Mercoledì, 4 giugno
Uno
Pioveva ininterrottamente da giorni, faceva troppo freddo per essere giugno. Kate aveva acceso il camino elettrico in salotto. Sapeva di dover prendere una decisione per quanto riguardava la casa, ma durante le quattro settimane passate dal suo arrivo non aveva fatto un passo avanti in quella direzione. Aveva sistemato molte cose: la porta della cucina era stata riparata e rinforzata e il giardino fioriva proprio come sarebbe piaciuto a suo padre. Aveva strappato le erbacce, potato i cespugli, tosato il prato. Aveva fissato le rose rampicanti al graticcio accanto alla cucina. Aveva svuotato la rimessa degli attrezzi. Non era però riuscita ad aprire l’armadio in camera di Richard e a portare la sua roba alla raccolta di abiti usati. Un giorno aveva cominciato, ma dopo un’ora si era ritrovata seduta in lacrime tra pullover, camicie e calzoni, respirando il profumo del dopobarba di suo padre e incapace di proseguire. Alla fine aveva rimesso tutto a posto. Non sapeva come sarebbe andata se avesse deciso di vendere la casa. Non poteva portare tutto quanto nel suo piccolo appartamento a Bexley. L’idea di chiamare una ditta di sgomberi che svuotasse le stanze la terrorizzava. Cosa avrebbe fatto poi? Sarebbe tornata alla sua vita di prima, avrebbe continuato a occuparsi della feccia della società come poliziotta incapace per gli anni a venire, risolvendo casi di omicidio o, almeno, collaborando alla loro risoluzione? Evitata dai colleghi, senza amici. Senza questo rifugio di Scalby, il posto dove aveva sempre avuto la sensazione di essere a casa. La vita le appariva come un tunnel buio, senza fine e senza luce. Una tenebra che la avvolgeva senza speranza. Aveva perso l’ultima persona cara. Certi giorni si chiedeva che senso avesse ancora vivere.
Forse, una volta risolto il caso, sarebbe riuscita ad andare avanti. Avrebbe sentito per sempre la mancanza del padre, ma forse avrebbe trovato speranza nel futuro, se almeno avesse saputo chi era l’assassino. E per quale motivo era stato commesso quell’orribile delitto.
Ogni due giorni telefonava a Caleb, che purtroppo non aveva novità da riferirle. Denis Shove era sempre irreperibile. Avevano diramato un ordine di cattura nei suoi confronti, ma sembrava sparito dalla faccia della terra.
«Lo prenderemo» ripeteva Caleb, «nessuno può sparire per sempre.»
«E se avesse lasciato il paese?» obiettò Kate.
«È improbabile. Abbiamo segnalato il suo nome e il suo identikit a tutti i posti di frontiera. Non potrà uscire.»
Kate tacque. Sapeva, come Caleb, che in realtà c’erano molti modi per farlo.
Per il resto, la informò Caleb, stavano esaminando gli altri casi del passato di Richard, senza risultati apprezzabili. Shove restava il candidato più probabile, ma non riuscivano a stanarlo. Caleb trovò parole d’incoraggiamento per la situazione, ma Kate, essendo lei stessa da tempo del mestiere, sapeva che le indagini erano entrate da tempo in una fase problematica. Non era stato possibile identificare il colpevole nel giro di breve tempo dopo il delitto né trovare una pista concreta. Ogni giorno che trascorreva invano, lavorava a favore del colpevole.
E contro gli inquirenti.
Quel mercoledì Kate sapeva di dover prendere una decisione. Mancavano solo due settimane, poi il suo periodo di ferie sarebbe terminato. Doveva trovare una soluzione per la casa.
Non poteva starsene seduta lì dentro a guardare la pioggia soffrendo il freddo. Le sue energie interiori si stavano esaurendo.
Se almeno potessi fare qualcosa!
Si chiese se fosse il caso di richiamare Caleb. Aveva parlato con lui il giorno prima, e si era imposta di non telefonargli ogni giorno, per non innervosirlo e non rischiare di perdere un interlocutore tutto sommato sempre ben disposto. Era ancora indecisa quando il cellulare squillò. Era da tanto tempo che non succedeva e Kate ci mise un po’ prima di capire quale fosse l’origine di quel suono e il suo significato. Si precipitò in cucina, dove aveva lasciato il telefono sul tavolo.
Forse era Caleb. Forse finalmente c’era una svolta.
«Pronto?» rispose trafelata.
«Kate?» Dall’altra parte una voce femminile. «Sei tu? Sono Christy.»
«Ah, Christy.» Kate non riuscì a celare la propria delusione. Il sovrintendente Christy McMarrow, la sua collega di Scotland Yard. Christy era sempre stata una spina nel fianco per Kate, perché era un’investigatrice abile, godeva dell’approvazione del capo, era popolare e aveva un sacco di amici. Anche lei viveva da sola, ma si godeva l’esistenza da single e nel tempo libero frequentava i locali e i pub di Londra in allegra compagnia. Kate aveva sempre sperato di entrare prima o poi nella vastissima cerchia di amici di Christy, ma non ci era mai riuscita. Le due donne non avevano niente in comune. Lavoravano insieme, ma Christy aveva fatto capire fin da subito che, dopo le ore di servizio, non era interessata ad avere altri contatti con Kate.
