Quaderno 12

 

Patria dolce e dura

 

Estremismo e spie.

 

Molto spesso i vecchi anarchici - e succederà lo stesso domani con gli anarcoidi di oggi - hanno deviato verso una posizione molto comoda, l'anarco-capitalismo, covo nel quale si raccolgono anche i franchi tiratori politici, i sinistrorsi e i falsi indipendenti. Il capitalismo repressivo ha come nemico fondamentale i comunisti, e in genere quando prende la mira non si sbaglia. Tutti quei ribelli individualisti sono lusingati in un modo o nell'altro dalla saccenteria o dalla strafottenza reazionaria che li considera eroici difensori dei sacri princìpi. I reazionari sanno che il pericolo di cambiamenti in una società non risiede nelle ribellioni individualiste, ma nell'organizzazione delle masse ed in un'estesa coscienza di classe.

Tutto questo l'ho visto chiaramente in Spagna durante la guerra. Certi gruppi antifascisti stavano giocando al carnevale mascherato di fronte alle forze di Hitler e di Franco che avanzavano verso Madrid. Non parlo, naturalmente, degli indomiti anarchici, come Durruti e i suoi catalani, che a Barcellona combatterono come leoni.

Mille volte peggio degli estremisti sono le spie. Fra i militanti dei partiti rivoluzionari s'infiltrano di tanto in tanto gli agenti avversi, pagati dalla polizia, dai partiti reazionari o dai governi stranieri. Alcuni di loro compiono missioni speciali di provocazione; altri di osservazione paziente. È classica la storia di Azeff. Prima della caduta dello zarismo prese parte a numerosi attentati terroristici e fu incarcerato molte volte. Le memorie del capo della polizia segreta dello zar, pubblicate dopo la rivoluzione, raccontano come Azeff fosse sempre stato un agente dell'Ochrana. Nella testa di questo strano personaggio, che in un attentato provocò la morte di un granduca, il terrorista e il delatore coincidevano.

Un'altra esperienza curiosa fu quella che accadde a Los Angeles, a San Francisco od in un'altra città della California. Durante la folle ondata di maccartismo furono arrestati tutti i militanti del Partito comunista locale.

Erano settantacinque persone, numerate, schedate e conosciute nei più piccoli particolari della loro vita.

Ebbene, le settantacinque persone risultarono agenti di polizia. L'Fbi si era pagato il lusso di costituire il proprio piccolo «Partito comunista», con individui che non si conoscevano fra di loro, per poi perseguitarli e vantare successi sensazionali su nemici inesistenti. L'Fbi giunse per questa via ad episodi così grotteschi come quello del cavolfiore in cui conservava i segreti internazionali un certo Chalmers, ex comunista comperato a suon di dollari dalla polizia. L'Fbi giunse anche a storie orrende, fra cui suscitò particolare sdegno nell'umanità l'esecuzione o meglio l'assassinio dei coniugi Rosenberg.

È stato sempre difficile per questi agenti infiltrarsi nel Partito comunista cileno, organizzazione con una lunga storia di origine strettamente proletaria. Le teorie di guerriglia in America Latina, invece, hanno spalancato le porte a ogni tipo di spie. Lo spontaneismo e la scarsa storia di queste organizzazioni ha reso più difficile scoprire e smascherare le spie. Per questo i dubbi hanno sempre accompagnato i capi guerriglieri che dovettero diffidare perfino della propria ombra. Il culto del rischio ebbe in un certo modo il suo terreno propizio nella focosità romantica e nella scapigliata teorizzazione di guerriglia che inondò l'America Latina. Quest'epoca si è forse conclusa con l'assassinio e la morte eroica di Ernesto Guevara. Ma per molto tempo i fautori teorici di una tattica saturarono il continente di tesi e documenti che praticamente assegnavano il governo rivoluzionario popolare del futuro non alle classi sfruttate dal capitalismo, ma ai gruppi armati dei guerriglieri.

Il vizio di questo ragionamento è la sua debolezza politica: può darsi che in qualche occasione il grande guerrigliero coesista con una grossa personalità politica, come nel caso di Che Guevara, ma questa è una possibilità minima e dovuta al caso. I sopravvissuti di una guerriglia non possono dirigere uno stato proletario per il solo fatto di essere più coraggiosi, di aver avuto più fortuna di fronte alla morte e migliore mira di fronte ai vivi.

Adesso racconterò un'esperienza personale. Mi trovavo in Cile, appena tornato dal Messico. In una delle riunioni politiche alle quali partecipavo mi si avvicinò un uomo per salutarmi. Era un signore di mezz'età, immagine del cavaliere moderno, correttissimamente vestito e provvisto di quegli occhiali che danno tanta rispettabilità alla gente, un paio di lenti senza montatura che si pinzano sul naso. Si rivelò un personaggio molto affabile.

- Don Pablo, non ho mai osato avvicinarmi a lei, anche se le debbo la vita. Sono uno dei rifugiati che lei ha salvato dai campi di concentramento e dai forni a gas quando ci ha fatti imbarcare sul Winipeg diretto in Cile. Sono catalano e massone. Qui mi sono fatto una posizione. Lavoro come esperto venditore di articoli sanitari, per la società tal dei tali che è la più importante del Cile.

Mi raccontò che abitava in un bell'appartamento nel centro di Santiago. Suo vicino di casa era un famoso campione di tennis che si chiamava Iglesias, che era stato mio compagno di scuola. Parlavano spesso di me e, alla fine, avevano deciso d'invitarmi e di farmi festa.

Per questo era venuto a trovarmi.

L'appartamento del catalano era la prova del benessere della nostra piccola borghesia. Mobilio impeccabile; una paella dorata e abbondante. Iglesias rimase con noi per tutto il pranzo. Ci facemmo quattro risate ricordando il vecchio liceo di Temuco nei cui sotterranei le ali dei pipistrelli ci sfioravano la faccia. Alla fine del pranzo, l'ospitale catalano pronunciò brevi parole e mi regalò due splendide copie fotografiche: una di Baudelaire e l'altra di Edgar Allan Poe. Splendide teste di poeti che, naturalmente, ancora conservo nella mia biblioteca.

Un giorno qualsiasi il nostro catalano cadde fulminato da una paralisi, immobilizzato nel suo letto, senza l'uso della parola né dei gesti. Soltanto i suoi occhi si muovevano angosciosamente, come se volessero dire qualcosa alla sua consorte, un'esimia repubblicana spagnola dalla storia immacolata; o al suo vicino Iglesias, mio amico e campione di tennis. Ma alla fine morì incapace di parlare e di muoversi.

