Sempre troppo tardi! Se quella donna fosse stata interrogata subito il 22 febbraio, i suoi ricordi magari sarebbero stati più nitidi. Così invece...»
«Ma... Kate! Tuo padre è stato trovato solo il 23 febbraio. Prima... non era possibile svolgere indagini di alcun tipo.»
Lei rimase in silenzio, il viso girato verso il finestrino. Caleb comprese che stava ripensando agli agghiaccianti avvenimenti di dieci settimane prima. La mattina del 23 febbraio, domenica, una vicina di casa aveva notato con sorpresa che la bottiglia di latte lasciata il giorno prima davanti alla porta di Mr Linville non era stata ancora ritirata. Quando Linville partiva, la informava sempre, e le lasciava la chiave affinché gli bagnasse i fiori. Siccome aveva il numero di Kate a Londra, per le emergenze, aveva deciso di telefonarle. Successivamente raccontò alla polizia che Kate aveva reagito subito in maniera allarmata, pregandola di provare a bussare a casa del padre o di guardare dalla finestra. Kate era già preoccupata, perché contrariamente alle sue abitudini, il padre non si era fatto sentire né sabato né domenica mattina. Lei stessa aveva provato a chiamarlo ripetutamente, ma le aveva sempre risposto la segreteria telefonica.
La vicina aveva suonato alla porta, aveva bussato, ma non aveva ottenuto risposta. Allora era andata in giardino e, prima di scoprire la porta forzata in sala da pranzo, aveva dato un’occhiata dalla finestra della cucina scorgendo uno spettacolo raccapricciante: una figura legata a una sedia in mezzo alla stanza con il busto inclinato in avanti. Non si era accorta del sacchetto di plastica sulla testa della vittima. Subito dopo aveva notato la porta forzata, e a quel punto si era messa a gridare.
Un medico aveva poi stabilito che Richard Linville era morto per asfissia.
«La testimone è riuscita a descrivere nei particolari il guidatore della Peugeot?» domandò Kate con voce forzatamente professionale e composta.
Caleb avrebbe voluto tanto darle qualche speranza, ma non poteva ignorare i fatti. «Purtroppo no. Ha detto soltanto che era un uomo.»
Kate lanciò un gemito. «In pratica è come dire niente.»
«Certo, ma non sappiamo nemmeno se questa macchina abbia un legame con il delitto. Per il momento non è il caso di prendercela troppo se non facciamo progressi su questo versante.»
«È probabile che qualcuno pedinasse mio padre. L’aggressione era stata programmata e pianificata con cura.»
«È quello che pensiamo anche noi. Non si è trattato di un tentativo di furto finito male solo perché tuo padre ha avuto la disgrazia di sorprendere l’intruso. Era...» Caleb si bloccò e non terminò la frase, ma Kate intuì che cosa stava per dire. «Era ridotto troppo male. È stato ucciso con troppa crudeltà. Il colpevole era spinto dall’odio e dalla rabbia. E poi non hanno rubato niente.»
«Esatto. Come ci hai confermato tu nella prima dichiarazione. Non mancava niente a casa, e inoltre abbiamo trovato un’ingente somma in contanti nella borsa di tuo padre. Evidentemente all’assassino i soldi non interessavano.»
«Questo lascia spazio a un unico movente possibile» disse Kate, non per la prima volta. «Alla luce della professione di mio padre, può trattarsi solo di una vendetta. Nel corso della sua carriera, chiaramente, si era fatto molti nemici. Criminali. Assassini. Bisogna esaminare ogni singolo caso che ha seguito...»
«È quello che stiamo facendo, con il massimo impegno» le confermò Caleb. «Devi credermi, abbiamo preso la cosa molto sul serio. Abbiamo formato una squadra apposita e tutti stanno dando il massimo. Richard era uno di noi. Vogliamo andare a fondo di questa storia, e ce la faremo.»
«Hai provato a metterti in contatto con Norman Dowrick?»