Anche questa di sicuro non era una telefonata personale. Probabilmente il capo l’aveva incaricata di ricordare a Kate che il suo periodo di ferie era quasi terminato e doveva ripresentarsi al lavoro.
«Allora? Come va?» si informò Christy. Sembrava farlo più per senso del dovere che per reale interesse. Ma forse, si disse Kate, sono io a essere troppo negativa. Il delitto di Richard Linville aveva profondamente sconvolto anche Christy, come tutti i colleghi del resto. Per quanto Kate non godesse della simpatia degli altri, nessuno le avrebbe mai augurato niente del genere.
«Tiro avanti» rispose. Poi aggiunse, più seria: «Non va tanto bene, Christy. Non ho ancora... superato del tutto lo choc».
«La cosa non mi sorprende. Credi che ti convenga passare tutto questo tempo lì... in quella casa? Insomma, sei circondata dai ricordi di quello che è accaduto.»
Come se andando da qualche altra parte cambiasse qualcosa, pensò Kate.
«Non posso lasciare che la casa vada a rotoli» disse.
«Certo che no. Ma forse dovresti cercare in fretta qualcuno che la compri o la affitti.»
«Prima devo svuotarla» insistette Kate.
«Non hai ancora cominciato a farlo?» chiese Christy sorpresa.
Non ha legami, pensò Kate, con niente e nessuno. Non sa che cosa significhi perdere l’ultima persona cara che ti è rimasta.
«No» rispose, «non ancora. Ci ho provato. Ma... è molto difficile.»
«Te lo dico io cosa devi fare» disse Christy, anche se Kate non le aveva chiesto un parere né un consiglio. «Se fossi in te conserverei solo qualche oggetto personale e farei portare via tutto il resto. Poi venderei la casa e con i soldi mi comprerei un appartamento a Londra. Insomma, che cosa te ne fai di una casa nello Yorkshire? Tu lavori a Londra. Il centro della tua vita è qui!»
Neanche per sogno, pensò Kate. Il centro della mia vita è qui a Scalby. Era qui e io l’ho perso, e ora non so più dov’è il mio posto. «Farò la cosa giusta» replicò più brusca e più distaccata di quanto volesse.
Una frazione di secondo dopo pensò: È naturale che io non trovi amici. Forse Christy aveva buone intenzioni. Forse sono io a essere sempre troppo prevenuta.
«Scusa» si affrettò ad aggiungere. «So che lo dici per il mio bene, ma...»
«Non importa, la cosa non mi riguarda» la interruppe Christy. Il breve momento di intimità tra le due donne era passato con la rapidità con cui era arrivato. «Ti chiamavo per un’altra ragione» proseguì Christy. «Abbiamo ricevuto una telefonata per te. Una...» Si udì un fruscio. Christy stava spostando delle carte sulla scrivania. «Sì, ecco. Una certa Melissa Cooper. Di Hull.»
«Hull? Ma è qui vicino.»
«Lei credeva che tu fossi a Londra. Non sa che ti trovi a Scalby e io non gliel’ho detto. Vuole parlare assolutamente con te. Ovviamente non le ho dato il tuo numero di cellulare, ma ho il suo. Dovresti chiamarla il prima possibile.»
«Melissa Cooper? Non conosco nessuno con questo nome. Ha detto di che cosa si tratta?»
«Sì. Ha detto che doveva parlarti a proposito di tuo padre.»
«Mio padre?» Il cuore di Kate cominciò a battere più veloce. Era l’informazione decisiva che tutti stavano aspettando? La tessera del mosaico che avrebbe dato una svolta alle indagini?
«Sì, esatto. Ma non ha voluto aggiungere altro. Le ho detto di rivolgersi alla polizia di Scarborough, ma mi ha risposto che era una questione privata. Non so quindi se quello che deve dirti è in qualche modo collegato al delitto di tuo padre.»
«Lui non mi aveva mai fatto il suo nome, Christy. Conoscevo i suoi amici, non ne aveva tanti, e non ricordo nessuna Melissa Cooper. Credo che riguardi il caso.» Forse era una conoscente di Denis Shove. Magari sapeva qualcosa, o aveva visto qualcosa.
Come fa a conoscermi? Come fa a sapere che vivo a Londra e lavoro a Scotland Yard?
Non aveva importanza, lo avrebbe scoperto.
«Naturalmente sai di non essere coinvolta nelle indagini, vero?» osservò Christy.
Certo, Miss So-Tutto-Io. Peccato che qui non sembra esserci nessuno a indagare. Quantomeno non in modo da scoprire qualcosa di utile. È tutto fermo. Probabilmente la morte di un vecchio poliziotto non interessa a nessuno.
Non era vero e lo sapeva.
«Christy, se questa Mrs Cooper vuole parlare con me, non posso rischiare di farla tacere consegnandola alla polizia. Posso avere il suo numero?»
Christy glielo dettò. Kate lo annotò velocemente sul retro del calendario che il padre aveva appeso in cucina.
«Non prenderai iniziative personali però, vero?» domandò Christy. Kate alzò gli occhi al cielo.
«Non sono una bambina, Christy. Chiamerò questa donna e se deve dichiarare qualcosa che ha a che fare con le indagini ve lo riferirò.»
«D’accordo. Kate, non voglio farti innervosire, ma... non abbatterti così. La vita va avanti.»
Davvero? Perché tutti mi trattate con tanta simpatia e tanta amicizia?
«Grazie di avermi telefonato, Christy. A presto.»