Quando la casa si riempì di lacrime, di amici e di corone, il vicino tennista ricevette una misteriosa telefonata: «Conosciamo l'intima amicizia che lei ha avuto con il defunto cavaliere catalano. Lui non si stancava di fare i suoi elogi. Se vuole rendere un grandissimo omaggio alla memoria del suo amico, apra la sua cassaforte e prenda una cassetta di ferro che lui vi ha depositato. La richiamo fra tre giorni».

La vedova non volle sentir parlare di una cosa del genere; il suo dolore era giunto al parossismo; non voleva saperne affatto della questione; lasciò l'appartamento; andò ad abitare in una pensione di calle Santo Domingo. Il padrone della pensione era uno jugoslavo della resistenza, un uomo ferrato in politica. La vedova gli chiese di esaminare le carte di suo marito. Lo jugoslavo trovò la cassetta metallica e l'aprì con molta difficoltà. Allora venne alla luce un'incredibile verità.

I documenti conservati rivelavano che il defunto era sempre stato un agente fascista. Le copie delle sue lettere rivelavano i nomi di decine di emigrati che, tornando in Spagna clandestinamente, furono incarcerati o fatti fuori. C'era perfino una lettera autografa di Francisco Franco che lo ringraziava per i servigi resi.

Altre indicazioni del catalano erano servite alla marina nazista per affondare navi da carico che partivano dalle coste cilene cariche di armi. Una di queste vittime fu la nostra bella fregata, orgoglio della marina cilena, la veterana Lautaro. Fu affondata durante la guerra, con il suo carico di salnitro, mentre usciva dal nostro porto di Tocopilla. Il naufragio costò la vita a diciassette cadetti. Morirono affogati o carbonizzati.

Ecco le imprese criminali di un sorridente catalano che un bel giorno mi aveva invitato a pranzo.

 

***

 

I comunisti.

 

... Sono passati diversi anni da quando sono entrato nel partito... Sono contento... I comunisti formano una buona famiglia... Hanno la pelle dura e il cuore temprato...

Dappertutto prendono bastonate... Bastonate esclusive per loro... Vìva gli spiritisti, i monarchici, gli aberranti, ì criminali di vario grado... Viva la filosofia con fumo ma senza scheletro... Viva il cane che abbaia e morde, viva gli astrologhi libidinosi, viva la pornografìa, viva il cinismo, viva il gambero, vìva tutti, meno i comunisti... Viva le cinture di castità, vìva i conservatori che non si lavano i piedi ideologici da cinquecento anni a questa parte... Viva i pidocchi delle poblaciones miserabili, vìva la fossa comune gratùita, viva l'anarco-capitalismo, viva Rilke, viva André Gide con Usuo Corydon, viva qualsiasi misticismo...

Va tutto bene... Tutti sono eroici... Tutti i giornali devono uscire... Tutti possono essere pubblicati... meno quelli comunisti... Tutti i politici devono entrare a Santo Domingo senza catene... Tutti devono celebrare la morte del sanguinario, di Trujillo, meno quelli che più duramente lo combatterono... Viva il carnevale, gli ultimi giorni di carnevale ...Ci sono maschere per tutti... Maschere d'idealista cristiano, maschere di estremista di sinistra, maschere di dame benefiche e di matrone caritative... Però, attenzione, non fate entrare i comunisti... Chiudete bene la porta... Non vi sbagliate... Non hanno diritto a nulla...

Preoccupiamoci del soggettivo, dell'essenza dell'uomo, dell'essenza dell'essenza... Così saremo tutti contenti...

Abbiamo la libertà... Com'è grande la libertà!... Loro non la rispettano, non la conoscono... La libertà di preoccuparsi dell'essenza... dell'essenziale dell'essenza...

 

... Così sono passati gli ultimi anni... È passato il jazz, è arrivato il soul, siamo naufragati nei postulati della pittura astratta, ci ha spaventati e ci ha uccisi la guerra... Da questa parte tutto restava come prima... O non era così?...

Dopo tanti discorsi sullo spirito e tante bastonate in testa, qualcosa andava male... Molto male... I calcoli erano sbagliati...

I popoli si organizzavano... Continuavano le guerrìglie e gli scioperi... Cuba e il Cile diventavano indipendenti...

Molti uomini e donne cantavano l'Internazionale... Che strano...

Sconsolante... Adesso la cantano in cinese, in bulgaro, in spagnolo d'America... Bisogna prendere misure urgenti...

Bisogna proscriverlo... Bisogna parlare di più di spirito... Esaltare di più il mondo libero... Bisogna bastonare di più... Bisogna dare più dollari... Non può andare avanti così... Fra la libertà delle bastonate e la paura di Germán Arciniegas... E adesso Cuba... Nel nostro stesso emisfero, nella metà della nostra mela, questi barbudos con la stessa canzone... E a cosa ci serve Cristo?... A cosa ci sono serviti i preti?... Non ci si può più fidare di nessuno...

Neppure dei preti... Non vedono i nostri punti di vista...

Non vedono come calano le nostre azioni in borsa...

 

... Intanto gli uomini si arrampicano per il sistema solare...

Sulla luna rimangono impronte di scarpe... Tutto lotta per cambiare, meno i vecchi sistemi... La vita dei vecchi sistemi è nata da immense ragnatele medievali... Ragnatele più dure dei ferri delle macchine... Eppure c'è gente che crede in un cambiamento, che ha praticato il cambiamento, che ha fatto trionfare il cambiamento, che ha fiorito il cambiamento... Caspita!... La primavera è inesorabile!

 

***

 

Poetica e politica.

 

Trascorro quasi tutto il 1969 a Isla Negra. Fin dal mattino il mare acquista la sua fantastica forma lievitante.

Sembra di vedere ammassato un pane infinito. La schiuma sparsa, spinta dal freddo lievito della profondità, è sparsa come farina.

L'inverno è statico e brumoso. Al suo incanto territoriale aggiungiamo ogni giorno il fuoco del caminetto. La bianchezza delle sabbie sulla spiaggia ci offre un mondo sempre solitario, come prima che esistessero gli abitanti o i villeggianti sulla terra. Ma non si creda che io detesti le moltitudini estive. Appena arriva l'estate le ragazze si avvicinano al mare, uomini e bambini entrano nelle onde con precauzione ed escono saltando dal pericolo.