Per molti anni il sovrintendente Norman Dowrick era stato il più stretto collaboratore di Richard Linville, oltre che suo amico. Kate lo ricordava dall’epoca della sua infanzia: lui e la moglie frequentavano spesso casa Linville. Una ferita da arma da fuoco che lo aveva paralizzato aveva messo fine alla carriera di Dowrick dieci anni prima. Non aveva mai superato l’amarezza per il proprio destino e da allora si era isolato da tutto e da tutti, anche dai colleghi e dagli amici. Kate aveva sentito spesso suo padre parlare con tristezza e rassegnazione dell’episodio. Vista la lunga frequentazione tra i due, era possibile che Dowrick avesse informazioni utili per il caso.
Caleb invece smorzò subito il suo entusiasmo. «Uno dei miei agenti è stato da lui. In realtà ha parlato con la moglie. Norman l’ha lasciata da parecchi anni e si è trasferito a Liverpool, dove vive isolato e consumato dal rancore. Secondo me non servirebbe a niente cercare di rintracciarlo. Non credo possa aggiungere niente alle informazioni che abbiamo già. Dopotutto, lui e Richard non lavoravano in incognito. È tutto documentato.»
«E quali conclusioni avete tratto finora dall’analisi di tutti questi documenti?»
Intanto erano arrivati a Scalby. Caleb entrò nel parcheggio di un supermercato all’ingresso della cittadina e si fermò. «Kate, prenditi un attimo di pausa. Non dobbiamo parlare di tutto adesso. Prima dovresti ambientarti. Non sarà facile. Entrare in casa, essere assalita dalle immagini... non ho intenzione di nasconderti niente. Non voglio tenerti all’oscuro. Ma non dobbiamo per forza affrontare il discorso ora.»
Lei lo guardò con un’espressione carica di sconforto e agitazione. «Non avete niente. Assolutamente niente. Sono passati più di due mesi dal delitto e non hai in mano niente di niente. Non hai fatto nemmeno un passo avanti.»
«Non è vero. Sai benissimo anche tu con quanto scrupolo e meticolosità bisogna analizzare ogni dettaglio.»
«Il tempo lavora contro di noi.»
«Non è detto, se si tratta di una vendetta legata al lavoro di Richard come poliziotto. Lo scopriremo, non importa se un mese prima o un mese dopo. Non preoccuparti. Continueremo a indagare.»
Lei era il dubbio in persona, ma non aggiunse altro. Caleb indicò il supermercato davanti a loro. «Dovresti comprare qualcosa da mangiare. Non credo che troverai niente a casa di tuo padre. All’epoca l’agente Scapin aveva svuotato il frigorifero. Di sicuro non è rimasto niente di niente.»
«Grazie. Mi arrangerò.»
«Sei proprio sicura di non voler comprare niente? Domani è domenica...»
«No, non voglio prendere niente.»
«Devi mangiare qualcosa.»
«Me la caverò.»
Non c’era nulla da fare. Caleb mise di nuovo in moto. Se la immaginò, seduta nella casa vuota e silenziosa, dove un tempo aveva abitato con i genitori. La vide immobile ad ascoltare il ticchettio degli orologi e il ronzio di una mosca che sbatteva contro i vetri. Poi andava in cucina, si fermava a fissare la sedia dove il padre era morto, mani e piedi legati. Al posto suo Caleb si sarebbe tuffato in qualche buon piatto... Oddio, il Caleb di prima anche in un paio di bottiglie di whisky. In una situazione del genere le uniche cose che servono sono calorie e alcol. Ma a giudicare dall’aspetto di Kate, non erano le consolazioni a cui ricorreva. Chissà da quanto tempo non si concedeva più un pasto come si deve, per non parlare poi di ubriacarsi di tanto in tanto. Sembrava credere che ormai niente potesse più darle conforto. Solo l’arresto e la punizione del colpevole. Ma nemmeno questo, secondo Caleb, sarebbe bastato a guarire le sue ferite interiori.
Ripartì in direzione di Church Close.
Verso la casa del defunto ispettore capo Richard Linville.
