Quaderno 3

 

Le strade del mondo

 

Il vagabondo di Valparaíso

 

Valparaíso è vicinissima a Santiago. La separano solo le irsute montagne sulle cui cime si levano, come obelischi, grandi cactus ostili e fioriti. E tuttavia un che d'infinitamente indefinibile distingue Valparaíso da Santiago. Santiago è una città prigioniera, assediata dalle sue mura di neve. Valparaíso invece apre le sue porte all'infinito mare, alle grida delle strade, agli occhi dei bambini.

Nel momento più disordinato della nostra giovinezza, c'infilavamo all'improvviso, sempre all'alba, sempre senza aver dormito, sempre senza un centesimo in tasca, in un vagone di terza classe. Eravamo poeti o pittori di poco più o poco meno di vent'anni, provvisti di una forte carica di pazzia irriflessiva che voleva esprimersi, allargarsi, esplodere. La stella di Valparaíso ci chiamava con il suo luccichio magnetico.

Solo anni dopo sono tornato a sentire da un'altra città quello stesso richiamo inspiegabile. Fu durante i miei anni a Madrid. A un tratto, in una birreria, uscendo da un teatro all'alba, o semplicemente camminando per le strade, udivo la voce di Toledo che mi chiamava, la voce muta dei suoi fantasmi, del suo silenzio.

E a quelle ore piccole, insieme ad amici pazzi come quelli della mia giovinezza, ce ne andavamo verso l'antica cittadella contorta. A dormire vestiti sulle sabbie del Tago, sotto i ponti di pietra.

Non so perché fra i miei fantasiosi viaggi a Valparaíso uno mi è sempre rimasto impresso, impregnato d'un profumo d'erbe strappate all'intimità dei campi. Andavamo a salutare un poeta e un pittore che sarebbero partiti per la Francia in terza classe. Fra tutti non avevamo di che pagare neppure il più scalcinato degli alberghi, e così cercammo Novoa, uno dei nostri pazzi favoriti della grande Valparaíso. Arrivare a casa sua non era tanto semplice. Salendo e sdrucciolando per colline e colline all'infinito, vedevamo nell'oscurità l'imperturbabile figura di Novoa che ci guidava.

Era un uomo imponente, dalla barba folta e dai baffoni spioventi. Le falde del suo vestito scuro battevano come ali sulle cime misteriose di quella cordillera che salivamo ciechi e preoccupati. Novoa non smetteva di parlare.

Era un santo pazzo, canonizzato esclusivamente da noi poeti. Ed era, naturalmente, un naturalista; un vegetariano vegetale. Esaltava le relazioni segrete, che solo lui conosceva, fra la salute del corpo e i doni naturali della terra. Camminando ci faceva la predica; volgeva indietro la sua voce tonante, come se fossimo suoi discepoli.

La sua figura spropositata avanzava come quella di un san Cristoforo nato nei notturni, solitari sobborghi.

Arrivammo finalmente a casa sua, che risultò essere una capanna di due stanze. Una era occupata dal letto del nostro san Cristoforo. L'altra era quasi riempita da un'immensa poltrona di vimini, copiosamente intrecciata di superflui rosoni di paglia e con innumerevoli cassettini sui braccioli; un capolavoro dello stile vittoriano. La grande poltrona mi fu assegnata come giaciglio per la notte. I miei amici stesero sul pavimento i giornali della sera e si coricarono parsimoniosamente sulle notizie e sugli editoriali.

Ben presto seppi, dal respiro e dal russare, che si erano tutti addormentati. Seduto su quel mobile monumentale, era difficile per la mia stanchezza conciliare il sonno. Si udiva un silenzio di montagne, di cime solitarie.

Solo dei latrati di cani astrali che attraversavano la notte, solo il fischio lontanissimo di una nave che entrava o usciva dal porto, mi confermavano la notte di Valparaíso.

All'improvviso sentii una sensazione strana e travolgente che m'invadeva. Era una fragranza montuosa, un odore di prateria, di vegetazioni che erano cresciute con la mia infanzia e che avevo dimenticato nel fragore della mia vita cittadina. Mi sentii riconciliato con il sonno, cullato dalla ninna nanna della terra materna. Da dove poteva venire quel palpito silvestre della terra, quella purissima verginità di aromi? Frugando con le dita fra i recessi di vimini dell'enorme poltrona scoprii innumerevoli cassettini dentro cui palpai piante secche e lisce, rami puntuti e rotondi, foglie lanceolate, tènere o ferree. Tutto l'arsenale salutare del nostro predicatore vegetariano, la trascrizione intera di una vita consacrata a raccogliere erbacce con le sue grandi mani da san Cristoforo esuberante e camminatore. Rivelato il mistero, mi addormentai placidamente, custodito dal profumo di quelle erbe guardiane.

In una stretta via di Valparaíso vissi per alcune settimane di fronte alla casa di don Zoilo Escobar. I nostri balconi quasi si toccavano. Il mio vicino usciva di buon'ora sul balcone e praticava una ginnastica da anacoreta che rivelava l'arpa delle sue costole. Vestito sempre con una povera casacca, o con dei giacconi sdruciti, mezzo marinaio, mezzo arcangelo, si era da tempo ritirato dalle sue navigazioni, dalla dogana, dalla gente di mare. Ogni giorno spazzolava il suo abito di gala con perfezione meticolosa. Era un illustre completo di panno nero, che in anni e anni non gli vidi mai indosso; un vestito che conservò sempre nel vecchio armadio fra i suoi tesori.

Ma il suo tesoro più acuto e più straziante era un violino Stradivari che per tutta la vita conservò gelosamente senza suonare e senza permettere a nessuno di suonarlo. Don Zoilo pensava di venderlo a New York; lì gli avrebbero dato una fortuna per l'insigne strumento.

Qualche volta lo tirava fuori dal povero armadio e ci permetteva di contemplarlo con religiosa emozione.

Un giorno don Zoilo Escobar sarebbe partito per il Nord e sarebbe tornato senza violino, ma carico di fastosi anelli e con i denti d'oro che avrebbero sostituito nella sua bocca i buchi che gli aveva lasciato il prolungato scorrere degli anni.

Una mattina non usci sul balcone a fare ginnastica.

Lo sotterrammo lassù nel cimitero della collina, con l'abito di panno nero che per la prima volta ricopri il suo scheletro minuto da eremita. Le corde dello Stradivari non poterono piangere la sua partenza. Nessuno era capace di suonarlo. E inoltre quando venne aperto l'armadio, il violino non comparve. Forse era volato verso il mare, o verso New York, per realizzare i sogni di don Zoilo.

