Quaderno 2
Perduto nella città
Le pensioni
Dopo molti anni di liceo, in cui ogni dicembre incespicai nell'esame di matematica, fui apparentemente pronto ad affrontare l'università, a Santiago del Cile.
Dico apparentemente perché, dentro, la mia testa era piena di libri, di sogni, e di poesie che mi ronzavano come api.
Provvisto di un baule di latta, con l'indispensabile vestito nero del poeta, magrissimo e affilato come un coltello, salii sulla terza classe del treno notturno che impiegava un giorno e una notte interminabili ad arrivare a Santiago.
Questo lungo treno che attraversava regioni e climi differenti e su cui viaggiai tante volte, conserva ancora oggi per me il suo strano incanto. Contadini dal poncho bagnato e con cesti di galline, taciturni mapuches, tante vite si mescolavano nel vagone di terza. Erano parecchi quelli che viaggiavano senza pagare, sotto i sedili. Quando compariva il controllore avveniva una metamorfosi.
Molti sparivano e alcuni si nascondevano sotto un poncho su cui immediatamente due passeggeri facevano finta di giocare a carte, senza che questo tavolo improvvisato richiamasse l'attenzione del controllore.
Intanto il treno passava, dai campi di robbie e araucarie, e dalle case di legno bagnato, ai pioppi del centro del Cile, alle polverose costruzioni di adobe di fango.
Ho fatto più volte quel viaggio di andata e ritorno fra la capitale e la provincia, ma mi sono sempre sentito soffocare quando uscivo dai grandi boschi, dal legno materno. Le case di adobe, le città ricche di passato, mi sembravano piene di ragnatele e di silenzio. Continuo a essere, ancora oggi, un poeta delle intemperie, della gelida selva che da allora ho perduto.
Ero stato raccomandato a una pensione, in calle Maruri 513. Non dimentico questo numero per nessuna ragione.
Mi scordo tutte le date e persino gli anni, ma quel numero 513 mi è rimasto stampato nella testa, in cui lo misi tanti anni fa, per paura di non arrivare mai a quella pensione e smarrirmi nella capitale grandiosa e sconosciuta.
In quella via mi sedevo al balcone a guardare l'agonia di ogni pomeriggio, il cielo imbandierato di verde e carminio, la desolazione dei tetti suburbani della periferia, minacciati dall'incendio del cielo.
La vita di quegli anni alla pensione per studenti era di completa fame. Scrissi molto più di quanto non avessi scritto fino ad allora, ma mangiai molto meno.
Alcuni dei poeti che conobbi in quei giorni soccombettero alle diete rigorose della miseria. Fra questi ricordo un poeta della mia età, ma molto più alto e goffo di me, la cui lirica sottile era piena di essenze ed impregnava ogni luogo in cui venisse ascoltata. Si chiamava Romeo Murga.
Io e Romeo Murga andammo a leggere le nostre poesie a San Bernardo, vicino alla capitale. Prima che facessimo la nostra comparsa sul palcoscenico, tutto si era svolto in un'atmosfera di gran festa: la regina dei Giochi Floreali con il suo séguito bianco e biondo, i discorsi dei notabili del paese ed i complessi vagamente musicali di quel posto; ma quando entrai io e cominciai a recitare i miei versi con la voce più piagnucolosa del mondo, tutto cambiò: il pubblico tossiva, lanciava frizzi e si divertiva un mondo alla mia melanconica poesia.
Vedendo le reazioni di quei barbari, affrettai la lettura e lasciai il posto al mio amico Romeo Murga. Fu una cosa memorabile. Vedendo entrare quel Don Chisciotte di due metri di altezza, dal vestito scuro e logoro, e cominciare la sua lettura con voce ancora più piagnucolosa della mia, il pubblico in massa non poté più trattenere la sua indignazione e cominciò a gridare: - Poeti da fame! Via! Non rovinateci la festa!
Dalla pensione di calle Maruri me ne andai come un mollusco che esce dalla sua conchiglia. Lasciai quel guscio per conoscere il mare, cioè il mondo. Il mare sconosciuto erano le strade di Santiago, appena intraviste mentre camminavo fra la vecchia scuola universitaria e la squallida camera della pensione familiare.
Sapevo che la mia fame arretrata sarebbe aumentata in quest'avventura. Le signore della pensione, lontanamente legate alla mia provincia, mi avevano aiutato a volte con qualche patata o qualche cipolla misericordiosa.
Ma non c'era più rimedio: la vita, l'amore, la gloria, l'emancipazione mi chiamavano. O almeno così mi sembrava.
La mia prima stanza indipendente l'affittai in calle Arguelles, vicino all'istituto di Pedagogia. Su una finestra di quella strada grigia spiccava un cartello: «Si affittano camere». Il padrone di casa occupava le stanze sul davanti. Era un uomo canuto, dal portamento nobile, e dagli occhi che mi parvero strani. Era loquace ed eloquente. Si guadagnava la vita come parrucchiere per signora, occupazione cui non dava importanza. Le sue preoccupazioni, come mi spiegò, riguardavano piuttosto il mondo invisibile, l'aldilà.
Tirai fuori dalla valigia e dal baule che viaggiavano con me da Temuco i libri e i pochi vestiti che avevo, e mi stesi sul letto a leggere e dormire, tutto compreso nella mia indipendenza e nella mia indolenza.
La casa non aveva cortile ma un'ampia veranda coperta su cui si affacciavano innumerevoli stanze chiuse.
La mattina dopo, esplorando i recessi della casa solitaria, osservai che su tutte le pareti e persino nella stanza da bagno spiccavano cartelli che dicevano più o meno la stessa cosa: «Rassègnati. Non puoi comunicare con noi. Sei morta». Avvertimenti inquietanti sparsi in ogni stanza, nella sala da pranzo, nei corridoi, nei salotti.
Era uno di quegli inverni freddi di Santiago del Cile.
L'eredità coloniale della Spagna ha lasciato al mio paese i disagi e il disprezzo per i rigori naturali. (Cinquant'anni dopo quello che sto raccontando, Ilya Ehrenburg mi diceva di non aver mai patito tanto freddo come in Cile, lui che veniva dalle strade innevate di Mosca).
Quell'inverno aveva appannato i vetri. Gli alberi della strada rabbrividivano dal freddo. I cavalli delle vecchie carrozze sbuffavano vapore dalle narici. Era il momento peggiore per vivere in quella casa fra oscure ed insinuanti presenze dell'aldilà.
Il padrone di casa, coiffeur pour dames e occultista, mi spiegò tranquillamente, fissandomi con i suoi occhi da pazzo: - La Charito, mia moglie, è morta quattro mesi fa.
Questo è un momento molto difficile per i morti. Continuano a frequentare gli stessi luoghi in cui sono vissuti.
Noi non li vediamo, ma loro non se ne rendono conto.
Bisogna farglielo sapere perché non ci credano indifferenti e non ne soffrano. Per questo ho messo quei cartelli per la Charito che le faranno capire più facilmente il suo attuale stato di defunta.
Ma l'uomo dalla testa grigia mi credeva forse troppo vivo. Cominciò a controllare quando entravo e quando uscivo, a regolare le mie visite femminili, a spiare i miei libri e la mia corrispondenza. Quando entravo in anticipo in camera mia trovavo l'occultista che esplorava la mia scarsa mobilia, facendo l'inventario delle mie misere proprietà.
In pieno inverno, e facendo capitomboli per le strade ostili, dovetti cercare una nuova sistemazione dove riparare la mia minacciata indipendenza. La trovai a pochi metri da lì, in una lavanderia. Saltava agli occhi che qui la proprietaria non aveva niente a che vedere con l'aldilà. Attraverso cortili freddi, con fontane di acqua stagnante che il muschio acquatico ricopriva di spessi tappeti verdi, si estendevano dei giardini abbandonati.