Due
Seduti intorno al tavolino del salotto, si sforzavano visibilmente di intavolare una conversazione educata. A essere precisi, lo sforzo era tutto da parte di Stella e Jonas. I due ospiti non si curavano di rendere quel lugubre pomeriggio un po’ meno teso e difficile. Terry Malyan era sostanzialmente occupata a idolatrare il compagno e, questa era l’impressione di Stella, a scandagliarne in continuazione l’umore con una certa apprensione, o quantomeno un po’ di nervosismo.
Neil Courtney. Quello nuovo.
A Stella era capitato raramente di incontrare una persona che le risultasse tanto antipatica a prima vista. Che suscitasse in lei in maniera automatica un senso di diffidenza, ripugnanza ed estrema cautela. Se avesse dovuto descrivere Neil Courtney in poche parole, avrebbe detto: un individuo arrogante. Presuntuoso. Gelido. Senza la minima empatia. Una persona alla quale non avrebbe mai stretto la mano, se possibile.
Aveva un aspetto attraente. Era alto, le spalle larghe, i capelli rasati e un brillantino all’orecchio destro. Maglietta bianca, pantaloni e giubbotto di jeans. Un uomo che esercitava un certo fascino sulle donne. Quantomeno di sicuro su Terry.
Negli ultimi cinque anni Terry era cambiata molto, o almeno, così supponeva Stella, era cambiata da quando stava con Neil. Stella ricordava la ragazzina un po’ esaltata di allora, in pratica ancora una bambina, diventata improvvisamente madre, profondamente scombussolata dal caos emotivo in cui era piombata. Stella non ne era stata conquistata, ma l’aveva trovata simpatica. Adesso aveva la netta sensazione che fosse telecomandata. Che non fosse più lei. A partire dall’aspetto: un tempo Terry era stata un tipo da jeans e felpa. Sportiva, con la coda, le scarpe da tennis, un filo di trucco, ma senza esagerare.
Adesso aveva scelto la variante vistosa e sexy. Trucco troppo pesante, i capelli tinti di un nero opaco e innaturale, le unghie smaltate di nero. Minigonna cortissima. Calze a rete. Tacchi a spillo che la facevano sembrare più alta. Una scollatura fin quasi all’ombelico.
Si era conciata così per passare il pomeriggio a casa dei genitori adottivi di suo figlio? Del tutto fuori luogo. Soprattutto dava l’impressione di non sentirsi per niente a suo agio. Aveva perso ogni spontaneità, non sembrava una giovane un po’ arrogante magari, ma spensierata, che si diverte e non si cura dell’opinione altrui. Risultava insicura e stressata. Non era naturale. Era come se nella sua vita esistesse un unico scopo, al quale lei era pronta a sacrificare tutto il resto e soprattutto se stessa: compiacere il tizio che le stava di fianco, dovunque lo avesse pescato o fosse stata pescata da lui.
Forse però sono io che esagero, pensò Stella. Vedo troppe cose in entrambi, perché trovo la situazione intollerabile.
Aveva cercato di evitare l’incontro, adducendo la scusa della festa di compleanno da tempo programmata, dove non c’era spazio per gli adulti, ma Terry e Neil si erano subito dichiarati disponibili a spostare la visita al giorno dopo, e così adesso erano tutti seduti in salotto. Stella aveva i nervi a fior di pelle. Avevano portato a Sammy un gioco di costruzioni che lo avrebbe conquistato a due anni, ma per il quale adesso era troppo grande. Era plausibile che non fossero in grado di giudicare correttamente quale gioco fosse adatto a un bambino di cinque anni, ma Stella si chiedeva se sarebbe stato davvero tanto difficile chiedere consiglio a una commessa. Aveva l’impressione che avessero preso un regalo a caso, tanto per avere qualcosa da portare. Appena entrati in casa, quando Sammy era spuntato in corridoio, Terry si era voltata verso Neil e aveva esclamato tutta fiera: «Ecco, è lui! È mio figlio!»