«A presto, Kate.»
Subito dopo Kate fece il numero di Melissa Cooper. Aveva la netta impressione che stesse per mettersi in moto qualcosa.
Alle tre del pomeriggio partì con la macchina del padre. Si chiese come fosse riuscita ad aspettare così a lungo. Per distrarsi aveva pulito la casa da cima a fondo, persino i vetri, e adesso tutto splendeva e profumava di limone. Intanto non aveva smesso neppure un attimo di pensare a quella donna, e più rifletteva, più la sua inquietudine aumentava.
Melissa Cooper aveva una voce simpatica, ma le aveva dato l’impressione di essere molto nervosa. Si sentiva braccata. Le aveva detto di lavorare come segretaria in una scuola elementare e che si sarebbe liberata per le quattro e mezzo. Siccome Kate non era a Londra bensì a Scalby – a questa notizia Melissa aveva reagito con evidente sollievo – la donna le aveva proposto di vedersi da lei.
«Dovrei essere a casa intorno alle cinque. Ci vediamo lì?» L’unico dettaglio di quella proposta al quale Kate aveva obiettato era l’ora. Alle cinque! Era tardissimo!
«Anch’io vorrei incontrarla subito» disse Melissa, «ma non posso allontanarmi e qui non c’è un posto tranquillo dove parlare.»
Aveva sempre un tono di voce così stridulo? Sembrava sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Ma forse era solo un’impressione. Magari questa Mrs Cooper era sempre un po’ isterica, stressata, esausta.
Tuttavia... Kate non riusciva a scrollarsi di dosso una vaga inquietudine. Aveva cercato di ottenere qualche informazione già al telefono, ma Melissa le aveva fatto capire di non poter parlare liberamente.
«Non sono sola» aveva bisbigliato. «A più tardi!»
Kate si era annotata l’indirizzo. Il navigatore indicava un tragitto di un’ora e mezzo. Partendo alle tre sarebbe arrivata leggermente in anticipo, ma si disse che casomai avrebbe potuto aspettare in macchina. In più, non sapeva quanto traffico avrebbe trovato.
Qualcosa inoltre le diceva che il tempo stringeva. Era il suo istinto di poliziotto? Sembrava averla abbandonata da così tanto tempo che si era quasi convinta di averlo perso del tutto. Ma forse era stata lei a non prestargli più ascolto. Non aveva più creduto in se stessa, perciò era naturale che non si fidasse nemmeno del proprio istinto.
Per fortuna aveva smesso di piovere. L’asfalto era ancora bagnato, ma i lunghi steli d’erba sul ciglio della strada si stavano già asciugando agitati dal vento. Il traffico era intenso. Kate fu contenta di essere partita in anticipo. Nei pressi di Driffield c’era stato un incidente e per venti minuti avevano marciato a passo d’uomo. Kate era nervosa, ma si richiamò all’ordine. Non doveva perdere la pazienza. Altrimenti sarebbe stata la prossima a causare un incidente.
Alle cinque meno dieci arrivò nella stradina tranquilla dove abitava Melissa Cooper. Palazzine plurifamiliari a quattro piani di mattoni rossi, finestre a riquadri con gli infissi bianchi, portoncini bianchi. Fazzoletti di prato curati davanti all’ingresso. Un quartiere molto tranquillo, non certo lussuoso, ma estremamente curato. Piccolo borghese. Kate si domandò che genere di persona fosse Melissa Cooper. Rimase ad aspettare in auto, impaziente, scese alle cinque in punto e si incamminò sul vialetto fino alla porta della casa di Melissa. Abitava al terzo piano, le aveva detto. Era già rincasata? Negli ultimi dieci minuti non aveva visto nessuno per strada. Kate trovò il campanello, suonò. Aspettò. Nessun movimento.
Doveva essere in ritardo. Kate tornò alla macchina, salì e tenne d’occhio la casa. L’arrivo di Melissa non le sarebbe sfuggito.
Alle cinque e un quarto non si era fatto vivo ancora nessuno. Kate prese il cellulare e chiamò il numero di Melissa. Sei squilli, poi subentrò la segreteria. «Questa è la segreteria di Melissa Cooper. Siete pregati di lasciare un messaggio.»
Forse stava guidando e non poteva rispondere. Forse anche lei era rimasta bloccata nel traffico per un incidente. Ma allora perché non la avvisava? Kate le aveva dato il proprio numero.
Alle cinque e mezzo tentò di chiamarla di nuovo, ma senza successo. Questa volta lasciò un messaggio.
«Salve, Mrs Cooper. Sono Kate Linville. Sono ferma sotto casa sua. Sono le cinque e mezzo. Spero che sia tutto a posto. Si faccia viva, per favore!»
Scese di nuovo, andò alla porta e suonò. Non accadde niente. Alla fine decise di suonare al campanello del vicino. «Acklam», c’era scritto. Forse i vicini sapevano dove poteva essere Melissa.
Se non altro c’era qualcuno in casa.
«Sì, chi è?» chiese una voce al citofono, mentre il portone veniva aperto. La gente era imprudente, ma Kate lo aveva constatato spesso nella sua professione.
Salì al terzo piano. Le scale erano luminose, su ogni pianerottolo piante verdi in vaso. C’era profumo di detersivo. Gli inquilini del palazzo dovevano tenere in grande considerazione la pulizia e l’ordine.