In fondo c'era una stanza dal soffitto altissimo, con finestre che si aprivano al di sopra dell'architrave delle alte porte, cosa che ai miei occhi aumentava la distanza fra il pavimento e il soffitto. Rimasi in quella casa e in quella stanza.
Noi poeti studenti facevamo una vita stravagante. Io difesi le mie abitudini provinciali lavorando nella mia stanza, scrivendo molte poesie al giorno e bevendo interminabili tazze di tè, che mi preparavo io stesso. Ma fuori dalla mia stanza e lontano dalla mia via, la turbolenza della vita degli scrittori del tempo aveva un suo speciale fascino. I letterati non si ritrovavano al caffè, ma nelle birrerie e nelle taverne. Le conversazioni e i versi andavano e venivano fino all'alba. I miei studi ne cominciavano a risentire.
La società ferroviaria forniva a mio padre, per il suo lavoro all'aria aperta, un mantello di pesante panno grigio che non usò mai. Io lo destinai alla poesia. Tre o quattro altri poeti cominciarono a usare mantelli simili al mio, che passava di mano in mano. Questo abbigliamento suscitava l'ira della brava gente ed anche di alcuni che tanto bravi non erano. Era l'epoca del tango, che arrivava in Cile non solo con i suoi passi e la sua svolazzante «tijera», le sue fisarmoniche ed il suo ritmo, ma anche con un séguito di furfanti che invasero la vita notturna e i luoghi in cui ci riunivamo. Questa gente di malaffare, ballerini e teppisti, scatenavano delle risse contro i nostri mantelli e contro la nostra esistenza. Noi poeti ci battevamo fieramente.
In quei giorni mi guadagnai l'amicizia inaspettata di una vedova indimenticabile dagli immensi occhi azzurri che si velavano teneramente ricordando il marito recentemente scomparso. Questi era stato un giovane romanziere, famoso per la sua bellezza. Insieme avevano formato una memorabile coppia, lei con i suoi capelli color del grano, il corpo perfetto e gli occhi ultramarini, e lui molto alto e atletico. Il romanziere era stato stroncato da una tubercolosi di quelle che chiamavano galoppanti. In séguito ho pensato che anche la bionda compagna abbia fatto la sua parte di Venere galoppante, e che l'epoca prepenicillinica, più la bionda focosa, si siano portate via da questo mondo in un paio di mesi il marito monumentale.
La bella vedova non si era ancora spogliata per me dei suoi abiti scuri, sete nere e violette che la facevano apparire come un candido frutto avvolto in una corteccia di lutto. Questa corteccia scivolò a terra un pomeriggio, là, nella mia stanza, in fondo alla lavanderia, e potei toccare e percorrere l'intero frutto di neve bruciante.
Stava già per consumarsi l'impeto naturale quando la vidi chiudere i suoi occhi sotto i miei esclamando «Oh, Roberto, Roberto!», sospirando e singhiozzando.
(Mi parve un atto liturgico. La vestale invocava il dio scomparso prima di abbandonarsi a un nuovo rito).
Tuttavia, e malgrado la mia giovinezza trascurata, quella vedova mi parve eccessiva. Le sue invocazioni divenivano sempre più pressanti e il suo cuore focoso mi portava lentamente a un annientamento prematuro.
L'amore, a queste dosi, non va d'accordo con la denutrizione.
E la mia denutrizione diveniva ogni giorno più drammatica.
***
La timidezza.
La verità è che vissi molti dei miei primi anni, e forse dei miei secondi e dei miei terzi, come una specie di sordomuto.
Ritualmente vestito di nero sin dalla prima adolescenza, come si vestivano i veri poeti del secolo scorso, avevo la vaga impressione di non essere poi tanto male d'aspetto. Ma, invece di avvicinarmi alle ragazze, sapendo che mi sarei messo a balbettare o sarei arrossito davanti a loro, preferivo scantonare quando le vedevo e allontanarmi mostrando un disinteresse che ero ben lungi dal provare. Erano tutte un gran mistero per me. Io avrei voluto morire bruciato in quel rogo segreto, affogare in quel pozzo di enigmatica profondità, ma non avevo il coraggio di gettarmi nel fuoco o nell'acqua. E siccome non incontravo nessuno che mi desse uno spintone, passavo sull'orlo del loro fascino, senza neppure guardare, e tantomeno sorridere.
Mi succedeva la stessa cosa con gli adulti, gente modesta, impiegati nelle ferrovie o nelle poste e le loro «signore», così chiamate perché la piccola borghesia si scandalizza intimidita di fronte alla parola moglie. Io ascoltavo le conversazioni alla tavola dei miei genitori.
Il giorno dopo però, se per strada m'imbattevo in coloro che la sera precedente avevano cenato a casa mia, non avevo il coraggio di salutarli, e cambiavo persino strada per evitare quel brutto incontro.
La timidezza è una condizione strana dell'anima, una categoria, una dimensione che si apre verso la solitudine.
È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s'irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l'immortalità dell'essere.
La mia piovosa grossolanità, la mia prolungata introversione durò più del necessario. Quando arrivai alla capitale, mi feci a poco a poco degli amici e delle amiche.
Meno importanza mi davano, più facilmente concedevo loro la mia amicizia. In quel tempo non avevo una grande curiosità per il genere umano. Non posso riuscire a conoscere tutte le persone di questo mondo, mi dicevo.
Ma malgrado tutto, in certi ambienti nasceva una pallida curiosità per questo nuovo poeta di poco più di sedici anni, un ragazzo reticente e solitario che si vedeva arrivare ed andarsene senza dire buongiorno e senza accomiatarsi.
Salvo che andavo vestito di un lungo mantello spagnolo che mi dava l'aria di uno spaventapasseri.
Nessuno sospettava che il mio vistoso abbigliamento fosse direttamente prodotto dalla mia miseria.
Fra le persone che mi cercarono c'erano due grandi snob del tempo: Pilo Yáñez e sua moglie Mina. Incarnavano il perfetto esempio del dolce far niente, più lontano di un sogno, in cui mi sarebbe piaciuto vivere. Per la prima volta in vita mia entrai in una casa con riscaldamento, con luci soffuse, comodi divani, pareti foderate di libri il cui dorso multicolore evocava una primavera inaccessibile. Gli Yáñez m'invitarono spesso, gentili e discreti, senza far caso ai miei diversi stadi di mutismo e d'isolamento. Uscivo contento da casa loro, e loro lo notavano e m'invitavano di nuovo.
In quella casa vidi per la prima volta dei quadri cubisti fra cui un Juan Gris. M'informarono che Juan Gris era stato amico di famiglia a Parigi. Ma ciò che più di ogni altra cosa richiamò la mia attenzione fu il pigiama del mio amico. Approfittavo di ogni occasione per dargli una sbirciata con intensa ammirazione. Eravamo in inverno e quello era un pigiama di panno spesso, simile al panno di un biliardo, ma di un azzurro ultramarino.
In quel tempo non concepivo altro colore di pigiama che non fossero le strisce come quelle delle uniformi da carcerati. Quello di Pilo Yáñez era veramente fuori dall'ordinario. Il suo panno pesante ed il suo azzurro splendente suscitavano l'invidia di un poeta povero che viveva nei sobborghi di Santiago. Ma, a onor del vero, in cinquant'anni non ho mai più trovato un pigiama come quello.
