Quaderno 5
La Spagna nel cuore
Com'era Federico.
Un lungo viaggio per mare di due mesi, nel 1932, mi riportò in Cile. Qui pubblicai El hondero entusiasta, che era sparso fra le mie carte, e Residencia en la Tierra, che avevo scritto in Oriente. Nel 1933 mi nominarono console a Buenos Aires, dove giunsi in agosto.
Quasi contemporaneamente arrivò a Buenos Aires Federico García Lorca, per dirigere e mettere in scena per la prima volta la sua tragedia teatrale Bodas de sangre, con la compagnia di Lola Membrives. Non ci conoscevamo ancora, ma ci conoscemmo a Buenos Aires e fummo spesso festeggiati insieme da scrittori e amici.
Certamente non mancarono incidenti. Federico aveva dei detrattori. Anche a me capitava e continua a capitare lo stesso. Queste persone si sentono in diritto di spegnere la luce affinché uno scompaia. E quella volta andò appunto così. Dato che c'era interesse ad assistere al banchetto che il Pen Club offriva a me e a Federico all'hotel Plaza, qualcuno fece funzionare i telefoni tutto il giorno per comunicare che la cerimonia era stata annullata.
E furono tanto zelanti che chiamarono persino il direttore dell'hotel, la telefonista, il capo-cuoco, perché non accettassero adesioni né preparassero la cena.
Ma la manovra fu sventata e alla fine Federico García Lorca e io ci trovammo insieme, con altri cento scrittori argentini.
Decidemmo di fare una grande sorpresa. Avevamo preparato un discorso ad alimón. Probabilmente voi non sapete che cosa significa questa parola, e del resto neppure io lo sapevo. Federico, che era sempre pieno d'invenzioni e di trovate, mi spiegò: - Due toreri possono toreare contemporaneamente contro uno stesso toro e con un'unica cappa. È uno degli esercizi più pericolosi dell'arte taurina. Per questo vi si assiste pochissime volte. Non più di due o tre volte in un secolo, e possono farlo solo due toreri che siano fratelli o che, almeno, abbiano sangue comune.
Questo si chiama toreare ad alimón. Ed è quanto faremo in un discorso.
Ed è appunto quello che facemmo, ma nessuno lo sapeva.
Quando ci alzammo per ringraziare il presidente del Pen Club del banchetto che ci era stato offerto, ci alzammo contemporaneamente, come due toreri, per un solo discorso. E dato che la cena si era svolta in tavolini separati, Federico si trovava ad un'estremità della sala e io all'altra, in modo che, da una parte, la gente mi tirava per la giacca perché mi sedessi credendo a uno sbaglio, e, dall'altra, facevano lo stesso con Federico.
Cominciammo dunque a parlare contemporaneamente, Federico dicendo «Signori» e io continuando con «Signore», e alternando fino alla fine le nostre frasi, in modo che il discorso parve una sola unità fino a che non smettemmo di parlare. Quel discorso venne dedicato a Rubén Darío, perché tanto io che García Lorca, senza che ci si potesse sospettare d'essere modernisti, ritenevamo Rubén Darío uno dei grandi creatori del linguaggio poetico nella lingua spagnola.
Ho qui il testo del discorso:
NERUDA: Signore...
Lorca: ... e signori. Esiste nell'arte dei tori un esercizio chiamato «toreo del alimón» in cui due toreri schivano il corpo del toro coperti dalla stessa cappa.
NERUDA: Federico e io, legati da un filo elettrico, giostreremo insieme e risponderemo in questo ricevimento tanto importante.
Lorca: È abitudine di queste riunioni che i poeti mostrino la loro parola viva, argento o legno, e salutino con la loro voce i compagni e gli amici.
NERUDA: Ma noi richiameremo fra voi un morto, un commensale vedovo, oscuro nelle tenebre d'una morte più grande d'altre morti, vedovo della vita, di cui ai suoi tempi è stato marito abbagliante, ci nasconderemo sotto la sua ombra ardente, e ripeteremo il suo nome finché il suo potere esca dall'oblio.
LORCA: Noi, dopo aver inviato il nostro abbraccio con tenerezza da pinguino al delicato poeta Amado Villar, lanceremo un gran nome sulla tovaglia, certi che si devono rompere i bicchieri, e le forchette dovranno saltare, cercando l'occhio per cui si struggono, e un colpo di mare deve macchiare la tovaglia. Noi nomineremo il poeta d'America e di Spagna: Rubén...
NERUDA: Darío. Perché signore...
LORCA: e signori...
NERUDA: Dov'è, a Buenos Aires, la piazza di Rubén Darío?
Lorca: Dov'è la statua di Rubén Darío?
NERUDA: Egli amava i parchi. Dov'è il parco Rubén Darío?
Lorca: Dov'è la bancarella di rose di Rubén Darío?
NERUDA: Dove sono il melo e le mele di Rubén Darío? lorca: Dov'è la mano tagliata di Rubén Darío?
NERUDA: Dove sono l'olio, la resina, il cigno di Rubén Darío? lorca: Rubén Darío dorme nel suo «Nicaragua natale» sotto il suo spaventoso leone di finto marmo, come quei leoni che i ricchi mettono sui portoni dei loro palazzi.
NERUDA: Un leone da farmacia, al fondatore di leoni, un leone senza stelle a chi dedicava stelle. lorca: Ha restituito il rumore della foresta con un aggettivo, e come frate Luis de Granada, padrone di idiomi, ha fatto segni stellari con il limone, e la zampa del cervo, e i molluschi pieni di terrore ed infinito: ci gettò in mare con vascelli e ombre nelle pupille dei nostri occhi e costruì un enorme passeggio di gin sul pomeriggio più grigio che il cielo abbia mai avuto e a tu per tu ha salutato il libeccio oscuro, tutto cuore, come un poeta romantico, e ha posato la mano sul capitello corinzio con un dubbio ironico e triste di tutte le epoche.
NERUDA: Merita ricordare il suo nome rosso nelle sue direzioni essenziali con i suoi terribili dolori di cuore, la sua incertezza incandescente, la sua discesa alle spirali dell'inferno, la sua ascesa ai castelli della fama, i suoi attributi di poeta grande, da allora e per sempre ed imprescindibile. lorca: Come poeta spagnolo ha insegnato in Spagna ai vecchi maestri e ai bambini, con un senso di universalità e di generosità che manca ai poeti attuali. Ha insegnato a Valle-Inclán, e a Juan Ramón Jiménez, e ai fratelli Machado, e la sua voce fu acqua e salnitro, nel solco della venerabile lingua. Da Rodrigo Caro agli Argensola a donjuán Arguijo, lo spagnolo non aveva avuto feste di parole, urti di consonanti, luci e forma come in Rubén Darío. Dal paesaggio di Velázquez e dal rogo di Goya e dalla malinconia di Quevedo al culto color mela delle contadine majorchine, Dario percorse la terra di Spagna come la propria terra.
NERUDA: Lo portò in Cile una marea, il mare caldo del nord, e lì lo lasciò il mare, abbandonato sulla costa dura e dentata, e l'oceano lo colpiva con spume e campane, e il vento nero di Valparaíso lo riempiva di sale sonoro. Innalziamo questa notte la sua statua con l'aria attraversata dal fumo e dalla voce, dalle circostanze e dalla vita, come la sua poesia magnifica è attraversata da sogni e da suoni.