Così consumano la danza millenaria dell'uomo di fronte al mare, forse il primo ballo degli esseri umani.

D'inverno le case di Isla Negra vivono avvolte dall'oscurità della notte. Solo la mia si accende. A volte credo che ci sia qualcuno nella casa di fronte. Vedo una finestra illuminata. È solo un miraggio. Non c'è nessuno nella casa del Capitano. È la luce della mia finestra che si riflette sulla sua.

Tutti i giorni dell'anno me ne vado a scrivere nell'angolo dei miei lavori. Non è facile arrivarci, né rimanerci.

C'è qualcosa lì che attrae i miei due cani, Panda e Chou Tu. È una pelle di tigre del Bengala che funge da tappeto nella piccola stanza. La portai dalla Cina moltissimo tempo fa. Le sono caduti artigli e pelo. È minacciata dalle tarme che Matilde e io combattiamo.

Ai miei cani piace stendersi sul vecchio nemico.

Come se fossero usciti vincitori da una lotta, si addormentano immediatamente, estenuati dal combattimento.

Si mettono per traverso davanti alla porta come se volessero costringermi a non uscire, a proseguire il mio lavoro.

Mi cercano in continuazione. Chi risponde al telefono vuol sapere cosa dire. Non ci sono. Mi chiamano di nuovo. Che devono rispondere? Ci sono.

Non ci sono. Ci sono. Ci sono. Non ci sono. Questa è la vita di un poeta per cui l'angoletto remoto di Isla Negra non è più remoto.

Mi chiedono sempre, specialmente i giornalisti, cosa sto scrivendo, cosa sto facendo. Questa domanda mi ha sempre sorpreso per la sua superficialità. Perché la verità è che sto facendo sempre la stessa cosa. Non ho mai smesso di fare la stessa cosa. Poesia.

Mi resi conto molto dopo che lo stavo facendo, che quello che io scrivevo era poesia. Non ho mai avuto il minimo interesse per le definizioni, per le etichette. Mi annoiano a morte le discussioni estetiche. Non voglio denigrare quelli che le sopportano, io però mi sento estraneo alla partecipazione di nascita come al post mortem della creazione letteraria. «Che nulla di esterno giunga a comandare in me», disse Walt Whitman. E i parafernali della letteratura, con tutti i loro meriti, non debbono sostituire la nuda creazione.

Ho cambiato quaderno diverse volte nel corso dell'anno.

Lì ci sono quei quaderni legati con il filo verde della mia calligrafia. Ne ho riempiti tanti che mano a mano sono diventati libri come se fossero passati da una metamorfosi all'altra, dall'immobilità al movimento, da larve a lucciole.

La vita politica venne come un tuono a distogliermi dai miei lavori. Ritornai ancora una volta alla moltitudine.

La folla umana è stata per me la lezione della vita.

Posso arrivarci con la tipica timidezza del poeta, con il timore del timido; però, una volta nel suo seno, mi sento trasfigurato. Faccio parte dell'essenziale maggioranza, sono una foglia in più del grande albero umano.

Solitudine e folla continueranno a essere i doveri elementari del poeta del nostro tempo. Nella solitudine, la mia vita si è arricchita con le mareggiate sul litorale.

M'incuriosivano e mi appassionavano le acque combattenti e le rocce combattute, la moltiplicazione della vita oceanica, le implacabili formazioni degli «uccelli erranti», lo splendore della schiuma del mare.

Ma ho imparato molto di più dalla grande marea delle vite, dalla tenerezza vista in migliaia di occhi che mi guardavano contemporaneamente. Forse questo messaggio non tocca tutti i poeti, ma chi l'ha sentito lo conserverà nel suo cuore, lo svilupperà nella sua opera.

È indimenticabile e lacerante per il poeta avere incarnato per molti uomini, per un minuto, la speranza.

 

***

 

Candidato alla presidenza.

 

Una mattina del 1970 arrivarono nel mio nascondiglio marino, nella mia casa di Isla Negra, il segretario generale del mio partito e altri compagni. Venivano a offrirmi la candidatura alla presidenza della repubblica, candidatura che avrebbero proposto ai sei o sette partiti di Unità popolare. Avevano tutto pronto: programma, carattere del governo, future misure di emergenza ecc. Fino a quel momento tutti quei partiti avevano il loro candidato e ciascuno voleva mantenerlo. Solo noi comunisti non ne avevamo. La nostra posizione era di appoggiare il candidato unico che fosse stato designato dai partiti di sinistra e che fosse quello di Unità popolare.

Ma non c'era stato un accordo e le cose non potevano andare avanti così. I candidati della destra erano ormai lanciati e facevano propaganda. Se non ci fossimo uniti in un'alternativa elettorale comune, saremmo stati schiacciati da una sconfitta spettacolare.

L'unico modo di far precipitare l'unità era che i comunisti designassero il loro candidato. Quando accettai la candidatura proposta dal mio partito, rendemmo pubblica la posizione comunista. Il nostro appoggio sarebbe andato al candidato che disponeva della volontà degli altri.

Se questo consenso non fosse stato raggiunto, la mia candidatura sarebbe stata mantenuta fino alla fine.

Era un mezzo eroico di costringere gli altri a mettersi d'accordo. Quando dissi al compagno Corvalán che accettavo, lo feci nell'intesa che sarebbe stata accettata ugualmente la mia futura rinuncia, nella convinzione che la mia rinuncia sarebbe stata inevitabile. Era molto improbabile che si potesse raggiungere l'unità attorno a un comunista. In parole povere, tutti avevano bisogno di noi perché li appoggiassimo (compresi alcuni candidati della Democrazia cristiana), ma nessuno aveva bisogno di noi per aiutarci.

Ma la mia candidatura, uscita da quella mattina marina di Isla Negra, prese corpo. Non c'era posto dove non mi chiamassero. Arrivai a intenerirmi di fronte a quelle centinaia o migliaia di uomini e donne del popolo che mi stringevano, mi baciavano e piangevano. Abitanti dei sobborghi di Santiago, minatori di Coquimbo, uomini del rame e del deserto, contadine che mi aspettavano per ore con i loro piccoli in braccio, gente che viveva in stato di abbandono dal Rio Bio Bio fin oltre lo stretto di Magellano, a tutti parlavo, a tutti leggevo le mie poesie sotto la pioggia, nel fango di strade e sentieri, sotto il vento australe che fa tremare la gente.