Persi di vista gli Yáñez per molti anni. Lei abbandonò il marito, e abbandonò pure le luci soffuse e gli impeccabili divani per l'acrobata di un circo russo che passò da Santiago. In séguito vendette biglietti, dall'Australia alle Isole Britanniche, per collaborare con le esibizioni dell'acrobata che le aveva fatto perdere la testa.
Infine divenne Rosacroce o qualcosa di simile, in una comunità mistica del Sud della Francia.
Quanto a Pilo Yáñez, il marito, cambiò il nome in quello di Juan Emar e con il tempo divenne uno scrittore poderoso e segreto. Fummo amici per tutta la vita.
Silenzioso e gentile ma povero: morì così. I suoi molti libri non sono stati ancora pubblicati, ma la loro germinazione è sicura.
Finirò con Pilo Yáñez o Juan Emar (e tornerò sulla mia timidezza) ricordando che, durante il mio periodo studentesco, il mio amico Pilo s'impegnò a presentarmi a suo padre. «Ti darà la possibilità di fare un viaggio in Europa, vedrai», mi disse. In quel momento tutti i poeti e i pittori latinoamericani avevano gli occhi fissi su Parigi. Il padre di Pilo era una persona molto importante, un senatore. Viveva in una di quelle case enormi e brutte, in una via vicina a plaza de Armas e al palazzo presidenziale, che era senza dubbio il posto in cui avrebbe preferito vivere.
I miei amici rimasero in anticamera, dopo avermi tolto il mantello perché avessi un aspetto più normale. Mi aprirono la porta dello studio del senatore e la chiusero alle mie spalle. Era una sala immensa, forse un tempo era stato un salone da ricevimenti, ma ora era vuota.
Solo in fondo, all'estremità della stanza, sotto una lampada a stelo, distinsi una poltrona e, sopra, il senatore.
Le pagine del giornale che stava leggendo lo nascondevano completamente, come un paravento.
Non appena feci il primo passo sul parquet scuro e criminalmente lucidato a cera, scivolai come uno sciatore.
La mia velocità aumentava vertiginosamente; frenavo per fermarmi ma riuscivo solo a far delle sbandate ed a cadere più volte. La mia ultima caduta fu proprio ai piedi del senatore che ora mi osservava con occhi freddi, senza abbassare il giornale.
Riuscii a sedermi su uno sgabello al suo fianco. Il grand'uomo mi esaminò con uno sguardo da entomologo stanco cui avessero portato un esemplare che conosce già a memoria, un ragnetto inoffensivo. Mi chiese vagamente dei miei progetti. Io dopo la caduta ero ancora più timido e meno eloquente del solito.
Non so che cosa gli dissi. In capo a venti minuti mi porse una mano piccolina in segno di commiato. Mi parve di sentirgli promettere con voce mielata che mi avrebbe fatto avere sue notizie. Poi riprese il suo giornale e io affrontai il ritorno, attraverso il pericoloso parquet, usando tutte quelle precauzioni che avrei dovuto avere per entrare. Naturalmente il senatore, padre del mio amico, non mi fece mai avere alcuna notizia.
D'altra parte, una rivolta militare, certamente stupida e reazionaria, lo fece in séguito saltare dalla sua poltrona insieme al suo interminabile giornale. Mi fece piacere, lo confesso.
***
La Federazione degli Studenti.
A Temuco ero stato il corrispondente della rivista «Claridad», organo della Federazione degli Studenti, e ne vendevo venti o trenta copie fra i miei compagni di liceo. Le notizie che arrivarono a Temuco nel 1920 segnarono la mia generazione con cicatrici sanguinanti.
La «gioventù dorata», figlia dell'oligarchia, aveva assalito e distrutto la sede della Federazione degli Studenti.
La giustizia, che dal colonialismo fino a oggi, è stata al servizio dei ricchi, non incarcerò gli assalitori ma gli assaliti. Domingo Gómez Rojas, giovane speranza della poesia cilena, impazzì e morì in galera sotto le torture.
La ripercussione di questo delitto, nella situazione nazionale di un piccolo paese, fu altrettanto profonda e vasta di quella che avrebbe avuto l'assassinio a Granada di Federico García Lorca.
Quando giunsi a Santiago, nel marzo del 1921, per entrare all'università, la capitale cilena non aveva più di cinquecentomila abitanti. Sapeva di gas e di caffè.
Migliaia di case erano occupate da gente sconosciuta e da cimici. Il trasporto per le strade era svolto da piccoli e sgangherati tram, che si muovevano a fatica con grande fracasso di ferraglia e campanelli. Il tragitto fra l'avenida Independencia e l'altro capo della capitale, vicino alla stazione Centrale, dove si trovava la mia facoltà, era interminabile.
Alla sede della Federazione degli Studenti entravano e uscivano le più famose figure della ribellione studentesca, ideologicamente legata al poderoso movimento anarchico del tempo. Alfredo Demaria, Daniel Schweitzer, Santiago Labarca, Juan Gandulfo, erano i dirigenti di maggiore spicco. Juan Gandulfo era indubbiamente il più formidabile di tutti, temuto per le sue audaci idee politiche e per il suo valore dimostrato in ogni circostanza.
Mi trattava come fossi un bambino, e in realtà lo ero. Una volta che arrivai tardi al suo studio per una visita medica, mi guardò accigliato e mi disse: «Perché non sei venuto in orario? Ci sono altri pazienti che aspettano».
«Non sapevo che ora fosse», gli risposi. «Prendi, così la prossima volta lo saprai», cavò dal panciotto il suo orologio e me lo diede in regalo.
Juan Gandulfo era piccolo di statura, con il viso rotondo e prematuramente calvo. Il suo aspetto era però sempre imponente. Una volta un militare golpista, che aveva la fama di attaccabrighe e di spadaccino, lo sfidò a duello. Gandulfo accettò, in quindici giorni apprese la scherma e lasciò malconcio e spaventatissimo lo sfidante.
In quegli stessi giorni preparò delle incisioni in legno per la copertina e tutte le illustrazioni di Crepusculario, il mio libro, incisioni impressionanti fatte da un uomo che nessuno aveva mai collegato con la creazione artistica.
Nella vita letteraria rivoluzionaria, la figura più importante era Roberto Meza Fuentes, direttore della rivista «Juventud», che apparteneva essa pure alla Federazione degli Studenti, anche se era più antologica e meno spontanea di «Claridad». In quella rivista primeggiavano González Vera e Manuel Rojas, che ai miei occhi erano di una generazione molto più vecchia.
Manuel Rojas era giunto da poco dall'Argentina, dopo molti anni, e ci lasciava sbalorditi con la sua imponente statura e le parole che lasciava cadere con una sorta di disprezzo, di orgoglio o di dignità. Era linotipista.
González Vera l'avevo conosciuto a Temuco, fuggiasco dopo l'assalto della polizia alla Federazione degli Studenti. Venne direttamente a trovarmi dalla stazione ferroviaria che distava pochi passi da casa mia. La sua apparizione fu assolutamente memorabile per un poeta di sedici anni. Non avevo mai visto un uomo tanto pallido. Il suo viso magrissimo sembrava scolpito nell'osso o nell'avorio. Vestiva di nero, un nero sfilacciato alle estremità dei pantaloni e delle maniche, senza che per questo perdesse la sua eleganza. La sua parola mi suonò, fin dal primo momento, ironica e acuta. La sua presenza, in quella notte di pioggia che lo portò a casa mia, senza che prima avessi saputo della sua esistenza, mi commosse, come l'arrivo del nichilista rivoluzionario a casa di Sacha Yegulev, il personaggio di Andreev che la gioventù ribelle latinoamericana prendeva ad esempio.