Valparaíso è segreta, sinuosa, tutte curve. Come una cascata la miseria si riversa sui colli. Si sa quanto mangia, come veste (e anche quanto non mangia e come non veste) l'infinito popolo dei colli. I panni stesi ad asciugare imbandierano ogni casa e l'incessante proliferazione di piedi scalzi denuncia con il suo alveare d'impronte l'inestinguibile amore.

Ma vicino al mare, in pianura, ci sono case con balconi e imposte chiuse, poco frequentate. Fra queste c'era la casa dell'esploratore. Bussai più volte con il batacchio di bronzo perché mi aprissero. Finalmente si avvicinarono dei passi leggeri e un viso indagatore socchiuse il portone con diffidenza, con il desiderio di lasciarmi fuori. Era la vecchia domestica di quella casa, un'ombra in scialle e grembiule, che sussurrava appena i suoi passi.

Anche l'esploratore era molto vecchio e solo lui e la domestica abitavano la spaziosa casa dalle imposte chiuse. Ero venuto a vedere la sua collezione d'idoli. Le creature vermiglie, le maschere striate di bianco e cenere, le statue che riproducevano scomparse anatomie di divinità oceaniche, le disseccate chiome polinesiane, gli ostili scudi di legno rivestiti di pelle di leopardo, le collane di denti feroci, i remi di scafi che forse tagliarono la spuma delle acque in tempesta, riempivano corridoi e pareti. Violenti coltelli facevano tremare i muri con foglie d'argento che serpeggiavano dall'ombra.

Osservai che le divinità maschili di legno erano state menomate. I loro falli erano coperti con cura da perizomi di tela, la stessa che era servita per fare lo scialle ed il grembiule alla domestica; era facile accorgersene.

Il vecchio esploratore si muoveva silenziosamente fra i trofei. Sala dopo sala mi diede le spiegazioni, fra il perentorio e l'ironico, di chi ha molto vissuto e continua a vivere al tepore delle proprie immagini. La sua barbetta bianca sembrava quella di un feticcio di Samoa.

Mi mostrò le spingarde ed i pistoloni con cui aveva combattuto il nemico od abbattuto l'antilope e la tigre. Raccontava le sue avventure senza mutare il tono del suo mormorio. Era come se il sole, malgrado le imposte chiuse, entrasse e lasciasse un solo piccolo raggio, una farfalla viva a svolazzare fra gli idoli.

Accomiatandomi lo feci partecipe di un mio progetto di viaggio verso le Indie, del mio desiderio di fare quanto prima rotta verso le sabbie dorate. Allora, dopo essersi guardato intorno circospetto, avvicinò i suoi radi baffi bianchi al mio orecchio e con voce tremula mi sussurrò: «Non lo dica a quella là, mi raccomando, non deve saperlo, ma anch'io sto preparando un viaggio».

Rimase così un istante, con un dito sulle labbra, ascoltando l'improbabile passo di una tigre nella foresta.

E poi la porta si richiuse, oscura e improvvisa, come quando scende la notte sull'Africa.

Chiesi ai vicini: -C'è qualche nuovo tipo stravagante? Vale la pena essere tornati a Valparaíso?

Mi risposero: - Non abbiamo quasi niente di buono. Ma se continua per questa strada, vedrà che incontrerà don Bartolomé.

- E come farò a riconoscerlo?

- Non può sbagliare. Va sempre in giro in carrozza.

Poche ore dopo stavo comperando delle mele da un ortolano quand'ecco fermarsi alla porta una carrozza a cavalli. Ne discese un personaggio alto, allampanato, e vestito di nero.

Anche lui veniva a comperare delle mele. Sulla spalla portava un pappagallo tutto verde che immediatamente volò verso di me e senza alcun riguardo mi si appollaiò sulla testa.

- È lei don Bartolomé? - chiesi a quel signore.

- Appunto. Mi chiamo Bartolomé, - ed estraendo una lunga spada che teneva sotto il mantello me la passò mentre riempiva la sporta con le mele e con l'uva che aveva comperato. Era una spada antica, lunga e aguzza, dall'elsa finemente cesellata da valenti argentieri, un'elsa come una rosa aperta.

Io non lo conoscevo e non lo rividi più. Ma l'accompagnai con rispetto fino alla strada, poi in silenzio gli tenni aperta la porta della carrozza perché potesse passare insieme alla sua sporta, e gli deposi fra le mani, con solennità, l'uccello e la spada.

Piccoli mondi di Valparaíso, abbandonati, senza ragione e senza tempo, come casse che rimasero un tempo in fondo a un magazzino e che nessuno ha più reclamato, e non si sa da dove siano venute, e non usciranno mai dal luogo in cui sono state confinate. Forse in questi domìni segreti, in queste anime di Valparaíso, rimasero custodite per sempre la perduta sovranità di un'onda, la tempesta, il sale, il mare che palpita e mugghia. Il mare d'ognuno, minaccioso e chiuso: un suono incomunicabile, un movimento solitario che è divenuto farina e spuma dei sogni.

Nelle eccentriche vite che scoprii mi sorprese sempre il forte legame che mostravano con il porto dolente.

Su, per i colli, la miseria fiorisce a fiotti frenetici di catrame e d'allegria. Le gru, i moli, le opere dell'uomo coprono la cintura della costa come una maschera dipinta dalla felicità che fugge. Ma altri non riuscirono ad arrivare su, alle colline; né giù, al lavoro. Serbarono nel loro cassetto la propria parte di infinito, il loro frammento di mare.

E lo custodirono con le armi che avevano, mentre l'oblio si avvicinava loro come nebbia.

Valparaíso a volte si scuote come una balena ferita.

Barcolla nell'aria, agonizza, muore e resuscita.

Ogni cittadino, qui, porta dentro di sé un ricordo di terremoto. È un petalo di terrore che vive attaccato al cuore della città. Ogni cittadino è un eroe prima ancora di nascere. Perché nella memoria del porto c'è questa sventura, questo scuotersi della terra che trema e il cupo boato che viene dal profondo, come se una città sottomarina e sotterranea facesse suonare i suoi campanili sepolti per dire all'uomo che tutto è finito.

A volte, quando i muri e i tetti erano ormai crollati fra la polvere e le fiamme, fra le urla e il silenzio, quando ormai tutto sembrava definitivamente acquietato nella morte, dal mare uscì, come l'ultimo terrore, la grande onda, l'immensa mano verde che, alta e minacciosa, si leva come una torre di vedetta spazzando via la vita che rimaneva alla sua portata.