Lorca: Ma su questa statua d'aria io voglio deporre il suo sangue come un ramo di corallo agitato dalla marea, i suoi nervi identici alla fotografia d'un gruppo di fulmini, la sua testa di minotauro in cui la neve gongorina è dipinta da un volo di colibrí, i suoi occhi vaghi e assenti da milionario di lacrime, e anche i suoi difetti. Gli scaffali ormai consunti dai sisimbri, dove suonano vuoti di flauto, le bottiglie di cognac della sua drammatica ubriachezza, e il suo cattivo gusto incantatore, e le sue ridondanze sfacciate che riempiono d'umanità la moltitudine dei suoi versi. Fuori da norme, forme e sproni resta in piedi la feconda sostanza della sua grande poesia.
NERUDA: Federico García Lorca, spagnolo, e io, cileno, decliniamo la responsabilità di questa notte da compagni, verso quella grande ombra che cantò in maniera più alta di noi, e salutò con voce inusitata la terra argentina che calpestiamo. lorca: Pablo Neruda, cileno, e io, spagnolo, abbiamo in comune la lingua e il gran poeta nicaraguense, argentino, cileno e spagnolo, Rubén Darío. neruda: e lorca Alla cui salute e gloria leviamo il nostro bicchiere.
Ricordo che una volta ebbi da Federico un aiuto insperato in un'avventura erotico-cosmica. Una sera eravamo stati invitati da un milionario, uno di quelli che solo l'Argentina o gli Stati Uniti potevano produrre. Si trattava di un uomo ribelle ed autodidatta che s'era fatto una fortuna favolosa con un giornale scandalistico.
La sua casa, circondata da un parco immenso, era l'incarnazione dei sogni di un vibrante nuovo ricco. Centinaia di gabbie di fagiani di tutti i colori e di tutti i paesi costeggiavano i sentieri. La biblioteca era coperta solo da libri antichissimi che il milionario acquistava via cablo nelle aste dei bibliografi europei, e per giunta era enorme e piena. Ma la cosa più spettacolare era che il pavimento di questa immensa sala di lettura era completamente ricoperto da pelli di pantera cucite l'una all'altra in modo da formare un solo e gigantesco tappeto.
Seppi che l'uomo aveva agenti in Africa, in Asia e in Amazzonia il cui unico scopo era quello di raccogliere pelli di leopardo, di ocelot, gatti fenomenali, le cui chiazze stavano ora brillando sotto i miei piedi nella fastosa biblioteca.
Ecco com'era la casa del famoso Natalio Botana, capitalista poderoso, dominatore dell'opinione pubblica a Buenos Aires. Federico e io ci sedemmo a tavola, vicino al padrone di casa, e di fronte a una poetessa alta, bionda e vaporosa, che durante la cena rivolse i suoi occhi verdi più a me che a Federico. La cena consisteva in un bue intero portato direttamente sulle braci e sulla cenere su una colossale barella che otto o dieci gauchos trasportavano in spalla. La notte era rabbiosamente azzurra e stellata. Il profumo dell'asado con cuero, sublime invenzione degli argentini, si mescolava all'aria della pampa, alla fragranza del trifoglio e della menta, al mormorio di migliaia di grilli e ranocchi.
Dopo mangiato ci alzammo tutti, io, la poetessa e Federico che parlava di tutto e di tutto rideva. Andammo verso la piscina illuminata. García Lorca camminava davanti a noi e non smetteva di ridere e di parlare.
Era felice. Era il suo modo di essere. La felicità era la sua pelle.
Un'alta torre dominava la piscina luminosa. Il suo candore di calce brillava alle luci della notte.
Salimmo lentamente verso il terrazzo più alto della torre. In cima, tutt'e tre, poeti di diverso stile, restammo separati dal mondo. In basso brillava l'occhio azzurro della piscina. In lontananza si udivano le chitarre e le canzoni della festa. La notte, su di noi, era così vicina e stellata che pareva afferrare le nostre teste, e immergerle nella sua profondità.
Presi fra le braccia la ragazza alta e dorata e, baciandola, mi resi conto che era una donna carnale e soda, dalle forme perfette. Con sorpresa di Federico ci stendemmo a terra sul pavimento del terrazzo, e già cominciavo a svestirla, quando avvertii sopra e vicino a noi gli occhi smisurati di Federico, che ci guardava senza credere a quanto stava avvenendo.
- Via di qui! Vàttene e bada che non salga nessuno dalla scala! - gli gridai.
Mentre sull'alto della torre si consumava il sacrificio al cielo stellato e ad Afrodite notturna, Federico corse allegramente a svolgere la sua missione di celestino e di sentinella, ma con tanta fretta e tanta sfortuna che rotolò per i gradini oscuri della torre. Io e la mia amica dovemmo aiutarlo, con mille difficoltà. Per ben quindici giorni continuò a zoppicare.
***
Miguel Hernández.
Non rimasi a lungo al consolato di Buenos Aires.
All'inizio del 1934 fui trasferito, con la stessa carica, a Barcellona. Don Tulio Maqueira era il mio capo, era cioè console generale del Cile in Spagna. È stato certamente il più gentile funzionario del servizio consolare cileno che abbia mai conosciuto. Un uomo molto severo, con la fama di scontroso, ma che con me fu straordinariamente affabile, comprensivo e cordiale.
Don Tulio Maqueira scoprì rapidamente che io facevo sottrazioni e moltiplicazioni con grandi difficoltà, e che non sapevo assolutamente fare le divisioni (cosa che non sono mai riuscito a imparare). Allora mi disse: - Pablo, lei deve vivere a Madrid. Là è la poesia. Qui a Barcellona ci sono quelle terribili moltiplicazioni e divisioni che non le piacciono. Basto io per questo.
Arrivando a Madrid, trasformato dalla sera alla mattina e per magia in console cileno nella capitale spagnola, conobbi tutti gli amici di García Lorca e di Alberti. Erano molti. In pochi giorni io ero uno in più fra i poeti spagnoli. Naturalmente noi, spagnoli e americani, siamo diversi. Differenza che viene sempre sottolineata con orgoglio od a sproposito dagli uni o dagli altri.
Gli spagnoli della mia generazione erano più fraterni, più solidali e più allegri dei miei compagni dell'America Latina. Mi resi conto però che noi eravamo più universali, più addentro in altre lingue ed in altre culture. Fra gli spagnoli erano pochissimi quelli che parlavano altra lingua oltre al castigliano. Quando Desnos e Crevel vennero a Madrid, fui io che dovetti far loro da interprete perché potessero comunicare con gli scrittori spagnoli.
Uno degli amici di Federico e di Rafael era il giovane poeta Miguel Hernández. Io lo conobbi quand'era appena arrivato con scarpe di corda e pantaloni contadini di velluto pesante dalle sue terre di Orihuela, dov'era stato pastore di capre. Pubblicai i suoi versi sulla mia rivista «Caballo verde» ed ero entusiasmato dal fulgore e dal brio della sua abbondante poesia.
Miguel era talmente contadino che tutt'attorno emanava un odore di terra. Aveva un viso da zolla o da patata che si cava fra le radici e che conserva una freschezza sotterranea. Viveva e scriveva a casa mia. La mia poesia americana, con altri orizzonti e altre pianure, lo impressionò e lo fece cambiare.
Mi raccontava storie terrestri di animali e d'uccelli.