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Alberto Rojas Jiménez.
Alla rivista «Claridad», cui io partecipai come militante politico e letterario, quasi tutto era diretto da Alberto Rojas Jiménez, che sarebbe divenuto uno dei più cari compagni della mia generazione. Portava un cappello a larghe tese e lunghe basette da aristocratico. Elegante e distinto, malgrado la miseria in cui sembrava danzare come un uccello dorato, riassumeva in sé tutte le qualità del nuovo dandismo: un atteggiamento sdegnoso, una comprensione immediata dei numerosi conflitti e una conoscenza (nonché un desiderio) allegra di tutte le cose vitali. Libri e ragazze, bottiglie e barche, itinerari e arcipelaghi: conosceva e utilizzava tutto fin nei suoi più piccoli gesti. Si muoveva nel mondo letterario con un'aria di sufficienza da mascalzone impenitente, da dissipatore professionista del suo talento e del suo fascino.
Le sue cravatte erano sempre splendidi esemplari di opulenza, fra la miseria generale. Cambiava continuamente casa e città, e in questo modo la sua sfrenata allegria, la sua sregolatezza ostinata e spontanea, allietavano per alcune settimane gli abitanti sorpresi di Rancagua, di Curicó, di Valdivia, di Concepción, di Valparaíso. Se ne andava com'era arrivato, lasciando versi, disegni, cravatte, amore ed amicizia dovunque fosse stato. Aveva un'idiosincrasia da principe delle favole, una generosità inverosimile, e quindi regalava tutto, il cappello, la camicia, la giacca e persino le scarpe. Quando non gli rimaneva nulla di materiale, scriveva sul foglio una frase, un verso o qualsiasi graziosa trovata, e con un gesto magnanimo te l'offriva partendo, come se ti lasciasse fra le mani un gioiello inestimabile.
Scriveva i suoi versi all'ultima moda, seguendo gli insegnamenti di Apollinaire e del gruppo ultraista spagnolo.
Aveva fondato una nuova scuola poetica dal nome di «Agu» che, secondo lui, era il grido primordiale dell'uomo, il primo verso del neonato.
Rojas Jiménez c'impose piccole mode nell'abbigliamento, nel modo di fumare, nella calligrafia. Prendendosi, con infinita delicatezza, gioco di me, mi aiutò a liberarmi dal mio tono cupo. Non mi ha mai contagiato con la sua aria scettica, né con il suo torrenziale alcolismo, ma ancora oggi ricordo con intensa emozione il suo volto che illuminava tutto, che faceva volare dovunque la bellezza, come se animasse una farfalla nascosta.
Da don Miguel de Unamuno aveva imparato a fare uccelli di carta. Ne costruiva uno dal lungo collo e dalle ali distese su cui poi soffiava. Diceva che gli trasmetteva «l'impulso vitale». Scopriva poeti di Francia, bottiglie oscure sepolte nelle cantine, inviava lettere d'amore alle eroine di Francis Jammes.
I suoi bei versi gli si gualcivano in tasca, senza che siano mai stati, fino a oggi, pubblicati.
La sua esuberante personalità richiamava talmente l'attenzione che un giorno, in un caffè, gli si avvicinò uno sconosciuto che gli disse: «Signore, l'ho ascoltata parlare ed ho provato una gran simpatia per lei. Posso chiederle una cosa?» «E che mai?», gli rispose con freddezza Rojas Jiménez. «Che mi permetta di saltarla», disse lo sconosciuto. «Ma come? - rispose il poeta. - Lei è così forte da essere capace di saltarmi qui, seduto a questa tavola?» «No signore, - rispose con voce umile lo sconosciuto. - Desidero saltarla più tardi, quando lei se ne starà ormai tranquillo nella sua bara. È il mio modo di rendere omaggio alle persone interessanti che ho conosciuto in vita mia: saltarli, se me lo permettono, dopo morti. Sono un uomo solitario e questo è il mio unico hobby». E tirando fuori un'agenda gli disse: «Ho qui l'elenco delle persone che ho già saltato». Rojas Jiménez accettò, pazzo di allegria, quella strana proposta.
Alcuni anni dopo, nell'inverno più piovoso che io ricordi, Rojas Jiménez moriva. Aveva, come di consueto, lasciato la sua giacca in un bar del centro di Santiago.
In maniche di camicia, in quell'inverno antartico, attraversò la città per recarsi alla Quinta Normal, a casa della sorella Rosita. Due giorni dopo una broncopolmonite si portò via da questo mondo uno degli esseri più affascinanti che abbia mai conosciuto. Il poeta se ne andò volando con i suoi uccelli di carta per il cielo e sotto la pioggia.
Ma quella notte gli amici che lo vegliarono ricevettero una visita insolita. La pioggia torrenziale cadeva sui tetti, i lampi e il vento illuminavano e scuotevano i grandi platani della Quinta Normal, quando la porta si aprì ed entrò un uomo a lutto stretto e inzuppato dalla pioggia.
Non lo conosceva nessuno. Di fronte agli amici che la vegliavano, lo sconosciuto prese la rincorsa e saltò la bara. Poi, senza dire una parola, se ne andò improvvisamente com'era venuto, scomparendo nella pioggia e nella notte. Fu così che la sorprendente vita di Alberto Rojas Jiménez fu suggellata da un rito misterioso che nessuno può ancora spiegarsi.
Io ero appena arrivato in Spagna quando ricevetti la notizia della sua morte. Raramente ho provato un dolore così intenso. Fu a Barcellona. Cominciai immediatamente a scrivere la mia elegia «Alberto Rojas Jiménez viene volando» che fu in séguito pubblicata dalla «Revista de Occidente».
Dovevo però compiere qualcosa di rituale per accomiatarmi da lui. Era morto tanto lontano, in Cile, in giorni di pioggia tremenda che avevano allagato il cimitero.
Il non poter essere accanto alle sue spoglie, il non poterlo accompagnare nell'ultimo viaggio, mi fece pensare a una cerimonia. Andai dal mio amico pittore Isaías Cabezón e ci recammo insieme alla meravigliosa basilica di Santa Maria del Mar. Comprammo due immensi ceri, alti quasi quanto un uomo, ed entrammo nella penombra di quello strano tempio. Infatti Santa Maria del Mar era la cattedrale dei naviganti. Pescatori e marinai la costruirono pietra su pietra molti secoli fa. Poi fu decorata con migliaia di ex voto; barchette di ogni forma e dimensione tappezzavano interamente le pareti e i soffitti della meravigliosa basilica. Mi accorsi che quello era il grande teatro per il poeta scomparso, il posto che avrebbe preferito se l'avesse conosciuto.
Facemmo accendere i giganteschi ceri al centro della basilica accanto alle nubi del soffitto istoriato, e io e il mio amico pittore, seduti nella chiesa vuota, con accanto una bottiglia di vino verde ciascuno, pensammo che quella cerimonia silenziosa, malgrado il nostro agnosticismo, ci avvicinasse in qualche modo misterioso al nostro amico morto. I ceri, che ardevano nel punto più alto della basilica vuota, erano qualcosa di vivo e di brillante, come se dall'ombra e fra gli ex voto i due occhi di quel poeta pazzo, il cui cuore si era spento per sempre, ci stessero fissando.
***
Pazzi d'inverno.
A proposito di Rojas Jiménez dirò che la pazzia, una certa pazzia, va molte volte a braccetto con la poesia. E come alle persone più ragionevoli costerebbe molto essere poeti, così forse ai poeti costa molto essere ragionevoli.