Davanti alla porta di uno dei due appartamenti c’era un uomo che la guardava con diffidenza.
«Chi è?» ripeté la domanda alla quale Kate non aveva ancora risposto.
Kate sfoggiò un sorriso vincente. «Buongiorno, in realtà dovrei andare da Melissa Cooper. Avevamo un appuntamento per le cinque, ma è più di mezz’ora che l’aspetto e non è ancora rientrata.»
«Mrs Cooper rientra sempre alle cinque, al massimo» replicò Mr Acklam. «A volte si ferma a fare un po’ di spesa, ma non oggi.»
«No, infatti, ci siamo sentite verso mezzogiorno, non è possibile che si sia dimenticata del nostro appuntamento.»
«È strano.» Mr Acklam diede un’occhiata alla porta dell’appartamento di Melissa. «Di solito mi accorgo quando arriva. In questa casa i rumori si sentono molto bene. Oggi però non ho sentito niente. Quindi non dev’essere in casa.»
«Sì, è davvero strano» commentò Kate. L’inquietudine che la accompagnava da quella mattina si accentuò. «So che lavora in una scuola, vero? Lei per caso sa quale? Magari potrei andarci.»
L’uomo tornò a fissarla con diffidenza. «Lei è una sua amica? O una conoscente?»
Kate ebbe un attimo di esitazione. In quelle circostanze non era autorizzata a farlo, ma era il metodo migliore per spingere l’interlocutore a collaborare rapidamente. Tirò fuori il tesserino dalla borsa. «Sono il sovrintendente Kate Linville. Metropolitan Police.»
Mr Acklam rimase visibilmente impressionato. «Metropolitan Police? Scotland Yard?»
«Mr Acklam» disse Kate, «devo assolutamente parlare con Melissa Cooper.»
«Glielo avevo consigliato anch’io» disse l’uomo. «Di rivolgersi alla polizia, intendo. Prima di perdere completamente il senno, avrebbe fatto bene a parlare con qualcuno di esperto. Trovo ragionevole che l’abbia contattata.»
Kate aggrottò la fronte. «Lei le aveva consigliato di rivolgersi alla polizia?»
«Be’, vede, nelle ultime settimane era fuori di sé dall’ansia. Sinceramente pensavo che si stesse autosuggestionando, ma poi mi sono detto... non si può mai sapere. E poi, se la polizia interviene e non trova niente di strano, lei può ricominciare a dormire tranquilla. E dare un taglio a tutta questa storia.»
«Potrebbe dirmi gentilmente che cosa le ha raccontato esattamente Mrs Cooper?»
«Di sentirsi spiata. Di avere l’impressione che qualcuno la tenesse d’occhio, la pedinasse. Cose di questo tipo. Di recente è venuta da me nel cuore della notte, perché c’era di nuovo qualcuno davanti a casa che guardava verso il suo appartamento. Mi sono affacciato, ma non ho visto nessuno. Non sapevo che cosa pensare. Mrs Cooper è sempre stata una persona molto equilibrata. Però sta sempre molto da sola. Quantomeno la sera e nei fine settimana. È rimasta vedova presto e i figli non vengono quasi mai a trovarla.»
Kate aveva la mente in subbuglio. Melissa Cooper si sentiva perseguitata. Corrispondeva alla perfezione all’impressione che Kate aveva avuto di lei durante la loro breve conversazione telefonica: una donna braccata, nervosa, inquieta.
E aveva avuto un qualche legame con suo padre. Che era stato ucciso con barbara crudeltà.
Ebbe l’improvvisa certezza che Melissa Cooper fosse in pericolo e che la sua assenza rappresentasse un indizio preoccupante.
«Mr Acklam, è fondamentale che io parli subito con Mrs Cooper. Dove si trova la scuola?»
«Al Sutton Park Golf Club. Vediamo... come potrei spiegarglielo...?»
«Non importa. Ho il navigatore. Grazie, Mr Acklam. È stato molto utile.» Con queste parole Kate si lanciò giù per le scale. Mentre saliva in auto, si soffermò a pensare che, se si fosse attenuta alle procedure, avrebbe dovuto avvisare subito un’autopattuglia perché si recasse alla scuola, dal momento che ci avrebbe impiegato meno tempo di lei. Viceversa non era in servizio e non era coinvolta in un’indagine ufficiale. Prima di riuscire a far intendere a qualche ottuso agente della centrale come mai lei, una funzionaria di Scotland Yard, avesse bisogno di rinforzi lì a Hull perché una donna adulta era scomparsa da tre quarti d’ora, sarebbe passato più tempo di quanto ne avrebbe impiegato lei a raggiungere la scuola di Sutton Park. L’unico modo per fare più in fretta sarebbe stato informare Caleb Hale, ma Kate sapeva perfettamente perché non poteva farlo: voleva essere lei a parlare con Melissa Cooper. Per prima. Voleva conoscere le informazioni in possesso della donna senza filtri.
Inserì l’indirizzo nel navigatore e partì.