Cominciavo a entusiasmarmi. C'era sempre più gente ai miei comizi, sempre più donne. Affascinato e terrorizzato a un tempo cominciai a pensare che cosa avrei fatto se fossi stato eletto io presidente della repubblica più matta, più drammaticamente insolvibile, più indebitata e, probabilmente, più ingrata. I presidenti erano acclamati durante il primo mese e martirizzati, a torto o a ragione, i rimanenti cinque anni e undici mesi.

 

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La campagna di Allende.

 

In un momento fortunato giunse la notizia: Allende emergeva come probabile candidato unico di Unità popolare.

D'accordo con il mio partito, rinunciai rapidamente alla mia candidatura. Davanti a un'immensa e allegra folla io parlai per rinunciare alla mia candidatura e Allende per porre la propria. Il grande comizio si svolse in un parco. La gente riempiva tutto lo spazio visibile ed anche gli alberi. Dai rami spuntavano gambe e teste.

Non c'è niente come questi cileni agguerriti.

Conoscevo il candidato. L'avevo accompagnato tre volte in precedenza, spargendo versi e discorsi per tutto l'impervio e interminabile territorio del Cile. Tre volte di séguito, ogni sei anni, era stato aspirante presidente il mio ostinatissimo compagno. Questa sarebbe stata la quarta e quella buona.

Racconta Arnold Bennett o Somerset Maugham (non ricordo chi dei due) che una volta gli toccò dormire (a quello che racconta il fatto) nella stessa stanza di Winston Churchill. La prima cosa che fece quel tremendo uomo politico, aprendo gli occhi, fu di allungare la mano, prendere un immenso avana dal comodino e, senza indugi, cominciare a fumarselo. Questo lo può fare soltanto un sano uomo delle caverne, con quella salute minerale dell'età della pietra.

La resistenza di Allende superava di gran lunga quella di tutti coloro che l'accompagnavano. Aveva un'arte degna dello stesso Churchill: si addormentava quando ne aveva voglia. A volte percorrevamo le sconfinate terre aride del Cile settentrionale. Allende dormiva saporitamente in un angolo dell'auto. D'un tratto emergeva un punto rosso sulla strada: quando ci avvicinavamo diventava un gruppo di quindici o venti uomini con le loro donne, i loro bambini e le loro bandiere. La macchina si arrestava. Allende si fregava gli occhi per affrontare il sole a picco e il piccolo gruppo che cantava.

Si univa a essi e insieme intonavano l'inno nazionale.

Poi parlava, vivo, rapido, eloquente. Ritornava alla macchina e riprendevamo le lunghissime strade del Cile. Allende s'immergeva di nuovo nel sonno senza il minimo sforzo. Ogni venticinque minuti la scena si ripeteva: gruppo, bandiere, canto, discorso e ritorno al sonno.

Affrontando manifestazioni di migliaia e migliaia di cileni, passando dall'automobile al treno, dal treno all'aereo, dall'aereo alla nave, dalla nave al cavallo, Allende portò a termine incrollabile le giornate di quei mesi sfiancanti. Dietro rimanevano distrutti quasi tutti i membri della sua comitiva. Più tardi, ormai eletto presidente del Cile, la sua implacabile efficienza provocò fra i suoi collaboratori quattro o cinque infarti.

 

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Ambasciata a Parigi.

 

Quando arrivai a prendere possesso della nostra ambasciata a Parigi, mi resi conto che dovevo pagare un pesante tributo alla mia vanità. Avevo accettato questo posto senza pensarci su tanto, lasciandomi andare ancora una volta al corso degli eventi. Mi piaceva l'idea di rappresentare un vittorioso governo popolare, ottenuto dopo tanti anni di governi mediocri e menzogneri.

Forse nel fondo quello che mi attraeva di più era l'idea di entrare con una nuova dignità nella sede dell'ambasciata cilena, nella quale dovetti soffrire tante umiliazioni quando organizzai l'immigrazione dei repubblicani spagnoli nel mio paese. Ognuno degli ambasciatori precedenti aveva collaborato alla mia persecuzione; aveva contribuito a denigrarmi e a ferirmi. Il perseguitato si sarebbe seduto sulla sedia del persecutore, avrebbe mangiato alla sua tavola, avrebbe dormito nel suo letto e avrebbe aperto le finestre affinché l'aria nuova del mondo entrasse in una vecchia ambasciata.

La cosa più difficile era fare entrare l'aria. L'asfissiante stile dei saloni mi entrò nelle narici e negli occhi quando, in quella notte di marzo del 1971, giunsi con Matilde nella nostra stanza da letto e ci mettemmo a dormire nelle paludate alcove dove morirono, placidi o tormentati, alcuni ambasciatori e ambasciatrici.

È una stanza da letto che può contenere un guerriero e il suo cavallo; c'è spazio sufficiente perché si nutra il cavallo e dorma il cavaliere. I soffitti sono altissimi e deliziosamente decorati. L'arredamento è vellutato, dal vago colore di foglia secca, adorno di spaventose frange; un guazzabuglio di stili che mostra ad un tempo segni di ricchezza e tracce di decadenza. I tappeti saranno stati belli sessant'anni fa. Adesso hanno preso un indelebile color calpestio e un odore di tarme da conversazioni convenzionali e defunte.

Per completare il quadro, il personale che ci attendeva ansioso aveva pensato a tutto, meno che al riscaldamento della gigantesca stanza da letto. Matilde e io passammo intirizziti la nostra prima notte diplomatica a Parigi. La seconda notte il riscaldamento funzionò.

Era vecchio di sessant'anni e i filtri erano completamente fuori uso. L'aria calda del vecchio sistema faceva passare soltanto l'anidride carbonica. Non avevamo diritto di lamentarci per il freddo, come la notte precedente, ma sentivamo le palpitazioni e l'angoscia dell'avvelenamento. Dovemmo aprire la finestra per far entrare il freddo invernale. Forse i vecchi ambasciatori si stavano vendicando di un arrivista che veniva a soppiantarli senza meriti burocratici né sigilli di antico casato.

Pensammo: dobbiamo cercarci una casa dove respirare con le foglie, con l'acqua, con gli uccelli, con l'aria.

Questo pensiero sarebbe diventato con il tempo una ossessione. Come prigionieri svegliati dalla libertà, cercavamo e cercavamo l'aria pura fuori da Parigi.