Stella si era sforzata di tenere a freno la lingua, Sammy aveva guardato la nuova venuta con espressione perplessa e Neil gli aveva gettato un’occhiata nella quale Stella aveva letto un totale disinteresse. Dappertutto c’erano ancora le tracce della festa, bicchieri di carta, palloncini – attaccati alla ringhiera della scala, sui cespugli e sugli alberi in giardino, che si andavano sgonfiando a poco a poco –, resti di festoni negli angoli. Stella si era scusata per il disordine, ma gli ospiti non avevano battuto ciglio. Non chiesero neppure come fosse andata la festa, quanti bambini avessero partecipato, se Sammy avesse dei buoni amici. Non davano affatto l’impressione di essere ansiosi di sapere qualcosa del bambino, della sua vita. Devo sentirmi sollevata o devo preoccuparmi? si era domandata Stella.
Per fortuna gli abbondanti avanzi di torte e gelato le avevano permesso di offrire qualcosa ai due. Terry aveva preferito un tè, Neil un caffè. Sammy era uscito in giardino e si era messo a giocare con un bambino che abitava nella casa accanto e aveva scavalcato la staccionata. Un sabato pomeriggio sereno.
Almeno in apparenza.
«Neil voleva conoscere a tutti costi il mio Sammy» disse Terry. «E naturalmente anche voi, Stella e Jonas. In fondo siete parte della mia vita.»
Stella non si considerava affatto parte della vita di Terry né ambiva a esserlo. Si accorse che Neil la fissava. Sembrava aver colto il suo disagio e trarne una segreta soddisfazione.
«Non vogliamo destabilizzare Sammy» spiegò. «Non abbiamo intenzione di nascondergli il fatto che sia un bambino adottato, ma in questo momento non è ancora in grado di capirlo. Lui pensa di essere nostro figlio.»
«Non c’è niente di male in questo, a patto che siate consapevoli che prima o poi dovrete metterlo di fronte alla verità» commentò Neil.
Le sue parole furono seguite da un silenzio imbarazzato. Sia Jonas che Stella la giudicavano un’intromissione bell’e buona, ma entrambi erano decisi a evitare qualsiasi provocazione. Jonas le comunicò con un’occhiata di cercare di rimanere calma.
«Quando abbiamo affrontato il percorso per l’adozione, siamo stati informati con molta chiarezza in proposito, Mr Courtney» disse educato. «Sappiamo perfettamente che cosa dobbiamo fare e quando, per informare Sammy della sua particolare situazione. Non si preoccupi per questo.»
«Ho sempre detto a Neil che siete due persone fantastiche» intervenne Terry. «Vi ho sempre descritto con grande entusiasmo, non è vero, Neil? Due persone così simpatiche, accoglienti e impegnate. Questa casa meravigliosa a Kingston... Ecco, non avrei mai potuto offrire al mio bambino niente di simile. Qui è tutto...» Fece girare lo sguardo per l’ampio salotto con il grande bovindo luminoso e aggiunse: «Deve essere costato davvero molto».
«Sa com’è, non è che queste case si pagano in una volta sola» spiegò Jonas. Poi fece una risata falsa. «Ci vuole un mutuo che dura diversi decenni.»
«Lei è uno sceneggiatore?» si informò Neil. «Terry mi ha detto qualcosa del genere...»
«Esatto, collaboro come freelance con diverse emittenti televisive e case di produzione. È un lavoro appassionante, in cui si fa sempre qualcosa di nuovo, ma bisogna augurarsi che la creatività non si esaurisca mai.»
Un mutuo che dura diversi decenni... Bisogna augurarsi che la creatività non si esaurisca mai... Stella impiegò qualche istante per comprendere come mai il marito si sminuisse tanto agli occhi dei due sconosciuti. Era evidente che Jonas aveva capito o intuito che i due non erano venuti per Sammy. A loro non importava niente di Sammy. Terry si era vantata con Neil del benessere economico dei Crane, e quella visita era un sopralluogo. Neil voleva dare un’occhiata in giro, per poi escogitare qualche progetto che gli consentisse di ottenere dei soldi sfruttando il piccolo Sammy. Jonas stava dunque cercando di convincere la coppia che non avevano a che fare con persone danarose.