La ragione però ha la meglio ed è la ragione, base della giustizia, che deve governare il mondo. Miguel de Unamuno, che amava molto il Cile, una volta disse: «Questo motto proprio non mi piace. Che cos'è questo per ragione o per forza? Per ragione e sempre per ragione».
Fra i poeti pazzi che ho conosciuto un tempo parlerò di Alberto Valdivia. Il poeta Alberto Valdivia era uno degli uomini più magri del mondo ed era tanto emaciato che pareva essere fatto solo d'ossa, con una superba chioma grigia e un paio di occhiali a stanghetta che coprivano i suoi occhi miopi, dallo sguardo distante. Lo chiamavano «il cadavere Valdivia».
Entrava e usciva silenziosamente in bar e riunioni, in caffè e concerti, senza far rumore e con un misterioso pacco di giornali sotto il braccio. «Caro cadavere», gli dicevamo noi suoi amici, abbracciando il suo corpo inconsistente con la sensazione di abbracciare una corrente d'aria.
Scrisse versi preziosi, pieni di sentimento sottile, di intensa dolcezza. Versi come questi:
Tutto se ne andrà, la sera, il sole, la vita: sarà il trionfo del male, l'irreparabile.
Solo tu resterai, inseparabile sorella del tramonto della mia vita.
Era un vero poeta colui che chiamavamo «il cadavere Valdivia», e lo chiamavamo così, con affetto. Gli dicevamo spesso: «Cadavere, rimani a mangiare con noi».
Non se la prese mai a male per il nostro nomignolo. A volte, sulle sue sottilissime labbra, aleggiava l'ombra di un sorriso. Le sue frasi erano misurate, ma piene di sottintesi.
Divenne un rito portarlo tutti gli anni al cimitero.
La notte prima del 1º novembre gli offrivamo una cena sontuosa quanto potevano permettere le tasche della nostra giovinezza studentesca e letteraria. Il nostro «cadavere» occupava il posto d'onore. A mezzanotte in punto la tavolata si levava e ce ne andavamo in allegra processione fino al cimitero. Nel silenzio notturno veniva pronunciato un discorso che celebrava il poeta «defunto».
Poi, ognuno di noi si accomiatava da lui con solennità e ce ne andavamo lasciandolo completamente solo sulla porta del camposanto. Il «cadavere Valdivia» aveva ormai accettato questa tradizione, in cui non c'era alcunché di crudele, perché fino all'ultimo momento lui stesso partecipava allo scherzo. Prima di andarcene gli davamo un po' di soldi perché si mangiasse un panino nel loculo.
Nessuno si sorprendeva che dopo due o tre giorni il poeta cadavere entrasse di nuovo silenziosamente in caffè e riunioni. La sua tranquillità era assicurata fino al prossimo 1º novembre.
A Buenos Aires conobbi uno scrittore argentino molto eccentrico che si chiamava o si chiama Omar Vignole.
Non so se è ancora vivo. Era un uomo grande e robusto, con un grosso bastone in mano. Una volta, in un ristorante del centro in cui mi aveva invitato a mangiare, quand'eravamo già vicini alla tavola, mi si rivolse con un gesto di cortesia e disse con voce stentorea che si udì in tutta la sala piena di clienti: «Siediti, Omar Vignole».
Io mi misi a sedere con un certo imbarazzo e gli chiesi immediatamente: «Perché mi chiami Omar Vignole, se Omar Vignole sei tu e io sono Pablo Neruda?» «Sì, - mi rispose, - ma in questo ristorante ci sono molti che mi conoscono solo di nome e siccome parecchi di loro vorrebbero prendermi a bastonate, preferisco che le bastonate le diano a te».
Questo Vignole era stato agronomo in una provincia argentina e di là si portò una vacca con cui strinse una viscerale amicizia. Passeggiava per tutta Buenos Aires con la sua vacca, tirandola con una corda. In quel periodo pubblicò alcuni libri che avevano sempre titoli allusivi: Lo que piensa la vaca, Mi vaca y yo, eccetera, eccetera.
Quando a Buenos Aires si riunì per la prima volta il congresso del Pen Club mondiale, gli scrittori, presieduti da Victoria Ocampo, tremavano all'idea che Vignole e la sua vacca venissero al congresso. Spiegarono alle autorità il pericolo che li minacciava e la polizia presidiò le strade attorno all'Hotel Plaza per impedire che nella lussuosa sala dove si teneva il congresso comparisse il mio eccentrico amico con il suo ruminante. Ma fu tutto inutile. Quando la festa era al culmine, e gli scrittori stavano esaminando il rapporto fra il mondo classico dei greci e il senso moderno della storia, il grande Vignole irruppe nella sala delle conferenze con l'inseparabile vacca, la quale per giunta cominciò a muggire come se volesse prender parte al dibattito. L'aveva portata nel centro della città dentro un enorme furgone chiuso che eluse la vigilanza poliziesca.
Di questo stesso Vignole racconterò che una volta sfidò un lottatore di catch. L'atleta accettò la sfida e arrivò la sera dell'incontro in un Luna Park strapieno.
Il mio amico comparve puntualmente con la sua vacca, la legò in un angolo del quadrilatero, si tolse il suo elegantissimo accappatoio e affrontò «lo Strangolatore di Calcutta».
Ma in quell'occasione la vacca non servì a niente, come a niente servì il fastoso abbigliamento del poeta lottatore.
«Lo Strangolatore di Calcutta» si gettò su Vignole ed in quattro e quattr'otto ne fece polpette e, non contento, in segno di umiliazione, gli calcò un piede sulla sua gola da toro letterario, tra i fischi terribili di un pubblico inferocito che esigeva la continuazione del combattimento.
Pochi mesi dopo pubblicò un nuovo libro: Conversaciones con la vaca. Non dimenticherò mai l'originalissima dedica che campeggiava sulla prima pagina dell'opera.
Diceva press'a poco così: «Dedico questo libro filosofico ai quarantamila figli di puttana che mi fischiavano e volevano vedermi morto al Luna Park la sera del 24 febbraio».
A Parigi, prima dell'ultima guerra, conobbi il pittore Alvaro Guevara, che in Europa fu sempre conosciuto con il nome di Chile Guevara. Un giorno mi telefonò chiedendo di parlare urgentemente con me. «È un affare della massima importanza», mi disse.
Io venivo dalla Spagna e la nostra lotta di allora era contro il Nixon di quell'epoca, che si chiamava Hitler.
La mia casa a Madrid era stata bombardata e avevo visto uomini, donne e bambini dilaniati dai bombardieri.
La guerra mondiale era ormai alle porte. Insieme ad altri scrittori ci mettemmo a combattere il fascismo a nostro modo: con i nostri libri che esortavano a rendersi conto del grave pericolo.
Il mio compatriota si era tenuto al margine di questa lotta. Era un uomo taciturno e un pittore molto operoso, pieno di lavoro. Ma la situazione era esplosiva. Quando le grandi potenze ostacolarono l'invio di armi ai repubblicani spagnoli perché si difendessero, e quando poi a Monaco aprirono le porte all'esercito hitleriano, la guerra era ormai solo questione di tempo.
Accorsi all'appello del Chile Guevara. Era davvero una cosa molto importante ciò che voleva comunicarmi.
- Di che si tratta? - gli dissi.
- Non c'è tempo da perdere, - mi rispose. - Non hai ragione di essere antifascista. Non bisogna essere antiniente.
Bisogna andare al nòcciolo della questione e io questo nòcciolo l'ho scoperto. E te lo voglio dire subito perché tu lasci perdere i tuoi congressi antinazisti e ti metta di buzzo buono al lavoro. Non c'è tempo da perdere.