Questo scrittore era uscito dalla natura come una pietra intatta, con verginità selvatica e una travolgente forza vitale. Mi narrava quanto fosse impressionante poggiare le orecchie sul ventre delle capre addormentate.
Così si ascoltava il rumore del latte che giunge alle mammelle, il rumore segreto che nessuno, tranne quel poeta di capre, ha potuto ascoltare.
Altre volte mi parlava del canto degli usignoli. Il Levante spagnolo, da cui proveniva, era pieno di aranci in fiore e di usignoli. Dato che nel mio paese non esiste questo uccello, questo sublime cantore, quel pazzo di Miguel voleva darmi la più viva espressione plastica delle sue qualità. Si arrampicava su un albero della strada e dai rami più alti fischiava o trillava come i suoi amati uccelli natali.
Siccome non aveva di che vivere gli cercai un lavoro.
Era duro per un poeta trovare lavoro in Spagna. Finalmente un visconte, un alto funzionario del ministero degli Esteri, s'interessò al caso e mi rispose di sì, che era d'accordo, che aveva letto i versi di Miguel, che l'ammirava, e che, se avesse detto che posto desiderava, l'avrebbe nominato. Tutto allegro dissi al poeta: - Miguel Hernández, finalmente hai un posto. Il visconte ti dà una mano. Sarai un alto impiegato. Dimmi che lavoro desìderi fare e ti faranno avere la nomina.
Miguel si fece pensoso. Il suo volto dalle grandi rughe premature assunse un'espressione enigmatica. Passarono le ore e solo la sera mi rispose. Con gli occhi brillanti di chi ha trovato la soluzione della propria vita mi disse: - Il visconte non potrebbe affidarmi un gregge di capre, qui, vicino a Madrid?
Il ricordo di Miguel Hernández non può fuggirmi dalle radici del cuore. Il canto degli usignoli del Levante, le loro torri di suono erette fra l'oscurità e le zagare, erano per lui presenza ossessiva, e parte della materia del suo sangue, della sua poesia terrena e silvestre, in cui s'univano tutti gli eccessi del colore, del profumo e della voce del Levante spagnolo, con l'abbondanza e la fragranza di una poderosa e maschia giovinezza.
Il suo viso era il viso della Spagna. Tagliato dalla luce, rugoso come un campo seminato, con una fragranza di pane e di terra. I suoi occhi brucianti, che ardevano in questa superficie bruciata e indurita dal vento, erano due fulmini di forza e di tenerezza.
Dalle sue parole vidi uscire gli elementi stessi della poesia, ma trasfigurati ora da una nuova grandezza, da uno splendore selvatico, dal miracolo del sangue vecchio trasformato in figlio. Nei miei anni di poeta, e di poeta errante, posso affermare che la vita non m'ha dato contemplare un ugual fenomeno di vocazione e di elettrica sapienza verbale.
***
«Caballo verde».
Con Federico e Alberti, che viveva vicino a casa mia in un attico su un albereto, un albereto perduto, con lo scultore Alberto, panettiere di Toledo che già allora era maestro della scultura astratta, con Altolaguirre e Bergamin, con il gran poeta Luis Cernuda, con Vicente Aleixandre, poeta di dimensione illimitata, con l'architetto Luis Lacasa, con tutti loro in un solo gruppo, o in molti, ci vedevamo ogni giorno in casa e ai caffè.
Dalla Castellana e dalla Birreria de Correos ci trasferivamo a casa mia, la casa dei fiori, nel quartiere di Arguelles. Dal secondo piano di uno dei grandi autobus che il mio compatriota, il grande Cotapos, chiamava «bombardoni», scendevamo in gruppi chiassosi a mangiare, bere e cantare. Fra i giovani compagni di poesia e di allegria ricordo Arturo Serrano Plaja, poeta, José Caballero, pittore di talento e grazia abbaglianti, Antonio Aparicio, che dall'Andalusia sbarcò direttamente a casa mia; e tanti altri che ormai non sono più, ma la cui fratellanza mi manca vivamente come parte del mio corpo o sostanza della mia anima.
Quella Madrid! Ce n'andavamo con Maruja Mallo, la pittrice gallega, per quartieri popolari cercando le case dove vendono sparto e stuoie, cercando le strade dei bottai, dei cordai, di tutte le materie secche della Spagna, materie che intrecciano e torcono il suo cuore. La Spagna è secca e pietrosa, e il sole la colpisce verticale facendo scaturire scintille dalla pianura, costruendo castelli di luce con il polverone. Gli unici veri fiumi di Spagna sono i suoi poeti; Quevedo, con le sue acque verdi e profonde, dalla schiuma nera; Calderón, con le sue sillabe che cantano; i cristallini Argensola; Góngora, fiume di rubini.
Vidi Valle-Inclán una volta sola. Molto magro, con la sua interminabile barba bianca, mi parve che fuoriuscisse dalle pagine dei suoi stessi libri, da esse schiacciato, con un colore di pagina ingiallita.
Ramón Gómez de la Serna lo conobbi nella sua cripta di Pombo, e lo vidi poi a casa sua. Non potrò mai dimenticare la voce stentorea di Ramón che, dal suo posto al caffè, dirige la conversazione e la risata, il pensiero e il fumo. Ramón Gómez de la Serna è, secondo me, uno dei più grandi scrittori della nostra lingua, e il suo genio ha molto della variopinta grandezza di Quevedo e di Picasso. Qualsiasi pagina di Ramón Gómez de la Serna scruta come un furetto nel fisico e nel metafisico, nella verità e nello spettro, e quello che sa e ha scritto sulla Spagna non lo sa nessun altro all'infuori di lui. È stato l'accumulatore di un universo segreto. Ha cambiato con le sue mani la sintassi della lingua, lasciandovi impresse le sue impronte digitali che nessuno può cancellare.
Vidi spesso don Antonio Machado, seduto al suo caffè con un vestito nero da notaio, molto discreto e silenzioso, dolce e severo come un vecchio albero di Spagna.
È vero che il maldicente Juan Ramón Jiménez, vecchio bimbo diabolico della poesia, diceva di lui, di don Antonio, che era sempre pieno di cenere e che nelle tasche aveva solo mozziconi.
Juan Ramón Jiménez, poeta di grande splendore, fu quello incaricato di farmi conoscere la leggendaria invidia spagnola. Questo poeta, che non aveva bisogno di invidiare nessuno, dato che la sua opera è un grande splendore che comincia con l'oscurità del secolo, viveva come un falco eremita, insultando dal suo nascondiglio quanto credeva gli desse ombra.
I giovani - García Lorca, Alberti, come pure Jorge Guillen e Pedro Salinas - erano perseguitati tenacemente da Juan Ramón, un demonio barbuto che ogni giorno lanciava i suoi strali contro questo o contro quello.
Ogni settimana scriveva qualcosa contro di me in alcuni contorti commenti che pubblicava da una domenica all'altra sul giornale «El Sol». Ma io scelsi di vivere e di lasciarlo vivere. Non risposi mai niente. Non ho mai risposto - e non rispondo - alle aggressioni letterarie.
Il poeta Manuel Altolaguirre, che aveva una tipografia e la vocazione del tipografo, venne un giorno a casa mia e mi disse che aveva l'intenzione di pubblicare una bella rivista di poesia, che rappresentasse quanto di più alto e di meglio c'era in Spagna.
- C'è una sola persona che può dirigerla, - mi disse.
- E quella persona sei tu.