«Lei di che cosa si occupa, Mr Courtney?» domandò Jonas.
Neil inarcò le sopracciglia. «È così necessario avere un lavoro?»
«Bisogna pur mantenersi in qualche modo» intervenne Stella.
Lui le lanciò un’occhiata sprezzante. «Si può vivere in tanti modi. È più giusto prendersi tutto il tempo necessario per cercare la propria strada.»
Quell’uomo doveva avere una trentina d’anni, calcolò Stella. Possibile che non avesse ancora trovato la sua strada?
«Neil ha ricevuto una piccola eredità» li informò Terry, «che per il momento gli consente di non dover pensare a un lavoro. Io ho lavorato in un pub, ma due settimane fa ho perso il posto. Magari ne troverò un altro.»
Ci mancava solo questa. Stella si era augurata che, visti i normali impegni delle persone di quell’età, i due non avrebbero avuto il tempo di intensificare i contatti con la famiglia Crane. Invece sembrava che Terry e Neil vivessero felicemente alla giornata, e che la loro preoccupazione principale consistesse nel trovare sempre nuove strategie per colmare il vuoto e la noia della loro vita. Aveva visto la macchina con cui erano arrivati, vecchia e disastrata. Di sicuro Neil non disponeva di una grande eredità, altrimenti, visto il tipo che era, si sarebbe immediatamente circondato di tutti gli status symbol possibili. Doveva trattarsi di una somma che gli permetteva di vivere per un certo periodo senza lavorare, alla ricerca della propria strada, ma che non gli avrebbe assicurato una rendita per tutta la vita. Con un tuffo al cuore comprese che Jonas molto probabilmente aveva ragione: Neil stava cercando una nuova fonte di guadagno, e aveva messo gli occhi sui Crane.
Non avrei mai dovuto accettare di incontrarli, pensò.
Ma si rendeva perfettamente conto di non aver avuto molta scelta: Terry conosceva il loro indirizzo. Se lei si fosse rifiutata di invitarli, se li sarebbe trovati all’improvviso davanti alla porta di casa nel giro di qualche settimana per una visita a sorpresa: Passavamo da queste parti e abbiamo pensato...
Il tempo scorreva lento e faticoso. Jonas parlò del suo lavoro. Stella uscì diverse volte in giardino per dare un’occhiata a Sammy e al suo amico. Giocavano tranquilli. Nel tardo pomeriggio Neil chiese se poteva avere un bicchiere di aranciata e Stella, felice di potersi sottrarre alla soffocante atmosfera del salotto, si alzò per andare in cucina. Mezzo minuto più tardi Jonas la raggiunse. Si chiuse la porta alle spalle e bisbigliò piano: «Mi raccomando, non invitarli a cena! Voglio che se ne vadano subito!»
Stella stava tirando fuori il succo dal frigorifero. «Non ho nessuna intenzione di farlo. Ma riusciremo a liberarci di loro?»
«Basterà non offrirgli altro. Quest’aranciata sarà l’ultima cosa che avranno da noi. D’ora in poi saremo irremovibili. Niente vino, niente birra, niente stuzzichini. Niente di niente. Forse così la capiranno.»
«Pensi siano pericolosi, Jonas?»
Jonas ci pensò su un istante. «No, ma questo Neil è una persona sgradevole. Si capisce benissimo che sta cercando un modo per ricavare qualche vantaggio da noi. Terry è completamente succube di lui e non capisce un bel niente. Crede davvero che Neil sia venuto per conoscere suo figlio.»
«Jonas, pensi che potrebbero...?»
Lui le posò la mano sul braccio. «Non ti preoccupare. Non possono portarci via Sammy, e non hanno in mano niente per esigere visite regolari. Il fatto che oggi siano qui dipende esclusivamente dalla nostra disponibilità. Devono capire che non ci spingeremo oltre.»