Tutto comincia a volte con un vago movimento, e quelli che dormono si svegliano. L'anima fra i sogni comunica con profonde radici, con la sua profondità terrestre.

Ha sempre desiderato saperlo. E ora lo sa. Poi, nel grande sussulto, non c'è dove riparare, perché gli dèi sono fuggiti, e le chiese superbe si sono trasformate in zolle sbriciolate.

Non è lo stesso terrore che suscita il toro iracondo, il pugnale che minaccia, o l'acqua che s'inghiotte. E un terrore cosmico, un'istantanea insicurezza, l'universo che crolla e si dissolve. E intanto, la terra risuona d'un sordo tuono, con una voce che nessuno le conosceva.

La polvere che le case sollevarono crollando a poco a poco s'acqueta. E noi restiamo soli con i nostri morti e con tutti i morti, senza sapere perché siamo ancora vivi.

Le scale partono dal basso e dall'alto e si contorcono arrampicandosi. Si assottigliano come capelli, fanno una breve sosta, ritornano verticali. Girano su se stesse. Precipitano.

Si allungano. Retrocedono. Non finiscono mai.

Quante scale? Quanti gradini di scale? Quanti piedi sui gradini? Quanti secoli di passi, di scendere e salire con il libro, con i pomodori, con il pesce, con le bottiglie, con il pane? Quante migliaia di ore che hanno consumato gradini fino a scavarne canali per cui corre la pioggia giocando e piangendo?

Scale!

Nessuna città ne sparse tante, le sfogliò nella sua storia, sul suo volto, le scagliò e le riunì come Valparaíso.

Non c'è volto di città che abbia avuto di queste rughe per cui vanno e vengono le vite, come se stessero sempre salendo al cielo, come se stessero sempre discendendo al creato.

Scale che a mezza strada diedero nascita a un'agave dai fiori purpurei! Scale che salì il marinaio che tornava dall'Asia e che a casa sua trovò un nuovo sorriso od una terribile assenza! Scale per cui precipitò come una nera meteora l'ubriaco che cadeva! Scale su cui sale il sole per offrire amore alle colline!

Se camminassimo per tutte le scale di Valparaíso avremmo fatto il giro del mondo.

Valparaíso dei miei dolori!... Che accadde nelle solitudini del Sud del Pacifico? Stella errante o battaglia di vermi la cui fosforescenza è sopravvissuta alla catastrofe?

La notte di Valparaíso! Un punto del pianeta si è illuminato, minuscolo, nell'universo vuoto. Palpitarono le lucciole ed ecco ardere fra le montagne un ferro di cavallo d'oro.

La verità è che poi l'immensa notte spopolata dispiegò figure colossali che moltiplicavano la luce. Aldebarán tremò con la sua pulsazione remota, Cassiopea appese la sua veste alle porte del cielo, mentre sullo sperma notturno della via Lattea rotolava il silenzioso carro della Croce Australe.

Allora, Sagittario, impennato e dal manto peloso, lasciò cadere qualcosa, un diamante dalle sue zampe perdute, una pulce dalla sua pelle distante.

Era nata Valparaíso, accesa e rumorosa, spumeggiante e dissoluta.

La notte dei suoi vicoli si riempì di nere naiadi.

Nell'oscurità ti spiarono le porte, t'imprigionarono le mani, le lenzuola del Sud smarrirono il marinaio. Polyanta, Tritetonga, Carmela, Flor de Dios, Multicula, Berenice, «Baby Sweet», popolarono le birrerie, curarono i naufraghi in delirio, si sostituirono e si rinnovarono, ballarono pacate, con la melanconia della mia razza uggiosa.

Dal porto uscirono a conquistare balene i più duri velieri.

Altri vascelli partirono verso le Californie dell'oro.

Gli ultimi traversarono i sette mari per raccogliere poi nel deserto cileno il nitrato che giace come polvere impalpabile di una statua demolita sotto le più aride distese del mondo.

Queste furono le grandi avventure.

Valparaíso scintillò attraverso la notte universale.

Dal mondo e verso il mondo sorsero vascelli pavesati da improbabili colombe, navi vistose, corvette affamate che il Capo Horn aveva trattenuto più del dovuto...

Molte volte gli uomini appena sbarcati si precipitavano sul cibo... Feroci e fantastici giorni in cui gli oceani non comunicavano altro che attraverso le lontananze dello stretto patagónico. Tempi in cui Valparaíso pagava in buona moneta gli equipaggi che le sputavano addosso e l'amavano.

Su una nave arrivò un pianoforte a coda; su un'altra passò Flora Tristan, la nonna peruviana di Gauguin; su un'altra, il Wäger, arrivò Robinson Crusoe, il primo, in carne ed ossa, appena raccolto a Juan Fernández...

Altre imbarcazioni portarono ananas, caffè, pepe da Sumatra, banane da Guayaquil, tè al gelsomino dall'Assam, anice dalla Spagna... La remota baia, l'ossidata ferratura del Centauro, si riempì di aromi intermittenti: in una strada ti assaliva una dolcezza di cannella; in un'altra, come una freccia bianca, ti attraversava l'anima il profumo delle chirimoyas; da un vicolo usciva a combattere con te il detrito d'alghe del mare, di tutto il mare cileno.

Valparaíso, allora, s'illuminava e vestiva d'un oro oscuro; si andò trasformando in un arancio marino, ebbe fogliame, ebbe fresco e ombra, ebbe splendore di frutta.

Le vette di Valparaíso decisero di scrollarsi di dosso i loro uomini, di scacciare dall'alto le case e farle vacillare sull'orlo dei burroni che l'argilla tinge di rosso, e di dorato i ditali d'oro, di verde scontroso la natura silvestre.

Ma le case e gli uomini si aggrapparono alle cime, si avviticchiarono, s'inchiodarono, si dannarono, si disposero in verticale, e abbarbicati con denti e con unghie stavano sospesi su ogni abisso. Il porto è una contesa fra il mare e la natura sfuggente delle cordilleras. Ma nella lotta fu l'uomo a uscire vincitore. I colli e la pienezza marina formarono la città, e la resero uniforme, non come una caserma, ma con la disparità della primavera, con la sua contraddizione di tinte, con la sua energia sonora. Le case divennero colori: in esse si unirono l'amaranto e il giallo, il carminio e il cobalto, il verde ed il purpureo. Così Valparaíso compì la sua missione di porto vero, di vascello incagliato ma vivo, di nave con le sue bandiere al vento. Il vento dell'Oceano Maggiore meritava una città di bandiere.