Due
Sutton Park era una vasta zona verde dove Kate a prima vista non riuscì a riconoscere niente che somigliasse a una scuola. Percorse una serie in apparenza interminabile di vie residenziali tutte uguali, fiancheggiate da palazzine di mattoni con bovindo e abbaini, in stile pseudovittoriano decisamente fasullo, a giudicare dai box simili a container di pietra in fondo ai giardini ben curati. Kate imprecava a gran voce tra sé, mentre vagava per quel dedalo di vie perfettamente identiche, chiedendosi se in quel quartiere ci fosse anche solo uno stelo d’erba che osasse crescere più alto, più inclinato o di un colore diverso rispetto a tutti gli altri. A intervalli regolari si trovava di fronte la recinzione verde scuro che delimitava il golf club. Un vicolo cieco dopo l’altro, una retromarcia dopo l’altra.
Ci sto mettendo troppo! Avrei dovuto avvisare l’ispettore Hale.
Perlustrò Gleneagles Road, dalla quale partiva una serie di vie secondarie tutte a fondo cieco, ed era ormai rassegnata a fermarsi per chiedere informazioni, quando scorse la scuola. Sorgeva in fondo a una biforcazione, circondata dal verde e piuttosto isolata dalle case. Un edificio principale con accanto diversi padiglioni più piccoli, cortili lastricati tra gli edifici, prati e persino un parco giochi. Una bella scuola, nuova e moderna, non ancora logorata dal tempo e dall’uso. Niente graffiti alle pareti o sul muro di cinta.
Del resto è una scuola elementare, pensò Kate, e gli studenti a quell’età di sicuro non scrivono porcherie su ogni superficie libera.
Entrò dal cancello aperto e nel parcheggio sulla destra scorse un’auto solitaria. Era pronta a scommettere che si trattava della macchina di Melissa Cooper. La donna doveva essere ancora lì. Perché non rispondeva al cellulare? Perché non si era fatta viva? Ormai erano le sei passate. Era così ansiosa di parlare con Kate che aveva telefonato alla Metropolitan Police a Londra. Non poteva essersi scordata dell’appuntamento.
Kate scese dalla macchina. A quell’ora la scuola era deserta, ed era difficile immaginarla piena di bambini vocianti che scorrazzavano ovunque, giocavano e bisticciavano. Eppure dovevano essere passate solo poche ore da quando quel luogo aveva palpitato di vita. Madri venute a prendere i figli che cercavano nervose un parcheggio, bambini che avanzavano svogliati, mentre altri non vedevano l’ora di uscire dal cancello. Doveva esserci stato un gran frastuono.
Ora invece regnava un silenzio assoluto.
Kate immaginò che la segreteria si trovasse nell’edificio principale, ma quando provò ad aprire la porta a vetri che conduceva nell’atrio si accorse che era chiusa a chiave. Provò a scuoterla, pur sapendo che non aveva senso. Chi aveva chiuso tutto? Melissa? Era andata via? La macchina nel parcheggio non era la sua? E lei dov’era?
Kate fece il giro dell’edificio, cercando di sbirciare dalle finestre, ma per la maggior parte erano oscurate dalle veneziane che tenevano lontani gli sguardi indiscreti. Da una riuscì a vedere l’interno di un’aula. Alla lavagna erano scritti alcuni versi. Le sedie erano sistemate sopra i banchi.
Deserto.
Si allontanò, cercando di valutare il da farsi, quando udì una voce.
«Signora? Cerca qualcosa?»
Un uomo attraversava il cortile spingendo una bicicletta. «Posso aiutarla?»
«Ho un appuntamento con Melissa Cooper» disse Kate.
L’uomo scrollò il capo. «Non c’è più. Di solito se ne va verso le quattro e mezzo.»
«Ma la sua macchina è ancora nel parcheggio» osservò Kate.
L’uomo fece qualche passo di lato, per dare un’occhiata al parcheggio, poi aggrottò la fronte. «È vero. È la sua macchina. Non capisco.»
«Lei è il custode?»
Lui la guardò diffidente. «Chi vuole saperlo?»
Kate lo fece per la seconda volta. Non c’erano alternative altrettanto rapide e sicure. Tirò fuori il tesserino. «Sovrintendente Kate Linville, Scotland Yard. La prego di aprirmi la porta.»
L’uomo cambiò subito atteggiamento e postura. Era così intimidito da risultare quasi sospetto. «Scotland Yard, santo cielo! È successo qualcosa a Mrs Cooper? Ha dei problemi?»
«Potrebbe aprire la porta?» ripeté Kate senza rispondere alle domande. Il custode appoggiò la bicicletta al muro e tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca dei calzoni.
«Ho chiuso l’edificio principale alle cinque e mezzo. Oggi era andata via la corrente di là» disse accennando con la testa a uno dei padiglioni, «e sono andato a sistemare il contatore. Altrimenti me ne sarei andato anch’io già da parecchio.» Si diressero verso l’ingresso. Kate camminava così spedita che il custode, piuttosto corpulento, faticava a starle dietro. «Le lezioni finiscono alle tre e mezzo. Poi rimane l’impresa di pulizie fin verso le quattro e mezzo. Di solito anche Melissa si ferma a sbrigare il lavoro arretrato. C’è sempre un sacco di confusione qui, come può immaginare. Spesso mi capita di chiudere alle quattro e mezzo, dopo che quelli delle pulizie sono andati via, ma per Melissa non è un problema. Ha le chiavi e può uscire quando vuole.» Intanto avevano raggiunto la porta. L’uomo la aprì.
«Dov’è la segreteria?» chiese Kate.
«Mi segua!» disse il custode zelante. Cominciava a entrare nella parte. Kate invece era sempre più inquieta.