- Bene, dimmi di che si tratta. Vedi, Alvaro, ho pochissimo tempo libero.
- Vedi, Pablo, il mio pensiero è espresso in un'opera teatrale, in tre atti. L'ho portata con me per leggertela, - e con le sue folte sopracciglia, da vecchio pugile, mi guardava fissamente mentre tirava fuori un voluminoso manoscritto.
Preso dal terrore e prendendo a pretesto la mia mancanza di tempo, lo convinsi a spiegarmi verbalmente le idee con cui pensava di salvare l'umanità.
- È l'uovo di Colombo, - mi disse. - Adesso ti spiego.
Quante patate nascono per ogni patata che si pianta?
- Bah, saranno quattro, cinque, - dissi tanto per dire qualcosa.
- Molte di più, - rispose. - A volte quaranta, a volte più di cento. Immagina che ognuno pianti una patata, in giardino, sul balcone, dove càpita. Quanti abitanti ha il Cile? Otto milioni. Otto milioni di patate piantate. Moltiplica, Pablo, per quattro, per cento.
Basta con la fame, basta con la guerra. Quanti abitanti ha la Cina? Cinquecento milioni, vero? Ogni cinese pianta una patata. Da ogni patata ne nascono quaranta.
Cinquecento milioni per quaranta patate. L'umanità è salva.
Quando i nazisti entrarono a Parigi non tennero in conto questa idea salvatrice: l'uovo di Colombo, o meglio, la patata di Colombo. Una notte di freddo e nebbia arrestarono nella sua casa di Parigi Alvaro Guevara.
Lo portarono in un campo di concentramento e lo tennero prigioniero, con un tatuaggio al braccio, fino alla fine della guerra. Divenuto ormai uno scheletro umano, uscì dall'inferno, ma non poté più riprendersi.
Venne un'ultima volta in Cile, come per accomiatarsi dalla sua terra, dandole un bacio finale, un bacio da sonnambulo, e se ne tornò in Francia, dove finì di morire.
Gran pittore, caro amico, Chile Guevara, voglio dirti una cosa. So che sei morto, e che non ti è servita a niente l'apoliticità della patata. So che ti hanno ucciso i nazisti. Ma nel giugno dell'anno scorso sono entrato alla National Gallery. Andavo solo per vedere i quadri di Turner, ma prima di arrivare alla sala grande mi sono imbattuto in un quadro impressionante: un quadro che per me era bello come i Turner, una pittura abbagliante.
Era il ritratto di una dama, una dama famosa: si chiamava Edith Sitwell. E questo quadro era una sua opera, l'unica di un pittore latinoamericano che abbia mai avuto il privilegio di stare accanto ai capolavori di quel gran museo di Londra.
Non m'importa il luogo, e neppure l'onore, e in fondo m'importa pochissimo persino di quel bel quadro.
Quello che m'importa è che non ci siamo conosciuti di più, capiti di più, e che abbiamo incrociato le nostre vite senza intenderci, per colpa di una patata.
Io sono stato un uomo troppo semplice: è il mio onore e la mia vergogna. Mi sono unito alla farandola dei miei compagni e ho invidiato i loro pennacchi variopinti, i loro atteggiamenti satanici, i loro uccelli di carta e persino quelle vacche che hanno forse un qualche misterioso rapporto con la letteratura. Mi sembra comunque di non essere nato per condannare, ma per amare.
Persino i detrattori di mestiere che mi attaccano, coloro che si mettono in mucchio per cavarmi gli occhi e che in precedenza si erano nutriti della mia poesia, meritano almeno il mio silenzio. Non ho mai avuto paura di contagiarmi penetrando nella massa dei miei nemici, perché gli unici nemici che ho sono i nemici del popolo.
Apollinaire disse: «Pietà per noi che esploriamo le frontiere dell'irreale», cito a memoria, pensando a quanto ho finito di raccontare, racconti di gente stravagante, ma non per questo meno amata, incomprensibile, ma non per questo di meno valore.
***
Grandi affari.
Noi poeti abbiamo sempre pensato di avere grandi idee per arricchirci, di essere geni nel progettare affari, anche se geni incompresi. Ricordo che spinto da una di quelle fortunate combinazioni vendetti al mio editore in Cile, nel 1924, la proprietà del mio libro Crepusculario, e non per un'edizione, ma per l'eternità. Pensai che con quella vendita mi sarei arricchito e firmai il contratto davanti al notaio. Il tizio mi pagò cinquecento pesos, che in quell'epoca erano poco meno di cinque dollari.
Rojas Jiménez, Alvaro Hinojosa, Homero Arce, mi aspettavano alla porta dello studio del notaio per offrirci tutti quanti un bel banchetto in onore di questo successo commerciale. E infatti pranzammo nel miglior ristorante dell'epoca, La Bahia, con vini sontuosi, sigari e liquori.
Ci eravamo in precedenza fatti lucidare le scarpe che brillavano come specchi. Il ristorante, quattro lustrascarpe ed un editore fecero un buon affare con quel contratto.
Ma la prosperità non toccò il poeta.
Chi diceva di avere un occhio d'aquila per ogni tipo d'affari era Alvaro Hinojosa. C'impressionava con i suoi piani grandiosi, che, una volta messi in pratica, avrebbero dovuto farci piovere un mucchio di soldi sulla testa.
Per noi, scalcinati bohémien, la sua padronanza dell'inglese, la sua sigaretta di tabacco biondo, i suoi anni di università a New York, erano una garanzia del pragmatismo del suo gran cervello commerciale.
Un giorno m'invitò a un colloquio confidenziale per rendermi partecipe e socio di un formidabile progetto che avrebbe dovuto portarci all'arricchimento immediato.
Io sarei stato suo socio al cinquanta per cento se solo avessi investito i pochi pesos che avrei dovuto riscuotere da qualche parte. Il resto ce l'avrebbe messo lui. Quel giorno ci sentivamo capitalisti, senza Dio né legge, decisi a tutto.
- Di che merce si tratta? - domandai timidamente al re incompreso delle finanze.
Alvaro chiuse gli occhi, gettò una boccata di fumo che si ruppe in una serie di piccoli anelli, poi finalmente rispose con voce circospetta: - Pelli!
- Pelli? - ripetei sconcertato.
- Di lupo di mare. Per essere precisi, di lupo marino d'un solo pelo.
Non osai indagare su ulteriori particolari. Ignoravo che le foche, o lupi marini, potessero essere d'un solo pelo.
Quando li osservai su uno scoglio, sulle spiagge del Sud, vidi che avevano una pelle lucente che brillava al sole, senza scorgere ombra alcuna di pelame sul loro ventre indolente.
Riscossi i miei averi con la velocità del fulmine, senza pagare ciò che dovevo d'affitto, né la rata del sarto, né il conto del calzolaio, e deposi la mia quota monetaria nelle mani del mio socio finanziario.
Andammo a vedere le pelli. Alvaro le aveva acquistate da una sua zia, che viveva nel Sud ed era padrona di numerose isole improduttive. Su quegli isolotti desolati e rocciosi i lupi marini erano soliti celebrare le loro cerimonie erotiche. Ora stavano di fronte ai miei occhi, in grandi involti di pelli gialle, perforate dalle carabine dei servitori della zia malvagia. Nel magazzino che Alvaro aveva affittato per far colpo sui presunti clienti i pacchi di pelli arrivavano fino al soffitto.
- Che cosa faremo con questa enormità, con questa montagna di pelli? - gli chiesi timidamente.
- Tutti hanno bisogno di pelli di questo tipo.
Vedrai -. E uscimmo dal magazzino, Alvaro sprizzando scintille d'energia, e io a testa bassa e in silenzio.