Io ho vissuto fra questi colli aromatici e feriti. Sono colli palpitanti in cui la vita batte in infiniti sobborghi, con insondabili intrecci, come giri di conchiglia o spirali di tromba. Nella spirale ti attende una giostra arancione, un frate che scende, una bimba scalza con il viso affondato in un cocomero, un turbine di marinai e di donne, una rivendita della più ossidata ferraglia, un circo minuscolo nella cui tenda entrano solo i baffi del domatore, una scala che va alle nubi, un ascensore che sale carico di cipolle, sette asini che trasportano acqua, un carro di pompieri che torna da un incendio, una vetrina in cui una accanto all'altra giacciono bottiglie di vita e di morte.

Ma questi colli hanno nomi profondi. Viaggiare fra questi nomi è un viaggio che non ha fine, perché il viaggio di Valparaíso non termina né sulla terra, né nella parola. Cerro Alegre, Cerro Mariposa, Cerro Polanco, Cerro del Hospital, de la Mesilla, de la Rinconada, de la Lobería, de las Jarcias, de las Alfareras, de los Chaparros, de la Calahuela, del Litre, del Molino, del Almendral, de los Pequenes, de los Chercanes, de Acevedo, del Pajonal, del Presidio, de las Zorras, de doña Elvira, de San Esteban, de Astorga, de la Esmeralda, del Almendro, de Rodríguez, de la Artillería, de los Lecheros, de la Concepción, del Cementerio, del Cardonal, del Àrbol Copado, del Hospital Inglés, de la Palma, de la Reina Victoria, de Carvallo, de San Juan de Dios, de Pocuro, de la Caleta, de la Cabritería, de Vizcaya, de don Elias, del Cabo, de las Cañas, del Atalaya, de la Parrasia, del Membrillo, del Buey, de la Florida.

Io non posso andare in tanti posti. Valparaíso ha bisogno di un nuovo mostro marino, un'enorme piovra, che riesca a percorrerla. Io approfitto della sua immensità, della sua intima immensità, ma non riesco ad abbracciarla nella sua destra multicolore, nella sua germinazione sinistra, nelle sue vette e nei suoi abissi.

Io solo la seguo nelle sue campane, nelle sue ondulazioni e nei suoi nomi.

Soprattutto nei suoi nomi perché hanno radici e radichette, hanno aria e olio, hanno storia e opera: hanno sangue nelle sillabe.

 

***

 

Console del Cile in un buco.

 

Un premio letterario studentesco, una certa popolarità dei miei nuovi libri e il mio famoso mantello mi avevano procurato una piccola aureola di rispettabilità, anche al di fuori dai circoli artistici. Ma negli anni venti la vita culturale dei nostri paesi dipendeva, salvo rare ed eroiche eccezioni, quasi esclusivamente dall'Europa.

In ognuna delle nostre repubbliche agiva un'elite cosmopolita e quanto agli scrittori dell'oligarchia, essi vivevano a Parigi. Il nostro grande poeta Vicente Huidobro non solo scriveva in francese, ma mutò il suo nome, e da Vicente si trasformò in Vincent.

Certo è che appena ebbi un rudimento di fama giovanile, tutti per strada mi chiedevano: - Ma che cosa fa lei qui? Lei deve andarsene a Parigi.

Un amico mi raccomandò a un capodipartimento del ministero degli Esteri. Fui ricevuto immediatamente.

Conosceva già i miei versi.

- Conosco anche le sue aspirazioni. Si sieda su quella comoda poltrona. Da qui ha una buona vista sulla piazza, e sul mercato. Guardi quelle automobili. Tutto è vanità. Beato lei che è un giovane poeta. Vede quel palazzo? Apparteneva alla mia famiglia. E ora eccomi qui, in questo porcile, immerso nel fango della burocrazia.

Mentre l'unica cosa che vale è lo spirito. Le piace Cajkovskij?

Dopo un'ora di conversazione artistica, dandomi la mano per salutarmi, mi disse di non preoccuparmi per la faccenda, che lui era il direttore del servizio consolare.

- Si può considerare già nominato per una carica all'estero.

Per due anni mi recai periodicamente allo studio del cortese capo diplomatico, sempre più ossequioso.

Appena mi vedeva comparire chiamava con aria di sufficienza uno dei suoi segretari e inarcando le sopracciglia, gli diceva: - Non ci sono per nessuno. Mi lasci dimenticare la prosa quotidiana. L'unica cosa spirituale in questo ministero è la visita del poeta. Magari non ci abbandonasse mai.

Parlava con sincerità, ne sono sicuro. Poi s'immergeva in lunghe conversazioni sui cani di razza. «Chi non ama i cani, non ama i bambini». Continuava con il romanzo inglese, passava poi all'antropologia e allo spiritismo, per soffermarsi infine su questioni di araldica e di genealogia. Quando ci salutavamo, ripeteva ancora una volta, come un segreto terribile fra noi due, che il mio posto all'estero era assicurato. E per quanto non avessi soldi per mangiare, quella sera uscivo in strada respirando come un ministro consigliere. E quando i miei amici mi chiedevano che cosa stessi facendo, io mi davo importanza e rispondevo: - Preparo il mio viaggio in Europa.

Andò avanti così finché non incontrai il mio amico Bianchi. La famiglia Bianchi del Cile è un nobile clan.

Pittori e musicisti popolari, giuristi e scrittori, esploratori e andinisti, danno un tono d'inquietudine e di pronta intelligenza a tutti i Bianchi. Il mio amico, che era stato ambasciatore e conosceva i segreti ministeriali, mi chiese: - Non salta ancora fuori la tua nomina?

- L'avrò da un momento all'altro, come mi assicura un alto protettore delle arti che lavora al ministero.

Sorrise e mi disse: - Andiamo a trovare il ministro.

Mi prese per un braccio e salimmo le scale di marmo.

Al nostro passaggio uscieri e impiegati si facevano rapidamente da parte. Io ero talmente sorpreso che non potevo parlare. Era la prima volta che vedevo un ministro degli Esteri. Questi era molto basso di statura, e per non farlo notare, si sedette con un salto alla scrivania. Il mio amico gli riferì i miei impetuosi desideri di andarmene dal Cile. Il ministro suonò uno dei suoi numerosi campanelli e subito comparve, per aumentare ancora di più la mia confusione, il mio protettore spirituale.

- Quali sono i posti vacanti? - gli disse il ministro.

L'azzjmato funzionario, che adesso non poteva parlare di Cajkovskij, disse il nome di varie città disseminate per il mondo, di cui arrivai ad afferrare solo un nome che non avevo mai sentito né letto prima: Rangoon.