Lunghi corridoi deserti. Pavimenti di linoleum che scricchiolavano sotto le suole. Appendiabiti lungo le pareti, qua e là un giubbotto o una sciarpa dimenticati dall’inverno. Dappertutto il tipico odore di scuola. Inconfondibile e identico in ogni parte del mondo. Kate fu catapultata indietro nel tempo. A un’epoca decisamente più felice. Anche lei, come molti altri adolescenti, aveva creduto che la vita sarebbe stata migliore una volta finita la scuola. Per poi accorgersi di essersi lasciata alle spalle gli anni più belli.
«Ci siamo» annunciò il custode entrando in una stanza dalla porta aperta. Un attimo dopo indietreggiò e andò a sbattere contro Kate che lo tallonava.
«Gesù!» ansimò, bianco in volto.
Kate lo scostò di lato. «Non entri! Non tocchi niente!» Non c’era bisogno di dirglielo. Barcollando, l’uomo indietreggiò fino a una stretta panca di legno appoggiata al muro sotto gli appendiabiti e si lasciò cadere. Si prese la testa tra le mani, la fronte imperlata di sudore.
Lo spettacolo che si presentò a Kate era raccapricciante, e lei non dubitò nemmeno per un istante che la donna seduta in mezzo alla stanza fosse Melissa Cooper. Aveva le mani legate dietro la spalliera con il nastro adesivo, così come i piedi, piegati in fuori, erano fissati alle gambe della sedia. La gonna arrotolata, le calze strappate e incrostate dal ginocchio in giù da grossi grumi di sangue. Le avevano fracassato le articolazioni, con un martello o un bastone. Anche il busto era coperto di sangue, così tanto che era impossibile riconoscere il colore del pullover che indossava. La testa era reclinata di lato. Kate scorse un lungo taglio sul collo, da un orecchio all’altro. Aveva qualcosa infilato in bocca e fissato con del nastro adesivo. Forse un calzino o un fazzoletto. Non era stata in grado di gridare e questo spiegava come mai il custode non si fosse accorto del massacro che stava avvenendo a pochi passi da lui. Melissa era stata legata, torturata e uccisa. Da poco tempo.
Kate tirò fuori il cellulare. Polizia. Ambulanza. E Caleb Hale. Alla fine chiamò Caleb. Poi si voltò verso il custode, per intimargli ancora una volta di non muoversi da lì, ma si rese conto che non serviva: l’uomo era scivolato giù dalla panca e giaceva svenuto sul pavimento. Gli tastò brevemente il polso e decise che poteva aspettare l’arrivo dei soccorsi. Si incamminò per i corridoi, cercando riparo dietro eventuali porte aperte. Non sapeva se il colpevole o i colpevoli si trovassero ancora sul luogo; ne dubitava, però seguì la procedura prevista in questi casi. Con un’eccezione, però: secondo le procedure non avrebbe mai dovuto affrontare una situazione simile da sola.
La scuola pullulava di poliziotti e soccorritori. La luce azzurra dei lampeggianti si rifletteva sui muri. Stava scendendo il crepuscolo e c’era sempre più gente. Ciascuno eseguiva il proprio lavoro. Il custode era stato soccorso e un’autopattuglia lo avrebbe accompagnato a casa. Erano state scattate foto della scena del crimine, il cadavere era stato sottoposto alle prime analisi. Melissa Cooper era morta a causa del taglio alla gola. Quando le avevano spezzato le ginocchia era ancora viva, ma probabilmente aveva perso i sensi. Ora presunta del delitto: tra le quattro e mezzo e le cinque del pomeriggio.
Mentre aspettavo in macchina davanti a casa sua, pensò Kate.
Era seduta apatica sulla stessa panchina dove si era trascinato il custode prima di svenire. A quanto aveva potuto constatare, nell’edificio non c’era più nessuno, ma sapeva che sarebbe stato perlustrato ogni centimetro quadrato dell’intero complesso. Nessuno contava sul fatto di imbattersi nel colpevole, ma forse potevano trovare tracce utili.
Una donna si mise seduta accanto a Kate. Le sembrava familiare, ma non riusciva a identificarla.
«Agente Jane Scapin. Ci siamo conosciute a febbraio.»
Giusto. L’agente investigativo Scapin della squadra di Hale. Ora Kate se la ricordava. Aveva accompagnato Kate a casa del padre. Una giovane delicata, che a Kate era sembrata molto nervosa. E decisamente spossata.
«Mi scusi, agente. Non l’avevo riconosciuta» disse Kate. Si guardò in giro. «Dov’è Caleb Hale?»
Jane indicò vagamente alle proprie spalle. «Sta parlando con il comandante dell’unità operativa di Hull: non riesce ad accettare il fatto che siamo qui noi e prenderemo in mano il caso. Ma Caleb sa essere molto convincente.»
«Anche voi dunque pensate ci sia un legame?»
Jane annuì. «Ho saputo che al telefono ha detto all’ispettore Hale che questa...»
«Melissa Cooper.»
«Melissa Cooper voleva parlarle di suo padre. E poco dopo viene ritrovata morta, uccisa, in circostanze assai simili a...» Non terminò la frase.
È questo il motivo per cui mi sento sempre esclusa, pensò Kate, per il modo in cui mi trattano. Frasi a metà, perifrasi delicate... Ai loro occhi non sono una collega. Sono una parente della vittima. È una condizione completamente diversa.