Io ero stato un epico inventore di riviste che presto lasciai o da cui fui lasciato. Nel 1925 fondai una certa «Caballo de Bastos». Era il periodo in cui scrivevamo senza punteggiatura e scoprivamo Dublino attraverso le strade di Joyce. Humberto Díaz Casanueva in quei tempi usava uno sweater dal collo alto, grande audacia per un poeta dell'epoca. La sua poesia era bella e immacolata, come ha continuato a essere nei secoli. Rosamel del Valle si vestiva completamente di nero, dal cappello alle scarpe, come dovevano vestire i poeti. Questi due nobili compagni li ricordo come collaboratori attivi. Ne dimentico altri. Ma il galoppo di quel nostro cavallo scosse l'epoca.
- Sì, Manolito. Accetto la direzione della rivista.
Manuel Altolaguirre era un tipografo glorioso le cui mani arricchivano le casse tipografiche con stupendi caratteri bodoniani. Manolito faceva onore alla poesia, sia con la sua che con le sue mani di arcangelo lavoratore.
Tradusse e stampò con bellezza singolare l'Adonais di Shelley, elegia per la morte di John Keats. Stampò anche la Fàbula del Genil di Pedro Espinosa. Quanto fulgore irradiavano le strofe auree e smaltate del poema in quella maestosa tipografia che faceva risaltare le parole come se si stessero di nuovo fondendo nel crogiuolo.
Del mio «Caballo Verde» uscirono cinque incantevoli numeri d'indubbia bellezza. Mi piaceva vedere Manolito, sempre pieno di risa e di sorrisi, sollevare i caratteri, collocarli nelle casse e poi azionare con il piede il piccolo torchio tipografico. A volte portava gli esemplari dell'edizione nella carrozzina di sua figlia Paloma.
I passanti gli facevano i complimenti: - Che papà meraviglioso! Attraversare il traffico indiavolato con questa creatura!
La creatura era la Poesia che andava in giro con il suo «Caballo Verde». La rivista pubblicò la prima nuova poesia di Miguel Hernández e, naturalmente, quelle di Federico, di Cernuda, di Aleixandre, di Guillen (il buono: lo spagnolo). Juan Ramón Jiménez, nevrotico e novecentista, continuava a lanciarmi strali domenicali. A
Rafael Alberti non piacque il titolo: - Perché deve essere verde il cavallo? «Caballo Rojo» (Cavallo Rosso), ecco come dovrebbe intitolarsi la rivista.
Non le cambiai il colore. Ma Rafael e io non litigammo per questo. Non litigammo mai, per niente. C'è abbastanza posto al mondo per cavalli e poeti di tutti i colori dell'arcobaleno.
Il sesto numero di «Caballo Verde» rimase in calle Viriato senza essere impaginato né rilegato. Era dedicato a Julio Herrera y Reissig - il Lautréamont di Montevideo e i testi che gli scrittori spagnoli scrissero in suo onore si raffreddarono là, con la loro bellezza, senza gestazione né destino. La rivista doveva uscire il 19 luglio 1936, ma, quel giorno, la strada si riempì di polvere da sparo. Un generale sconosciuto, chiamato Francisco Franco, si era ribellato contro la Repubblica nella sua guarnigione d'Africa.
***
Il delitto fu a Granada.
Proprio mentre scrivo queste righe, la Spagna ufficiale celebra molti - tanti! - anni d'insurrezione vittoriosa.
In questo momento a Madrid, il Caudillo vestito d'oro e d'azzurro, circondato dalla guardia mora, accanto all'ambasciatore nordamericano, a quello inglese ed a molti altri, passa in rivista le truppe. Truppe composte, per la maggior parte, da ragazzi che non hanno conosciuto quella guerra.
Io invece l'ho conosciuta. Un milione di spagnoli morti! Un milione di esuli! Sembrerebbe che mai si debba cancellare dalla coscienza umana questa spina sanguinante. Eppure i ragazzi che oggi sfilano di fronte alla guardia mora ignorano forse la verità di questa storia terribile.
Tutto cominciò per me la sera del 19 luglio 1936. Un cileno simpatico e avventuroso, di nome Bobby Deglané, era impresario di catch al gran circo Price di Madrid. Io gli manifestai le mie riserve sulla serietà di questo «sport», e lui mi convinse ad andare al circo, insieme a García Lorca, a verificare l'autenticità dello spettacolo. Convinsi Federico e fissammo di trovarci là ad un'ora convenuta.
Avremmo passato il tempo assistendo alle truculenze del Troglodita Mascherato, dello Strangolatore Abissino e dell'Orangutan Sinistro.
Federico non venne all'appuntamento. Camminava già verso la morte. Non lo vedemmo più. E in questo modo la guerra di Spagna, che cambiò la mia poesia, cominciò per me con la scomparsa di un poeta.
Che poeta! Non ho mai visto riuniti come in lui la grazia e il genio, il cuore alato e la cascata cristallina.
Federico García Lorca era il folletto dissipatore, l'allegria centrifuga che raccoglieva nel suo seno e irradiava come un pianeta la felicità di vivere. Ingenuo e commediante, cosmico e provinciale, musicista singolare, splendido mimo, pauroso e superstizioso, raggiante e gentile, era una specie di riassunto delle età della Spagna, della fioritura popolare; un prodotto arabo-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino, tutta la scena di quella Spagna, ahimè!, scomparsa.
Mi seduceva il gran potere metaforico di García Lorca e m'interessava tutto quanto scriveva. Dal canto suo, mi chiedeva a volte di leggergli le mie ultime poesie e, a metà della lettura, m'interrompeva dicendo: «Non andare avanti, non andare avanti, che m'influenzi».
Nel teatro e nel silenzio, tra la folla e nell'intimità, era un moltiplicatore della bellezza. Non vidi mai un uomo che avesse tanta magia nelle mani, non vidi mai un fratello più allegro. Rideva, cantava, musicava, saltava, inventava, faceva scintille. Poveretto, aveva tutti i doni del mondo, e come fu un lavoratore d'oro, un fuco d'alveare della grande poesia, era uno sperperatore del suo ingegno.
- Senti, - mi diceva prendendomi per un braccio, - vedi quella finestra? Non la trovi ciorpatelica?
- E che cosa vuol dire ciorpatelica?
- Non lo so neanch'io, ma bisogna rendersi conto di ciò che è o non è ciorpatelico. Altrimenti uno è perduto.
Guarda quel cane, com'è ciorpatelico!
O mi raccontava che l'avevano invitato a una commemorazione del Don Chisciotte in una scuola elementare di Granada e che, quando era arrivato nell'aula, i bimbi si erano messi a cantare in coro sotto la direzione della direttrice:
Sempre sempre sarà celebrato dall'uno all'altro confín questo libro che fu commentato da don Francisco Rodríguez Marín.
Una volta tenni una conferenza su García Lorca, alcuni anni dopo la sua morte, e uno del pubblico mi chiese: - Perché nell'«Oda a Federico» lei dice che per lui «dipingono d'azzurro gli ospedali»?
- Vede, compagno, - gli risposi, - fare domande di questo tipo a un poeta è come chiedere l'età alle donne.
La poesia non è una materia statica, ma una corrente fluida che spesso sfugge dalle mani dello stesso creatore. La sua materia prima è composta d'elementi che sono e al tempo stesso non sono, di cose esistenti e inesistenti.