- Dove vuole andare, Pablo? - mi chiese il ministro.

- A Rangoon, - risposi senza esitare.

- Lo nomini, - ordinò il ministro al mio protettore che già correva e tornava col decreto.

Nel salone ministeriale c'era un mappamondo. Il mio amico Bianchi e io cercammo l'ignota città di Rangoon.

Il vecchio mappamondo aveva una profonda ammaccatura in una regione dell'Asia e in questa concavità la scoprimmo: - Rangoon. - Ecco Rangoon.

Ma quando, alcune ore dopo, incontrai i miei amici poeti, e questi vollero celebrare la mia nomina, mi accorsi di aver completamente dimenticato il nome della città.

Potei solo spiegare loro, con enorme gioia, che mi avevano nominato console nel favoloso oriente e che il posto cui ero destinato si trovava in un buco del mappamondo.

 

***

 

Montparnasse.

 

Un giorno del giugno del 1927 partimmo verso le terre lontane. A Buenos Aires cambiammo il mio biglietto di prima classe con due di terza e salimmo sul Baden. Era una nave tedesca che si diceva di classe unica, ma quell'«unica» doveva essere la quinta. I pasti si dividevano in due turni: uno per servire rapidamente gli emigrati portoghesi e galiziani; il secondo per gli altri passeggeri assortiti, soprattutto tedeschi, che tornavano dalle miniere o dalle fabbriche dell'America Latina. Il mio compagno Alvaro fece un'immediata classificazione delle passeggere. Era un dongiovanni impenitente. Le divise in due gruppi. Quelle che mettono sotto l'uomo e quelle che obbediscono alla frusta. Queste formule non si rivelavano sempre vere. Conosceva tutti i trucchi per impossessarsi dell'amore delle donne. Quando sul ponte adocchiava un paio di passeggere interessanti, mi prendeva rapidamente una mano e faceva finta di interpretarne le linee con gesti misteriosi. Al secondo giro, le passeggere si fermavano e lo supplicavano di leggere il loro destino. Nel farlo, Alvaro prendeva loro le mani accarezzandole con insistenza e il futuro che leggeva pronosticava sempre una visita nella nostra cabina.

Per quanto mi riguarda, il viaggio all'improvviso si trasformò e cessai di vedere i passeggeri che protestavano rumorosamente per l'eterno menu di Kartoffel, cessai di vedere il mondo e il monotono Atlantico per contemplare solo gli occhi grandi e scuri di una giovane brasiliana, infinitamente brasiliana, che salì sulla nave a Rio de Janeiro, con i genitori e due fratelli.

La Lisbona allegra di quegli anni, con pescatori nelle strade e senza Salazar sul trono, mi riempì di ammirazione.

Nel piccolo albergo il cibo era delizioso. Grandi vassoi di frutta incoronavano la tavola. Le case multicolori; i vecchi palazzi con archi sulla porta; le cattedrali mostruose come scheletri di navi, da cui Dio da secoli era fuggito per vivere altrove; le case da gioco negli antichi palazzi; la folla infantilmente curiosa nei viali; la duchessa di Braganza, smarrita la ragione, che cammina ieratica per una strada di sassi, seguita da cento bambini vagabondi e attoniti; questo fu il mio ingresso in Europa.

E poi Madrid con i suoi caffè pieni di gente; Primo de Rivera, quel buon uomo che dava la prima lezione di tirannia ad un paese che avrebbe ricevuto in séguito la lezione completa. Le mie poesie iniziali di Residencia en la Tierra che gli spagnoli avrebbero tardato a capire, e che solo più tardi, quando sorse la generazione di Alberti, Lorca, Aleixandre, Diego, riuscirono a comprendere. E la Spagna fu per me anche l'interminabile treno e il vagone di terza più duro del mondo che ci lasciò a Parigi.

Scomparivamo fra la folla fumante di Montparnasse, fra argentini, brasiliani, cileni. I venezuelani, in quel tempo sepolti sotto il regno di Gómez, non si sognavano ancora di fare la loro comparsa. E più in là i primi indiani con le loro tuniche. E la mia vicina di tavolo, con il suo serpentello arrotolato attorno al collo, che sorseggiava con malinconica lentezza un café crême. La nostra colonia sudamericana beveva cognac e ballava tanghi, cogliendo il minimo pretesto per scatenare qualche colossale rissa e fare a botte con mezzo mondo.

Per noi, bohémien provinciali dell'America del Sud, Parigi, la Francia, l'Europa erano duecento metri e due angoli: Montparnasse, La Rotonde, Le Dôme, La Coupole e tre o quattro altri caffè. Le boîtes con negri cominciavano a essere di moda. Fra i sudamericani, gli argentini erano i più numerosi, i più attaccabrighe ed i più ricchi. A ogni momento scoppiava una baruffa e un argentino veniva sollevato di peso fra quattro camerieri, passava in bilico sui tavoli ed era rudemente depositato in mezzo alla strada. Ai nostri cugini di Buenos Aires non piacevano proprio queste violenze che spiegazzavano loro i calzoni e, cosa ancor più grave, li spettinavano.

La brillantina era parte essenziale della cultura argentina di quell'epoca.

La verità è che in quei primi giorni di Parigi, le cui ore volavano, non conobbi un solo francese, un solo europeo, un solo asiatico, e tantomeno cittadini dell'Africa e dell'Oceania. Gli americani di lingua spagnola, dai messicani ai patagonici, camminavano in gruppo, raccontandosi i difetti, sparlando gli uni degli altri, senza poter vivere gli uni senza gli altri. Un guatemalteco preferisce la compagnia di un vagabondo paraguayano, per perdere tempo in modo squisito, a quella di Pasteur.

In quei giorni conobbi César Vallejo, il grande cholo; poeta di poesia ruvida, difficile al tatto come pelle selvatica, ma poesia grandiosa, di dimensioni sovrumane.

In verità avemmo un piccolo malinteso appena ci conoscemmo.

Fu a La Rotonde. Ci presentarono e, con il suo limpido accento peruviano, salutandomi mi disse: - Lei è il più grande di tutti i nostri poeti. La si può paragonare solo a Rubén Darío.

- Vallejo, - gli dissi, - se vuole che siamo amici non mi dica più una cosa simile. Non so dove andremmo a finire se cominciassimo a trattarci da letterati.

Mi sembrò che se n'avesse a male per queste parole.

La mia educazione antiletteraria m'imponeva di essere maleducato. Lui, invece, apparteneva ad una razza più vecchia della mia, nobile e cortese. Notando che si era risentito, mi sentii uno zoticone imperdonabile.