«A quelle dell’omicidio di mio padre» concluse lei. «La vittima legata a una sedia. Torturata sadicamente prima di essere uccisa.»
«Ecco perché crediamo ci sia un legame» disse Jane. Fece una breve pausa. Appariva scossa, attonita e incapace di compiere il proprio lavoro sulla scena del crimine.
È ancora così giovane, pensò Kate, è molto più impressionabile degli altri.
«Kate... posso chiamarla per nome? Sono sicura che sia sfinita, ma sarebbe molto utile se mi rilasciasse subito una dichiarazione. Da quanto tempo conosceva Melissa Cooper? Che cosa voleva da lei? Perché è venuta qui?»
«Posso spiegarle tutto in poche parole» rispose Kate, «perché non so molto più di lei.» Riferì brevemente della telefonata di Melissa a Scotland Yard, e della conversazione avuta con lei in seguito. Di come avesse aspettato sotto casa sua e infine si fosse recata alla scuola.
«Non ho idea di che cosa volesse dirmi Mrs Cooper» concluse. «Non avevo mai sentito il suo nome prima d’ora. Mio padre non me ne ha mai parlato. So solo che mi ha dato l’impressione di essere molto in ansia. Anche il suo vicino di casa me lo ha confermato. Melissa Cooper si sentiva minacciata. Osservata. Una notte aveva visto un uomo davanti a casa sua che guardava verso le sue finestre. Aveva paura. Purtroppo a ragione, come sappiamo ora.»
Jane prese qualche appunto. «In questo c’è una differenza tra Melissa Cooper e suo padre, Kate. Lui non le ha mai detto niente del genere.»
«Non è rilevante. Non mi avrebbe detto niente per non coprirsi di ridicolo. Inoltre c’è la testimonianza di un’auto sospetta vista davanti a casa sua. Di Melissa il colpevole conosceva bene le abitudini. Lui, o loro, hanno scelto il momento giusto: la scuola era vuota, l’impresa di pulizie era già andata via. In circostanze normali anche il custode non ci sarebbe stato e l’edificio sarebbe stato chiuso. Secondo me volevano aggredire Melissa nel parcheggio. Ma il custode è stato trattenuto e così loro sono potuti entrare nella scuola. Una piccola modifica al piano. Ma conoscevano le abitudini di Melissa. Di sicuro la tenevano d’occhio già da tempo.»
«Anch’io la penso così» confermò Jane. «Naturalmente parleremo ancora con il vicino di casa. Abbiamo trovato nella borsa della vittima i nomi e gli indirizzi di due familiari, probabilmente i figli. Uno abita a Sheffield ed è stato già informato. Spero di avere da lui informazioni utili. In ogni caso...» Non aggiunse altro. In quel momento Caleb Hale comparve accanto a loro e Kate si accorse che aveva un’aria inferocita.
«Kate, il tuo comportamento è stato inqualificabile, e credo lo sappia anche tu. Non appena Melissa Cooper si era messa in contatto con te, avresti dovuto avvertirmi. Di certo non avrei acconsentito a un incontro nel tardo pomeriggio, sarei subito andato a trovarla. Forse avremmo raccolto preziose informazioni. E lei sarebbe ancora viva. Le avresti risparmiato questa raccapricciante... esecuzione!»
«Signore...» provò a calmarlo Jane, ma lui liquidò l’intervento dell’agente con un gesto impaziente della mano.
«Ti ho tenuta al corrente di tutte le indagini, Kate. In maniera molto più precisa e costante di quanto sia mia abitudine fare con i parenti delle vittime di omicidio. Perché continuo a considerarti una collega che conosce le procedure e sa come gestire le informazioni. Mi sarei aspettato un comportamento più disponibile e corretto anche da parte tua. Evidentemente mi sono sbagliato sul tuo conto!»
Investita da quello sfogo di collera, Kate si sentiva sempre più piccina e colpevole. Aveva ragione lui, ancora una volta aveva rovinato tutto. Le sembrava di sentire i sospiri dei suoi colleghi di Londra. Tipico di Kate! E il peso maggiore era sapere che forse avrebbe potuto impedire la morte di quella povera donna, se avesse agito in maniera un po’ più cauta e meno egoista.
«Pensavo... che dovesse riferirmi informazioni di carattere privato» mormorò.
«In un’indagine per omicidio non c’è niente di privato» sbottò Caleb. «In ogni caso non puoi valutarlo da sola! Tra l’altro saresti potuta finire proprio nel bel mezzo della scena del crimine. Da sola. Magari disarmata. Hai rischiato di morire anche tu.»
«Mi dispiace» bisbigliò Kate.
«Ora non serve a niente» ribatté Caleb.
Kate avvertì una lieve pressione sulla spalla e alzò lo sguardo. Jane l’aveva sfiorata con la mano e le sorrideva appena. Si calmerà, sembrava volerle dire.
Questo non cambia di una virgola le mie responsabilità, pensò Kate. Avrebbe voluto mettersi a piangere. Si trattenne, sapendo che non sarebbe servito a niente. E Caleb l’avrebbe disprezzata ancora di più.
Il sovrintendente Stewart, che faceva parte a sua volta della squadra di Hale, si avvicinò al terzetto, seguito da un tipo alto e di bell’aspetto con folti capelli scuri e un’espressione sconvolta.
«Mr Michael Cooper, signore» annunciò Stewart. «Il figlio di Melissa Cooper. È arrivato ora da Sheffield.»