Alvaro andava di qua e di là con una cartella, fatta con una delle nostre autentiche pelli di «lupo marino d'un solo pelo», cartella che riempì di fogli in bianco per dargli un'apparenza commerciale. I nostri ultimi centesimi sfumarono in annunci sul giornale. Bastava che un magnate interessato e comprensivo li leggesse, ed era fatta.
Saremmo diventati ricchi. Alvaro, un vero damerino, voleva farsi una mezza dozzina di vestiti di stoffa inglese.
Io, molto più modesto, fra i miei sogni da realizzare accarezzavo quello di comprare un buon pennello da barba, perché quello che avevo stava andando incontro a un'inaccettabile calvizie.
Finalmente si presentò il cliente. Era un sellaio, dal corpo robusto, basso di statura, con occhi impassibili, assai parco di parole, e con una certa ostentazione di franchezza che a mio parere rasentava la scortesia. Alvaro lo ricevette con aria di sufficienza e gli fissò un appuntamento, tre giorni dopo, per mostrargli la nostra favolosa merce.
In quei tre giorni Alvaro comprò delle splendide sigarette inglesi e alcuni sigari cubani «Romeo e Giulietta» che, quando giunse l'ora dell'appuntamento con l'interessato, infilò, in modo che si vedessero, nel taschino della giacca. Per terra avevamo sparpagliato le pelli in migliore stato.
L'uomo arrivò puntuale all'appuntamento. Non si tolse il cappello e ci salutò appena con un grugnito. Gettò distrattamente una rapida occhiata alle pelli stese sul pavimento.
Poi passò i suoi astuti occhi d'acciaio sugli scaffali stracarichi. Sollevò una mano grassoccia e un'unghia dubbiosa per indicare un pacco di pelli, uno di quelli che erano più in alto e più lontani. Proprio dove io avevo cacciato le pelli peggiori.
Alvaro approfittò di quel momento critico per offrire uno dei suoi autentici sigari cubani. Il mercante lo prese rapidamente, gli diede un morso in punta e se lo ficcò ben dritto fra i denti. Ma continuò imperturbabile a indicare il pacco che desiderava ispezionare.
Non c'era altro da fare che mostrarglielo. Il mio socio si arrampicò sulla scala e, sorridendo come un condannato a morte, scese col grosso involto. Il cliente, interrompendosi per tirare boccate su boccate di fumo dal sigaro di Alvaro, esaminò una per una tutte le pelli del pacco.
L'uomo prendeva una pelle, la stropicciava, la rivoltava, la buttava via per poi passare a un'altra che, a sua volta, veniva tastata, lisciata, annusata e lasciata cadere.
Quando ebbe finito il suo esame passò di nuovo il suo sguardo da avvoltoio sulle scansie piene delle nostre pelli di lupo marino d'un solo pelo e infine fissò i suoi occhi dritto negli occhi del mio socio ed esperto d'affari.
Il momento era emozionante.
Allora disse con voce ferma e secca una frase immortale, almeno per noi: - Signori miei, io non mi sposo con queste pelli, - e se ne andò per sempre, col cappello in testa com'era entrato, fumando il superbo sigaro di Alvaro, senza salutare, uccisore implacabile di tutti i nostri sogni milionari.
***
I mìei primi libri.
Mi rifugiai nella poesia con la ferocia del timido. Su Santiago prendevano il volo le nuove scuole letterarie.
In calle Maruri al 513 terminai di scrivere il mio primo libro. Scrivevo due, tre, quattro, cinque poesie al giorno.
Alla sera, quando il sole tramontava, davanti al balcone si svolgeva uno spettacolo quotidiano, che io non perdevo per nulla al mondo. Era il tramonto del sole con grandioso accumularsi di colori, con zone di luce, ventagli immensi d'arancione e di scarlatto. Il capitolo centrale del mio libro si chiama Los crepúsculos de Maruri.
Nessuno mi ha mai chiesto che cosa sia questo Maruri.
Forse qualcuno saprà che è quell'umile strada visitata dai più straordinari crepuscoli.
Quel mio primo libro Crepusculario fu pubblicato nel 1923. Per pagare la stampa ebbi ogni giorno difficoltà e vittorie. I miei pochi mobili furono venduti. L'orologio che mio padre mi aveva regalato solennemente e su cui aveva fatto dipingere due bandierine incrociate, finì, in men che non si dica, al banco dei pegni. All'orologio seguì il mio vestito nero da poeta. Lo stampatore era inesorabile ed alla fine, quando l'edizione era pronta e i libri rilegati, mi disse con aria sinistra: «No. Non si prenderà neppure una copia del suo libro se prima non me l'avrà pagato tutto». Il critico Alone anticipò generosamente gli ultimi pesos che furono inghiottiti dalle fauci dello stampatore; e uscii in strada con i libri in spalla, le scarpe rotte, e pazzo d'allegria.
Il mio primo libro! Ho sempre sostenuto che l'opera dello scrittore non è né misteriosa né tragica, ma che, almeno quella del poeta, è un'opera personale, di pubblica utilità. Ciò che è più simile alla poesia è un pane o un piatto di terracotta, o un legno teneramente intagliato, non importa se da mani maldestre. Credo però che nessun artigiano possa avere, come l'ha il poeta, per una sola volta nella vita, questa inebriante sensazione del primo oggetto creato con le proprie mani, con il disorientamento ancora palpitante dei propri sogni. È un momento che non tornerà mai più. Ci saranno molte altre edizioni più curate e più belle. Le sue parole verranno travasate nel calice di altre lingue come un vino che canti e profumi in altri luoghi della terra. Ma quell'attimo in cui il primo libro esce fresco di stampa e tenero di carta, quell'attimo affascinante ed inebriante, con suono d'ali che battono e di primo fiore che s'apre sulla vetta conquistata, quell'attimo è presente una sola volta nella vita del poeta.
Una delle mie poesie sembrò staccarsi da quel libro infantile ed andare per la propria strada: è «Farewell» che ancora oggi molta gente che incontro sa a memoria. Nei posti più inaspettati me la recitavano a memoria, o mi chiedevano di recitarla. E per quanto mi desse fastidio, appena presentato in una riunione, una ragazza cominciava ad intonare quei versi ossessionanti e persino dei ministri, a volte, mi ricevevano mettendosi sull'attenti davanti a me e sciorinandomi la prima strofa.
Anni dopo, Federico García Lorca, in Spagna, mi raccontava che gli accadeva la stessa cosa con la sua poesia «La casada infiel». La maggior prova di amicizia che Federico poteva dare era ripetere per qualcuno la sua popolarissima e bella poesia. C'è un'allergia verso il successo statico di una sola delle nostre opere. Ed è un sentimento sano e persino biologico. Una tale imposizione dei lettori pretende di immobilizzare il poeta in un solo attimo, mentre invece la creazione è una ruota costante che gira con maggiore esperienza e maggiore coscienza, anche se forse con meno freschezza e meno spontaneità.
Ormai andavo lasciando indietro Crepuscularìo. Tremende inquietudini agitavano la mia poesia. In rapidi viaggi al Sud rinnovavo le mie forze. Nel 1923 ebbi una curiosa esperienza. Ero tornato a casa mia, a Temuco.
Era oltre mezzanotte. Prima di coricarmi aprii la finestra della mia stanza. Il cielo mi abbagliò. Tutto il cielo viveva, popolato da una moltitudine di stelle. La notte era appena levata e le stelle antartiche si spiegavano sulla mia testa.