L'essere ambasciatore era una cosa nuova e scomoda per me. Ma comportava una sfida. In Cile era avvenuta una rivoluzione. Una rivoluzione alla cilena, molto analizzata e discussa. I nemici di dentro e di fuori si affilavano i denti per distruggerla. Per centottant'anni si erano succeduti nel mio paese gli stessi governanti con etichette diverse. Tutti facevano lo stesso. Continuarono a esistere gli stracci, le case indegne, i bimbi senza scuola e senza scarpe, le prigioni e le percosse contro il mio povero popolo.

Adesso potevamo respirare e cantare. Questo mi piaceva della nuova situazione.

Le nomine diplomatiche richiedono in Cile l'approvazione del senato. La destra cilena mi aveva lusingato continuamente come poeta; fece addirittura dei discorsi in mio onore. È chiaro che tali discorsi li avrebbero pronunciati con maggiore piacere ai miei funerali.

Nella votazione del senato per la ratifica del mio incarico, ebbi la meglio per tre soli voti. Quelli della destra e alcuni ipocriti cristiani votarono contro di me, coperti dal segreto delle palline bianche e nere.

L'ambasciatore precedente aveva tappezzato i muri con le fotografie dei suoi predecessori, tutti senza eccezione, oltre alla propria. Era un'impressionante collezione di personaggi privi di spessore, salvo due o tre, fra cui l'illustre Blest Gana, il nostro piccolo Balzac cileno.

Ordinai di togliere gli spettrali ritratti e li sostituii con figure più solide: cinque effigi incise degli eroi che dettero bandiera, nazionalità e indipendenza al Cile e tre fotografie di contemporanee: quella di Aguirre Cerda, presidente progressista della repubblica; quella di Luis Emilio Recabarren, fondatore del Partito comunista, e quella di Salvador Allende. I muri stavano infinitamente meglio.

Non so cosa avranno pensato i segretari dell'ambasciata, quasi tutti di destra. I partiti reazionari avevano occupato tutti i posti nell'amministrazione del paese per cent'anni. Non si nominava neppure un usciere che non fosse conservatore o monarchico. I democristiani, a loro volta, autodenominatisi «rivoluzione nella libertà», diedero prova di una voracità parallela a quella degli antichi reazionari. In séguito le parallele sarebbero state convergenti fino a diventare quasi una stessa linea.

La burocrazia, gli arcipelaghi degli edifici pubblici, tutto rimase pieno d'impiegati, d'ispettori e di consiglieri della destra, come se in Cile Allende e Unità popolare non avessero mai vinto, come se i ministri di governo adesso non fossero socialisti e comunisti.

Per queste ragioni chiesi che il posto di consigliere presso l'ambasciata di Parigi fosse affidato a uno dei miei amici, diplomatico di carriera e scrittore di rilievo.

Si trattava di Jorge Edwards. Per quanto appartenesse alla famiglia più oligarchica e reazionaria del mio paese, era un uomo di sinistra, non iscritto ad alcun partito.

Io avevo bisogno soprattutto di un funzionario intelligente che sapesse il fatto suo e fosse degno della mia fiducia.

Edwards era stato fino ad allora incaricato d'affari all'Avana. Mi erano giunte vaghe voci su alcune difficoltà che aveva incontrato a Cuba. Dato che lo conoscevo da diversi anni come un uomo di sinistra, non detti molta importanza alla cosa.

Il mio nuovo consigliere giunse da Cuba molto nervoso e mi riferì la sua storia. Ebbi l'impressione che la ragione stesse da entrambe le parti, e in nessuna delle due, come a volte càpita nella vita. A poco a poco Jorge Edwards recuperò i suoi nervi, smise di mangiarsi le unghie e lavorò con me con evidente capacità, intelligenza e lealtà. In quei due anni di arduo lavoro all'ambasciata, il mio consigliere fu il mio compagno migliore ed un funzionario, forse l'unico in quel grande ufficio, politicamente impeccabile.

Quando la compagnia nordamericana pretese l'embargo del rame cileno, un'ondata di emozione percorse l'Europa intera. Non solo i giornali, le televisioni, le radio si preoccuparono della questione, ma ancora una volta fummo difesi da una coscienza maggioritaria e popolare.

Gli scaricatori di Francia e Olanda rifiutarono di scaricare il rame nei loro porti per esprimere la loro ostilità all'aggressione. Questo gesto meraviglioso commosse il mondo. Tali episodi di solidarietà insegnano di più sulla storia del nostro tempo che non le università.

Ricordo anche episodi più umili, ma più commoventi.

Il secondo giorno dell'embargo una modesta signora francese, di una piccola città di provincia, ci mandò cento franchi, frutto dei suoi risparmi, per aiutare la difesa del rame cileno. E anche una calorosa lettera di adesione, firmata da tutti gli abitanti del paese, dal sindaco, dal parroco, dagli operai, dagli sportivi e dagli studenti.

Dal Cile mi arrivavano messaggi di centinaia di amici, conosciuti e sconosciuti, che si congratulavano con me per il modo in cui affrontavo i pirati internazionali a difesa del nostro rame. Una donna del popolo mi mandò un pacchetto che conteneva un mate di zucca, quattro avocados e mezza dozzina di peperoni verdi.

Al tempo stesso il nome del Cile si era ingrandito enormemente. Eravamo diventati un paese che esisteva.

Prima passavamo inosservati nella folla del sottosviluppo.

Adesso per la prima volta avevamo una nostra fisionomia e nessuno al mondo osava disconoscere la grandezza della nostra lotta nella costruzione di un destino nazionale.

Tutto quanto accadeva nella nostra patria appassionava la Francia e l'Europa intera. Riunioni popolari, assemblee di studenti, libri che si pubblicavano in tutte le lingue; ci studiavano, ci esaminavano, ci ritraevano.

Io dovevo arginare i giornalisti che ogni giorno volevano sapere tutto e più di tutto. Il presidente Allende era un uomo universale. La disciplina e la fermezza della nostra classe operaia erano ammirate ed elogiate.

L'ardente simpatia verso il Cile aumentò a causa dei conflitti derivati dalla nazionalizzazione dei nostri giacimenti di rame. Tutti capirono che questo era un passo gigantesco sulla via della nuova indipendenza del Cile.