«Posso vederla?» domandò l’uomo senza preamboli. «Posso vedere mia madre?»
Caleb gli strinse la mano. «Le mie condoglianze, Mr Cooper. Potrà vedere sua madre, ma non subito. La stanno portando all’obitorio. Devono essere eseguiti ancora alcuni esami.»
Michael Cooper sembrava che stesse per mettersi a urlare. Era attonito e scioccato. «È proprio sicuro che... che la vittima sia mia madre?» domandò.
Caleb annuì. «Il custode della scuola l’ha riconosciuta senza ombra di dubbio. Nella borsa che era accanto alla sua scrivania abbiamo trovato i suoi documenti. Anche la foto sulla carta d’identità era inequivocabile. Purtroppo. Sua madre è rimasta vittima di un omicidio.»
Cooper curvò le spalle in avanti. Aveva gli occhi lucidi. «Sono venuto qui di corsa, non appena ho ricevuto la notizia. È stato un miracolo che non abbia causato un incidente. Mio Dio!» Si passò entrambe le mani tra i capelli. «È spaventoso. È mostruoso. Inconcepibile. Ho telefonato a mio fratello. Vive in Scozia. Arriverà stanotte.»
«Molto bene» disse Caleb dolcemente. «Dovete farvi forza a vicenda. Mr Cooper, vorrei scambiare qualche parola con lei. La prego di seguirmi in una delle aule, così...»
Michael Cooper non lo stava ad ascoltare e lo interruppe bruscamente. «È tutta colpa mia. Non l’ho presa sul serio. Ho pensato che si fosse immaginata tutto. Una donna, mi sono detto, che passa troppo tempo da sola. Che si autosuggestiona. Da quando è successa la storia con Linville era sconvolta e io ho pensato che si attribuisse senza motivo una qualche responsabilità per l’accaduto...»
Rimasero tutti allibiti.
«Come dice?» domandò Kate con un filo di voce, alzandosi.
«Kate!» L’ammonì Caleb, ma lei non gli diede retta. Si avvicinò a Michael Cooper, che la superava di due spanne buone.
«La storia con Linville? Che cosa ne sa lei? Cosa sa di mio padre?»
Michael si riscosse all’istante dallo stato catatonico in cui era piombato, che lo faceva parlare senza capire quello che gli succedeva intorno. Fissò Kate stupito, come se avesse di fronte una creatura bizzarra.
«Suo padre? Lei è...?»
«Sono Kate Linville, la figlia di Richard Linville. Oggi sua madre aveva un appuntamento con me. Prima d’ora non avevo mai sentito il suo nome, non sapevo chi fosse né che cosa volesse da me. Ma c’entra mio padre, vero? Lei conosceva mio padre?»
Lui scoppiò in una risata priva di allegria. «Eccome se lo conoscevo. Lei invece non sa nulla, vero? Be’, non mi sorprende. Mia madre è stata un segreto ben custodito che Linville si è portato nella tomba, a quanto vedo.»
Kate aveva il cuore in gola. «Mr Cooper...»
Lui le gettò un’occhiata carica di disprezzo. «Sono passati quasi sedici anni. Linville e mia madre avevano una relazione. È andata avanti circa quattro anni. Mia madre era vedova, aveva tirato su i figli da sola. Si innamorò perdutamente di Linville. Sperava di aver trovato la felicità. Lui però la teneva a distanza. Ci andava a letto e la sera tornava a casa dalla moglie. Mia madre ha sempre creduto che un giorno si sarebbe separato. Ma naturalmente lui non lo fece. Io l’avevo sempre messa in guardia. Anche mio fratello. Abitavamo per conto nostro, studiavamo all’università, ma un giorno ci ha invitato da lei e ci ha presentato Linville. Lui era molto a disagio. Io ho capito subito che non si sarebbe mai deciso al passo definitivo. Non avrebbe mai chiesto il divorzio. Inventerà una scusa qualunque, poi la mollerà, mi sono detto. Ed è andata proprio così. Lui ha troncato i rapporti ed è tornato dalla sua famiglia. Fregandosene di quello che poteva succedere a mia madre.»
Nessuno parlò. Tutti erano paralizzati: Caleb Hale, Jane Scapin, persino il sovrintendente Stewart.
Kate cercò di dire qualcosa, ma non riuscì a proferire parola. D’un tratto le sembrava di trovarsi su un’isola deserta insieme a Michael Cooper. Gli agenti della scientifica, che si muovevano indaffarati qua e là, erano scomparsi per lei. E persino la squadra di Caleb, radunata intorno a lei, non c’era più. Esistevano solo lei e Michael e le cose mostruose che lui aveva appena detto.
Alla fine riuscì ad aprire bocca. «Non è possibile.»
Fu come se la possibilità di infliggerle dolore lo aiutasse a superare il proprio, perché lui ripeté, quasi di gusto: «Invece è così. È successo proprio quello che ho detto. Richard Linville ha usato mia madre, suscitando le sue speranze e poi abbandonandola a se stessa. Non si è mai più ripresa da allora, è diventata una donna triste e abbattuta, piena di insicurezze. E quando ho letto sul giornale che qualcuno lo aveva assassinato, ho pensato, a volte capita anche alle persone che se lo meritano. E quel giorno mi sono sentito bene. Anche mio fratello. Mi spiace, ma non sono capace di fingere una compassione che non provo».