Ma fu solo una nube passeggera. Da quello stesso momento divenimmo veri amici. Anni dopo, quando mi fermai più a lungo a Parigi, ci vedevamo ogni giorno.

Allora lo conobbi di più e più intimamente.

Vallejo era più basso di me, più magro e più ossuto.

Era anche più indio di me, con occhi scurissimi e una fronte molto alta e bombata. Aveva un bel viso da inca, rattristato da una certa indubbia maestà. Vanitoso come tutti i poeti, gli faceva piacere che gli si parlasse dei suoi lineamenti aborigeni. Alzava la testa perché lo ammirassi e mi diceva: - Ho un certo non so che, vero? - E poi rideva silenziosamente di se stesso.

Il suo entusiasmo era assai diverso da quello che a volte esprimeva Vicente Huidobro, poeta per tante ragioni agli antipodi di Vallejo. Huidobro si lasciava cadere una ciocca sulla fronte, s'infilava le dita nel panciotto, raddrizzava il busto e chiedeva: - Notate la mia somiglianza con Napoleone Bonaparte?

Vallejo era cupo solo esternamente, come un uomo che fosse stato nella penombra, rintanato per molto tempo. Era solenne per natura e il suo viso pareva una maschera inflessibile, quasi ieratica. Ma non era quella la verità interiore. Io lo vidi più volte (specialmente quando riuscivamo a liberarlo dal dominio della moglie, una francese tirannica e presuntuosa, figlia di concierge), lo vidi, dicevo, fare salti di gioia come uno scolaretto.

Poi tornava alla sua solennità e alla sua sottomissione.

A un tratto dalle ombre di Parigi apparve quel mecenate che avevamo sempre atteso e non arrivava mai. Era un cileno, scrittore, amico di Rafael Alberti, dei francesi, di mezzo mondo. E, qualità ancora più importante, era anche figlio del padrone della compagnia di navigazione più grande del Cile. E famoso per la sua prodigalità.

Quel messia appena caduto dal cielo voleva festeggiarmi e ci portò tutti quanti in una boîte di russi chiamata La Bodega Caucasiana. Le pareti erano decorate con vestiti e paesaggi del Caucaso. E subito ci vedemmo circondati da russe, o false russe, vestite come contadine delle montagne.

Cóndon, così si chiamava il nostro anfitrione, pareva l'ultimo russo della decadenza. Fragile e biondo, ordinava istancabilmente champagne e faceva salti impazziti, imitando i balli dei cosacchi che non aveva mai visto.

- Champagne, altro champagne! - E all'improvviso il nostro pallido e milionario anfitrione crollò. Rimase lungo disteso sotto la tavola, profondamente addormentato, come il cadavere esangue di un caucasiano sbranato da un orso.

Un terrore gelido s'impadronì di noi. L'uomo non si svegliava né con impacchi gelati, né con bottiglie di ammoniaca avvicinate al naso. Di fronte al nostro disorientamento impotente tutte le ballerine, salvo una, ci abbandonarono. Nelle tasche del nostro ospite non trovammo altro che un decorativo libretto di assegni che, nelle sue condizioni cadaveriche, non poteva firmare.

Il cosacco padrone della boîte esigeva il pagamento immediato e chiudeva la porta perché non scappassimo.

Potemmo salvarci da quella gabbia di matti solo lasciando in pegno il mio fiammante passaporto diplomatico.

Uscimmo con il nostro milionario esanime in spalla.

Ci costò uno sforzo enorme trasportarlo fino a un taxi, infilarcelo, scaricarlo nel suo fastoso hotel. Lo lasciammo fra le braccia di due giganteschi portieri dalla livrea rossa che lo portarono via come se trasportassero un ammiraglio caduto sul ponte di una nave.

Sul taxi ci aspettava la ragazza della boîte, l'unica che nella nostra disgrazia non ci aveva abbandonato. Alvaro e io l'invitammo alle Halles, per una zuppa di cipolle all'alba.

Le comperammo dei fiori al mercato, la baciammo in segno di riconoscenza per il suo comportamento, e ci rendemmo conto che aveva una certa attrattiva. Non era né bella né brutta, ma la riabilitava il naso all'insú delle parigine. L'invitammo allora al nostro miserrimo hotel. Non ebbe nessuna difficoltà a venire con noi.

Andò in camera con Alvaro. Io mi lasciai cadere stanco morto sul letto, ma all'improvviso sentii che mi scuotevano.

Era Alvaro. Il suo viso da pazzo mansueto mi parve un po' stranito.

- C'è qualcosa, - mi disse. - Questa donna ha qualcosa di eccezionale, d'insolito, che non potrei spiegarti.

Devi provarla subito.

Pochi minuti dopo, la sconosciuta s'infilò sonnolenta e indulgente nel mio letto. Facendo l'amore con lei, mi resi conto del suo misterioso dono. Era qualcosa di indescrivibile che le sgorgava dal profondo, che risaliva all'origine stessa del piacere, alla nascita di un'onda, al segreto genetico di Venere. Alvaro aveva ragione.

Il giorno dopo, prendendomi da parte durante la colazione, Alvaro mi avvertì in spagnolo: - Se non lasciamo immediatamente questa donna, il nostro viaggio andrà all'aria. Non naufragheremmo nel mare, ma nel sacramento insondabile del sesso.

Decidemmo di colmarla di regalini: fiori, cioccolata e la metà dei franchi che ci restavano. Ci confessò che non lavorava nel cabaret caucasiano; che c'era stata la sera precedente per la prima e unica volta. Poi prendemmo insieme un taxi. L'autista stava attraversando un quartiere qualunque, quando gli ordinammo di fermarsi. Ci congedammo da lei con grandi baci e la lasciammo lì, disorientata ma sorridente.

Non la vedemmo mai più.

 

***

 

Viaggio in Oriente.

 

Non dimenticherò neppure il treno che ci portò a Marsiglia, carico come una cesta di frutta esotica, di gente variopinta, contadine e marinai, fisarmoniche e canzoni che si cantavano in coro per tutto il vagone. Andavamo verso il Mediterraneo, verso le porte della luce...