Mi prese un'ebbrezza di stelle, celeste, cosmica. Corsi al mio tavolo e scrissi in modo delirante, come se ricevessi un dettato, la prima poesia di un libro che avrebbe avuto molti titoli e che si sarebbe alla fine chiamato El hondero entusiasta. Mi muovevo come nuotando nelle mie vere acque.
Il giorno dopo lessi pieno di gioia il mio poema notturno.
In séguito, quando arrivai a Santiago, il mago Alirio Oyarzun ascoltò pieno di ammirazione quei miei versi. Poi, con la sua voce profonda, mi chiese: - Sei sicuro che questi versi non risentano dell'influenza di Sabat Ercasty?
- Sono sicuro di no. Li ho scritti di getto, quasi fuori di me.
Allora spedii la mia poesia allo stesso Sabat Ercasty, un grande poeta Uruguayano, oggi ingiustamente dimenticato.
In quel poeta io avevo visto realizzata la mia ambizione di una poesia che inglobasse non solo l'uomo ma anche la natura, le forze nascoste; una poesia epopeica che affrontasse il gran mistero dell'universo e anche le possibilità dell'uomo. Entrai in corrispondenza con lui. E mentre io continuavo e maturavo la mia opera, leggevo con molta attenzione le lettere che Sabat Ercasty dedicava ad un così sconosciuto e giovane poeta.
Mandai il poema di quella notte a Sabat Ercasty, a Montevideo, e gli chiesi se esso risentisse o no dell'influenza della sua poesia. Mi rispose quasi subito con una nobile lettera: «Raramente ho letto una poesia così riuscita, così magnifica, ma devo dirglielo: sì, c'è qualcosa di Sabat Ercasty nei suoi versi».
Fu un colpo notturno, di chiarezza, di cui sono ancora oggi riconoscente. Stetti per molti giorni con quella lettera che mi si spiegazzava in tasca fino a sbriciolarsi.
Erano in gioco molte cose. Mi ossessionava soprattutto lo sterile delirio di quella notte. Invano ero caduto in quella sommersione di stelle, invano mi s'era rovesciata sui sensi quella tempesta australe. Ero disorientato.
Dovevo diffidare dell'ispirazione. La ragione doveva guidarmi passo a passo per i piccoli sentieri.
Dovevo imparare a essere modesto. Distrussi molti originali, ne misi da parte altri. Solo dieci anni dopo questi ultimi sarebbero ricomparsi per essere pubblicati.
Con la lettera di Sabat Ercasty finì la mia ambizione ciclica di una poesia ampia, chiusi la porta ad un'eloquenza che mi sarebbe stato impossibile seguire, ridussi deliberatamente il mio stile e la mia espressione. Cercando le mie più semplici reazioni, il mio mondo armonico, incominciai a scrivere un altro libro d'amore.
Il risultato furono i Veinte Poemas.
I Veinte Poemas de Amor y una Canción desesperada sono un libro doloroso e bucolico che racchiude le mie più tormentate passioni adolescenziali, mescolate con la natura travolgente del Sud della mia patria. È un libro che amo perché malgrado la sua acuta malinconia vi è in esso il godimento dell'esistenza. Mi aiutò molto a scriverlo un fiume e la sua foce: il Río Imperial. I Veinte Poemas sono la romanza di Santiago, con le sue strade studentesche, l'università e l'odore di caprifoglio dell'amore condiviso.
I brani di Santiago furono scritti fra la calle Echaurren e l'avenida di Spagna e dentro l'antico edificio dell'istituto pedagogico, ma il panorama è sempre quello delle acque e degli alberi del Sud. I moli della Canción desesperada sono i vecchi moli di Carahue e di Bajo Imperial; le loro tavole rotte ed i pali come monconi battuti dall'ampio fiume; lo svolazzare dei gabbiani che vi si sente e che si continua a sentire in quella foce.
In una lunga e affusolata scialuppa, abbandonata da non so quale vascello naufragato, lessi per intero il Juan Cristóbal e scrissi la Canción desesperada. Sulla mia testa il cielo era di un azzurro violento quale non ne ho più visto un altro. Io scrivevo sulla scialuppa, nascosto. Credo di non essere mai più stato tanto alto e tanto profondo come in quei giorni. Sopra, il cielo azzurro impenetrabile.
Fra le mani, il Juan Cristóbal o i versi nascenti del mio poema. Accanto a me tutto ciò che è esistito e ha sempre continuato a esistere nella mia poesia: il rumore lontano del mare, il grido degli uccelli selvatici, e l'amore che arde senza consumarsi come un rovo immortale.
Mi hanno sempre domandato chi sia la donna dei Veinte Poemas, una domanda cui è difficile rispondere.
Le due o tre che s'intrecciano in questa melanconica e ardente poesia corrispondono, diciamo, a Marisol e a Marisombra. Marisol è l'idillio della provincia incantata con immense stelle notturne ed occhi scuri come il cielo bagnato di Temuco. È presente con la sua allegria e la sua vivace bellezza in quasi tutte le pagine, circondata dalle acque del porto e dalla mezzaluna sulle montagne.
Marisombra è la studentessa della capitale.
Basco grigio, occhi dolcissimi, il continuo profumo di caprifoglio dell'errante amore studentesco, l'appagamento fisico degli appassionati incontri nei nascondigli della città.
Intanto, in Cile la vita cambiava.
Il movimento popolare cileno si diffondeva con clamore cercando fra gli studenti e gli scrittori un maggiore appoggio. Da una parte, il grande leader della piccola borghesia, dinamico e demagogico, Arturo Alessandri Palma, giungeva alla presidenza della Repubblica, non senza avere prima scosso il paese intero con la sua oratoria fiammeggiante e minacciosa. Malgrado la sua straordinaria personalità, giunto al potere, si trasformò ben presto nel classico governante della nostra America; il settore dominante dell'oligarchia, che pure egli aveva combattuto, gli spalancò le fauci e s'inghiottì i suoi discorsi rivoluzionari. Il paese continuò a dibattersi nei più terribili conflitti.
Contemporaneamente, un leader operaio, Luis Emilio Recabarren, con un'attività prodigiosa organizzava il proletariato, formava centrali sindacali, fondava nove o dieci giornali operai in tutto il paese. Una valanga di disoccupazione fece vacillare le istituzioni. Io scrivevo ogni settimana su «Claridad». Noi studenti appoggiavamo le rivendicazioni popolari ed eravamo bastonati dalla polizia nelle strade di Santiago. Nella capitale arrivavano migliaia di operai licenziati dalle miniere di salnitro e di rame. Le manifestazioni e la conseguente repressione coloravano tragicamente la vita nazionale.
Da quell'epoca e con intermittenza la politica si mescolò alla mia poesia e alla mia vita. Non era possibile chiudere la porta che dava sulla strada, nei miei poemi, così come pure era impossibile chiudere la porta all'amore, alla vita, alla gioia o alla tristezza nel mio cuore di giovane poeta.
***
La parola.
... Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono ...Mi inchino dinanzi a loro... Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo... Amo tanto le parole... Quelle inaspettate...
Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono... Vocaboli amati... Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d'argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada... Inseguo alcune parole... Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesìa ...Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive ...E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero... Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di naufragio, regali dell'onda... Tutto sta nella parola...
Tutta un'idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un'altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l'aspettava e che le obbedì... Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s'andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici...
Sono antichissime e recentissime... Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato... Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori...
Avanzano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell'appetito vorace che non s'è più visto al mondo... Trangugiavano tutto, con religioni,piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi... Dovunque passassero non restava pietra su pietra... Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi, dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti... la lingua. Fummo sconfitti... E fummo vincitori...
Si portarono via l'oro e ci lasciarono l'oro... Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto... Ci lasciarono le parole.