Comunque cercherò di risponderle sinceramente. Il colore azzurro è per me il più bello dei colori. Ha l'implicazione dello spazio umano, come la volta celeste, verso la libertà e l'allegria. La presenza di Federico, la sua magia personale, irradiavano attorno a lui un'atmosfera di gioia. Il mio verso, probabilmente, vuol dire che persino gli ospedali, persino la tristezza degli ospedali, potevano trasformarsi sotto l'incantesimo della sua influenza e vedersi a un tratto mutati in begli edifici azzurri.
Federico ebbe un presentimento della sua morte. Una volta, al ritorno da una tournée teatrale, mi chiamò per raccontarmi un fatto molto strano. Insieme agli artisti de La Barraca era arrivato a un lontanissimo villaggio della Castiglia e con la troupe si era accampato nei dintorni.
Affaticato dalle preoccupazioni del viaggio, Federico non dormiva. All'alba si alzò e si mise a vagare da solo per i dintorni. Faceva freddo, quel freddo di coltello che la Castiglia riserva al viaggiatore, all'intruso. La nebbia si scioglieva in cumuli bianchi e trasformava tutto con la sua dimensione fantasmagorica.
Una gran cancellata di ferro arrugginito. Statue e colonne spezzate, cadute tra le foglie morte. Si fermò sulla porta di una vecchia proprietà. Era la porta d'accesso al vasto parco d'una tenuta feudale. L'abbandono, l'ora e il freddo rendevano la solitudine più penetrante.
Federico si sentì improvvisamente prostrato per ciò che sarebbe potuto capitare in un'alba come quella, per qualcosa di confuso che doveva succedere. Si sedette su un capitello caduto.
Un agnellino cominciò a brucare l'erba fra le rovine e la sua apparizione era come un piccolo angelo di nebbia che umanizzava all'improvviso quell'abbandono, cadendo come un petalo di tenerezza sulla solitudine del luogo. Il poeta si sentì in compagnia.
A un tratto un branco di maiali entrò nel recinto. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri semiselvaggi, con fame feroce e zoccoli di pietra.
Federico assistette allora a una scena spaventosa, I maiali si gettarono sull'agnello e con orrore del poeta lo fecero a pezzi e lo divorarono.
Questa scena di sangue e di solitudine indusse Federico a ordinare al suo teatro ambulante di riprendere immediatamente il viaggio.
Ancora pieno d'orrore, tre mesi prima della guerra civile, Federico mi raccontava questa storia terribile.
Mi resi poi conto, con sempre maggior chiarezza, che quel fatto fu la rappresentazione anticipata della sua morte, la premonizione della sua assurda tragedia.
Federico García Lorca non fu fucilato; fu assassinato.
Naturalmente nessuno poteva pensare che un giorno l'avrebbero ammazzato. Fra tutti i poeti di Spagna era il più amato, il più caro, il più simile a un bambino per la sua meravigliosa allegria. Chi avrebbe potuto credere che esistessero sulla terra, e sulla sua terra, mostri capaci di un delitto così inspiegabile?
Quel delitto fu per me il più doloroso di una lunga lotta. La Spagna fu sempre un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. La plaza de toros, con il suo sacrificio e la sua eleganza crudele, ripete, infiocchettata a festa, l'antica lotta mortale fra l'ombra e la luce.
L'Inquisizione incarcera Fray Luis de León; Quevedo languisce in una segreta; Colombo cammina con i ceppi ai piedi. E il grande spettacolo fu l'ossario dell'Escorial, come ora lo è il Monumento ai Caduti, con una croce su un milione di morti e su innumerevoli e oscure prigioni.
***
Il mìo libro sulla Spagna.
Passò il tempo. Si cominciava a perdere la guerra. I poeti accompagnarono il popolo spagnolo nella sua lotta.
Federico era stato assassinato a Granada. Miguel Hernández, da pastore di capre si era trasformato in verbo militante. In uniforme da soldato recitava i suoi versi in prima linea. Manuel Altolaguirre continuava con le sue tipografie. Ne installò una in pieno fronte dell'est, vicino a Gerona, in un vecchio monastero. Lì venne stampato in maniera singolare il mio libro España en el corazón. Credo che pochi libri, nella strana storia di tanti libri, abbiano avuto un destino e una gestazione così curiosi.
I soldati del fronte impararono a preparare i caratteri tipografici. Ma allora venne a mancare la carta. Trovarono un vecchio mulino e decisero di fabbricarla lì. Venne elaborata una miscela veramente strana, fra le bombe che cadevano, in mezzo alla battaglia. Al mulino veniva portato di tutto, da una bandiera del nemico, a una casacca insanguinata di un soldato moro. Malgrado l'insolito materiale, e la più assoluta inesperienza dei fabbricanti, la carta risultò fra le migliori. I pochi esemplari che ancora rimangono di questo libro meravigliano per la veste tipografica e i fogli di misteriosa fattura. Anni dopo vidi una copia di questa edizione a Washington, nella biblioteca del Congresso, custodita sotto una vetrinetta, come uno dei libri più rari del nostro tempo.
Appena il mio libro fu stampato e rilegato, s'innescò precipitosamente la disfatta della Repubblica. Centinaia di migliaia di uomini in fuga riempivano le strade che portavano fuori dalla Spagna. Era l'esodo degli spagnoli, l'avvenimento più doloroso della storia della Spagna.
Fra queste file di uomini che camminavano verso l'esilio c'erano i sopravvissuti dell'Esercito dell'Est, fra cui Manuel Altolaguirre e i soldati che avevano fabbricato la carta e stampato España en el corazón. Il mio libro era l'orgoglio di questi uomini che avevano stampato la mia poesia in una sfida alla morte. Venni a sapere che molti avevano preferito portare sacchi con le copie del libro piuttosto che cibo e vestiti. Con i sacchi in spalla intrapresero la lunga marcia verso la Francia.
L'immensa colonna che camminava incontro all'esilio fu bombardata centinaia di volte. Molti soldati caddero e i libri si sparsero sulla strada. Altri continuarono l'interminabile fuga. Al di là della frontiera, gli spagnoli che raggiungevano l'esilio furono trattati brutalmente.
Su un rogo vennero immolate le ultime copie di quel libro ardente che nacque e morì in piena battaglia.
Miguel Hernández cercò rifugio all'ambasciata cilena, che durante la guerra aveva offerto asilo a ben quattromila franchisti. L'ambasciatore di allora, Carlos Morla Lynch, negò asilo al grande poeta, pur professandosi suo amico. Pochi giorni dopo l'arrestarono e lo misero in prigione. Morì di tubercolosi nella sua cella tre anni dopo. L'usignolo non aveva sopportato la prigionia.
La mia funzione consolare era finita. Per la mia partecipazione alla difesa della Repubblica spagnola, il governo del Cile decise di destituirmi.
***
La guerra e Parigi.
Arrivammo a Parigi. Io, Rafael Alberti e Maria Teresa León, sua moglie, prendemmo insieme un appartamento al Quai de l'Horloge, un quartiere tranquillo e meraviglioso. Di fronte a noi vedevo il Pont Neuf, la statua di Henri IV e i pescatori che pescavano da tutte le sponde della Senna. Dietro di noi c'era place Dauphine, nervaliana, con odore di foglie e restaurant. In place Dauphine viveva lo scrittore francese Alejo Carpentier, uno degli uomini più neutrali che abbia mai conosciuto.