Era il 1927. Marsiglia mi affascinò con il suo romanticismo commerciale ed il Vieux Port alato di vele inquiete con una sua tenebrosa turbolenza. Ma la nave delle Messageries Maritimes su cui facemmo la traversata per Singapore, era un pezzo di Francia sul mare, con la sua petite bourgeoisie che emigrava verso le cariche che l'attendevano nelle lontane colonie. Durante il viaggio, gli uomini dell'equipaggio, vedendo le nostre macchine da scrivere e le nostre scartoffie da scrittori, ci chiesero di battere a macchina le loro lettere. Dai marinai ci venivano dettate incredibili lettere d'amore per le loro fidanzate di Marsiglia, di Bordeaux, della campagna. Ai marinai in fondo non interessava il contenuto delle lettere, ma che fossero scritte a macchina. Ma quanto in esse dicevano era come poesia di Tristan Corbière, messaggi rudi e teneri al tempo stesso. Il Mediterraneo si andò aprendo alla nostra prua con i suoi porti, i suoi tappeti, i suoi trafficanti, i suoi mercati. Sul Mar Rosso, il porto di Gibuti m'impressionò. La sabbia calcinata, tante volte solcata dall'andare e venire di Arthur Rimbaud; quelle negre statuarie con le loro ceste di frutta, quelle capanne miserabili del villaggio primitivo; e un'aria sgangherata nei caffè rischiarati da una luce verticale e fantasmagorica...

Vi si beveva tè gelato con limone.

L'importante era vedere che cosa succedeva a Shangai la notte. Le città di cattiva reputazione attraggono come donne velenose. Shangai spalancava la sua bocca notturna per noi due, provinciali del mondo, passeggeri di terza classe con pochi soldi e con una curiosità triste.

Entrammo in uno o due grandi locali notturni. Era una sera di metà settimana ed erano vuoti. Era deprimente vedere quelle immense piste da ballo, costruite come se ci avessero dovuto ballare centinaia di elefanti, in cui non ballava nessuno. Dagli angoli scuri sorgevano scheletriche ragazze russe dello zar che sbadigliavano chiedendoci che le invitassimo a bere champagne. E in questo modo girammo sei o sette luoghi di perdizione in cui l'unica cosa che si perdeva era il nostro tempo.

Era tardi per ritornare alla nave che avevamo lasciato molto lontano, dietro l'intrico dei vicoletti del porto.

Prendemmo un risciò ciascuno. Noi non eravamo abituati a questa carrozza a cavalli umani. Quei cinesi del 1928 trottavano, tirando il carretto senza fermarsi, per lunghe distanze.

Siccome aveva cominciato a piovere e la pioggia diveniva sempre più violenta, i nostri risciomen fermarono delicatamente i loro veicoli. Chiusero premurosamente con una tela impermeabile la parte anteriore dei risciò perché neppure una goccia spruzzasse il nostro naso straniero.

- Che razza delicata e gentile. Non sono passati invano duemila anni di cultura, - pensavamo Alvaro e io, ognuno sul suo sedile con le ruote.

Qualcosa cominciò però a preoccuparmi. Non vedevo nessuno, chiuso com'ero sotto un riparo di compite precauzioni, ma sentivo, malgrado la tela cerata, la voce del mio conducente che emetteva una specie di ronzio.

Al rumore dei suoi piedi scalzi si unirono poi altri rumori ritmici di piedi scalzi che trotterellavano sul selciato bagnato.

Finalmente i rumori si smorzarono, segno che il selciato era finito. Certo adesso stavamo camminando attraverso terreni abbandonati, fuori dalla città.

All'improvviso il mio risciò si fermò. Il conducente slegò con destrezza la tela che mi proteggeva dalla pioggia.

Non c'era neppure l'ombra della nave in quel sobborgo spopolato. L'altro risciò era fermo di fianco al mio e Alvaro scese sconcertato dal suo sedile.

- Money! Money! - ripetevano con voce tranquilla i sette od otto cinesi che ci circondavano.

Il mio amico fece il gesto di cercare un'arma nella tasca dei pantaloni, e tanto bastò perché tutt'e due ci prendessimo un colpo sulla nuca. Io caddi di spalle, ma i cinesi mi presero la testa a mezz'aria per evitare che urtasse al suolo e mi deposero con delicatezza sulla terra bagnata.

Mi frugarono rapidamente in tasca, nella camicia, nel cappello, nelle scarpe, nei calzini e nella cravatta, esibendo un'abilità da giocolieri. Non lasciarono un solo centesimo di vestito senza averlo rovistato, e neppure un centesimo del poco denaro che avevamo. Ma, con la gentilezza tradizionale dei ladri di Shangai, rispettarono religiosamente le nostre carte ed i nostri passaporti.

Quando rimanemmo soli, camminammo verso le luci che s'intravedevano in lontananza. Incontrammo subito centinaia di cinesi notturni ma onesti. Nessuno sapeva il francese, l'inglese o lo spagnolo, ma tutti vollero aiutarci a uscire dal nostro impiccio e ci guidarono in qualche modo verso la nostra sospirata paradisiaca cabina di terza.

Arrivammo in Giappone. I soldi che aspettavamo, e che arrivavano dal Cile, dovevano già trovarsi al consolato.

Intanto dovemmo prendere alloggio in una bettola di marinai, a Yokohama. Dormivamo su dei logori pagliericci.

Si era rotto un vetro, nevicava, e il freddo ci penetrava fino all'anima. Nessuno ci faceva caso. Un giorno, all'alba, una petroliera si spezzò in due di fronte alla costa giapponese e l'albergo si riempì di naufraghi. Fra di essi c'era un marinaio basco, che non sapeva parlare nessuna lingua salvo la sua e lo spagnolo, e che ci raccontò la sua avventura: per quattro giorni e quattro notti era rimasto a galla aggrappato a un relitto della nave, circondato dalle onde di fuoco del petrolio in fiamme. I naufraghi furono riforniti di coperte e di provviste ed il basco, generoso ragazzo!, divenne il nostro protettore.

Il console generale del Cile - mi pare si chiamasse De la Marina o De la Rivera - ci ricevette invece dall'alto della sua boria, facendoci capire la nostra piccolezza di naufraghi. Non aveva tempo. Quella sera doveva cenare con la contessa Yufú San. La corte imperiale lo invitava a prendere il tè. O era immerso in profondi studi sulla dinastia regnante.

- Che uomo fine l'imperatore... - e così via.

No. Non aveva telefono. A che serve avere il telefono a Yokohama? Tanto l'avrebbero chiamato solo in giapponese. Quanto ai nostri soldi, il direttore della banca, suo intimo amico, non gli aveva comunicato niente. Doveva assolutamente andare. L'attendevano a un ricevimento di gala. A domani.