Stella annuì e tornò in salotto con Jonas. Trovarono Terry in piedi davanti al bovindo a guardare la strada, mentre Neil era accanto al piccolo scrittoio vicino al camino e teneva in mano qualcosa. Avvicinandosi Stella riconobbe il dépliant turistico del parco nazionale delle North York Moors, che aveva sfogliato proprio quel mattino per dare un’occhiata alla località in cui si trovava la loro casa delle vacanze. Anche Jonas se ne accorse, si avvicinò a Neil e gli tolse bruscamente di mano l’opuscolo.
«Non ci piace che la gente frughi tra le nostre cose» lo ammonì.
Neil alzò le mani, niente affatto pentito. «Scusi, volevo solo dare un’occhiata allo scrittoio. Un mobile bellissimo. È autentico?»
«Sì.»
Indicò il dépliant. «Le North York Moors. Ci andrete in vacanza quest’estate?»
«Ancora non lo sappiamo» rispose Jonas. «Non ho ancora fissato le ferie.»
«Una regione da sogno. Certo, a patto di amare la natura. A parte brughiera e pecore, non c’è molto da vedere lì.»
«Come le ho detto, non abbiamo ancora preso una decisione.»
Stella gli porse l’aranciata. «Tenga.» Rimase in piedi in mezzo alla stanza. Jonas fece lo stesso. Nessuno dei due invitò gli ospiti ad accomodarsi di nuovo.
Neil vuotò il bicchiere con tutta calma.
«Bene» disse poi, «è arrivata l’ora di andare.»
«Tornerete direttamente a Truro?» si informò Jonas.
Neil rimase per un attimo interdetto, poi rise come se Jonas avesse fatto una battuta di spirito. «Io non abito a Truro! Dio ce ne scampi! Terry viene da lì, ma a me in quel buco non potrebbero trascinarmi nemmeno morto!»
Anche Terry rise, ma in maniera forzata e impacciata.
«Viviamo a Leeds» proseguì Neil. Indicò il dépliant che Jonas teneva ancora in mano. «Ecco perché conosco molto bene la brughiera. Se volete passare lì le vacanze, posso darvi qualche dritta.»
«La ringrazio, ma non abbiamo ancora deciso» rispose Jonas dopo un attimo di smarrimento.
Trascorsero altri venti minuti prima che i due si decidessero ad andarsene, perché Terry volle prima separarsi da Sammy con un lungo addio che il bambino sopportò un po’ infastidito. Una volta che la porta si fu richiusa alle loro spalle e il rumore della macchina si fu allontanato, Stella disse: «Fatto. Puoi scordarti lo Yorkshire e la tua vacanza in solitudine. Mio Dio, Leeds! È giusto dietro l’angolo!»
«Non direi proprio» ribatté Jonas, «anche se effettivamente non è dall’altra parte del paese, questo è vero.» Tornò in salotto e si lasciò cadere sfinito sul divano. «Accidenti, Leeds! Nemmeno tu lo sapevi?»
Stella lo aveva seguito e rimase appoggiata allo stipite. «No. Ho immaginato che abitassero a Truro, perché Terry è di lì. Che ingenua. Sono passati cinque anni. Perché dovrebbe essere rimasto tutto come allora?»
«Terry è cambiata molto.»
«Se vuoi la mia opinione, lui la manipola.» Guardò fuori dalla finestra. Neil aveva fatto manovra e la Renault blu stava passando di nuovo davanti alla casa, per uscire da Kingston-upon-Thames e auspicabilmente dalla loro vita. «Pende letteralmente dalle sue labbra. Lo adora incondizionatamente. Fa tutto ciò che vuole. E lui è un tipo inquietante.»
«Hai ragione.» Jonas si alzò con aria decisa. «Ma non permetterò a questa bella coppietta di rovinarci la vita. E nemmeno tu. L’idea di quella casa nella brughiera è un’ottima soluzione, e noi ci andremo.»
Stella fu assalita da un vago senso di paura e di incertezza, una specie di oscuro presentimento.
«Dovremmo cercare un’alternativa» disse.
«Stella, che cosa vuoi che succeda? Non sanno con precisione dove staremo. Non sanno nemmeno quando ci andremo. E poi, per quale motivo dovrebbero venirci a importunare lassù? Quello che li spinge non è di sicuro la nostalgia per Sammy, come abbiamo visto oggi. A loro il bambino non interessa per niente.»