Non osava esprimere il proprio parere su niente, neppure sui nazisti che ormai si gettavano su Parigi come lupi affamati.
Dal mio balcone, sporgendosi sulla destra, si riuscivano a vedere i neri torrioni della Conciergerie. Il suo grande orologio dorato era per me il limite estremo del quartiere.
Per fortuna in Francia ebbi come miei migliori amici, per molti anni, i due migliori uomini della sua letteratura.
Paul Eluard e Aragon. Erano e sono curiosi classici del brio e della spensieratezza, di un'autenticità vitale che li pone nel punto più sonoro del bosco di Francia. Sono, al tempo stesso, inalterabili e naturali partecipanti della morale storica. Pochi esseri sono diversi fra loro come questi due. Godetti del piacere poetico di perdere più volte tempo con Paul Eluard. Se i poeti rispondessero il vero alle domande, svuoterebbero il sacco: non c'è niente di più bello che perdere tempo. Ognuno ha il suo stile per questo antico impegno. Insieme a Paul non mi rendevo conto né del giorno né della notte che passavano e non ho mai saputo se ciò di cui parlavamo avesse o meno importanza. Aragon è una macchina elettronica dell'intelligenza, della conoscenza, della virulenza, della velocità eloquente. Dalla casa di Eluard uscii sempre sorridendo, senza sapere di che cosa. Dopo alcune ore con Aragon esco esaurito perché questo diavolo d'uomo m'ha costretto a pensare. Entrambi sono stati miei irresistibili e leali amici e quello che forse più mi piace di loro è la loro diversissima grandezza.
***
Nancy Cunard.
Io e Nancy Cunard decidemmo di pubblicare una rivista di poesia che intitolai «Los poetas del mundo defienden al pueblo español».
Nancy aveva una piccola tipografia nella sua casa di campagna, nella provincia francese. Non ricordo il nome della località, ma era lontana da Parigi. Quando arrivammo a casa sua era notte, con la luna. La neve e la luna tremavano come una tenda attorno alla fattoria. Io, entusiasta, uscii a fare una passeggiata. Al ritorno i fiocchi di neve mi turbinarono sulla testa con gelida ostinazione.
Smarrii completamente la strada e vagai per mezz'ora a tentoni nel biancore della notte.
Nancy aveva esperienza di tipografia. Quand'era stata l'amica di Aragon pubblicò la traduzione di Hunting of the Snark fatta da lei e da Aragon. A dire il vero, questo poema di Lewis Carroll è intraducibile e credo che solo in Góngora potremmo trovare una simile opera di pazzo mosaico.
Per la prima volta in vita mia mi misi a comporre caratteri tipografici e credo che non ci sia mai stato tipografo peggiore di me. Stampavo a rovescio le lettere p che si trasformavano così in d a causa della mia imperizia tipografica. Un verso in cui appariva per due volte la parola párpados fu per due volte trasformato in dárdapos.
Per molti anni Nancy mi punì chiamandomi così. «My dear Dárdapo...» soleva cominciare le sue lettere da Londra.
Ma la rivista risultò molto decorosa e riuscimmo a stamparne sei o sette numeri. A parte poeti militanti, come Gonzales Tuñón o Alberti, pubblicammo appassionate poesie di W. H. Auden, Spender ecc. Questi signori inglesi non sapranno mai quanto soffrirono le mie dita pigre ed incapaci nel comporre i loro versi.
Di tanto in tanto dall'Inghilterra arrivavano poeti dandy, amici di Nancy, con un fiore bianco all'occhiello, e che tuttavia scrivevano poesie antifranchiste.
Nella storia intellettuale non c'è mai stato un momento tanto fecondo per i poeti come la guerra spagnola.
Il sangue spagnolo esercitò un magnetismo che scosse la poesia di una grande epoca.
Non so se la rivista abbia avuto o meno successo, in quanto in quel periodo finì male la guerra di Spagna e cominciò male una nuova guerra mondiale. Quest'ultima, malgrado la sua ampiezza, la sua crudeltà incommensurabile, il suo eroismo diffuso, non riuscì mai ad avvincere il cuore collettivo della poesia come la guerra di Spagna.
Poco dopo sarei tornato nel mio paese. Anche Nancy si sarebbe ben presto recata in Cile, accompagnata da un torero che a Santiago lasciò i tori e Nancy Cunard per aprire un negozio di salsicce e di altri insaccati. Ma la mia carissima amica, quella snob di altissima classe, era indomabile. In Cile si prese come amante un poeta vagabondo e scapestrato, un cileno di origine basca, non privo di talento, di denti sì. Non solo, ma il nuovo prediletto di Nancy era un ubriacone inveterato e propinava all'aristocratica signora frequenti legnate notturne che l'obbligavano ad apparire in società con grandi occhiali neri.
A dire il vero, Nancy fu uno dei personaggi donchisciotteschi, ostinati, coraggiosi e patetici, più curiosi che abbia mai conosciuto. Unica erede della «Cunard Line», figlia di Lady Cunard, Nancy verso il 1930 scandalizzò Londra, fuggendo con un negro, musicista di una delle prime jazz band importate dall'hotel Savoy.
Quando Lady Cunard trovò vuoto il letto della figlia e una lettera in cui le comunicava, orgogliosamente, il suo nero destino, la nobile signora si rivolse al suo avvocato e la diseredò. E così quella che io conobbi, errante per il mondo, era stata vezzeggiata dalla grandezza britannica. Il salotto della madre era frequentato da Georges Moore (che si diceva fosse il vero padre di Nancy), da Sir Thomas Beecham, dal giovane Aldous Huxley e da quello che divenne poi duca di Windsor, l'allora principe di Galles.
Nancy Cunard restituì il colpo. Nel dicembre dello stesso anno in cui fu scomunicata dalla madre, tutta l'aristocrazia inglese ricevette come regalo di Natale un opuscolo dalla copertina rossa intitolato Negro man and white Lady ship. Non ho mai visto niente di più corrosivo.
Raggiunge a volte la malignità di Swift.
I suoi argomenti in difesa dei negri furono come bastonate in testa a Lady Cunard e alla società inglese.
Ricordo che diceva loro, e cito a memoria, perché le sue parole erano più eloquenti:
Se lei, bianca signora, o piuttosto i suoi, fossero stati sequestrati, bastonati e incatenati da una tribù più potente e trasportati poi lontani dall'Inghilterra per essere venduti come schiavi, messi in mostra come esemplari insignificanti della bruttezza umana, obbligati a lavorare e malnutriti. Che cosa sarebbe rimasto della sua razza? I negri hanno subìto queste e molte altre violenze e crudeltà. Dopo secoli di sofferenza essi sono però gli atleti migliori e più eleganti, e hanno creato una nuova musica più universale di qualsiasi altra. E voi, bianchi come siete e com'è lei, sareste potuti uscire vittoriosi da tanta iniquità?
E allora, chi vale di più?
E così per trenta pagine.
Nancy non poté tornare a vivere in Inghilterra e da quel momento abbracciò la causa della razza nera perseguitata.
Durante l'invasione dell'Etiopia si recò ad Addis Abeba. Poi venne negli Stati Uniti per esprimere la propria solidarietà ai ragazzi negri di Scottsboro accusati di delitti che non avevano commesso. I giovani negri furono condannati dalla giustizia razzista nordamericana e Nancy Cunard fu espulsa dalla democratica polizia nordamericana.