E così tutti i giorni. Lasciavamo il consolato battendo i denti dal freddo perché il nostro guardaroba si era assottigliato nella rapina e disponevamo solo di alcuni poveri maglioni da naufraghi. L'ultimo giorno venimmo a sapere che i nostri fondi erano arrivati a Yokohama prima di noi. La banca aveva mandato tre avvisi al signor console ma quell'azzimato manichino e altissimo funzionario non si era reso conto di un particolare come quello, tanto al di sotto del suo rango. (Quando leggo sui giornali che qualche console è stato assassinato da compatrioti ammattiti penso con nostalgia a quell'illustre decorato).

Quella sera ce ne andammo al miglior caffè di Tokio, il Kuroncko, nella Ghinza. In quei tempi si mangiava bene a Tokio, senza contare la settimana di fame che rendeva più gustosi i cibi. In buona compagnia di deliziose ragazze giapponesi, brindammo più volte alla salute di tutti i viaggiatori sfortunati, trascurati da consoli perversi sparsi per il mondo.

Singapore. Ci credevamo vicinissimi a Rangoon. Amara delusione! Quella che sul mappamondo era la distanza di pochi millimetri si trasformò in un pauroso abisso. Ci aspettavano parecchi giorni di nave e, per di più, l'unica nave che faceva la traversata era partita per Rangoon il giorno precedente. Non avevamo di che pagare l'albergo né i biglietti. I nostri nuovi fondi ci aspettavano a Rangoon.

Ah! Però esisteva pure per qualcosa il console del Cile a Singapore, il mio collega. Il signor Mansilla accorse premuroso. A poco a poco il suo sorriso si attenuò fino a scomparire del tutto e lasciare il posto a una smorfia di irritazione.

- Non posso assolutamente aiutarvi. Rivolgetevi al ministero!

Invocai inutilmente la solidarietà dei consoli. L'uomo aveva una faccia da implacabile aguzzino. Prese il cappello e già correva verso la porta quando mi venne un'idea machiavellica: - Signor Mansilla, mi vedrò costretto a tenere alcune conferenze sulla nostra patria, con ingresso a pagamento, per raccogliere i soldi del biglietto. La prego di trovarmi il locale, un interprete ed il permesso necessario.

L'uomo divenne pallido.

- Conferenza sul Cile a Singapore? Non lo permetto.

Questa è la mia giurisdizione e qui nessuno tranne me può parlare del Cile.

- Si calmi, signor Mansilla, - gli risposi. - Più numerosi parleremo della patria lontana, tanto meglio sarà.

Non capisco perché si arrabbi.

Alla fine ci mettemmo d'accordo in quella stravagante trattativa con un'ombra di patriottico ricatto. Tremante di rabbia ci fece firmare dieci ricevute e ci porse i soldi. Contandoli notammo che le ricevute erano per una somma maggiore.

- Sono gli interessi, - ci spiegò.

(Dieci giorni dopo gli avrei rispedito l'assegno di rimborso da Rangoon, ma, naturalmente, senza includere gli interessi).

Dalla coperta della nave che arrivava a Rangoon, vidi spuntare il gigantesco imbuto d'oro della grande pagoda di Swei Dagon. Una folla di strani abiti dai colori accesi si accalcava sul molo. Lì, nel Golfo di Martabán, sfociava un fiume ampio e sudicio. Questo fiume ha il nome di fiume più bello fra tutti i fiumi del mondo: Irrawadhy.

Accanto alle sue acque cominciava la mia nuova vita.

 

***

 

Alvaro.

 

...Diavolo d'uomo questo Alvaro... Adesso si chiama Alvaro de Silva... Vive a New York... Ha trascorso quasi tutta la vita nella foresta newyorkese... Lo immagino che mangia arance a ore impossibili, che brucia con il fiammifero la carta delle sigarette, che fa domande vessatorie a mezzo mondo...Fu sempre un maestro disordinato, dall'intelligenza brillante, un'intelligenza inquisitiva che sembra non porti da nessuna parte, se non a New York. Era nel 1925... Fra le violette che gli cadevano di mano quando correva ad offrirle a una passante sconosciuta, con cui voleva immediatamente andare a letto, senza neppure sapere come si chiamasse, né da dove venisse, e le sue interminabili letture di Joyce, rivelò a me, e a molti altri, insospettate opinioni, punti di vista da gran cittadino che vive nella metropoli, nella sua tana, ed esce a esplorare la musica, la pittura, i libri, la danza... Sempre mangiando arance, sbucciando mele, insopportabile vegetariano, meravigliosamente curioso di tutto, vedevamo insomma l'antiprovinciale dei sogni, che noi tutti provinciali avremmo voluto essere, senza le etichette appiccicate alle valigie, ma capace di viaggi interiori, in una girandola di paesi e concerti, di caffè all'alba, di università con neve sui tetti...

Riuscì a rendermi la vita impossibile... Io dovunque arrivi m'immergo in un sogno vegetale, mi scelgo un posto e cerco di mettere qualche radice, per pensare, per esistere...

Alvaro passava da un entusiasmo all'altro affascinato dai film in cui avremmo potuto lavorare, vestendoci immediatamente da musulmani per andare agli studi cinematografici...

Vengono di qui le mie foto in costume bengalese (e siccome restavo senza parlare, nella tabaccheria, a Calcutta, credettero che fossi della famiglia di Tagore) quando andavamo agli studi Dum-Dum per vedere se ci assumevano.

E poi dovevamo scappare di corsa dall'ymca perché non avevamo pagato il conto... E le infermiere che ci amavano... Alvaro si mise in favolosi affari... Voleva vendere tè dell'Assam, tessuti del Kashmir, orologi, tesori antichi...

Tutto veniva subito dilapidato... Lasciava i campioni di cachemire, i pacchetti di tè sui tavoli, sui letti...

Aveva già preso una valigia ed era altrove... A Monaco...

A New York...

Se ho visto scrittori continui, indefettibili, prolifici, lui è il maggiore... Non pubblica quasi niente... Non capisco...

Di buon mattino, senza scendere dal letto, con degli occhiali in bilico sulla gobbetta del naso, è già di buona lena alla macchina da scrivere, consumando risme di ogni tipo di carta, ogni genere di fogli ...E tuttavia, la sua mobilità, il suo atteggiamento critico, le sue arance, le sue cicliche trasmissioni, la sua tana di New York, le sue violette, la sua confusione che sembra così chiara, la sua chiarezza così confusa... Non gli viene fuori l'opera che si è sempre aspettato... Sarà perché non ne ha voglia... Sarà perché non può scriverla... Perché è tanto occupato... Perché è tanto disoccupato... Ma sa tutto, guarda tutto attraverso i continenti con quegli intrepidi occhi azzurri, con quel tatto sottile che pure lascia che fra le sue dita fugga la sabbia del tempo...