«Appunto. È proprio per questo. Perché sono venuti?»
Si scambiarono un’occhiata.
«Tu lo sai» proseguì Stella. «Lo sai perché hai sottolineato con quanta fatica si pagano le case qui e quante incertezze presenta la vita di uno sceneggiatore freelance. Quello che volevi comunicargli era: non siamo ricchi. Da noi non ricaverete niente. L’hai fatto perché hai intuito che è questo lo scopo di tutta la faccenda. Terry gli ha raccontato di avere un figlio. Che è stato adottato e ora vive con una famiglia benestante in uno dei sobborghi più eleganti di Londra. Loro si immaginano che siamo molto ricchi, ed è stata Terry a farlo credere a Neil. Molto probabilmente la sua eredità è agli sgoccioli e lui ha pensato di passare a dare un’occhiata qui da noi per vedere se può ricavarci qualcosa.»
«Okay, lo ammetto. È quello che ho pensato. Ma portando il tuo ragionamento alla conclusione, Stella: che cosa potrebbe fare Neil? Forse immaginava che oltre a Sammy fossimo circondati da una specie di grande famiglia felice, e che questo potesse fruttargli qualche vantaggio. E allora? Sta a noi permetterlo oppure no. Non lo faremo. Quella di oggi è stata la prima e ultima visita. Non ci saranno altri incontri. Credo comunque che Neil lo abbia capito. Terry è ingenua, ma lui è un tipo astuto. Penso che abbia scartato l’idea.»
«E se così non fosse?»
«Se dovesse perseguitarci, ci rivolgeremo alla polizia. Se necessario richiederemo un’ordinanza restrittiva. Ma per ora ne siamo ben lontani e non credo che arriveremo a quel punto.»
Stella pensò alla casa di cui aveva parlato Jonas con tanto trasporto. Era sull’orlo di un esaurimento nervoso e voleva rifugiarsi per almeno due settimane in completo isolamento dal resto del mondo. Il villaggio più vicino si chiamava Egton Bridge, quasi in mezzo alla brughiera, ma da lì bisognava percorrere altri quindici chilometri su una stradina solitaria per raggiungere la vecchia fattoria che il collega di Jonas usava come rifugio per le vacanze.
«È il posto ideale per scrivere» aveva spiegato l’uomo a Jonas. «In completa tranquillità. Niente televisione, niente telefono, niente radio. E anche per usare il cellulare bisogna salire in cima alla collina. Gli unici esseri viventi che ti circondano sono pecore e uccelli. Che di sicuro non vengono a bussarti alla porta. È il luogo giusto per staccare completamente. Quando ho una consegna impellente e mi serve la massima concentrazione, vado lì. E se il medico ti ha detto che hai urgente bisogno di una pausa, la mia casa è il posto giusto. Di una noia assoluta!»
Jonas aveva raccontato a Stella con grande entusiasmo della sua visita medica e della soluzione che aveva trovato. Stella non era altrettanto euforica. Una fattoria isolata in mezzo al nulla... in cuor suo aveva già pensato di convincere Jonas ad andarci da solo, mentre lei sarebbe rimasta a casa con Sammy, oppure sarebbe andata a trovare dei parenti che non vedeva da tempo.
Adesso però le cose erano cambiate. Sapeva che Jonas aveva perfettamente ragione, ma non riusciva a scacciare la sensazione che l’aveva tormentata per tutto il pomeriggio e che in realtà si era impossessata di lei fin dalla telefonata di Terry: un senso di pericolo incombente. Al quale lei stessa non sapeva dare un nome. Non sapeva definirlo, non sapeva descriverlo. L’unica certezza era: non dobbiamo dividerci adesso.
«E non dovremmo partire» disse a voce alta. «Non dovremmo andare a Egton Bridge. Cerchiamo un altro posto, Jonas.»
Lui rispose: «Dormiamoci su».
Aveva già preso una decisione.