La mia amica Nancy Cunard sarebbe morta nel 1969 a Parigi. In una crisi della sua agonia scese quasi nuda con l'ascensore dell'albergo. Lì crollò e i suoi begli occhi celesti si chiusero per sempre.
Quando morì pesava trentacinque chili. Era solo uno scheletro. Il suo corpo si era consumato in una lunga lotta contro l'ingiustizia del mondo. Non aveva ricevuto altra ricompensa che una vita sempre più solitaria e una morte nell'abbandono.
***
Un congresso a Madrid.
La guerra di Spagna andava di male in peggio, ma lo spirito di resistenza del popolo spagnolo aveva contagiato tutto il mondo. In Spagna combattevano già le brigate internazionali. Io le vidi arrivare a Madrid, nel 1936, e già in uniforme. Era una moltitudine di gente di età, capelli e colori diversi.
Ora, nel 1937, eravamo a Parigi, e la cosa principale era preparare un congresso di scrittori antifascisti di tutti i paesi del mondo. Un congresso che si celebrasse a Madrid. Fu in quell'occasione che cominciai a frequentare Aragon. Quello che inizialmente mi sorprese di lui fu la sua incredibile capacità di lavoro e di organizzazione.
Dettava tutte le lettere, le correggeva, le ricordava.
Non gli sfuggiva il minimo particolare. Lavorava per molte ore di séguito nel nostro piccolo ufficio. E poi, com'è noto, scrive lunghi libri in prosa e la sua poesia è la più bella della lingua di Francia. Lo vidi correggere prove di traduzioni che aveva fatto di russi e inglesi, e lo vidi rifarle direttamente in bozza. Si tratta veramente di un uomo portentoso e io cominciai a rendermene conto da allora.
Ero rimasto senza il consolato e quindi senza un centesimo.
Andai a lavorare per quattrocento vecchi franchi al mese in un'associazione per la difesa della cultura diretta da Aragon. Delia del Carril, la mia moglie di allora e di tanti anni, ebbe sempre la fama della ricca proprietaria terriera, ma quello che è certo è che era più povera di me. Vivevamo in un alberghetto malfamato in cui tutto il primo piano era riservato alle coppie occasionali che entravano e uscivano. Per alcuni mesi mangiammo poco e male. Ma il congresso degli scrittori antifascisti era una realtà. Da ogni parte giungevano risposte prestigiose. Una da Yeats, poeta nazionale d'Irlanda, un'altra da Selma Lagerlöf, la grande scrittrice svedese. I due erano troppo vecchi per recarsi in una città assediata e bombardata come Madrid, ma entrambi aderivano alla difesa della Repubblica spagnola.
Venni a sapere che al Quai d'Orsay circolavano delle informazioni sul mio conto che dicevano più o meno questo: «Neruda e sua moglie, Delia del Carril, fanno frequenti viaggi in Spagna, portando e ricevendo istruzioni sovietiche. Le istruzioni vengono loro consegnate dallo scrittore russo Ilya Ehrenburg con il quale Neruda viaggia clandestinamente in Spagna. Neruda, per stabilire un contatto più personale con Ehrenburg, ha affittato ed è andato a vivere in un appartamento nello stesso palazzo abitato dallo scrittore sovietico».
Era una sequela di sciocchezze. Jean Richard Bloch mi diede una lettera per un amico suo che era un dirigente importante al ministero degli Esteri. Chiesi al funzionario come potessero espellermi dalla Francia sulla base di supposizioni assurde. Gli dissi che avrei voluto ardentemente conoscere Ehrenburg, ma che purtroppo fino a quel momento non mi era stato concesso tale onore.
Il gran funzionario mi guardò dispiaciuto e mi promise che sarebbe stata fatta una vera indagine. Ma non la fecero mai e quelle accuse assurde restarono in piedi.
Decisi così di conoscere Ehrenburg. Sapevo che andava tutti i giorni a La Coupole, dove pranzava alla russa, ossia verso sera.
- Sono il poeta Pablo Neruda, del Cile, - gli dissi.
- A sentire la polizia siamo intimi amici. Affermano che io vivo nel suo stesso palazzo. Siccome mi mandano via dalla Francia per colpa sua, volevo almeno conoscerla da vicino e stringerle la mano.
Non mi pare che Ehrenburg manifestasse segni di sorpresa davanti a qualsiasi avvenimento accaduto nel mondo.
Tuttavia, scorsi dalle sue sopracciglia irsute, sotto i ciuffi di capelli canuti e ribelli, uno sguardo abbastanza simile allo stupore.
- Anch'io desideravo conoscerla, Neruda, - mi disse.
- Mi piace la sua poesia. Intanto si mangi questa choucrote all'alsaziana.
Da quel momento diventammo grandi amici. Mi sembra che quello stesso giorno iniziò a tradurre il mio libro España en el corazón. Devo riconoscere che, senza volerlo, la polizia francese mi procurò una delle amicizie più sincere della mia vita, e mi fornì pure il più eminente dei traduttori in lingua russa.
Mi sono sempre considerato una persona di poca importanza, soprattutto per gli affari pratici e per le alte missioni. Per questo, restai a bocca aperta quando m'arrivò un mandato di pagamento bancario. Veniva dal governo spagnolo. Era una gran somma di denaro che copriva le spese generali del congresso, compresi i biglietti dei delegati degli altri continenti. Dozzine di scrittori cominciavano ad arrivare a Parigi.
Ero sconcertato. Che cosa potevo fare con tutti quei soldi? Decisi di assegnare i fondi all'organizzazione che preparava il congresso.
- Non ho neppure visto il denaro che del resto non sarei capace di amministrare, - dissi a Rafael Alberti che in quel momento si trovava di passaggio a Parigi.
- Sei proprio uno stupido, - mi rispose Rafael. - Perdi il tuo posto di console per il tuo appoggio alla Spagna, e hai le scarpe rotte. E non sei capace di assegnarti alcune migliaia di franchi per il lavoro e per le tue spese indispensabili.
Mi guardai le scarpe e mi resi conto che effettivamente erano rotte. Alberti mi regalò un paio di scarpe nuove.
Entro alcune ore saremmo partiti per Madrid con tutti i delegati. Sia Delia, che Amparo González Tuñón, che io stesso, fummo tutti presi dalla ricerca dei documenti necessari agli scrittori che arrivavano da tutte le parti. I visti francesi d'uscita ci riempivano di problemi.
Praticamente c'impadronimmo dell'ufficio di polizia di Parigi in cui venivano concessi quei requisiti comicamente chiamati recipisson. A volte noi stessi applicavamo sui passaporti quel supremo strumento francese che si chiamava tampon.
Fra norvegesi, italiani, argentini, arrivò dal Messico il poeta Octavio Paz, dopo mille avventure di viaggio.
In un certo qual modo mi sentivo orgoglioso di averlo portato. Aveva pubblicato solo un libro che avevo ricevuto due mesi prima e che mi sembrò contenere una vera promessa. Nessuno allora lo conosceva.
Con viso cupo venne a trovarmi il mio vecchio amico Vallejo. Era arrabbiato perché non era stato dato un biglietto a sua moglie, che era insopportabile a tutti gli altri. In breve tempo riuscii a trovare un biglietto anche per lei. Lo consegnammo a Vallejo, ma lui se ne andò cupo com'era arrivato. Doveva avere qualcosa e ci misi alcuni mesi a scoprire questo qualcosa.