Senza sotterfugi di nessun genere, il governo popolare rendeva definitiva la nostra sovranità riconquistando il rame alla patria.

 

***

 

Ritorno in Cile.

 

Tornando in Cile fui accolto da una vegetazione nuova nelle strade e nei parchi. La nostra meravigliosa primavera aveva iniziato a dipingere di verde il fogliame dei boschi. La nostra vecchia capitale grigia ha tanto bisogno delle foglie verdi quanto il cuore umano dell'amore.

Respirai la freschezza di questa giovane primavera.

Quando siamo lontani dalla patria non ci ricordiamo mai dei suoi inverni. La distanza cancella le pene dell'inverno, la gente senza riparo, i bimbi scalzi nel freddo.

L'arte del ricordo ci porta soltanto campi verdi, fiori gialli e rossi, il cielo azzurrino dell'inno nazionale.

Questa volta trovai la bella stagione che era stata tante volte una visione lontana.

Un'altra vegetazione si arrampicava sui muri della città. Era il muschio dell'odio che li tappezzava. Manifesti anticomunisti che emanavano insolenza e menzogne; manifesti contro Cuba; manifesti antisovietici; manifesti contro la pace e l'umanità; manifesti sanguinari che preannunciavano carneficine simili a quelle avvenute in Indonesia. Questa era la nuova vegetazione che avviliva i muri della città.

Io conoscevo per esperienza il tono e il senso di quella propaganda. Avevo vissuto in Europa prima dell'ascesa di Hitler. Era esattamente quello lo spirito della propaganda hitleriana: la profusione della menzogna a vele spiegate; la crociata della minaccia e della paura; lo spiegamento di tutte le armi dell'odio contro l'avvenire.

Sentii che volevano cambiare l'essenza stessa della nostra vita. Non riuscivo a capire come potessero esistere dei cileni che offendevano in quel modo il nostro spirito nazionale.

Quando la destra reazionaria ebbe bisogno del terrorismo, vi fece ricorso senza scrupoli. Il capo supremo dell'esercito, generale Schneider, uomo rispettato e rispettabile che si oppose a un colpo di stato destinato a impedire l'ascesa di Allende alla presidenza della repubblica, fu assassinato. Un'assortita accolita di malfattori gli sparò alla schiena sotto casa. L'operazione fu diretta da un ex generale espulso dalle file dell'esercito.

La cricca era composta da giovani altoborghesi e da delinquenti professionisti.

Provato il crimine ed arrestato il mandante, questi fu condannato a trent'anni di prigione dalla giustizia militare.

Ma la sentenza fu ridotta a due anni dalla Corte suprema di giustizia. Un povero diavolo che ruba una gallina per fame si becca in Cile il doppio della pena che ricevette l'assassino del comandante in capo dell'esercito.

È l'applicazione classista delle leggi della classe dominante.

Il successo di Allende rappresentò per questa classe dominante un sussulto macabro. Per la prima volta temevano che le leggi così accuratamente disegnate fossero applicate contro di loro. Corsero con le loro azioni, i loro gioielli, i loro soldi, le loro monete d'oro, a rifugiarsi da qualche parte. Se ne andarono in Argentina, in Spagna, arrivarono perfino in Australia. Terrorizzati dal popolo, sarebbero arrivati al Polo Nord.

Poi sarebbero tornati.

 

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Frei.

 

La via cilena, limitata dappertutto da ostacoli infernali e legali, è stata in ogni istante strettamente costituzionale.

Intanto, l'oligarchia ricompose il suo abito bucherellato e si trasformò in fazione fascista. Il blocco nordamericano divenne più implacabile a causa della nazionalizzazione del rame. La Itt, d'accordo con l'ex presidente Frei, gettò la Democrazia cristiana nelle braccia della nuova destra fascista.

Le personalità antagonistiche di Allende e di Frei hanno preoccupato il Cile in modo permanente. Forse per la stessa ragione, perché sono uomini così diversi, caudillos a modo loro in un paese senza caudillismo, ciascuno con i suoi propositi e con la sua strada ben delimitata.

Credo di aver conosciuto bene Allende; non aveva nulla di enigmatico. Quanto a Frei, sono stato suo collega nel senato della repubblica. È un uomo curioso, estremamente calcolatore, molto lontano dalla spontaneità di Allende. Nonostante ciò, scoppia spesso a ridere violentemente, in sghignazzate stridenti. A me piace la gente che ride a crepapelle (io non ho questo dono). Ma ci sono risate e risate. Quelle di Frei escono da una faccia preoccupata, seria, che vigila dall'ago con cui cuce il suo filo politico vitale. È un riso inatteso che spaventa un po', come il gracchiare di certi uccelli notturni. Per il resto, la sua condotta è solitamente parsimoniosa e freddamente cordiale.

La sua ambiguità politica mi ha depresso molte volte prima di disilludermi del tutto. Ricordo che una volta venne a trovarmi nella mia casa di Santiago.

Circolava in quel periodo l'idea di un'intesa fra comunisti e democristiani. Questi non si chiamavano ancora così, ma Falange nazionale, un nome orrendo adottato sotto l'impressione provocata dal giovane fascista Primo de Rivera. Poi, passata la guerra spagnola, Maritain li influenzò, divennero antifascisti e cambiarono nome.

Il mio atteggiamento fu vago ma cordiale. A noi comunisti interessava accordarci con tutti gli uomini e i settori di buona volontà; isolati non saremmo andati da nessuna parte. Con la sua evasività naturale, Frei mi confermò le sue pretese posizioni di sinistra del momento.

Si congedò da me regalandomi una di quelle sghignazzate che gli cadono come sassi dalla bocca. - Ne riparliamo, - disse. Ma qualche giorno dopo capii che la nostra conversazione era finita per sempre.

Dopo il trionfo di Allende, Frei, uomo politico ambizioso e freddo, ritenne indispensabile allearsi con la reazione per tornare al potere. Era una mera illusione, il sogno congelato di un ragno politico. La sua tela non sarebbe sopravvissuta; a nulla gli sarebbe valso il colpo di stato da lui auspicato. Il fascismo non tollera accordi ma solo sottomissione. La figura di Frei si farà ogni anno più scura. E la sua memoria dovrà affrontare un giorno o l'altro la responsabilità del crimine.

 

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Tomic.