L'arcano si riduceva a quanto segue: il mio compatriota Vicente Huidobro era venuto a Parigi per partecipare al congresso. Huidobro e io eravamo in rotta, non ci salutavamo neppure. Huidobro invece era molto amico di Vallejo e approfittò di quei giorni a Parigi per riempire la testa del mio ingenuo compagno di fandonie contro di me. Tutto venne chiarito dopo una conversazione drammatica che ebbi con Vallejo.
Da Parigi non era mai partito un treno pieno di scrittori come quello. Sui marciapiedi ci riconoscevamo o facevamo finta di non conoscerci. Alcuni andarono a dormire; altri fumavano ininterrottamente. Per molti la Spagna era l'enigma e la rivelazione di quell'epoca storica.
Vallejo e Huidobro se ne stavano in qualche scompartimento del treno. André Malraux si fermò un momento a parlare con me, con i suoi tic e l'impermeabile sulle spalle. Stavolta viaggiava solo. Prima l'avevo sempre visto con l'aviatore Corton-Mogliniere, che fu il protagonista principale delle sue avventure nei cieli di Spagna: città perdute e scoperte, o contributo essenziale di aerei per la Repubblica.
Ricordo che il treno si fermò per molto tempo alla frontiera. Sembra che Huidobro avesse smarrito una valigia. Siccome tutti erano occupati, o preoccupati del ritardo, nessuno gli dava retta. Il poeta cileno, in cerca della sua valigia, capitò in un brutto momento nel corridoio dove stava Malraux, capo della spedizione. Malraux, nervoso per natura, e con quel cumulo di problemi sulle spalle, era arrivato al limite. Forse non conosceva Huidobro né di nome né di vista. Quando questi gli si avvicinò protestando per la scomparsa della sua valigia, Malraux perse l'ultimo briciolo di pazienza che gli restava. Lo sentii urlare: «Quando la smetterà di dar fastidio a tutti? Se ne vada! Je vous enmerde!» Assistetti per caso a questo incidente che umiliava la vanità del poeta cileno. In quel momento avrei preferito essere a mille chilometri da lì. Ma la vita è capricciosa. Io ero l'unica persona su quel treno che Huidobro detestasse. E toccava proprio a me, per giunta cileno come lui, e non a chiunque altro dei cento scrittori che viaggiavano, essere l'unico testimone di quel fatto.
Quando il viaggio riprese, e quando ormai era notte e stavamo attraversando terre spagnole, pensai a Huidobro, alla sua valigia e al brutto momento che aveva passato.
Dissi allora ad alcuni giovani scrittori di una repubblica centroamericana che erano venuti nel mio scompartimento: - Andate a trovare anche Huidobro che dev'essere solo e depresso.
Tornarono venti minuti dopo, con il viso allegro.
Huidobro aveva detto loro: «Non parlatemi della valigia smarrita; non ha importanza. La cosa grave è che mentre le università di Chicago, di Berlino, di Copenaghen, di Praga, mi hanno conferito dei titoli onorifici, la piccola università del vostro piccolo paese è l'unica che continua ad ignorarmi. Non mi hanno neppure invitato a tenere una conferenza sul creazionismo».
Decisamente, il mio compatriota e gran poeta era incorreggibile.
Finalmente arrivammo a Madrid. Mentre gli ospiti ricevevano il benvenuto e una sistemazione, volli rivedere la mia casa che avevo lasciata intatta circa un anno prima. I miei libri e le mie cose, tutto era rimasto in quella casa. Era un appartamento nell'edificio chiamato Casa de las flores, all'ingresso della città universitaria.
Le avanguardie franchiste erano arrivate fino ai limiti della città universitaria. Tant'è vero che il blocco d'appartamenti aveva cambiato più volte di mano.
Miguel Hernández, vestito da miliziano, e con il suo fucile, riuscì a trovare un furgone per caricare i miei libri e le masserizie di casa che più m'interessavano.
Salimmo al quinto piano e aprimmo con una certa emozione la porta dell'appartamento. La mitraglia aveva distrutto le finestre e tratti di pareti. I libri erano caduti dagli scaffali. Era impossibile orientarsi fra le macerie.
Mi misi comunque a cercare frettolosamente alcune cose. Curiosamente erano scomparsi gli oggetti più superflui e meno utili; li avevano presi i soldati invasori o quelli difensori. Mentre le pentole, la macchina da cucire, i piatti, erano sparsi qua e là in disordine, ma sopravvivevano, del mio frac consolare, delle mie maschere polinesiane, dei miei coltelli orientali, non restava neppure l'ombra.
- La guerra è capricciosa come i sogni, Miguel.
Miguel trovò qua e là, fra le carte cadute a terra, alcuni originali delle mie opere. Quel disordine era una porta finale che si chiudeva nella mia vita. Dissi a Miguel: - Non voglio portare via niente.
- Niente? Neppure un libro?
- Neppure un libro, - gli risposi.
E tornammo con il furgone vuoto.
***
Le maschere e la guerra.
...La mia casa rimase fra le due fazioni... Da una parte avanzano mori e italiani... Di qua avanzavano, si ritiravano o si attestavano i difensori di Madrid... Dai muri erano entrati colpi d'artiglierìa... Le finestre erano finite in pezzi...
Sul pavimento, fra i miei libri, trovai resti di piombo...
Ma le mie maschere se n'erano andate... Le mie maschere raccolte in Siam, a Bali, a Sumatra, nell'Arcipelago malese, a Bandung... Dorate, cinerìne, color pomodoro, con sopracciglia d'argento, azzurre, infernali, assorte, le mie maschere erano l'unico ricordo di quel primo Oriente cui giunsi solitario e che mi accolse con Usuo odore di tè, di sterco, di oppio, di sudore, di gelsomini intensi, di frangipani, di frutta marcita nelle strade... Quelle maschere, ricordo delle purissime danze, dei balli di fronte al tempio...
Gocce di legno colorate dai miti, restì di quella mitologìa floreale che nell'aria disegnava sogni, costumi, demoni, misteri irreconciliabili con la mia natura americana... E allora...
Forse i miliziani si erano affacciati alle finestre di casa mia con quelle maschere in viso, e avevano spaventato così i mori, fra sparo e sparo... Molte giacquero, lì, a pezzi e insanguinate... Altre rotolarono dal mio quinto piano, strappate da uno sparo... Di fronte a loro s'erano schierati gli avamposti di Franco... Di fronte a loro ululava l'orda analfabeta dei mercenari... Da casa mia trenta maschere di divinità dell'Asia si alzavano nell'ultimo ballo, il ballo della morte... Era un momento di tregua... Le posizioni erano mutate ...Mi sedetti a guardare le spoglie, le macchie di sangue sulla stuoia... E attraverso quelle nuove finestre, attraverso i buchi della mitraglia... Guardai in lontananza, oltre la città universitaria, oltre le pianure, oltre gli antichi castelli ... La Spagna parve vuota ... Mi pare che i mìei ultimi invitati se ne fossero ormai andati per sempre... Con maschere o senza maschere, fra gli spari e le canzoni di guerra, la pazza allegria, l'incredibile difesa, la morte o la vita, tutto era finito per me... Era l'ultimo silenzio dopo la festa... Dopo l'ultima festa... In qualche modo, con le maschere che se n'andarono, con le maschere che caddero, con quei soldati che mai avevo invitato, se n'era andata per me la Spagna...