 

La Democrazia cristiana mi ha interessato molto fin dalla sua nascita, da quando abbandonò il nome inammissibile di Falange. Sorse quando un ristretto gruppo d'intellettuali cattolici costituì un'elite che si rifaceva al pensiero di Maritain e di Tomic. Questo pensiero filosofico non mi preoccupò; nutro una naturale indifferenza nei confronti dei teorizzatori della poesia, della politica, del sesso. Le conseguenze pratiche di quel piccolo movimento si fecero notare in modo singolare, inatteso.

Ottenni che alcuni giovani dirigenti parlassero a favore della Repubblica spagnola, nelle grandi manifestazioni che organizzai al mio ritorno da una Madrid in lotta. Questa partecipazione era insolita; la vecchia gerarchia ecclesiastica, spinta dal Partito conservatore, fu sul punto di sciogliere il nuovo partito. Solo l'intervento di un vescovo precursore li salvò dal suicidio politico.

La dichiarazione del prelato di Talea permise la sopravvivenza del gruppo che con il tempo sarebbe divenuto il primo partito politico del Cile. La sua ideologia cambiò completamente con gli anni.

Dopo Frei, l'uomo più importante fra i democristiani è stato Radomiro Tomic. Lo conobbi quando ero parlamentare, in mezzo agli scioperi e ai giri elettorali nel Cile settentrionale. I democristiani di allora ci seguivano dappertutto (a noi comunisti) per prendere parte alle nostre manifestazioni. Noi eravamo (e continuiamo a essere) la gente più popolare nel deserto del salnitro e del rame, vale a dire, fra i più sfruttati lavoratori del continente americano. Da lì era uscito Recabarren, lì era nata la stampa operaia e i primi sindacati. Niente di tutto ciò sarebbe esistito senza i comunisti.

Tomic era in quel periodo non solo la migliore speranza dei democristiani, ma anche la loro personalità più attraente ed il loro verbo più eloquente.

Le cose erano molto cambiate nel 1964, quando la Democrazia cristiana vinse le elezioni che portarono Frei alla presidenza della repubblica. La campagna del candidato che trionfò allora su Allende si svolse sulla base di una inaudita violenza anticomunista, orchestrata con annunci sulla stampa e alla radio che cercavano di terrorizzare la popolazione. Faceva rizzare i capelli: le suore sarebbero state fucilate; i bambini sarebbero stati uccisi infilzati sulle baionette da barbudos che somigliavano a Fidel; le bambine sarebbero state strappate ai loro genitori e spedite in Siberia. In séguito si è saputo, da dichiarazioni fatte davanti alla commissione speciale del senato nordamericano, che la Cia spese venti milioni di dollari in quella truculenta campagna di terrore.

Una volta eletto presidente, Frei fece un regalo al suo unico e grande rivale nel partito: designò Radomiro Tomic ambasciatore del Cile negli Stati Uniti. Frei sapeva che il suo governo doveva rinegoziare con le imprese nordamericane del rame. In quel momento tutto il paese chiedeva la nazionalizzazione. Come un esperto prestigiatore, Frei cambiò il termine con quello di «cilenizzazione» e ribadì con nuovi accordi la consegna della nostra principale ricchezza nazionale ai potenti gruppi Kennecott e Anaconda Copper Company. Il risultato economico per il Cile fu disastroso. Il risultato politico per Tomic fu molto triste: Frei l'aveva cancellato dalla carta geografica. Un ambasciatore cileno negli Stati Uniti, che avesse collaborato alla svendita del rame, non sarebbe stato appoggiato dal popolo cileno.

Nelle successive elezioni presidenziali, Tomic occupò penosamente il terzo posto fra i tre contendenti.

Poco tempo dopo essersi dimesso dall'incarico di ambasciatore negli Stati Uniti, agli inizi del 1971, Tomic venne a trovarmi a Isla Negra. Era appena tornato dal Nord e non era ancora ufficialmente candidato alla presidenza.

La nostra amicizia era rimasta intatta in mezzo alle mareggiate politiche, com'è ancora adesso. Ma quella volta c'intendemmo con molte difficoltà. Lui voleva un'alleanza più ampia delle forze progressiste, in luogo del nostro movimento di Unità popolare, sotto il nome di Unione del Popolo. La cosa era irrealizzabile; la sua partecipazione ai negoziati del rame rendeva la sua candidatura impresentabile di fronte alla sinistra politica. Inoltre, i due grandi partiti del movimento popolare, quello comunista e quello socialista, erano ormai maggiorenni, in grado di portare alla presidenza un uomo proveniente dalle loro file.

Prima di andarsene da casa mia, certamente abbastanza deluso, Tomic mi fece una rivelazione. Il ministro dell'economia democristiano, Andrés Zaldívar, gli aveva documentato dettagliatamente la bancarotta economica del paese.

- Finiremo in un abisso, - mi disse Tomic. - La situazione è tale che potremo resistere appena quattro mesi.

È una catastrofe. Zaldívar mi ha dato tutti i particolari del nostro inevitabile fallimento.

Un mese dopo l'elezione di Allende, e prima che questi assumesse la presidenza della repubblica, lo stesso ministro Zaldívar annunciò pubblicamente l'imminente disastro economico del paese; ma questa volta l'attribuì alle ripercussioni internazionali provocate dall'elezione di Allende. Così viene scritta la storia. Perlomeno così la scrivono i politici contorti e opportunisti come Zaldívar.

 

***

 

Allende.

 

Il mio popolo è stato il più tradito di quest'epoca. Dai deserti del salnitro, dalle miniere sottomarine di carbone, dalle alture terribili dove si trova il rame estratto con lavoro inumano dalle mani del mio popolo, sorse un movimento liberatore di grandiosa ampiezza. Quel movimento portò alla presidenza del Cile un uomo chiamato Salvador Allende, affinché realizzasse riforme e misure di giustizia non più rinviabili, affinché riscattasse le nostre ricchezze nazionali dalle grinfie straniere.

Dovunque sia stato, nei paesi più lontani, i popoli hanno ammirato il presidente Allende ed hanno elogiato lo straordinario pluralismo del nostro governo. Mai nella sede delle Nazioni Unite a New York si è udita un'ovazione come quella tributata al presidente del Cile dai delegati di tutto il mondo. Qui, in Cile, si stava costruendo, fra immense difficoltà, una società veramente giusta, elevata sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell'eroismo dei migliori abitanti del Cile. Dalla nostra parte, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza.

Dall'altra parte non mancava nulla. C'erano arlecchini e pulcinella, pagliacci, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati. Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione. Andavano tenendosi per mano il fascista Jarpa e i suoi cugini di «Patria e Libertà», disposti a rompere la testa e a strappare l'anima a chiunque, allo scopo di recuperare la grande azienda che per loro era il Cile. Insieme a loro, per rendere più amena la farandola, danzava un grande banchiere e ballerino, un po' macchiato di sangue; era il campione di rumba González Videla, che a passo di danza consegnò tempo fa il suo partito ai nemici del popolo.

Adesso era Frei che offriva il suo partito democristiano agli stessi nemici del popolo, e ballava alla musica che questi gli suonavano, e con lui ballava l'ex colonnello Viaux, delle cui malefatte fu complice. Questi erano i principali artisti della commedia. Avevano preparato i viveri dell'accaparramento, i «miguelitos», le garrote e gli stessi proiettili che ieri ferirono a morte il nostro popolo a Iquique, a Ranquin, a Salvador, a Puerto Monti, a José Maria Caro, a Frutillar, a Puente Alto e in tanti altri posti. Gli assassini di Hernán Mery ballavano con chi avrebbe dovuto difenderne la memoria.

Ballavano con naturalezza, facendo finta di niente.

Si sentivano offesi se venivano rimproverati loro questi «piccoli particolari».

Il Cile ha una lunga storia civile con poche rivoluzioni e molti governi stabili, conservatori e mediocri.

Molti presidenti piccoli e solo due presidenti grandi: Balmaceda e Allende. È curioso che entrambi provenissero dallo stesso ceto, dalla borghesia ricca, che qui si fa chiamare aristocrazia. Come uomini di princìpi, impegnati a ingrandire un paese rimpicciolito da un'oligarchia mediocre, i due furono portati a morte allo stesso modo. Balmaceda fu costretto al suicidio per essersi opposto alla svendita della ricchezza del salnitro alle compagnie straniere.

Allende fu assassinato per avere nazionalizzato l'altra ricchezza del sottosuolo cileno, il rame. In entrambi i casi l'oligarchia cilena ha organizzato controrivoluzioni sanguinose. In entrambi i casi i militari hanno svolto la funzione di una muta di cani da caccia. Le compagnie inglesi nel caso di Balmaceda, quelle nordamericane nel caso di Allende, fomentarono e finanziarono questi movimenti militari.

Le abitazioni dei due presidenti furono svaligiate per ordine dei nostri distinti «aristocratici». I saloni di Balmaceda furono distrutti a colpi d'ascia. La casa di Allende, grazie al progresso del mondo, è stata bombardata dai nostri eroici aviatori.

Eppure, questi due uomini sono stati molto diversi.

Balmaceda fu un oratore seducente. Aveva un aspetto imperioso che l'avvicinava sempre più a un esercizio solitario del comando. Era sicuro della nobiltà dei suoi propositi.

In ogni momento si vide circondato da nemici.

Nell'ambiente in cui viveva la sua superiorità era così grande, e così grande la sua solitudine, che finì per chiudersi in se stesso. Il popolo che doveva aiutarlo non esisteva come forza, vale a dire non era organizzato. Quel presidente era condannato a comportarsi come un illuminato, come un sognatore: il suo sogno di grandezza rimase un sogno. Dopo il suo assassinio, i rapaci mercanti stranieri e i parlamentari criollos entrarono in possesso del salnitro: per gli stranieri la proprietà e le concessioni; per i criollos le percentuali. Avuti i trenta denari tutto tornò alla normalità. Il sangue di alcune migliaia di uomini del popolo si asciugò subito sui campi di battaglia. Gli operai più sfruttati del mondo, quelli delle regioni settentrionali del Cile, continuarono a produrre immense quantità di sterline per la City di Londra.

Allende non è mai stato un grande oratore. E come statista era un governante che chiedeva consiglio per tutte le misure che prendeva. Fu un antidittatore, il democratico per principio fin nei minimi particolari. Gli toccò un paese che non era più il popolo principiante di Balmaceda; trovò una classe operaia potente che sapeva cosa voleva. Allende era un dirigente collettivo; un uomo che, senza provenire dalle classi popolari, era un prodotto della lotta di quelle classi contro la stagnazione e la corruzione dei loro sfruttatori. Per queste cause e ragioni, l'opera realizzata da Allende in così breve tempo è superiore a quella di Balmaceda; non solo, è la più importante nella storia del Cile. Solo la nazionalizzazione del rame è stata un'impresa titanica. E così pure la distruzione dei monopoli, la radicale riforma agraria e molti altri obiettivi che vennero realizzati sotto il suo governo essenzialmente collettivo.

Le opere e le scelte di Allende, d'incancellabile valore nazionale, resero furiosi i nemici della nostra liberazione.

Il simbolismo tragico di questa crisi si rivela nel bombardamento del palazzo del governo; fa pensare ai blitz dell'aviazione nazista contro indifese città straniere, spagnole, inglesi, russe; adesso succedeva lo stesso crimine in Cile; piloti cileni attaccavano in picchiata il palazzo che per due secoli è stato il centro della vita civile del paese.

Scrivo queste rapide righe a soli tre giorni dai fatti inqualificabili che hanno portato alla morte il mio grande compagno, il presidente Allende. Sul suo assassinio si è voluto fare silenzio; è stato sepolto segretamente; soltanto alla sua vedova è stato concesso di accompagnare quell'immortale cadavere. La versione degli aggressori è che hanno trovato il suo corpo inerte, con visibili segni di suicidio. La versione che è stata resa pubblica all'estero è diversa. Immediatamente dopo il bombardamento aereo entrarono in azione i carri armati, molti carri armati, a lottare intrepidamente contro un solo uomo: il presidente della repubblica del Cile, Salvador Allende, che li aspettava nel suo ufficio, senz'altra compagnia che il suo grande cuore, avvolto dal fumo e dalle fiamme.

Dovevano approfittare di un'occasione così bella. Bisognava mitragliarlo perché non si sarebbe mai dimesso dalla sua carica. Quel corpo è stato sepolto segretamente in un posto qualsiasi. Quel cadavere che andò verso la sepoltura accompagnato da una sola donna, che portava in sé tutto il dolore del mondo, quella gloriosa figura morta era crivellata e frantumata dai colpi delle mitragliatrici dei soldati del Cile, che ancora una volta avevano tradito il Cile.

 

Santiago, 15 settembre 1973.